I.

Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!

Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di neve; l'aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s'accartocciavano per il brividìo.

Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata; e correvano ambedue.

Estella gli lanciò un'occhiata di traverso, e disse a un tratto:

— Ha il naso rosso!

Tullio si toccò il naso istintivamente, e la sua amica diede in una risata.

— Anche lei ha il naso rosso, — rispose Tullio per vendicarsi, — e le gote rosse, e il mento rosso. Mi sembra una bambola di legno, da un soldo. È tutta rossa!

— Io sono tutta rosa, — ella osservò pacatamente. — Sono sempre tutta rosa. Mi vedrà all'albergo, quando rientreremo.

— Ma potevamo rimanerci! — protestò l'altro. — Che gusto c'è a intirizzire per le strade?

— No; voglio vedere le mode, le mode di Como.... Quando fa freddo, allora, non si uscirà più?

L'uomo tacque, e seguitò ad accompagnarla, correndo al suo fianco.

Bisognava farle la guardia; ordine di sua zia; e proprio a Tullio doveva toccare di far la guardia a una ragazza di diciassette anni!

Era andato, nel pomeriggio stesso, a Milano, a trovare quella zia d'Estella; una signora alta, capelli nerissimi, labbro superiore ombreggiato da una forte lanugine, occhi neri dallo sguardo imperioso.

E aveva trovato la signora Anna Arrigoni in grande scompiglio, ed Estella sbalordita, umiliata, perchè sentiva d'essere impacciosa.

Estella presso Anna sembrava più fragile e gentile; la giovinetta bionda presso la scura matrona pareva d'un'altra razza, per le forme esili, per le rose delicate del volto, per gli occhi azzurri senz'ombra. E perchè la zia era inquieta e perplessa, Estella, seduta al suo fianco, rimaneva muta, guardandosi intorno come a cercare un rifugio.

— Che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina? — andava ripetendo la signora.

Parlava a Tullio? Parlava all'aria, o a sè stessa? Egli non avrebbe saputo dire; ma notò che chiamava bambina sua nipote: abitualmente la chiamava marmotta; e quando la rampognava, in giorni comuni, cominciava sempre così: “Tu che sei una donna, oramai....„

— Ma che cosa è avvenuto? — disse lo Sciara.

— È avvenuto che mia figlia sta male, — rispose la signora. — Sa, mia figlia maritata, Francesca? Veda qui: mi hanno telegrafato, e devo partire per Brescia.... E che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina?

— Non può telegrafare a suo padre, che venga a riprendersela? — domandò Tullio.

La signora Arrigoni fece con la mano un gesto brusco, subito vinto, e addolcita la voce, rispose:

— L'avevo pensato, naturalmente; ma, nel più fortunato dei casi, mio cognato non può esser qui prima di domani, forse domani sera. Sta a Bellagio, è medico; e non ci sono i forestieri che si pagano il capriccio di svernare a Bellagio, come fosse la Riviera? Se ha qualche malato di conto, non può allontanarsi....

Estella osò interloquire.

— Sì, zia, — disse, — ha proprio un malato inglese, un vecchio che deve visitare tre volte al giorno. Me lo ha scritto, papà....

— Vede? — incalzò la signora. — E che me ne faccio, di questa bambina?

— Non ha un'amica alla quale confidarla? Un'amica, la quale possa riaccompagnarla da suo padre?

Tullio aveva il dono d'irritare, quel giorno, la signora Arrigoni, e lo comprese a un altro gesto di lei, non finito.

— Andare in cerca dell'amica, ora! — esclamò. — Mentre il terreno mi scotta sotto i piedi.... Pensi che mia figlia sta malissimo, e vorrei già essere al suo capezzale.... La mia Francesca!

Si alzò d'un tratto, e soggiunse, rivolta allo Sciara:

— Favorisca un istante.

Egli la seguì; entrarono in un altro salotto, sprofondato in tale oscurità che Tullio inciampò prima in una poltrona, poi nel tappeto, e da ultimo in un tavolino, sul quale si produsse un tintinnio che gli fece comprendere che i ninnoli si baciavano.

Ma la signora non vi badò; ritta in mezzo alla camera, ritta e nera nel nero, gli disse con voce solenne:

— Febbre puerperale!...

Lo Sciara non capì, e stette muto.

— Febbre puerperale! — ripetè la signora Arrigoni. — Ci son delle cose che non posso dire davanti a Estella. Ma lei comprende l'importanza di questa notizia; le ore sono preziose; mia figlia è in pericolo, devo correre a Brescia.... Qualche volta una mamma, con una occhiata.... E che me ne faccio di quella bambina?...

La voce della signora tremava ed era velata: la povera donna, in procinto di dare in uno scoppio di lagrime, vibrava di sgomento e d'impazienza.

Tullio si decise: le disse:

— Vuole che la prenda io, Estella, e la riaccompagni da suo padre?

Evidentemente, ella non aveva mai voluto, non aveva mai pensato altro. Gli serrò le mani con forza, quasi con violenza:

— Grazie! — esclamò. — Non le disturba? Può partire subito?... Estella è una bambina, tutti lo vedono; lei è un uomo maturo; nessuno potrà giudicar male....

Lo Sciara aveva trent'anni, tredici più di Estella; a lui, veramente, la differenza non sembrava così notevole da non sollevare mormorazioni per un viaggio in quella compagnia; ma forse era acciecato dalla vanità maschile, e non osò ribattere. Del resto, la signora aggiunse qualche cosa, che gli dispiacque meno dell'“uomo maturo„.

— Dopo tutto, — ella disse, — una fanciulla si può sempre affidare a un gentiluomo, qualunque sia la sua età.... Vogliamo combinare subito e vedere l'orario?

Tornarono nella camera dov'era Estella, la quale non s'era mossa dalla sua poltroncina, e con la testa reclinata sul petto meditava o piangeva in silenzio.

— Tu va a vestirti, subito, a preparar le tue robe, — disse la signora Anna.

La fanciulla uscì senza far motto; e appena ella fu scomparsa, la signora Anna, dimentica di guardare l'orario, cominciò a parlare di sua figlia Francesca e del matrimonio di lei, e di Brescia e di Milano, e delle speranze ch'ella aveva in una pronta guarigione.

— Permetta, — interruppe Tullio. — Io faccio una corsa a casa e allo studio, per avvertire gli impiegati della mia assenza; poi torno qui a prendere Estella.

— Vada, vada. Anch'io devo prepararmi a partire. Ah, come le sono grata! Ah, quanto le devo! Stasera sarò da Francesca, e potrò passare la notte al suo capezzale.... Io le devo forse la vita di mia figlia.

E in questo modo e per questa ragione, Tullio Sciara si mise in viaggio con Estella e si trovò a far da guardiano a una fanciulla di diciassette anni.