XIX.

Nicla voleva annunziare quella sera medesima a suo marito l'incontro con Brunello; ma esitava.

Gigi Barbano era rientrato stanco; dopo avere sbrigato una copiosa e intricata corrispondenza, aveva dovuto sul tardi ricevere il viaggiatore che tornava da un lungo giro all'estero, ne aveva ascoltato il resoconto, ne aveva verificato gli acquisti, aveva dovuto posticipar l'ora del pranzo, ciò che gli dispiaceva sempre.

Ma Nicla, pur vedendo che il marito non era allegro come di solito, comprese che bisognava parlargli, o il suo silenzio sarebbe parso troppo singolare.

Dopo pranzo, mentre nel salotto di Nicla egli centellava il caffè, la giovane gli disse:

—Gigi….

—Che è, cara?

Gigi Barbano aveva di ben poco mutato; il suo colorito rosso bruno gli dava sempre una espressione giovanile, e a mala pena si sarebbero scoperti nei lunghi mustacchi e nei capelli alcuni fili d'argento. Il lavoro costante, gli esercizii fisici, e ancor più l'ordine e la semplicità della vita, lo avevano fatto forte; e a quarantadue anni era svelto ed alacre come a trenta.

—Tu non indovini,—disse Nicla.—Non indovini chi ho incontrato io oggi e condotto a casa….

—Ahimè,—rispose Gigi.—Ho così poca voglia d'indovinare!… Una persona che conosco?

—Certo: come potresti indovinare, se non la conoscessi?

E Nicla sedette sul largo bracciuolo della poltrona in cui stava Gigi.

—Con la quale parlo spesso?—continuò questi.

—Con la quale non hai mai parlato, ma ho parlato io, molto!…

Gigi sorrideva; la vicinanza di Nicoletta, che egli amava come ai primi tempi, gli aveva ridato il buonumore e la voglia di scherzare: passò un braccio intorno al busto della giovane, e per punzecchiarla, rispose:

—Con la quale hai parlato molto?… Duccio Massenti…!

Duccio Massenti era diventato una specie di fantoccio, che l'uno e l'altra agitavano in aria di tanto in tanto….

Gigi diceva qualche volta: «Tu non mi ami; tu ami il conte Duccio!». E
Nicla diceva qualche volta: «Allora andrò a trovare Duccio!».

Ma quella sera, Nicla alzò le spalle.

—Duccio! Duccio!… Che meschina fantasia tu hai? Non sai trovare di meglio?

—Meglio di Duccio mi pare impossibile!—osservò Gigi ridendo.

—Non indovini: non ti riuscirà d'indovinare; allora ti dico io?

—Dimmi tu!

Nicla prese tempo: quindi annunziò:

—Brunello!…

—Che?—esclamò Gigi con uno scatto.—Brunello? Hai ritrovato
Brunello?

—Ma sì, ma sì, ma sì!—disse Nicla gioiosa.

E in brevi parole raccontò al marito il ghiribizzo di prendere il tè, sola, e l'incontro e la visita del giovane.

—È cascato dalle nuvole!—osservò Gigi.—Chi pensava a Brunello?… E come è?

—Sempre il medesimo,—disse Nicla ingenuamente.

—Ah no, protesto! Gli anni saranno passati anche per lui!—ribattè Gigi scherzando.—Non lo avrai trovato col bastimentino sotto il braccio e le gambette nude!

Nicla rise.

—A me pare di sì! Mi pare d'averlo trovato ancora come quel giorno!—disse.—E l'ho chiamato bambino.

—Si sarà offeso?

—No, niente. Non si offende mai, Brunello, quando gli parlo io. Ed egli mi chiama ancora Nicla….

—E ti dà ancora del tu?—disse Gigi.

Il viso di Nicla si fece di bragia; ella abbassò gli occhi, quasi colta in fallo, e disse:

—Sì.

Gigi Barbano stette silenzioso un poco; quindi domandò:

—Quanti anni ha?

—Venti!—dichiarò Nicla

—Come passa il tempo! come vola!—osservò Gigi.—Mi pare ieri che ti ho dato del tu la prima volta.

Soggiunse quasi parlando con sè stesso:

—Credevo che sarei stato il solo…. Nicla si morse le labbra: la stoccata arrivava dritta.

—L'ho pregato,—disse poi,—di cambiar tono. So che mi considera una sorella, ma non si può.

—E verrà spesso a trovarti?—domandò Gigi.

—Se tu lo permetti….—mormorò Nicla.

Il marito non rispose: Nicla si sentì stringere il cuore, e scrutò il volto dell'uomo che guardava innanzi a sè, riflettendo.

