XVII.

Fu una lieta primavera, quella del 1894 a Venezia. Una falange sterminata di stranieri calò da tutte le parti del mondo, le donne e gli uomini già ebbri di delizie e di desiderio, con l'anima vibrante di quel romanticismo sensuale che Venezia, la torpida, ispira.

Nuove passioni e nuovi drammi pullularono tra quell'affoltata di gente, e la Piazza San Marco divenne in certe serate un prodigioso salotto pel quale s'aggiravano le eleganti di New-York e di Parigi, di Londra e di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, lasciando sui loro passi un solco di profumi esotici.

Esse vedevano Venezia con gli occhi della leggenda e della storia e la loro anima si trasformava, effondendosi e pervertendosi fra i tesori d'arte e il silenzio mortale della città voluttuosa. La gondola, lenta e carezzevole, agile e muta, faceva loro sognare i sogni erotici e le rapide tragedie dei romanzi; la notte, o rischiarata dal raggio lunare sui rii e sui canali, o tenebrosa o velata, sembrava loro così enimmatica e stravagante quale in nessun'altra città del mondo.

Le più belle donne avevano una falange d'ammiratori, quasi tutti veneziani, che ne aspettavano ogni anno il passaggio, non diversamente dal cacciatore che aspetta lo stormo della ghiotta selvaggina. Esse s'imbevevano il giorno della luce e dei salsi umori di Lido, felici di quella piena vita animale che ingagliardisce il sangue e stende sulle carni una delicata patina di bronzo; la sera, tornavano alle consuete eleganze o nelle grandi sale dei grandi alberghi o in Piazza San Marco.

Si susurrava di passioni e di capricci, di gelosie e di tradimenti.

Il suicidio d'una giovane inglese, un duello tra due russi, avevano messo in tumulto la città; poi rapidamente le grandi feste offerte da un patrizio alla colonia straniera e uno straripare di lusso portentoso, una vera orgia di colori e di bellezze e di dovizie, avevan cancellato la memoria di quelle drammatiche vicende. E l'eco del tripudio non era spenta, chè la fuga d'una giovinetta con un uomo attempato aveva riaperto i fiumi dei discorsi scandalosi; poi una nuova festa, la colonia straniera che ringraziava il patrizio dell'ospitalità ricevuta, profondendo altri tesori, sfoggiando nuovo fasto, e l'arrivo del Re, e la caduta d'un ministero, e un accavallarsi di fatti piccoli e grandi, avevan dato materia alle chiacchiere e non avevano saziato la curiosità instancabile degli uomini.

La vita correva la sua corsa senza freno, superba, indifferente, inconsapevole, travolgendo ed esaltando, premiando e punendo; e il nome di questo o di quello roteava come un palèo.

Un giorno sulla terrazza di Lido, un pugno di gentiluomini faceva corona ad alcune dame, la contessa Lombardi, la contessa Fausta di Montegalda, la duchessa di Torrecusa. Erano gli uomini il conte Alvise Priùli, il conte Mercatelli, parecchi giovani, tra i quali il conte Paolino Berlendi.

Paolino aveva enunziato anche in quei giorni che la donna americana si riconosce a occhio; aveva tenuto una scommessa, e aveva scambiato un'austriaca per un'americana. Se ne rideva ancora. Paolino imperturbabile aveva osservato che nelle vene dell'austriaca, per qualche dimenticato incrocio, doveva scorrere sangue americano; e conosciuta personalmente la giovane, se ne era innamorato. Anche questo episodio aveva fatto ridere; ma Paolino Berlendi, senza badare ai frizzi dei compagni, dava intanto una caccia accanita alla straniera e sperava impigliarla nelle sue reti.

— Che cosa guardate? — gli domandò Fausta d'un tratto.

La bellezza della contessa pareva scintillare sotto il sole; i capelli neri avevan riflessi azzurrini e gli occhi cilestri esprimevano una dolce ingenuità qualche poco in contrasto con l'anima sensuale ed egoista della donna.

— Guardo tutte queste forestiere, — disse Paolino. — Non vi pare che giungano a Venezia già ubbriache d'amore e di Ruskin?

— Voi parlate del Ruskin come d'un liquore, — osservò la contessa Lombardi sorridendo.

