CAPO IX.
Riguardi per conservare illesi i conventi de’ religiosi. Varie cautele a tal fine ed altre in caso che v’entrasse il male. Quando sieno tenuti i religiosi a ministrare i sacramenti agl’infetti e quando gli ecclesiastici secolari. Monasteri delle monache come s’abbiano a custodire, e regole se vi penetrasse la peste. Esortar la gente allo spurgo. Dopo il contagio promovere la pietà. Conformità al volere di Dio cagione della vera tranquillità.
Ai magistrati secolari, e molto più alla cura del vescovo sarà ne’ tempi di peste raccomandata la preservazione de’ conventi de’ religiosi e delle religiose. Certo è (il ripeto) che questi luoghi, ma senza paragone molto più quei delle monache, si possono e si sogliono difendere, essendosi osservato anche nel contagio del 1630 della nostra città che colà non entrò, o appena entrò in due o tre, che da lì a poco fu soppresso il morbo, e quel che è più, de’ PP. Benedettini Cassinesi che restarono nel loro monastero in questa città, eccettuatone un solo, niuno s’infettò, laddove alcuni d’essi che s’erano ritirati in villa a S. Cessario, morirono e di contagio. In Firenze per attestato del Rondinelli si conservarono illesi tutti i monasteri delle monache, a riserva di S. Maria sul Prato, ove, secondochè alcuni credettero, morirono di peste due religiose, ma non vi seguì altro danno. Ivi all’incontro quasi niuno de’ conventi de’ frati restò intatto. Furono più fortunati, perchè più guardinghi, alcuni gran conventi di religiosi in Palermo. Anche Roma nella peste del 1656 vide preservati i suoi monasteri; e ho inteso a dire che in Genova stessa, ove del medesimo anno fece tanta strage il male, pure rimasero illesi tutti i conventi delle monache. In quanto alle case dei religiosi dovrà avvertirsi che vivendosi ivi in un continuo commercio di coro, di refettorio e d’altri impieghi, troppo danno potrebbe recare a tutta la comunità un solo che vi portasse dentro disavvedutamente la pestilenza. Il perchè trattandosi di famiglie sacre molto numerose, sarà necessario custodire tai luoghi nella guisa de’ lazzeretti, con questo divario però che laddove dai lazzeretti non si lascia uscire persona o roba che sia sospetta o infetta, nei conventi non v’ha da entrare nè persona, nè roba che abbia minimo sospetto d’infezione, a riserva di quelle che sono necessarie al mantenimento de’ religiosi. Vi si ammetteran dunque i commestibili che d’ordinario sono incapaci d’infezione, e se dovrà introdursi per necessità altra roba o persona atta a portar seco il morbo, non verrà ammessa senza le cautele e i riguardi, e profumi che son prescritti per tutti dal governo politico. Del resto sarà interdetto a qualunque dei religiosi o de’ ministri e serventi l’uscir fuori, o pure, usciti che sieno, si dovrà loro vietare il ritorno. A questo effetto il pubblico, o il vescovo potrà, occorrendo, destinare un custode secolare della sanità, che alle spese d’essi religiosi guardi continuamente la porta del convento, la quale sarà una sola in que’ tempi, acciocchè più sicuramente venga eseguito il suddetto regolamento, ovvero si provvederà in altra competente forma. Pei conventi di poche persone non occorre tanta esattezza o strettezza.
Agli ecclesiastici secolari che s’impieghino in opere di carità, come di confessione, comunione o d’altro, assistendo agl’infermi o moribondi, sarà permesso il ritornare alle lor case e dimorarvi, benchè fieno sospetti, avvertendo solo che non passi commercio fra loro ed altri sani, e che la lor famiglia, siccome sospetta, non pratichi con altri. Ma per gli regolari di grossa famiglia, quando uno o due o più d’essi consacrassero sè stessi all’assistenza caritativa del prossimo infetto, si dovrà camminare con diverso stile. Cioè sarà utile il proibir loro il ritorno in convento, affinchè non rechino la disgrazia a que’ molti che si conservano coi necessarj riguardi della salute e possono esser utili per altri tempi ed impieghi. Viveran dunque tali caritativi religiosi esposti, ritirati in qualche casa decente ed appartata, ove possano recare men pregiudizio che ai loro conventi; e venendo ivi nelle debite forme soccorsi e mantenuti, sarà loro facile il continuare la necessità del loro sacro utilissimo ministero. Il che sia detto in caso che il convento non avesse delle stanze in disparte con passaggio o con porta propria, da collocarvi per quel tempo simili zelanti servi di Dio, e separarli dal resto della comunità. Si ha da stendere tal cautela sino a non praticare per qualche giorno que’ religiosi che fossero chiamati a visitare o confessare qualche infermo, benchè non sospetto di morbo contagioso. Le chiese dei religiosi dovranno regolarsi anch’esse come l’altre della città, cioè o tenerle chiuse, o pur coi rastrelli o cancelli agli altari e a’ confessionarj, per impedire i mali influssi dell’avvicinamento delle persone. Tengano ai campanelli della porta, della sagristia, ecc., un filo di ferro in cambio di corda, fin dove possono arrivar le mani. Ripongano ancora, e chiudano in luogo a parte ben sigillato le scritture e cose più preziose della chiesa, acciocchè se alcun sagrestano cadesse mai infermo di peste, rimangano tali robe esenti dal bisogno dello spurgo.
Se non ostanti simili diligenze e cautele, forse non eseguite con gran puntualità, venisse ne’ chiostri d’essi regolari a scoprirsi alcuno infetto, si dovrebbe anch’esso con celerità trasportare al lazzeretto pubblico, o pure a quello degli ecclesiastici se vi fosse. Si procurerà ancora di levare tutto ciò che potesse indurre ulteriore infezione negli altri religiosi, e di separare i sani da quei che avessero avuto un intrinseco commercio coll’infetto, restando però tutti come sospetti rinchiusi nel proprio convento. Ma quando al claustrale infetto riuscisse, siccome spesso suole, di grande spiacimento l’essere portato al lazzeretto, e ciò servisse d’occasione ad altri per occultare il male e per comunicarlo con poca carità a chi non se ne guarda, sarebbe miglior consiglio, qualora il permettesse la capacità dell’abitazione, il segregarlo interamente con chi l’ha da servire, dagli altri religiosi, mettendolo in camere ben appartate, ovvero in qualche capanna nell’orto: il che pure si può e suol praticare, però con particolar inspezione dei pubblici deputati, per gli secolari abitanti case grandi e comode della città. In tal guisa è da credere che il religioso non atterrito dalla paura del lazzeretto, immediatamente rivelerà la sua infezione, ed apporterà men pericolo agli altri che tosto si segregheranno da lui. Caso poi che crescesse in quella sacra famiglia il furore del contagio, allora converrà estrarne tutti gl’infetti, conducendoli al lazzeretto o in altro luogo proprio; ovvero si faranno uscire i rimasti sani, ma per rinserrarli siccome sospetti in qualche casa fuori del monastero.
Si disputa fra i teologi se gli ecclesiastici regolari sieno tenuti a servire agl’infetti di peste quando il loro prelato glielo comandasse. A me piace la saggia sentenza del Sanchez che, nel tom. II sopra precetti del Decalogo, decide con varie limitazioni la quistione. Cioè: eglino non sono obbligati a servire gl’infetti estranei; ma in quanto ai religiosi domestici appestati sarà obbligato al servigio loro quel religioso a cui il suo superiore il comanderà; avvertendo solo che imprudentemente opererebbe il prelato, qualora esponesse a questo pericolo, chi fosse di pochissima sanità o persona egregia, e per le sue rare qualità utile al pubblico o all’ordine suo. I Certosini e i monaci di S. Benedetto, di S. Girolamo, ed altri simili che non hanno per loro instituto la vita attiva, non sono tenuti a ministrare i sacramenti agl’infetti estranei e possono fuggire dal luogo infetto. Nè pure sono a ciò rigorosamente obbligati, nè si possono obbligare dal loro superiore i religiosi che si chiamano mendicanti, o che godono i lor privilegi, benchè facciano professione di vita attiva; e però anch’essi regolarmente sono esenti dall’obbligo di fermarsi in luogo ove sia la peste. Avverto però essere sentenza del Benzoni che la fuga di questi religiosi difficilmente sarà scusata da peccato mortale pel gravissimo scandalo che ne verrebbe al popolo, da cui essi hanno ricevuto, o ricevono tante rendite e limosine, e a cui poscia non vogliono assistere in caso di sì premurosa necessità. Ma la suddetta libertà ed esenzione dee intendersi qualora vi sieno parochi o altri sostituti, i quali sufficientemente possano adempiere l’ufizio di ministrare i sacramenti al popolo infetto. Altrimenti, essendovi penuria di questi, o troppa abbondanza d’infermi bisognosi di soccorso spirituale, e non trovandosi altri sacerdoti, che o per carità o per mercede, e alle spese del vescovo, aiutassero o supplissero il difetto de’ parochi (i quali sussidiarj è in primo luogo tenuto il vescovo a provvederli), allora i religiosi mendicanti si giudicheranno obbligati a soccorrere il popolo infetto e a ministrargli i sacramenti, perchè, secondo l’ufizio loro, eglino son coadiutori de’ vescovi e de’ parochi nel procurar la salute spirituale del prossimo, e vengono per questo fine mantenuti dalle limosine de’ fedeli, come ottimamente insegnano con S. Tommaso varj teologi. Anzi è tenuto il prelato regolare a somministrar soccorso, e inviare alcuno de’ suoi religiosi anche da un luogo sano ad un infetto, qualora in questo venissero meno i parochi, nè vi fosse altro sovvenimento al bisogno spirituale di quel popolo. Anche il Benzoni con altri autori sostiene le suddette conclusioni, ricordando egli in oltre essere obbligati per debito di giustizia, non che di carità, a servire gl’infermi que’ religiosi che per professione si sono obbligati a tal servigio, come quei della congregazione di S. Giovanni di Dio, chiamati Fate bene Fratelli.
Aggiungo io che molto meno de’ religiosi saranno obbligati i sacerdoti secolari non legati da cura d’anime a servire gl’infetti, siccome nè pure a ministrar loro i sacramenti, quand’anche fosse loro comandato dal vescovo, perciocchè nè pure hanno essi quello strettissimo voto d’ubbidienza verso i proprj prelati, come hanno i regolari verso i lor superiori. E però concedono i teologi che i preti ed ancora i canonici, purchè non curati, si possano ritirare dal luogo infetto, come si può vedere nel Trattato del suddetto monsignor Benzoni e presso il Marchino, il quale con altri teologi stabilisce che un canonico assente per tal cagione non perde le distribuzioni, ove sia l’uso di non perderle per cagione giusta. Qualora nondimeno vi fosse necessità estrema di ministrare la Confessione o altro sacramento agli appestati, e mancassero o giustamente o ingiustamente, i parochi ed altri sussidiarj, in tal caso ogni sacerdote, o certosino, o monaco, o secolare è obbligato sotto pena di grave peccato a soccorrere i popoli costituiti in bisogno, con pericolo ancora della sua vita, sia egli persona malsana o sia quanto si voglia di gran valore ed utilità al pubblico. Senza che nessun prelato il comandi ciò è comandato dalle leggi santissime della carità cristiana, ricordate a noi in tal proposito da S. Agostino, da S. Tommaso e dalla maggior parte dei teologi. Per altro intervenendo simili estreme necessità, il vescovo può e dee comandare a tutti, sì secolari come regolari, il supplire secondo che giudicherà bene la sua prudenza, avvertendo però di non ordinar ciò in individuo ad alcun religioso, ma solamente al loro superiore. Che se questi non volesse poi permettere, nè comandare che alcuno de’ suoi venisse in soccorso, allora egli peccherebbe, e i religiosi saranno tenuti, secondo il Bagnez, Benzoni, Vigant ed altri, ad ubbidire più al comandamento del vescovo che a quello del loro superiore. Se poi sia vero per sentenza del suddetto Vigant che in tal caso restino più obbligati gli ecclesiastici secolari ad ubbidire al vescovo che i regolari esenti, io non voglio metterlo, ma si può certo mettere in disputa, e il vescovo Benzoni e il P. Marchino tengono appunto il contrario. A noi basti di sapere che tutti sono tenuti, e potersi inferire dalle annotazioni del cardinal de Luca al concilio di Trento, essere più de’ semplici sacerdoti secolari obbligati in tal caso a servire quei che hanno uffizj e benefizj residenziali, come i canonici, i cappellani ed altri che costituiscono qualche spezie di capitolo o di congregazione. Nella peste di Palermo del 1625 furono assegnati quattro o cinque religiosi per parrocchia, che abitavano insieme; ma per l’infezione d’uno infettandosi gli altri, si provò miglior partito l’assegnare ad ogni due contrade uno col suo compagno, e in camere vicine a qualche oratorio già fatto, o pure costituito con licenza dell’ordinario, ove egli celebrava, senza che alcuno entrasse in tal casa od oratorio, dove teneva il Santissimo Sacramento e l’Estrema Unzione.