—Ti dispiace?—ella chiese.

Gigi volse il capo; prese l'una mano e l'altra della giovane, le tenne strette nelle sue; poi, fissandola negli occhi, quasi avesse voluto giungere fino all'imo della sua anima, rispose:

—Mi fido!…

Il seno di Nicla si sollevò con un respiro profondo.

Ella sapeva che cosa volevan dire quelle parole; suo marito le aveva pronunziate un'altra volta, quando un nugolo di giovani e vecchi corteggiatori, di abili damerini e bellimbusti le si era stretto intorno, assediandola tenacemente. Gigi non l'aveva sorvegliata; non aveva dubitato un istante di lei; l'aveva lasciata alla sua coscienza e alla sua rettitudine. Era libera; non doveva render conto alcuno di ciò che faceva. Suo marito aveva una troppo alta idea di lei per chiederle ragione della sua condotta. La guardava negli occhi, e gli occhi rispondevano sereni e calmi.

Nicla ebbe quel sorriso di gratitudine contenta, che Gigi comprendeva.

—Ha chiesto d'esserti presentato, e verrà domani sera,—soggiunse la giovane.

—Oh, bene!—esclamò Gigi.—Domani sera conosceremo il bambino di vent'anni…. Sia detto tra di noi: io penso che quel tuo bambino ne abbia già fatte di tutti i colori….

—È molto infelice!—ribattè Nicla.

—Lo credo; ma se è figlio di suo padre….

Il volto di Nicla si contrasse.

—Suo padre è chiuso in uno stabilimento di pazzi!—disse con voce sorda.

—Veramente?—esclamò Gigi Barbano addolorato.—Mi dispiace d'essere stato leggero e ti prego di dimenticar le mie parole. Una simile sventura merita il più grande rispetto!

—Ti ringrazio!—disse Nicla semplicemente.

—Certo, certo,—riprese Gigi Barbano, quasi parlando con sè stesso,—quel ragazzo non può essere stato felice. Noi gli apriremo la nostra casa ed egli si riscalderà al tepore d'una vita semplice. Deve parergli strana una vita semplice, a lui, che è stato sempre in giro pel mondo e ha visto tante cose! Finirà con l'annoiarsi, vedrai! E io sarò un poco impacciato, confessandogli che non ho mai avuto tempo d'andare a Vienna e a Berlino e di conoscere bene Parigi. L'uomo di quarantadue anni ne saprà meno del fanciullo di venti…. Verrà domani sera, hai detto?… Lo riceveremo soli? Non gli farai trovare qualche poco di società intorno?

Nicla scosse il capo, sorridendo.

—No, no,—disse.—Lo riceveremo noi soli. Credo che di gente e di chiacchiere sia stufo….

—E con chi vive ora, a Milano?—seguitò Gigi.

—Con sua madre….

—E sua madre?…

Nicla non rispose: Gigi interpretò quel silenzio e capì; anche la madre doveva esser leggera come una piuma.

E dopo una pausa domandò:

—È un bel giovane?

Nicla riflettè un istante, poi si mise a ridere.

—Come vuoi tu ch'io sappia?—rispose.—Non lo so davvero. È un fanciullo: per me è Brunello, col bastimentino sotto il braccio. Tocca alle altre donne giudicare. Chiamarlo bel giovane, mi sembra un'ironia.

Gigi trasse la donna a sè e la baciò sui capelli.

—Cara,—disse con tenerezza.—Anche tu sei una fanciulla!…

Ma l'indomani sera, quando Gigi Barbano vide Brunello Traldi varcar la soglia del salotto, ne fu tutto scosso.

Non era soltanto un bel giovane; aveva quell'indefinibile sottile eleganza di modi e di portamento, quella misura, quella sicurezza priva di spavalderia, quella nobiltà nel sorriso, nei tratti, nella gentilezza medesima della persona, che vengon dalla razza. Pur vestito di cenci, il passo o un gesto o un modo di guardare l'avrebbero svelato per un grande signore.

E Gigi Barbano, che sapeva la forza poichè era egli medesimo un forte, rilevò subito negli occhi del fanciullo una luce e nella bocca una linea che ne dicevano l'energia straordinaria, la volontà cocciuta, formidabile. Un guerriero antico, gettatosi a nuoto nel mare, voleva scalar la nave del nemico; e s'era abbrancato al bordo con la mano destra; gli tagliarono la mano destra; egli l'afferrò con la mano sinistra; e gli tagliarono la mano sinistra; egli vi si aggavignò coi denti; e gli spaccarono la testa; e rimase, cadavere, coi denti infitti nel legno, in una presa tremenda che nessuno riusciva a disserrare.