— È vero; ma io preferisco il cognac, — rispose Paolino. — Il fatto è che le straniere sono innamorate.

— E di chi? — domandò Fausta.

— Di me, contessa! — affermò Paolino trionfante.

Gli uomini risero.

— Ma sai tu chi è il Ruskin? — domandò il conte Priùli.

— No; non l'ho mai letto....

— È naturale, — disse il Priùli. — Tu devi darti all'agricoltura, e sappiamo che studi accanitamente per distinguere una patata da una barbabietola.

— Un'austriaca da un'americana, — corresse Fausta di Montegalda.

Già Paolino stava per rispondere, quando un silenzio improvviso si fece.

Era comparso sulla terrazza il conte Filippo Vagli, colui che per lunghi mesi la società elegante capitanata da Fausta di Montegalda aveva chiamato « il povero Flopi ».

Molti fili argentei intessuti ai capelli un giorno tutti neri, il cerchio grigiastro intorno agli occhi, le spalle un poco appesantite davano l'impressione che Filippo fosse invecchiato repentinamente. Egli era sempre ilare e sereno, ma chi l'avesse fissato con attenzione si sarebbe accorto che la tranquillità e l'allegria di cui dava prova eran dovute a un continuo sforzo, a una instancabile vigilanza sopra sè medesimo.

Quando egli si credeva non osservato, la sua fisionomia mutava d'un tratto, quasicchè la maschera gli fosse caduta, e allora si vedeva l'uomo ferito mortalmente da un'angoscia insanabile, torturato da qualche desiderio, malcontento di sè e degli altri, disperato di poter mai più trovare un bene nella vita. Poi l'orgoglio lo riafferrava, si guardava intorno nel timore che qualcuno gli avesse letto dentro l'anima, e riprendeva la sua maschera di gaiezza e di contento.

Queste alternative, così notevoli che si sarebbe detto che due caratteri albergassero nello stesso corpo, non erano sfuggite all'occhio degli amici; e specialmente tra i più giovani, una simpatia silenziosa s'era formata per Filippo Vagli.

Colui che aveva sentito fare strazio del proprio nome da una folla avida di scandalo, aveva visto la stessa folla ammutolire innanzi a un dolore alto e sincero, a guisa del molosso che s'accovaccia ai piedi del padrone. Filippo avrebbe dato metà del suo sangue per vivere ancora tra i sibili e i cachinni della maldicenza piuttosto che tra le nuove manifestazioni di rispetto, nelle quali egli sospettava una mal celata pietà. Ma tutto era finito, ogni cosa era miserabile, e mai come in quel tempo s'era sentito tanto lontano da ciò che faceva, dall'esistenza frivola alla quale s'era dovuto acconciare, e che sembrava non lasciargli un'ora libera.

Egli gettò un'occhiata al gruppo, e salutò da lontano. Aveva visto tra gli uomini Paolino Berlendi, che con quel suo carattere scapato, sventato, impertinente e, nel fondo, generoso e sentimentale, gli rammentava un altro; Filippo si studiava di non mostrare a Paolino l'antipatia che quella somiglianza morale gli aveva ispirato.

Entrò, e volse a sinistra.

— Va a fare la sua corte alla Fioresi, — disse Fausta, che lo seguiva con l'occhio.

In fondo alla terrazza, a sinistra di chi entrava, Giselda Fioresi era seduta con la madre.

La fanciulla dalla chioma fulva indossava un abito leggero color turchino con le maniche di prezioso merletto. S'era fatta più bella, il suo corpo s'era invigorito e sul volto le si diffondeva un'espressione che non aveva mai avuta, quell'espressione di riposo che è propria di chi giunge a una meta dopo lunga guerra.

Quando vide Filippo avvicinarsi, le sue labbra si schiusero a un placido sorriso.

— Si sposano? — domandò il Berlendi che guardava la scena.

— Si sposano, — confermò Fausta con voce secca.

— Flopi invecchia; è all'ultima tappa.

Dovevano sposarsi il mese appresso, e del matrimonio si parlava con incessante curiosità. Due casate come quelle dei Fioresi e dei Vagli non avrebbero potuto non dare alla cerimonia tutta la solennità, tutta la magnificenza che le convenivano, e le donnette già parlavano del corredo di Giselda come d'una maraviglia mai vista.

