V.

Il vetturale al quale Tullio aveva dato ordine di condurli all'imbarco del battello, osservò che non v'erano battelli in partenza a quell'ora. Tullio rimbeccò che v'era un battello diretto a Bellagio. Il vetturale gli rispose sorridendo che la corsa era “facoltativa„, e che quel giorno, non essendovi mercati, la corsa non si effettuava. Tullio sfogliò l'orario, guardò, rilevò l'errore commesso.

Ne fu sbalordito e spaventato.

— Non c'è il battello, — egli disse alla ragazza con voce tremante. — Come fare? Bisogna passar la notte insieme.

— Meglio, — rispose Estella, ridendo. — Andremo a teatro!

— Che teatro, che teatro! — esclamò Tullio sbuffando. — Io la condurrò in un albergo, e quanto a me, dormirò in un altro....

Estella giunse le mani con atto di repentino terrore.

— No, — disse, — per carità, non mi abbandoni!...

Non voleva: aveva paura di rimanere sola all'albergo; che cosa avrebbero pensato di lei? come avrebbe potuto dormire? chiudersi a chiave, stava bene; ma chi assicurava che nella camera attigua non vi fosse un ladro? Sarebbe morta per l'orrore soltanto a pensarvi....

Ella s'era tutta sbiancata in volto, e tremava davvero in tal modo, che Tullio non potè nemmen tentare di persuaderla, non si sarebbe mai detto fosse la medesima, che poco prima rappresentava la commedia con sì astuta perizia.

Lo Sciara non insistette; salì in carrozza, diede l'indirizzo dell'albergo, e si rassegnò, mentre Estella racconsolata rideva, gli stringeva le mani in un impeto di gratitudine.

All'albergo offersero dapprima una camera con letto matrimoniale, poi due camere comunicanti. Tullio dovette dire che la ragazza era sua nipote, e chiedere due camere contigue, ma separate; e volgendosi, s'accorse che il viso d'Estella, alle prime offerte del direttore dell'albergo, s'era fatto di porpora.

— Finalmente, — pensò, — capisce qualche cosa; capisce l'impaccio di questa situazione.... Accidenti alla signora Anna e a tutte le femmine!

Ma il turbamento d'Estella scomparve subito, e salendo le scale, ella s'avvicinò allo Sciara, e gli disse sottovoce:

— Ancora nipote? Quanto mi piace!

Tullio chiuse fuggevolmente gli occhi. Era agitato lui, ora: la freddezza, il dominio dei nervi lo abbandonavano d'un tratto; l'intimità imprevista di quelle scene gli intorbidava il pensiero; e non poteva dir nulla alla giovinetta, ch'era superba di sentirsi in mano di lui, sotto la sua protezione.

Le camere belle, nitide, luminose, eran tappezzate con carta chiara; e ciascuna aveva un camino nell'angolo, una tavola nel mezzo, un letto tutto bianco; l'impiantito era lucido, quasi sdrucciolevole.

Estella fece portare subito le legna pei caminetti, e rimandò la cameriera. Volle accendere ella stessa il camino nella camera di Tullio.

E deposto il cappello, gettati i guanti, inginocchiata, dispose le legna sottili e poi le grosse, vi diede fuoco, e rimase a guardare la fiamma che andava allargandosi tra le legna che crepitavano.

Tullio, seduto in una poltrona, fissava la figurina, così gentile con la selva di capelli d'oro accendentisi ai riflessi del fuoco. Nulla di più soave che la linea di quel corpo ancora un po' magro e aspro nei contorni; nulla di più grazioso che i movimenti della giovinetta inginocchiata, la quale seguiva con gli occhi le fiamme azzurrastre e gialle, e andava perdendosi a poco a poco in qualche sogno....

Ma d'un tratto si riscosse, e balzò in piedi.

— Fra cinque minuti, — disse, — la camera sarà riscaldata.

Tullio sorrise senza rispondere.

— Sono contenta, — seguitò Estella. — Qui si sta molto bene. Non le pare che si stia molto bene? Nessuno sa che noi siamo qui: è una vera fuga. La zia ci crede a Bellagio, o in via di arrivarvi. Che mistero, che segreto!

Lo Sciara interruppe:

— Ascolti. Nessuno deve sapere mai che abbiam passato la notte all'albergo. Mai, ha capito? Noi partiremo domani in modo che suo padre ci creda provenienti da Milano, e lei non dirà mai a nessuno quello che ci è toccato stasera. Me lo promette?

— Glielo prometto, — rispose Estella.

— Forse lei non comprende, — soggiunse Tullio, notando un certo dubbio nella giovinetta. — Ma comprenderà più tardi, quando conoscerà il mondo e le sue cattiverie. Mi obbedisca senza discutere, se ha fiducia in me.

Ella rispose:

— Ma obbedirò certo, senza discutere. Io ho molta fiducia in lei!

Tullio sorrise di nuovo, guardandola. Ella era tanto placida, tanto ingenua, ch'egli sentì quasi vergogna del turbamento ond'era stato colto poco innanzi, e si rinfrancò d'un subito, come uscisse da un incubo.

— Suvvia, nipotina, — disse ridendo, — vuole che scendiamo a pranzare?

— Non osavo dirglielo, — rispose Estella con un breve rossore alla fronte. — Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.

— Andiamo, allora, lupetta!

E Tullio si credette così padrone di sè, che passò un braccio attorno al busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l'accompagnò per le scale fino alla sala da pranzo.