Brunello Traldi doveva aver la stessa forza di volontà cieca e dura.

Gigi Barbano gli si fece innanzi, mentre Nicla guardava, un poco timorosa, quel primo incontro.

—So che tu sei un fratello per Nicoletta,—disse Gigi.—E ti accolgo come un fratello….

Gli strinse la mano, poi lo attirò a sè, e lo abbracciò.

Bruno sorrise; andò verso Nicla e le baciò la destra.

Un istante dopo, nel salotto a righe argentee sul fondo bigio, si sentiva che una fraternità dolce e sincera aleggiava intorno alle tre persone.

Gigi interrogava avidamente Brunello chiedendo della vita di Parigi, di Vienna, di Berlino.

—Ma hai osservato tutto!—egli notò stupito.

—Non avevo altro da fare!—rispose Bruno.

Gigi si fece raccontare anche il duello col piccolo conte della
Jonchère; e Bruno raccontò, e rise.

Poi si fermò: aveva udito sè stesso ridere.

—È strano!—disse.—Non ridevo più da dieci o dodici anni.

Un'espressione di tenerezza sollecita si diffuse sul volto di Nicla; le pareva che una cosa sola stonasse in quella calma ora di fiducia; egli era obbligato a darle del voi, e il voi le strideva all'orecchio come un suono falso.

Quando sul tardi, Bruno si congedò, Nicla non potè trattenersi, e gli disse:

—Addio, bambino! Fa nanna! Gigi e Bruno sorrisero.

XX.

Per addobbare la casa di Milano in via Meravigli, erano stati mandati innanzi da Roma il professore Salapolli, che doveva curare l'assetto della biblioteca, e la governante ungherese, Maritza, che doveva disporre i mobili.

Ma giunti a Milano, Brunello s'era dichiarato contento del lavoro compiuto dal suo vecchio maestro, e la contessa Clara Dolores aveva espresso la più viva disapprovazione per il lavoro compiuto dalla governante.

Aveva ordinato che si tornasse daccapo, trasportando il mobilio dal secondo piano al primo, dando tutto il primo piano a Brunello, mutando gli oggetti da stanza a stanza; onde ancora dopo quindici giorni dall'arrivo, dopo più d'un mese dacchè la governante aveva lavorato, la casa dava lo spettacolo d'un disordine che somigliava a uno sgombero interminabile.

Clara Dolores doveva ricevere i suoi amici così, in un salotto in cui i quadri erano appoggiati a piè del muro, invece di pender dalle pareti, e le poltrone eran coperte di vecchie stoffe accatastate; prendeva e offriva il tè sopra un angolo di tavolino, accoglieva insieme un'amica e il tappezziere e lo stipettaio e il decoratore.

Bruno sbuffava; ella rideva noncurante.

Toccava ormai la quarantina; la sua figura era tuttavia snella ed elastica; ma i cosmetici del Kallòtrofo e degli altri empirici le avevan presto avvizzito il volto, e le tinture bionde le avevano devastato la chioma, bruciandola e tagliuzzandola. Aveva una testa da vecchia dipinta e rifatta sopra un corpo giovanile e flessuoso; e la sola bellezza di quel viso erano gli occhi lunghi dalla fiamma penetrante.

Dopo alcuni giorni dall'arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a prendere il tè, aveva trovato in salotto un signore, la cui fisionomia non gli parve ignota.

Non ebbe tempo a chiedersi dove l'avesse visto, che già Clara Dolores aveva fatto la presentazione.

—Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.

Bruno s'inchinò e si lasciò stringere la mano.

—Il conte è un vecchio amico di casa,—continuò Clara Dolores.—Tu forse non lo ricordi, perchè eri piccino….

Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano benissimo, ma nessuno disse parola.

—Un vecchio amico e un fidato consigliere,—seguitò la contessa.

—Che cosa ti ha consigliato?—domandò Bruno in tono beffardo.

Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla udita, e parlò presto d'altre cose, dell'addobbo, delle noie che le arrecavano gli operai, del tempo rigido.

Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto precocemente ma sempre mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle labbra. Il giovane sentiva in lui l'ipocrisia.

S'alzò, s'inchinò e se ne andò.

Duccio Massenti! Aveva un vecchio conto da saldare; ricordava bene ch'egli aveva offesa Nicla in altri tempi; non sapeva come, non sapeva perchè, ma l'aveva offesa.

E gli venne l'idea, non appena fu da Nicla, di parlarne con lei.

