XIV.

La notizia che Nicoletta Dossena sposava Luigi Barbano, proprietario d'un vasto e fruttifero stabilimento per la fabbrica di saponi e per la distilleria di profumi, era attesa da tempo.

Si sapeva che il fidanzamento col conte Duccio Massenti era stato rotto, e la madre di Nicoletta era andata parlandone e rammaricandosene per lunghi mesi, prima in campagna, poi tra più numerosi amici in città.

Si diceva che la causa del matrimonio fallito era da ricercarsi nella diversità di carattere: seria e chiusa Nicoletta, leggero e vano il conte.

Altri dicevano che il conte aveva troppo manifestamente fatto comprendere che le centomila lire di rendita della fidanzata gli eran più care della fidanzata medesima, tanto che alla vigilia di chiederne la mano, il giovane conte era ancora stretto di strettissimo legame con una signora maritata, ed anzi viveva con lei in Isvizzera.

Donde la notizia fosse venuta, sarebbe stato difficile dire; forse da qualche imprudenza dello stesso Duccio; ma si sapeva; e si dava ragione a Nicoletta, la cui dignità ombrosa aveva saputo resistere tenacemente per interi mesi a suo padre, il quale voleva trattar l'indelicatezza di Duccio come una scappata giovanile.

Nicoletta aveva rifiutato bravamente il titolo di contessa, che avrebbe pagato troppo; e si attendeva ch'ella trovasse anche meglio di quel titolo, ricca, giovane, bellissima quale era.

Onde non fu senza qualche delusione che si apprese infine come Luigi
Barbano si fosse fidanzato con lei.

Luigi Barbano aveva già trent'anni e Nicoletta diciannove.

Era ricco, se si poteva dar nome di ricchezza a una sostanza proficuamente impiegata nelle industrie; e senza madre e senza padre, viveva con una zia di cinquantacinque anni, Amelia.

Ma lo chiamavano il saponaio, e le fanciulle da marito non parevano considerarlo degno di attenzione.

Mancava di qualità romantiche.

Era un bel giovane dal colorito rosso bruno, dagli occhi castani, dai mustacchi lunghi e fini; di statura più alta della media; dedicava il tempo che gli affari gli lasciavano agli esercizii fisici, il che aveva dato alla sua figura una prestanza agile e sicura.

Ma parlava poco, non si perdeva negli amoretti di famiglia che le fanciulle chiamano flirt, odiava i sospiri e le occhiate inconcludenti, trattava tutti con familiarità piacevole senza cercare mai l'intimità, pareva l'uomo più bonario del mondo e in verità non si confidava con nessuno, non aveva avuto drammi passionali nella vita, non duelli, non amori celebri con celebri donne maritate, e divertendosi come conveniva alla sua età, era tuttavia ordinatissimo e saggio.

Nicoletta che lo conosceva da anni, non gli aveva mai badato, e non s'era nemmeno accorta ch'egli, discretamente e quando poteva senza farsi notar troppo, cercava la sua compagnia.

Presso di lui si sentiva più riposata, perchè non aveva bisogno d'affaticarsi con le guerricciuole, i ripicchi, le spiritosaggini che divertivano le altre signorine e gli altri giovanotti; parlava amichevolmente, e se ne fidava tanto che se le convenienze e gli usi avessero permesso, sarebbe andata a trovarlo a casa sua, com'egli veniva a casa di lei.

Ma d'un tratto, quando ella stessa meno se lo aspettava, aveva dovuto guardarlo con simpatia.

Era stato il solo che l'avesse compresa nel suo dolore per la scomparsa di Brunello.

Pochi giorni dopo che il fanciullo le era stato tolto, di notte, tra la grandine e i fulmini, era andata coi suoi a colazione nella villa che Luigi abitava insieme alla zia Amelia.

E passeggiando pel giardino, egli le aveva rivolto poche parole gentili.

