V.

Aurelio si mostrò molto affabile.

La moglie lo aveva preavvisato del suo ritorno con un biglietto, e gli era capitata in casa la mattina, pochi minuti prima di sedere a tavola per la colazione.

Vestiva una sottana rossa di fiamma e una camicetta così trasparente, che le spalle e il petto fino al cominciar dei seni parevan nudi, soffusi appena da una polvere diafana; calzava stivaletti alti di pelle rossa.

Aurelio l'ammirò; gli piacque in modo singolare, dentro la guaina fiammante, il corpo bruno e odoroso, ch'egli ricordava; ma parlò d'affari; apprese con soddisfazione che i debiti di Giorgina non superavano la cifra da lui prevista; e in un medesimo discorso trattò dell'assegno, della bellezza, d'una società per azioni e dell'eleganza di sua moglie, terminando con un sorriso indulgente e una piccola fugace carezza sui capelli di Giorgina.

Questa non dava segno nè di annoiarsi, nè di divertirsi; non la scosse nemmeno lo spettacolo delle sue camere, che ritrovava dopo due anni non tocche in alcun particolare. Mentre essa si toglieva il cappello, Aurelio andò a una finestra e guardò nella via; e tra il brulicar dei passanti, riconobbe un medico, una dama, due avvocati, il negoziante di legna che aveva bottega nella casa, e parecchie serve che tornavan dal mercato di Rialto.

Era l'opinione pubblica che passava, la quale doveva pronunziare il suo giudizio su Aurelio Sangiorgi, che aveva riaperto la casa alla moglie colpevole.

Aurelio fece un sibilo tra i denti, per allegria e per disprezzo, e si mise a ridere.

Giorgina lo guardò attonita, non chiese perchè ridesse, e tornò nella sala da pranzo.

Osservò sulla tavola la cristalleria multicolore e scintillante, e il vasellame antico, prezioso, ch'ella non aveva mai visto.

— Sono compere nuove? — domandò al marito.

— No; li ho avuti dalla famiglia Badoèr, — rispose Aurelio, — in seguito a un affare disgraziato....

— .... per la famiglia Badoèr, — interruppe Giorgina, torcendo la bocca disdegnosa.

Ladislao sopravvenne in quel momento; al vederlo, la donna ebbe un sussulto, e una maschera d'angoscia le si stese sul volto; ma fu cosa rapidissima. Ladis era allegro e chiassoso; i molti fiori porpurei, distribuiti qua e là per la sala e sulla tavola, gli piacquero.

— Fior di passione! — disse ridendo a Giorgina e ad Aurelio. — Color di fiamma come la sottana della sposa.

Giorgina lo guardò negli occhi: non v'era ironia, non v'era cinismo, non v'era nulla.

Ladis aveva dimenticato il loro amore, con una semplicità, con una naturalezza, incredibili; fior di passione doveva essere per lui veramente il matrimonio rinverdito e ripreso di Giorgina e d'Aurelio.

Allora la donna si fece allegra ella pure, follemente, ferocemente allegra, ridendo di tutto; e dentro, a cuor morto, rideva di sè e della propria stupidaggine.

S'era vestita così per piacergli ancora; aveva pensato che la visione delle sue carni brune appena velate dalla camicetta, dovesse risvegliare in lui un brivido dell'antico desiderio selvaggio; e un solo sguardo sarebbe bastato a richiamarla, a farle abbandonare gli agi e la casa.

Egli non aveva veduto nulla. L'abbigliamento procace andava risvegliando invece la concupiscenza di suo marito, che le sarebbe balzato sopra, non appena l'amico si fosse accomiatato.

Il contrasto non poteva essere più comicamente malinconico.

Proprio quella stessa mattina, mentre faceva il bagno, la giovane aveva scoperto sotto la mammella sinistra una chiazza rotonda, l'ultimo bacio, il morso ancora dolente di Ladis, il suggello dell'amore finito.

Ella pensava a questo, guardando i bicchieri postile innanzi; e si fece versare dal servo una coppa di sciampagna, e bevve, e poi un'altra, e una terza, ridendo. Le frullava per la testa il capriccio, il bisogno, di stracciarsi il velo che le copriva il seno, e di mostrare il torso nudo, con quel vivido sigillo della sua passione, perchè Ladis lo riconoscesse, perchè Aurelio ne fosse sgomento.

Che smorfie avrebbero fatto i suoi uomini allo spettacolo imprevisto?

— Sciampagna! — ella ordinò di nuovo al servo.

— Giorgina! — mormorò Aurelio, in tono di velato rimprovero.

— Una baccante! — disse Ladis, ridendo. — Una baccante superba!

Aurelio la guardò con cupidigia; ma le parole di Ladis avevano avuto un effetto strano; il volto della giovane s'era sbiancato e la fronte s'era corrugata per qualche ricordo improvviso, che Ladis aveva sbadatamente evocato.

Giorgina si alzò: disse:

— Voi dovete parlar d'affari, credo. Io sono stanca: vado a riposare un poco.

Si volse a Ladis, il quale s'era alzato egli pure.

— La ringrazio, — soggiunse stendendogli la mano.

— Spero di rivederla, prima ch'io me ne vada, — rispose Ladis.

Giorgina lo guardò con un sorriso enigmatico; Ladis non aggiunse parola e s'inchinò stringendole la mano.

Seguì un istante di silenzio; Ladis riprese il suo posto, e Aurelio non appena la giovane ebbe varcato il limitare, disse contento:

— Che donnina! Bella, bella, bella!...

L'altro gli fissò in faccia gli occhi, nei quali luceva una acuta ironia. Il terribile uomo d'affari, Aurelio Sangiorgi il pirata, non sospettava pur lontanamente che Ladis conoscesse la donnina assai meglio di lui, e le dovesse una pagina della sua gagliarda vita di scapolo.

Giorgina entrò nella camera da letto, chiuse le persiane e le imposte, e nella quieta ombra così creata si strappò di dosso la camicetta, il copribusto, il busto; aperse una valigia che le avevan portato la mattina stessa e ne levò un tagliacarte con l'impugnatura dorata e la lama affilatissima.

Si guardò nello specchio. Il torso vibrante, dalle mammelle rigide, sorgeva come un fiore da quella coppa rovesciata ch'era la sottana fiammea stretta intorno alle anche.

— Dunque, io non ho disponibili che ottanta azioni, e le riserbo per te, — diceva Aurelio in quell'istante a Ladis. — A questo proposito, devo dirti che il valore nominale....

Ladis ascoltava con piacere.

Giorgina si gettò sul letto, impugnò il tagliacarte, affondò due volte duramente la lama nel polso, due volte nella piegatura del braccio sinistro; guardò l'immane fiotto di sangue che si precipitava fuori con violenza, inondando il letto; e rovesciò la testa sul guanciale.

— Ora posso lavorare, lavorare molto! — dichiarava Ladis con un sorriso calmo. — Devo confessartelo: temevo d'innamorarmi come un poeta e di sciupare il mio tempo con le donne; ma ho fatto una cura energica.... E nella vita non avviene mai niente!...

Giorgina rantolava, gli occhi velati, tutto il corpo scosso da fremiti spaventosi. L'amplesso di Ladis non l'aveva mai fatta vibrare così a lungo....

PICCOLO “SKATING„.

Tutto il giorno, dalla mattina alla sera profonda, era quel rumore come d'un vento che sibilasse, e quando intenso e quando fievole, lontano, rotto e soverchiato a sua volta dallo stridìo dei pattini, che strisciavan di fianco per arrestar la corsa.

Nel rettangolo chiuso da sbarre, sul pavimento di marmo grigio, uomini e donne e fanciulle correvano, dritto il busto, piegando lievemente i ginocchi per arrotondare gli angoli alle svolte, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra. Scivolavan via così lunghe ore, sui pattini a ruote, dalla mattina alla sera profonda; e una folla intorno alle sbarre li guardava, intontita e quasi addormentata da quel variare isocrono di figure che si rincorrevano e tornavano; dimentichi e la folla e i pattinatori del tempo e del luogo.

Di là dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.

Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d'un vento, che si faceva più forte. A quell'ora tra il pubblico apparivan le eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che delineavano le piroette, e correvano all'indietro, con le braccia conserte.

La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch'era pigra a pensare, ma accompagnati e presi nella dolce spirale d'un valzer, non correvan dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di pensieri. I più si dolevano, — donne e fanciulle, — che tra il pubblico non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.

E di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e la svolta lunga per inerzia, e di qui e di là, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là....