Bruno andava da Nicla tutti i giorni, a qualunque ora, spesso trovandola sola, spesso con altre signore giovani alle quali ella lo aveva presentato, dicendo in brevi parole ch'egli era stato il suo fanciullo, il suo protetto; e poichè ne avevano udito parlare più volte, le signore lo accolsero festosamente.

Quand'erano soli, Nicla e Bruno si davano ancora del tu; l'illusione era più forte d'ogni ragionamento; e talora Brunello sedeva ai piedi dell'amica e posava il capo sulle sue ginocchia; ed ella lo accarezzava lievemente.

Egli sentiva ch'ella era sua come aveva promesso; e invece di rallegrarsene. Bruno n'aveva quasi sgomento. Nicla s'abbandonava a lui; s'egli avesse voluto baciarla, accarezzarla, prenderla tra le braccia, ella avrebbe lasciato fare, nella inesperienza della sua anima; non sapeva d'essere bella e desiderabile, o credeva che la sua bellezza fosse così pura agli occhi di Bruno da allontanargli ogni pensiero cattivo.

Bruno la teneva in mano, inerte e arrendevole; ma sentiva la sua bellezza ben diversamente da ciò ch'ella supponeva; e per non atterrirla, si frenava, nascondendo con cura la passione che cominciava a soffiargli nel cuore.

Quando ella gli diceva di appoggiare il capo sulle sue ginocchia, egli tentava di rifiutare; quando ella gli passava le mani sui capelli e sul volto, egli tratteneva un fremito, e con garbo, sorridendo, le allontanava.

—Non mi vuoi più bene?—chiedeva Nicla.

—Sì,—egli rispondeva con voce malcerta.

—Perchè non lasci che ti accarezzi?

—Non so.

E si alzava di scatto e andava a posar la fronte contro i cristalli freddi della finestra.

Quel giorno le disse:

—Sai chi ho trovato oggi in salotto, dalla mamma? Duccio Massenti…

—Ah!—fece Nicla, reprimendo un moto di sorpresa.

—È molto antipatico,—osservò Bruno.—Mi ricordo ch'egli ti ha offesa, e non hai voluto mai dirmene la ragione.

—Non è vero!—esclamò Nicla impaurita.—Non mi ha offesa.

—C'è sempre stato un mistero in quel piccolo incidente della nostra vita,—riflettè Bruno.—Io voglio venirne a capo. La mamma mi ha detto che è un vecchio amico e consigliere fidato, e ciò mi ha fatto ridere; temo sia stato lui a consigliar la mamma a tingersi i capelli color d'oro.

—Bruno!—esclamò Nicla in tono di rimprovero.

—Non mi vuoi dire dunque ciò che c'è stato fra te e lui?—incalzò
Binino.

—Nulla; ti assicuro che non c'è stato nulla!

—Bada!—minacciò Bruno, alzando l'indice e sorridendo.—Bada che la tua ostinazione mi fa pensare a molte cose brutte. Io ricordo ancora (ahimè, io ricordo tutto!), ciò che dicevi quel giorno in barca a me e a lui…. E oggi più che mai, avrei piacere d'ammazzarlo come un cane.

Nicla s'alzò d'un balzo, tutta pallida, e afferrò Bruno tra le braccia.

—Se tu mi vuoi bene,—disse,—se tu mi vuoi bene, devi promettermi che non farai nulla, devi prometterlo e giurarlo per ciò che hai di più caro…!

Ella lo stringeva sul seno, e il volto di lui era appoggiato alla spalla della giovane, gli occhi erano fissi negli occhi.

Bruno sentì quel brivido che lo percorreva sempre, allorchè le mani di
Nicla lo toccavano e il profumo della sua persona lo avvolgeva.

Senza cangiar positura, con gli occhi affondati negli occhi di Nicla, muovendo appena le labbra, disse:

—Perchè devo promettere?

—Per me, per la tua Nicla, per te stesso!—affermò la giovane.

—Io prometto a una condizione,—mormorò Bruno.

—Oh, il vile che si vende!—esclamò Nicla con un piccolo riso.—Sentiamo.

—A condizione che tu ti lasci baciare sulla bocca.

Impensatamente, dissennatamente, ella gli offerse subito la bocca.

E si baciarono, a lungo, gli occhi chiusi, con l'avidità di due anime che si confondono, con la bramosìa con cui l'assetato beve, beve, beve, fino all'ebbrezza mortale, fino alla follia, fino all'annientamento, si baciarono col cuore che pulsava vertiginoso, con la gioia di sentirsi vuotar le vene di tutto il sangue.