—So che ha avuto un grande dolore in questi giorni, signorina. Il suo piccolo amico è partito, non è vero? Non ho mai visto due anime più strette da un sentimento così puro e nuovo. Lei gli faceva da mamma e non lo lasciava mai; egli viveva della sua vita e camminava guardandola negli occhi. È un fanciullo avido d'amore, perchè credo che il padre e la madre lo amino alquanto bizzarramente.

Nicla fu commossa dalle parole buone, offerte con semplicità, quasi con timore.

Non rispose, ma porse la mano a Luigi, per gratitudine.

Erano in fondo al giardino, innanzi a una statua di Diana cacciatrice, che risaltava bianca sul suo zoccolo nel verde sfondo dei platani.

E Luigi seguitò a parlar di Brunello, con tanta sicurezza di particolari, che Nicla ne fu sorpresa: sapeva tutto, le gite con la lancia, i piccoli viaggi alla Croda, le corse nei boschi, il motivo della partenza subitanea.

Si sarebbe creduto ch'egli non si fosse mai occupato, da lontano, che del fanciullo; o della fanciulla.

Luigi fece anche qualche osservazione discreta sulla fragilità di quella amicizia. Avrebbe mai potuto continuare? Il bambino sarebbe stato sempre un bambino?

—Oh sì, per me, sì!—esclamò Nicla.—Lo rivedessi fra vent'anni, sarebbe sempre Brunello!

—Lo credo!—affermò Luigi sinceramente. E s'avviarono verso la villa, soffermandosi a guardar le aiuole colorate di croco e di vermiglio, acutamente profumate.

Quando furono sulla soglia. Luigi domandò a mezza voce:

—Il conte Duccio ritornerà presto?

La fanciulla s'arrestò.

Non voleva dire; ma per il bene che Luigi le aveva fatto comprendendo il suo dolore e giustificandolo, rispose con franchezza:

—Non tornerà più!

Il volto di Luigi s'illuminò d'un lampo.

—Allora,—disse, quasi pregando,—potrò venire a trovarla nella sua villa?

—Ma lei poteva sempre,—rispose Nicla attonita.

—Non volevo….—balbettò Luigi.—Perchè si diceva….

—So quello che si diceva,—rispose la fanciulla.—Chiacchiere di paese. E non si dirà più.

Luigi andò spesso da quel giorno a trovare la famiglia Dossena, qualche volta solo, qualche volta con la zia Amelia, sempre cauto, un po' timido, studiando di non tradirsi mai, per poter leggere nell'anima di Nicla e saper che cosa ella pensasse di lui.

Tuttavia lo sguardo della signora Carlotta lo indovinò presto; e una sera ella annunziò al cavalier Maurizio:

—Gigi Barbano è innamorato di Nicoletta!

—Corpo di mille bombe!—esclamò il cavaliere.—Anche questa? Sei ben certa? Il saponaio? E Nicoletta?

—Eh!—disse la signora.—Così, così! Lo vede meglio che il conte.

—Cose inaudite!—fece Maurizio.—Rifiutare una corona di contessa per diventare la signora Barbano! Ma quel Barbano, poi, non ha un soldo….

La signora Carlotta osservò che l'affermazione era esagerata.

Gigi Barbano, oltre lo stabilimento che gli assicurava un cospicuo reddito, possedeva la villa in campagna, e la bella casa a Milano che teneva tutto l'angolo tra la via Santa Margherita e la piazza Filodrammatici, situazione delle più animate ed eleganti della città.

—È sua la casa?—domandò Maurizio.

—Me lo ha detto la zia.

—E anche la villa?

—Me lo ha detto la zia.

—Quella zia dice tutto!—osservò Maurizio.

—Avrà il suo perchè,—rispose la signora Carlotta sorridendo.

—E tu?—chiese Maurizio dopo un istante di riflessione.

—Io, che cosa?

—Come la pensi, come la vedi, insomma, che cosa ti sembra?

—Eh!—ripetè la signora.—Così, così….

—Davvero? Ti piglieresti per genero il saponaio?

—Abbiam combinato molto con le contee!—rimbeccò la signora.—Quell'asino non si è fatto più vivo! Gigi Barbano, bisogna dirlo, è un bravo giovane, savio, quieto, onesto, buono, incapace di far torto a un cane.

