VI.

Avveniva in me da qualche tempo un fenomeno eminentemente nuovo.

Avveniva che dopo i maggiori trasporti d'affetto, dopo le ore più confidenziali, io vedessi a un tratto in Lidia un'estranea, una donna messasi al mio fianco io non sapeva perchè.

Mai simile fatto erasi avverato con altre donne, destinate a passar velocemente; ma con Lidia sì, poichè ella doveva essere per legge e per diritto non altro che una ripetizione del mio animo, e quasi il sangue mio doveva trasfondersele, ed ella rappresentava la famiglia, il legame alla vita, il perchè della vita.

Ora, io mi chiedeva:

—«Può ella diventar tutto questo? Chi è Lidia Folengo? In qual modo ho io creduto che fossero in lei tali affinità da permetterle questa mutazione di sentimenti?»—

Io, ripeto, vedeva in Lidia un'estranea; ma non con amarezza, bensì con maraviglia profonda.

Era come se in una corrente d'aria caldissima, d'improvviso precipitasse una folata diaccia di nevischio, rapida così che appena avvertita finiva, per dar di nuovo il posto all'aria calda. Avevo degli stupori mentali, in cui mi trattenevo a forza dal gridare alla donna:

—«Chi sei, chi sei? Come hai sperato di farti un altro io? Puoi rinunciare alle tue idee, alla tua educazione, alla tua anima per accogliere la mia? Sai tu dove io ti conduco? Mi conosci tu bene? No, no, non affermarlo, perchè io stesso non l'oserei!»—

Ed uscivo da quelle visioni fulminee più innamorato che avanti, e stringevo Lidia al mio petto con tenerezza infinita. Povera bimba! Ella non sapeva nulla; le avevano offerto di sposarmi e mi aveva sposato senza darsi conto di ciò che fosse il matrimonio; non aveva io fatto altrettanto, seguendo l'impulso del cuore?

Nè lei nè io somigliavamo a suo padre e a sua madre, nati in altri tempi, vissuti fra altre genti, cresciuti senz'audacia di discussione. Lidia ed io eravamo giovani, fra un consorzio deturpato dalla civiltà; io, decisamente moderno; lei, ancora involuta, ma pronta ad accogliere il soffio turbolento, irrisorio, demolitore, dell'età nostra.

Sotto l'influsso di tali pensieri, io mi alzava qualche volta a piena notte, e mi recavo nella camera di Lidia.

L'oscurità vi era piena, e mi dirigevo, guidato dall'abitudine, fino al letto della donna, ascoltandone il respiro isocrono, sfiorandone le mani, la braccia, i capelli, dicendomi mentalmente:

—«Chi dorme qui? Chi è venuto qui?»—

E se mi rispondevo:

—«Colei che è tua per sempre, colei alla quale sei per sempre legato,»—

io sorrideva, crollava la testa quasi non comprendendo.

Non dovevo aver più segreti? il mio cuore doveva essere aperto agli occhi di Lidia? Ma come, ma perchè, ma era ciò naturale? Invece di creder la mia personalità duplicata compenetrando anche quella della donna, io la sentiva rimpicciolita e meschina.

Il posto che Lidia prendeva nella mia vita mi pareva enorme, grottescamente sproporzionato a quello che io prendeva nella sua. Per lei, per un suo tradimento, io doveva dare il sangue, o fare uno scandalo e coprirmi di ridicolo; per me, per un tradimento mio, ella veniva ad acquistar l'aureola d'una vittima e ad aumentar la simpatia della quale godeva. Ella era la donna, la classica debole, cui tutto è perdonato, di cui si esagerano la bellezza, lo spirito, l'eleganza, la grazia…. S'io avessi osato annoiarmi al suo fianco sarei stato un barbaro, un ottuso, un triviale…. Ma io non osava, perchè i pregiudizi avevano effetto su' miei impulsi.

Non potevo procedere in quest'analisi irritante; correvo da Lidia, la facevo parlare, la volevo l'intero giorno vicina; non era noiosa, no; non era esagerata la fama della sua bellezza e della sua grazia. Io m'era irritato pel principio, evidentemente, non pel mio caso speciale. E, alla scoperta, baciavo Lidia lungamente e andavo con lei in barca, la sera, remando io, sotto il pulviscolo lunare, ch'era tutta una retorica.

Una notte ch'ero penetrato nella camera di Lidia, questa si svegliò, mi prese le mani dicendo:

—Sei tu, lì? Che fai?

—E tu, chi sei?

—Io? Io sono la tua bimba, la tua bimba piccola!—ella rispose colla voce assonnata.

Le passai una mano sul viso; ella aveva gli occhi serrati e teneva le labbra raccolte per ricevere un bacio. Nell'oscurità me la figurai così graziosa, vinta dal sonno e tuttavia offrendosi per istinto affettuoso, ch'io sentii svanire d'un colpo le mie crudeli discussioni d'indole generale.