Poi quando si sciolsero da quella stretta invincibile, si guardarono e videro gli occhi soli che sfavillavano nel volto interamente bianco.

E tacquero.

Ciascuno era entrato nel cuore dell'altro e aveva capito.

La prima a riprendere la parola fu Nicla; ma la sua voce era nuova, col tremito che veniva dal terrore d'un'anima sul ciglio d'un abisso imperscrutabile.

—La tua casa è pronta?—chiese, per dir qualche cosa.

—Non ancora!—rispose Bruno.

Tacquero di nuovo. Era impossibile parlar di cose comuni.

Avevano bisogno ambedue di raccogliersi e di meditare.

Nicla stava aggomitolata, meglio che seduta, in un angolo del divano.

Bruno trovò il suo sgabelletto e lo portò ai piedi di Nicla.

La donna fece un gesto istintivo, come per respingerlo.

—Lasciami!—supplicò Bruno.

Sedette ai suoi piedi, posò il capo sulle sue ginocchia, e pianse in silenzio.

—Bruno,—disse Nicla, a un tratto, con voce grave e pacata.—Ascoltami!… Devo dirti qualche cosa che mi costa molto; ma tu comprenderai.

—Ti ascolto,—rispose Bruno senza muoversi.

Nicla si raccolse, meditò; poi con uno sforzo riprese:

—Oggi ho capito. Tu mi ami, non come una sorella; come una donna….

Arrossì, tacque ancora; si fece forza nuovamente, e soggiunse:

—Tu vorresti che io fossi la tua amante.

Bruno scosse il capo, ma non osò negare in altro modo.

—Ascoltami, Bruno. Io sono tua. Ma bada; tu non mi chiedi l'amore: tu mi chiedi la vita! Io non saprei ingannare nessuno; e quand'anche sapessi, no, mio marito, colui che ti ha accolto a braccia aperte e ti ha chiamato fratello, io non lo ingannerei. L'indomani del giorno in cui fossi stata tua, mi darei la morte. Hai compreso?… Se tu vuoi ch'io muoia, chiedimi l'amore: e ti darò l'amore e la vita; ma sopravvivere mi sarà impossibile…. Hai compreso…?

Egli si alzò.

—Ho compreso,—disse.—Non ti chiederò e non vorrò che il tuo affetto di sorella.

Nicla lentamente gli asciugò gli occhi arrossati da lagrime che parevano avergli bruciato le palpebre.

XXI.

Il professore Salapolli con molte circonlocuzioni e con un discreto timore, interrogò Bruno intorno al libro che intendeva scrivere.

Gli pareva che da quando era arrivato a Milano, il giovane fosse irrequieto. A Roma, dove aveva seguito per quattro anni i corsi universitarii, scegliendoli tra le materie che più lo interessavano, era attivo e pertinace nel suo studio. A Milano si distraeva, stava quasi l'intero giorno assente, un poco per rivedere la città, molto per vivere accanto a Nicla. E del libro non diceva più parola, quasi l'avesse dimenticato.

Il Salapolli passava gran parte della giornata in biblioteca e solo, perchè al secondo piano c'era un pandemonio, un disordine, un viavai di visite, che gli rammentavano i peggiori tempi di Vienna e di Berlino. Come allora, la contessa non si stancava mai di ricevere; come allora, faceva attaccare i cavalli da un istante all'altro, e usciva. Si faceva colazione e si pranzava quando si poteva; e sempre c'erano invitati. Il cuoco, il cocchiere, la cameriera, il portiere, tutti si lagnavano. L'instabilità della contessa, il suo dire e disdire, la vertiginosa attività che pretendeva, eran causa che ad ogni poco i domestici si licenziassero, se non li licenziava ella medesima per un nonnulla.

Era il regno del capriccio: i fornitori portavano in casa oggetti svariati ch'ella degnava appena d'uno sguardo e che aveva comperato in tutta furia un'ora prima, quasi non avesse potuto viverne senza. Le era accaduto di regalar cappelli, vesti, scarpe, calze alla cameriera, alla manicure, alla prima donnaccola che le capitava tra i piedi, senza aver nulla indossato, tutta roba nuova di trinca: aveva visto di meglio; aveva pensato a un'altra foggia o a un altro colore.

A tavola, tra gli amici e le amiche, in una società elegante, scintillava di spirito e di grazia; era affascinante a dispetto delle pitture che si metteva sul viso e dei capelli d'oro. Non si sapeva comprendere come una donna intelligente e arguta qual'era si lasciasse abbindolare da tutti i venditori di cosmetici portentosi e di acque vivificanti.