Le medesime cautele prescritte per i conventi de’ religiosi, ed anche più dovranno osservarsi per preservare e custodire quei delle monache. Perciò è assolutamente da assegnarsi un custode della sanità alla porta o al rastrello del loro monastero, che avrà buona serratura anche al di fuori, con obbligazione di non allontanarsi mai da quella porta o rastrello per cui solo, e non per altre porte o finestre, che tutte s’intendano chiuse, dovran le monache ricevere il bisognevole al sostentamento loro. Per bisognevole s’intendono le cose spettanti al vitto o vestito, dovendosi allora astener le monache dal ricercare e dall’accettar altro che sia non necessario e sia capace di portar entro i loro recinti l’infezione, e dovendo elle valersi anche delle cautele comuni agli altri nel ricevere le cose sospette loro necessarie.
Il vescovo in oltre assegnerà un canonico o altro ecclesiastico co’ suoi assistenti per commessario ad ogni tre o quattro conventi di monache, il quale unito ai sindici farà, occorrendo, la visita e darà gli ordini opportuni del buon governo de’ monasteri a lui appoggiati. Sarà sua cura il fare che le religiose si provveggano il più presto e il più che potranno di vettovaglie e massimamente di frumento, farina, vino, olio, formaggio e sapone; con poi ricordar loro l’economia, e prescriverla ancora, se bisognasse, con suprema autorità. Visiterà il medesimo commissario co’ sindaci a’ primi sospetti tutto il recinto della clausura, facendo chiudere ogni porta, o altro luogo, per cui si potesse parlare, dar fuori o ricevere roba, lasciando solo aperta la porta comune colle ruote e co’ parlatorj annessi. Sceglierà ancora in ogni monastero due siti appartati e capaci per servire di lazzeretti, Infetto e Sospetto, in caso di bisogno, tagliandone il meglio che si potrà la comunicazione col resto della casa o pur disponendo tutto per far capanne nell’orto, quando a ciò la necessità costringesse. E a fine di risparmiare l’entrar sovente nella clausura, potrà farsi fare una pianta distinta di tutto il convento con tutti i siti e specificazione d’ogni cella e di chi l’abita, ordinando poscia che niuna muti abitazione senza licenza di lui, e di ciò terrà egli registro. Ogni dì ancora visiterà i monasteri assegnati a lui (e non potendo egli farà farlo da uno degli assistenti) informandosi e osservando se le monache sieno tutte sane e di buon colore, e incoraggiandole per quanto si potrà, mentre il timor nelle donne può cagionar, più che negli altri, dei gravi disordini; e sopra tutto badando che se il male fosse in città, niuno vada loro contando le nuove funeste. Ammalandosi alcuna, se ne darà tosto avviso al commessario suddetto, e il medico invigilerà a tutti gli accidenti del male, per vedere se vi fosse sospetto di contagio. Morendo essa, non potrà seppellirsi senza l’attestazione del medico che non vi sia segno di contagio, e senza la licenza del commessario in iscritto, dovendo questi notare al suo libro tanto le inferme, quanto le morte per mandarne nota ogni sera al notaio destinato dal vescovo, il quale ne trasmetterà poi copia alla congregazione della sanità. Comanderà ancora esso vescovo con precetto penale che ognuna che si ammali vada indispensabilmente all’infermeria, e che quantunque non vi sia sospetto di contagio, non possano visitarla, nè capitarvi se non le monache o converse, deputate infermiere, perchè in tal maniera, accadendo maggiori disgrazie, le altre resteranno esenti dall’obbligo della quarantena.
Sarà parimente d’uopo l’assegnare, se mai si potrà, al confessore una casa contigua al monastero, con vietargli l’uscirne mai, se non per entrare nella chiesa delle monache, e con ordinargli di non conversar con altri, nè di ricevere altra roba dal di fuori del monastero che per le mani del solo custode della sanità, il quale dovrà essere persona d’una inalterabile fedeltà e puntualità. In questa forma conventi ben numerosi in que’ calamitosi tempi si sono sempre conservati illesi. Ma per maggiormente ottener questo intento, il vescovo formerà un’istruzione per cadaun convento, prescrivendo come s’abbia a contenere il custode e il confessore, e come si debbano ricevere ivi le vettovaglie ed altre robe necessarie. Non permetterà, se non in caso di gran necessità, l’entrata nella clausura a persone estranee e nè pure visita alcuna al parlatorio, ordinando che le monache non possano ammetterla senza ordine sottoscritto dal vescovo medesimo. Dovranno pertanto star sempre chiusi i parlatoj e le grate, e se pur occorresse di parlare ad alcuno, ciò si potrà fare senza aprir le stesse grate, alle quali ancora aggiugneranno un telaio di carta per guardarsi dal fiato delle persone estere. Prima ancora della formal dichiarazione della peste o dell’evidente pericolo d’essa, vieterà il vescovo alle religiose l’accettare in custodia robe di estranei, anche parenti, non tanto per esimere il chiostro da ogni introduzion di male, quanto ancora per risparmiare alle medesime varj disturbi. Parimente proibirà alle monache il ricever altre lettere che le scritte o dai superiori, o per bisogno del monastero, le quali ancora non dovranno ammettersi senza cautela, cioè prendendole con due forbici o molette, e purgandole poi con aceto o ripassandole sopra il fuoco. Sarà loro interdetto il dar fuori a lavare panni, o, non potendosi di meno, s’insegneran loro le precauzioni. Così ancora sarà necessario prescrivere buona regola per gli paramenti ed altri ornamenti e vasi dell’altare, con avvertenza di lasciar fuori i soli che fossero necessarj e con prevenire che chierici o sacerdoti estranei non possano portar colà pericolo d’infezione. Non ripiglieran, dico, indietro i paramenti destinati ai lor cappellani; e occorrendo farli imbiancare, ciò si faccia a spese loro fuori del convento. Dovendo far macinare, mandino il grano per gli uomini loro e con il lor carro al mulino, facendovi assistere i medesimi uomini, acciocchè i lor sacchi non tocchino quei degli altri. Gioverebbe allora aver forno nel proprio monastero.
Che se con tutte queste cautele giungesse il morbo a penetrare in qualche chiostro di religiose, al primo indizio d’esso, immediatamente se ne darà avviso al commessario, il qual subito lo spedirà al vescovato e alla congregazione di sanità per provvedere sì dentro come fuori. Quindi farà quanto prima mettere l’infermo nel luogo destinato pel lazzeretto delle infette, e le altre persone, che avran praticato con esso lei almeno quel dì, nell’altro delle sospette. Ammetterà poscia i ministri del pubblico lazzeretto degl’infetti che bruceranno quello che occorresse, e seppelliranno, accadendo la morte, il cadavere fuori del convento, ove sarà creduto bene dal vescovo. Similmente introdurrà gli espurgatori per espurgare subito l’infermeria, o cella, e l’altre robe che ne avessero bisogno. Quando le monache o converse non s’inducessero per carità a servir le infette nel loro lazzeretto, il vescovo penserà se voglia costringerle o pure provveder loro donne di fuori. Niuna delle sane entrerà nei lazzeretti, e nel somministrare il vitto le sane non toccheranno gli arnesi che servono alle infette o sospette. Alla cura di queste verranno i medici, cerusici e religiosi esposti o sospetti del pubblico, entrando i quali tutte le monache si ritirino in luogo appartato. Guarendo le inferme, e avutane la fede dal medico, passeranno poi, senza portar seco cosa alcuna, a fare la quarantena nel lazzeretto delle sospette. Di tutto si andrà comunicando notizia al vescovo, e questi la darà al magistrato secolare per camminar di concerto. Si avrà del pari gran cura che le robe toccate da infette o sospette non entrino in commercio, se prima non saranno state ben espurgate dai ministri pubblici dello spurgo. Lo stesso dovrà farsi alle camere e ad altri luoghi che ne abbiano bisogno.
Avvertasi ancora che occorrendo introdur colà persone straniere o per medicamenti o per altro, dovrà tal cura, per quanto si potrà, appoggiarsi dal vescovo, non ad uomini, ma a donne di conveniente probità e perizia. Posto poi che crescesse l’infezione fra le religiose, allora il vescovo determinerà se sieno da cavarsi fuori di clausura le malate, lasciandovi le illese, o pure le sane, lasciandovi le infette, inerendo alla costituzione di Pio V, che comincia Decori et honestati. Questo ultimo sarà partito più sicuro. Qualunque determinazione però si prenda, converrà trovare a quelle che saranno estratte una decente abitazione, congiunta o vicina, se mai si potrà, al monastero medesimo, ove le religiose verranno accomodate in onesta forma e con una spezie di clausura e coi riguardi e soccorsi convenienti a persone consecrate a Dio. E perciocchè sogliono le monache frequentemente desiderare, ed anche talora senza molto bisogno, l’aiuto del medico, qualora il monastero tutto si sia conservato illeso (ciò milita ancora per quei de’ religiosi e per gli conservatorj de’ poveri e simili gran corpi), potrà entrarvi il medico non sospetto, ma in maniera che non abbia verun commercio nè con robe, nè con persone; ma visiti secondo il costume dei lazzeretti, cioè osservando per quanto sia possibile e ordinando medicamenti in distanza, affinchè egli, tuttochè riputato sano, disavvedutameute non portasse in monastero l’occulta fin’allora infezione sua, forse contratta dal commercio col resto della città. Finalmente prescriverà il vescovo alle religiose quel metodo di orazioni e di opere di pietà ch’egli giudicherà più conveniente ne’ tempi di tanta tribolazione e necessità.
Resta ora da dire che i vescovi, parochi, predicatori e confessori debbono, per quanto possono, non solo impedire anch’essi la dilatazione del morbo contagioso, ma ancora aiutare ad estinguerlo. Faranno perciò conoscere, e il vescovo con suo editto potrà farlo meglio degli altri, uniformandosi ai maestrati, che grave peccato sia il nascondere vesti, mobili ed altre robe infette, e il non denunziarle ai deputati dello spurgo, potendo questa disubbidienza comunicare ad altri e rinovar la pestilenza anche estinta, e recar morte agli stessi possessori, quando tali robe non sieno diligentemente espurgate da chi è atto a farlo. Mostrino ancora (io nol ripeterò mai abbastanza) essere vietato dalle leggi divine e naturali il toccare, contrattare e asportare non solamente le altrui, ma anche le robe proprie infette, e molto più poi il rubarle. Doversi prima denunziare e poi spurgare anche ogni minimo panno sì per la propria, come per l’altrui sicurezza, non essendo capace di assoluzione chi non vuol ubbidire a questo precetto naturale. Data che sia dai maestrati l’impunità ai ladri di simili robe, si persuaderà loro dai confessori l’andarle a rivelare. Che se non fosse peranche stata conceduta questa impunità, non si dovranno essi obbligar tosto a rivelarle e denunziarle in persona, ma si regoleranno i confessori o secondo i dettami del vescovo o pure secondo i consigli della prudenza. L’anno 1633 l’arcivescovo di Firenze proibì sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto, riservando l’assoluzione a sè medesimo, eccettuato l’articolo di morte, il rubare, trasportare, nascondere, tenere in deposito o custodia, maneggiare, vendere o comprare o in qualsivoglia modo contrattare per sè o per interposta persona, direttamente o indirettamente, robe d’altri o proprie appestate o sospette o state in luogo infetto o sospetto di mal contagioso, senza licenza espressa, intervento o permissione dei deputati per la sanità; comandando a tutti i confessori sotto pena di scomunica latæ sententiæ di non assolvere alcuno incorso in tal peccato, senza sua licenza o di alcuni deputati da lui, volendo che, se occorresse qualche dubbio in questa materia, lo partecipassero o seco o coi suddetti, senza palesare nè direttamente, nè indirettamente il penitente, per ricercare que’ rimedj che fossero giudicati opportuni.
Finita poi la peste, allora il vescovo e i parochi rimetteranno in piedi e promoveranno più che mai la pietà e l’estirpazione de’ vizj, perciocchè talvolta forse più di prima ve ne potrà esser bisogno. Certo in molte terre e città la sola terribile scuola de’ gastighi di Dio ha fatto per lo più riformare i costumi; ed avendo gli uomini conosciuto meglio di prima che c’è Dio e che non si può sperar felicità dai peccati, nè far capitale in questa miserabile e caduca vita del mondo, si sono dati alla pietà e alle virtù con una santa perseveranza. Ma in qualche paese, benchè paia poco verisimile, pure la verità è che dopo la pestilenza comparve questo mostro, cioè che gli uomini in vece d’essere diventati di miglior coscienza e più timorati di Dio e più amatori del prossimo, pel flagello che aveano veduto ed anche provato, pure si mostrarono più perversi e peggiori di prima in ogni conto e in ogni iniquità, e non meno i poveri che i ricchi, quasi che paresse loro, superato quel gran pericolo, di non dover più morire, nè di dover più temere l’ira di Dio, o pure si credessero di aver da compensare la malinconia passata con ogni sorta d’allegria anche disordinata e con lo sfogo di tutti i loro appetiti. Matteo Villani, il cardinal Federigo Borromeo ed altri scrittori, testimonj oculati ed autentici di tale mostruosità, non mi lasciano mentire. Ed ecco la gratitudine che usano alcuni cristiani al proprio Dio per la parzialità de’ benefizi ch’egli ha usata verso di loro. Sarà pertanto incumbenza del vescovo, allorchè si scorgerà ben quetata ed estinta la pestilenza, l’intimare ed ordinare tre giorni di divozioni e processioni, non guidate dall’allegria, ma dall’umiltà e dalla compunzione, per un solenne ringraziamento all’Altissimo dall’essersi egli finalmente lasciato cader di mano il flagello meritato dai peccati degli uomini. E qui verrà in acconcio ai predicatori d’esortar tutti ad essere da lì innanzi fedeli ed attaccati a Dio, esponendo le obbligazioni che il popolo preservato in vita ha verso la divina misericordia, e con inveir poi particolarmente contra chi non s’è emendato peranche, o pensa più che prima a soddisfare alle sue passioni, senza curarsi dello sdegno di Dio e senza voler apprendere che quel gastigo ed altri possono tornar di nuovo e presto, siccome è altre volte avvenuto, e che il non profittar dei flagelli è uno dei più chiari indizi che si vuole ad onta di Dio dannare e perdere l’anima per sempre. Vedesi un libricciuolo esquisito, composto dopo la peste da S. Carlo col titolo di Memoriale, stampato nell’Acta Mediolanensis Eclesiæ, con tutte le altre accurate istruzioni che quel zelantissimo e santo pastore lasciò scritte per simili tempi calamitosi.
