MDCLXXXV

Anno diCristo MDCLXXXV. Indiz. VIII.
Innocenzo XI papa 10.
Leopoldo imperadore 28.

Nel dì 16 di febbraio del presente anno per colpo di apoplessia mancò di vita Carlo II re d'Inghilterra; e morì, secondochè han creduto non pochi storici, nella comunion della Chiesa e religion cattolica. A lui succedette Giacomo II suo fratello, professore anch'egli, e pubblico, della stessa religione. Si diferì poi la coronazione del novello re, e di Maria Beatrice d'Este sua consorte fino al dì 3 di maggio; e questa fu celebrata con incredibil solennità e pompa. Al mirare sul trono della Gran Bretagna un re cattolico, si dilatò l'allegrezza in tutte le provincie del cattolicismo per la conceputa speranza di veder cessare il funestissimo scisma di quel fiorito regno, e riunita un dì alla Chiesa sua vera madre quella potente nazione. Ribellaronsi al re Giacomo i conti d'Argile e il duca di Montmouth, figlio bastardo del re defunto; ma egli ebbe la fortuna di atterrarli amendue e di assodarsi sul trono. In quest'anno il re Luigi XIV prese a gastigar l'insolenza de' corsari tripolini con ispedire il maresciallo d'Etrè alla lor città, il quale così ben regalò di bombe quel popolo, che l'astrinse, nel dì 29 di giugno, a chiedere misericordia, a restituir tutti gli schiavi franzesi, e a pagar per emenda di tante prede da lor fatte cinquecento mila lire di Francia. Riportò il plauso d'ognuno questo gastigo, perchè troppo meritato da que' ladroni infedeli. Ma restò all'incontro disapprovato il rigore con cui quel monarca diede la pace alla repubblica di Genova con una capitolazione sottoscritta in Versaglies nel dì 22 di febbraio, per la quale fu obbligato quel doge, cioè Francesco Maria Imperiali, con quattro senatori a portarsi in Francia ai piedi del re per attestare alla maestà sua il dispiacere di avere incontrata la sua indignazione. Furono anche obbligati i Genovesi a disarmar le quattro nuove galee, a dar congedo alle milizie spagnuole, e a rifare i danni cagionati dalle bombe franzesi a tutte le chiese e luoghi sacri della lor città. Per tale aggiustamento s'era adoperato vivamente il nunzio pontifizio Ranucci d'ordine del sommo pontefice, e perciò alla medesima santità sua fu rimesso il lassare il pagamento intimato alla repubblica pel suddetto risarcimento. Obbligò eziandio esso re, nel dì 30 d'agosto, i corsari tunisini alla restituzion degli schiavi franzesi, con altre condizioni vantaggiose alla Francia, anzi a qualunque cristiano che navigasse sotto la bandiera franzese. Ma quel che fece maggiormente risonare il nome del Cristianissimo monarca, fu l'editto da lui pubblicato nell'ottobre di quest'anno con cui rivocò ed annullò l'editto di Nantes del 1598, vietando in avvenire ne' suoi regni l'esercizio della setta calviniana. Che lamenti, che esagerazioni facesse tutto il partito de' protestanti per questa risoluzione del re Cristianissimo, non si potrebbe esporre se non con assaissime parole. Declamarono essi sopra tutto contro alcuni eccessi commessi nella conversion di quegli ugonotti, che o non vollero o non poterono uscir di Francia. Rumoreggiarono altri contro la poca economia del re, il quale lasciò partir dai suoi regni tante migliaia di famiglie eretiche, e con esso loro tanti milioni d'oro, e tanti artisti che andarono ad arricchir paesi stranieri. Ma il re volle preferire al proprio interesse il ben della sua monarchia, la quale, per gli esempli passati, non si trovava mai sicura, nutrendo nel seno gente di religion diversa; che non cessava di tentar di nuocere, e teneva sempre in sospetto la corona. In somma presso i cattolici sì pia e generosa azione di Luigi XIV tale fu, che basterà sempre a rendere glorioso ed immortale il suo nome.

Nella campagna dell'anno presente fu risoluto dall'esercito cesareo, comandato da Carlo duca di Lorena, di formar l'assedio di Neukaisel, una delle piazze più forti che possedesse l'ottomana potenza nell'Ungheria. A dì 7 di luglio si diede principio alle ostilità contra di quella piazza. A questo avviso il saraschiere, forte di sessanta mila persone si portò a Vicegrado e se ne impossessò, e passò poi a stringere d'assedio la città di Strigonia. Allora il duca di Lorena, lasciato il generale conte Enea Caprara sotto Neukaisel, preso il meglio dell'esercito cristiano, andò per affrontarsi col saraschiere. Costui, ritiratosi da Strigonia, non voleva il giuoco; tanto fece il duca, che il tirò a battaglia, e lo sconfisse con acquisto de' padiglioni e di molte artiglierie, bandiere e munizioni. Animati da questo buon successo i cristiani, giacchè era fatta la breccia a Neukaisel, nè a tempo i Turchi presero la risoluzione di rendersi, v'entrarono a forza, e tagliarono a pezzi tutto quel presidio. Impadronissi dipoi il maresciallo Caprara di Eperies, Tokai e Kalò; e venne all'ubbidienza sua anche la città di Cassovia. Così ai generali Mercy ed Heisler riuscì di prendere la fortezza di Zolnoch, e di disfare il ponte d'Essech. Altre prosperose azioni si fecero in Bossina e Corbavia dall'armi cristiane. A queste imprese concorsero ancora da Parigi i principi di Contì e di Roccasurion fratelli, e il principe di Turrena, con lasciar ivi non pochi segni della lor intrepidezza. Quanto a' Veneziani, inferiore non fu la felicità delle lor armi sotto il comando di Francesco Morosino capitan generale. Nelle loro armate generale della fanteria era il principe Alessandro fratello di Ranuccio II duca di Parma. Militava parimente il principe Massimiliano di Brunwsich alla testa d'alcuni reggimenti del duca suo padre. Tra molti volontarii si contò anche Filippo principe di Savoia. Vi spedì papa Innocenzo XI le sue cinque galee, otto ne inviò la religion di Malta, e quattro il gran duca di Toscana. Rivoltesi pertanto le mire dei Veneziani al Peloponneso, che oggidì porta il nome di Morea, passarono all'assedio della città di Corone. Non solamente gran resistenza fecero Turchi e Greci abitanti in quella città, ma forza fu di combattere più fiate con un esercito turchesco, che nelle vicinanze trincierato andava tentando di soccorrere la piazza. A costoro fu data una rotta nel dì 7 di agosto: il che fatto, più coraggiosamente si continuarono gli approcci e le offese contra di Corone. L'ostinazion de' difensori giunse a tanto, che i cristiani a viva forza sboccarono nella città, mettendo a fil di spada quanti incontrarono, e poscia a sacco tutte le abitazioni. Vi si trovarono cento ventotto pezzi di cannone, tra i quali ottantasei di bronzo, con abbondanti munizioni da bocca e da guerra. Rinforzata di poi l'armata veneta da tre mila Sassoni, prese Zernata, e poi Calamata, Chiefalà, Gomenizze ed altri luoghi. Con tali felici avvenimenti, che sparsero il giubilo per tutte le contrade d'Italia, ebbe fine la presente campagna.