Nella corsa liscia e voluttuosa ve n'eran di instancabili, deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di qui e di là, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano, allungavano, abbellivano, e che non ricordavano più quando s'eran levati i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti, riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.

Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva esser questo:

— Mi ami?

— Non so chi sei.

— Non senti che t'amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani, non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?

— Mi parli, e non comprendo.

— Vieni; ti passo il braccio intorno al busto. Sei mia. Vola con me, piègati sul mio fianco, abbandònati alla mia stretta.

— Tutti ci guardano.

— Nessuno ci vede; la vertigine è troppo forte. Altri son passati prima di noi così avvinti, altri passano dopo di noi. Tutti ci guardano, nessuno ci vede....

— Non m'ingannare.

— Ti amo. Non ti piace così?

— Mi piace così. Fin quando?

— Per sempre, per sempre....

E di qui e di là, sul ginocchio destro e sul sinistro, tra quel sibilo di vento, tra le spirali del valzer.

La linea del mare verdastro di là dalla vetrata s'illuminava d'una luce di fuoco sotto gli strati delle nuvole scintillanti d'oro, e si faceva d'oro il rettangolo sul quale svolazzavano tante sottane e correvano tanti piccoli piedi ruotati.

Fu così, in un tramonto igneo, che apparve un giorno tra il pubblico tranquillo degli spettatori una giovane signora, o una signorina, e vi gettò uno sgomento indimenticabile. Chi era? Che cosa aveva di più o di meno, di meglio o di peggio che le altre?

Era sottile come quella giovinetta che sapeva far gli svolazzi coi pattini a guisa d'un calligrafo con la penna; non più bruna di capelli nè bianca di carnato che quelle due fanciulle, le quali correvano e ondulavan sui fianchi sempre l'una avvinta all'altra; non più elegante della piccola bionda, ch'era elegantissima. Bella, fresca, audace, sdegnosa, come quasi tutte le pattinatrici che le mamme, sedute torno torno al rettangolo, si vedevan correre sotto il naso da un paio di settimane.

E tuttavia la sua apparizione sollevò uno scompiglio indimenticabile tra quel pubblico pacifico, al quale si frammischiavano volontieri i giovani e gli uomini maturi in cerca di sensazioni estetiche e di visioni rapide.

Ella aveva un abito bianco tutto liscio, corto, serrato in basso da tre lacci, secondo le ultime leggi; una cintura rossa alla vita e un paio di stivaletti rossi compivano, coi guanti bianchi e un enorme cappello, il suo abbigliamento.... Ma gli stivaletti rossi dispiacquero subito alle osservatrici. Se ne vedevan di rado, da quelle parti, e avevano un significato di provocazione, che non si spiegava, si sentiva per aria, e che scatenò un rumoroso bisbiglio.

La nuova venuta girò gli occhi intorno, con quell'espressione, la quale vi dice insolentemente: Vi guardo, ma non vi vedo. E anche questo dispiacque alle osservatrici, che la fissavano con l'occhialino e non ne perdevano un gesto, nè un movimento, addosso, a un passo, quasi studiassero al microscopio una vita misteriosa e inquietante.

Era accompagnata.... Ma era veramente accompagnata?... Nessuno l'aveva vista entrare.... Però donna Eufrasia Ricciardi assicurò che doveva essere accompagnata dal signore che le era alle spalle; uno di quei temibili uomini, i quali sono stati ripetutamente a Parigi, possiedono un'automobile con cui scarrozzano le più belle ragazze del mondo, tengono tra le labbra la sigaretta spenta e nelle mani l'onore di più donne; e un giorno si scopre che sono ammogliati e non se ne ricordano più.

Non si sapeva veramente se quel terribile signore, con un certo cappello bigio molle piantato di sbieco e tirato sugli occhi, accompagnasse la ragazza. Di chiaro non si vedeva se non sulla faccia d'ambedue, l'uomo e la ragazza, l'espressione della stanchezza; e si vedevano anche sotto gli occhi dell'uomo certe sottili lineette che si sarebbero chiamate rughe.

Le notò per prima Virginia Giordani, che lo guardava avidamente, di sfuggita; ella aveva diciott'anni e andava pazza per gli uomini sciupati, stanchi, col viso “ricamato„ dai giorni e dalle notti e da molte cose di cui non aveva alcuna idea.

L'altra intanto s'era allontanata tra il bisbigliare continuo delle buone dame sedute, e s'era fatto mettere i pattini dall'inserviente. Entrava nel rettangolo, sul marmo grigio. Fu un momento d'aspettazione silenziosa, un solo momento, perchè quella si lanciò subito sul ginocchio destro e sul sinistro, si curvò un poco, prese l'aire, fece una svolta stupenda, passò tra le coppie, raggiunse una velocità alla quale nessuno si arrischiava pur tra i più audaci.

E rise da sola, pensando che le spettatrici l'avevano forse creduta tanto sciocca da arrischiarsi al giuoco senza conoscerlo bene e da cadere goffamente pel loro spasso.

Andava, volava, batteva l'aria in faccia agli uomini che la scrutavano immobili di là dalla sbarra, e sfiorava del gomito le fanciulle, che sentivano ch'ella era diversa, e ne avevano timore ed invidia, maraviglia e soggezione.

Veniva non si sapeva donde, non aveva detto parola, non aveva sguardo per alcuno, e scivolava mirabilmente, pensando a non si sapeva che cosa.... Era il personaggio del romanzo, di tutti i romanzi pullulati nell'ozio di quel passatempo, una fantasia incarnata in una bella persona, venuta su improvvisamente dall'ignoto.

— Bisogna richiamarle, queste ragazze, e condurle a casa! — osservò donna Eufrasia ad alta voce. — Chiamate Lidia; fate segno a Paolina....

Ma le ragazze filavan via, e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, mentre l'insidia del valzer torpido le avvolgeva.

Parevano capitanate da quella svelta figurina; le si eran messe tutte dietro, una schiera lunga di paperi, e si facevano sfiorar del gomito a bella posta per sentire che la donna del loro romanzo, la parvenza della loro fantasia viveva, e tentavan d'imitarla quando si curvava un poco per goder meglio della corsa. Nella schiera ve n'eran di men giovani che lei, ed ella sembrava una sorella candida tornata fra le sorelle al giuoco; e senza parere, aveva allentato un poco il suo impeto per non compier troppo presto il giro e non passar dalla testa alla coda. Tutte le altre regolavan la spinta e il ritmo sul ritmo della sorella sconosciuta.

— Chiamate dunque Lidia! — ripetè ad alta voce donna Eufrasia. — E lei lascia sua figlia in quella compagnia?

Non vi fu bisogno di chiamar Lidia. Fatto un ultimo giro, la sconosciuta si fece togliere i pattini e rimase qualche tempo fuor del rettangolo a guardare le compagne d'un'ora che correvan tuttavia: ciascuna passando le gettava un'occhiata interrogativa e timorosa, ed ella le seguiva con un'occhiata lunga e meditabonda. Non si capivano ancora, ma si parlavano.

Poi la giovane sentì l'alito ardente degli uomini intorno, l'urgere d'un desiderio sfrontato, e dovette allontanarsi.

Parecchie signore s'alzarono con un pretesto a seguirla e a veder dove andava; gli uomini senza alcun pretesto le si precipitarono innanzi per farle ala e squadrarla ancora da capo a piedi.

Ma a fianco di lei si mise il signore dal cappello bigio e molle tirato sugli occhi, il terribile signore che doveva essere stato più volte a Parigi, e teneva tra le labbra la sigaretta spenta.

Virginia Giordani osò spingersi tra gli uomini, senza levarsi i pattini, abbrancandosi al primo venuto, per veder passare il signore che le piaceva tanto quanto le pareva sciupato.

C'era l'automobile fuori ad attenderli, rombante. Non mancava nulla al loro prestigio d'un attimo.

Vi salirono la giovane e l'amico, senza dir parola; non avevano ancora scambiato una parola dacchè eran comparsi. Un domestico moro chiuse lo sportello. Lo chauffeur lanciò la macchina con un balzo pel viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.

E con la rapidità del lampo, cantando su tre toni dolci e petulanti, l'automobile scomparve in capo al viale, verso la pineta.

— Gente felice! — disse qualcuno.

— Non farti sentire da queste dame! — interruppe un altro. — Muoiono d'invidia e di morale.

— È finita; non si potrà venir più qui a passare un'ora. Io le ho fatto comprendere il mio risentimento; ho parlato forte, mi pare? — osservò donna Eufrasia.

— Come pattinava bene! — esclamò Lidia la bionda. — Era una delizia seguirla! Dove avrà imparato a pattinare così?