Farò io qui fine con dire, che per quante regole e rimedj io abbia raccolti in questo trattato a fine di tener lungi o di scacciare la peste, io non ho però insegnato tanto da assicurare alcun paese o persona da così fiera tempesta. Nei pericoli e nei disordini massimamente d’una pestilenza non si può dai magistrati preveder tutto, nè proveder tutto. La medicina anch’essa, arte in tanti altri mali incerta e cieca, molto meno ci può promettere immunità in questo che è sì fiero, e che porta seco tante stravaganze che indarno l’umano intelletto studia per trovarne la sorgente e i rimedj. Anzi si è osservata tante volte e si osserverà di nuovo una cosa che dee affatto confonderci tutti; cioè, che le stesse provvisioni politiche e gli stessi rimedj della medicina son quelli talvolta che aiutano la peste o a dilatarsi maggiormente, o a levar dal mondo assai persone, le quali probabilmente senza tante invenzioni della prudenza e speculativa umana avrebbono schivata la morte. La conclusione dunque si è, non dover già i magistrati e la prudenza di ciascuno, lasciar mettere in opera quanti documenti e mezzi si credono più propri per salvare il pubblico e sè stesso, da questo miserabile infortunio; ma dover molto più noi metterci tutti nelle mani di Dio, dispensiere dei beni e dei mali anche sopra la terra, e che, secondo il suo beneplacito, può disporre dei giorni della nostra fugace vita terrena. Questo ha da essere non l’ultimo, ma il primo dei rifugi; questa è l’âncora a cui dobbiamo attenerci tutti. Abbassiamo dunque il capo, vili creature che siamo, adorando la sua divina provvidenza e considerando che noi tutti dal canto nostro abbiam dei peccati, e molti e grandi; e che non farà mai torto a noi il nostro supremo Padrone con qualunque flagello ch’egli ci mandi. Pensi ciascuno come egli abbia trattato Dio ne’ tempi della prosperità, della sanità, della ricchezza. Superbissimi vermi della terra, allora più che mai ci siamo dimenticati di lui, anzi abbiam calpestata pazzamente la sua santissima legge. Diciamolo dunque ora e diciamolo sempre tutti: Justus es, Domine, et rectus judicium tuum. Che se durante l’età nostra si degnerà la sua bontà di farci solamente udire in lontananza il fischio della sua spada sterminatrice, impariamo a far profitto degli esempj altrui, e con ricordarci che al Signor non mancano altri flagelli e che noi siam degni di tutto, emendiamoci, e mettiamci cadauno in quella via, ove brameremo che il Signor Iddio ci trovi alla morte, la quale infallibilmente ha da venire o tosto o tardi, ma che sempre verrà più presto di quel che crediamo. Che se altrimenti avvenisse, impieghi ciascuno e studio e preghiere a Dio per impetrare, e preparare una santa rassegnazione ai voleri del medesimo Dio per tutte quelle avventure che piacesse a lui di mandarci nel tempo che ci resta di vita. Miseri di noi che o non intendiamo, o troviam troppo dura questa mirabile lezione dei santi, anzi questa dottrina dello stesso Dio. E pure se abbiam qualche discernimento, non possiamo non conoscere ancor noi per certissimo che l’unica e vera strada di godere una dolce e stabile contentezza di cuore in questa abitazione terrena e in tutti i tempi, si è quella di conformare la nostra alla volontà di Dio, siccome protestiamo ogni dì nell’Orazion dominicale, e di bramare che sia fatto in tutto e per tutto, non il nostro, ma il volere del nostro celeste Padre, che sempre è rettissimo e sempre torna in bene de’ buoni figliuoli che in lui si rassegnano. Le tribolazioni, la pestilenza, la morte, al solo pensarle, non che al vederle o provarle, empiono di malinconia o trafiggono il cuore a tanti di noi, perchè si oppongono al nostro volere; ed appunto per questo sono o son dette mali nel mondo. Ma chi non vuole se non il gusto del suo Signore, si trova sempre in pace, aspettando senza pena e ricevendo ancora con allegria gli stessi travagli, e il fine stesso de’ suoi giorni, perchè ciò s’accorda col proprio volere tutto attaccato a quel del sommo padrone, e si uniforma al non desiderar altro, se non che sia fatta come in cielo, così anche in terra la volontà divina. Prudenti dunque e felici quelli che per tempo si danno tutti a Dio e si riposano in una coraggiosa e pia rassegnazione ai voleri dell’Altissimo, mettendosi tutti nelle sue pietosissime mani. Questo è un farsi anche presso di lui un indicibile merito, essendo certo che in un tal atto si contiene un atto eroico di fede, di speranza e d’amor di Dio, virtù che sono l’anima del vero cristiano. Beati in somma quei che imparano per tempo a dire, e dicono sempre di cuore: Ego autem in te speravi, Domine: dixi: Deus meus es tu: in manibus tuis sortes meæ. — Ora io, o Signore, ho riposta in voi ogni mia speranza. Ho detto: Voi siete il mio Dio, il mio padrone. Fate di me quel che volete. In mano vostra stanno le sorti mie. Egli intanto col suo unigenito figliuolo Cristo Gesù, Signor nostro, e con lo Spirito Santo, sia, non meno nelle prosperità nostre che nelle nostre avversità, benedetto, amato e glorificato da noi e da tutti, per tutti i secoli de’ secoli. E così sia.
FINE.
RELAZIONE DELLA PESTE DI MARSIGLIA PUBBLICATA DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA
CON ALCUNE OSSERVAZIONI
DI L. A. MURATORI.
Non sarà inutile ai lettori che io presenti loro il compendio di una Relazione francese intorno al terribil contagio, da cui non è per anche ben libera la misera città di Marsiglia, affinchè meglio impari il pubblico a conoscere l’atrocissimo nemico che va desolando la Provenza e che fa tremare tutti i vicini; e, conosciuto che l’abbia, ognuno si accinga a quelle diligenze e rigori che possono tenerlo lungi dall’Italia. Fu composta la Relazione suddetta dai signori Chicoyneau, Verny e Soullier, medici di Mompelieri, i quali spediti in soccorso di quella città, con incessante zelo hanno assistito alla medesima in tanta calamità, con avere anche diligentemente notato gli accidenti e sintomi d’essa peste, e i tentativi da loro fatti per curarla. Fu creduto bene di pubblicarla colle stampe in Marsiglia stessa dopo il dì 20 dicembre del 1720, e venne essa immediatamente ristampata in Torino per pubblico bene. Ecco ciò che ho creduto opportuno di tradurre per istruzione ancora degl’Italiani.
Tutti i malati di peste in Marsiglia possono ridursi a quattro classi.
La prima, osservata specialmente nel primo periodo, e nella più gran foga del male, era assalita dai seguenti sintomi. Cioè si notavano in tali persone dei rigori sregolati di freddo, un polso picciolo, molle, raro o pure frequente, ineguale, concentrato; una pesezza di testa sì considerabile, che il malato stentava molto a tenerla su, parendo egli occupato da uno stordimento e da una turbazione simile a quella d’una persona ubbriaca; la vista fissa, appannata, che mostrava lo spavento e la disperazione; la voce tarda, interrotta di quando in quando, lamentevole; la lingua quasi sempre bianca, sul fine secca, rossiccia, nera, ruvida; la faccia pallida, di colore piombino, sparuta, cadaverosa; de’ mali di cuore frequentissimi; delle inquietudini mortali; un abbattimento e abbandonamento generale, degli sfinimenti, de’ sopimenti, delle voglie di vomitare, de’ vomiti, ecc. Le persone in tal forma assalite morivano ordinariamente nello spazio di alcune ore, d’una notte, d’un giorno, o al più al più di due o tre, come per consumamento degli spiriti, talvolta con moti convulsivi e tremori, senza che apparisse al di fuori alcun tumore o macchia. Egli è facile a giudicare da tali accidenti che infermi di tal fatta non erano in istato di sostenere il salasso. E in fatti coloro coi quali si è tentato questo rimedio sono mancati di vita poco tempo dopo. Gli emetici e i purganti riuscivano loro egualmente inutili, e sovente nocivi con effetto funesto. I cordiali e sudoriferi erano i soli rimedi ai quali si ricorreva, ma che nondimeno a nulla servivano, o che al più facevano prolungare di qualche ora gli ultimi momenti.
La seconda classe è di coloro che tosto risentivano rigori di freddo, come i precedenti, e la stessa specie di stordimento, e un dolore di capo aggravante; ma i ribrezzi erano seguitati da un polso vivo, aperto, gagliardo, ma che nondimeno si perdeva per poco che si premesse l’arteria. Questi malati sentivano interiormente un ardore che li bruciava; e intanto il calore al di fuori era mediocre e temperato; la sete era ardente, e per così dire inestinguibile; la lingua bianca, o di un rosso scuro; la parola precipitata, balbettante, impetuosa, gli occhi rossicci, fissi, scintillanti; il colore della faccia d’un rosso molto vivo, e talvolta inclinante al livido; e provavano mali di cuore molto frequenti, benchè assai meno dei precedenti. Il respiro era frettoloso, faticoso, o grande e raro, senza tosse, senza dolore; nausee e vomiti biliosi, verdastri, nericci, sanguinosi; profluvj di ventre della stessa specie, senza però tensione o dolore nel basso ventre; deliri frenetici; orine spesso naturali, qualche volta torbide, nericce, bianchicce o sanguinose; sudori di odore rare volte cattivo, che in vece di sollevare il malato, altro non facevano che indebolirlo; in alcuni casi emorragie, le quali, benchè mediocri, sono sempre state funeste; un grande abbattimento di forze; e soprattutto una sì gagliarda apprensione di morire, che non v’era modo da poter incoraggiare questi poveri infermi, considerandosi eglino dal primo istante del male come destinati a una morte sicura. Ma quello che merita d’essere ben osservato, e che sempre è sembrato caratterizzare e distinguere questo morbo da ogni altro, egli è che quasi tutti avevano dal principio o nel progresso dei buboni dolorosissimi, situati nelle parti del corpo descritte nel lib. 2, cap. 8 del Governo della Peste; come ancora dei carboni, sopra tutto nelle braccia, gambe e cosce; e delle piccole pustole bianche, livide, nere, sparse per tutta la superficie del corpo. Di rado si salvavano i malati di questa seconda classe, ancorchè la durassero un po’ più dei precedenti. Eglino sono periti quasi tutti con segni d’infiammazione cancrenosa, specialmente nel cervello e al petto. E una cosa che parrà singolare fu che quanto più essi erano robusti, grassi, pieni e vigorosi, tanto meno restava loro da sperare.
Quanto ai rimedi, tali persone non sopportavano meglio delle prime la cavata del sangue, la quale, a riserva dell’essere fatta al primiero istante del male, riusciva loro evidentemente nociva. Elle impallidivano, e cadevano, anche nel tempo del primo salasso, o poco dopo, in isfinimenti che non potevano per lo più essere attribuiti ad alcuna paura, ripugnanza o diffidenza, poichè elleno stesse chiedevano con premura che si aprisse loro la vena. Tutti gli emetici, eccettochè l’ipecacuana, erano loro spessissimo più nocivi che utili, cagionando irritazioni e soprappurgazioni funeste, che non si potevano poi calmare, nè fermare. I purganti alquanto forti e attivi tiravano dietro a sè i medesimi malanni. I prescritti sotto forma di tisana rilassativa, come ancora le bevande copiose, nitrose, rinfrescanti e leggermente alessiterie, recavano qualche sollievo, ma non impedivano il ritorno degli accidenti. Tutti i cordiali e sudoriferi, se non erano dolci, leggieri e benigni, non servivano che ad affrettare il progresso delle infiammazioni interne. In fine, se pure ne scampava (il che era ben di rado), pareva ch’eglino non da altro dovessero riconoscere la loro guarigione che dalla sortita del male al di fuori, allorchè questa notabilmente succedeva o per le sole forze della natura, o coll’aiuto dei rimedi tanto esteriori come interiori, che determinavano il sangue a scaricar sè stesso fuori del corpo dal maligno fermento, di cui esso era infetto, nella forma che si dirà più abbasso.
