MDCXCIX
| Anno di | Cristo MDCXCIX. Indiz. VII. |
| Innocenzo XII papa 9. | |
| Leopoldo imperadore 42. |
Nel dì 26 di gennaio dell'anno presente fu finalmente stabilita in Carlowitz una tregua di venticinque anni fra l'Imperadore Leopoldo e il sultano de' Turchi Mustafà II, siccome ancora la pace fra i Polacchi e lo stesso Gran-signore. Perchè insorsero controversie fra i ministri della Porta, e Carlo Ruzini plenipotenziario della repubblica di Venezia, mentre questi differiva l'acconsentire ad alcuni punti, i plenipotenziarii cesareo e polacco, e i mediatori inglese ed olandese, stipularono essi la concordia fra essa repubblica e il sultano nella forma che si potè ottenere, con gloria nondimeno e vantaggio del nome veneto. Il maneggio di questa concordia, per quel che riguarda i Veneziani, vien descritto nella Storia Veneta del senatore Pietro Garzoni, e in quella del pubblico lettore di Padova Giovanni Graziani, e presso il Du-Mont se ne legge la dichiarazione o strumento, senza che fosse specificato a quanto tempo si dovesse stendere la tregua con essi: il che solamente dopo alquanti mesi restò conchiuso, dopo essere stato il senato in un gran batticuore a cagion di tanta dilazione. Per questo accordo restarono i Veneziani in possesso e dominio del regno della Morea, colle isole d'Egina e di Santa Maura, di Castelnuovo e Risano, e delle fortezze di Knin, Sing, Citelut, e Gabella nella Dalmazia, con altre particolarità ch'io tralascio. Fu poi ratificata questa tregua dal senato di Venezia nel dì 7 di febbraio, siccome ancora furono destinati da tutte le potenze i commessarii per regolare e determinare i confini coll'imperio ottomano: cosa che portò seco gran tempo, somme applicazioni e dispute, prima che se ne vedesse il fine. Di grandi allegrezze si fecero in Venezia per sì glorioso fine di sì lunga guerra, e del pari in Vienna, essendo restato Cesare padrone dell'Ungheria e Transilvania a riserva di Temiswar; siccome ancora in Polonia, per essere tornato quel regno in possesso dell'importante fortezza di Gaminietz. Avea preventivamente anche il czaro Pietro Alessiovitz conchiusa coi Turchi una tregua di due anni, che poi con altro atto, nel 1702, fu prorogata a trent'anni.
Non solamente era riuscito a Massimiliano elettor di Baviera e governator della Fiandra, di far concorrere il re Cristianissimo Luigi XIV e le potenze marittime nell'esaltazione del figlio suo Ferdinando alla corona di Spagna; ma eziandio con gravissime spese e regali avea in guisa guadagnati i ministri della corte di Madrid, che lo stesso re Carlo II giunse a dichiararlo erede dei suoi regni nel suo testamento: la qual nuova portata a Vienna avea servito a conchiudere con precipizio la suddetta pace o tregua di Carlowitz. Dovea anche esso principe elettorale fra pochi mesi passare a Madrid, per essere allevato in quella corte all'uso spagnuolo in espettazione di tanta fortuna. Ma chi non sa a quali vicende e peripezie sieno sottoposti i gran disegni e le imprese dei mortali? Dacchè si seppe la destinazion di questo principe fanciullo al trono di Spagna, non passarono tre mesi, che eccoti venir la morte a rapirlo nel dì 5 di febbraio dall'anno presente: colpo che trafisse d'inestimabil dolore il cuore dell'elettor suo padre; e tanto più, perchè non mancò gente maligna, che seminò sospetti di veleno, cioè quella calunnia che si è da noi trovata sì facile, allorchè i principi soggiacciono ad una morte immatura. Restarono perciò sconcertate tutte le misure prese dal re Cattolico dall'una parte, e dalla Francia, Inghilterra ed Olanda dall'altra, di modo che si videro necessitate queste tre potenze a ricorrere ad altro ripiego, e si cominciò di nuovo nelle corti a trattar della maniera di conservare la tranquillità nell'inevitabil deliquio della monarchia spagnuola. Ma intorno a ciò quei potentati non arrivarono ad accordarsi insieme, se non nell'anno susseguente, siccome vedremo. Da gran tempo pensava l'augusto Leopoldo di provvedere di una degna consorte Giuseppe re dei Romani suo primogenito. Fu in qualche predicamento Leonora Luigia Gonzaga principessa di Guastalla; ma le determinazioni della corte cesarea terminarono nella principessa Amalia Guglielmina di Brunsvich, figlia del fu duca di Hannover Gian-Federigo, e sorella di Carlotta Felicita duchessa di Modena. Abitava questa principessa nei tempi presenti in essa corte di Modena colla duchessa sua madre Benedetta Enrichetta di Baviera, nata palatina del Reno. Qui appunto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno seguì lo sposalizio di questa principessa con indicibil pompa e solennità. Videsi allora piena di nobiltà straniera, di ambasciatori e d'inviati la città e corte di Modena, e fra gli altri vi comparve in persona con insigne corteggio il cardinale Francesco Maria de Medici, e poscia il cardinale Jacopo Boncompagno, arcivescovo di Bologna, con titolo di legato apostolico, e con suntuosissima corte, a complimentare la novella regina. Le splendide feste in tal occasione fatte dal duca Rinaldo, e il viaggio della stessa regina alla volta della Germania, coi grandiosi trattamenti che ella ricevette da Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova, e dalla splendidissima repubblica di Venezia, perchè io gli ho abbastanza accennati nelle Antichità Estensi, mi dispenso ora dal rammemorarli.