— Oh, ha imparato tante altre cose! — rimbeccò un giovanotto beffardo.

— Ma dove? — insistette Lidia.

— Quali cose? — incalzò Paolina.

— A Parigi, a Parigi! — concluse l'altro, rientrando e rimettendosi i pattini. — A Parigi s'impara tutto; ma non ci vada con la zia, o non imparerà nulla....

E rise.

— Ecco, incomincia lo scandalo! I giovani perdono la testa e fanno discorsi che non dovrebbero! — constatò donna Eufrasia.

— Quali discorsi? Ma se parlano di Parigi! — osservò una signora pacifica, la quale, perchè da trent'anni udiva parlar di Parigi e non riusciva mai ad andarvi, si sentiva commossa dalle voci d'un sogno lontano.

— Io, intanto, domani non vengo! — dichiarò solennemente donna Eufrasia. — Ho in custodia mia nipote, e queste son cose gravi.

Ma l'indomani fu un gran giorno. Il piccolo “skating„ rigurgitava di gente, e nel rettangolo e fuori, e tra i pattinatori e tra il pubblico era un'attesa inquieta. Le fanciulle l'avevan detto alle amiche, gli uomini agli uomini, le signore alle signore, e tutti aspettavano il ritorno.

Con quale abito sarebbe comparsa? Queste donne non indossano mai due volte lo stesso abito in una settimana, tanto più quando hanno un amico e un'automobile col moro. Era fin di stagione, principio d'autunno, temperatura variabile, quel periodo in cui si può vestire un abito leggerissimo o tapparsi in una pelliccia, a piacere, secondo il pretesto del momento.

Piero Sanna, il beffardo, aveva sparso la voce che la giovane avrebbe indossato un abito Direttorio, tagliato sul fianco in modo che si vedesse e non si vedesse una gamba.

— Ma si vede o non si vede? — chiese, strabuzzando gli occhi, il dottor Giulio Lastrelli, che aveva sessant'anni.

— La mamma ha un bel dire, ma io la trovo molto carina, — confessava Lidia a Paolina, correndo con lei sul pattinatoio e serrandola con un braccio intorno al busto. — Ha una cert'aria come a dire: “non ho bisogno di voi„, che mi piace.

— Sì, — rispose Paolina, ondulando sui fianchi per darsi una nuova spinta. — Ci ho pensato stanotte, e l'ho invidiata, che vuoi? Abiti, automobili, divertimenti, e quel bel signore. Non fa male a nessuno, e può essere così amata, così felice!

— Così amata! — ripetè Lidia pensierosa.

Tutti correvano e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là.... Ma gli occhi si volgevan di tanto in tanto all'entrata e si sforzavan di veder fuori, sul viale.

Virginia s'arrestò di repente e s'abbrancò alla sbarra.

— Che fai? — le domandarono Lidia e Paolina, le quali scivolavan dietro lei, e per quella brusca fermata avevan corso rischio di cadere.

— Mi è parso d'udir la tromba d'un'automobile.

Si fermarono anche le altre e ascoltarono ansiosamente, la bocca socchiusa, gli occhi rivolti all'ingresso.

— È qui! — disse giocondamente Lidia.

— Ora vediamo la gamba! — susurrò Paolo Sanna al dottor Lastrelli.

— Una soltanto? — domandò Giulio strabuzzando gli occhi.

Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l'aire, Paolo Sanna, Giulio Lastrelll, tutti gli altri che s'erano ammucchiati in un angolo, sfilarono a corsa e ricominciò lo stridìo, il rumore come d'un vento che sibilasse.

La piccola orchestra attaccò una marcia, Il Ruwenzori; e fu tra le note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch'entrò soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d'amaranto in viso, gesticolava, aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.

— Che c'è? Diventano matti? — domandò Paolo Sanna.

Ma il susurro cresceva, soverchiava lo stridìo dei pattini, il ritmo della vittoria, e una voce dominò e si diffuse:

— È morta!

— Chi, morta?

Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico, perdette l'equilibrio e ruzzolò per terra, interrogando:

— Chi, morta?... Ma chi?...

Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea d'ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva più nessuno.

— Cinque pastiglie di sublimato! — narrava la dama soffiando. — Stanotte, all'Hôtel de Russie.... Povera figliola!... E ieri, a quest'ora, pattinava così bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno di moda, ma a me, già, non piacciono.... Avvelenata! Che coraggio!... Chi l'avrebbe detto?

— È morta! — ripeterono le ragazze desolate, sottovoce.

— E tu la dicevi felice! — mormorò Lidia a Paolina.

— Ma sicuro, ammogliato! — spiegava intanto donna Eufrasia. — Bastava guardarlo per capire. Non poteva più tenerla con sè, naturalmente. Queste cose durano fin che durano. E lei gli voleva bene, si vede, e si è avvelenata.... Cinque pastiglie.... Se ne sono accorti troppo tardi, e stamane all'alba è morta....

— È morta stamane all'alba, — ripetè con un sospiro Lidia la bionda.

— Si vedeva che c'era qualche cosa, — osservò Virginia gravemente. — Non si son mai detta una parola.

— È vero, — confermò Paolina. — Non pareva nemmeno che lui l'accompagnasse.

— Ma che cosa fanno qui tutte queste ragazze? — osservò una mamma, vedendo il gruppo delle fanciulle che ascoltavano a bocca aperta. — Andate a pattinare, su, andate via! Non si può neanche discorrere?

— Addio gambe! — mormorò Paolo Sanna, battendo con la mano su una spalla di Giulio.

E per dare il buon esempio, s'avviò a rimettersi i pattini. Le fanciulle lo seguirono; Lidia strinse ancora intorno al busto Paolina, e si lanciò con lei; Virginia volle pattinar da sola per pensare a quell'uomo ammogliato che faceva morir le amanti; Giulio sopraggiunse e riprese i suoi geroglifici; e gli altri tutti, uomini e donne e fanciulle, dietro, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra.

Ma parecchi giovanotti uscirono per andare all'Hôtel de Russie a vedere non sapevano essi medesimi che cosa.

— Certo, uno scandalo! — disse donna Eufrasia, mettendosi infine a sedere per vigilar la nipote che pattinava. — Qualche cosa me lo faceva presentire quando li ho visti ieri.... Oh per lui, se lo merita! Lei, poverina, non ha colpa, se lo amava.... È sempre così; non si amano che codesti birboni!

Poi soggiunse romanticamente:

— Amore e morte!

La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l'onda rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d'oro.

— Ma è bello! — susurrò a un tratto Lidia, uscendo da una lunga meditazione. — La gioia, i divertimenti, l'automobile, un grande amore, e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi più, mai più!

— Taci! — disse Paolina con un brivido. — Pensavo io pure così!

E le due fanciulle si strinsero più forte, correndo; e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui, or di là....

LA MOGLIE INNAMORATA.

La causa era buona e difficile: si trattava di difendere la giovane contessa Elena Uberti, la quale in un momento di gelosia e di passione aveva piantato tre palle di rivoltella nel petto del marito conte Stefano Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, che era scampato per miracolo, dopo tre mesi di malattia.

L'avvocato Pietro Quadrelli aveva accettato di difendere la contessa; innanzi tutto perchè il processo era “brillante„, poi perchè la contessa era ricca, bella e giovane. Ma la strada naturale per cui la difesa doveva mettersi, cioè la dimostrazione della cattiva condotta del conte Stefano e delle avventure di lui, s'era chiarita subito assai difficile. In verità, non si avevano prove serie nè della cattiva condotta, nè delle avventure; e i testimoni nicchiavano, dicevano e non dicevano, lasciavan l'impressione di riferire cose udite, raccolte nei caffè, pettegolezzi inconsistenti. Nulla di grave s'era potuto assodare; lo scatto di gelosia che aveva armato la mano della contessa Elena appariva quasi ingiustificabile e la situazione della giovane signora era andata aggravandosi durante l'istruttoria, quantunque, se non si ammetteva la gelosia, non si potesse incolparla d'alcun movente odioso o volgare.

L'avvocato Quadrelli disperava di poter formare al processo quell'“ambiente morale„ che sarebbe valso a circondare d'antipatia e di sospetto la figura del marito, e a gettare una luce benigna sulla contessa Elena. Egli era andato a trovarla più volte nel carcere giudiziario e aveva dovuto convenire con sè stesso che la dama, acutamente sensibile, non aveva potuto macchiarsi d'un delitto se non per qualche impulso irrefrenabile, di cui essa stessa non sapeva rendersi conto.