Bisogna anche por mente che un grandissimo numero di differenti specie di malati non risentivano accidenti che molto mediocri, la forza e malignità dei quali pareva assai minore di quella che tutto dì si osserva nei sintomi delle febbri infiammatorie o putride le più comuni, o in quelle che comunemente si chiamano maligne, eccettuati i segni del timore e della disperazione, che erano estremi o nel più alto grado; di maniera che di questo gran numero di malati, che sono morti, pochissimi ve n’ha avuto che dal primo istante del male non si sieno creduti perduti senza riparo, qualunque cosa potessero dire i medici per far loro animo. Anzi non pochi d’essi, quantunque comparissero innanzi all’accesso del morbo con un carattere di spirito costante, coraggioso, e risoluto ad ogni avvenimento, pure appena ne sentivano i primi assalti, che ai loro sguardi e ragionamenti era facile il conoscere quanto eglino fossero convinti che il loro male era irrimediabile e mortale, tuttochè nello stesso tempo nè il polso, nè la lingua, nè il male di testa, nè il colore della faccia, nè la disposizione dell’animo, nè in fine la lesione di qualche altra funzione del corpo umano, indicassero cosa alcuna di funesto, o dessero occasione di predizione così dura.
La terza classe è di coloro che erano bensì assaliti dagli stessi accidenti che sono riferiti nella seconda, ma in guisa che tali accidenti si sminuivano o sparivano da sè stessi al secondo o al terzo giorno, fosse effetto dei rimedi interni, o a cagione della notabile sortita de’ buboni e carboni, nei quali il maligno fermento, sparso nella massa del sangue, pareva tutto raccogliersi, di modo che questi tumori crescendo di dì in dì, e venendo poscia aperti, e giugnendo a suppurarsi, i malati scampavano dal minacciato pericolo, per poco che fossero aiutati. Avvenimenti sì facili indussero i medici a raddoppiar la loro attenzione durante tutto il corso di questo male, a fine di affrettare, per quanto comportava lo stato degl’infermi, l’uscita, l’elevazione, la suppurazione e apertura dei suddetti buboni e carboni, con intenzione di sbrigare il più presto che fosse possibile per tal via la massa del sangue dal funesto fermento che la corrompeva, aiutando la natura con un buon governo e con rimedi purgativi, cordiali e sudoriferi convenienti allo stato presente e al temperamento degli infermi.
La quarta ed ultima classe abbraccia tutti i malati che senza sentire alcuna commozione, e senza che apparisse alcun tumulto o lesione nelle funzioni, aveano dei buboni e carboni che crescevano a poco a poco, alcuni dei quali facilmente giugnevano alla suppurazione, ed altri divenivano scirrosi, e talvolta ancora, ma di rado, si dissipavano insensibilmente senza lasciare alcuna conseguenza fastidiosa; di maniera che senza alcun abbattimento di forze e senza mutare maniera di vivere, si vedeva quantità di tali infermi andare e venire nelle strade e piazze pubbliche, medicandosi eglino stessi con qualche semplice empiastro, o chiedendo ai medici e cerusici i rimedi dei quali abbisognavano per queste specie di tumori suppurati o scirrosi.
Il numero dei malati compresi in queste due ultime classi è stato sì considerabile, che si crede di poter dire senza esagerazione alcuna che da quindici a venti mila persone si sono trovate in tal caso, e che se il male non avesse preso spessissimo questa piega, ora non resterebbe in Marsiglia la quarta parte de’ suoi abitanti.
In fine i rimedj impiegati qui dai medici sono quelli che per la loro efficacia e maniera d’operare vengono giornalmente dalla lunga sperienza commendati, e riconosciuti proprj a soddisfare a tutte le indicazioni rapportate di sopra, non essendosi per altro ommessi alcuni pretesi specifici, come la polvere solare, il kermes minerale, gli elisiri ed altre preparazioni alessiterie comunicate da persone caritative e attente al pubblico bene; ma furono i medici dalla sperienza convinti, che tutti quei rimedj particolari non erano al più al più utili che a rimediare a certi accidenti; ed intanto riuscivano bene spesso contrarj a molti altri, e per conseguente, incapaci di guarire un male caratterizzato da un numero di diversi sintomi essenziali.
Metteremo ora qui i differenti metodi praticati per curare i malati compresi nelle suddette quattro classi. E, quanto a quelli della prima, purchè si faccia un poco d’attenzione alla natura degli accidenti rapportati di sopra, cioè al polso piccolo, ineguale e concentrato, ai ribrezzi del freddo, e al freddo universale, sopra tutto nelle estremità, e ai mali di cuore quasi continui, e a quelle facce piombine, smorte, cadaveriche, all’abbattimento generale di tutte le forze, egli sarà facilissimo (dicono quei saggi medici) di giudicare ch’eglino non avevano a ricorrere se non ai cordiali più attivi e più spiritosi, come la triaca, il diascordio, l’estratto di ginepro, il fioraliso, o sia giglio delle convalli, le confezioni di giacinto, d’alkermes, gli elisiri cavati dai misti, che più degli altri abbondano di sal volatile, le acque triacali e di ginepro, i sali volatili di vipera, d’armoniaco, di corno di cervo, i balsami più spiritosi, in una parola tutto ciò che è capace di animare, eccitare, fortificare; aumentando, raddoppiando e triplicando anche la loro dose ordinaria, secondo che il caso era più o meno pressante.
Tutti questi rimedj ed altri della stessa natura, erano senza fallo proprïssimi a rianimare e risuscitare, per così dire, le forze quasi estinte di quei poveri infermi, e pure (bisogna confessarlo con dolore) si vedevano perire quasi tutti subitaneamente; cosa che confermava il sentimento generalmente ricevuto, che la malignità del fermento pestilenziale è di una forza superiore a quella di tutti i rimedj. Ma essendo che essi medici in alcuni casi particolari ne videro un buon successo, perciò s’apre il campo a presumere (e pur troppo se ne professano essi convinti da una fatale sperienza) che la ritirata, e il non operare della maggior parte delle persone, le quali potevano dar soccorso, e la mancanza del nutrimento, dei rimedj e del servigio, siccome ancora la funesta persuasione d’essere assaliti da un male incurabile, e la disperazione di vedersi abbandonati senza riparo alcuno, tutte queste cagioni unite insieme hanno, più che la violenza del male, contribuito a far perire tanto subitaneamente sì gran numero di malati, non solo della prima classe, ma ancora delle seguenti. Perciocchè a misura che questa mortal paura del contagio è andata diminuendo, e che le persone vicendevolmente hanno dato aiuto l’una all’altra, la fidanza e il coraggio sono ritornati, e in una parola il buon ordine si è ristabilito in Marsiglia per l’autorità, la costanza e la vigilanza del sig. cavaliere di Langeron, per le somme attenzioni del signor governatore, e per le premure continue e infaticabili dei signori Escevini, e da lì innanzi si è veduto diminuire insensibilmente il progresso e la violenza di questo terribile flagello, e i medici hanno provata più felicità nel governo degl’infetti.
Quanto ai malati della seconda classe, la cura d’essi, più che quella dei precedenti, ha tenuto in esercizio i medici a cagione della moltiplicità e varietà degli accidenti, che nello stesso tempo offerivano molte indicazioni tutte meritevoli d’osservazione. Potevano queste ridursi a due principali, che esigevano tanto più d’attenzione e di prudenza, quanto più erano opposte; imperocchè si osservava nel medesimo malato un miscuglio prodigioso di tensione e di rilassamento, di freddo e di caldo, d’agitazione e di sopimento; di modo che erano essi medici obbligati a stare continuamente attenti per cacciare i maligni fermenti chiusi nelle prime vie, o sparsi in tutta la massa del sangue, senza però inferocirli, o a corregerli e a rintuzzarne l’attività, senza però indebolire l’infermo. Bisognava, per esempio, far vomitare, o purgare, senza irritare o consegnare gli spiriti; procurare una libera traspirazione, o il sudore, senza dare troppo moto o infiammare, fortificare senza troppo riscaldare; finalmente temperare senza rilassare: cose tutte ch’eglino procurarono d’eseguire col metodo seguente.
Supposto che fossero chiamati sul principio del male, e che l’infermo non sembrasse loro affatto abbattuto, gli prescrivevano tosto un rimedio proprio a nettare lo stomaco, cioè un leggier vomitivo, come l’ipecacuana, avuto sempre riguardo per la dose all’età e al temperamento, facendolo prendere in un poco di brodo o d’acqua comune. Usarono essi di rado il tartaro o il vino emetico per ischivare le troppo gagliarde irritazioni, se non allora che si trattava di corpi robusti e pletorici, o che qualche accidente particolare sembrasse richiederlo. Sollevano di poi l’azione del rimedio con quantità d’acqua tiepida o thè o decozione di cardo santo. Produceva ordinariamente questo primo rimedio un maggior abbattimento di forze; e però s’ingegnavano essi di fortificare l’infermo con qualche leggier cordiale, e massimamente colla triaca e col diascordio, perchè questi sono proprj a prevenire o fermare le soprappurgazioni.
A questi due rimedj tenevano dietro i purganti mediocri per nettare senza irritazione gl’intestini dalle materie grosse, che potevano opporsi all’operare degli altri rimedj, o al loro libero passaggio nei vasi. Questi purganti erano tisane rilassative fatte con senna e cristallo minerale, e ordinate per bevanda; le decozioni di tamarindi, o le infusioni d’erbe vulnerarie, nelle quali si dissolveva manna, sal prunello, cassia, sciroppi di cicorea col reobaro. A’ quali succedevano ancora i cordiali e alessiterj dolci, per fortificare e fermare le soprappurgazioni che infallibilmente avrebbono cagionato qualche funesto abbattimento di forze. E supposto che la triaca e il diascordio fossero insufficienti per soddisfare a questa ultima indicazione, essi aggiugnevano terra sigillata, coralli, bolo armeno, ec., che venivano renduti anche più efficaci in caso di necessità, mischiandovi qualche goccia di balsamo tranquillo o laudano liquido, cosa che ha prodotto buoni effetti in molti casi, non solamente per fermare le evacuazioni smoderate, ma ancora pei sogni e delirj frenetici, per le emorragie ed altri sintomi di questa specie.
La polvere solare d’Amburgo, il kermes minerale, ed altri rimedj, loro comunicati e molto raccomandati, sono stati impiegati come emetici e purganti, e talvolta con buon successo, avendo anche osservato che in alcuni casi hanno fatto sudare e traspirare; ma, come si è detto, comparvero sempre insufficienti ad operare la guarigione radicale di questo morbo.
Quanto ai sudoriferi, subito che essi medici osservavano qualche anche menoma disposizione a una traspirazione libera o al sudore, qualunque fosse il tempo della malattia, attendevano diligentemente a promuoverla, e tanto più da che alcuni scamparono per questa via, confessando essi valentuomini di sapere molto bene che tal sorta di crisi è raccomandata come salutevolissima da tutti gli autori che trattano di peste. Ricorrevano dunque ai cordiali riferiti di sopra, e massimamente alla triaca e al diascordio, ai quali si aggiugneva polvere di vipera, antimonio diaforetico, zafferano orientale, canfora, ecc. Veniva ajutato l’effetto di tai rimedj da bevande replicate di thè, infusioni d’erbe vulnerarie degli Svizzeri, acque di scabiosa, di cardo santo, di ginepro, scordio, ruta, angelica ed altre commendate per ispingere dal centro alla circonferenza, cioè per depurare la massa degli umori per la via dell’insensibil traspirazione senza troppo commovere; osservando sempre che i malati non fossero d’un temperamento troppo secco ed ardente, o che in procacciando troppo questa sorta di crisi, egli non venissero a restare esausti con loro rovina.
Si rimediava ai gran caldi, all’alterazione, o sete ardente con bevanda abbondante e replicata d’acqua di pane, orzate ed altre acque, nelle quali si faceva distogliere sal prunello o nitro purificato, mescolandovi di tanto in tanto alcune gocce di spirito di zolfo, o di nitro dolcificato o di vitriuolo, come ancora le confezioni di giacinto, d’alkermes, sciroppi di limone, o alcun altro leggier cordiale per ischivare la sopraccarica e il rilassamento.
Tutti questi rimedi impiegati a proposito e maneggiati colla dovuta prudenza, bastavano per soddisfare alle diverse indicazioni di questa seconda classe, purchè il terribil pregiudizio della incurabilità, la costernazione e la disperazione non ne sospendessero gli effetti; potendosi all’incontro citar molti esempli di coloro che, sostenuti da molta fiducia, coraggio e costanza, ne hanno provato un buono e salutevol soccorso; di maniera che la natura, coll’aiuto di essi fortificata, sollevata e sbrigata in parte dai maligni fermenti che l’opprimevano, e sopra tutto liberata dal pericolo d’infiammazioni interne per mezzo delle eruzioni esterne, voglio dire dei carboni, buboni, parotidi, ecc., altro più non occorreva che curare metodicamente questi tumori; al che si applicavano i medici dal principio del male con tanto maggior premura, quanto che avevano molto ben osservato che il destino degl’infermi quasi sempre dipendeva dal successo di queste sortite del morbo, la cura delle quali si dirà appresso.
Circa il metodo impiegato nel governo de’ malati della terza classe, conobbero i medici che principalmente doveva esso consistere in ben curare i buboni e carboni. Egli è vero che i sintomi, i quali si manifestavano dal principio nei malati di questa classe, erano quasi gli stessi che quei della seconda; e però si praticarono i rimedi proprj, come gli emetici dolci; i purganti leggieri e i sudoriferi della stessa specie, secondo le indicazioni occorrenti, facendo intanto osservare agli infermi una dieta molto esatta. Ma dipendendo, come è detto, il buono o tristo successo principalmente dalla notabil sortita e lodevol suppurazione de’ buboni e carboni, questi tumori erano sempre l’oggetto primario della diligenza e attenzione de’ medici, la cura de’ quali tumori è stata la seguente, comune a tutte le classi.
