NOTE:

[1]. Canto XIII, st. 73.

[2]. Nicolò da Casola bolognese indirizzò nel 1358 il suo Attila, poema in lingua francese, ad Aldobrandino d'Este e a Bonifazio Ariosti:

Por fer a le Marchis da Est un riche don,

Ovoiremant a suen oncles dam Boniface il baron.

Il Dolfi pretende che Bonifazio sposasse Misina figlia di Azzo d'Este.

[3]. Nel diploma dell'imperatore non si trova nominato Ugo, il maggiore dei fratelli Ariosti, che però in una lettera del duca di Ferrara Ercole I è detto anch'esso conte e cavaliere.

[4]. Lod. Ariosto, Opere minori, ordinate e annotate per cura di F. L. Polidori. Firenze, 1857, tomo I, pag. 360.

[5]. Riportiamo in Appendice una lettera dell'arcip. Lodovico (Docum. I).

[6]. Schivenoglia, Cronaca di Mantova. Milano, 1857, vol. II, pag. 167. — Diario ferrarese in Muratori, Rer. ital. scrip., vol. XXIV, col. 237. Nicolò di Leonello d'Este, notizie da noi pubblicate negli Atti e Memorie di storia patria. Modena, 1870, vol. V, pag. 422 e 436 in cui si riporta una lettera dello stesso Nicolò d'Este diretta al Mag. Lorenzo de' Medici in data 16 dicembre 1471, che narra distesamente i particolari dell'attentato.

[7]. Vita di Lod. Ariosto, scritta dall'ab. Girolamo Baruffaldi. Ferrara, 1807, pag. 12.

[8]. Croniche di Reggio lepido originate secondo le vite de' suoi Vescovi, di Fulvio Azzari reggiano. Tomi 2, in-fol. MS. presso la Bibl. Estense di Modena.

[9]. Memorie stor. di Reggio. Carpi, 1769, T. III, pag. 563, e non già tomo I, pag. 612, come dice il Baruffaldi.

[10]. Vita di Lod. Ariosto, cit., pag. 32.

[11]. Questo figlio di Lucrezia Borgia nacque secondo l'Azzari il 7 settembre 1505 e secondo il Panciroli due giorni dopo. Gli fu posto nome Alessandro, in memoria di papa Alessandro VI padre di Lucrezia. Morì poco dopo «per non essere il parto a termine», come nota anche Bonaventura Pistofilo nella Vita di Alfonso I, da noi pubblicata negli Atti e Memorie di storia patria (Serie I). Modena, 1865, vol. III, pag. 493. Il Frizzi fa che il parto succeda a Rovigo: errore invece di Reggio.

[12]. Tacoli, Memorie storiche di Reggio. Parma, 1748, Tomo II, pag. 789.

[13]. Relazioni dei Governatori di Reggio al duca Ercole I di Ferrara, per cura del cav. Giovanni Battista Venturi. Vedi Atti e Memorie di storia patria. Serie III, vol. II. Modena, 1884, pag. 269.

[14]. Notizie per la vita di Lodovico Ariosto, tratte da documenti inediti a cura di Giuseppe Campori, 2ª ediz. Modena, 1871, pag. 13 e 14.

[15]. Nicolò non aggradì in quest'officio a' suoi stessi colleghi ed al popolo, di che abbiamo prova in 23 Sonetti satirici contro il medesimo da noi pubblicati per la seconda volta nelle Rime edite e inedite di Antonio Cammelli detto il Pistoia. Livorno, 1884, pag. 251 e segg.

[16]. Vita di Lod. Ariosto, l. c., pag. 23.

[17]. Ariosto, Opere minori, cit., Tomo I, pag. 346 e 362.

[18]. Campori, Notizie per la vita di Lodovico Ariosto, ediz. cit., pag. 21-22, ove si notano due pagamenti fatti nel 1502 e 1503 all'Ariosto per l'ufficio suddetto ch'era rimasto ignoto a tutti i biografi del poeta.

[19]. Poesie latine edite e inedite di Lodovico Ariosto, studi e ricerche di Giosuè Carducci. 2ª ediz. Bologna, 1876. E veggasi anche la nota alla lettera latina inedita dell'Ariosto, [pag. 1] del presente volume.

In tale proposito crediamo opportuno riferire il seguente epigramma inedito dell'Ariosto, tratto dal codice Estense VI. B. 29 nel quale è scritto due volte:

Sum dat es, est; et edo dat es, est: genus unde, Magister,

Estense ? an quod sit dicitur, an quod edit?

[20]. Dante, Paradiso, c. VIII, in fine.

[21]. Essendo solito uccidere capponi ed oche che incontrava ne' campi altrui, il padre gli scrisse nel 1494 che dovesse astenersene, e attendere piuttosto a studiare.

[22]. Lettere storiche, di Luigi da Porto. Firenze, Le Monnier, 1857, pag. 156. Veggasi pure a pag. 109.

[23]. Storia della corte di Roma e di papa Alessandro VI, cap. 61.

[24]. Bonav. Pistofilo, Vita di Alfonso I, l. c., cap. IX. — Il Pistofilo, segretario e favorito del duca, avrebbe avuto tutto l'interesse a tacere la presenza del cardinale al delitto, se non fosse stata troppo allora palese. Anche il Guicciardini l'afferma.

[25]. Ariosto, Orlando furioso, c. XXXVI, st. 8.

[26]. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara. Ferrara, 1796. Tomo IV, pag. 207.

[27]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. IX.

[28]. Francesco de' Mantovani, Libro di alcune croniche. Ms. presso la Bibl. Estense di Modena. Per congratulare della scoperta congiura non mancarono lettere mandate da varie parti, e abbiamo da Modena la seguente diretta al duca Alfonso: — «Ill. Princeps et Excell. d. nr. sing. — Mandiamo a V. Ecc. per Oratori nostri li spettabili dottori di legge mess. Lodovico Bellencino cavaliero e mess. Giovanni Sadoleto, i quali in nome nostro si condoleranno con quella della congiurazione fatta e ordinata contro la persona di V. Ecc., e successive si congratuleranno che Dio abbia preservato per sua benignità la prefata V. Ecc. da simile detestabile congiurazione.

«Così preghiamo quella si degni dare fede circa ciò ad essi nostri Oratori come a noi proprii: ed a quella ci raccomandiamo di continuo.

«Mutinae, die XIV aug. 1506.

«E. Ex. V. fidel. servit.

«Sap. presidentes Reipubl. Mutinae.»

[29]. Francesco de' Mantovani, Croniche mss. citate.

[30]. Antonio Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Tomo IV, pag. 205, ediz. di Ferrara, 1796.

[31]. Pompeo Litta, Famiglie celebri italiane.

[32]. Diomede Guidalotto nel suo Tirocinio delle cose vulgari (Bologna 1501), parlando di Angela Borgia quand'anche trovavasi in Roma, dice in un sonetto a Cristoforo Valdes:

Chi ad Angiola già pose il divin nome,

Fu, Cristofor mio, certo uom ch'ebbe ingegno,

Chè costei passa di natura il segno,

Da ornar, non una sol, ma cento Rome.

Che occhi vid'io, che man, che petto!... ecc.

È ricordata anche dall'Ariosto, Orlando furioso, c. XLVI, st. 4. Nella Cronaca modenese di Tommasino Lancillotto (Parma, 1862, T. I, pag. 141-42) si riporta il seguente fatto che ci dà prova della condotta dell'Angela Borgia anche dopo il suo matrimonio con Alessandro Pio: «Domenica, a dì 8 settembre 1510. La mogliera del sig. Alessandro Pio signore di Sassuolo è stata menata via da Sassuolo dal sig. Galeazzo Pallavicino in parmigiana, e lei ci ha dato Sassuolo nelle mani per essere della parte dei Francesi, contro la voglia del suo consorte».

[33]. Ariosto, Opere minori, Tomo I, pag. 849.

[34]. Idem, ivi, pag. 267 a 276.

[35]. Ariosto, Opere minori, Tomo I, pag. 251.

[36]. Canto III, st. 60-62, e canto XLVI, st. 95.

[37]. Lettera d'Isabella d'Este duchessa di Mantova al cardinale Ippolito, del 5 febbraio 1507, in Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, libro III, capo III.

[38]. Fin dal 1486 venne rappresentata in Ferrara la commedia de' Menecmi di Plauto, traduzione fatta ad istanza di Ercole I, la cui sola messa in scena gli costò mille scudi, e diedesi pure il Cefalo, favola pastorale di Nicolò da Correggio. Ma senza estenderci su questi spettacoli, ricorderemo almeno di aver rilevato dalla Cronaca del Zambotto, che per festeggiare l'arrivo in Ferrara di Lucrezia Borgia sposa ad Alfonso d'Este vennero recitate dal 3 all'8 febbraio 1502 cinque commedie tradotte da Plauto, e cioè l'Epidico, le Bacchidi, il Milite glorioso, l'Asinaria e la Casina.

[39]. Bonav. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. XI.

[40]. Ariosto, Furioso, canto XL, st. 3.

[41]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. XIV.

[42]. Antichità Estensi. Modena, 1740, tomo II, pag. 296. Veggasi anche a pag. 410, ove in proposito della scomunica data dal papa a Cesare I nel 1597 col privarlo di Ferrara, Cento, la Pieve ed altri luoghi di Romagna, dice: «come lo spirito pacifico e mansueto, lasciato dal divino Salvatore per eredità alla sua Chiesa, potesse mai per beni temporali procedere a tanti castighi e maledizioni contra di un principe cattolico.»

[43]. Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 140 e 141.

[44]. Campori, Notizie ecc., l. c., p. 43.

[45]. Antichità Estensi. Modena, 1740, tomo II, pag. 298.

[46]. Da Parma scriveva al suo segretario in Ferrara di mandargli «il corsetto, la gola di ferro, li spallazzi, la braga di maglia, li scanni, le balle e il guizzotto».

[47]. Una lettera del duca in data 5 settembre 1510 rammenta fra questi un Alfonso Ariosto, come parve anche al Frizzi nelle sue Memorie storiche della nobil famiglia Ariosti. Vedi Raccolta di opuscoli, ecc. Ferrara, 1779, tomo III.

[48]. Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 137.

[49]. Isabella d'Este marchesana di Mantova così scriveva al cardinale Ippolito suo fratello in Parma sotto la data del 7 dicembre 1510: «Io mi conforto, che da tutti quelli che vengono da Ferrara mi è certificato che gentiluomini, cittadini, artisti, preti, frati e donne con grande animo lavorano alli ripari, e sono in buona disposizione di difendersi e star saldi; che mi fa sperare che li nemici si pentiranno d'andarvi.»

[50]. Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 232. V. anche nel Furioso, canto XIV, st. 2 a 9, e c. XXXIII, st. 40 e 41.

[51]. A tale oggetto il duca aveva già mandato a Roma il celebre giureconsulto reggiano Carlo Ruini, ma il papa non accettando scuse e giustificazioni, proruppe in nuove lagnanze contro il duca, accusandolo di tirannia, imputandogli l'uccisione di Ercole Strozzi la notte del 6 giugno 1508 e di un prete ricco a denari e per beneficii, come pure di aver coniata moneta falsa di cui aveva le prove, e perciò disse aver deliberato di privarlo giuridicamente del feudo di Ferrara (Campori, Notizie ecc., l. c., p. 47-48).

[52]. Ariosto, Furioso, canto XIV, st. 4.

[53]. Anselmo Micotti, Descrizione di Garfagnana. Ms. presso la R. Biblioteca Estense di Modena.

[54]. Giovio, Vita di Alfonso I, trad. del Gelli. Fir., 1553, pag. 127.

[55]. Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 283.

[56]. Idem, Furioso, canto XXXV, st. 2.

[57]. Il Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 174, seguendo la Cronaca di Jacopo da Marano, dice che il cardinale Ippolito ritornò a Ferrara il 7 luglio 1516. Vi è certamente l'errore di un mese, poichè a [pag. 146] di questo volume riportiamo una lettera del cardinale datata di colà il 10 giugno.

[58]. Vedi lettera dell'Ariosto, 25 dicembre 1509, [pag. 9] a 11 del presente volume e note relative.