Nulla era perciò più arduo che preparare la lista dei testimoni, i quali dovevano essere scelti tra i pochi che avrebbero saputo non esagerare, tenere di fronte alla contessa un linguaggio di stima senza enfasi, e di fronte alla vittima di lei un contegno di riprovazione sobrio e grave. Infine, come arma vera e propria, l'avvocato Quadrelli non aveva che l'eloquenza, dalla quale sperava un effetto durevole sull'animo dei giurati, sempre inclini a una certa simpatia per le donne giovani, eleganti e timide. E che Elena fosse elegante e timida, l'avvocato sapeva; gli occhi cilestri della contessa non avevano sopportato a lungo lo sguardo di lui. Ella s'era schermita gentilmente ma fermamente d'accusare troppo il marito, aveva rifiutato di spiegarsi intorno ai quattro anni di vita passata a fianco del conte Stefano, temendo che l'avvocato s'arrischiasse o fosse in diritto di rivolgerle domande troppo intime; le sue mani eran bianche e sottili; le vesti scure, ma perfette di taglio, e intorno al suo corpo ondeggiava un profumo delizioso di mughetto. L'avvocato aveva indovinato, aveva sentito, che la contessa Elena Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, nata marchesa Grotti di Lampreda, era un angelo, incapace di commettere la più piccola bassezza. E, chiusa l'istruttoria, era andato a trovare quell'angelo nel carcere giudiziario quante più volte aveva potuto, forse per aver luce sulla causa, certamente per aver luce dagli occhi cilestri e per aspirare il delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina della giovane.

La sua simpatia per la contessa non aveva riscontro che nell'antipatia sorda contro il marito; un uomo il quale sciupava energie preziose in una vita di disordini, e, l'istruttoria lo dimostrava, sapeva destreggiarsi con tale abilità da non lasciare prove della sua mala condotta.

L'avvocato Pietro Quadrelli fu, per tutte queste ragioni, spiacevolmente sorpreso d'udirsi annunziare un mattino il conte Stefano Uberti. Mancavano quindici giorni al processo, e l'intervento di quell'uomo non poteva non essere pericoloso per l'accusata. L'avvocato diede ordine di farlo passare immediatamente, e non appena se lo vide innanzi, strinse in pugno un tagliacarte, per frenare un moto di dispetto.

Il conte era sulla quarantina; dritto come se i bagordi lo avessero temprato: con lo sguardo “discendente„, che veniva dall'alto, sarcastico e superbo; un poco acceso in volto, di quel colorito che gli uomini prendono stando molto all'aria aperta, sotto il sole, sotto la pioggia, al vento, alla polvere; alla prima occhiata, si sarebbe creduto ch'egli fosse un ufficiale in abito borghese....

— A che cosa devo?... — chiese l'avvocato, accennando una sedia al conte.

— A che cosa deve il piacere della mia visita? — ripetè Stefano, sedendo. — Ecco qua: sono venuto, per quanto mi è possibile, ad aiutarla nella sua opera.

L'avvocato strinse ancora una volta il tagliacarte; quell'uomo si prendeva beffe di tutti, evidentemente; ma nell'interesse della giovane accusata, Pietro Quadrelli si fece forza e stette ad ascoltare.

— Mi sembra, — disse Stefano, — che la posizione di Elena, di mia moglie, sia molto penosa, e che al momento in cui parliamo, l'accusa possa facilmente aver ragione.

— Lei s'inganna.... — interruppe l'avvocato.

Il conte Stefano Uberti sorrise con un sorriso che significava la compassione e l'ironia e che fece salire al volto di Pietro Quadrelli una vampa.

— Non m'inganno, — ribattè il conte. — Credo di essere bene informato. A Lei, vede, mancano i testimoni. Io ho molta fiducia nell'eloquenza; ma neanche Demostene, con quei testimoni, che Ella ha potuto trovare fino ad oggi, riuscirebbe a dimostrare che Elena aveva qualche ragione di fare ciò che ha fatto....

— Lei intende costituirsi parte civile? — domandò l'avvocato.

Stefano sorrise e si alzò.

— Non ci comprendiamo! — disse poi. — Ma se sono qui per aiutarla?

Fece alcuni passi nello studio, andò alla finestra che guardava in un giardino, e stette un istante come assorto a veder le foglie tremolare a un lieve fiato di vento. L'avvocato, immobile innanzi alla scrivania, lo osservava con curiosità.

— Ecco qua, — riprese Stefano, tornando a sedersi. — Bisogna citare il marchese Cutinelli. È un simpatico giovanotto. Due anni or sono, mentre viaggiavo tra Napoli e Roma, e precisamente si stava facendo colazione nel wagon-restaurant, egli si è incontrato con me. Io ero con una signora giovanissima, dai capelli neri e dagli occhi castagni; quella signora non era mia moglie.

S'interruppe, e guardando dritto in faccia l'avvocato, proseguì:

— Lei conosce bene mia moglie. Sa che ha gli occhi cilestri e la carnagione bianca, dirò coi poeti “simile a un petalo di rosa„. Ora la signora che viaggiava con me, aveva i capelli neri, gli occhi castagni e la carnagione scura. Interroghi il marchese Cutinelli; ne saprà quanto basta. Abita a Napoli.

L'avvocato scrisse il nome e l'indirizzo sopra un taccuino, e si chiese:

— È matto? A che giuoco vuol giuocare?

— Un altro testimonio prezioso per Lei, — seguitò tranquillamente Stefano, — sarà Emilio Balanda. Povero Emilio! È un seccatore involontario: mi càpita sempre tra i piedi quando vorrei viaggiare in incognito; ma è discretissimo, e per farlo parlare, lei dovrà insistere molto. Alla fine parlerà, non dubiti. Gli dica che si tratta di salvare Elena; non so se abbia una grande simpatia per Elena; è possibile; ma quello che è certo, si è che la sua anima borghese e piccola dev'essere molto scandalizzata per la mia condotta. Alla cicala bisogna grattare il ventre per farla cantare, dicono; e lei gratti!...

Fece una pausa, si cercò in tasca, estrasse un astuccio:

— Permette? — chiese. — Io non posso stare un'ora senza fumare.

— Anzi, anzi! — disse Pietro Quadrelli, accendendo un fiammifero e offrendolo. — Allora, Emilio Balanda?...

— Emilio, — riprese il conte, dopo aver tratto dalla sigaretta una boccata di fumo, — Emilio ha avuto la fortuna di trovarmi a Milano, l'anno scorso, al Grand Hôtel. Ero al Grand Hôtel con una signora, la quale assomiglia un poco a Elena.... Non si spaventi per questa difficoltà.... La signora non parlava che il russo e il francese.... Ecco quanto basta per rilevare che non si trattava di mia moglie.... E fumava come una locomotiva, mentre Elena non può tollerare nemmeno il fumo di una sigaretta.... Ma il più bello è questo; otto giorni dopo, quel caro Emilio m'incontrava ancora a Parigi, al restaurant....

S'interruppe di nuovo, e come avesse dato un ordine al conduttore d'un taxi, soggiunse: — Restaurant Maurice, rue Drouot, au coin de la rue de Provence.... Anche là non ero solo. Accompagnavo una signora; e non era la signora del Grand Hôtel.... La signora del restaurant Maurice era alta, sottile, tutta vestita di nero, con una “cappottina„ da cui sfuggivano alcuni riccioli, e che le incorniciava il volto pallido.... Dunque, a distanza di otto giorni, avevo cambiato due amanti.... L'amico Emilio abita a Milano, via Alessandro Manzoni, N. 10. Ha scritto?

L'avvocato scrisse, rialzò il capo, e stette ad ascoltare.

— Per ultimo, — disse Stefano, deponendo sul portacenere il resto della sigaretta, — le indicherò il mio amico Cesare di San Sebastiano. Egli mi ha incontrato a Torino, una sera sotto i portici; v'era folla, io accompagnavo una signora, ed egli salutò. Questo disgraziato Cesare di San Sebastiano è molto miope, e perchè abitavamo allo stesso albergo, l'indomani mi chiese di potere salutare mia moglie. Ho dovuto dirgli, — veda a che cosa conduce la miopia.... degli altri! — che la signora con cui vivevo all'albergo non era mia moglie, ed egli ne fu molto confuso, più confuso di me, certamente. Ora, è bene sapere, che quella signora non aveva nulla di comune nè con la signora di Napoli, nè con quella del Grand Hôtel di Milano, nè con l'altra del Restaurant Maurice. Lo dica pure con tutta franchezza; nessuno potrà smentirla.... Cesare di San Sebastiano abita a Torino, via Lagrange, 12. Vede che ora lei ha un materiale prezioso, e l'assoluzione di Elena è assicurata.... Perchè, se tante sono le avventure che ebbero testimoni certi e insospettabili, quante saranno, mio Dio, quelle che passarono inosservate?