Non ne aveva alcun bisogno: la figura elastica, ancora bellissima, e lo spirito indiavolato le davan tutte le vittorie che poteva desiderare; aveva ai piedi giovani dell'età di suo figlio e uomini maturi. Il professore Salapolli, il quale, per desiderio di Bruno, sedeva a colazione e a pranzo con quei signori, e sebbene si studiasse di tenersi in disparte, era trattato alla pari, vedeva che la contessa quasi ogni giorno aggiogava qualcuno al suo carro; e col dovuto rispetto pensava che lo schiavo non avrebbe avuto a sospirare molto.

Il solo che passava imperturbabile tra quel frastuono era Bruno; abituato al rumore dalla nascita, non si stupiva di nulla, nè che si pranzasse alle dieci di sera, nè che si cenasse al tocco dopo la mezzanotte, nè che la brigata intera corresse a una trattoria invece di far colazione in casa. Aveva già visto tutto ciò con suo padre a Parigi e a Bruxelles, con sua madre a Vienna e a Berlino. Non se ne annoiava e non se ne divertiva; prendeva parte a quel bulichìo come un uomo stretto e trascinato dalla folla. Aveva in breve conosciuto tanta gente, che non ne rammentava nemmeno il nome, e se gli avveniva d'esser salutato per via da persona che non ravvisava subito, pensava fosse un amico della mamma, un frequentatore della casa.

La sensazione delle porte e delle finestre spalancate, l'imagine del vento che soffiava da tutte le parti involando il danaro, gli erano abituali…. La sola cosa che lo stupiva un poco, si era che il patrimonio resistesse ancora e che sua madre non si accorgesse della rovina imminente.

Spensierata e generosa, ella pareva invasa dalla furia di distruggere i resti d'una fortuna cospicua, di due fortune cospicue, quella del conte e la sua. Faceva la beneficenza nella maniera più impreveduta, regalando cento lire al primo cencioso che batteva alla porta, mandando mille lire a un comitato che ne chiedeva cinquanta, non per vanità nè per grandezza, ma perchè le cinquanta e le mille valevano lo stesso ai suoi occhi.

Bruno lasciava fare. Egli possedeva ancora il fondo della Tralda, di cui ritirava esattamente il reddito di ottomila lire l'anno: e lo avrebbe difeso a prezzo del suo sangue, perchè quella somma occorreva ad assicurare il trattamento di suo padre nella casa di salute.

Messo il papà al sicuro, non si occupava d'altro. La famiglia Traldi di San Pietro gli aveva fatto intendere, appena tornato a Roma, che avrebbe avuto tutto ciò che poteva desiderare, se avesse abbracciato la carriera ecclesiastica, aggiungendo che il suo nome e più il suo talento precoce e straordinario gli assicuravano un avvenire impareggiabile.

Rimasti senza risposta, gli zii Guido e Giovanni—la nonna era morta poco dopo Francesco—gli avevano mandato il notaio Alemanni in persona a trattare e a circuirlo; ma nel ragazzo che contava allora diciassette anni, il notaio riconobbe il bambino che gli aveva detto: «Tu non sai niente; porta il denaro, e non perder tempo!».

Il ragazzo lo aveva lasciato parlare e poi lo aveva garbatamente messo alla porta; onde gli zii Guido e Giovanni avevano subito disposto perchè il loro patrimonio andasse intero a opere di beneficenza e ad istituti di religione, tolto un lauto reddito per il notaio fedele. Non v'era dunque speranza; gli ultimi danari che la contessa Clara Dolores sgretolava sotto i denti ancora bianchissimi, eran veramente gli ultimi.

Bruno lo sapeva e rimaneva indifferente.

—Si può sapere, caro conte,—disse il professore Salapolli,—come vanno i suoi studii?

—Lo vedi,—rispose Bruno.—Non ho trovato ancora l'ubi consistam.

Erano nella biblioteca, nella quale il Salapolli si teneva al riparo dalla babele del secondo piano; e accarezzando la barbetta aguzza, osservava Bruno, dicendosi che smagriva e impallidiva e che doveva aver qualche nuovo demonio in cuore.

E pensava alla signora Nicoletta, alla Nicla famosa, e si stupiva, nella sua inesperienza da topo di biblioteca, che la bella donna esitasse ancora a far contento il bel ragazzo.

—No,—egli riprese.—Intendo parlare del suo libro, caro conte, di quel libro, sa?…

—Eh, che vuoi? Ci penso!—rispose Bruno.—Io voglio farne un poema di speranza e di gioia; e dalla penna non mi stilla che amaro. Già tre volte ho cominciato, e già tre volte ho dovuto smettere.

