XXVI.
Andarono sul tramonto a salutare il bosco di cerri e di castagni, che chiudeva, come perle in un monile, i ricordi più belli nelle ombre e nei silenzii delle sue verzure.
Non v'erano stati mai, quasi temendo che innanzi a tanta gioia e a tanta mestizia le forze avessero ad abbandonarli.
Bruno aspettava sulla soglia della villa. Si volse udendo il passo di
Nicla, e si sbiancò in viso.
Ella era apparsa, tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso sulla chioma a guisa del feltro d'un arlecchino; e aveva i guanti bigi lunghi fin oltre il gomito.
Bruno la squadrò da capo a piedi desiderosamente, e non disse nulla.
Ma mentre s'avviavano, Nicla raccontò:
—Sai che quando eri piccino, mi facevi qualche volta paura? Avevi di tratto in tratto idee così strane, che mi domandavo chi tu fossi e donde venissi. Mi sembravi un faunetto sbucato da una siepe, e pensavo a un quadro che avevo visto a Roma e mi aveva molto offesa qualche anno prima.
—L'avrò veduto anch'io, forse,—mormorò Bruno.
—Forse,—ripetè Nicla.—Alla galleria Corsini.
Esitò un poco, e quindi aggiunse:
—Un piccolo quadro, nel quale un fauno, appostato dietro una quercia, allunga la mano a denudare una ninfa che dorme; e il tramonto è rosso.
—Lo rammento,—disse Bruno. Egli era turbato; ella gaia e sicura
—Siamo soli,—disse, varcato appena il limitare del bosco.—Non ti senti felice?
Il bosco era incendiato dal tramonto, sul cui fondo spiccavan più decisi i fusti dei cerri e dei castagni; gli archi formati dalle fronde sembravano gallerie in fiamme, dentro le quali oscillavano stupendi riflessi d'oro.
A mano a mano che Nicla e Brunello inoltravano, si spegnevano le voci del mondo, e alle loro spalle si chiudevano le dense cortine di fogliame, mosse dal brivido d'una brezza impercettibile che veniva dal lago.
—Ecco,—disse Nicla.—Qui in questa radura, mi sei parso un faunetto impertinente; e qui un'altra volta mi dicesti che volevi fare uccidere Duccio.
—Com'è bello,—osservò Bruno,—il riflesso di porpora sul tuo vestito d'acciaio! Sembra che la tua anima proietti una luce.
—Ti ricordi il giorno in cui ho messo per te un abito simile a questo?—domandò Nicla.
—L'ultimo giorno. E tu non volevi dirmi che lo avrei indossato per me. Io ne rimasi tanto mortificato….
Nicla rise.
—È vero, è vero!—esclamò.—Abbassavi il capo e mostravi il broncio.
—…. tanto mortificato, che finisti col confessare!—soggiunse Bruno.
—Strana cosa! Già allora,—osservò Nicla,—io facevo per te quel che si fa per un amante; e tu godevi con la intelligenza d'un uomo.
La radura s'era allargata; il terreno molle e grasso era invaso da ampie chiazze di color porporino, simile a sangue vivo; molti alberi eran caduti sotto la scure, e un cumulo di tronchi era disposto a gradi sopra un lato.
Nicla sedette. Bruno s'accovacciò ai suoi piedi.
—Ascolta!—disse Nicla.
Tesero ambedue l'orecchio.
Veniva dal fondo uno stormire di foglie, un frullo, un pispigliare sommesso, come se il bosco intero agitato dalla brezza fosse stato percorso da un fremito voluttuoso; e di tanto in tanto qualche vecchia corteccia si screpolava scricchiolando.
Sole voci del mondo, giungevano confusi, quasi interrotti dall'intrico di foglie e di rami, i suoni delle campane che la lontananza faceva più flebili. Su qualche tronco le cicale ostinate mandavano con le elitre uno stridulo saluto al giorno agonizzante.
Aliava intorno lo spirito del bosco, che chiedeva ombra dopo tanto sole. Il cielo trascolorava: si smorzava la porpora, si faceva opaco l'oro.
Nicla parlò sottovoce, mentre, appoggiato un gomito sulle sue ginocchia, Bruno la guardava.
—Qui ti ho cantato i versi la prima volta,—ella disse.