Sì alzò sorridendo, e andò ancora a dare un'occhiata alle foglie che tremolavan nel giardino.

L'avvocato Pietro Quadrelli era stupefatto e girava e rigirava tra le mani il lapis con cui avevo scritto gli indirizzi.

— Devo rendere omaggio alla sua lealtà, — disse infine. — Lei ha voluto illuminare la giustizia con suo personale sacrificio....

Il conte si rivolse di botto e diede in una risata:

— La giustizia?... Ma lei crede alla giustizia, lei che è avvocato? — interruppe.

— In ogni modo ha dato prova della grande affezione che la lega alla contessa.

— No. Io non l'amo! — affermò Stefano seccamente. — Non l'amo punto.

— E allora?... Perchè da questo processo risulterà certo la scusante della contessa, ma lei sarà perduto....

— Le pare? — interrogò Stefano con quel sorriso ironico che metteva tanto freddo nell'espressione del suo volto maschio. — Le pare che un uomo il quale è infedele a sua moglie e cambia l'amante ogni otto giorni, sia perduto nell'opinione pubblica? Ma non si tratta di questo. Lei si domanda perchè io sia venuto a salvare una donna che non amo, e a svelare alcuni fatti delicati della mia vita intima? Lei dimentica che intorno al nome della famiglia Uberti di San Guiscardo s'è fatto abbastanza chiasso, e io voglio, io devo impedire che questo nome si trasformi in un numero d'un reclusorio femminile. Do prova di devozione alla mia famiglia, non alla contessa. E la prego di dirlo a Elena; che non s'illuda; non ho per lei nè amore, nè pietà; uscita dal carcere, non la vedrò più. Glielo dica, la prego. Non la vedrò più. Siamo intesi?

L'avvocato rispose con un'espressione quasi solenne:

— Non la vedrà più. Siamo intesi!

Vi fu un silenzio, breve, ma che parve eterno ai due uomini; in capo al quale, il conte si mosse, andò vicino all'avvocato Quadrelli e lo toccò leggermente sopra una spalla.

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — disse con freddezza.

— Io? — ribattè l'avvocato, quasi fosse stato tocco da una scarica elettrica. — La prego, conte!...

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — ripetè Stefano, come non avesse udito. — Lei crede che Elena sia una vittima; e ignora che io sarei stato il migliore dei mariti, se...; e che, mentre ho citato alcuni testimoni terribili contro di me, avrei potuto citarne un numero infinito di terribilissimi contro Elena. Per esempio, il direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, il direttore del Museo di Cluny, il direttore della Collezione Grandidier al Louvre, e altri, i quali sanno che mi son dovuto mettere a lavorare da qualche tempo, non per mantenere le mie amanti, le quali appartengono alla categoria delle donne che non si mantengono; ma per.... per altre ragioni.... Elena sarebbe stata perduta; dieci anni di reclusione, a occhio e croce.

Accese ancora una sigaretta, e concluse:

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena!

— Interrogherò subito quei testimoni, — disse l'avvocato Quadrelli. — E andrò a recare la buona notizia alla contessa.

— Vada, vada! — mormorò il conte Stefano, sorridendo.

Strinse la mano all'avvocato, s'inchinò leggermente, e uscì.

Non appena egli si fu allontanato, Pietro Quadrelli uscì a sua volta, prese una vettura, e si fece condurre di corsa al carcere giudiziario.

Era felice; teneva in pugno non soltanto la libertà materiale di Elena dagli occhi cilestri, ma quanto bastava per darle un'aureola più duratura del delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina di lei. Aveva un bel dire il conte; l'opinione pubblica lo avrebbe stritolato, decretando il trionfo alla giovane e timida contessa. Non si violano impunemente le convenienze come aveva fatto Stefano; il pubblico si rivolta e condanna.

Nella sua cella a pagamento, la contessa Elena, agile e sottile, stava seduta leggendo, presso la tavola su cui erano ancora i piatti e le posate della colazione; udendo schiudere l'uscio, la giovane si alzò, e sorrise a Pietro Quadrelli, che entrava.

— Mi pare molto contento, avvocato! — ella disse con la sua bella voce morbida.

— Contento? Sono felice, e per buoni motivi, — rispose l'avvocato.

E sedendo vicino a lei, presso la tavola, le raccontò con molti particolari la visita del conte Stefano e le notizie che ne aveva raccolto. Egli s'aspettava di vedere il bel viso dal carnato “simile a un petalo di rosa„ illuminarsi di gioia, e fu stupito, quasi sgomento, vedendo che a mano a mano ch'egli procedeva nel racconto, il visetto si faceva buio, la fronte s'aggrondava, l'espressione diventava cupa e chiusa.

— Ebbene? — disse Pietro Quadrelli. — Non ho ragione d'essere felice? È il trionfo, la vittoria sicura, la sua assoluzione....

Elena lo guardò in faccia, poi disse freddamente:

— Non ha capito?

— Io? Che cosa dovevo capire?

La giovane ebbe un sorriso breve, una specie di ghigno disdegnoso: poi dichiarò:

— Sono testimoni falsi!

L'avvocato Quadrelli trasalì, fissandola a sua volta sbalordito:

— Come dice? — interrogò.

— Dico che sono testimoni falsi, — ripetè Elena. — Falsi! Li conosco tutti; amici intimi di Stefano, pel quale andrebbero nel fuoco. Non una parola di ciò che racconteranno è vera; egli li ha pregati di aiutarlo a salvarmi per l'onore del nome, ed essi mi salveranno, giurando il falso e raccontando il falso.... Ne vuole una prova? Al Grand Hôtel, a Milano, ero io con lui!

— Ma, allora, contessa, non capisco?... — interruppe l'avvocato.

— Non capisce? È semplicissimo. Mio marito si vendica; ciascuno si vendica a modo proprio. Stefano si vendica, schiacciandomi con la generosità.... Non posso certo smentire i suoi testimoni. E con quali prove del resto? E qual è l'imputato che smentisce i testi venuti per liberarlo? Io tacerò, le menzogne passeranno, e il giuoco sarà fatto.

Ella sembrava in preda a una viva agitazione e le sue piccole mani si serravano nervosamente. Rimase un istante in silenzio, poi riprese:

— Mio marito deve averle detto ancora qualche cosa. Che cosa le ha detto?

Pietro Quadrelli esitò. Come riferirle le parole dure e crudeli, che Stefano aveva pronunziato contro di lei? La vide esile, timida, delicata, e temette che quelle parole dovessero rovesciarla a terra.

— Dunque? — insistette Elena.

— Dunque, — riprese l'avvocato, — il conte mi ha incaricato di dirle....

Si fermò ancora; bisognava compiere l'incarico; del resto Elena ne avrebbe forse avuto piacere.

— E così? — domandò Elena con una voce in cui fremevano già l'impero e l'impazienza.

— Mi ha incaricato di dirle, — seguitò Pietro Quadrelli, — che egli non ha per lei nè amore, nè pietà; che quando ella avrà riacquistato la sua libertà, tutto sarà finito, e lei non lo vedrà più....

Elena fece un balzo, un balzo agile di tigre contro l'avvocato.

— Ha detto così? — esclamò con voce sibilante, stendendo le piccole mani che tremavano. — Lei non s'inganna?

— Come potrei ingannarmi?

Elena gli volse le spalle e passeggiò febbrilmente per la cella. Agli occhi dell'avvocato, era irriconoscibile; i suoi occhi cilestri scintillavano e i piccoli denti mordicchiavano le labbra sanguigne; un furore chiuso e gagliardo sembrava scuotere l'anima e il corpo sottile della giovane.

— Mi odia! — ella esclamò, quasi parlando con sè stessa. — Mi odia e mi disprezza; mi getta l'àncora, e poi mi scaccia. Non può essere così.

Si fermò, guardò l'avvocato, e come avesse avuto bisogno di lasciar traboccare la piena della sua passione, gli disse:

— Io sono stata infedele a mio marito. Non lo amavo. Era troppo buono. Spendevo pazzamente, per la mia vanità, ed egli era costretto a lavorare. È verissimo ch'egli ha lavorato; ha fatto uno studio sulle maioliche, che in Francia e in Inghilterra fu tradotto e pagato carissimo. Egli lavorava e mi adorava, e io non gli volevo bene. Un giorno gli sono stata infedele.... Egli mi sorprese mentre scrivevo; volle la lettera, mi colpì al viso, io ho perduta la testa, e ho sparato contro di lui.... Questa è la verità....