Ma me ne riprendeva bene la necessità, quand'eravamo tutti riuniti, donna Teresa, Pietro, Lidia ed io, pel pranzo o per qualunque altro motivo.

La villa Folengo era quanto di più inestetico avessi mai visto, con un'architettura che non si poteva incolpare ad alcuno stile antico o moderno; e nel villino, il salotto di riunione era il capolavoro di quell'assenza di gusto. Già le cose m'urtavan di per se stesse; già io comprendeva di non poter trovarmi ad agio in una casa dove si voleva far del lusso senza spendere quanto è necessario per essere almeno convenienti. Le persone, poi, compievano quell'impressione disgustosa e non riconoscevo loro alcun diritto alla mia reverenza.

Pietro Folengo era un imbecille, nonostante i suoi favoriti bianchi da diplomatico. Un'assoluta mancanza di critica lo costringeva alla pecorina devozione alle critiche già fatte; un'incurabile povertà d'iniziativa gl'impediva d'agir diversamente da come s'è agito sempre; un cieco rispetto per le tradizioni, per tutto quanto è costituito e nei termini legali, per ogni titolo accademico, per ogni apparenza, lo sommetteva alla massa, della quale abbracciava immediatamente il giudizio e applaudiva al gusto. Se si fosse occupato di politica, non avrebbe mai osato rovesciare un Ministero; se si fosse occupato d'arte, non avrebbe riconosciuto mai dell'ingegno a chi non avesse seguìti e finiti gli studi prescritti; entrato nel commercio, lo continuava nelle proporzioni in cui l'aveva intrapreso. Sempre, e in ogni caso, la fortuna gli era stata propizia. Per altro, non gli si poteva far colpa se la natura non gli aveva largita una mente d'aquila, e se l'educazione di casa aveva cooperato a foggiargliene una da gallina; bensì, era d'uopo tener conto della sua onestà in tempi così difficili, e dell'eccezionale avventurosità che aveva presieduto ad ogni speculazione di lui anche alle più strane. Egli non era nè ingenuo, nè furbo; evitava con somma cura le idee isolate, per accogliere quelle col battesimo della popolarità; fra l'aforisma d'un uomo intelligente e un proverbio vecchio, s'atteneva a quest'ultimo, senz'esitare.

Donna Teresa non era ammiratrice del marito se non in quanto l'esito era sempre favorevole a lui e pareva dargli ragione; ma ella ammetteva che in teoria il signor Folengo s'era arrestato a cinquant'anni addietro. Donna Teresa non aveva alcun difetto capitale; trasmodava spesso e volentieri nel raccontare un fatto, gonfiandolo sensibilmente e svisandolo fino a dar forma tragica al caso più insignificante. Troppo facile ad accettar le opinioni altrui, da qualunque parte venissero, si contraddiceva con imperturbabilità olimpica, e parlava d'ogni cosa, ora con vedute audaci, ora con frasi fatte.

Ciò produceva un vaniloquio intollerabile, del quale andavo ogni giorno meglio sentendo la tortura; e cominciava a crescermi in cuore uno sdegno irragionevole contro donna Teresa, che obbligava Lidia a descriverle il nostro viaggio, minutamente, a renderle conto dei camosci e degli scoiattoli incontrati nelle nostre escursioni, per poi raccontar tutto questo ai visitatori e agli amici di casa.

—Figuratevi,—diceva ella un giorno ai Caccianimico,—figuratevi che mia figlia ha trovato a Splügen un centinaio di camosci, che le son corsi incontro….

—Perdòno,—io interruppi, seccato;—i camosci erano tre e invece di correrci incontro, son fuggiti con molta naturalezza.—

Per questo semplice incidente, donna Teresa mi tenne il broncio un giorno intero, durante il quale compresi d'aver mancato e di non poter vincere il bisogno di mancare in séguito.

Sulle prime, con Pietro io mi divertiva ad oppormi a tutte le sue opinioni e ad inquietarlo con delle sentenze paradossali. Il buon uomo, non trovando pronti argomenti, si smarriva o portava la questione in un altro campo, dov'io lo raggiungeva tosto e ricominciavo coi paradossi. Ma Lidia m'aveva pregato di non tormentarlo oltre, ed io aveva finito per approvar le teorie di Pietro, limitandomi a monosillabi, secchi ed eguali come battute di pendolo.

Giorgio Uglio arrivò un mattino in casa, mentr'eravamo a colazione. Splendeva d'una gioia intensa, e dopo i saluti, ci annunciò che Laura sua moglie giungeva l'indomani.

