XIX.
Giunta innanzi alla sorella, Roberta sentì nel cuore l'odio aprirsi un varco fino al fondo, e il corpo gelarsi di repulsione.
Fiaccata dalle paure della notte prima, Emilia era stesa sul divano, tranquilla e composta, similmente che nel riposo della morte. Di fianco a lei, sopra un tavolino era un calice d'acqua ghiaccia, per le labbra in arsura; insaziabile, la sete della fatica doveva torturarla.
Ma nel rilassato atteggiamento conservava pur sempre la superbia della bellezza; ma con largo ritmo il seno si alzava e s'abbassava in un valido respiro; ma il busto libero dalla fascetta era centrifugo e scultorio; ma era tutta bella, la giovane, la forte, la destinata ai gaudii molteplici del vivere; tutta bella, dalla massa robustamente cupa della capigliatura, ai piccoli piedi serrati negli alti stivaletti. Colma di grazie fisiche, era un'arpa dalla quale poteva la passione risvegliar gli echi vibranti delle intime felicità, che inebbriano gli uomini.
Dormiva?… Pensava?…
Dentro la fronte, più angusta per i riccioli tenaci, chiudeva o credeva chiudere il secreto della fine prossima della sorella, con altri secreti d'amore, con altre secrete intenzioni di voluttà e d'avvenire. Nè mai la terribile consapevolezza del lutto imminente si sarebbe tradotta in parole; Emilia, come il Lascaris, come i medici, come tutti, voleva perseverar nell'inganno, fare sperar Roberta, additarle il futuro da cui la fanciulla era divisa per un abisso insuperabile.
Oh, la spaventevole realtà, balzata alla gola della giovanetta quasi una tigre dal covo!
Aveva udito; prima, aveva udito parole d'amore, le quali non le avrebbero dato impeto alcuno di rivolta; aveva indovinato gesti e baci, i quali avevanle svelato l'amore come un'inclinazione grottesca, assurda, e pur piacevole, se nessun curioso poteva notarne la forma delirante.
In ultimo, dalle labbra più pronte a mentire e a ingannare, in ultimo aveva ascoltato la propria condanna, chiara, fredda, atroce!
Sì, il falso amico, l'uomo da lei già ammirato non per altro se non per la forza prepotente del suo egoismo, colui che trattandola aveva dimenticato ogni riserbo, teneva dunque chiusa nell'animo la certezza ch'ella era per morire in breve; e la beffava del suo presentire, e ne calpestava i sentimenti, e godeva a farla vibrare di speranze folli!
Divincolandosi sotto il morso feroce della realtà, ella aveva gettato un grido fievolissimo; e s'era messa a correre inavvertita nell'ombra, rientrando in casa non avrebbe potuto dire in qual modo.
Ma prigioniera ormai d'un mostro dai tentacoli enormi, che le succhiava sangue e midolla ad ogni passo.
Urtò a bella posta nel tavolino, per richiamar la sorella.
Emilia diè un sobbalzo, levandosi repentemente sul gomito; guardò
Roberta, ancòra con lo sguardo velato dal sogno.
—Vado a Nervi,—disse la fanciulla.—Tornerò per il pranzo.
—Vuoi che ti faccia accompagnar dalla cameriera?—domandò Emilia, dopo un istante in cui aveva sperato invano una parola di scusa pel modo brusco col quale Roberta l'aveva strappata alla breve quiete. Ma tremava intanto; sulle labbra della donna un'altra domanda, trattenuta a forza.
Poco prima, in camera di Roberta le era venuta alle mani una salvietta arrotolata quasi rabbiosamente, e largamente fradicia di sangue; testimonio orribile del male ricomparso. Non osava parlarne, sentendo che la sorella medèsima voleva tacerne, per paura, forse per disdegno di conforto.
—No. Vado sola; devo comprar qualche cosa pel mio ricamo. Andrò sola.