Aveva pronunziato quelle parole confusamente, in furia, con gli occhi accesi da un fuoco interno che illuminava tutto il volto. Proseguì rapidamente:

— Bisogna che lei mi faccia assolvere! Sono pentita: voglio essere buona. Egli non mi ama più.... Lo amo io, lo voglio io, mi ha vinta. Lo riprenderò; non saprà sfuggirmi....

Pietro Quadrelli lanciò involontariamente uno sguardo a quel corpo sottile di tigretta e indovinò le promesse di voluttà feroce ch'eran chiuse nella minaccia: “non saprà sfuggirmi!„

— Io lo amo, lo amo, lo amo! — proruppe Elena, coprendosi il volto con le mani e scoppiando in singhiozzi violenti. — So che mi disprezza, ma sarò tanto buona, striscerò ai suoi piedi, sarò la sua schiava. No, non saprà sfuggirmi, non mi lascerà morire!... Bisogna che lei, avvocato, mi faccia assolvere! Voglio mio marito ancora, perchè lo amo, e lo renderò felice....

L'avvocato Pietro Quadrelli si alzò e si avvicinò alla giovane:

— Non dubiti — disse. — La sua assoluzione è certa....

— Sì, non è vero? — esclamò Elena, scoprendo il viso inondato di lagrime e afferrando le mani dell'avvocato.

Questi si morse le labbra; a sentirsela così vicina, divorata da una fiamma di passione, egli ebbe la tentazione di serrarla tra le braccia, e chiuse un istante gli occhi per resistere. Ella parve comprendere, sciolse le mani, e disse con voce secca:

— La ringrazio; conto su di lei....

— Ora stia tranquilla, contessa. Cerchi di riposare! — consigliò Pietro Quadrelli. — Ha bisogno di riposare; stia tranquilla, contessa....

E, accorgendosi che diceva delle sciocchezze, prese il suo cappello, il portafoglio di cuoio, e s'inchinò. Elena gli stese la mano, sorridendo con gli occhi ancora umidi di lagrime.

Quando fu in carrozza, avviato al suo studio, Pietro Quadrelli cercò di raccogliere le idee e di definire le sue impressioni; d'un tratto si mise a ridere, da solo.

— E andate dunque ad amare le donne! — egli pensò. — Ecco un marito che adorava la moglie, e lavorava per lei, e aveva fatto di lei il suo mondo. La moglie lo tradiva. Ecco il marito che le dichiara ben chiaramente il suo disprezzo, che la scaccia, che non vuol più vederla. E la moglie lo adora.... Che cosa preferiscono le donne? Le carezze o le frustate?

S'inchinò innanzi a guardare il cavallo grigio, che procedeva assai pigramente, e concluse ad alta voce:

— Frustate!

Il cocchiere frustò; il cavallo prese un buon trotto allegro e sicuro.

— Non c'è altro! — borbottò l'avvocato Pietro Quadrelli, stendendosi beatamente nella vettura.

COLMÀR.

Il treno si fermò sotto la tettoia della stazione, e il viaggiatore sporse la testa, guardandosi intorno. La stazione era ampia e bene illuminata, con le scalèe di marmo bianco, che menavano ai sottopassaggi. Un conduttore, che aveva sul petto assicurata da cinghie la lanterna accesa, passò lungo la vettura, e il viaggiatore gli domandò:

Wo sind wir?

— Colmàr! — rispose l'altro, senza alzare il capo. — Colmàr!

Il viaggiatore, Francesco Rusconi, osservò l'uomo: con quella lanterna accesa sul petto sembrava un grosso animale illuminato da un fuoco interno. E Francesco pensò che se si fossero obbligati i ferrovieri italiani a legarsi al collo quella lanterna, sarebbe avvenuta una rivoluzione. Ma ogni popolo ha i suoi gusti e le sue abitudini. Francesco chiamò un facchino, gli consegnò le valigie, lo scialle, e discese. Eran le nove di sera e piovigginava; preceduto dal facchino, il viaggiatore uscì sul piazzale, vide l'omnibus elegante dell'albergo che sorge nella Rufacherstrasse, e vi fece deporre le sue robe.

Chi gli avesse detto il giorno innanzi che egli si sarebbe fermato a Colmàr, avrebbe fatto ridere Francesco Rusconi. Era partito per recarsi a Metz. A Metz si sarebbe incontrato con una giovane e graziosa signora, con la quale aveva una semplice amicizia; egli s'era offerto di accompagnarla in Italia, e, bizzarra, indipendente, audace, ella aveva accettato. Da quella amicizia, mutata nella dimestichezza che nasce tra due viaggiatori, e, meglio, avvivata dalle impressioni che la signora avrebbe ricevuto vedendo la prima volta l'Italia, da quell'amicizia, pensava Francesco Rusconi, sarebbe scaturito l'amore. E non per altro se non per aver l'amore della graziosa donna che gli piaceva, egli s'era messo in viaggio.

Ma era stato colto in treno da una malattia crudele e impreveduta: la malattia dei ricordi. Tutta la linea, da Milano a Como, da Como a Lugano, da Lugano a Lucerna, n'era seminata; qua un capriccio, là un'avventura, più su una passione; qui aveva sorriso, là aveva mentito, più su aveva amato e sofferto. E rivedendo quei luoghi, Francesco s'era accorto con spavento che non sentiva più nulla. Inutilmente un paese gli metteva innanzi il pallido viso di Giuliana; invano da quella città gli veniva ancora l'eco della voce vellutata con cui Emma lo salutava; invano un albergo, di cui sfolgorava sotto il sole la dicitura in lettere d'oro, gli rammentava le carezze di Claudia. Invano, invano tutto; pericoli e timori, lagrime e speranze, emozioni e vittorie, gioie segrete e audacie mortali, gli si facevano incontro come rottami di un grande naufragio, senz'altro significato che di cose spente, e il suo cuore era freddo, non dava un palpito più del consueto.

A Basilea, cambiato il treno, salì in una vettura tedesca illuminata da lampadari che diffondevano un mare di luce. Si guardò nello specchio, si vide coi capelli folti ma bianchi e il volto istoriato da rughe sottilissime. D'improvviso, si sentì vecchio, non tanto per quel suo aspetto fisico, in cui vibrava ancora un'energia pronta e tenace, quanto per l'insensibilità del cuore. Gli occhi dallo sguardo limpido dicevano che i capelli bianchi e le rughe non attestavano se non forse la precocità d'una vita ardente, forse una raffica di dolori; ma il cuore diceva d'essere stanco, d'aver palpitato abbastanza, di voler riposare.

— Non ci vado! — esclamò ad alta voce.

Nella vettura di prima classe era solo; sedette al suo posto, formato come una poltrona dal velluto rosso fiammante, e si raccolse a meditare. Che stupida idea era mai stata quella d'andare da Roma a Metz, di traversare mezza Europa, di ritraversarla in senso opposto, solo per avere una donna, per guastare una buona e fiduciosa amicizia e per arrivare poi alla sazietà, all'abbandono, all'oblio? Lavorare tanto per gettare sulle acque un altro rottame del naufragio a aggiungere Metz alla lunga litania dei nomi, che avrebbero dovuto dirgli e non gli dicevano più niente?

— Non ci vado! — ripetè ad alta voce.

A Mülhausen ebbe la prima tentazione di scendere, ma resistette; cercava ancora una ragione per non cedere e non mancare al convegno. Tra Mülhausen e Colmàr la noia gli diventò insopportabile. Al pensiero gli si affacciò la certezza ch'egli non sapeva più, non poteva più amare, perchè il cuore era spento.

— Vecchio imbecille! — borbottò quasi con rabbia. — Che cosa vai a dire e a fare, se amore non t'interessa ormai più d'una nuvola? Non senti che l'esitazione è la prova della tua incapacità d'amare? Tu discuti con te stesso; sei morto! Quando si ama o si vuole amare, non si ragiona.

Ed era disceso a Colmàr, aveva scelto all'albergo una bella camera in faccia alla piazza Rapp, e aveva dormito saporitamente come si fosse trovato a casa sua, nel suo letto.

L'indomani mattina spedì un telegramma alla signora di Metz: un lutto improvviso lo obbligava a tornare in patria. Non pensò all'inverosimiglianza della scusa, perchè la notizia del lutto non poteva averlo raggiunto in treno; pensò ch'era incapace d'amare, che l'amore era morto per lui.