Cioè per conto de’ buboni, o sia delle parotidi, che comparivano in vari siti del corpo ove sono glandule ed emuntorj, in qualunque tempo che uscissero, si applicavano i medici a curarli. Se il tumore era picciolo, profondo e doloroso, e restava tempo per procurare di ammollirlo, si cominciava dall’adoperare cataplasmi emollienti e anodini. E perciocchè la miseria e l’abbandonamento non permettevano che si ricorresse a droghe scelte, si faceva preparare e applicar subito, e caldamente, una specie di pappa con mollica di pane, acqua comune, olio d’ulivo e qualche rosso d’uovo, o pure una grossa cipolla cotta sotto le ceneri, bucata prima e riempiuta di triaca, sapone, olio di scorpioni o d’ulivo, impiegando poscia per le persone comode i cataplasmi fatti con latte, mollica di pane, rossi d’uova e con polpe d’erbe e radici emollienti.
Ma perocchè i malati delle prime classi perivano spesso subitaneamente, e allorchè meno vi si pensava, in tal caso non si perdeva tempo, e senza altra applicazione di cataplasma s’accingevano i medici all’apertura del tumore. A questo effetto senza dilazione gli facevano applicare un caustico, o sia pietra da cauterio, o cauterio potenziale, lasciandovelo per lo spazio d’alcune ore, più o meno secondo la profondità, situazione e volume delle parti, e la costituzione grassa o magra dei malati. Formata l’escara, si tagliava e apriva senza ritardo per poter poscia meglio esaminare le glandule gonfiate, che bisognava appresso curare coi digestivi, dopo averle un poco tagliate, o pure estirparle s’elle erano mobili, e se si potevano cavare senza tirarsi dietro delle emorragie, le quali, secondochè si osservò, riuscirono sempre mortifere, quantunque mediocri; per la qual ragione giudicarono bene di rigettare il metodo di estirpare sì fatti tumori, usato prima che essi medici entrassero nell’afflitta città di Marsiglia. Quello di aprirli subito colla lancetta, benchè più spedito che quello de’ cauteri, sembrò loro in molti casi insufficiente e men sicuro, come quello che recava poco lume e che lasciava bene spesso dopo di sè degli ascessi, delle fistole e dei tumori scirrosi. Quanto alle ventose e ai vescicatorj, il loro effetto comparve pigro e inutile, e talvolta gli ultimi riuscirono pericolosi in certe persone, avendo prodotto l’applicazione d’essi delle infiammazioni interne, particolarmente nella vescica.
Ritornando dunque al cauterio o caustico, essendo formata l’escara e fatto il taglio colla precauzione di ben discoprire le glandole gonfiate in tutta la loro estensione per non lasciarvi delle reliquie maligne, non si badava ad altro che a curare queste medesime glandole per mezzo di buoni digestivi, che si formavano con parti eguali di balsamo d’arceo, d’unguento d’altea o di basilicon, aggiungendovi trementina e olio d’ipericon, che si mischiava esattamente. E posto che vi fosse una corruzione notabile nella parte, si aggiungevano alla trementina e all’olio d’ipericon le tinture di mirra, aloè, acquavite canforata e sale ammoniaco; tergendo poscia e nettando la marcia, allorachè era spessa e troppo corrosiva, con lavande fatte d’acqua d’orzo, mele rosato, canfora, o con le decozioni vulnerarie di scordio, assenzio, centaurea minore e aristolochia. Da che l’ulcera era ben nettata e le glandole gonfie interamente consumate per la suppurazione, altro non restava da fare che applicare un semplice empiastro per condurre la piaga a una perfetta cicatrice.
Per conto del curare i carboni, trovarono essi medici, tal sorta di tumori in un grandissimo numero d’infermi di tutte le classi, benchè meno frequentemente che i buboni; e si osservavano anche bene spesso nella medesima persona tutte e due queste eruzioni. Comparivano essi a tutta prima in forma d’una fistola o di un tumore bianchiccio, giallognolo o rossiccio, pallido nel suo mezzo, o di colore tendente al rosso scuro, che diveniva insensibilmente nericcio, con crosta, specialmente ne’ contorni.
S’intraprendeva tosto la cura d’essi carboni per via di scarificazioni, facendo dei tagli a diritta e a sinistra, nel mezzo e ne’ contorni, fino alla carne viva. E posto che l’escara fosse grossa e callosa, si forava con portar via tutta la grossezza e callosità, per quanto la situazione delle parti poteva permettere.
Non credettero que’ saggi medici a proposito l’adoperarvi de’ cauterj attuali o potenziali, perchè avendoli usati sul principio, osservarono che producevano delle infiammazioni sì considerabili, che ne seguitava poco appresso la cancrena. Il cauterio potenziale non riusciva bene che per i piccioli carboni, i quali guarivano quasi, senza verun soccorso. Dopo avere scarificati questi tumori, vi si applicavano sopra de’ piumacciuoli carichi di un buon digestivo, come si costumava anche per i buboni, con questa differenza, che ne levavano gl’ingredienti che fanno marcire, adoperando solamente triaca, trementina, balsamo d’arceo, olio di trementina. E posto che vi fosse della corruzione, vi si aggiungevano le tinture d’aloè, di mirra, di canfora, ecc.
Su i piumacciuoli si mettevano cataplasmi emollienti, anodini o spiritosi e risolventi, come sopra i buboni, secondo la diversità delle indicazioni. Nel suo proseguimento si faceva la stessa cura ai carboni che ai buboni, conforme all’esigenza dei casi. E se nel corso della suppurazione le nuove carni erano di tanta sensibilità che i digestivi applicati vi cagionassero un dolore vivissimo, come spesso accadeva, si sostituivano piumacciuoli carichi di unguento nutritum con riportarne tutto il buon successo che se ne sperava.
Il metodo per la cura dei malati della quarta classe era lo stesso che degli antecedenti, nè merita particolar menzione. Intanto il detto fin qui potrà bastare per istruzione ai giovani medici e cerusici, caso mai (il che Dio non voglia) avessero da governar gente infetta di peste, e nello stesso tempo affinchè il pubblico sappia quale speranza egli abbia a collocare in certi metodi particolari e in certi pretesi specifici sì vantati dal popolo e da alcuni empirici.
Finalmente con lettera sua a parte aggiugne il signor Chicoyneau, cancelliere dell’università di Montpellier (cioè uno dei tre suddetti medici inviati in soccorso di Marsiglia, che fino al dì 20 dicembre, 1720, assisterono continuamente alla cure di quel povero popolo, e fecero la relazione riferita fin qui), ch’egli non entra ad esaminare la cagion primaria d’un male sì funesto, persuaso che nulla si possa dire intorno a ciò che non sia molto problematico; e che tutto quello che ne hanno scritto gli autori e i più valenti fisici è puramente un’ipotesi, e a nulla può servire per la guarigione degl’infermi. Perciò soggiugne egli che necessariamente convien contentarsi di por ben mente alle cagioni evidenti che sono effetti della cagion primaria, essendo queste cagioni evidenti indicate dai sintomi del morbo.
Per altro dice egli che dopo molte sue riflessioni ed osservazioni sopra il contagio, egli non è affatto persuaso che questo male si comunichi per contatto, ma ben più tosto per via di miasmi o corpicciuoli, i quali scappano fuori o dalle mercatanzie infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore, e che si spargono per l’aria, o, mischiati con gli alimenti, producono i lor funesti effetti sopra i corpi e spiriti mal disposti; di maniera che la ripienezza, le crudità, le passioni dell’animo, e sopra tutto il terrore, la tristezza, e l’agitazione degli spiriti danno a questi corpicciuoli forza di operare con tanta malignità. Anzi asserisce egli di non aver osservato caso alcuno di peste in Marsiglia (nella quale città nondimeno egli aveva veduto perire di tal morbo quasi 50 mila persone) che non se possa attribuire con più giusto titolo ad alcuna delle suddette cagioni, più tosto che al contagio. Finalmente scrive egli d’aver assistito con molti suoi colleghi medici, dappoichè giunse in quella città, a un grandissimo numero d’appestati, e ch’eglino gli aveano toccati, maneggiati ed esaminati, come se questo fosse stato un male ordinario senza provarne alcun sinistro effetto, e col non prendere altra precauzione che quella di fare un solo pasto per giorno all’ora del pranzo, essendo eglino per altro persuasi che tutti i preservativi che si è costumato di praticare in simil caso sono più tosto nocivi che utili. Così il signor Chicoyneau.
OSSERVAZIONI Intorno all’antecedente Relazione.
Ora io aggiugnerò che quantunque sia verissimo che nulla suol influire alla guarigione degli appestati il disputarsi fra i medici qual sia la cagione primaria di questo morbo desolatore; tuttavia chi potesse penetrare nella cognizione de’ suoi veri primi principj, potrebbe anche giovare assaissimo al pubblico, se non per la cura, almeno per la preservativa. Anzi bisogna guardarsi di non istabilir qui, e in trattando ancora delle cagioni seconde e delle maniera di operare di questo morbo, massima alcuna che tornasse poi in danno al pubblico. Perciocchè quando non sia evidente il sistema che possa formare taluno intorno alla pestilenza (il che non avverrà giammai), ragionevol cosa è che citiamo più tosto col volgo in ben custodirci anche più di quel che conviene, che in seguitare le opinioni filosofiche con pericolo di non difenderci abbastanza. Dico ciò, perchè, a udire il signor Chicoyneau dubitante, se tal morbo si comunichi per contatto, ma par questo un quasi far coraggio alla gente che si vadano ad appestare. Certo è che per contatto e contagio intendiamo il toccarsi insieme de’ corpi, ed è lo stesso in tal caso il toccarsi un corpo umano, o un panno infetto di peste, che il toccare gli spiriti pestilenziali che sino a una tal distanza possono diffondersi da quel corpo o panno. Ma se noi mettiamo che non dal contatto di queste cose infette proceda l’appestarsi d’un uomo poco prima sano, egli potrà liberamente e senza precauzione praticare con infetti e maneggiar robe appestate, senza timore che gliene abbia a venir male. Ma questa opinione il buon popolo, e molto più i saggi, hanno da cacciarla via colle pertiche, anche senza esaminarla, non essendo saviezza il farne, senza necessità, la sperienza con pericolo della propria vita. E tanto più poi perchè non si sa intendere come mai venga nè pure in pensiero a persone che riflettano alquanto ai passi d’una peste, ch’ella non si comunichi per contatto o contagio. La peste de’ buoi l’abbiam veduta; e ciò che avviene in tal disavventura a quella specie di animali, è un vivo ritratto di quanto è altre volte succeduto e può succedere di nuovo agli animali ragionevoli. Si toccava con mano che le tali e tali stalle erano infette, perchè per la vicinanza del morbo o esse bestie avevano conversato con altre ammorbate, o pure con uomini che aveano praticato con buoi appestati. Le lontane si salvavano; e se in siti remoti saltava su un sì micidial malore, indagando si trovava la maniera e via per cui era stato portato colà. E l’aver subito sequestrate le bestie infette e gli stessi padroni, con far loro dì e notte le guardie, non solo tratteneva che il male non s’inoltrasse, ma giunse ancora ad estinguerlo in alcune stalle nel cuor del paese, dove era passato sul principio (e se ne sapeva il come) allorachè si faceva men diligenza per impedire la comunicazione degli infetti co’ sani. Salvossi in tal maniera la maggior parte del ducato di Modena e di Reggio, con evidente documento che, tolta essa comunicazione, cioè il contagio o contatto, venivano anche tolti i piedi al morbo per avanzarsi. Altrettanto visibilmente accade anche oggidì in Provenza nella fiera mortalità degli uomini, ed accaderà in tutt’altro paese. La vera peste non nasce come i funghi, nè ha l’ali di volar lontano se non gliele prestano gli uomini stessi.
E però su tal riflessione dee maggiormente animarsi lo zelo dei principi e de’ maestrati d’Italia a procurare che il morbo desolatore della Provenza, il quale per via di contatto si va sempre più dilatando per quelle contrade, non valichi l’Alpi, e non riduca in solitudine anche le città e campagne d’Italia. Supposto sempre l’aiuto potentissimo di Dio, si può tener lungi un sì tiranno avversario. Se le diligenze umane han fatto che per lo spazio di novant’anni la Lombardia, la Toscana ed altre parti d’Italia si sono preservate dalla peste, e se ne preservarono infin quando nel 1656 le città di Roma, Napoli e Genova provarono questo terribil flagello, perchè non potrà sperarsi il medesimo felice effetto anche oggidì, se metteransi in opera quelle diligenze e que’ rigori che non sono mai abbastanza in casi di tanta necessità e interesse del pubblico? L’esempio è notabilissimo, e tale da far di nuovo coraggio ai nostri medesimi tempi e paesi, purchè oggidì si adoperino quelle sbarre che saggiamente furono in altri tempi usate. Ma se si addormenterà chi è obbligato ad abbondare in vigilanza, se non si metterà una forte briglia all’ingordigia del privato interesse, se si vorrà lasciare aperto il passo a merci straniere, benchè non necessarie, procedenti da paese sospetto, affinchè le gabelle e dogane non patiscano danno; la desolazione pur troppo verrà, cioè per non perdere un poco si perderà tutto, e arriveremo a mirare quella grande scena che fa ora tanta paura, e pure non par temuta abbastanza da chi potrebbe e dovrebbe far molto per tenerla lontano, e forse nol fa.