—Sì,—rispose Bruno.
Anch'egli parlava a bassa voce, per non turbar le armonie e la deliziosa pace del luogo.
—Sì, e da quel giorno ho cercato con bramosia i libri a ritrovar la musica che tu mi avevi svelata.
—Qui,—seguitò Nicla,—i nostri destini si fusero, e io promisi a me stessa inconsciamente che sarei stata tua sempre. Tu potevi da quel giorno chiedermi l'anima e t'avrei dato l'anima; l'amore, e t'avrei dato l'amore; la vita, e t'avrei dato la vita. Io ti darò tutto questo, bambino mio, perchè te l'ho promesso quando ancora tu non sapevi.
Bruno mosse le labbra, e Nicla lo fermò.
—Ascolta!—disse.
Il vento s'era alzato più forte; il brivido delle fronde riempiva lo spazio. Era uno scroscio, uno schianto che scuoteva tutto fin nelle più intime latebre il bosco, dalla vetta del monte all'estremo lembo che fiancheggiava la strada; e dondolavano i cimi degli alberi, e le chiome di mille verdi si mescevano; tremavan gli archi delle imaginarie gallerie, si scomponevano, si riformavano. Un ritmo ignoto agli uomini conduceva la lenta danza di foglie e di rami.
Nicla rispose:
—Ora tu mi devi giurare.
Bruno la fissò. Spiccava sopra uno sfondo paonazzo, tutta serrata nel suo abito d'acciaio come in una sacra armatura, e il busto svelto ed eretto balzava su dalla sobria curva dei fianchi. Aveva nel volto diffusa una bellezza nuova serena, e dentro gli occhi una fiamma ferma e costante.
—Tu mi devi giurare,—ella seguitò, vedendo lo sguardo interrogativo di Bruno.
—Perchè?—domandò il giovane.
—Non chiedere. Giurami che qualunque cosa avvenga, tu non morirai.
—Io volevo morire,—confessò Brunello, chinando la fronte,—volevo morire. Chiederti l'amore per una volta sola, per una sola notte, e poi morire con te.
—No!—disse Nicla con un gesto risoluto del capo.—Devi vivere.
Giurami che vivrai.
—Oh, amica mia,—proruppe Bruno,—io non ho mai conosciuto la felicità. Volevo berla dalla tua bocca e morire.
—No!—insistette Nicla.—Devi vivere. Giurami che vivrai!
Bruno esitò un istante, poi interrogò:
—Se giuro, tu sei contenta?
—Sarò molto contenta. Non chiedo altro.
—Giuro!—disse Bruno.
—Per quel che hai di più sacro al mondo?
—Per quello che ho di più sacro al mondo.
—Per la vita di tuo padre e di tua madre?
—Per la vita di mio padre e di mia madre.
Il seno di Nicla si sollevò in un grande respiro di pace; ella afferrò
Bruno e lo strinse fra le braccia.
—Ora posa il capo nel mio grembo,—seguitò con espressione di gaudio che le tremava nella voce e le traluceva dallo sguardo.—E ti dirò il canto che ti piaceva, bambino!
Curva su di lui, sfiorando con le mani leggere il volto e i capelli di Bruno che le apparteneva, disse con la voce limpida di cristallo, armonica di penombre e d'inflessioni:
Ti rapirò nel verso; e tra i sereni
Ozi de le campagne a mezzo il giorno,
Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
Ciel, mare, intorno,
Io per te sveglierò da i colli aprichi
Le Driadi bionde sovra il piè leggero
E ammiranti a le tue forme gli antichi
Numi d'Omero.
Bruno aveva chiuso gli occhi e scivolava lentamente in un abisso profondo di voluttà.
Gli venivano incontro, recati da quella voce ch'era per lui divina, gli incantevoli ricordi della sua infanzia. Ed era ancora fanciullo, e le formidabili cose della vita, e il ghigno del destino e le ansie e le torture e le speranze cupe e il bisogno di guerra e la strada spalancata innanzi ch'egli doveva percorrere fra i triboli fino al fondo, e i dèmoni che lo rodevano, e l'odio e il dispregio che gli davano amaro alla bocca, e il sarcasmo e la sottile ironia velenosa, tutto era scomparso come sparivan le furie di Saulle al dolce tocco dell'arpa di Davidde.