—La zia ti ha già montato la testa!—notò Maurizio.—State pettegolando l'intero giorno.

—Pettegolando!—esclamò la signora offesa.—Si discorre, del più e del meno.

—Il più sarebbe il matrimonio di Gigi con Nicoletta….

—Non se n'è detto parola!—osservò la signora.—Ma ti sembra? Nessuno sa ancora se Nicoletta ci pensi; è capace di non aver nemmeno capito.

—Dunque, tu non ti opporresti?—chiese Maurizio per concludere.

—Io ti dico che di battagliare non ho più voglia. Prima c'era l'arte, il palcoscenico, la recitazione, e che so io; poi il conte, col suo famoso segreto, che nè io nè tu siamo stati capaci di scoprire, e che ha mandato tutto all'aria; poi l'avventura del bambino, i pianti e le malinconie per la sua fuga. Adesso ci sarebbe quest'altro, e io ho perduto la pazienza, e non ho più voglia di guerreggiare anche per quello del sapone!

—Ma bada che Gigi ha vent'anni più di Nicoletta!—osservò il cavaliere.

—Ha ventinove anni e sette mesi, giusti giusti; Nicoletta ne ha diciotto e undici mesi; dunque, poco su poco giù, undici anni di differenza.

—Anche l'età giusta giusta, ti ha detto la zia?—domandò Maurizio ostile.

—E del resto, quando ci siamo sposati,—seguitò, passando oltre all'osservazione, la signora Carlotta,—io aveva dodici anni meno di te. E non possiamo lagnarci! Siamo stati felici!

Il cavalier Maurizio, non sapendo che cosa rispondere, soggiunse:

—Altri tempi!

Ma la signora Carlotta s'era ingannata a proposito di sua figlia.

Nicla aveva capito benissimo che Gigi Barbano la amava; e il cuore di lui era così schietto e leale, che, senza amarlo, Nicla aveva finito per tenersi caro quel giovane in cui le altre fanciulle non vedevano l'uomo romantico.

Accoglieva molto volontieri le sue visite; spronava la mamma a non trascurare zia Amelia. E con Gigi parlava spesso di Bruno e gli faceva leggere le lettere di lui che giungevano con frequenza dalla Francia prima, poi dalla Germania, poi dal Belgio, e infine ancora dalla Francia.

—Ma veda come scrive benino!—diceva.—Segue tutti i miei consigli: si capisce che studia. Suo padre gli ha trovato finalmente maestri italiani; pare che suo padre si sia un po' calmato. Bruno vuole scrivere un romanzo: la storia delle colombe dell'imperatore. L'ha sempre avuta la manìa letteraria!

—Gli mandi i miei saluti, al romanziere!—disse Gigi una volta.

—Ma non la conosce!—osservò Nicla.

—Mi conoscerà!—rispose Gigi sicuro.

—Crede? Crede che ritorni?… Devo dirgli che gli vuol bene?

—Glielo dica: è vero. Non è come un suo fratello?

—E gli vorrebbe bene, se tornasse?

—Come a un suo fratello!—ripetè Gigi.

Nicla s'accorse che si sfiorava un argomento pericoloso.

Gigi dichiarava di voler bene a quel fratello della ventura, non potendo, non osando dichiarare che voleva bene a Nicla. Ma quanto doveva voler bene a lei, se voleva bene sinceramente a un fanciullo ch'ella aveva protetto?

E Nicla si scuoteva qualche volta, avvedendosi ch'ella e Gigi Barbano si perdevano a far disegni sul ritorno di Bruno, come s'egli avesse appartenuto a tutti e due, come non avessero dovuto mai più separarsi, come i loro cuori avessero dovuto battere all'unisono.

Era tra loro il ricordo or malinconico ora ridente del fanciullo lontano; e sembrava che quel grande amico di Nicla li avvicinasse con le piccole mani e stesse tra l'uno e l'altro come un fratello veramente; talchè Nicla si diceva che di Gigi Barbano egli forse non sarebbe stato geloso e i suoi occhi non si sarebbero fatti per lui inquieti e torbidi.