[59]. Campori, Notizie ecc., l. c., pag. 56, ov'è pubblicata per la prima volta la lettera del cardinale. La riportiamo in appendice alla presente edizione, avendo rilevato essere tutta di pugno dell'Ariosto.

[60]. Il Baruffaldi dice che il vicario del cardinale a Milano era Beltrando Costabili, confondendolo forse col socio del beneficio. Vita di Lod. Ariosto, pag. 178.

[61]. Bonaventura Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. II. Questa vita rimase imperfetta al cap. CIV per la morte dell'autore avvenuta il primo ottobre 1533, un anno prima di quella del duca. È lodata dal Muratori perchè scritta da persona molto bene informata delle cose da lui stesso trattate a nome di Alfonso I; ma pecca di soverchia parzialità al medesimo.

[62]. Napoléon III, Études sur le passé et l'avenir de l'artillerie, liv. I, chap. 2 (Bataille d'Aguadel).

[63]. A' suoi maggiori cannoni d'assedio pose nome di diavolo, di gran diavolo e di terremoto (ricordandolo anche l'Ariosto nel Furioso, c. XXV, s. 14), e così chiamò Giulia una famosa bombarda perchè fatta col bronzo della statua che i Bolognesi avevano innalzata a Giulio II col magisterio del divino Michelangiolo. Su questa bombarda stanno nell'Archivio di Stato in Modena degli Epigrammi a penna dettati da diversi autori in latino ed in italiano, ed eccone un saggio:

Tela Jovis supero, tremefactaque pondera terræ,

Alphonsi Estensis machina facta manu....

Chi non dirà che Giove e 'l ciel s'adiri,

Se avvien che 'l fulminar mio si rimiri?...

Gli avanzi delle artiglierie del duca Alfonso conservaronsi in Modena sino alla fine del secolo scorso, in cui se ne appropriarono i Francesi.

[64]. Pietro Ghinzoni, Nozze e commedie alla corte di Ferrara nel febbraio 1491 (v. Archivio storico lombardo, anno XI, fasc. IV, dicembre 1884). La citata grida aggiunta in fine dal traduttore dei Menecmi ci fa conoscere che la recita venne eseguita sulla riduzione libera in ottava e terza rima che fu poi stampata a Venezia 1528 e 1530, due edizioni molto scorrette. L'Anfitrione, commedia di Plauto recitata la sera dopo, fu tradotta prolissamente in terza rima da Pandolfo Collenuccio. Trovasi pubblicata a Venezia nel 1530, e da ultimo nella Biblioteca rara del Daelli (Milano 1864); ma convien credere che per recitarla (e ciò avvenne anche due volte nel 1487) si dovesse accorciare in più luoghi, giacchè a darla conforme la stampa, e con intermezzi, sarebbe occorso troppo tempo.

[65]. Francesco de' Mantovani, nel suo Libro di alcune croniche, mss., parlando di Lucrezia, dice: «Il papa li voleva bene, a tale che niuno non poteva ottenire beneficii, se non per via di lei, e per questo guadagnava un tesoro.» Il Raynal, Ann. Eccles., dichiara che le fu talvolta ceduto dal padre il governo temporale di Roma.

[66]. Veggasi a pag. XXXV, nota 2 del presente volume.

[67]. Ariosto, Opere minori, vol. I, pag. 327.

[68]. Archivio storico italiano. Appendice, tomo II (Firenze, 1845), pag. 307 e 308.

[69]. «Oltre cento mila scudi d'oro di dote.... e molte gioie e argenti, ch'ella portò seco venendo a marito, papa Alessandro dette anco all'illustrissima casa d'Este il dominio di Cento e della Pieve. Oltre di questo, come si soleva pagare di censo e per ricognizione di Ferrara alla Sede Apostolica quattro mila scudi l'anno, dedusse il censo a cento ducati l'anno, col consenso del sacro Collegio de' cardinali.» Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. V.

[70]. Gli diresse un carme latino, e gli fece l'epitaffio in morte. Opere minori, tomo I, pag. 333 e 361. Lodato anche nel Furioso, canto XLII, st. 83.

[71]. Pompeo Litta, Famiglia d'Este. — Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 361 in nota.

[72]. Simone Fornari, La Sposizione sopra l'Orlando furioso di L. Ariosto. Fiorenza, 1549, pag. 690-91. Vedi anche Carducci, Delle poesie latine edite e inedite di L. Ariosto, ed. cit., pag. 192-195; e Campori, Notizie di Lod. Ariosto, pag. 47, in nota.

[73]. Girolamo Mugiasca (il Comasco) scriveva da Bologna il 30 giugno 1508 al cardinale Ippolito d'Este: «Della morte del signor Ercole Strozzi qua se ne parla assai, e la pubblica voce è che la cagione della morte sua sia stato il signor Alessandro da Sassuolo. Oggi parlando con uno quale dirò a V. S. a bocca, m'ha detto che ne vien data imputazione a Mesino del Forno, benchè non gli sia da credere. Iddio sa la verità!...» (Arch. di Stato in Modena).

[74]. Al capitolo II.

[75]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LVIII.

[76]. Idem, ivi, cap. XXXVII.

[77]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. XXXIX.

[78]. Idem, ivi, cap. XL.

[79]. Questa pittura doveva rappresentare il trionfo di Bacco nell'India, poi sembra che per essere stato un egual soggetto trattato da altri, si volesse mutare.

[80]. Nel maggior travaglio della duchessa venne incaricato un tal Colle alias Libo d'implorare l'aiuto di Dio con una speciale pregaria, che incomincia: Oh! creante, e increato; ed egli riferendo di averlo fatto prosteso nella sua solitaria camera con fervore e lagrime infinite, soggiunge che all'ultima sillaba dell'orazione «fu rapito nel più alto cielo, dove fra le divine e maravigliose cose vide una cattedra tanto ricca e tanto bella, che lo admirabile suo lavoro cosa impossibile narrar sarebbe, sopra la quale era questo motto: locus Lucretiae»! (Arch. di Stato in Modena).

[81]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. V.

[82]. Frizzi, Storia di Ferrara, ediz. cit. T. IV, pag. 263.

[83]. Gregorovius, Lucrezia Borgia, secondo documenti e carteggi del tempo. Traduzione dal tedesco di Raffaele Mariano. Firenze, Le Monnier, 1874, pag. 291, 314-319.

[84]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. XLVIII.

[85]. Antichità Estensi, tomo II, pag. 323. Il Muratori espone che si vergognerebbe di riferir cosa cotanto ripugnante al decoro di papa Leone, e di cui l'animo grande di papa Giulio non sarebbe stato capace, se il famoso storico Francesco Guicciardini non avesse levato il velo a tentativo sì enorme. Ma il Guicciardini dice che si cercò solo di avere a tradimento la porta di castel Tedaldo in Ferrara (come Giulio II, stando in Bologna, tramò pure di averla), non di far assassinare il duca. Vedi Storia d'Italia, libro XIII, in fine: e ciò sta in relazione all'ultima parte del processo contro il Gambara.

[86]. Ariosto, Satira II, v. 102.

[87]. Dante, Purgatorio, canto XXIV, v. 24.

[88]. Bon. Pistofilo, l. c., cap. L.

[89]. Abbiamo tre edizioni della Lettera del duca, una di Ferrara e due di Venezia, di 4 carte in forma di quarto piccolo. La risposta della corte di Roma impressa in quella città è di carte 20, più altre 4 carte in fine che contengono la ristampa della Lettera del duca, nel formato pure di quarto piccolo.

[90]. Il Muratori parla della Lettera o Manifesto del duca contro Leone X, ma sembra che non conoscesse la risposta che vi fece la corte di Roma. Antichità Estensi, tomo II, pag. 326.

[91]. Rinaldo Ariosto aveva tre figliuole, Lucrezia e Costanza maritate ne' conti Antonio e Ruggiero da Bagno, e l'altra per nome Bianca (oltre ad Ercole naturale che si fece frate minore di S. Francesco), non aventi diritto alla successione dei beni feudali. La marchesana di Mantova sentendo che le facoltà libere lasciate dal conte Rinaldo si trovavano molto scarse, fu sollecita di raccomandare con lettera del 21 luglio 1519 al duca di Ferrara le due sorelle Lucrezia e Costanza affinchè potessero conseguire il pagamento di due mila scudi che il padre aveva loro assegnato per dote. — La parentela dei da Bagno cogli Ariosto prestò occasione al nostro Poeta di indirizzare unitamente al proprio fratello Alessandro e a Lodovico da Bagno la Satira II, e tanto più che quest'ultimo fu anche cancelliere del cardinal d'Este.

[92]. Il Fattor ducale in Ferrara era capo direttore dei beni Camerali colla presidenza all'economia e contratti privati del principe. L'amministrazione dei beni Camerali era giudice in causa propria, e questo privilegio venne conservato altresì in Modena sotto gli Austro-Estensi finchè durò il loro dominio.

[93]. Supplica dei fratelli Ariosto al duca Ercole II, che si vedrà riportata come ultimo documento sotto il n. XVII.

[94]. Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 307 e 308.

[95]. Ariosto, Opere minori, tomo II, pag. 356, nota 4.

[96]. Questa seconda possessione formava forse il miglior beneficio ecclesiastico fra quelli avuti dal cardinale Ippolito, e che l'Ariosto fu obbligato di rinunciare, cessando di servirlo.

[97]. March. Giuseppe Campori, Notizie inedite di Raffaello d'Urbino negli Atti e Memorie di storia patria. Modena, 1863, Tom. I, pag. 130: e vi è pure per la prima volta stampata la suddetta lettera del Paolucci.

[98]. Ariosto, Opere minori, Tom. II, pag. 352.

[99]. Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 283 e 284.

[100]. Guido Panciroli, Storia della città di Reggio, trad. di Prospero Viani. Reggio, 1846, lib. VII.

[101]. E qui pure sarebbe a dire che l'Ariosto poteva in una successiva rivoltura di cose correr pericolo di veder su lui rinnovata la minaccia fatta al commissario fiorentino, e andar sommerso nell'acque della Turrita e del Serchio, a somiglianza di quanto fu detto per l'incarico avuto presso Giulio II.

[102]. Anselmo Micotti, Descrizione cronologica di Garfagnana, ms. presso la Biblioteca Estense di Modena.

[103]. Di queste tasse e diritti di somministrazioni di fieno e paglia per mantenimento di cavalli od altro parlano gli Statuti delle Vicarie di Garfagnana posseduti nella Biblioteca Estense di Modena; ed un prospetto levato dagli Statuti di Camporgiano fu pure presentato dal compianto prof. cav. Olinto Dini alla Deputazione di storia patria di cui faceva parte (v. Atti e Memorie della Deputazione suddetta. Modena, 1864, Tom. II, pag. VI). Il celebre Fulvio Testi, che nel 1640 andò governatore di Garfagnana, ha nelle sue Lettere: «chi si diletta d'aver nette le manine caverà 1300 in 1600 scudi l'anno, computandovi il certo e l'incerto: chi ha la coscienza più larga si provecchierà 2500 e fors'anche 3000 scudi».

[104]. Girolamo Garofolo, Vita di Lodovico Ariosto, che sta in fronte all'Orlando furioso dell'edizione di Venezia, 1584, colle figure in rame del Porro.

[105]. Ariosto, Opere minori, Tom. I, pag. 218 a 220, ove l'Ariosto descrive senza meno il primo viaggio che fece andando al governo di Garfagnana e non un viaggio posteriore, qualunque sia il tempo in cui abbia dettata la sua Elegia: chè qui la passione è propria del primo e più forte distacco dalla donna amata, qui scorgesi il pentimento di aver allora accettato quell'officio, e qui il poeta vien quasi a dirci che non aveva altra volta veduta la sua residenza di Castelnovo, figurandosela col pensiero in relazione alla scena che gli stava dintorno:

«Deh! chi spero io che per sì iniqua strada,

Sì rabbiosa procella d'acqua e venti,

Possa esser degno che a trovar si vada?...

Altre pioggie al coperto, altre tempeste

Di sospiri e di lagrime m'aspetto».