E una giocondità sconosciuta gli saliva dal cuore, una confidenza nella sorte, che è arcigna un giorno, e un giorno generosa.
Non lo circondavano ancora le braccia della donna infinitamente amata? Non susurrava ancora intorno a lui il diletto bosco? E la luce non era ancor tutta porpora e di viola e d'oro? Non aleggiava la musica sovrumana dei sogni sconfinati che lo esaltavano in altri tempi?
Ecco; tornava fanciullo; era il faunetto impertinente; pensava alla Croda grinzuta, al Re moro, alla bandierina con l'asinello, e voleva far uccidere Duccio che aveva offeso Nicla.
Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.
Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l'affanno:
Ei le storie d'amor dei tempi andati
Ti ridiranno.
Balsami arcani, veramente, erano stati colti per lui.
Che poteva ancora chiedere? Tutta l'anima d'una vergine sbocciata appena, gli si era votata per l'esistenza intera. Tutta l'anima d'una donna senza macchia gli si era data per sempre.
Egli l'aveva incatenata al suo destino, ed ella non viveva senza di lui; egli poteva distruggerla o levarla in alto, farla sbiancar di contento o morire d'angoscia. Che doveva più chiedere? Serrava nel pugno la sorte d'una creatura umana.
A vent'anni, quando gli altri balbettano appena le prime parole della scienza di vivere, egli era un dominatore. Doveva partir di là, frangere i ceppi, scagliarsi nella lotta per giungere alla gloria; e gettar quella corona ai piedi della donna, pronta a gettare per lui l'aulente corona della vita.
Due lagrime gli brillarono un attimo sulle ciglia e scesero silenziose per le guance.
Nicla, curvandosi un poco, lo baciò sulla bocca.
Egli si svincolò dalla stretta e si guardò intorno.
—Amore mio,—disse,—è tardi!
Si levò; e Nicla si levò pure con un atto di pigrizia.
La luce andava mutandosi.
Mentre Nicla cantava, l'oro, la porpora s'erano illanguiditi.
Prima d'indossare il suo mantello d'ombra che lo avrebbe affondato tra le altre ombre, tenebra nella tenebra, il bosco si rivestiva d'un manto di viola in cui vibravano gli ultimi riflessi del sole e poche pagliuzze d'oro pallido.
Le fronde avevano moltitudini di velluto, e la radura era un'ampia distesa, un tappeto vasto sul quale avrebbero danzato tra poco e amadriadi e satiri; e tutto era circonfuso da quella luce di viola, che partendo dai morenti sprazzi sanguigni del cielo, sfumava e si perdeva in toni infiniti di bigio e di ferrigno.
Ritti in piedi, Bruno e Nicla s'abbracciarono.
Poi ella abbassò la testa con grazia, perchè il faunetto impertinente potesse baciarla dietro l'una e l'altra orecchia, come aveva pensato fanciullo, come aveva desiderato più tardi, come aveva sognato sempre.
—Andiamo!—disse Nicla, scuotendosi.
E tenendosi per mano, s'avviarono.
Precipitava l'ombra alle loro spalle; il manto di viola divenuto grigio si faceva rapidamente fosco; l'armonia dei colori si dissolveva nel buio, il vento sibilava tra i rami e aggirava in terra le foglie a ballo tondo.
Quando furono all'estremo limite, si baciarono di nuovo.
E Nicla disse con voce ferma:
—Fanciullo, vieni da me stanotte!
Poi vedendo che il fanciullo si scolorava in volto, soggiunse imperiosa:
—Ti aspetto!
XXVII.
Durante la notte, il vento aveva soffiato senza posa, adunando grosse nubi pesanti.
Con un'occhiata al cielo, Nicla comprese che tra poco si sarebbe scatenato all'improvviso uno di quegli uragani brevi e furibondi, che danno al lago l'aspetto e la veemenza irresistibile d'un mare in tempesta.
Discese per accompagnar Brunello alla stazione.
Divorato come da una sottil febbre, trasfigurato e vacillante ancora di gioia, egli le andò incontro.
Lo staffiere aspettava a pochi passi con la valigia.
—Il mio treno s'incrocerà con quello che riconduce vostro marito,—fece Bruno ad alta voce.—Gli direte, ve ne prego, che io torno domani?