Non fu minor la consolazione e gioia della corte di Torino in questi tempi per la nascita del primogenito principe di Piemonte, succeduta sul principio di maggio, che con grandi allegrezze venne dipoi solennizzata. Gli fu posto il nome del padre, cioè di Vittorio Amedeo. Era nell'età sua giovanile principe di grande aspettazione; ma nel dì 22 di marzo del 1715, fu poi rapito dalla morte con immenso cordoglio del padre e di tutti i sudditi suoi. Di grandi faccende avea avuto la sacra corte di Roma negli anni addietro per le forti premure del re Luigi XIV, acciocchè fosse esaminato il libro delle Massime dei Santi, già pubblicato dal celebre monsignor di Fenelon arcivescovo di Cambrai. Molte congregazioni di cardinali e teologi furono tenute per questo affare in Roma, e un esatto esame ne fu fatto. Finalmente nel dì 12 di marzo pubblicò il santo padre una bolla, in cui furono condennate ventitrè proposizioni di esso libro, riguardanti la vita interiore. Gran lode riportò quel dottissimo prelato, per avere con tutta umiltà e sommessione accettato il giudizio della santa Sede, e ritrattate sul pulpito le stesse sue sentenze. Dopo questo dibattimento poco stette a venire in campo un'altra controversia di maggiore e più strepitosa conseguenza, cioè quella dei riti cinesi praticati dai neofiti cristiani nel vasto imperio della Cina, e pretesi idolatrici da una parte di quei missionarii. Acri e lunghe dispute furono per questo, ma non giunse papa Innocenzo XII a deciderlo, e ne restò la cura al suo successore, siccome diremo. Avea risoluto la vedova regina di Polonia Maria Casimira de la Grange, già moglie del re Giovanni Sobieschi, e figlia del cardinale di Arquien, ad imitazione di Cristina già regina di Svezia, di venire a terminare il resto de' suoi giorni nell'alma città di Roma. Arrivò essa colà nel dì 24 di marzo, e prese il suo alloggio nel palazzo del principe don Livio Odescalchi duca di Sirmio Bracciano. Distinti onori furono a lei compartiti dal pontefice e da tutta quella sacra corte. In questi tempi esso santo padre, sempre ansioso di nuove belle imprese in profitto de' popoli suoi, concepì il grandioso disegno di seccar le Paludi Pontine; e fece anche i preparamenti per eseguirlo. Ma a lui tanto di vita non rimase da poter compiere sì gloriosa risoluzione. Si applicò eziandio alla correzione di quegli ecclesiastici che in Roma non viveano colla dovuta regolarità di costumi, e ne fece far esatte ricerche, e volle lista di chiunque era creduto bisognoso d'emenda. Questo solo bastò, perchè la maggior parte di queste persone prendesse miglior sesto, senza aspettar da più efficaci persuasioni la riforma del vivere. Finalmente rinnovò ed ampliò una rigorosa bolla contro il ricevere pagamenti e regali per le giustizie e grazie della sedia apostolica, sotto pena delle più gravi censure e di altri gastighi. Continuavano intanto le amarezze di sua santità contra del conte di Martinitz, perchè questi, oltre alla pretension de' feudi, teneva imprigionato nel suo palazzo un uomo, sospettato reo di aver voluto assassinare la balia di una sua figlia: esempio di prepotenza da non tollerarsi da chi era padrone in Roma. S'era interposto, per troncar queste pendenze, Rinaldo duca di Modena con sì buona maniera, che il Martinitz avea inviato il prigione a Modena. Ma questo ripiego non soddisfece al papa, perchè non veniva soddisfatto al suo diritto sopra la giustizia; e però si negava l'udienza a quel ministro. Fu egli poi richiamato a Vienna, e nel gennaio seguente giunse a Roma il conte di Mansfeld nuovo ambasciatore cesareo, e il suo antecessore se ne andò senza aver potuto ottenere udienza. Similmente in questi tempi il pontefice raccoglieva gente armata, inviandola ai confini del Ferrarese. Altrettanto faceva il duca di Medina Celi vicerè nel regno di Napoli, conoscendo d'essere l'Europa alla vigilia di qualche strepitoso sconcerto per chi dovea succedere nella monarchia di Spagna.