[106]. Il sig. cav. Vittorio Della Nave quando venti e più anni sono tenne l'ufficio di Sottoprefetto in Garfagnana ebbe il lodevole pensiero di cercare e ricuperare quasi tutte le lettere (andate in gran parte smarrite) che il duca Alfonso I diresse all'Ariosto durante il suo commissariato, e ne preparò anche accurata copia in un grosso e ben ordinato volume con altri documenti relativi alla provincia medesima prima e dopo quel tempo; volume del quale degnossi ultimamente far dono gradito alla R. Deputazione modenese di storia patria. Le lettere scritte dal duca all'Ariosto in Castelnovo dall'8 marzo 1522 al 5 giugno 1525 sono 117, e servono per la maggior parte di risposta a un centinaio di lettere che si citano mandate dall'Ariosto allo stesso duca e ai suoi due segretari Pistofilo e Remo. Non essendosi rinvenuto nell'Archivio di Stato in Modena che una metà circa delle citate lettere, è dunque da lamentare che l'altra metà andò perduta nei vari incendi sofferti dall'Archivio Estense in Ferrara. E noi che conoscevamo soltanto le ultime sedici lettere suddette offerte molti anni sono alla stessa Deputazione dal ricordato socio prof. Olinto Dini, non abbiamo potuto abbastanza giovarci delle anteriori perchè il dono del signor Della Nave arrivò allorchè il testo delle presenti lettere dell'Ariosto terminavasi di stampare.

[107]. Fra le cure del commissariato si assunse anche quella di tenere i registri di dare ed avere, e nell'Archivio di Stato in Modena abbiamo un libro di 20 carte in foglio scritto di pugno dell'Ariosto, e intestato Conto de' Balestrieri a l'anno MDXXII. A destra trovasi il Dare della Camera ducale dalle Vicarie diverse, tassate del mantenimento proporzionale degli uomini d'arme. I Balestrieri erano 10, che percepivano L. 1,2 il giorno, e il capitano Giovanni Manara col suo famiglio L. 2,6 di moneta lunga ferrarese, ossia di marchesini.

[108]. Il duca a queste proposte rispondeva il 31 luglio 1523, che «sarìa troppa gran ruina e crudeltà di bruciare case, tagliare vigne, minare i campanili, e che i padri fossero tenuti per gli figliuoli»; ma essendo poco dopo avvenuto l'assassinio della intiera famiglia dei conti di San Donnino per opera dei Madalena, altra famiglia potente e rivale dei detti conti, il duca ne provò tale risentimento, da permettere all'Ariosto di usare ogni giusta severità contro i delinquenti, con spianare e bruciare ancora le case loro: e gli mandò a tale effetto un rinforzo di soldati da pagarsi colle confiscazioni e condannazioni; e quando avesse alcun dubbio in iure, si consultasse col capitano della ragione (Lett. del 13 settembre).

[109]. Le relazioni degli Anziani della Repubblica di Lucca col commissario di Garfagnana furono sempre cordiali; ed anzi racconta il citato Garofolo, che «occorrendo all'Ariosto per certi particolari del suo ufficio abboccarsi con uno de' principali gentiluomini di Lucca, si trasferì secondo l'ordine appuntato tra loro a S. Pellegrino, dove non pure trovò il gentiluomo, ma molti altri de' primi della terra, che in compagnia di molte gentildonne, tratti dalla fama del suo valore, erano concorsi e per vederlo e per onorarlo, e così trattenutolo ad una onorevolissima abitazione, l'accolsero ad una mensa molto splendidamente apprestata, facendogli a gara segnalate cortesie, ed usando verso lui insolite dimostrazioni di amore e di riverenza».

[110]. Fra le quattro o cinque gite dell'Ariosto a Ferrara durante il suo commissariato di Garfagnana, quella che avvenne tra il mese di marzo e l'aprile del 1523 fu ordinata dal duca, il quale gli scrisse di recarsi a Ferrara per 15 o 20 giorni a motivo di certo negotio che avemo a cuore, non gravandolo però di molta fretta.

[111]. Valentino Carli, Storie della Garfagnana antica, libro VI. Ms. presso la Biblioteca Estense di Modena.

[112]. Il Carli ci dà pure poco prima un esempio d'inesattezza storica, narrando che il capitano Todeschini alla testa di mille soldati Côrsi tentò alla morte di Leone X impadronirsi della Garfagnana prima che il duca vi mandasse un suo commissario; che avutosi da lui Camporgiano, spedì un tamburino a chiedere la resa di Castelnovo; che nell'essere respinto venne a contesa col capitano Segalara suo compagno d'armi, restando ferito di una stoccata mortale nel petto; e che fatto prigioniero dai Castelnovesi morì nel 1522. — Questi fatti avvennero invece nel movimento fatto in Garfagnana dalle bande nere di Giovanni de' Medici di cui faceva parte il Todeschino morto il 2 agosto 1524, come l'Ariosto accenna nelle presenti sue Lettere a [pag. 228], [237], [248] e [255].

[113]. Abbiamo negli Statuti di Castelnovo, lib. II, cap. 16: «Nel giorno del mercato pubblico del giovedì, niuno terriero o forestiero possa esser fatto prigione, nè distenersi, ecc.»

[114]. Daniello Bartoli, Degli uomini e de' fatti della Comp. di Gesù, libro I, cap. 26.

[115]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LVII.

[116]. Vita di Alfonso I, cap. LIX.

[117]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LXVI.

[118]. Idem, ivi, cap. LXVII.

[119]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LXXII.

[120]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LXXIII.

[121]. Archivio storico italiano, nuova serie. Tomo IX, parte II, pag. 128.

[122]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LXXIV. Il codice Antonelli di Ferrara da noi tenuto a confronto, dice: da uno archibugiero del papa; diversità di lezione, la quale offre nuova prova dell'incertezza che fin d'allora correva sull'uccisore del Borbone, di che il Cellini nella propria Vita si vantò essere stato egli stesso.

[123]. Bon. Pistofilo, l. c., cap. LXXV.

[124]. Antonio Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, tomo IV.

[125]. Prologo di Gabriele Ariosto alla commedia La Scolastica: in Lodovico Ariosto, Opere minori, tomo II, pag. 426-427.

[126]. Vita di Lod. Ariosto, pag. 207.

[127]. Lod. Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 222-225.

[128]. Lo storico Guicciardini ha secondo un ms. de' suoi Avvertimenti politici, che trovasi presso di noi: «Dico che il duca di Ferrara, che fa mercanzia, in questo non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno, facendo quel ch'è ufficio de' privati e non suo; e pecca tanto verso i popoli quanto peccherebbono essi verso lui, volendo intromettersi in quel ch'è ufficio solum del principe.»

[129]. Lod. Ariosto, Opere minori, tomo II, pag. 353.

[130]. Ugo Foscolo, Sui poemi narrativi e romanzeschi italiani, traduzione dall'inglese del Maggi.

[131]. Abbiam veduto come il marchese del Vasto fosse prodigo all'Ariosto in Correggio del regalo di alcuni oggetti preziosi e di una pensione vitalizia ([pag. 327]), ond'egli non mancò di encomiarlo in quest'ultima sua ristampa del Furioso: e abbiam anche veduto quanto il cardinale Ippolito e il duca Alfonso I si mostrassero avari di questa sorta favori verso colui che li aveva sì altamente celebrati con tutta l'Estense progenie. Pure il cav. Luigi Lamberti, cui dobbiamo in gran parte la pubblicazione nel Poligrafo di Milano dell'Egloga del nostro autore, dichiara che «se l'Ariosto non raccolse dal suo poema quel frutto che a sì squisito lavoro si competeva, ebbe però alcuna cosa di cui non si fa menzione dagli scrittori della sua vita». Questa notizia egli la trae da una lettera latina inedita di Paolo Manuzio, che Santo Fattori vide nell'Archivio di Modena, e diretta al cardinale Ippolito d'Este al quale il Manuzio (nel 1557) aveva dedicata la sua opera De legibus Romanis, e che dice: «.... Io mi doleva che il figlio del tuo fratello, giovane di animo prestante, infiammato dall'amore dell'immortalità per le fole dell'impazzito Orlando stampate col nome di lui, avesse donato una collana d'oro del valore di cinquecento scudi; e che tu, uomo cotanto grande, con tante ricchezze e di sì gran fama, pel libro delle Romane leggi, non punto comparabile, siccome credo, con quelle furie d'Orlando, non avessi mandato a me neppure un fermaglio di rame.... Venezia, 1 feb. 1557». (V. Vita del Lamberti nelle Notizie bibliog. in continuaz. della Biblioteca modenese del Tiraboschi. Reggio, 1835, Tom. IV, pag. 75, 76). Ma il Lamberti non s'accorse che qui si parlava del cardinale Ippolito II d'Este nipote del I, come la data della lettera e della edizione del libro del Manuzio lo dimostrano: e così è da stabilire che il regalo che mosse la brutta invidia cadde in vece su Girolamo Ruscelli, il quale nel 1556 dedicò al principe Don Alfonso d'Este figlio ad Ercole II una ristampa del Furioso uscita in Venezia pei tipi del Valgrisi colle figure che si ritengono designate dal pittore Dosso Dossi.

[132]. Il Frizzi nelle sue Memorie storiche della famiglia Ariosti sembra far qualche calcolo di alcuni Rogiti di data assai prossima alla morte di Lodovico ov'è detto laureatus poeta. Questa qualifica la troviamo data nelle cronache reggiane a Gabriele Malaguzzi padre della Daria onde nacque l'Ariosto, e nelle cronache ferraresi a Lodovico Carbone e a Tito Strozzi: il che significa l'essere riconosciuto da tutti come buon poeta anche senza bisogno di materiale incoronazione. L'Ariosto poi col suo poema si pose da sè stesso in capo tal serto, che ben vale quanto quello e più di quello che non potè essergli conferito dalle mani dell'imperatore.

[133]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. CII.

[134]. Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 239-240.

[135]. In fine di questo volume, oltre di ristampare un sonetto che trovammo inedito dell'Ariosto, aggiungiamo sull'appoggio di un ms. sincrono de' Cinque canti la prima ottava mancante in tutte le edizioni, ma che in parte è conforme alla st. 68 del XLVI ed ultimo canto del Furioso. Il Barotti sospettò che il canto II fosse scritto dall'Autore tra il 1516 e il 1520, per quanto dice nell'osservazione che pose alla st. 52: però sembra che messer Lodovico vi attendesse assieme agli altri quattro dopo essersi portato al suo commissariato di Garfagnana (1522-25), poichè nella st. 18 dello stesso canto II parla del ferro che raccolto nelle montagne di quella provincia veniva separato in un villaggio, per ciò detto Forno Volasco, di cui nota lo stretto e difficile sentiero da lui senz'altro percorso.

[136]. Sono infiniti i miglioramenti di locuzione che l'Ariosto venne introducendo nel suo poema dopo la prima stampa del 1516: ma anche in questa noi vediamo camera (che pur è nella commedia La Cassaria tanto in prosa che in versi), fata, giglio, lancia, e non una sola volta ciambra, fada, ziglio, lanza che sempre s'incontrano come segni più espressi della pronunzia provinciale nel Rinaldo ardito. L'Ariosto che si studiava di mutare: Si tol la vista in La vista tolletrastul in piacermetal in bronzo (III, 67; IV, 22; XIX, 76), è mai possibile che potesse poi seguitare a dettar versi con troncamenti di questa fatta: L'amorosa mia don gran tempo aspetta — Cui sotto il ceppo ha il col per esser morto — Il fer li pose con tanta possanza, ecc. (Rin. ard., I, 10 e 5, V, 12)?

Un difensore dell'originalità ariostesca di detto codice comparve da ultimo nella persona del bibliofilo Paolo Antonio Tosi di Milano, il quale si mostrò punto dalle nostre osservazioni in contrario, e vi fece risposta alla sua maniera, che stampò in Busto Arsizio nel 1863, poi in appendice alla Bibliografia dei romanzi di cavalleria, Milano, 1865. Giova però ricordare che il Tosi era divenuto proprietario di questo codice, che non trovava un padrone un po' stabile; nè deve quindi far caso se il libraio sbracciavasi per tener in credito la sua mercanzia.

[137]. Queste due morti per indigestione trovano riscontro nell'epigramma giovanile fatto dall'Ariosto sul cognome Estense e che abbiamo prodotto a pag. XXI in nota.