—Domattina, col battello delle dieci,—egli disse.—Verranno a salutarla? Ella ne avrà molto piacere. Anche lei, signora Lidia, è vero, sarà a riceverla?

—Senza dubbio,—rispose Lidia con prontezza.—Ho tanto desiderato rivederla!—

Quando Giorgio fu uscito, nella sala da pranzo seguì un breve silenzio; poi, donna Teresa mormorò:

—Com'è felice! Si amano alla follia!…

—Si comprendono!—aggiunse Pietro.

Io guardai l'uno e l'altra e fui stupito dell'espressione calma e grave ch'era sul loro viso. Avevan detto per davvero! Non sapevano che Laura aveva tradito Giorgio quattro volte, a quanto s'era scoperto, ed altre volte infinite, a quanto si poteva indovinare? I romori del mondo svanivan dunque assolutamente sulla soglia di casa Folengo? Sebbene io conoscessi quella famiglia e sebbene l'avessi frequentata nel periodo del fidanzamento, non m'aspettava simile cecità; forse l'assidua attenzione che raccoglievo allora su Lidia, m'aveva tolto di giudicare a fondo i parenti di lei.

—Da dove torna la signora Laura?—chiesi.

—Non sai? Dalla Svizzera,—rispose Pietro Folengo.

—Con chi era laggiù?—ridomandai.

—Con dei congiunti,—fece donna Teresa.

—Ne sei sicura?—osservai.

—Deve fare un bel freddo in Isvizzera, ora!—concluse Pietro, senza neanche rilevar la mia insinuazione.

E si parlò del freddo, che pel venuto ottobre doveva calare anche da noi.

Appena fui solo con Lidia, quel giorno, le dissi:

—Andrò io a salutar la signora Uglio. Tu, rimani; troverò un pretesto per iscusarti.

—Non vuoi ch'io ti accompagni?

—Lo credo inutile. I signori Uglio non sono simpatici nè a me, nè a te; ce ne libereremo a poco a poco.

—Non vorrei che mamma mi rimproverasse,—mormorò Lidia.

—Perchè? Sei tu, sono io, che dobbiam fare la scelta dei nostri amici; e ci sarà ben lecito aver dei gusti diversi da quelli di tua madre.

—Naturale,—assentì Lidia.

Non uscii che alle dieci e un quarto l'indomani mattina e perciò, mentre mi dirigevo al ponte di sbarco, vidi venirmi incontro Giorgio a fianco di Laura, i Caccianimico, Angela Tintaro e qualche altro conoscente. Li salutai, chiedendo venia del mio ritardo, e strinsi la mano a Laura, che mi parve singolarmente bella.

—La tua signora?—domandò Giorgio, nell'atto ch'io mi poneva al suo fianco e m'incamminavo con loro all'Eden Hôtel.

—Lidia è indisposta e vi prega di volerla scusare.—

Capii, dalla faccia contrariata di Giorgio, che, come avevo sperato, il pretesto non era buono; ma nessuno si lasciò sfuggire l'occasione di sorridere con qualche sottinteso.

—Già indisposta?—fece Laura, guardandomi di tra le ciglia socchiuse.

—Oh, una cosa molto semplice,—risposi.

Laura era alta, magra, degna del pallio o degli abiti con lungo strascico. La testa, piccola ed animosa, pallida e notevole per una capigliatura bruna e crespa, era capace di più espressioni violente e la tranquillità vi si sarebbe male significata; dagli archi sopraccigliari larghi e dagli occhi castagni, ma instabili d'irradiazioni così che parevan neri, usciva un'energia lieta di vivere, facile a trasmodar nell'ira e nell'odio, senza fermarsi in graduali sentimenti; il naso aveva rettilineo e la bocca dalle labbra carnose; le orecchie rosee, ben disegnate, nascondevano l'origine plebea che si rimproverava alla donna; erano orecchie da patrizia e non anse da schiava; la voce chiarissima, era nell'intimità un po' velata, ma eguale.

Ettore Caccianimico, fiancheggiato dalla moglie e da Angela Tintaro, ci seguiva portando la valigetta di Laura; io m'offersi di prendere una piccola borsa di pelle che Laura aveva alla mano; ma la signora si rifiutò, dicendomi:

—No, no. Questa non si tocca. C'è tutta la mia corrispondenza, qui dentro.

—Di': tutta la nostra;—corresse Giorgio con un sorriso celestiale.

Ettore Caccianimico tossì.

Io pensai che Giorgio Uglio volesse beffarsi di noi. Non si poteva ammettere ch'egli ostentasse la pace domestica con ingenuità così fuor di proposito; e se tale ingenuità esisteva in lui, non sapeva egli che io, fin dal primo riveder Laura, m'ero chiesto s'ella portasse ancora le giarrettiere che nell'interno avevan ricamato il mio nome? o quale altro nome chiudessero ora, dopo il soggiorno coi parenti?