—Gli dirò,—rispose Nicla.
E quando furono in carrozza, si avvinghiarono per le mani con una stretta tenace.
—Ti ricorderai di me, sempre?—interrogò Nicla.
Egli la guardò attonito.
—Perchè questa domanda? Non sarò di ritorno tra poche ore?
—Rispondi!—ordinò Nicla.
—Potessi vivere secoli,—rispose Brunello,—mai nulla e mai nessuno riuscirebbe a farti dimenticare.
Ella sorrise contenta
Era vestita d'un abito bianco leggero; quando aveva conosciuto Brunello, era tutta bianca; quando l'aveva ritrovato, era tutta bianca, chiusa nell'ermellino; e lasciandolo quel giorno, era tutta bianca. I suoi occhi sfavillavano.
—Ricordati,—ella disse ancora,—ciò che mi hai giurato ieri sul tramonto.
—Potrei dimenticare un giuramento, il primo giuramento che ti ho fatto?—rispose Brunello.
Allorchè furono alla stazione, ed egli stava per salire sul treno, la donna seguitò a bassa voce:
—Desidero baciarti.
Si guardò intorno; la stazione era popolata di villeggianti in attesa del treno che doveva giungere da Milano.
—È impossibile!—disse.
E con voce in cui era tutto lo schianto d'un'anima, soggiunse:
—Addio, Brunello; addio, bambino caro; addio, passione; piccolo fauno impertinente! Io sono felice!…
—Io sono felice!—rispose Brunello,—a domani!
Posò brucianti le labbra sulla mano di lei; poi dal treno salutò di nuovo più volte. Ella rispose, e stette a guardare le vetture nere che si dilungavano, che sparivano tra nugoli di vapore candido; impietrita, immobile, assorta, già fuori del mondo.
Poi si volse.
Il suo viso pareva rimpicciolito da un'espressione di dura volontà; gli occhi, perduto lo sfavillio di poco innanzi, avevano una luce raccolta e fosca.
Scese dalla carrozza innanzi alla villa e si allontanò verso la darsena.
Con una lucidità fredda, in cui si sentiva il pensiero lungamente preparato, entrò nella darsena, sciolse la Saetta, la piccola lancia nera che sopravanzava d'un solo palmo il pelo dell'acqua; afferrò i remi, e uscì al largo.
Il tempo s'era rincupito; le nuvole parevano salir buie e gravi da dietro i monti come da una vasta fucina, e le acque cominciavano ad agitarsi, sotto il soffio del vento.
Nicla guardò se nessuno fosse sulla spiaggia, che potesse scoprirla.
La spiaggia era deserta.
Allora vogò con forza per arrivare presto nel mezzo del lago; e vide che le venivano incontro ondate paurose, verdastre, coronate di spuma a guisa d'una ricca frangia. La Saetta fu bruscamente sollevata in alto, una e due volte; poi imbarcò un'ondata a poppa.
Era finita. Nicla sentì che s'inabissava.
Incrociò le braccia e mormorò a fior di labbra:
—Brunello! Amore mio!…
XXVIII.
La contessa Clara Dolores accolse il figliuolo molto gentilmente.
Aveva accettato l'invito d'una famiglia amica, la quale si proponeva di compiere il giro del Cadore in automobile.
—Ho voluto parlarti prima di partire,—ella disse a Brunello con insolita gravità.
Era seduta nel salotto, fra valigie e bagaglie che doveva spedire per ferrovia.
Brunello, scorgendo le sedie e la poltrona ancora sovraccariche di roba, vesti, libri e gingilli, prese posto sul coperchio d'un baule, come quando piccino teneva tra le braccia il Re moro e meditava intorno alle nequizie del mondo.
—So che tu sei ospite di villa Barbano,—seguitò la contessa.
—Sì, mamma,—rispose Brunello.—Sono corso qui a salutarti, e ritornerò domani sul lago.
—Chi c'era in villa?—domandò Clara Dolores.
—Nicla, suo marito, e la zia Amelia.
—Sempre?
—No. Ieri Gigi è tornato a Milano e ci ha lasciati soli. Stamane dev'essere tornato in campagna. Ma perchè mi domandi?
—Vi ha lasciati soli,—ripetè la contessa.