A poco a poco entrarono in tale intimità di spirito, che Nicla non si stupì affatto allorchè Gigi Barbano le comparve innanzi una mattina, un poco pallido, con un lieve tremito sofferente per mille martirii di speranze e di dubbii.

Quella mattina era stata attesa da Nicla, era stata inconsciamente preveduta.

E allorchè, incespicando dapprima nelle prime frasi, poi con veemenza, egli le confessò il suo amore, l'orgoglio di darle il suo nome, Nicla rispose:

—Lo sapevo. Crede che saremo felici?

—Ah signorina!—esclamò Gigi.—Non mi respinge, dunque?

—No,—disse Nicla semplicemente.—Sento che lei mi ama davvero!

—Allora, parlo con la mamma e col papà?…

—Parli! Lo sanno, del resto!

—E lei?

Nicla non rispose, ma un po' arrossendo, un po' timida, gli porse la mano.

Ed egli gliela coperse di baci, e volle anche la sinistra, per coprir di baci anche quella.

Poi, sulla soglia del giardino, gettò il cappello all'aria due volte, come un ragazzo, e due volte corse a riprenderselo.

—Vado ad abbracciare zia Amelia!—annunziò.—È stata lei a farmi coraggio, a spingermi, a dirmi che lei è tanto buona quanto bella! Io non avrei mai osato….

Nicla sorrise: ma arrossì fino alla radice dei capelli, quando, in un'ebbrezza di gioia, egli soggiunse:

—Pensi che stasera, dopo che avrò parlato con la mamma e il papà, potremo darci del tu!

S'interruppe, guardando la fanciulla:

—Non vuole?—disse esitando.—Forse ho sbagliato?

—No, no!—rispose Nicla come trasognata.—È vero: potremo darci del tu!

Era l'uomo, che entrava con pieni diritti, bruscamente, nella sua vita. Ella non aveva dato del tu che a quel piccolo uomo di Brunello («Signorina, vieni ad aiutarmi?» «Come ti chiami?»), ed ora un giovane si rallegrava di poterla avvincere per sempre con quel tono d'intimità che preludeva oggi ad ogni altro possesso e lo avrebbe consacrato domani.

E per vincere la propria riluttanza, parlò ella medesima con suo padre, poco prima che Gigi Barbano tornasse; e gli annunziò che s'era fidanzata e che sperava di non trovare opposizioni.

Maurizio, il quale non s'era deciso a considerar perduta ogni speranza d'un matrimonio che coronasse il danaro con un blasone, strepitò. Nicla rimase imperterrita, aspettando che la raffica si calmasse.

—Potevi essere contessa! Contessa, dico, e di quelle che hanno un titolo serio, non contessa per ridere! E mi scegli l'uomo del sapone!

—L'uomo del sapone, l'uomo del sapone!—ribattè Nicla.—Sarebbe ora di finirla con questi atteggiamenti principeschi. E tu, che sei? E noi, che siamo? Il bisnonno vendeva sughero; il nonno vendeva olio; tu vendi olio e sughero. Non mancherò di dirlo, se si continuerà con la romanza del sapone!… Lo dirò, che il bisnonno faceva i turaccioli!

Maurizio si rabbonì, accolse bene Gigi, non sollevò obiezioni, il fidanzamento fu annunziato; e sei mesi dopo a Milano, con una ricca cerimonia, in un giorno di pioggia, Nicla Dossena diventava la signora Nicoletta Barbano, e Gigi credeva di sognare, di travedere, di vivere in un mondo irreale, tanto era spaventosamente felice.

XV.

Fu a Parigi nell'appartamento di via Glück, che Brunello ricevette da Nicla una lettera, la quale terminava così: «Ti prego di scrivere da ora in poi non più alla signorina Nicla Dossena, ma alla signora Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita. Hai inteso bene, caro?».

Bruno corse da suo padre a chiedere spiegazioni.