La voce erasi fatta rauca, incerta, con alterni suoni di metallo prossimo a fendersi.
—Non fi stancherai?—osservò timidamente Emilia.—Se tu aspettassi fino a domani? O vuoi mandare a prendere una carrozza?
—Stancarmi? Andare in carrozza?—ripetè la giovanetta.—Si direbbe che tu mi credi sempre in agonia.
L'altra ebbe un tremito improvviso, rapidissimo.
—Dicevo, perchè tu ritornassi più presto,—spiegò quindi col medesimo accento di sommessione.—Anche perchè c'è molto sole; un sole abbastanza forte…. Non irritarti…. Sarai di ritorno pel pranzo? Io mi ero addormentata qui….
Confusa, cercava distogliere sè e la sorella dall'argomento unico, il quale si presentava con malignità caparbia; ma poichè s'avvide che i loro occhi parlavano, che il pensiero si rifiutava, che qualunque parola sarebbe riuscita inutile, si tacque.
Roberta era a un passo da lei; immobile. Aveva un semplice abito grigio e tra le mani guantate portava un involto. Lo sforzo penoso d'Emilia non le sfuggiva, avvertendola che la vita loro, con quello studio di menzogne, di dissimulazioni, con quella commedia di sorrisi e di fiducie, la vita loro diveniva intollerabile.
—Vado,—ella annunzio, quasi a malincuore.—Arrivederci, Emilia.
Emilia si levò, allora, d'un colpo, e andò incontro alla sorella.
Il ricordo del grido nella notte era venuto a fustigarla crudamente di nuovo; chi aveva gridato? Chi era nascosto a udir la rivelazione paurosa?… Doveva saperlo, affinchè il grido non le risonasse più nell'orecchio, nel cervello, mentr'era sveglia, mentre dormiva, come soffiato da mille bocche.
Ma si arrestò a tempo…. Aveva detto Cesare sùbito ch'era stata una allucinazione…. In ogni modo non poteva interrogare, non poteva confessar l'orrore….
La fanciulla stava innanzi a lei; pallida, irrigidita dallo spavento di una domanda.
—Arrivederci,—disse Emilia, lasciandosi trascinar dal destino; e tese la mano ardente. Roberta l'afferrò e trasse la sorella fra le braccia.
—Addio, cara,—susurrò, baciandola, stringendola al petto.—Addio; riposa.
—«Che cosa è?… Che cosa pensa?…»—chiese Emilia a sè stessa, nell'atto in cui rendeva i baci. E per celare nuovamente il fremito improvviso, disse a voce alta:
—Siamo tristi tutt'e due, oggi….
Le rilucevano negli occhi le lacrime, e volse il capo, sciogliendosi presto da Roberta.
—Non farmi aspettare troppo,—soggiunse.—Tornerai per il pranzo, è vero?
Avrebbe voluto vivere ora per ora, minuto per minuto, l'esistenza della sorella; non allontanarsene mai più, non perdere un attimo della vita di lei; adorarla come una fragile e pura idealità, luminosa di grazia e di sventura.
—Ma sì; quante volte me lo chiedi?—osservò Roberta con un sorriso stentato.
Poi, sul limitare si rivolse:
—Non impensierirti per me,—soggiunse.—Riposa.
E abbozzò un saluto ultimo con la mano.
Emilia, ritta in mezzo alla camera, ebbe ancòra un dubbio.
—Aspetta!—disse.—Mi vesto…. Verrò anch'io….
Roberta aveva chiuso l'uscio, e discendeva.
Allora Emilia corse alla finestra che guardava in giardino, e vedendo la sorella passare indi a poco, mosse le labbra per ripetere la preghiera. Ma di nuovo, il destino la trascinò:
—«No, è inutile; di che cosa temi? Va a Nervi; perchè inquietarla con le tue paure?»
E la donna, obbedendo, cadde sul divano, e scoppiò in pianto dirotto.