Esitava, quasi avesse qualche cosa di difficile a dire.
—Mi hai presentato tu stesso il signor Barbano,—seguitò.—È un gentiluomo, e si sente che ti ama come un fratello.
Bruno strinse le labbra, volgendo impacciato il capo a guardar fuori della finestra.
—Non è vero?—riprese la contessa.
—È vero!—confermò Bruno.—Come un fratello!
Vi fu un breve silenzio. Clara Dolores esitava ancora. Infine si decise:
—So che tu ami molto Nicoletta e che Nicoletta ti ama molto. Sarà oggi forse più bella di quando l'ho conosciuta. Ebbene, figlio mio, tu che sei onesto, devi allontanarti da lei….
—Che cosa dici, mamma?—esclamò Bruno, quasi con un grido, alzandosi in piedi.—Sarebbe come se tu mi proponessi di strapparmi il cuore.
—Lo so,—rispose Clara Dolores.—Ti propongo una cosa terribile. Ma a lei, a Nicoletta, io non posso parlare, e potessi anche, non dovrei. Non ne ho alcun diritto.
Riflettè un istante, e quindi proseguì:
—So anche dove andate: andate incontro a una passione che vi spezzerà tutti. Figliuolo mio, perdonami se ti dico questo. Nicoletta non saprà mai resistere. È stata sempre tua; non ha amato che te in tutti questi anni, ha posto come scopo della vita non la felicità sua propria, ma la tua. Ti si darà perchè ti appartiene, con la semplicità d'una donna che non può più ragionare. Tu devi salvarla. Non ritornerai sul lago. Non ritornerai più. Partirai oggi stesso con me. Darò io gli ordini.
S'interruppe.
Bruno le si era gettato ai piedi e le si aggrappava alle vesti come un bambino.
—Mamma,—supplicò,—un giorno solo! Concedimi un giorno! Lascia ch'io la riveda, che le dica addio! Partirò con te poi, ti obbedirò; ma dammi l'ultima gioia, l'ultima disperazione di rivederla.
Clara Dolores scosse il capo e aggiunse risolutamente:
—No. Nemmeno un'ora! Sareste perduti! Tu sei già pazzo; lo sento nella tua voce. Ascoltami bene, Brunello. In qualunque altro caso e per qualunque altro uomo, io avrei fatto finta di non vedere e di non capire. La vita è lotta, e ciascuno si difenda come può. Ma Gigi Barbano ti ha gettato le braccia al collo, me lo hai raccontato tu stesso, e ti ha aperto la casa e ti ha dato il nome e i diritti d'un fratello. E io non posso sapere e tacere, indovinare e permettere. Non si tradisce l'ospitalità d'un uomo come il marito di Nicla.
—Mamma, mamma,—interruppe Bruno, sempre inginocchiato innanzi alla contessa.—Tu non comprendi? Come potrei spiegare a Gigi la mia partenza subitanea? Gli ho promesso di tornare!
—Spiegherò io. Scriverò io oggi stesso,—promise Clara Dolores.—Gli dirò che sono malata, che parto per una cura e che desidero averti con me. Scriverai anche tu la stessa cosa. Farò scrivere dal medico, se non basta, perchè tutto sia chiaro. Ma tornare laggiù, mai, neppure per un'ora! Non si tradisce un uomo come il tuo amico.
Bruno si levò in piedi.
—Sei implacabile!—disse.—Vuoi che Nicla e io moriamo.
—Non morirete; sarà una spaventevole prova, ma ne uscirete vittoriosi,—rispose calma la contessa.—Lo dovete alla vostra coscienza e al vostro onore.
—No, no, no!—disse Brunello, scuotendo il capo.—La coscienza, l'onore, sono parole: io non posso vivere senza Nicla, e Nicla non può vivere senza di me.
La contessa si levò pianamente e avvicinatasi al giovane gli osservò:
—Tu parli già come in delirio, figliuolo mio. Se tuo padre fosse qui, ti pregherebbe con me.
—Mamma,—balbettò Bruno.—Il papà mi pregherebbe? Tu credi?