—Vuol dire,—dichiarò il conte, dopo aver gettato l'occhio sul poscritto,—che Nicla si è sposata con questo signor Barbano.

—E perchè non è più signorina?

—Ciò succede alle ragazze quando si sposano!—disse Fabiano col suo lieve sorriso canzonatore.

—Ma che cosa significa se si è sposata?

—Significa che va a spasso con Barbano, pranza con Barbano, vive nella stessa casa di Barbano, si lascia dar qualche bacio da Barbano, e fa baruffa con Barbano. Tutto Barbano, insomma!

—Allora peggio di Duccio?—incalzò Bruno, stringendo e spiegazzando la lettera nel pugno.

—Non so che cosa abbia fatto Duccio!—confessò il conte.

—Ma io Barbano non lo conosco!—riflettè Bruno.

—E nemmeno io!—aggiunse suo padre.

Bruno se ne andò.

Eran tornati a Parigi con un piccolo patrimonio, messo insieme coi danari di Montecarlo, il prestito d'Elia Polacco, una certa somma che il conte Fabiano aveva saputo spillare ancora alla famiglia: centomila lire a un dipresso.

Rivivevano la loro vita di lusso e di rumore, alla quale Fabiano aveva aggiunto una certa vita di contemplazione, andando per le gallerie d'arte e per le chiese con Bruno.

A fianco del fanciullo stava sempre un precettore italiano, tale Salapolli, che il conte aveva soprannominato Salafame, perchè non era possibile fargli conservare un centesimo in tasca. Appassionato di libri curiosi e rari, spendeva tutto il suo, e, senza soprabito nè ombrello, andava formandosi una biblioteca sontuosa.

Affinchè non morisse di freddo per via, il conte aveva finito col regalargli alcuni dei proprii abiti pesanti, sempre in timore che vendesse pur quelli per aver qualche libercolo intignato.

Salapolli era conosciuto da tutti i piccoli librai che espongono la loro merce sui parapetti dei ponti; e possedeva una coltura d'arte, di storia, di geografia, disordinata ma vasta. Le sue lezioni eran piacevoli conversari a proposito di qualunque cosa, d'una vettura che passava, d'una vecchia cornice, d'un trampoliere del Giardino delle Piante, d'una ragazza che strizzava l'occhio e che gli offriva il paragone con la antica civiltà greca.

E Bruno sorbiva: sorbiva avidamente, quasi avesse intuito che toccava a lui farsi tra quei due pazzi, il precettore bibliomane e il padre polimane.

Sembrava precocemente animato dal pensiero, e più che dal pensiero, dall'istinto d'armarsi per la vita, poi che tutto gli crollava intorno. E lasciati prima del tempo i balocchi, quei soldatini che pur ieri gli parevano vivi, non gradiva altri spassi che le visite al Louvre, ai musei di storia e di costumi, alle gallerie d'arte e d'armi e di gioielli e di maioliche e di vetri e di disegni.

Aveva mutato carattere; sentendo l'impossibilità di lottare contro la volontà dei grandi, s'era chiuso; o li beffava, mettendo ogni cosa in dubbio, spregiandone leggermente i discorsi e guardandosi con diffidenza dalle loro promesse e dai loro progetti.

Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla quale aveva dato il nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato, piccolo e robusto, che chiamava Spillo.

Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da lui; a Saint-Germain l'Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e figurava nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione di storia; e lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore, Salapolli s'era intrattenuto con Bruno a parlar di vetri, prendendo ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o azzurro su fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda di Giovanna d'Arco.

Era quasi l'intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che incombeva d'inverno perennemente sulla città; o partiva la mattina a cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve e gialla come dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s'accendevano le lampade, e tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il sole prorompeva e la vita si slanciava febbrile.

Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di librai, al Palais Royal, spingendosi con la carrozza fino alla Butte Montmartre, prendendo il tè all'Avenue de l'Opéra, guardando da una finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al Giardino delle Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno; pareva che un reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato lubrico, sul fango nero.

Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole tavole erano ornate di fiori vivi, e in certe nicchie tra una sala e l'altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall'alto, dorata sulle pareti dorate, che chiudevano in cornici d'oro, tra decorazioni di pavoni, di pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.

E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande mercenaria, il letterato celebre e il giornalista alla moda, l'uomo politico in auge e l'uomo di Borsa, la cui vita era un giuoco d'equilibrio. L'uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola di Fabiano, il quale conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.

Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza sotto gli archi d'un palazzo severamente semplice. Le sue colonne, nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e penetrato per sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall'altro, rammentavano a Bruno i tronchi di pioppi argentei.

E intorno stava sempre una folla d'uomini. Tutti urlavano; molte mani eran levate in alto, e qualcuno in fondo, innanzi a una tabella azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto l'urlìo saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani s'agitavano convulse, e gli uomini sul fondo scrivevano sempre; poi riprendeva il gridare spezzato e insistente.

Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva arrestato di botto, la prima volta; e suo padre gli aveva detto che stavan facendo il denaro.

Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina avevan fatto gridare gli altri, la sera mangiavano copiosamente e ridevano.

Bruno attraversava la vita in quell'epoca ad occhi sbarrati, per vedere tutto e comprendere.

S'era abituato a Parigi come a una sua città, e si diceva che da tempo immemorabile tutto vi era stato disposto per fargli piacere.

Colore e movimento per rallegrargli gli occhi; uomini e donne che correvano lungo i boulevards, s'arrampicavano sull'imperiale d'un omnibus, sgusciavan di furia tra un veicolo e l'altro, popolavan le trattorie e i caffè, s'indugiavano a guardar le mostre, sparivan sotterra per raggiungere una stazione del métro, non eran che figurine rappresentative.

La folla su cui la carrozza del conte gettava passando la sua polvere e nei giorni di pioggia lasciava andare una frustata di fango e di spruzzi; negozii e teatri aperti perchè Bruno potesse scegliere; giornali gridati con voci gutturali dagli strilloni perchè Bruno li leggesse e li traducesse con Salapolli; tutto era stato fatto e disposto per dagli piacere.

Parigi era la sua Parigi; i boulevards i suoi boulevards.

Vi passava con la carrozza tratta da due bai in certi giorni d'inverno denso con lo stesso animo col quale vi passava in primavera. E se al Pré Catalan gli alberi erano sfrondati e i tronchi non più adorni di rosai rampicanti che salivano fin dove la pianta lanciava intorno la fronda verde; e se al Giardino del Lussemburgo la cintura graziosa d'anfore e di vasi era spenta di colore e non v'eran più che le foglie, Bruno si distraeva in altri spettacoli.

Perchè tutto lo interessava: anche il fango, alto un dito e pastoso, che copriva la strada; anche il rigagnolo giallastro che correva lungo il marciapiede; anche la pioggerella minuta ch'egli lasciava stillare sul pastrano per sentir l'autunno preannunziare le feste; la pace silenziosa della riva sinistra, l'eleganza severa della via Royale, della piazza Vendôme, della via de la Paix; il fracasso da fiera, la vita bruciante, grottesca, instabile, continuamente rinnovata dei boulevards.

Non era meno avido di sensazioni che di cognizioni.

E sognava in quella baraonda ch'era ormai per lui la vita, sognava i suoi sogni, e si faceva a poco a poco impenetrabile.

Aveva portato per lunghi mesi nel cuore il desiderio di tornare da Nicla, e negli occhi la visione della fanciulla; e non ne aveva parlato che nei primi giorni di lontananza. Poi sdegnando di supplicare invano, s'era taciuto.

Ma dentro gli occhi la visione era rimasta ancora ostinatamente per altri mesi, netta e viva come la figura d'un quadro.

Era Nicla seduta sopra un tronco abbattuto, rossa nel tramonto di fiamma; era Nicla tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un cappello morbido piantato di traverso sulla testa a guisa del feltro d'un arlecchino; era Nicla curva ad accarezzarlo, con gli occhi smarriti nella gioia pura d'un'ingenua amicizia, con l'anima aperta a cantar la poesia misteriosa.