—Questo non è degno di lei!—obiettò il Salapolli con franchezza.

—Come!—esclamò Bruno sorpreso.

—Ripeto: non è degno di lei!—insistette il Salapolli Ostinato.—Perchè scrivere un poema con un preconcetto? perchè voler che esso dica la gioia e la speranza?… Dica ciò che sente! La penna stilla amaro? E lei scriva amaro! La penna stilla dolce? E lei scriva dolce…. In ogni modo, non scriva falso…! È il grande precetto oraziano.

—Ah, caro Pantalone!—esclamò Bruno.—Se versassi in un libro metà del veleno che ho in cuore, avvelenerei mezzo mondo.

—E tanto peggio per il mondo!—fece il Salapolli, alzando le spalle.—Un capolavoro vale il mondo intero.

—Su, su, vecchio matto!—disse Bruno ridendo.—Tu mi credi capace di scrivere un capolavoro?…

Il Salapolli squadrò il suo allievo, pallido e nervoso, che sembrava divorato da un fuoco interno.

—Eh! Chi sa?—mormorò.

Quindi, arricciando la punta della barba intorno all'indice destro, soggiunse:

—Tutti i capolavori sono nati dalla passione; l'odio, l'ira, lo sdegno, hanno creati i capolavori; la gioia non ha mai creato nulla!

—È ardito ciò che dici!—osservò Bruno.

—Non lo dico io: lo dice la storia di tutte le letterature.

—Talchè, la disperazione potrebbe produrre il capolavoro?

—Sovente, sovente!…

—Andiamo, pagliaccio! E il Don Chisciotte, e il Decamerone, e il Canzoniere, da quale odio son nati?

—Ma il genio di tutti i genii non ha scritto l'Inferno per odio e per vendetta, per ira e per isdegno? Ma nello Shakespeare, dall'Otello all'Amleto, non sente il turbine di tutte le passioni? E la disperazione non ci ha dato il Werther? Mediti ciò che le dice un uomo, il quale non s'intende di nulla, fuor che di libri; se ha veleno nel cuore, lo lasci libero; sarà fecondo!

Bruno crollò il capo ridendo e parlò d'altro.

Ma gli parve molto strano che in quei giorni anche Clara Dolores gli tenesse parola del libro.

Ella sapeva da tempo che il figlio aveva un'inclinazione spiccata per la letteratura e andava preparando la sua prima opera; e gliene chiese notizie.

—Nulla di buono, nulla di pronto, cara mamma!—rispose.

—Io volevo dirti….—seguitò sua madre.

Ma guardando il figliuolo che fumava una sigaretta, seduto in un angolo del salotto finalmente ordinato, non osò proseguire.

—Volevi dirmi? Hai paura di dir qualche cosa a tuo figlio?—interrogò
Bruno.

—Ho paura di farti dispiacere….

—Coraggio, mamma!—fece il giovane ridendo.

—Ebbene, volevo dirti che disapprovo le tue intenzioni, che se potessi, contrasterei il tuo desiderio di darti alla letteratura.

—Davvero, mamma?…

Egli fece quella esclamazione con accento di meraviglia sincera; e interrogava attonito il volto di sua madre. La prima opposizione alle sue più dilette cure gli veniva da una madre, la quale non s'era mai altrimenti occupata di lui.

—Sì,—riprese la contessa.—Io avrei voluto che tu ti dessi al commercio o all'industria, che tu entrassi, per esempio, in una Banca….

—Ma è impossibile, cara mamma!—esclamò Bruno.—La mia coltura non è fatta per ciò; la conoscenza del latino e dei classici è assolutamente inutile per le Banche. Non è che io tenga in poco conto il commercio e l'industria; si è che son nato ad altro, e son preparato per altro.

—Giovane come sei e col tuo ingegno, in breve tempo ti faresti la coltura necessaria per una professione più pratica!—ribattè la contessa.

—T'inganni. Non avendo alcuna passione per il commercio, non vi apporterei nulla,—rispose Bruno.—E resterei sempre tra gli ultimi.

La contessa tacque un istante, quasi cercasse argomentazioni più decise.

—Si è che,—ripigliò quindi,—si è che la letteratura non ti darà altro che fumo. Tu hai bisogno d'una posizione indipendente, e i poemi e i romanzi e tutte le forme di letteratura non riusciranno a fartela. Se non avrai danaro tuo, stenterai la vita. Un poema, oggi, non si paga nemmeno: un romanzo si paga poco, e può costarti un anno, due, tre, di lavoro e di fatica. Hai scelto una carriera alla quale occorrono non soltanto qualità d'ingegno, ma qualità di carattere che s'avvicinano a quelle d'un apostolo o d'un martire….