—Ne sono certa,—disse Clara Dolores con fermezza.—Egli ha commesse molte leggerezze nella sua vita, e lo sappiamo, e ne è stato troppo punito. Ma io so che non avrebbe mai tradito l'ospitalità d'un amico. Egli sognava che tu fossi forte. E dov'è la tua forza, se non sai vincere una battaglia, una grande battaglia? Ti domando questo sacrificio in nome di tuo padre, che te ne sarebbe grato!
E parlando, scrutava sul volto bianco e disfatto del figlio le fasi della lotta che s'era scatenata furiosa nel suo cuore.
—E che varrà questo sacrificio,—disse Brunello a un tratto,—s'egli non lo saprà mai?
—La pace della tua Nicla non varrà dunque nulla essa pure?—domandò la contessa.
—Mamma, lascia ch'io la riveda,—implorò di nuovo Brunello.—Un giorno solo. Le dirò ciò che tu mi hai detto; la pregherò d'essere forte come sarò forte io.
—Ah, bambino, e cadrete nelle braccia l'una dell'altro!—esclamò
Clara Dolores.
Quindi seguitò, inesorabile:
—No, neppure un'ora, neppure un minuto! Vi rivedrete fra dieci anni!… Non credevo, Brunello, che nemmeno il pensiero di tuo padre riuscisse a piegarti…. È dunque una passione che non conosce più nulla di sacro e non s'arresta davanti a nulla?
Bruno esitò ancora un istante; poi con uno sforzo supremo, dichiarò:
—Ti obbedisco!
E a capo basso uscì, allontanando dolcemente sua madre che aveva aperto le braccia per serrarlo sul petto. Ma quando giunse nello studio, sentì che precipitava in un abisso.
Nicla era stata sua la notte prima. Ed egli fuggiva? E come confessare a sua madre che ormai era troppo tardi, ch'egli non poteva abbandonare una donna, la quale gli aveva dato l'ultima, la più grande, indimenticabile prova del suo amore?
Seduto innanzi al tavolino, con la penna appuntata sulla carta, cercava invano una parola, una frase, che non fossero vili….
Udì battere discretamente all'uscio.
—Avanti!—disse.
Entrò il Salapolli.
—È arrivato un telegramma per lei, conte,—egli annunziò.
—Sarà Gigi,—rispose Brunello,—che insiste perchè non manchi domani.
Leggi pure.
E tornò a cercar nella mente una frase, una parola, che non fossero vili; ma non udendo più voce dal Salapolli, girò il capo verso di lui, e lo vide bianco, terreo, muto, col telegramma aperto nelle mani tremanti.
Gli fu sopra d'un balzo, gli strappò il telegramma dal pugno. Cinque parole.
«Nicla annegata. Vieni subito. Gigi».
La sua bocca si aperse a un grido rauco, che somigliava all'urlo d'una belva ferita a morte; e battendo l'aria con le braccia, Brunello Traldi precipitò al suolo, di schianto.
XXIX.
Bruno Traldi fu per più mesi ammalato, e vegliarono al suo capezzale la madre e il vecchio Salapolli.
Il male era strano; una invincibile malinconia struggeva il giovane; di tanto in tanto i medici esponevano una teoria nuova e prescrivevano una nuova cura. Brunello non potè salvarsi dai medici e dai mali che grazie alla sua fresca età.
Era condannato a vivere; aveva promesso di vivere, solennemente.
E il sacrificio di Nicla sarebbe stato vano, s'egli dalla vita non avesse tratto forza a lavorare e a gettar qualche luce su quel nome dei Traldi di San Pietro, il quale era stato caro a lui quanto alla sua amica scomparsa.
Entrato appena in convalescenza, si mise all'opera; e diciotto mesi dopo il giorno di sventura, il libro di Bruno Traldi vide la luce.
Aveva da lungo tempo imaginato un poema, un romanzo di gioia e di fede; e inesorabilmente doveva creare un poema di sconfinata angoscia.
L'umanità cieca che s'avvolge a spirale su sè stessa come s'avvolge il serpe in numerosi anelli; le schiere bestiali di gente nata a far folla e a brulicare come una verminaia; le illusioni di coloro i quali credono alla gloria, rumore di cento anni, e lottano per trovar posto fra gli eletti, che formano essi medesimi una folla di cui tutti in breve si dimenticano; il galoppo incessante di popoli e di razze che conclude in un baratro, nel nulla; l'inutilità fatale dell'opera e l'inutilità fatale dell'ozio: questo era il quadro, in cui si muovevano i suoi personaggi. E si muovevano con franchezza, condotti da mano maestra. Egli aveva sì precocemente e intensamente vissuto e dentro gli occhi portava tante diverse visioni del mondo, che un'acerba esperienza e un penetrante spirito d'osservazione avevan potuto dettargli pagine stupende per verità e per colore.