— Faccio una buona azione, — egli si disse, — e risparmio un disinganno a questa povera amica.

Ed entrò in un elegante negozio della Rufacherstrasse a comperare le sigarette.

Era dietro il banco una giovane, abbigliata di nero, col grembialetto candido; aveva diciotto o vent'anni al più, e non si poteva dir bella; esile di forme e bianca in volto, coi capelli castagni, la bocca piuttosto grande, gli occhi color d'avana e mobilissimi di sguardo, faceva pensare che la sua vita fosse un diuturno sforzo, una fatica quotidiana per dominare i nervi, e ch'ella dovesse avere una sensibilità esagerata e quasi dolorosa.

Francesco Rusconi le chiese, senza nemmen guardarla, delle sigarette; ed ella gliene espose sul banco un intero emporio; Francesco le domandò quali fossero le migliori e le più ricercate, e indugiò un poco a discutere; ma dall'accento di lui e forse da qualche frase, ch'era piuttosto della grammatica che della lingua parlata, la fanciulla intuì, esitò un poco, e poi interrogò con titubanza:

M'sieu n'est pas allemand?

Oh, nein, danke! — esclamò Francesco ridendo. — Je suis italien, mademoiselle.

Moi je suis française! Alors, m'sieu, si vous préferéz les Kiryazy frères?...

Aveva detto: Moi je suis française, con un'espressione d'orgoglio così aperto, che Francesco levò il capo a guardarla; e l'altra, sotto quello sguardo curioso, arrossì un poco. L'uomo prese la scatola di sigarette Kiryazy, salutò ed uscì.

Che bella cittadina, Colmàr! Pacifica, pulita, ridente. Le signore, le impiegate, le serve, andavano all'ufficio o al mercato in bicicletta; alcune tenevano presso il manubrio un paniere, da cui pendevan ciuffi d'insalata e barbe di carote, e pedalavano lestamente per tornare a casa a preparare la colazione.

Capitato là come fosse caduto dal cielo, non avendo nulla da fare, Francesco girò per la città a osservare ogni cosa, ed era così evidentemente ozioso, che una guardia dall'elmo col chiodo appuntito e dall'ampia barba bionda lo squadrò più volte. Si fermò a guardare la fontana di Schwendi, Schwendibrunnen, che ha un arco a ciascuna bocca dell'acqua, e la Pfister Haus, una casa di puro stile tedesco, con un loggiato scuro, un verone appiccicato e come sospeso sull'angolo, una torricella poligona al fianco. Gli piaceva tutto; la pace della cittadina linda rispondeva alla pace del suo cuore; pensava che quando l'amore è morto, il cuore è tranquillo.

Fece colazione alla Kopfhaus, la casa delle teste, così detta perchè la decorazione dei varî piani era formata da teste di guerrieri e di draghi; una bella balconata lasciava traboccare geranii rosei e garofani rossi. Il frontone a forma di triangolo con certi pinnacoli sui lati e un pupazzo buffo sul vertice, faceva pensare a una costruzione cinese. Francesco bevve un eccellente vino bianco del Reno e mangiò con grande appetito.

— Io sto a Colmàr un anno! — egli promise a sè stesso, mentre tornava lentamente verso la Rufacherstrasse.

Quando fu per salire all'albergo, s'accorse di non aver fiammiferi, e procedette fin dal tabaccaio. La fanciulla era ancora dietro il banco, e leggeva.

Alors, mademoiselle est française? — disse Francesco sorridendo.

E perchè non aveva nulla da fare, cominciò a discorrere. La fanciulla discorreva garbatamente, senza timore e senza spavalderia. La sua famiglia era francese di cuore e di pensiero, nonostante il “Cigarren und Cigaretten Importen„ che si leggeva sull'insegna. Ella, la giovane, si chiamava Laetitia, in memoria della gran madre dell'Imperatore; e quantunque non lo dicesse, si sentiva nella sua parola un rancore sordo contro i tedeschi, contro la dominazione pesante e cortese, rigorosa e gentile di quei signori. Letizia sognava Parigi; non v'era mai stata; il papà e la mamma le avevan promesso mille volte di condurla, ma non avevan mai potuto.

Allora Francesco si fece a descriverle Parigi; e per descriverla meglio, prese una sedia e vi si accomodò. La fanciulla ascoltava avidamente il signore dai capelli tutti bianchi e dagli occhi vivi; e, contenta d'udire che Parigi era una città potente, ricca, una grande città, una delle più grandi città del mondo, andava interrogando quasi per aver la conferma di quella ricchezza, di quella potenza.

Sopravvennero alcuni clienti, comperarono, se ne andarono; e la conversazione riprese. Letizia era felice di non parlare tedesco e di conoscere una persona che amava la sua Parigi, e Francesco vedeva la fanciulla così animata, quegli occhi color d'avana così accesi di piacere, quella bocca grande scoprir denti così belli, che gli pareva di dir cose straordinarie, d'essere un vecchio amico di Letizia e d'averla ritrovata a Colmàr dopo una breve lontananza.

Infine, mentre Francesco stava per andarsene, sopraggiunse la madre di Letizia, una buona signora piuttosto rotonda di forme; allegra e premurosa, madame Brigitte Gericault riaccese la conversazione, parlando con tale rapidità che Francesco ne rimase stordito sulle prime, e tornò a sedersi. In breve, l'amicizia era nata; avendo appreso che il signore era solo a Colmàr, madame Brigitte si fece ardita, e gli disse che se qualche volta avesse voluto gustare la cucina francese....

Letizia capì che la mamma si spingeva troppo avanti, e le lanciò un'occhiata dritta e dura, per fermarla; ma Francesco aveva già accettato; e allora Brigitte aggiunse che abitavano presso la Casa dei Cavalieri di San Giovanni, una piccola meraviglia d'arte.

— Io sto a Colmàr un anno! — pensò di nuovo Francesco, uscendo finalmente sulla strada e avviandosi all'albergo dopo due ore di conversazione.

Letizia era nel negozio, al banco, la mattina; sua madre la sostituiva nel pomeriggio, e il babbo stava al banco la sera. Tutte le mattine Francesco entrava, faceva la sua provvista di sigarette, e sedeva a chiacchierare. La fanciulla si svelava diversa, a poco a poco, da quella che Francesco aveva imaginato; era gaia e arguta; lo accoglieva con un sorriso di piacere e gli raccontava una quantità di piccole cose, di fanciullaggini, gli rivolgeva domande sull'Italia, di cui aveva idea come d'un immenso giardino greve di profumi; e Francesco le lasciava credere, anche per non turbar le sue cognizioni geografiche, considerando che a scuola le avevano insegnato che “l'Italie est le jardin d'Europe„. Ma da quel chiacchierìo risultava chiaro che la fanciulla era ingenua, non aveva affezioni all'infuori della mamma e del babbo e non sapeva nè civetterie nè malizie.

La domenica indossava il costume alsaziano per rispetto alla tradizione. Il magnifico nastro nero che si apre con le grandi ale sul capo e scende riccamente lungo il dorso, dando idea d'una immensa farfalla superba che si fosse fermata sulla testolina della fanciulla, le stava così bene, che Francesco si lasciò sfuggire un grido d'ammirazione.

Vous êtes adorable, mademoiselle! — egli esclamò.

Letizia diventò di porpora in volto, balbettò qualche parola, e Francesco le chiese scusa dell'impeto ammirativo che le era spiaciuto; poi offerse d'andare a passeggio con la mamma e con lei; e andarono, camminando adagio, verso quella parte della città che, posta sulle rive della Lauch, ha l'aspetto d'un pacifico villaggio con la linea delle case qua e là interrotta da ciuffi di verzura.

Nel tornare, poichè sentiva che Letizia gli teneva ancora il broncio per il suo elogio un po' brutale, Francesco acquistò da un ragazzetto un grosso mazzo di viole mammole, umide e odorose, e l'offerse alla fanciulla. Letizia lo afferrò avidamente, lo partì in due, e ne diede metà alla mamma.

— Buono, un altro granchio! — pensò Francesco. — Quando si comincia!... Dovevo offrirle a Brigitte.

Ma l'indomani vide che Letizia aveva appuntato al petto un mazzolino di quelle viole, e le altre erano in un angolo del banco dentro un vaso di cristallo, e vi restarono tutta la settimana, fin che caddero a una a una, appassite.