[138]. Vita di Alfonso I, cap. II.

[139]. Cantù, Storia universale, ottava ediz., Tomo IX, pag. 379.

[140]. Ms. citato, presso la R. Biblioteca Estense di Modena.

[141]. Archivio storico italiano. Appendice. Tomo II, pagina 67-68.

[142]. Memorie storiche e documenti sulla città e sull'antico principato di Carpi, studi e indagini della Commissione municipale di storia patria e di arti belle di detta città. Carpi, 1879-80, Vol. II, p. 12 a 20 e 355.

[143]. Sembra che a Nicolò Ariosto cadesse in mente il verso di Dante: Io credo ch'ei credette ch'io credesse (Inf., c. XIII, v. 25).

[144]. Invece di cerchorno extinguerli la luce de li occhi, il cardinale corresse di suo pugno la minuta del segretario, temperando l'enormezza a lui dovuta, con lo batterono ne li occhi.

[145]. Corretto come sopra con la causa di questo, per quanto ecc.

[146]. Corretto come sopra con a fare tal scandalo. Di che ecc.

[147]. I due fratelli Alfonso ed Ippolito d'Este erano stati tenuti a battesimo dalla Repubblica di Venezia.

[148]. Questa lettera fu scritta in cifra.

[149]. Questa lettera è tutta di pugno del duca Alfonso I.

[150]. Obizo Remo segretario del duca.

[151]. Diavolo, Gran-diavolo e Terremoto erano i nomi dati dal duca a' suoi più grossi cannoni, oltre la Giulia famosa bombarda; come si è detto a pag. LVIII, nota 2.

[152]. Or sembra che incomincino le esagerazioni.

[153]. Non è verosimile che Gianni dopo aver voluto le assicurazioni dalla bocca stessa del Papa per rendere più efficaci i di lui maneggi, fosse poi corso a persuadere in senso contrario il capitano Ello.

[154]. Anche questo bruciamento di lettere si direbbe essere una scappatoia ritrovata dal compilatore del Processo.

[155]. Il progetto di questa impresa coi mille somieri è ridicolo.

[156]. Sarebbe stato della natura di Alfonso I lasciare che il progetto del Gambara fosse messo in atto per tirar questi nell'agguato e farne vendetta.

[157]. E non mancò infatti il favore che fece verificare fino ai giorni nostri una sì grande aspettativa, onde quel secolo prese nome di Leone X.

[158]. Quest'importante lettera fu pubblicata per la prima volta dal signor march. Giuseppe Campori (come si è detto a pag. LXXX, nota 1), ed è ora riscontrata sull'originale. Le note che abbiam conservate del lodato editore hanno il contrassegno: (G. C.).

[159]. Ercole Rangoni cardinale (G. C.).

[160]. Il card. Innocenzo figlio di Franceschetto Cibo e di Maddalena de' Medici sorella di Leone X (G. C.).

[161]. Fra Mariano Fetti laico domenicano che fu successore di Bramante e antecessore di Sebastiano Veneziano nell'ufficio del piombo. Costui fu principalissimo giullare della corte di Leone X insieme col Baraballo, col Querno e simili; ma fu anche in un tempo amico e fautore degli artisti (G. C.).

[162]. Il signor march. Campori lesse: forami. — Il Fanfulla della domenica (n. 4, 24 gennaio 1886), che ristampò in parte questa lettera, ha: per mo se foravano. — E avendo detto più sopra: «capreti di Fra Mariano», invece di capreci, lo riteniamo errore di stampa.

[163]. Figurando la scena dei Suppositi la città di Ferrara, dice che Ferrara era venuta a Roma sotto fede del card. Cibo (nelle sue stanze) per non esser da meno di Mantova, ossia di un'altra commedia colla scena in Mantova, la quale l'anno avanti era stata egualmente portata a Roma dal card. di Bibiena (per favore e cura di lui). Un giuoco pressochè eguale di parole è fatto dall'Ariosto anche nei due prologhi della commedia Il Negromante che ha la scena in Cremona, e da poter servire alle recite di Roma e Ferrara.

La commedia poi che si accenna recitata in Roma nel 1518 potrebb'essere, fra l'altre, l'Eutichia di Nicola Grasso mantovano, la quale ha la scena in Mantova e si dice nel Prologo esposta in diverso luogo (però in un pubblico teatro): commedia che fu stampata in Roma l'anno 1524, contemporaneamente ai Suppositi in prosa dell'Ariosto, ed alla Calandra del Bibiena ecc.

[164]. Veggasi il Prologo dei Suppositi in prosa ed in versi: ma sembra che l'Ariosto facesse per la rappresentazione di questa commedia in Roma un nuovo Prologo in cui si accennasse la gara tra Mantova e Ferrara e avesse ancora maggiori bisticci aromatici (allusioni men che oneste) per soddisfare vie più all'umore di Leone X.

[165]. Cioè il card. d'Aragona (Vedi Fanfulla cit.)

[166]. Uomo del duca d'Urbino (Vedi Fanfulla cit.).

[167]. Qui nel Fanfulla è saltata una riga, e perciò il senso resta interrotto.

[168]. Forse Madama Margherita zia di Carlo V, la quale tenne il governo delle Fiandre dal principio del 1508 al 1º dicembre 1530, nel qual giorno morì (G. C.).

[169]. Fè rara per Ferrara; allusione al fatto svolto nella commedia che si finge avvenuto in quella città e al ferrarese Ariosto autore di essa (G. C.).

[170]. Principale favorito e cameriere del Papa, che dopo la morte di lui fu messo in prigione per sospetto non si fosse appropriato certe preziose masserizie del medesimo. Fu poi assoluto. Vedansi in proposito le Lettere di Principi (G. C.).

[171]. Che parrebbe titolo di fondo morale; se pure non è da leggere Uno arboro de mele. — Il Fanfulla ha «uno arboro de mati» (cuccagna?).

[172]. Cioè montare a cavalluccio d'un palafreniere. Così diciamo: Dare un cavallo, a chi fa spropositi da essere frustato, posto a cavalluccio d'un altro.

[173]. Il celebre Pietro Bembo segretario del Papa, e poi Cardinale (G. C.).

[174]. Lodovico Canossa vescovo di Bayeux (G. C.).

[175]. Dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, favoritami in copia dal degn. sig. Bibl. cav. Antonio Ceruti. È una lettera «della gioventù del nostro grande poeta, che fu tutta latina», come giustamente osserva il ch. Carducci; e in essa tanto per fatto dell'Ariosto che delle lezioni date dall'Aquila si avvalorano i buoni risultati del risorgimento degli studi classici in Ferrara (V. Poesie latine di Lod. Ariosto, studi e ricerche di G. Carducci, Bologna, 1876, 2ª edizione).

[176]. Di Marsilio Ficino erano già a stampa: Theologia Platonica (Florentiae, 1482); Platonis, Opera latine interpr. (Venetiis, 1491); Commentaria in Platonis Parmenidem, Sophistam, Timaeum etc. (Florentiae, 1496).

[177]. L'Ariosto fu amico e condiscepolo di Alberto Pio principe di Carpi, e a lui intitolò alcuni de' suoi carmi.

[178]. Dell'ebreo da Riva, che teneva banco di prestiti in Ferrara, è fatto cenno dall'Ariosto anche nella commedia La Lena, atto 3º, sc. 6ª.

[179]. A scemar le usure il Duca aprì in Ferrara il 3 gennaio 1508 un Monte di pietà. In Modena e Reggio eravi fino dal 1494.

[180]. Sarebbero in oggi da lire 34,68, a lire 37,16 per oltre 7 ettolitri di vino: e lire 1,49 per circa 23 chilogr. di frumento.

[181]. Intende l'armata di 18 galee che i Veneziani spedirono in Po sotto il comando di Angelo Trivisani a danno specialmente del duca Alfonso di Ferrara che aveva ricuperato il Polesine di Rovigo. Il Duca faceva parte dell'infausta lega di Cambray promossa dal Papa contro la Repubblica Veneta. Il cardinale Ippolito, d'indole guerresca, trovavasi colle genti di suo fratello a rinforzare il campo Cesareo sotto Padova.

[182]. Il cardinale Giuliano Cesarini fu abbate commendatario di Nonantola dal 1505 fino al 1510 in cui morì.

[183]. Cioè: per averne le figliature.

[184]. Questo Salomone, essendo uno de' tredici valorosi italiani che nel 1503 vinsero in Barletta la famosa disfida con altrettanti francesi, è più avanti a torto chiamato un codardo giudeo. Fu però vinto nel duello che ebbe con Marino dalla Maitina in Ferrara il 14 novembre 1509 (V. A. Bertolotti, La disfida di Barletta, in Arch. stor. lomb., an. IX, fasc. IV, dicembre 1884).

[185]. I notari d'argini sorvegliavano di continuo i lavoratori di Po, secondo il comparto dei giudici d'argini. Nella Lena, atto 3º, sc. 2ª, l'Ariosto ricorda anche i giudici alle fosse, che scavavansi attorno di Ferrara.

[186]. È in parte consunta dal fuoco. Le parole o lettere in corsivo sono state da me supplite ove parvero probabili.

[187]. Pietro Isualli arcivescovo di Reggio in Calabria.

[188]. Il conte della Mirandola, Lodovico Pico, mandato da papa Giulio II alla testa di una campagnia di duecento fanti e altrettanti cavalleggieri in aiuto del duca Alfonso, restò ucciso il 15 dicembre 1509 da una palla d'artiglieria delle navi veneziane, dopo aver respinto gli stradiotti nel bastione che avevano eretto sulla riva del Po in faccia alla Polesella, e mentre cavalcava a fianco del cardinale Ippolito.

[189]. Lodovico Canossa vescovo di Tricarica.

[190]. L'Ariosto partì da Ferrara il 16 dicembre 1509, come rilevasi dal Furioso, c. 40, st. 3, subito dopo avvenuta la morte del conte della Mirandola, per chiedere soccorso al Papa.

[191]. La rotta dell'armata Veneta in Po accadde la mattina del 22 dicembre a merito principalmente del cardinale Ippolito, che fece tagliare in più luoghi gli argini del fiume, ed appostarvi a pelo d'acqua dei grossi cannoni e delle colubrine di nuova e miglior costruzione del duca Alfonso. La scarica impreveduta scompigliò la flotta, e decise della vittoria. Furioso, c. 3, st. 57. Tre Ariosti vi presero parte. Id., c. 40, st. 2 a 5.

[192]. Il cardinale Marco Cornaro d'illustre famiglia veneta.

[193]. Accenna all'ultimo canto del Furioso (che potrà dirsi fosse nel 1509 terminato ma non completato), ove si descrive il maraviglioso padiglione, sotto il quale la maga Melissa volle che seguissero le nozze di Ruggiero e Bradamante da cui doveva uscire la famiglia d'Este, perchè in detto padiglione la profetica Cassandra, ricamandolo per Ettore, aveva figurata la puerizia e le future imprese del lontanissimo nipote cardinale Ippolito! In sì magnifico quadro di adulazione non mancò quindi di essere dipinta la vittoria su l'armata Veneta (c. 46, st. 97). Forse l'idea di questo fantastico padiglione venne al poeta per aver veduto in Ferrara quello che il duca Ercole nel 1494 regalò a Carlo VIII, tutto di seta ed oro, «fatto in forma di una casa, con sala, camera ed altre dentro,» come si legge nella Cronaca modenese di Iacopino de' Lancillotti (Parma, 1861, p. 127) edita dalla Deputazione di Storia patria di Modena.

[194]. Enea Pio di Carpi comandava la squadra ov'era andato a militare Lodovico Ariosto, e il nostro poeta in uno de' suoi carmi, parlando di sè stesso, dice: Pio celebri sub principe miles (V. Opere minori di Lod. Ariosto per cura di F.-L. Polidori. Firenze, Le Monnier, 1857, T. I, p. 340).

[195]. Carlo d'Amboise signor di Chaumont, gran maestro (governatore) di Milano, che si portò a difendere il duca Alfonso. Il papa, dopo aver ricuperato alcune terre che appartenevano alla Chiesa, abbandonò la lega di Cambray, e unito ai Veneziani mosse guerra al duca di Ferrara, il quale alla propostagli alleanza di Giulio II a condizioni onerose aveva preferita quella del re di Francia.