Fu prima un susurro intorno al libro, poi un fracasso insostenibile.
Dissero alcuni che non si trattava d'un poema ma d'un romanzo; dissero altri che non si trattava d'un romanzo ma d'un poema; e non potendo classificarlo esattamente, i critici s'irritarono. In nome della virtù, non pochi si scagliarono contro il giovane frollo e sfiduciato che invece di infiammar le genti, le scorava, invece di drizzar l'ingegno straordinario a predicar qualche fede, adunava tutte le sue forze a seminar lagrime e disperazione.
Menava una guerra sorda e tenace contro di lui Duccio Massenti; il quale andava scalmanandosi per l'immoralità del libro, immorale non di quella immoralità sciocca e villana che consiste nelle scene e nelle parole e che il pubblico fugge; ma di una immoralità congenita, senza farmaco possibile, ch'era in tutta la sostanza dell'opera, nel sangue e nel midollo. E un articolo, certo inspirato da Duccio Massenti, faceva qualche allusione alla vita dell'autore, ai disordini di cui era stato testimonio, a una passione cupa tragicamente finita, di cui era stato protagonista; allusioni coperte, esposte con prudenza, che Bruno e i suoi intimi potevano comprendere e che sfuggivano agli altri.
Bruno Traldi lesse l'articolo e sorrise di dispregio.
—Nicla me lo aveva detto,—confidò al Salapolli.—Duccio Massenti sarebbe diventato un mio nemico mortale. Egli voleva sposare Nicla, poi diventar padrone di casa mia, poi consigliarmi e condurmi; e perchè nessuno di questi tre fini gli è riuscito, mi odia.
—La signora benedetta,—rispose il Salapolli,—non aveva previsto però, e nessuno poteva prevederlo, che Duccio Massenti sarebbe stato anche un imbecille; perchè nulla giova meglio a un libro e a un autore che le polemiche, le ingiurie e le accuse.
Bruno alzò le spalle.
Il rumore saliva; molti critici confessavano d'essere innanzi a un ingegno strapotente, il quale cominciava con la sicurezza d'un maestro. Nessuno voleva credere che l'autore non contasse per anco ventidue anni, e un giornale ne pubblicò il ritratto.
Si leggevano in quel volto chiaro dalle linee ferme e dal mento breve un'anima amara e una volontà ostinata; e tuttavia la giovinezza, una giovinezza senza sorriso, era nella persona dritta come uno stelo e pronta a scattare in corsa.
Il pubblico si gettò sul libro con avidità; e il libro avvelenò molte anime ignare; il tossico ch'era in tutta la vita di Bruno Traldi serpeggiava, entrava nelle fibre, recideva i nervi.
Solo, vicino a Bruno Traldi, in un cantuccio, stava il vecchio Salapolli, che s'ubbriacava di quel trionfo come d'un liquore portentoso; in silenzio, perchè Bruno non voleva udirne parlare.
Onde il Salapolli ne parlava qualche volta con la contessa. Diceva:
—È la gloria. È il genio.
E batteva le palpebre quasi non avesse potuto sostener la luce che sfolgorava intorno alla figura del diletto alunno. E con gli occhi umidi soggiungeva:
—Se il conte Fabiano potesse comprendere!… Quale consolazione ne avrebbe!… Come sarebbe superbo!
Ma un giorno la contessa Clara Dolores scosse il capo.
Ella aveva da tempo rinunziato ai piaceri del mondo per stare a fianco del figliuolo, a cui prodigava un tesoro di materna sollecitudine.
E scosse il capo, e rispose:
—Voi mi fate paura, caro amico. La gloria e il genio non hanno dato mai, a chi doveva portarne il peso, se non dolore. Io vorrei che mio figlio non avesse gloria, non avesse genio; e che la vita gli sorridesse, come sorride agli ignoti e ai mediocri.