—Mamma,—interruppe tranquillamente Bruno,—queste idee non sono tue.

—Lo confesso,—rispose Clara Dolores.—Non ho sufficiente esperienza della vita letteraria per giudicarla con sicurezza. Sono idee degli amici coi quali ho parlato di te e ai quali ho chiesto qualche consiglio….

Bruno si levò d'un balzo.

—Duccio Massenti!—esclamò.

La contessa non rispose.

—Duccio Massenti!—ripetè Bruno.—È lui che ti consiglia a contrastar la mia strada e a spingermi verso una Banca, presso la quale sarei e resterei l'ultimo degli impiegati?

Si fermò innanzi alla contessa che stava seduta in una larga poltrona, l'oro del cui arco superiore si confondeva con l'oro della chioma. La signora volgeva a suo figlio uno sguardo di muto stupore.

—Vedo che non capisci,—disse Bruno,—ed è naturale. Io non ti ho mai detto che Duccio Massenti lo conosco da dodici anni e lo rammento benissimo. Era sul lago lo stesso giorno e la stessa ora in cui tu sei venuta a trovarmi; è ripartito per Sonnenberg, dove tu villeggiavi, ventiquattr'ore dopo la tua partenza. A Sonnenberg tu eri con lui.

La contessa fece un gesto, ma Bruno proseguì subito:

—Tutto ciò non mi riguarda, sono io il primo a riconoscerlo. Non alzo gli occhi su mia madre, della quale devo avere ed ho il più vivo rispetto. Tutto ciò non mi riguarda!

Si fermò un poco, con la sigaretta che fumava tra l'indice e il medio della destra.

—Tornato qui,—riprese,—ho incontrato di nuovo Duccio Massenti come amico di casa e consigliere. Sta bene. Egli non ha detto nulla ed io non ho detto nulla della nostra antica conoscenza e di una gita in barca, durante la quale io, fanciullo innocente, ho scoperta la trama ch'egli andava tessendo.

S'interruppe ancora; quindi con voce secca e metallica, una voce diversa da quella con cui parlava abitualmente a sua madre, seguitò:

—Ma occorre che tu lo avverta di star quatto e di non dare consigli sopra un argomento così geloso come è la mia carriera. Bisogna ch'egli non si occupi assolutamente di me, se vuole che io non mi occupi assolutamente di lui. Tu capisci, mamma, che si tratta d'una vera necessità. Può consigliare chiunque sopra qualunque cosa, non me sopra la letteratura o il commercio. Mi ha già fatto male. Non me ne faccia altro!

Ripetè con la voce stridente e un lampo negli occhi:

—Non me ne faccia altro!…

—Io non sapevo nulla di tutto questo!—mormorò la contessa.

Bruno si piegò, le baciò la destra, e con voce carezzevole soggiunse:

—Hai ragione, povera mamma; tu non sapevi nulla, e ti chiedo scusa d'aver parlato con qualche vivacità. Ma Duccio Massenti sa tutto, e deve guardarsi.

Dopo quel colloquio, Clara Dolores non parlò più a suo figlio di letteratura; ma Bruno s'accorse che Duccio Massenti era scomparso. A qualunque ora egli salisse da sua madre, a tutti i ricevimenti, a tutti i pranzi, a tutte le gite di piacere, non gli avveniva mai d'incontrar Duccio Massenti.

Bruno pensò che sua madre lo avesse messo alla porta, dopo una spiegazione; e non era lontano dal vero.

L'accenno alla conoscenza di dodici anni prima e alla gita in barca avevan posto la contessa sopra una traccia; e non le era stato difficile andar fino al fondo. Duccio Massenti era stato il suo primo fallo, ed egli lo sapeva; e sapendolo contava d'abbandonarla alla lesta per contrarre un ricco matrimonio. La contessa pensava mortificata che la signorina Dossena doveva aver capito tutto, e che in quell'episodio singolare stava la ragione misteriosa per la quale il matrimonio con Duccio Massenti era sfumato, e poco tempo di poi la signorina sposava Gigi Barbano, contro l'aspettazione di tutti.

Il cinismo di Duccio, l'offesa fatta a lei e a Nicoletta, le parvero mostruosi; e chiamato in fretta Duccio Massenti dopo il colloquio con Bruno, e strettolo di brevi domande sicure, lo aveva cacciato di casa, in un impeto di furia irrefrenabile.