[196]. Questo Pier Moro è ricordato nel Furioso, c. 40, st. 4.

[197]. Il duca d'Urbino colle armi del papa e il favore dei Rangoni occupò Modena il 18 agosto 1510, e due giorni dopo ebbe Carpi. Sassuolo non fu costretto alla resa che il 21 ottobre. Rubiera e Reggio tennero forte per allora. Alla sola data dell'anno in questa lettera credo poter fissare anche quella del mese di ottobre, poco prima della resa di Sassuolo, e quando già il Chaumont aveva riavuto Carpi. Che fosse scritta in Reggio è per sè chiaro abbastanza.

[198]. Nel 23 aprile 1510 il Duca aveva avuto dai Reggiani mille staia di frumento ed altrettanti di spelta e di frumentone, con salsumi e mille cogni di vino per la guerra coi Veneziani. Panciroli, Storia di Reggio, trad. di Prospero Viani, lib. VI.

[199]. Il campo Francese andò a Reggio il 29 ottobre 1510, e perciò la data di questa lettera può fissarsi alla fine di detto mese.

[200]. Le date fra parentesi s'intendono supplite da me.

[201]. Poi papa Leone X.

[202].

Io nè pianeta mai, nè tonicella,

Nè chierca vo' che in capo mi si pona.

Ariosto, Sat. I, v. 113-114.

[203].

E provveder ch'io sia il primo, che mocchi

Sant'Agata, se avvien che al vecchio prete,

Sopravvivendogli io, di morir tocchi.

Ariosto, Sat. I, v. 103-105.

[204]. Era questi il duca di Ferrara Alfonso I che travestito da frate fuggiva da Roma in compagnia dell'Ariosto la grand'ira di Giulio II il quale faceva inseguirlo e ad ogni modo voleva averlo nelle mani.

[205]. Giovanni de' Medici.

[206]. Rinaldo Ariosto cugino di Lodovico.

[207]. Francesca del Fiesco moglie di Lodovico Gonzaga.

[208]. «Così alla mia speranza, che a staffetta Mi trasse a Roma,» dice alla Satira VI. Non appena seppe l'Ariosto che Giovanni de' Medici suo amico era stato eletto papa (11 marzo 1513), corse a Roma per fargli ossequio e congratulazioni anche a nome del duca. Leone X mostrò gradirne la visita; ma la concepita speranza di essere beneficato coll'offerta di qualche carica rimase al poeta delusa.

[209]. Lamentavasi quindi nella Satira II colla famosa terzina:

Apollo, tua mercè, tua mercè, santo

Collegio delle Muse, io non possiedo

Tanto per voi, ch'io possa farmi un manto.

[210]. Molti suoi amici avevano conseguito impieghi onorifici e lucrativi, o erano in procinto di diventar cardinali: il papa alla prima creazione ne fece trentuno; onde l'Ariosto disse alla Satira VI: «.... vidi A tanti amici miei rosse le spoglie.»

[211]. Paride Grassi maestro delle cerimonie sotto Giulio II, promosso da Leone X a prelato di palazzo.

[212]. Bernardo Dovizi da Bibbiena segretario particolare del Medici, creato poscia cardinale datario. Era anch'esso amico dell'Ariosto, che nella Satira IV lo chiama il suo Bibbiena.

[213]. Dall'Archivio de' Frari in Venezia: Notatorio, Collegio I, anni 1515-1520, a carte 23. Questa domanda di privilegio e quella che si legge più avanti sotto il 7 gennaio 1528 vennero pubblicate per la prima volta nella mia seconda edizione delle Lettere dell'Ariosto, Bologna 1866, sopra una copia favoritami da Mons. Giuseppe Antonelli. Ricomparvero, credute ancora inedite, nel Buonarroti (Quad. VI, giugno 1868) a cura del signor Andrea Tessier, il quale avendo dato il testo conforme all'originale lo riproduco anch'io egualmente.

[214]. L'Orlando Furioso dell'Ariosto uscì la prima volta in Ferrara per maestro Giovanni Mazzocco dal Bondeno, adì 22 aprile 1516, e la seconda volta da lui corretto e quasi tutto formato di nuovo e ampliato pure in Ferrara per Gio. Battista dalla Pigna milanese, adì 13 febbraio 1521, in forma di 4º.

[215]. Sì di questo che di altri privilegi accordati all'Ariosto per la stampa del suo poema, veggansi le due ricordate edizioni 1516 e 1521, ove però il privilegio veneto manca della data de' 25 ottobre 1515.

[216]. Lorenzo de' Medici, il giovine.

[217]. Maddalena de la Tour d'Auvergne.

[218]. Il card. de' Rossi era figliuolo di una sorella naturale di Lorenzo de' Medici detto il Magnifico.

[219]. Contarina Farnese. Di boria nobilesca, fu esigente col marito che la compiaceva soverchiamente nelle spese di lusso, sì che meritò le censure del nostro poeta. Satira III, v. 138.

[220]. Trecent'anni leggono per errore le prime edizioni.

[221]. Allude alla tenuta di Bagnolo ereditata dal cugino Rinaldo Ariosto, negatagli dal fattore ducale Alfonso Trotti, ed alla rinuncia che dovette emettere de' benefici ecclesiastici per non aver voluto seguire in Ungheria il card. Ippolito d'Este. Vedi anche l'ultimo documento alla Prefaz. storico-critica di questo libro. All'Ariosto furono attribuiti due sonetti satirici contro il Trotti perchè si trovarono scritti di sua mano (Opere minori, T. I, p. 307-8). Io li credo invece dettati da Antonio Cammelli detto il Pistoia.

[222]. Il Negromante. Non pare fosse recitata in Roma, ove però l'anno prima si diedero i Suppositi dell'Ariosto colla scena dipinta da Raffaello nel palazzo papale, stando lo stesso Leone X a regolare l'entrata degli spettatori. Sulla recita delle sue commedie parla l'Ariosto nella lettera del 17 dicembre 1532 più avanti riportata.

[223]. Chiamato anche l'abbate di Gaeta dal luogo ove nacque. Credendosi assai valente verseggiatore serviva da buffone a Leone X, il quale nel 1515 lo mandò con sontuoso e burlesco trionfo sopra un elefante per Roma fra le risa e gli scherni del popolo a farsi incoronare poeta.

[224]. N'ebbi copia, come inedita, dal ch. Gaetano Milanesi.

[225]. Questa e così le altre lettere dirette agli Anziani suddetti furono tratte dai copiari dell'Archivio di Stato in Lucca e pubblicate la prima volta dal signor Angelo Fondora nel Gior. stor. degli Archivi Toscani, 1862.

[226]. Le sottoscrizioni sono omesse nelle seguenti lettere, quando si trovano conformi alle antecedenti.

[227]. Le lettere agli Otto di Pratica e ad altri ufficiali della Repubblica fiorentina vennero tratte dall'Archivio centrale di Stato in Firenze per cura del ch. G. Milanesi, e pubblicate la prima volta nel Gior. stor. degli Archivi Tosc., 1864.

[228]. Forse casa.

[229]. Andrea Doria il più grand'uomo di mare del suo tempo e che divenne il ristauratore della libertà genovese. — Fra Bernardino d'Airasa ammiraglio gierosolimitano.

[230]. Questa lettera per gl'incendi avvenuti all'Archivio Estense in Ferrara e per l'acqua adoperata ed estinguerli è in parte corrosa e tanto dilavata nell'inchiostro che mi fu difficile interpretarla. Con le parole in corsivo ho cercato supplire ov'eravi assoluta mancanza.

[231]. Per le Gride dell'Ariosto citate più volte in queste Lettere, veggasi in fine del volume.

[232]. Intende la lettera precedente diretta al duca, a cui questa serve di accompagnatoria.

[233]. Bonaventura Pistofilo anch'esso segretario del duca.

[234]. Questa lettera, com'è detto in principio, ripete in gran parte la XXVIII del 23 maggio 1522.

[235]. Don Ercole d'Este primogenito del duca, che trovavasi a Roma per raccomandare al nuovo papa Adriano VI la restituzione di Modena e Reggio.

[236]. Lodovico Cato era stato spedito ambasciatore al papa in Ispagna, ove questi trovavasi all'atto dell'elezione (8 gennaio 1522). Le provincie ricuperate dal duca al tempo della sede vacante, e così la Garfagnana, gli furono lasciate in possesso.

[237]. Molti sono i decreti pronunziati dalla Repubblica di Genova dal 1445 al 1490 intorno alla necessità di riformare la disciplina e lo stato degli ecclesiastici. Un frammento di costituzione già emanata dall'arcivescovo Jacopo da Varagine e confermata fin dal 1299 da Porchetto Spinola fa conoscere come vi fossero sacerdoti che nec clericater vivunt, nec abitum clericalem deferunt. Una lettera di frate Zanetto, o Giovanni da Udine, maestro generale dell'Ordine de' Minori di S. Francesco (1472) asserisce che i frati e le monache della provincia di Genova incontinenter, sine freno et irreligiose vivunt (Foliat. Notar. Ms. della Civico-Beriana). È certo poi che le domenicane de' SS. Giacomo e Filippo si arbitravano lasciare la clausura a loro piacimento, e quando tornavano al chiostro dicevano alla priorissa: Madre, con vostra licenza, siamo ite a diporto (Bandello, Novelle). Nei registri Diversorum Communi Januae si leggono i seguenti decreti della Signoria: 1445, Decretum contra vitam monalium SS. Philippi et Jacobi. — 1466, De monacabus cohibendis. — 1467, Contra moniales. — 1472, De reformatione status monialium. Un breve di Alessandro VI lamenta (1497) che: moniales ipsae, abiecta religionis honestate, extra dictum monasterium (de' SS. Giacomo e Filippo) pro libito et desiderio suo per totam urbem vagantur, et inhonestam vitam ducunt in ipsius religionis oprobrium, animarum earundem periculum, et totius populi ianuensis scandalum non modicum; e comanda al Maestro generale dell'Ordine di S. Domenico che si ponga ogni cura e si adoperi ogni mezzo ad infrenare gli scandali e sradicare i disordini. Un breve di Clemente VII (1529) commette all'Arcivescovo di Genova ed al Priore di S. Teodoro di attendere alla riforma de' monasteri, dicendo chiaramente che le monache continuavano nella rilassatezza del costume ex maiori frequentia et familiaritate cum clericis, religiosis et secularibus personis, e altrettanto ripete Giulio III in una bolla del 4 settembre 1551. (Da docum. esaminati e comunicatimi dall'amico G. B. Passano).

[238]. All'orecchio poetico dell'Ariosto parve più sonoro introdurre spesso in questo vocabolo il dittongo mobile, che si perde quando l'accrescimento della parola porta innanzi la sede dell'accento, come in niego, priego, siedo ecc.

[239]. Gli imputati di aver dato recapito ai banditi, che entro il termine assegnato non comparivano al cospetto del duca in Ferrara per giustificarsi, erano considerati come colpevoli di ribellione e cadevano nella confisca dei beni.

[240]. Anche questa lettera è in parte consunta dal fuoco, come si vede per le parole supplite in carattere corsivo. Non potendosi più leggervi la data dell'anno, l'ho fissata al 1522 coll'aiuto della Cronaca modenese di Tomasino de' Lancellotti (Parma, 1862, vol. I, p. 419), ove sotto il 10 novembre 1522 si nota una grande rotta che Virgilio da Castagneto e suoi seguaci (il Moro dal Sillico, fratelli e compagni) ebbero nell'azzuffarsi colla banda di Domenico d'Amorotto: due fazioni di briganti tendenti a soverchiarsi.

[241]. Gian Giacomo Cantello nella citata lettera (diretta il 15 nov. al conte Lud. Ariosto) si scusa altresì degli inconvenienti a cui venne forzato con Domenico de Morotto nel respingere l'assalto che fu dato ad entrambi poco tempo prima sul monte di Mocogno da una fazione contraria, la quale ebbe eccitamento, come egli si duole, dagli ufficiali ducali.