Un’altra massima de’ medici che hanno operato in Marsiglia, è quella di attribuire tanta rovina nel genere umano a varie altre cagioni, più tosto che al contagio. E tali cagioni sono, secondo essi, l’indisposizione de’ corpi e degli spiriti animali dell’uomo, cioè la troppa copia o crudezza degli umori, le passioni dell’animo, e sopra tutto il terrore e la tristezza. Incontrandosi in corpi e spiriti sì mal disposti certi corpicciuoli e miasmi che escono da merci infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore (vorran dire gli influssi delle stelle) e che volano per l’aria, o si mischiano con gli alimenti, se ne produce, secondo essi, il terribilissimo morbo e la morte di tanti, in guisa che più tosto all’indisposizione interna degli uomini, che alla maligna attività di quei corpicciuoli s’hanno da imputare questi mortiferi effetti. Primieramente si vuol rispondere che l’attribuire la cagion della peste alle costellazioni (se pure d’esse si parla), è sentenza oramai troppo rancida, conoscendosi chiaramente che la forza delle stelle non fa all’improvviso uscir fuori la vera peste in qualche paese, s’ella non vi è portata da un altro già infetto. Nè può credersi che escano dalle viscere della terra i corpicciuoli pestilenziali, siccome nè pure che entrino mischiati con gli alimenti nell’uomo, perchè niuno in tal sistema sarebbe sicuro, anche astenendosi dal praticar persone o robe infette; il che è contrario alla sperienza e all’asserzione d’innumerabili autori che si sono trovati a questo medesimo fuoco. Ed ultimamente il signor Bartolomeo Corte, dottissimo medico di Milano, in una sua lettera quivi stampata intorno alle Cagioni della peste ha assai concludentemente provato non poter venire la peste nè dall’aria, nè dai nutrimenti cattivi.
Secondariamente godo io che que’ valenti medici rilevino e facciano ben ravvisare i cattivi effetti del terrore, della tristezza e dell’altre passioni dell’animo, allorachè la pestilenza arriva con mal talento di spopolare le città. Imperocchè, abbattuti gli spiriti animali nell’uomo e tolto l’equilibrio agli umori del corpo, riesce facile al morbo l’entrare in una piazza sì mal difesa e l’atterrarla anche prestissimo. Perciò colla scorta di moltissimi altri autori ho anch’io nel Trattato del Governo della Peste sommamente raccomandato, e più d’una volta, l’armarsi allora di fiducia, di coraggio, di persuasione di non dover essere colto dal male, e di guardarsi con particular cura dalla tristezza, dalla paura, dal terrore, dalla disperazione; poichè questi abbattimenti d’animo fanno la strada all’abbattimento ancora della vita del corpo. Quand’anche non fosse vera tale opinione, pure non potendo essa dall’un canto nuocere, e potendo forse dall’altro giovare assaissimo, ottimo consiglio sarà sempre il tenerla e figurarsela per vera. E quantunque, presa che si sia la peste, non paia che sia da attribuirsi, siccome vorrebbono i medici suddetti, la morte delle persone alla funesta persuasione che il male sia incurabile, o alla disperazione, o ad altre simili gagliarde passioni dell’animo, essendochè il terrore, la malinconia, ed altre perniciose affezioni sono effetti quasi inseparabili del morbo preso, che è micidiale, e non già cagioni ch’esso morbo diventi micidiale; tuttavia gioverà ancora sposare sì fatta opinione, perch’essa in fine può recare singolar giovamento e non mai nocumento agl’infermi. Certo noi veggiamo che il solo terrore, anche senza la peste, cagiona di gravissimi sconcerti nella sanità delle persone; e l’abbandonarsi poi un malato a questa e ad altre somiglianti passioni, può dare il tracollo a ogni speranza di riaversi. All’incontro il coraggio serve a rinforzare i conati che fa la natura per iscaricarsi del nemico interno. Servirà a ciò l’esempio degli stessi medici che hanno operato in Marsiglia, i quali, ancorchè continuamente conversassero con appestati e li maneggiassero, nè usassero particolari preservativi, pure si son salvati in mezzo a sì fiero conflitto; e ciò a cagione, per quanto essi sostengono, dello sprezzo ch’essi facevano di quel male, e del coraggio che rinforzando i loro spiriti, li rendeva abili a resistere agli spiriti pestilenziali, e a non risentirne offesa. In somma, secondo tale opinione, avviene lo stesso nel conflitto della peste che accade nella guerra; chi ha più cuore e men paura d’ordinario non è vinto, e vince gli altri. Che se la filosofia non sapesse ben trovarne la ragione, e movesse qui di grandi difficoltà, poco importa; anzi sarà sempre meglio il fortificare, che il tentare d’abbattere una sì fatta sentenza, perchè sentenza utile, e non pregiudiziale ad alcuno.
In terzo luogo. Ma non si può, ne si dee già menar buono al signor Chicoyneau ch’egli metta per più nocivi che utili tutti i preservativi che si costumano in tempo di peste. Si esalti pure qual preservativo gagliardo il suddetto coraggio; ma escludere poi tutti gli altri, questo è troppo; e una tal massima potrebbe tirarsi dietro delle conseguenze sommamente funeste. Non v’ha dubbio, di tanti preservativi per la peste, de’ quali è fatta menzione ne’ libri che trattano di questo argomento, moltissimi saranno inutili, ed alcuni ancora nocivi, siccome anch’io ho accennato nel Governo della Peste; ed alcuni ancora utili, perchè usati troppo spesso, o in troppa quantità, potranno divenir pregiudiziali alla salute. Ma non per questo s’hanno da screditare e sconsigliare universalmente alla rinfusa. Con tutto il nostro bel dire egli non è certo che il coraggio, la fidanza e l’intrepidezza sieno bastevoli a difendere il corpo umano dagli assalti di questo potentissimo e feroce avversario. Adunque esige la prudenza che aggiugniamo a questo anche altri preservativi, o esterni o interni, i quali maggiormente si trovino commendati dalla sperienza e dai saggi, a fine di ottenere con più sicurezza il grande intento di salvare la vita d’un uomo. Purchè sieno riconosciuti per incapaci in sè stessi di nuocere, e si prendano colla dovuta moderazione, e solo nella necessità; che male si farà a valersene, quando, per parer d’altri e per fondate ragioni, si può credere o sperare che riescano di giovamento? Troppo distruggono queste nuove opinioni; e il saggio ha da adoperarle con discretezza, altrimenti è da temere che si paghi caro, cioè con lasciarvi la vita, la troppo poca stima delle opinioni de’ vecchi e dei preservativi innocenti in tante altre pesti adoperati, e giudicati giovevoli. Meglio è fallare moltiplicando senza bisogno i riguardi e i ripari, allorchè si tratta d’un sì poderoso nemico, che trascurandoli o sprezzandoli tutti per bizzarria d’opinioni. E però sia bensì l’intrepidezza uno de’ preservativi, ma non sia sola; e si ponga mente anche ad altri mezzi che sempre più potranno custodire illesa fra’ pericoli la salute del corpo.
In quarto luogo merita d’essere e ricordata e lodata, siccome molto ingegnosa, l’opinione d’alcuni dottissimi uomini dell’età nostra, che son d’avviso consistere la peste, non meno de’ buoi che degli uomini, in certi maligni sottilissimi vermicciuoli che corrompono il sangue e gli umori del corpo, e che la propagano col moltiplicarsi e insinuarsi ne’ panni e nelle persone di chi vi si accosta. Così hanno creduto, per tacer d’altri, il celebre P. Kirchero e il vivente rinomatissimo signor Vallisnieri; e non ha molto in Milano l’ha sostenuta il soprallodato signor medico Corte in una sua lettera stampata intorno alle cagioni della peste. Ma per quanto accennai nel lib. 2, cap. 10 del Governo della Peste, è ben soggetta a molte difficoltà una tale sentenza. Imperocchè traspirando pei fori della gente appestata corpicciuoli atti ad infettar altre vicine persone, ed essendo anche portati per l’aria, con restarne in qualche maniera impregnato l’ambiente degli infetti, bisogna per conseguente ammettere una mirabil sottigliezza in questi pretesi vermicciuoli, e farli volare per aria vivi e compiuti, e dar loro quella mole stranamente minuta che noi diamo agli spiriti che escono del corpo. Io vo’ mettere che non sia assurdo l’immaginare, nè impossibile il trovare di questi per così dire atomi animali, incomparabilmente minori degli acari, ma certo è difficilissimo il provare o mostrare che esistano o sieno essi i promotori e disseminatori della peste. Che se si trovano vermi ne’ corpi appestati, forse non ne vanno senza gli umori del corpo anche fuori de’ tempi di pestilenza, ed anche in sanità. E poscia sì fatti vermi dovrebbono appellarsi effetti più tosto che cagioni d’esso morbo, e tanto più perchè, osservati in qualche persona infetta, non saranno mai di quella estrema mirabil minutezza che necessariamente bisogna supporre in essi, se hanno da galleggiare, o sia nuotare e muoversi per l’aria. Oltre di che se il sangue o altri fluidi sono il loro elemento, come poi ne vivono fuori? Come si mantengono vivi in panni e merci per molto tempo? E ciò sia detto col rispetto dovuto ai filosofi di tanto nome, e alla loro, se non vera, certo giudiziosa sentenza, potendo essere ch’eglino sapranno ben dileguare queste ed altre difficoltà che potrebbono farsi; benchè in fine poco giovi e poco importi se sieno animati o inanimati que’ sottilissimi corpicciuoli che van facendo tanta strage sulla terra, perchè in tutti e due questi sistemi l’hanno fatta, e la faran tuttavia.
Intanto verrò io dicendo che dovendo noi cercare non il nuovo, ma il vero, sembra più probabile e fondata, e soggetta a men difficoltà, l’opinione antica e corrente, cioè: altro non essere la peste che corpicciuoli, effluvj, atomi e particelle sottili e velenose, le quali, o sia, come anch’io credo, sempre vivo il loro seminario nei vasti paesi dell’Asia e dell’Affrica, che ne vanno regalando talvolta anche l’Europa, o sia che essi talvolta spuntino fuori per accidental corruzione in qualche popolo, penetrano nelle interne parti dell’uomo, ed ivi con subitanea ferocia sconvolgendo gli umori e atterrando gli spiriti, cagionano quei tanti sintomi che sono descritti nella Relazione di sopra, conducendo in tal guisa le persone a pagare con gran fretta il tributo della natura, se pure non le aiuta il benefizio degli emuntorj, a’ quali tenta naturalmente la massa del sangue infetto di condurre il maligno fermento per isgravarsene. Non occorre cercare se questi velenosi corpicciuoli sieno di arsenico o d’altra sorta di veleno. Basta sapere che possono appellarsi veleno, da che producono lo stesso effetto che il veleno; e può dirsi che fra tanti veleni, tutti possenti ad atterrar l’uomo, la peste ne sia uno che formi una sua specie particolare. Se crediamo al signor Chicoyneau, la forza d’uccidere non è già in questi corpicciuoli, ma sì bene loro la dà la mala disposizione de’ corpi umani, ne’ quali per avventura abbiano essi l’adito. Non mi metterò io a negare risolutamente questa partita; anzi dirò di giudicarla assai probabile, per non dir certa, ma in forma differente da quello che crede il medico suddetto. Per cattiva disposizione egli intende il trovarsi nel corpo umano troppa copia di sangue o d’altri fluidi, o pure questi indigesti e crudi, ovvero l’animo tutto sconvolto da qualche gagliarda passione. Io per me tengo che un’altra più larga e a noi occulta disposizione d’umori e di spiriti si richiegga nell’uomo, affinchè gli effluvj pestilenziali possano ivi esercitare la loro attività. Perciocchè alcuni, anche paurosi, anche melanconici, anche malsani, non risentono verun danno dal praticare con appestati; e coloro che son colpiti una volta da questo atrocissimo morbo, e ne guariscono, d’ordinario sono sicuri di non provarlo più. Lo stesso avviene de’ vaiuoli, della rosolia, e di simili morbi, che non cagionano i lor maligni effetti nel corpo umano, se prima in esso corpo non trovano una disposizione che è incomprensibile a noi ed occulta. E può osservarsi il medesimo arcano in altri morbi epidemici, endemici e sporadici. Ora io crederei più proprio e più fondato il dire che i corpicciuoli pestilenziali quei sono che seco portano l’abilità e forza di sconcertare ed abbattere il microcosmo umano, e non già che loro la somministri l’interna cattiva disposizione dell’uomo, avvegnachè senza tal disposizione non sogliano essi far uso della lor fierezza. Quello che più importa si è, che dovendo ogni persona in tempi di peste dubitare e temere di portare dentro di sè una disposizione a contraere questo terribil male, dee per conseguenza camminar con riguardo, e molto più studiosamente cercare di preservarsi, che non fa chi, non avendo mai provato i vaiuoli, desidera anche di non provarli giammai.