Era Nicla che vegliava il sonno di lui, che salutava il suo risveglio al mattino; era per Nicla ch'egli studiava, voleva sapere e vedere; per Nicla non commetteva imprudenze, montava a cavallo saviamente, senza far bravate; a Nicla avrebbe raccontato le sue gesta e confidato le sue impressioni; a Nicla avrebbe descritto le donne che tornavano a passar per casa, belle esse pure, e tuttavia a lui indifferenti, e tuttavia egli era loro spesso ostile; mancavano di qualche virtù preziosa e arcana, che si leggeva negli occhi limpidi, sulla bocca soave della fanciulla.

Qualche cosa di tutto questo egli diceva già nelle sue lettere, che gli costavan molta fatica; ma avrebbe detto il più a voce, con la guancia appoggiata alla guancia di Nicla.

Poi il sogno erasi disperso, l'edificio crollato rumorosamente.

Nicla non era più Nicla. Il matrimonio l'aveva fatta ritornar
Nicoletta, e un uomo stava a lei vicino…. La baciava!…

Bruno non aveva idea del tempo; non sapeva che mentre egli diventava, la fanciulla doveva vivere, ch'egli andava incontro alla giovinezza ed ella se ne allontanava, che a un certo punto quella medesima fanciulla la quale è una giovane signora se si marita, è una vecchia zitella se il marito non c'è.

Egli sapeva ch'ella offriva la bocca a un uomo e appoggiava la guancia alla guancia d'un uomo, forse in quella medesima campagna, per i meandri fronzuti di quel medesimo bosco il quale apparteneva al fanciullo, e, sacro alla sua storia, era stato arco e cornice al lontano idillio.

Non scrisse più a Nicla; aveva dovuto infine scrivere suo padre, pregato dalla giovane, la quale chiedeva notizie dopo mesi di silenzio; e Bruno si ribellò all'ordine di riprendere la corrispondenza.

—Non so nulla, io!—dichiarò a suo padre.—Non ho niente da scrivere.

—Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto buona?—chiese il conte Fabiano.

—Scrivile tu, se è bella!—rimbeccò Bruno.

E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo padre.

S'era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di Nicoletta Barbano, la quale di tempo in tempo chiedeva notizie inquieta: avrebbe scritto Salapolli.

E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il talento precoce, l'originalità di carattere e di idee che distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli fosse taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.

Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.

Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli uomini di penna e di spada che passava incessantemente per la casa, dando l'impressione di sbatacchiar tutte le porte, di spalancar gli usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero essi medesimi ospiti fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad arrotondare il gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la sera, la notte.

Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e formidabile vena che lo sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un batter d'occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più audaci, arrischiava colpi pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di razza che il colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si effettuasse.

Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore degli altri.

—Finirai come Elia Polacco,—gli disse un giorno beffardamente.—A furia di pelare, resterai pelato!—E lanciò uno sguardo ai capelli già radi del conte.

Egli non aveva alcun timore di suo padre.

Le parti s'erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di ritorno da una gita al Louvre, da una corsa alla biblioteca, da una scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che fermentavano nel suo cervello, andava a dare un'occhiata al padre e agli amici di lui. Stringeva la mano alle ragazze, alcune delle quali erano vecchie conoscenze, e s'intratteneva a discorrere con gli ufficiali.

Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, con un cappello morbido dalla penna di fagiano, stava a guardare e sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui conosciuti fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una combinazione cieca di carte; e impallidissero e sudassero e si perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.

Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che sembrava palpitar veramente per lui: e spaventata dalla fortuna vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all'altro.

Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio, per un infernale capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi atrocemente. E qualche giorno impediva davvero ch'egli tentasse colpi, non più arditi, ma assurdi.

Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un'occhiata in giro, andava da
Paulette, e indicando il padre, le diceva negligentemente:

—Bada che non commetta stupidaggini!

La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi avidamente il fanciullo vestito di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.

Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata del padre o del figlio.