[242]. Alberto Pio di Carpi, buon cultore di lettere e amico dei letterati (Aldo Manuzio, che fu suo maestro, gli dedicò alcune opere da lui impresse), teneva allora a nome del papa le fortezze di Reggio e Rubiera, e fu creduto volesse tradirle ai Francesi, sperando con ciò di allontanare il pericolo imminente di perdere del tutto per opera del duca di Ferrara il dominio di Carpi, già ceduto per una metà da Giberto di lui cugino ad Ercole I nel 1500. — Alberto favoriva l'Amorotto per averne un aiuto che poi non riescì, e fors'anco perchè accrescesse nella provincia del Frignano imbarazzi al duca, il quale in una lettera del 22 nov. 1522 diretta al suo ambasciatore Lod. Cato trovo che ne fece lagnanze alla corte di Roma.

[243]. Di Domenico d'Amorotto (o Morotto) di Carpineti, figlio di un oste, che, reso temibile per delitti di sangue e straordinario ardimento, tentò più fiate, alla testa de' suoi ribaldi seguaci, d'invadere Reggio, e, quantunque respinto e cercato a morte, ebbe due volte dal Guicciardini governatore papale, per farlo a sè favorevole, il commissariato della montagna Reggiana, parla a lungo il Panciroli nella Storia di Reggio, e Tomasino de' Lancellotti nella Cronaca di Modena. Francesco Rococciolo in fine di un suo poema latino intitolato Mutineis, che si conserva ms. nella Bibl. Estense di Modena, tocca pure dell'Amorotto.

[244]. Della sua bontà parla degnamente anche nella Lettera XXXVI: ma «bisogno era di asprezza, Non di clemenza all'opre lor nefande» (Satira V), e perciò dice gli fosse imputata a difetto.

[245]. L'Ariosto, per non morir dalla noia in Castelnovo, avea bisogno di portarsi ogni cinque o sei mesi a passeggiarne uno nella piazza di Ferrara, come ricorda nella Satira VI.

[246]. Così per non perdere le rendite ecclesiastiche tenne sempre occulto il suo matrimonio con Alessandra Benucci vedova Strozzi.

[247]. Di prete Matteo è toccato anche alla Lett. XLIV. Tali richiami ed insinuazioni tendevano a far rimovere il duca da quanto aveva più volte ordinato all'Ariosto, come rilevo da lettera scrittagli da Ferrara il 29 marzo 1522, ove leggesi: «Circa quel prete Matteo, avete visto quel che per un'altra v'avemo scritto, e così vedrete di eseguire; perchè, per ordinario, nè voi nè altro nostro officiale si può impacciare a castigar preti ecc.»

[248]. Vedi Lett. [LV].

[249]. Manca il fine, che doveva trovarsi in un altro foglio o mezzo foglio perduto.

[250]. Commissario lucchese.

[251]. Il medico Gio. Pietro Attolini coi fratelli surricordati furono alla testa della congiura che nel 1521 levò la Garfagnana dalla dipendenza de' fiorentini per ridarla al duca di Ferrara: circostanza che dev'essere stata principale movente ad ottener privilegi. Veggasi anche la Prefazione al presente volume.

[252]. Capitano di Barga.

[253]. Veggasi anche la Lettera [LXXXIV] diretta agli Anziani di Lucca.

[254]. Mesino dal Forno, valoroso condottiero di una compagnia di cavalleggeri nella guerra coi Veneziani, ebbe nel 1521 il Capitanato delle fanterie di Alfonso I per ricuperare il Finale. Ma all'epoca di questa Lettera congiurava col di lui fratello Girolamo contro il duca, e n'ebbe per un tempo l'esilio.

[255]. Perciò disse alla Satira V, v. 145-147.

O siami in rôcca, o voglia all'aria uscire,

Accuse e liti sempre e gridi ascolto,

Furti, omicidi, odii, vendette ed ire.

[256]. Riportata fra le Gride in fine di questo volume, [n. III].

[257]. V. la Lett. [LXXXVIII] diretta dall'Ariosto al Duca, ove anche più evidente apparisce la mala volontà della Repubblica di Firenze, che tendeva a ricuperare Pietra Santa.

[258]. Obizo Remo segretario ducale. V. Lett. [XXXIII].

[259]. Come vedesi alla Lettera [LXXIII].

[260]. Niccolò Rucellai.

[261]. Commissario ducale spedito nel Frignano con molti uomini d'arme, e che ad estirpare la fazione dell'Amorotto abbruciò Mocogno, Riva e Gaiano (Cronaca modenese di Tom. de' Lancellotti, anno 1523).

[262]. Quanto è detto di sopra si riferisce alla precedente Lettera [LXXX].

[263]. Consigliere ducale tenuto in molta grazia, e mandato nel 1519 ambasciatore a Carlo V.

[264]. Ucciso il 5 luglio 1523 con molti seguaci di sua parte nella pianura fra la Riva e Montespecchio per opera della contraria fazione di Virgilio da Castagneto, anch'esso morto nel conflitto (Tomasino de' Lancellotti, Cron. modenese, T. I, pag. 238-39).

[265]. Consigliere di giustizia. Fu nel 1522 oratore a Roma per togliere gli interdetti di Giulio II e Leone X sopra Ferrara.

[266]. Donde l'illustre famiglia de' conti Valdrighi in Modena.

[267]. Usa sempre ogni modo, ommessa a maggiore speditezza e fuggir l'iato, la preposizione a, più conforme al latino omnimodo.

[268]. Appresso per dopo, locuzione avverbiale elittica molto usata in queste Lettere e che l'Ariosto qualche volta riempie: Appresso gli significo che ecc.

[269]. Notisi deserto per chi non ha credito nè sèguito, che in questo luogo è bellissimo modo: ma forse a taluno non potrà piacere la frase di certi banditi.... e sono due deserti, ove il numero indeterminato si riducea un determinato troppo ristretto, ed ove anche i nomi de' banditi non sono affatto indeterminati poichè uno era detto il Frate.

[270]. Veggasi anche la Lettera [LXXVI].

[271]. Cioè il conte Carlo figlio di Giovanni che fu anch'esso ucciso. Manca la lettera antecedente qui accennata; ma veggansi in proposito le successive lettere [CIII] e [CIV]. Il duca scriveva all'Ariosto il 23 maggio 1524: «Perchè lo assassinamento nella persona del conte Carlo da Sandonnino e della madre, con rapimento delle lor robe, fu tanto atroce e di sì malo esempio, e tanto ci dispiacque, che sempre avemo giudicato che tutti quelli che ne furon partecipi e colpevoli meritino d'esser severissimamente puniti e desideriamo che la giustizia abbia loco.... vi replichiamo che non solamente contra quel Iacopo Buoso che avete nelle mani, ma anco contra qualunque altro capitasse nelle vostre forze, che in modo alcuno avesse colpa nel detto assassinamento, volemo che possiate procedere, condannare ed eseguire rigidamente secondo che ricerca la natura del caso, non come Capitano, ma come Commissario ecc.» Una contessa Vittoria di San Donnino (la cui famiglia ebbe un Vescovo di Modena nel 1465) fu madre del celebre cardinale Pietro di Giammaria Campori, nato in Castelnovo verso l'anno 1554.

[272]. Per parte italiana (contraria al duca di Ferrara alleato colla Francia) s'intende la Lega che per cacciare d'Italia i Francesi era stata fatta dal papa coi Veneziani e l'imperatore. Qui però, da quanto si scorge più innanzi alla Lett. [CXIV], si accenna a chi favoriva di prender soldo nell'unica milizia veramente italiana comandata da Giovanni de' Medici detto dalle bande nere che allora dimorava in quelle vicinanze, avendo comprato alcune terre nella Lunigiana, e fabbricatovi una fortezza. Ad istanza del cardinale Giulio de' Medici, che fra poco vedremo papa, Giovanni erasi ritirato dai servigi della Francia per darsi a quelli della Lega (Vedi E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, vol. IV).

[273]. Alla morte di Adriano VI, 14 settembre 1523, essendosi il duca affrettato di ricuperare i suoi Stati durante la sede vacante, ebbe Reggio il 29 detto mese, ed ora trovavasi in Rubiera, che, fatta sollevazione contro Lionello Pio governatore papale, gli aperse le porte. Avverte il Panciroli, Storia di Reggio, che a' suoi tempi Rubiera era considerata la più celebre di tutte le fortezze tra Milano e Cesena.

[274]. Il duca, prima di passar sotto Reggio, tentò ancora di riaver Modena, ma Guido Rangoni alla testa di molti soldati la mantenne nel governo della Chiesa. Perciò il nuovo papa Clemente VII donavagli molte terre e lo conservava al presidio di Modena sino al 1526, in cui fu destinato al comando dell'esercito della Chiesa per la nuova Lega contro Carlo V.

[275]. Cioè non ieri ma l'altro giorno avanti, corrispondente all'affermativo ier l'altro, e che può meglio precisare il giorno che non fa l'altro ieri. L'usò anche nella Lett. [LXI], p. 110.

[276]. Pistofilo. Manca la Lettera qui accennata.

[277]. Giulio de' Medici fu eletto papa col nome di Clemente VII il 19 novembre 1523.

[278].

Qui vanno gli assassini in sì gran schiera,

Che un'altra, che per prenderli ci è posta,

Non osa trar del sacco la bandiera.

(Ariosto, Sat. V).

[279]. Manca in questa Lettera la prima metà del foglio.

[280]. «Ecco il dotto, il fedele, il diligente Segretario Pistofilo»: così l'Ariosto all'ultimo canto del Furioso, e gli diresse anche la Satira VI, per ringraziarlo delle offerte di ottenergli che fosse mandato ambasciatore a Clemente VII, invece del commissariato di Garfagnana.

[281]. Questa Lettera e la maggior parte di quelle che seguono dirette al duca di Ferrara sono molto consunte dal fuoco e dall'acqua. S'intendono sempre mancanti nei luoghi punteggiati, o supplite per approssimazione colle parole in corsivo. Nella parte omessa della presente ho potuto rilevare da parole qui e là intelligibili, che l'Ariosto si lagna del Capitano della Ragione il quale, all'unico scopo di accrescere il proprio guadagno, non solo vietavagli qualunque ingerenza nel di lui officio, ma avrebbe ancora voluto far buona parte di quello del Commissario, giacchè ottenne altresì che fosse rivocata ogni autorità di comporre litigi senza la sentenza del giudice.

[282]. Da ciò si ricava che il 7 febbraio 1522 fu il giorno preciso in cui l'Ariosto venne nominato Commissario, come dalla Satira V si conosce che solo nel 20 del mese stesso si portò in Garfagnana. Veggasi anche l'Elegia III ove descrive il suo viaggio con procella d'acque e venti.

[283]. Notinsi i motivi e la proposta di questa votazione.

[284]. A questa magnifica Lettera (salvatasi fortunatamente dal fuoco) allude il Tiraboschi, ove dice: «Una tra le altre è degna di considerazione per la libertà con cui (l'Ariosto) in essa si duole che il duca non sostenga la sua autorità e gli ordini da lui dati in quel suo governo, ma si lasci talvolta piegare ad annullar le sentenze da esso date.» (Storia della Lett. ital. T. VII).

[285]. Magistro per magistrato. Così il Davila dice maestro il maire de' Francesi. (Storia delle guerre di Francia, lib. II).

[286]. Anche questa lettera diretta al Pistofilo è perduta.

[287]. La desinenza in ivo applicata ai participî dà ai medesimi la forma esteriore dei nomi qualificanti, che perciò diconsi non aggiunti ma aggiuntivi. Per conseguenza direttivo ha virtualmente e in potenza quello che diretto ovvero indirizzato ha in atto.

[288]. Intende le genti di Gio. de' Medici, o come dice altre volte di parte italiana, le quali essendo venute a contesa coi marchesi Malaspina, devastarono la Lunigiana, occupando e malmenando ancora alcuni luoghi di Garfagnana.

[289]. Gio. de' Medici trovavasi allora a Roma.

[290]. L'Ariosto potrà essersi compiaciuto della coincidenza di un nome cavalleresco in chi fece restituire al duca la rôcca di Camporgiano, vedendo assunti per nomi di guerra quelli che erano resi celebri dai poeti romanzieri dell'epoca. È a notarsi altresì che la Lett. LXI ricorda un ghiotto Margutte, il cui soprannome di biasimo sembra derivato dal poema di Luigi Pulci, potendo anche questo Margutte ripetere coll'altro: «Io fui prima alle strade malandrino.» (Morgante Maggiore, cant. 18, st. 136).