Ma un’altra rilevantissima osservazione vo’ io qui aggiugnere, accennata già nel Governo della Peste, non che io osi tenerla e spacciarla per certa e indubitata, ma perchè a me sembra almeno probabilissima, e da avervi particolar attenzione in tempi di tanta miseria. Coloro che non hanno allora bisogno alcuno di trattar con gente infetta o sospetta, stieno pure alla ritirata, abbondino in preservativi anche inutili, e studino tutte le cautele anche superflue e vane; che in fine meglio è, trattandosi d’un sì feroce nemico, eccedere nella troppa che nella troppo poca difesa. Ma tanti altri ci sono, che per necessità o del loro impiego caritativo, o del vitto, non possono a meno di non conversare con appestati, e debbono toccarli e maneggiarli: ora che preservativi debbono essi portare con seco? Quanti ne possono, rispondo io, ed anche una carretta; ma insieme aggiungo, inclinar io forte a credere che si debba ridurre, e si riduca in fatti, ad un solo punto il gran segreto per preservarsi dalla peste (anche trattando con chi ne è già tocco, anche stando in mezzo alle città appestate), cioè al saper difendere dagli spiriti ed effluvj pestilenziali le due porte della umana respirazione, voglio dire il naso e la bocca. Il che dicendo, non escludo mai, anzi amo sempre in compagnia di questo preservativo l’altro del coraggio e della fidanza, con escludere que’ brutti ceffi del terrore e della malinconia. So che la comune sentenza vuole che anche per la cute s’introduca la peste. Ma ecco i motivi che io ho da dubitarne: e non sarà inutil cosa che valenti filosofi e medici ne facciano un più accurato esame. Già abbiam premesso come sentenza più probabile dell’altre che la peste consista in corpicciuoli e spiriti sottilissimi e velenosi. La struttura del corpo umano vivente è costituita in maniera che col calore e moto del sangue e col vigore elastico dell’aria inchiusa ne’ vasi e respirata continuamente sta in esso una tensione al di fuori; cioè per un certo meccanismo gli spiriti ed umori sono in qualche forma spinti e inclinati ad uscir fuori per tutta la circonferenza del corpo. In effetto quasi sempre per li pori della cute vanno insensibilmente uscendo spiriti e particelle dal corpo umano in tal guisa, che secondo la statua del Santorio, una tal traspirazione ogni dì ascende a una considerabile quantità.
Ciò posto, facilmente s’intende come entrati nell’uomo essi spiriti velenosi, e introdotto nel sangue e negli altri umori un pessimo fermento, ivi si formi una fierissima corruzione, per cui gli spiriti ed umori prima sani, si rendono maligni ed omogenei al fermento entrato, ed agitati forte scappano poi fuori anche per li pori, non che pei soliti meati della respirazione, potendo essi per conseguenza portar l’infezione ad altri non infetti. Ma sarà ben difficile il provare che tali spiriti ed effluvj pestilenziali possano introdursi per i fori della cute in un uomo, da che loro è chiuso l’adito e fatta resistenza dagli altri spiriti ed umori che per l’interna pressione traspirano o cercano di traspirare dal corpo d’ognuno. La forza che dal di dentro spinge al di fuori, è evidente nella struttura degli animali. Ma, giacchè l’attrazione è omai troppo screditata fra i migliori medici, si penerà ad assegnare una forza al di fuori che possa cacciar dentro per via de’ pori una torma di spiriti velenosi, e tale da vincere l’opposta interna forza, che tende ad espellere; e tanto più perchè l’accuratissimo Malpighi nel suo Trattato dell’Organo del Tatto osservò formarsi della cuticola ne’ vasi escretorj del sudore una certa pellicella convessa, che a guisa di valvula sembra impedire l’ingresso ai fluidi esterni.
Si può forse dare che applicati con forza alla cute dell’uomo alcuni corpi, come unzioni, liquori, empiastri, cataplasmi, ecc. possono introdurre pei fori qualche lor particella sottile; benchè più probabilmente sia da chiamar bene spesso un’illusione quel credere con tanta facilità che tali corpi applicati al di fuori operino con penetrare ne’ corpi per la cute, quando essi solamente giovano, se pur giovano, o con difendere dall’aria nociva, o con fomentare il calore nelle parti offese o pure con ammollire, cioè con rarefare i pori, pei quali poi esce sottilizzata l’interna nociva materia; o finalmente col penetrare, non già per la cute, ma per la bocca o pel naso, nel corpo umano mercè delle particelle sottili ed odorose, nocive o giovevoli che vanno da essi emanando. Non parlo dei caustici, perch’essi colle loro particelle aguzze ed infiammatorie rompono la tessitura della cute, applicate ad essa, e si fa sentire al di fuori la loro operazione. Parimente non parlo nè delle cantaridi, nè del mercurio esteriormente applicato nelle unzioni, perchè ne’ medesimi possono concorrere delle ispezioni particolari.
La maniera con cui ne’ corpi viventi operano, o nocendo o giovando, gli altri corpi, non rade volte si asconde anche agli occhi più acuti di chi contempla la natura; e molte sentenze passano per vere solamente perchè ci riposiamo sulla corrente degli scrittori e dell’uso, ma non perchè un diligente esame ci abbia persuasi della loro verità e certezza. Serva per esempio la torpedine. Tanti e tanti, sì antichi come moderni, hanno insegnato avere in sè quel pesce la virtù d’istupidire la mano che il piglia; e ciò appunto potrebbe rammentarsi per provare che certi spiriti velenosi trovano benissimo l’adito per penetrare dentro la cute dell’uomo. In fatti non è questa una favola, avendone fatta la prova anche l’attentissimo Redi, il quale nondimeno confessa che bisogna stringer forte la torpedine, se ha da cagionare stupore e dolore nel braccio. Veggasi ancora il Willugby nella Storia de’ Pesci. Ma il celebre Borelli avendo con più attenzione e con esperimento più esatto esaminata questa faccenda, tiene non operar la torpedine per qualche aura velenosa che da lei si tramandi, perchè toccata e maneggiata quando essa riposa, ed anche prendendola stretta colla mano nelle parti laterali, non nuoce. Allora dunque solamente induce stupore e dolore quando la mano stringe il torace di lei vicino alla spina, dove sono de’ nervi e muscoli in gran copia; perciocchè insorgendo in quel pesce un tremore e uno scotimento gagliardo, questo si comunica alla mano e al braccio, cagionando in essi una sensazione molesta, anzi insoffribile. Che poi il preteso veleno della torpedine passi all’uomo fino per l’asta o per le funi delle reti, questa è una frottola secondo il suddetto Borelli. Lo stesso probabilmente è da sospettare d’altre simili immaginazioni. Comunque nondimeno ciò sia, quand’anche si ammettano corpi che introducano nell’uomo le lor parti sottilissime, verisimilmente si troverà ancora che da qualche vibrazione o forza esterna sono introdotte sì fatte particelle. Ma ciò non appare già ne’ corpicciuoli pestilenziali, che, siccome sciolti, leggieri, svolazzanti e non applicati con forza, sembra per conseguente che sieno incapaci di entrare per li forellini della cute, nè son già descritti per corrosivi da potersi fare strada per essa. Anzi quando anche il corpo avesse piaghe o ferite, non perciò questo veleno sembra atto a penetrare e infettare per quella parte, giacchè tanti e tanti commendano i cauterj per preservativo della peste medesima, e la rogna vien creduta giovevole in tal tempo: il che è sommamente da notare. Nè l’Elmonzio è un autore di tanto credito che s’abbia a riposare sulla sua fede, allorchè narra che, capitata a certuno una lettera scritta da città appestata, appena apertala, cominciò costui a sentirsi nelle dita un dolore come di punture d’aghi, e appresso a tremare con tutto il corpo; del che egli morì fra pochi giorni. O la storia non sussiste, o se sussiste, può attribuirsi l’infezione di costui all’aver egli bevuto gli spiriti pestilenziali chiusi nella carta col tirare del fiato. Nè un altro simile esempio, poco però verisimile, recato dal Diemerbrochio, può fare stato, perciocchè infiniti altri hanno maneggiato e maneggiano corpi e robe infette senza provare puntura veruna alle mani; il che parimente avvien tutto dì a coloro che toccano altri veleni e materie mortifere, le quali se non entrano o per ferita fatta, o pei canali del respiro, nessun danno recano alle persone. Nè alcuno dei tanti medici i quali hanno conversato con sì gran numero di appestati, e ci han lasciato le loro osservazioni su questo morbo, ha mai accennato che l’accesso del medesimo si risentisse alla cute o per qualche dolore, o anche per semplice prurito; siccome nè pure ciò si osserva nella comunicazione de’ vaiuoli e d’altri malanni epidemici, simili nel corso, benchè diversi nella ferocia dalla vera peste.
All’incontro una via certa e indubitata per nuocere all’uomo, l’hanno i corpicciuoli pestilenziali, ed è quella del respiro; e questa è la facile per introdurre il nemico in casa, e per portar tosto a dirittura l’incendio nelle viscere e nel sangue; e questa è la confessata da chiunque ha scritto di questo fierissimo morbo; nulla importando se non ben sappiamo tutte le vie per le quali l’aria respirata si comunica ad esso sangue, perchè basta sapere che si comunica. Dal corpo infetto non v’ha dubbio che si fa una copiosa emanazione di effluvj per i pori della cute e per la respirazione. Si diffondono per l’aria questi atomi o spiriti maligni fino a quella distanza ove può giugnere la maggiore o minore vibrazione che si fa dal calore che li spinge fuori, o pure più lungi, se l’aria impregnata d’essi viene per avventura mossa da altro corpo. Osservisi nondimeno che se l’aria commossa giugnerà a segregare e diradare la massa di questi corpicciuoli micidiali, tanto meno sarà da temer d’essi; e può essa facilmente disperderli in maniera che quand’anche alcun d’essi si bevesse col respiro, pure non avrà assai forza per nuocere. Chi dunque si troverà nell’ambiente di un corpo appestato vivo (poichè de’ non viventi, quantunque appestati, cioè de’ cadaveri, è cosa dubbiosa se s’abbia a temere) costui, se non istà in guardia, in tirando il fiato, di leggieri si tirerà addosso anche l’infezione, perciocchè verrà insieme coll’aria a tracannare quegli spiriti maligni. Nè qui sta tutto il pericolo. Siccome accade a chi maneggia corpi odorosi o sta loro vicino, e massimamente se qualche calore o percossa mette in moto gli spiriti odorosi di quel corpo, che le sue vesti e mani ed altre membra portino via con seco di quelle particelle odorifere; così ai panni e ad altre robe degli infetti e di qualunque altra persona che entri nell’ambiente dell’aria da loro respirata e degli spiriti venefici emananti dal corpo loro, insensibilmente si attaccano particelle pestilenziali, le quali asportate possono lungi di là essere tirate col fiato da altri sani, e comunicar loro l’infezione e la morte. E questa medesima, s’io mal non m’oppongo, è l’economia con cui anche tanti altri malanni epidemici, ma non così feroci e micidiali come la peste, cioè i vaiuoli, la rosolia, i flussi di sangue, certe febbri maligne o petecchiali, ecc., si dilatano talvolta pel popolo, con cagionare pericolose malattie, e morti non poche.
Ora posto questo sistema, il quale mi contento che nol creda vero chi in occasione sì funesta può custodirsi col ritiro, dico che chiunque è in necessità di praticar gente infetta o sospetta di peste, dee farsi coraggio, e non figurarsi che il vedere un infermo di questo terribil morbo, e il doversegli accostare e toccar lui e le robe sue, abbia tosto a far cadere lui pure infermo o morto. Lasciata anche stare quella natural disposizione che alcuni godono, e probabilmente altri formano in sè stessi mediante l’intrepidezza, per resistere agli spiriti micidiali della peste, purchè si studino essi di ben difendere le suddette due porte della respirazione, hanno quasi da tenersi in pugno la loro salvezza, anche trattando con persone appestate. Tanti medici e cerusici ed ecclesiastici, ed altri che hanno toccato e curato essi infermi o maneggiate le robe loro, ne sono usciti illesi; non per altro, a mio credere, se non perchè seppero custodirsi in maniera che non entrò col respiro nel petto loro effluvio alcuno, procedente da corpo o robe infette; o se vi entrò, entrò corretto, mortificato, o mutato da altri effluvj antipestilenziali e preservanti. È un bell’esempio quello del sacerdote fiorentino che con la spugna inzuppata o spruzzata di buon aceto (sarebbe lo stesso di un fazzoletto) si preservò sempre in mezzo agl’infetti siccome si raccoglie dalle Giunte che ho fatto al mio Governo della Peste. Ma si può dire lo stesso di tant’altri che si sono salvati, dovendosi per l’ordinario attribuire la lor salute a questa buona difesa. Che se attestano i medici di Mompellieri che non venne loro danno alcuno dal luogo lor conversare con tanti appestati di Marsiglia, quantunque scrivano di non aver usato preservativo alcuno fuorchè quello del coraggio, quanto più poi dovrà sperare di passarsela netta chi al coraggio e all’intrepidezza aggiugnerà eziandio que’ preservativi che possono impedire l’introduzione de’ corpicciuoli velenosi pei canali del fiato, cioè per quella probabilmente unica via ch’eglino hanno per nuocere?