In istrada, la prima persona che s'offerse allo sguardo di Roberta fu Cesare Lascaris, il quale era incamminato verso la villa, quietamente, secondo l'abitudine. L'espressione di lui appariva serena, della serenità fredda ed energica, onde quel volto era riuscito dapprima spiacevole alla giovanetta.
Cesare la scorse e la salutò; ma poichè faceva l'atto d'andarle incontro, Roberta attraversò la via e passò sull'altro marciapiede.
Egli ignorava d'averla ferita a morte con una parola; egli ignorava d'aver messo in quel cuore un gruppo di vipere infaticabili…. Appena vistala, aveva già forse preparato la frase di speranza e d'inganno…. E andava da Emilia a parlar d'avvenire!…
—«Costui potrà consolarla,—si disse Roberta.—Potranno consolarsi tutti in breve!»—
Sentì accerchiante l'impeto di tornare indietro ella pure, di correre a casa, e di baciare Emilia e d'abbracciarla, d'abbracciarla furiosamente.
Nè fu libera dalla suggestione se non quando accelerò il passo, e arrivata a Sant'Erasmo, discese verso Nervi, dove i passanti eran numerosi e potevano distrarla.
La giornata splendeva; quell'ultimo periodo di decembre recava la stupenda fragranza dei giardini tempestati di rose, le quali traboccavan fin dai muri di cinta per una catena ininterrotta di colori diversi, di diversa ricchezza. Soffiava mordace la fragranza del mare, denso di tinta, e pur tuttavia dardeggiato di raggi, che sembravano frangersi alla superficie e lasciarvisi pigramente onduleggiare.
Sulla piazza di Nervi, a capo del lungo viale fiancheggiato di palme che conduce alla stazione, Roberta salì in una carrozza, ordinando di portarla a Genova; e quando fu seduta, avvertì la greve stanchezza della notte insonne, la debolezza estrema per il sangue perduto in quello sbocco furioso.
Ebbe paura; il male poteva riprenderla, ucciderla sulla pubblica via.
Ma se fosse rimasta, lo avrebbe forse fermato?
Ella aveva la mente in un cerchio di follia, e si volse d'un tratto a guardar lo spettro che le stava alle reni, minacciandola di continuo.
La carrozza partì.
Roberta mise sui ginocchi l'involto che teneva fra le mani; era tutta la sua ricchezza, là dentro, una grossa somma in titoli dì rendita, ch'ella aveva divisato di vendere a poco a poco; gettandola anche a profusione, non sarebbe finita tanto presto quanto la vita di lei.
Trasse una lettera, ancòra con la busta aperta; la ripercorse con l'occhio, temendo che il ribrezzo, l'odio, la certezza della fine, le avessero suggerito qualche parola di rimprovero o d'ingratitudine. Il senso ne era calmo ed affettuoso; nessun cenno alla scoperta della notte; perchè aggravare la disperazione d'Emilia con la possibilità d'un rimorso?… Ella non aveva se non la colpa di voler trattenere la sorella, di voler farne un oggetto miserevole su cui sfogare tutta la ferocia della sua pietà.
Ma come si sentiva male!
Ardevano le tempia, ardevano le mani; dentro il petto era insostenibile l'artiglio della tortura; di quando in quando, la sofferenza fisica raggiungeva tal grado da parere una voluttà calda, che le corresse le membra e le facesse ribollir le vene…. Chiudere gli occhi, oh chiudere gli occhi al sole fiammeggiante!… Sarebbe stato più dolce chiuderli sotto freschi baci, che avrebbero potuto placar l'ardore delle carni.
Voleva distrarsi, guardando…. La strada bianca, fra la spiaggia ilare e le ville pregne d'effluvio, quanto era crudele di ricordi!