[291]. La Lettera ha la data di Ferrara per errore di penna, chè senza dubbio venne scritta, come l'antecedente dello stesso giorno, da Castelnovo.

[292]. Questa Lettera, a differenza di tutte le altre, non pare di pugno dell'Ariosto.

[293]. Questa Lettera ripete in gran parte quello che fu detto nella [XCI] del 15 luglio 1523. Manca della data del giorno e mese, e l'ho qui posta dopo l'antecedente, che resta interrotta perchè consunta nell'ultima parte, avendo nel presente caso seguito l'ordine dell'antica collocazione in filza di tali autografi. — Dalla data del 1524 rimasta leggibile, si rileva che la causa dopo un anno era nello stesso piede di prima.

[294]. Abbiamo la risposta del duca Alfonso a questa Lettera, in data del 4 agosto, ove dice che in quanto alle rôcche non vuol fare per ora altri Castellani nè altre provvisioni, ma che gli piace e giudica ben fatto che il podestà di Trassilico si riduca ad abitare nella rôcca di detto luogo, sperando che la desterità dell'Ariosto sia per indurre quella Vicaria a ripararla. Approva che siasi scritto al Capitano di Fivizzano ed alli officiali di Lunigiana per ordinare gli uomini loro, e richiama l'attenzione del Commissario affinchè i disordini accaduti in generale ne' giorni passati non facciano sorgere scandalo di inimicizie particolari. Si raccomanda infine che la buona giunta (di 25 uomini) mandata alli balestrieri ordinari sia tenuta unita, onde serva per timore e castigo dei delinquenti e ribaldi, per quiete dei buoni e per servigio dello Stato, sicchè la spesa non sia gittata e fatta invano.

[295]. Queste ultime notizie date dall'Ariosto, unitamente a quelle aggiunte nella Lettera antecedente, mossero il duca a scrivere il 12 agosto al suo segretario Pietro Antonio Torello residente in Napoli presso la corte di quel Vicerè: «.... se ben la persona del Sig. Gioannino de' Medici si trovi in Roma, la gente sua che è in Lunigiana va pigliando li castelli e lochi di quelli marchesi Malaspini, e già ha tolto tutto al marchese Spinetta, e fatto prigione lui con gli figliuoli e moglie in un castello chiamato Monti, e ora dicono che è d'intorno a Fosdinovo che è del marchese Lorenzo, il quale intendemo che è aiutato da San Giorgio, cioè da Genova: e a favore della detta gente di esso Sig. Gioannino, per quanto semo avvisati, son venuti sette pezzi d'artiglieria con le sue munizioni per mare da Pisa: il che tutto comunicarete per parte nostra con lo Ill. Sig. Vicerè, se ben pensamo che S. S. Ill. possa saperlo per altra via meglio che noi; e a S. Ecc. molto ci raccomandate.»

[296]. Così ha il manoscritto.

[297]. Dal R. Archivio di Stato in Lucca, e ne resto obbligatissimo agli amici cav. Salvatore Bongi direttore, e cav. Giovanni Sforza archivista.

[298]. Gli Anziani gli risposero il 14 d'ottobre: «M.ce Dom.e Ci ritroviamo una di V. M.tia in commendatione di Hercole Saltarello gentile homo ferrarese, il quale desidereria essere electo capo di qualche cavallo leggeri o di fantaria in questa nostra città et indichiamo sia persona di buona qualità, integrità et experientia, poi che quella intercede per lui. Ma vivendo noi qua al presente pacificamente, nè havendo bisogno condurre gente, non vediamo ordine poterli gratificare; et quando haremo a fare electione di simili persone, non mancheremo ricordarci di lui per causa di V. M. et demostreremo le commendationi sue non essere state vulgari.»

[299]. Dall'Arch. de' Frari in Venezia. Reg. n. 24, Terra, 1525-27, a carte 227-28, riprodotta nella sua originale ortografia.

[300]. Veggasi in questo vol. la Lettera [XIII], p. 26.

[301]. E cioè due volte a Milano e quattro a Venezia a tutto il 1526, sebbene una di Venezia 1524 porti sul frontispizio con licentia del ditto autore.

[302]. Allude a una terza edizione originale che l'autore fin dal 1527 proponevasi di fare del suo poema e che venne soltanto in luce a Ferrara per Francesco Rosso da Valenza adì 1º ottobre 1532, in-4, di nuovo corretto e ampliato di sei altri canti, come si è già avvertito.

[303]. More veneto, corrispondente al 7 genn. 1528. L'Ariosto avendo tardato sino al 1532 a far uso di questo rinnovato privilegio veneto approvato dal Consiglio di Pregadi, il Furioso seguitò a ristamparsi senza utilità dell'autore, che morì il 6 giugno 1533.

[304]. Veggasi la Satira VII dell'Ariosto diretta al Bembo ove con più efficacia raccomanda il figlio Virginio.

[305]. Dall'Archivio di Stato in Milano. Favoritami dal chiarissimo signor soprintendente comm. Cesare Cantù.

[306]. Oratore Estense presso il duca di Milano.

[307]. Riportata in fine del volume fra i [Privilegi per la stampa] dell'Orlando furioso.

[308]. Conte Massimiliano Stampa.

[309]. Lettera di qualche importanza per l'intenzione manifestata dall'Ariosto di dare alle stampe altre sue cose oltre il poema che venne in luce nell'ottobre di quest'anno con l'aggiunta di sei canti; benchè la morte che il sorprese l'anno seguente non gli lasciasse tempo neppure di dar principio all'effettuazione di questi suoi pensieri. (G. Campori).

[310]. Quartesana e Recana, due villaggi del Ferrarese, dove la casa Strozzi aveva molti poderi. (Barotti).

[311]. Alessandra Strozzi vedova Benucci sposata dall'Ariosto secretamente per non perdere i suoi benefici ecclesiastici. Veggansi in fine del volume sette Lettere scritte o dettate quasi sempre dall'Ariosto a nome di Alessandra.

[312]. Il segretario e biografo del duca Alfonso, Bonaventura Pistofilo, più volte ricordato.

[313]. Letterato e dotto in molte discipline, segretario del marchese di Mantova, nominato al canto XLII del Furioso (G. C.).

[314]. Camorra, per Camurra alla sanese, o Gamurra alla fiorentina. Veste di panno da donna. (Barotti).

[315]. Dell'ediz. di Ferrara per Francesco Rosso da Valenza, colla data del primo ottobre 1532, in-4.

[316]. Dall'Arch. Gonzaga in Mantova, e pubblicata la prima volta dal signor Aless. Luzio nel Gior. Storico della letter. ital., anno I, 1883, vol. II, p. 167.

[317]. Detta poi La Scolastica da Galasso e Virginio Ariosto che la terminarono.

[318]. Questa minuta di Lett. manca della data e della firma. L'ho giudicata dei primi di maggio 1510, quando l'Ariosto fu spedito in Roma a cercar favore e discolpe al card. Ippolito, accusato di essersi intruso nell'Abbazia di Nonantola dopo la morte del cardinale Cesarini, e di aver forzato quei monaci ad eleggerlo Abbate; di che il papa sdegnato minacciava fargli contro un processo.

[319]. L'Ariosto ebbe tre benefici eccles. dal card. Ippolito, ma essendosi rifiutato di seguirlo in Ungheria ne perdè la grazia, e dovette rinunciarne due nel 1517. Forse per queste recenti Lettere a favore di Lodovico, e perchè dato in società di un Costabili, venne per convenienza conservato nel beneficio di Milano, che fruttavagli «il terzo Di quel che al notar vien d'ogni negozio.» Sat. II.

[320]. Ricordate più volte nelle Lettere [LIV], [LXXII] e [LXXXI] ecc.

[321]. Il duca approvava questa grida dirigendo all'Ariosto la Lettera che qui si riporta, poichè le nuove proposte di compensi per cattura e giudicatura de' banditi vengono a formarne il complemento. Segue indi l'autenticazione notarile che l'Ariosto fece farvi.

«M. Lud. Noi avemo avuto la lettera vostra dì 27 del passato, per la quale avemo inteso come in esecuzione di quel che vi avemo commisso, avete fatto ardere la casa di quel Genese che occise a' dì passati il conte Giovanni da S. Donnino, di che vi commendiamo, e per questa nostra approviamo e confirmiamo la grida che avete fatto publicare contra quelli che dànno ricetto a' banditi, e vi diamo piena libertà che procediate alla esecuzione contra qualunque contraffacesse, secondo la comminatoria apposta in detta grida, come parrà a voi; alla prudenza e discrezione del quale ci riportiamo.

«E perchè li banditi abbino causa di star più dalla lunga, e li officiali ed esecutori di far più volentiera e con più diligenza l'officio loro in cercar di avere nelle mani li delinquenti e punirli, vorressimo da mò innanzi il Capitano de' Balestrieri avesse per la cattura d'ogni bandito in pena capitale quattro ducati, e ciascuno balestriero un ducato, e il Cap. della Ragione che commettesse la esecuzione della giustizia avesse quattro ducati, la qual spesa si dovesse pagare in comune, perchè per comune benefizio avemo pensato questa ordinazione. Fate dunque congregare il Consiglio generale, e proponete la cosa, facendo intendere a quelli nostri dilettissimi sudditi la causa che ci move, ed esortandoli a contentarsi di fare la detta spesa; attento che è da credere che li banditi si guarderanno di praticare in quella nostra provincia per non essere presi, come intendino che sia posto questo ordine, e conseguentemente essa spesa si averà da pagare di rado; e se pur si pagherà spesso, purgherà essa provincia; e così non può il detto ordine essere se non utile, partorire buon frutto a l'uno e a l'altro modo: e se essi uomini se ne contenteranno, come credemo, fate che 'l si registri, e che si ponga in osservanza, e daretene avviso; e se a voi e a' detti uomini paresse che si dovesse construire o maggior o minor mercede a' detti officiali ed esecutori, similmente daretene avviso. Bene valete.

«Ferrariae, IV maij 1522.

«Ego Laurentius filius q. providitoris Antonij a Porta de Castelnovo Carfignanae publicus Apostolica, Imperialique Auctoritate Notarius, de mandato Mag. D. Ludovici de Ariostis de Ferraria ducalis generalis Commissarij provinciae Carfignanae sup. proclama una cum suprascriptis litteris ducalibus de verbo ad verbum sicut in suis originalibus inveni exemplavi, nil addito vel diminuto quod sensum mutet, et quia facta diligenti auscultatione de ipsis exemplis ad eorum originalia sup. utraq. concordare inveni: idcireo in fidem praemissorum hic me subscripsi meisque solitis et consuetis signo et nomine autenticavi.»(l. ✠ s.)

[322]. A scemare il disgusto che fa nascere la brutta formola d'uso generale e qui più volte ripetuta di minacciare la pena della corda, giova osservare che nelli Statuta Castronovi Carfignanae, approvati nel 1505, si ha al lib. IV, cap. 8: «reiterari nemo possit ad torturam nisi praecedentibus novis indicijs, et cum omni moderamine ita quod corpus valeat sustinere: et si persona ultra modum torta decesserit in tormentis, Capitaneus (justitiae) eadem poena debeat puniri.» Questi Statuta (col moderativo del taglione) si conservano mss. nella R. Biblioteca Estense, che li possiede pure volgarizzati e scritti nel 1576 da Francesco Porta Garfagnino, con carattere, lettere capitali e frontispizio, il tutto condotto e figurato sì bellamente, che il libro ne par quasi inciso. Francesco apparteneva alla famiglia del celebre pittore Giuseppe Porta così felice imitatore del suo maestro Francesco Salviati, e che in Venezia contribuì molto ad illustrare co' suoi disegni ed intagli in legno parecchi libri stampati dal Marcolini assai ricercati dagli amatori di belle arti.

[323]. Citata nella Lettera [CXIV] del 20 nov. 1523.