Arrivati all'albergo, Giorgio lasciò Laura, il Caccianimico diede la valigia ai servi accorsi; vi ebbe un istante in cui Laura ed io fummo a viso a viso, discosti dagli altri.

—Vieni a trovarci,—ella sussurrò prestamente.—E di' a tua moglie che non c'è bisogno di scuse perchè io la dispensi da ogni visita….—

M'accomiatai, sottraendomi a un invito a colazione fattomi da Giorgio con insistenza.

Quando Laura m'aveva dette quelle parole coll'audacia che le era propria e che l'abitudine al tradimento aveva in lei perfezionata fino alla temerità,—io era rimasto attonito. Mai, per tutto il tempo del mio fidanzamento, Laura aveva fatto cenno al nostro passato, quantunque non di rado la incontrassi in casa Folengo; mai s'era curata del mio amore per Lidia…. Che cosa le frullava per la testa, ora? Non potevo supporla così pazza da credere ch'io conservassi di lei, non un desiderio, ma pur anco un ricordo…. Vedevo una sola cosa buona ed utile in tutto questo: la persuasione di Laura che un'amicizia tra lei e Lidia sarebbe stata assurda e mostruosa; persuasione, espressa da Laura coll'altierezza sua caratteristica, quasi lei e non Lidia rifiutasse le occasioni d'un incontro.

Chiarissima era in me l'idea dei doveri che m'ero assunti verso Lidia e ferma la decisione di compierli, fors'anco pel sentimento egoistico di pretendere altrettal rigida osservanza dalla donna.

La compagnia di Laura m'era quindi uggiosa; non riuscivo a comprendere perchè in altri tempi mi fosse ella piaciuta. Osservandola bene, durante il primo rivederci e nei giorni successivi, m'ero persuaso che Laura era fibra da tradir uomini e donne colla stessa facilità con cui avrebbe bevuto un bicchier d'acqua. Sul suo viso stava un'espressione cinica, dura, spudorata, volubile; gli occhi avevano sguardi equivoci, il sorriso non era aperto e cordiale, ma rapido, presto a mutarsi in sogghigno, a scomparir d'un tratto perchè i lineamenti assumessero una gravità altrettanto falsa.

L'eleganza di Laura Uglio era capricciosa, troppo spesso procace; se le risa della donna mi giungevano alle orecchie, mi parevano alte e sguaiate e m'irritavano contro Giorgio, ch'era così buono da permetter simile contegno a chi portava il nome di lui.

Non sono ben certo delle impressioni che il mio atteggiamento suscitava in Laura. Se non conoscessi l'acutezza femminile per inarrivabile nell'avvertire e definire il fascino o la repulsione prodotta in un uomo, sarei tratto a credere che Laura ignorasse il mio mutamento a suo riguardo; così appariva tranquilla e sicura. Ero con lei più riservato che cortese, più freddo che ostile, ma dovevo in ogni modo rispecchiar l'antipatia per Laura, dal solo fatto che poco prima del mio matrimonio, io la trattava come ogni altra conoscenza.

Noi ci vedevamo al Caffè Bolongaro d'Intra, ove mi recavo solo. In quel momento, Laura aveva lungo corteo d'ammiratori, i quali m'evitavan la noia di trovarmi isolato colla moglie di Giorgio e impedivano a questa un possibile inopportuno richiamo al passato. Nel tornare a Pallanza, Ettore Caccianimico dava di piglio al mandolino e faceva da menestrello alla compagnia; io mi offriva compagno costantemente ad Angela Tintaro, sebbene anch'ella mi ripugnasse per le sue innaturali venture amorose. Nel susurro delle conversazioni, fra le risate, sentivo Laura dominar gli altri, avventar motti brucianti come labbra febbrili, aizzar quelli che l'accompagnavano; e guardando Giorgio, trovavo sulla faccia di lui il consueto sorriso celestiale. Mercè l'opera di Laura, la villa Caccianimico s'era tramutata in una gran sala di divertimento; il giardino si popolava di giovanotti e di signore attratti dai giuochi eleganti che Giorgio, Ettore e Laura avevano organizzati; il pianoforte era tormentato di notte fino a tarda ora e dalle finestre aperte prorompevan grida ilari, schiamazzi, risate femminili; dopo il trattenimento, la baraonda usciva per le strade a far serenate coi mandolini e le chitarre, e di tutto Laura Uglio era l'anima informatrice….

Quanti diabolici intrighi aveva ella saputo aggrovigliare, nonostante l'idillio col marito?

Io sarei giunto forse a calcolarli, se il freddo improvviso non m'avesse indotto a vincer l'inerzia di quel soggiorno e a ritornare a Milano, donde contavo riprendere il nostro viaggio.