— Lo zio Roberto avrà finalmente i « flopini »! — osservò il conte Priùli.

— E Flopi i milioncini, — aggiunse il Berlendi.

— Non lo fa per questo! — rispose freddamente il Priùli. — Tu non lo conosci; Filippo si sposa per obbedire a sua madre.

— La sola cosa poco aristocratica di questo matrimonio, — osservò Fausta, — è la gioia straripante di Giselda.

E storse la bocca, quasi avesse visto qualche spettacolo repulsivo.

Le dame s'alzarono per avviarsi, ma in quel punto sopraggiunse Nino d'Este, che parve cercar qualcuno con gli occhi; ravvisò la contessa Lombardi e le corse incontro.

— Lei mi aveva chiesto notizie di Berto Candriani? — egli disse.

— Oh bravo! Parliamo di Berto Candriani! — esclamò Paolino. — « Il a jeté son bonnet par dessus le moulin »!

Alvise Priùli gli diede una gomitata, perchè abbassasse la voce.

— Le porto le notizie, — continuò Nino d'Este, ed estrasse dalla tasca un giornale romano che consegnò a Paolino Berlendi.

— Ti ringrazio di quest'atto di fiducia, — disse Paolino. — Poco fa, Priùli sosteneva che io non so leggere.

— Ma fate presto! — interruppe Fausta di Montegalda.

— Ecco qua: « Un'automobile sfasciata »....

— Mio Dio! — esclamò la contessa Lombardi.

— « Un'automobile sfasciata », — seguitò a leggere Paolino. — « Jeri, verso le quattro, l'automobile del conte Berto Candriani, notissimo patrizio veneziano ospite della nostra città ».... Come sa farsi la réclame questo briccone!

— Volete finirla? Vi tolgo il giornale! — minacciò Fausta.

Paolino Berlendi si fece serio e lesse tutto di seguito:

— ....« percorrendo la Via Appia, presso la tomba di Cecilia Metella, urtò un baroccio da vino, e cadde sul fianco. Lo chauffeur rimase ferito. Il conte Candriani e la contessina Loredana De Carolis, sbalzati a parecchi metri di distanza si sollevarono incolumi ».

— Contessina! — esclamò Fausta con un sorriso beffardo. — I giornali romani non sono bene informati.

— È quel benedetto nome di Loredana che li trae in inganno! — osservò il conte Priùli.

La comitiva si avviò.

— Io vorrei sapere che cosa andavano a fare sulla Via Appia! — disse a un tratto Paolino Berlendi.

— Io sono contenta che Berto non si sia fatto male, — dichiarò la contessa Lombardi. — Ma chi ci avrebbe detto che sarebbe scappato con quella ragazza?

— È la fine di tutti gli uomini di spirito, — osservò Nino d'Este. — Anche Paolino un giorno sposerà la sua balia.....

— Voi avete torto, — ribattè Paolino. — Mi dicono che Loredana sia una ragazza bella e intelligente..... E io propongo una cosa: mandiamo il giornale a Filippo!...

— Siete matto? — esclamò la contessa Lombardi.

— Non credete che gli farà piacere d'apprendere che la sua amica si diverte e ruzzola a gambe in aria con Berto Candriani?

— Suvvia, siete sconveniente! — disse Fausta, mordendosi le labbra per non ridere.

Ma Paolino Berlendi mandò un grido.

— Guardate! — egli esclamò. — Guardate quella signora che ci viene incontro: è un'americana. Lo si vede a occhio; guardate come cammina, come sorride, come gestisce.... È un'americana....

Gli altri guardarono. La signora che si avvicinava, elegantissima, era alta e bionda; un giovanotto bruno l'accompagnava. Ma tutti diedero in una risata.

— Caro mio, — disse poscia Alvise Priùli. — Quella è una russa: la contessa Tatiana Semenow, di Pietroburgo!...

Paolino Berlendi accese una sigaretta.

— E io me ne infischio! — egli concluse tra i denti.

Ma cinque minuti appresso nessuno più pensava alla russa, a Filippo, a Loredana, a Berto, a Giselda.

La vita dominava inesorabile tra un profluvio di luce calda e dorata.

FINE.



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