Io so che anche riducendo a questo il pericolo d’infettarsi, non si toglie perciò ch’esso pericolo non sia grandissimo. Ma da che si sa da qual parte il nemico o il ladro ha da tentare l’entrata, egli non è tanto difficile il mettersi in difesa. Già nel suddetto Governo della Peste colla scorta dei migliori ho rapportato gran copia di profumi e d’altri corpi odorosi, che per la maggior parte son atti o a tener lontani, o a correggere in guisa gli effluvj pestilenziali, che o non passino nelle persone, o passino senza ritener più la possanza di nuocere. Dee ognuno studiarsi secondo la sua prudenza di valersene, e con ricordarsi sempre di difendere sè stesso non solo dagli altrui, ma anche da’ propri panni, con profumarli dipoi, qualora si sia conversato con infetti o sospetti, ma senza sottilizzarla tanto che si apprenda in ogni oggetto e movimento la propria morte. Giungono alcuni a temere che fin le mosche ed altri insetti possono apportar loro da qualche luogo infetto il congedo per l’altro mondo; e chi credesse ad altri buoni scrittori di questo argomento, udirebbe simili casi strani intorno alla maniera di prendere il morbo, e che gli spiriti pestilenziali si conservano per anni e anni ne’ panni, nelle funi, e infin nelle tele di ragno, con altre avventure che fan battere forte il cuore a chi è figliuolo della paura. Ma oltre a tanti rimedi e preservativi inutili e vani per la peste che si leggono in certi libri di cerretani, vi ha ancora non poche favole o immaginazioni alle quali non dee punto fermarsi l’uomo saggio e coraggioso. Similmente dee deporsi la credenza che la peste venga dall’aria corrotta, essendo ciò falso a riserva di quella che attornia i corpi e le robe infette. Ed ogni minimo venticello, purchè possa ben giocare e sventolare, è atto a scuotere dai panni e a dispergere per l’aria tutti i corpicciuoli maligni, siccome avviene de’ panni che han preso l’odore se stanno esposti all’aria suddetta. E non v’ha dubbio che può un sano passeggiate per città appestata, e attendere a’ suoi affari, senza pericolo d’infettarsi, purchè cammini o stia in una competente distanza dall’altre persone, e vada tenendo munite con qualche odore antipestilenziale le porte del respiro. Ferrara, e tanti altri luoghi assediati intorno intorno dal morbo divoratore, che pure in essi non penetrò, o se penetrò, vi fu ben presto soffocato ed estinto; e tanti monasteri di religione che in mezzo a città infette si son valorosamente preservati illesi, sono ben chiari documenti che questo malore non procede dall’aria; e ch’esso non si comunica se non per contagio o contatto nella forma che si è detto di sopra, e che può molto bene accordarsi il dovere star saldo in una popolazione appestata col potersi difendere dalla peste, purchè si sappia ben custodire da’ suoi velenosi effluvj il respiro. Replico nondimeno dovere bensì questa sentenza far cuore a chi sarà necessitato a comunicare con gente infetta o sospetta; ma non dover già essa rendere alcuno temerario. Cioè non hanno le persone poste in sì fatta necessità da lasciar l’uso di quelle vesti alle quali men che all’altre possono attaccarsi i semi della pestilenza; non hanno senza gran bisogno da accostarsi ad infermi, non fermarsi a bel diletto nelle loro stanze. In una parola, per le ragioni recate, possono tenere per vera essa sentenza, siccome giovevole ad accrescere l’intrepidezza; ma nello stesso tempo debbono praticare ogni altra possibil cautela e riguardo, come s’ella non fosse vera; perchè in tal maniera si verrà a soddisfare al bisogno e alla prudenza. E ciò basti per ora.
Modena, 25 febbrajo, 1721.
FINE.
[ INDICE]
| Brevi Cenni intorno alla vita e alle opere dell’autore | [pag. v] |
| Prefazione e Dedicazione | [1] |
| LIBRO PRIMO | |
| GOVERNO POLITICO. | |
| Capo I. Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie | [17] |
| Capo II. Argini e difese da opporsi affinchè il contagio non accosti. Con quali diligenze se gli abbia a disputar l’ingresso e l’avanzamento. Entrato il morbo, tentativi per soffocarlo. Quarantena proposta a questo effetto | [32] |
| Capo III. Alleggerire le città d’abitatori. Poveri se si abbiano da escludere. Libertà ai cittadini di ritirarsi in villa. Fuga utile e permessa a tutti, fuorchè alle persone necessarie per la repubblica | [42] |
| Capo IV. Necessità di magistrati prudenti e attivi pel governo della peste. Autorità e rigore conveniente ad essi. Loro cautele per preservarsi. Elezione d’altri subordinati. Non doversi forzare i medici alla cura degl’infetti; e come governarsi per conto d’essi | [48] |
| Capo V. Peste comunicata pel contatto dell’aria, de’ corpi e delle robe appestate. Come l’una parte del paese abbia da difendersi dall’altra. Regolamento pel trasporto delle vettovaglie. Non occultare il morbo. Uffizio de’ medici, e maniera di opprimere la pestilenza introdotta | [56] |
| Capo VI. Commercio fra le persone come da regolarsi, qualora non si possa opprimere la peste. Lazzeretti e sequestri, e attenzione agli infermi. Provvisione per li mendicanti. Cimiteri pubblici fuori della città. Regole per li medici, cerusici, confessori, e loro segni. Sequestro de’ fanciulli e delle donne. Provvisioni per li beccamorti. Commercio fra’ cittadini e contadini | [65] |
| Capo VII. Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla sperienza. Necessità e utilità del coraggio in tali casi | [80] |
| Capo VIII. Come si possa guardare dall’aria infetta. Odori preservativi, e varie ricette. Odori sottili e calidi. Maniere di purgar l’aria delle case e delle città | [92] |
| Capo IX. Commercio di robe infette proibito. Necessità di prima espurgarle. Tre maniere di spurgo. Più utile e più facile è quello dei profumi. Dose e metodo per profumar robe, case ed altri luoghi. Ordini rigorosi per lo spurgo, e necessità di questo rimedio | [101] |
| Capo X. Cautela per esentar dallo spurgo varie robe. Provvisioni per gli cani e gatti. Monete ed altri metalli se suggetti a portar infezione. Regole per le robe ed animali. Luoghi eletti pel commercio de’ commestibili, e maniera di farlo. Se si dia contagio disseminato o dilatato dalla malizia. Riflessioni intorno a’ mali effetti del terrore, e cautela | [116] |
| Capo XI. Preparamento di lazzeretti per gl’infetti e pei sospetti. Regole per luoghi tali. Danni che provengono dai lazzeretti; sequestri ed altri rigori. Precauzioni necessarie. A chi si possa permettere il sequestro. Attenzione sopra i beccamorti | [130] |
| Capo XII. Luogo e regole della quarantena. Se sieno necessari 40 giorni per essa. Regolamenti per l’introduzione delle vettovaglie. Obbligazione dei ricchi di soccorrere i poveri. Doversi facilitare il fare i testamenti. Cura degli spedali e delle prigioni | [143] |
| LIBRO SECONDO | |
| GOVERNO MEDICO. | |
| Capo I. Regole mediche per preservarsi dall’aria. Ricette varie per profumi. Come si debba governare nell’uso del mangiare e bere; del sonno e della vigilia; del moto e della quiete, e delle passioni dell’animo. Grande utilità dell’intrepidezza, e del coraggio | [154] |
| Capo II. Cauteri commendati per preservarsi dalla peste. Quali persone più facilmente contraggano il morbo. Salassi e medicine solutive, preservativi biasimati. Amuleti o pericolosi, o dubbiosi contro la pestilenza. Attenzione de’ magistrati contro chi spaccia rimedi vani o nocivi. Sacchetti preservativi. Olio del Mattiolo utile anche nella preservativa | [166] |
| Capo III. Preservativi da prendersi per bocca. Erbe e tavolette a questo effetto. Mitridato minore commendato da molti. Altre bevande, polveri, conserve, elettuari, vini, unguenti, ecc., creduti preservativi. Aceto, e lodi d’esso, e di acidi contro il veleno pestilenziale. Metodo d’alcuni medici per preservarsi nel commercio con appestati | [183] |
| Capo IV. Rimedi curativi della peste. Nessuno specifico e sicuro finora trovato. Periodo delle pestilenze in una città, principio, mezzo e fine e lor diversi effetti. Medicamenti come trovati efficaci in una peste e non in altre. Salassi e medicine solutive, rimedi allora o pericolosi o nocivi | [211] |
| Capo V. Sudoriferi uno de’ rimedi più commendati nella cura della peste. Varie ricette di questi | [224] |
| Capo VI. Altri medicamenti per curar la peste. Quali usati ne’ contagi del 1630 e 1656. Canfora commendata assai, e varie composizioni canforate. Solfo, e suoi pregi contro la pestilenza. Bolo armeno, triaca, diascordio, ed altri antidoti o lodati, o riprovati | [234] |
| Capo VII. Metodo da tenersi nel curar gl’infetti. Sudoriferi rimedio creduto il più utile degli altri. Aforismi intorno ai sudori, e maniera di far sudare. Camere degl’infermi come s’abbiano a custodire. Quai cibi e bevande loro convengano | [255] |
| Capo VIII. Buboni, carboni e petecchie: sintomi ordinari di questo morbo. Pronostici intorno ai buboni. Tre maniere di curarli. Più sicura dell’altre quella di condurli alla suppurazione. Vari empiastri utili o efficaci per maturar buboni. Metodo e medicamenti vari per finirne la cura. Uso dei vescicanti | [266] |
| Capo IX. Carboni pestilenziali. Pronostici intorno ad essi. Vari metodi per curarli poco lodevoli. Maturarli e separarli, maniera più commendata dell’altre. Vari medicamenti per questo effetto, ed altri per levar via l’escara | [282] |
| Capo X. Petecchie, febbre, delirio, vigilia, sonno, vomito, siccità di lingua, emorragie, ed altri sintomi delle pestilenze. Sollecitudine necessaria in curar per tempo gl’infetti. Veleno pestilenziale se coagulante o squagliante il sangue. Quai rimedi maggiormente s’abbiano ad aver pronti per i tempi della peste | [300] |
| LIBRO TERZO | |
| GOVERNO ECCLESIASTICO. | |
| Capo I. Necessità di ricorrere a Dio e di placarlo, massimamente in tempo di peste. Quali in pericolo dì contagio abbiano da essere le incumbenze de’ vescovi e degli altri ecclesiastici per tener lungi il morbo; e quali i preparamenti prima ch’esso venga | [316] |
| Capo II. Quanto sia necessario il coraggio nei tempi della pestilenza. Fede e speranza, virtù divine e fonti d’intrepidezza e di giubilo. Bontà e misericordia di Dio ricordate ai peccatori. Rassegnazione a Dio, e darsi tutti a lui | [326] |
| Capo III. Uffizio de’ vescovi venuto il contagio. Provvisione di ministri e d’altri soccorsi temporali e spirituali. Lazzeretto per gli ecclesiastici. Consolare e animare il popolo colla presenza e con altri aiuti. Varie licenze da concedersi dal prelato. Messe ove da dirsi. Prediche e processioni come da farsi. Quali regole in tempo di generale quarantena | [334] |
| Capo IV. Uffizio de’ parochi e confessori prima del morbo, e venuto il morbo. Cautele per le chiese e per i confessionari. Se i parochi sieno tenuti a ministrare i sacramenti agl’infetti, e quali sacramenti. Come si possa ministrare la Penitenza, il Viatico e l’estrema Unzione. Voti, quali da persuadersi | [347] |
| Capo V. Carità verso il prossimo quanto essenziale al cristiano, e massimamente nelle calamità d’una peste. Obbligazione de’ secolari in tempi tali di soccorrere il prossimo. Varie maniere di esercitare, la carità. Confraternità della misericordia. Lode di chi assiste alla cura dei suoi parenti infermi | [365] |
| Capo VI. Carità de’ principi verso i loro sudditi. Maggiore si esige dagli ecclesiastici che dai laici e molto più dai benefiziati. Obbligazione dei regolari. Doversi in caso di necessità impiegare anche i vasi sacri. Carità eccellentissima di chi si espone alla cura degl’infetti. Come s’abbiano da preservare tali caritativi | [377] |
| Capo VII. Pietà e divozione quanto necessarie in tempo di pestilenza. Malvagità d’alcuni, che diventano allora peggiori. Quali prediche si convengano per costoro. Esercizi per accrescere e nutrire la pietà. Lezione spirituale, orazioni vocali, meditazioni e giaculatorie | [390] |
| Capo VIII. Ricorso all’intercessione de’ santi; ma spezialmente ricorso a Dio. Sua immensa bontà, e meriti di Gesù che ci fanno coraggio. Amore e divozione verso Gesù e speranza in lui; utili e necessarj soccorsi in ogni tempo, ma in quei massimamente delle calamità. | [398] |
| Capo IX. Riguardi per conservare illesi i conventi de’ religiosi. Varie cautele a tal fine ed altre in caso che v’entrasse il male. Quando sieno tenuti i religiosi a ministrare i sacramenti agl’infetti e quando gli ecclesiastici secolari. Monasteri delle monache come s’abbiano a custodire, e regole se vi penetrasse la peste. Esortar la gente allo spurgo. Dopo il contagio promovere la pietà. Conformità al volere di Dio cagione della vera tranquillità | [407] |
| Relazione della peste di Marsiglia | [429] |
| Osservazioni intorno all’antecedente Relazione | [447] |
PUBBLICATO
IL GIORNO XXX GENNAJO
M. DCCC. XXXII.
Se ne sono tirate due sole copie
in carta turchina di Parma.