La cucina di madame Brigitte Gericault era eccellente, e il babbo di Letizia un brav'uomo semplice, il quale, fatto il suo dovere nel 1870, rimasto ferito a Gravelotte, non parlava mai nè dell'anno terribile, nè dei tedeschi. Francesco pranzò due volte in casa dei Gericault, e invitò due volte la famiglia a pranzar con lui alla trattoria.

Una sera, tornando appunto da uno di quei piccoli pranzi, Francesco camminava a fianco di Letizia, e dietro, a distanza, venivano i genitori.

Quantunque non fossero che le nove, la città era presso ad addormentarsi; i passanti si potevan contare, e la luna splendeva del suo mite chiarore perlaceo.

Francesco s'arrestò a guardare. Due vie deserte e lunghe gli si aprivano innanzi, separate da un gruppo di case, che la luna blandiva del suo raggio. Il silenzio era profondo, e in capo a una strada, unico segno di vita, brillava un lume rosso. Lo stile di quelle case dal tetto digradante, su cui a guisa di monelli s'arrampicavano in diverse file gli abbaini, spirava un'intima armonia con la pace dell'ora.

Mentre Francesco stava per esprimere la sua ammirazione, dalle finestre del Circolo italiano venne un'ondata di musica, soave e malinconica, la quale sembrò parlare dei paesi lontani che Letizia sognava, dei giardini d'Italia, della Francia amata; e si diffuse, e ondulò nell'aria come un lungo pianto per le cose che non eran più, per le cose che non sarebbero state mai.

Francesco e Letizia istintivamente si fecero vicini l'uno all'altra, e ripresero a camminare a capo basso, senza dirsi parola.

Ma quell'ora di strano turbamento non si ripetè. Francesco passava quasi l'intero giorno nel negozio, e Letizia aveva finito a poco a poco per trattenervisi ella pure. Lavorava, ascoltando le chiacchiere dell'amico, e di tanto in tanto alzava il capo a sorridergli, lo guardava negli occhi, riabbassava la testa a lavorare. Stava ricamando una lunga striscia di tela da mettere sul cassettone a guisa d'ornamento, e Francesco fingeva di non capire che le due lettere F. R. a cui la fanciulla attendeva, non potevano significare Laetitia Gericault. Egli portava i fiori tutte le mattine, ella se li appuntava al petto, e poi cominciavano a chiacchierare allegramente. Francesco rideva, perchè in quella città tedesca non aveva visto che lapidi e monumenti a generali francesi del primo Impero, cominciando dalla statua a Rapp sull'immensa piazza che ha il suo nome. Ma certi angoli della città eran deliziosi, con qualche piccolo canale su cui oscillavano le imbarcazioni lunghe e strette, simili a piroghe; e la vecchia casa di San Martino, dal cui verone i fiori porpurei scendevan giù ad animare l'antico legno scolpito, gli era parsa più bella che la casa dei cavalieri di San Giovanni, dal doppio loggiato a cinque finestre. Ambedue, Letizia e Francesco, avevan dimenticato ch'egli era a Colmàr per caso, che un giorno sarebbe dovuto ripartire; sembrava all'una e all'altro di non esser mai vissuti, di non dover mai vivere diversamente che nella pace della piccola città, in cui tutti dormivano alle nove di sera e i crocicchi di notte rammentavan gli scenarî d'un melodramma. E Letizia, che aveva sempre odiato Colmàr come la più meschina delle città di provincia, sentiva d'esserle a un tratto affezionata. Molte cose originali erano sfuggite allo sguardo della fanciulla, e quando usciva con la mamma e con Francesco, e questi gliele faceva osservare, Colmàr prendeva agli occhi di Letizia un nuovo aspetto, un nuovo significato, quasicchè la parola dell'amico avesse dato un'anima alla cittadina graziosa. E tutto era allegro intorno, la stagione, il sole, il vento tepido; la fanciulla non aveva mai sentita così intensa la gioia di vivere. Più che all'aria di primavera, ella si scaldava a un fuoco misterioso che aveva nel cuore.

Una mattina Francesco stava discorrendo con la fanciulla d'una gita che si doveva fare l'indomani a Strasburgo. Egli avrebbe visto, — diceva Letizia con un sorriso un po' inquieto, — molte belle ragazze in costume alsaziano, col nastro magnifico sui capelli, e le avrebbe trovate tutte adorabili come lei. Sarebbero andati a salutare il Reno e i monumenti di Desaix e Kleber, e la Cattedrale in cui erano le statue della Vergine folle.... Letizia s'interruppe, vedendo entrare il ragazzo dell'albergo.

Francesco prese dalle mani di lui la sua posta, e il ragazzo se ne andò; alcune lettere, e tra le lettere un telegramma. Francesco lo aperse, lo lesse un paio di volte, fece un gesto poi mormorò:

Je vais partir. C'est ma femme qui me réclame. Elle est souffrante.

La fanciulla mandò un grido.

Votre femme? — disse con voce spenta. — Vous êtes marié?

Aveva gettato il ricamo sul banco e stava in piedi, tremando tutta, più bianca della parete a cui s'era addossata per non cadere.

Francesco rispose quasi sottovoce:

On le dit!

Vous partez alors? — insistette Letizia con le labbra smorte, squassata tuttavia dal tremito invincibile.

Francesco non rispose, la fanciulla non domandò altro. Nessuno dei due aveva mai pensato a ciò che sentiva in cuore, e l'uno e l'altra avevano la rivelazione della crudele verità nell'ora stessa in cui dovevano separarsi per sempre.

Partez, partez vite, aujourd'hui même! — mormorò Letizia con voce rauca. — Que cette torture incroyable finisse!

Francesco uscì senz'aggiungere parola. Andò all'albergo, fece preparar le sue robe, poi si gettò sul letto, e vi rimase a occhi chiusi, non volendo pensare, non volendo capire, non volendo confessare a sè medesimo.

Verso sera si recò dai Gericault a prender congedo. I due buoni vecchi furon desolati per la partenza improvvisa del loro amico, ed espressero la speranza, che Francesco accolse con un sorriso amaro, di rivederlo presto. Letizia non c'era; aveva un po' di emicrania e si scusava.

Francesco pensava già di dover partire senza salutarla e gli pareva che fosse meglio, quando la porta si schiuse, e la fanciulla comparve.

I suoi occhi scintillavano di disperazione e d'audacia: il volto era smagrito d'un tratto, come divorato dalle lagrime ardenti e dalla febbre. Ella andò incontro a Francesco, e tendendogli un piccolo involto che racchiudeva il suo ricamo:

Tenez! — disse con voce chiara. — Emportez-la comme un souvenir de votre Laetitia!

Poi, non sentendosi la forza di guardare in faccia l'amico, si volse, e uscì col passo rigido d'una sonnambula.

I signori Gericault volevano accompagnar Francesco alla stazione, ma egli se ne schermì quasi con paura. Tornò all'albergo, per caricar le valigie, andò alla stazione, salì in una vettura di prima classe, in cui si trovò solo come la sera del suo arrivo. Si guardò intorno smarrito mentre il treno si muoveva.

Addio, piccola Colmàr tranquilla! Addio, Letizia candida e innamorata, che non doveva rivedere più mai, più mai, fino alla morte!

E l'uomo che aveva creduto al cuore spento e aveva cantato la gioia di non amare, nascose il volto tra le mani, e pianse a lungo....

FINE.

Opere di Luciano Zùccoli
(Edizioni Treves).

Romanzi:
La freccia nel fianco. 29.º migliaio L. 5 —
L'amore di Loredana. 20.º migliaio 6 —
Farfui. 15.º migliaio 6 —
La volpe di Sparta. 9.º migliaio 5 —
Romanzi brevi. 8.º migliaio (Casa Paradisi — Il giovane duca — Il valzer del guanto). 5 —
Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati.... 12.º migliaio 5 —
I lussuriosi. 10.º migliaio 4 —
Il designato. 7.º migliaio 5 —
Roberta. 6.º migliaio 5 —
Il maleficio occulto. 5.º migliaio 5 —
Per la sua bocca. 16.º migliaio 6 —
Baruffa. 6.º migliaio 5 —
L'amore non c'è più. 7.º migliaio 6 —
La divina fanciulla. 16.º migliaio 6 —
Novelle:
Primavera. 8.º migliaio 5 —
La Compagnia della Leggera. 6.º migliaio 5 —
Donne e fanciulle. 12.º migliaio 7 —
La vita ironica. 6.º migliaio 5 —
Nulla di romantico. 4.º migliaio 6 —
L'Occhio del fanciullo. 10.º migliaio 5 —
I piaceri e i dispiaceri di Trottapiano 10 —
Legato in tela 16 —

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.