[324]. Di questa calcinaria, o calcinaia, come leggesi alla Grida II, non trovo alcun'altra memoria. Corrisponde forse alla carbonaia, che è lo spalto con fosse che gira attorno de' luoghi murati. Vedi Tommasi, Sommario della Storia di Lucca, nell'Arch. Stor. Ital., T. X, pag. 53 e 66.

[325]. Citata nella Lettera [CXXXI].

[326]. Un'antecedente Grida contro gli assassini di Pontecchio è ricordata nella Lettera [XXXII], p. 52.

[327]. Quantunque Modena non fosse stata ricuperata dal duca Alfonso che nel 6 giugno 1527, approfittandosi del momento che il papa era fatto prigioniero e che Roma mettevasi a sacco da Tedeschi e Spagnuoli, pur non lasciavasi di chiamarlo duca di Modena, come vedesi anche alla Grida III.

[328]. Il ms. ha 1521, che ritengo errore di penna in luogo di 1524.

[329]. Ad eccezione della Lett. IV, vennero tutte scritte o dettate dall'Ariosto a nome ed anche sotto il titolo di cancelliere della Strozzi la quale più tardi divenne sua secreta moglie.

[330]. Guido Strozzi, figlio di quel Tito e fratello di quell'Ercole de' quali abbiamo, dalle stampe d'Aldo e del Colineo, un lodato volume di latine poesie (Barotti).

[331]. Lorenzo Strozzi fratello di Guido.

[332]. Lo stesso Lodovico Ariosto, il quale era stato poco tempo prima a Venezia col duca Alfonso, come si vedrà nella Lettera seguente.

[333]. Intendasi sempre lo stesso Lodovico Ariosto.

[334]. L'autografo fa parte della ricca collezione storica ferrarese del fu mons. can. Giuseppe Antonelli da cui l'ebbi da pubblicare per la prima volta. Ora la detta collezione venne acquistata a lodevole corredo della Biblioteca Comunale di Ferrara.

[335]. Questa Lettera, è tutta di pugno e locuzione di Alessandra Strozzi, e per essa si accrescono i dettagli di un fatto importante ricordato dal Baruffaldi nella Vita di Lodovico Ariosto, Ferrara, 1807, pag. 210.

[336]. Cioè: per amore dell'Ariosto.

[337]. Pistofilo.

[338]. Sedicesima parte di un'oncia.

[339]. Dalla Lettera de' 23 luglio 1532 siamo accertati dell'elezione fatta dal duca di Guido Strozzi in commissario di Romagna, da quella delli 12 agosto, che ogni dì era lo Strozzi sollecitato a portarsi al suo governo; da quella de' 20, che aveva già mandato buona parte innanzi delle sue robe; e da questa de' 25 dicembre abbiamo bastante ragione per credere che fosse già nell'esercizio del suo commissariato, se in Lugo (residenza consueta de' commissarii ducali) si trovava la moglie di lui, e non di passaggio ma di piè fermo, come si argomenta da quanto si segue a leggere in questa medesima Lettera. E quindi mi fa maraviglia che il Bonoli, nella sua Storia di Lugo, al lib. 3, c. 19, dove registra i commissarii della Romagna, riponga a quel tempo Scipione Bonléo dal 1530 sino al 1535, e di Guido Strozzi non faccia menzione, nè prima nè dopo (Barotti). — Nell'Archivio di Stato in Modena lessi io una lettera di Guido Strozzi al duca di Ferrara datata da Lugo 6 ottobre 1532, che lo mostrava nell'esercizio della sua carica.

[340]. Temo che vi sia sbaglio nell'originale, e che debba dire madonna Simona, moglie di messer Guido Strozzi, di cui nella Lettera del 20 gennaio 1532. La Leona figlia d'Alberto Petrati, fu moglie di Roberto Strozzi fratello di Tito, che fu il padre di messer Guido. Di essa si parla nella Lettera del 19 gennaio dell'anno suddetto; ed era morta senza figli circa l'anno 1528 (Barotti).

[341]. Quattromila Spagnuoli sotto il comando del marchese del Vasto, acquartierati in Lugo. Bonoli, Istoria di Lugo, lib. 3, c. 29 (Barotti).

[342]. Fu pubblicata la prima volta dal ch. sig. march. G. Campori nelle citate sue Notizie per la vita di L. A., p. 56. Sembrandomi questa lettera tutta cosa dell'Ariosto, mi rivolsi al cortese direttore dell'Archivio Gonzaga di Mantova, ove si conserva, per sentire se era di pugno del poeta; il che essendomi stato confermato, compresa ancora (a quanto pare) la sottoscrizione, ritengo che il Cardinale dicesse soltanto all'Ariosto di scrivere in suo nome al Marchese per avere l'esenzione del dazio della carta, ma che Lodovico ad agevolare il buon esito della soprabbondante richiesta delle mille risme (sufficienti altresì per le prevedibili ristampe del poema) ottenesse di esporre che l'edizione era fatta dal Cardinale. Il quale se veramente ne avesse sostenuta la spesa, non avrebbe mancato l'Ariosto al dovere di farlo in più esplicito modo conoscere; e poichè occorse tanto al cardinale Ippolito quanto al duca Alfonso di regalare alcuni esemplari del Furioso, non sarebbe loro abbisognato di cercarli altrove, nè l'autore poteva permettere che ne pagassero il prezzo, come venne accennato a pag. LV della mia Prefazione.

[343]. È tratta così manchevole (salvo le parole in corsivo da me aggiunte in senso probabile) dal codice 9 della Biblioteca particolare del sig. march. Trivulzio di Milano, e l'ebbi dalla gentilezza del sig. conte senatore Giulio Porro Lambertenghi, il quale con sua lettera del 18 novembre 1886 (forse l'ultima ch'egli scrisse essendo disgraziatamente morto in Fino, provincia di Como, dopo soli quattro giorni) mi avvertiva che non è autografa, ma copia mandata al marchese G. G. Trivulzio dal Tomitano, il che pure rilevasi dal Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana compilato dal Porro (Torino, Bocca, 1884), pag. 210. — Ed ebbi altresì tratta da copia la seguente scrittura unita allo stesso codice 9:

«A questo dì di San Michele 1518 io Lodovico Ariosto ho consegnato a Guido da Guastalla mio lavoratore in San Vidale le infrascritte bestie buine in socida per anni cinque: a partire in capo di anni 5 il guadagno per mezzo, et stando il mio capital fermo; et al tempo del partire avrò a cavare del chioppo altre tante bestie della medesima sorte et etade ch'io consegno a lui al presente et per il medesimo capitale ch'io apprecio a lui, che a suo pericolo e spesa le habbia a custodire et governare secondo li modi et Statuti di Ferrara, videlicet:

Una vacca bruna stellata, detta ghirlanda, con una vedella lattante, di precio l'una e l'altra di lire tredeci.

Una vacca rossa detta la rossina, con uno vedello dietro lattante, l'una e l'altro di precio lire undeci.

La soprascritta bruna ha fatto un vitello maschio questo Luglio 1519.

La vedella soprascritta c'havea de capitale lire 13, ha fatto un vitello questo anno del 1521, et essa è morta.»

Il suddetto Catalogo della Trivulziana ricorda inoltre a pag. 211 che nel codice 577 si contiene una lettera dell'Ariosto, ma questa era già stata pubblicata e leggesi nel presente vol. a pag. [302].

[344]. Dall'Archivio di Stato in Lucca, e favoritami dagli amici Bongi e Sforza unitamente alla lettera [CLVIII], p. 264.

[345]. Tratto dal cod. Estense VI, C. 34, e pubblicato da me come inedito nella seconda edizione di queste Lettere, Bologna, 1866.

[346]. Questa stanza ommessa sempre ai Cinque canti veniva a togliere ad essi quella súbita imperfezione che apparve tanto disgustosa ai successivi editori, da far loro tralasciare anche la stanza seguente. Credo per altro che la prima fosse avvertitamente soppressa da Virginio figlio del poeta, che diede questi Canti da stampare ad Antonio Manuzio, sia perchè in massima parte è conforme alla stanza 45, canto XL ed ultimo, ediz. 1516 (corrispondente alla 68, canto XLVI, ediz. 1532), sia per mostrarcelo d'un tratto componimento manchevole e non già una continuazione regolare del Furioso. L'Ariosto compose, almeno in parte, i Cinque canti quand'era Commissario in Garfagnana, 1522-25 (v. Prefaz., p. CXXI), con intendimento di servirsene in una terza ristampa del suo poema, da condurre in cinquanta canti fino alla rotta di Roncisvalle, come fu detto da Galasso fratello del poeta; poi ne dimise il pensiero per attendere unicamente a rivedere e ampliare in miglior modo il Furioso, il quale restò compitissimo colla guarigione d'Orlando e la morte di Agramante. Il prof. Adolfo Gaspary ha creduto poter fissare che i Cinque canti rannodavansi al poema colla prima stanza da me riportata e che li abbandonò per sostituirvi gli ultimi impedimenti famigliari al matrimonio di Ruggiero con Bradamante (Zeitschrift für roman philologie, III, p. 232); ma non essendo essi in relazione coi fatti narrati in antecedenza, restano dunque un tentativo di più vasto lavoro che non ebbe seguito, sebbene l'Ariosto vi tornasse sopra parecchie volte, come si rileva dalle varie lezioni che presentano i mss. e che vennero raccolte dal Barotti (Venezia, 1766), dal Molini (Firenze, 1822) e da me (2ª ediz. di Bologna, 1866).

[347]. Pubblicato dal ch. Cesare Guasti nel Giornale storico degli Archivi Toscani. Firenze, 1858, vol. II, p. 139.

[348]. Questo privilegio trovasi al recto della seconda carta della prima edizione dell'Orlando furioso uscita in Ferrara per Mastro Mazocco del Bondeno adì XXII de Aprile M. D. XVI in-4º, e sotto di esso leggesi: «Similemente il Christianissimo Re di Francia et la Illustrissima Signoria de' Venetiani et alcune altre potentie prohibiscono che ne le lor terre a nessuno sia licito stampare nè far stampare, nè vendere nè far vendere questa opera senza expressa licentia del suo Authore, sotto le gravissime pene che ne li ampli lor privilegi si contengono.»

Non conosco il testo del privilegio del Re di Francia. Per quello della Signoria di Venezia tiene luogo la supplica che l'Ariosto diresse al Doge di Venezia, col rescritto: concedatur gratia ut supra petit, in data 25 ottobre 1515, di cui a [p. 26]; ma perchè non gli venne rilasciata speciale lettera patente, l'Ariosto si limitò qui a farne semplice ricordo. Anche la 2ª edizione del Furioso data dall'autore in Ferrara nel 1521, per quanto concerne i privilegi, ripete soltanto ciò che fu detto nella 1ª.

Il privilegio di Leone X fu pure tradotto in italiano da G. Aiazzi e stampato (non però intieramente) da P. Fanfani nel fasc. I dell'Istruzione secondaria, Firenze, 1876.

[349]. Pubblicato dal lodato sig. march. G. Campori, Notizie ecc., pag. 84.

[350]. Stampato in fine dell'Orlando furioso, 3ª ediz. di Ferrara, Francesco Rosso da Valenza, 1532, in-4º. — Veggasi a [pag. 279] la seconda supplica dell'Ariosto al Doge di Venezia, 7 genn. 1527, intesa ad ottenere che gli fosse confermato il privilegio ottenuto nel 1515, giacchè a render valide tali grazie occorreva per nuova legge l'approvazione del Consiglio di Pregadi. Ma la 3ª ediz. del Furioso, che l'autore sperava presto pubblicare, tardò ancora cinque anni, e nel frattempo il suo poema si ristampò 17 volte senza dargli alcun utile; poi venne poco dopo a morire.

[351]. È tratto da una copia mandata dall'Ariosto al conte Nicolò Tassone il 19 giugno 1531, da servire di norma per ottenere un egual privilegio dal Duca di Milano. Vedi a [pag. 282].

[352]. Stampato in fine della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532.

[353]. Stampato in principio della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532.

[354]. Stampato in principio della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532. E de' privilegi tratti dalle rarissime edizioni originali ebbi pur copia dalla gentilezza del signor dott. Aldo Gennari, Bibliotecario Comunale in Ferrara.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.