Ben per quella medesima strada le due sorelle tornavano un tempo dalle loro gite; e le discese ripidissime e la prossimità della via ferrata incutevano un'ombra d'attraente pericolo. Qualche volta il treno le sopraggiungeva rapido e formidabile; e il cavallo fermo innanzi alla barriera drizzava le orecchie, volgeva la testa a guardare. Era l'attimo più commovente della passeggiata; le giovani si stringevano la mano sorridendo. Il mare pompeggiava, solenne di quieta potenza; le ville davano al paesaggio la nota leggiadra o maestosa, incensando l'aria coi profumi dei giardini, e tagliando il cielo puro coi ricami aggrovigliati o con le punte argute degli alberi.
Roberta ebbe così l'imagine di quel molle passato, che portò le mani alla fronte con un gesto di sbigottimento; poi restò attonita, gli occhi fissi sul sedile vuoto innanzi a lei, per non più vedere, per non pensare, per non obbedire alla sorda voce, che le gridava nell'intimo, che gridava dalle cose tutte:—«Ritorna! ritorna! Non trascinare altri nella tua rovina!»
Solo dopo Sturla, quando la fiumana della gente, delle carrozze, dei carri, si fece più tumultuosa sotto il biondo sole, ella abbandonò il suo atteggiamento inerte; si drizzò e finse.
La vita incombeva. Roberta passava tra la vita e le speranze mostruose di quegli sconosciuti, e doveva fingere vita e speranze ella pure; già il suo volto era insolitamente pallido e malato.
Si drizzò sul busto; trovò uno sguardo impersonale per lo stupido spettacolo.
Alcuni giovanotti fermi in gruppo a chiacchierare, si volsero insieme e la fissarono…. Ah, il suo corpo e il suo animo! Non avevano ormai se non un valore d'effimera. L'animo era in agonia. Volevano il corpo? Avrebbe potuto offrirlo al primo passante cui fosse piaciuto, per distruggere anche la sua verginità inutile, per sentire una qualunque nausea degli altri e di sè stessa.
Arrivata a Genova, tenne la carrozza e discese presso varii negozii, ad acquisti.
Ella eseguiva automaticamente il disegno stabilito nella notte e calcolato fin nei più minuti particolari di tempo.
Ai commessi parve una strana compratrice.
Era molto distratta; non osservava la merce, e faceva domande alle quali non aspettava risposta. Dal negoziante di valigie aveva dimenticato di ritirar l'avanzo di cinquecento lire e avevan dovuto rincorrerla per consegnarglielo.
I suoi occhi s'offuscavano d'una espressione poco men che atterrita quando qualcuno le diceva la frase abituale:—«Vedrà, signora, che questa stoffa le farà una gran durata.».
Ed era molto, molto stanca; si sedeva appena giunta e non si alzava se non per uno sforzo visibilissimo. Dalla sua guantaia, aveva chiesto un cordiale, un po' di liquore, e aveva trangugiato un bicchierino di cognac, ch'era parso animarla un istante.
Risalì in carrozza, e si fece condurre alla stazione di Piazza Principe. Si rammentò, in quel punto, della lettera; pensò che, inviandola per posta, non sarebbe arrivata se non la dimane, ed Emilia avrebbe sofferto un'altra notte di dubbii, più spaventosi di qualunque spaventosa certezza. Chiuse la busta, e quando fu alla stazione guardò il cocchiere, il quale la conosceva e aveva frequentemente servito le due sorelle. Poteva fidarsene.
—Voi tornate a Nervi?—gli domandò Roberta.
—Sì, signorina, sùbito.
—Sùbito; bisogna vi andiate sùbito; io vi pagherò il ritorno. Ma vi spingerete fino a casa mia, e consegnerete questa lettera alla signora, sapete? l'altra signora che è sempre con me…. Andate sùbito; non fermatevi per via…. Fra un'ora dovete essere lassù!
Poi, quando l'uomo voltò briglia e traversò la piazza, stette a guardarlo fin che le si tolse alla vista…. Fra un'ora sarebbe arrivato…. Oh, solo a vederlo comparire, solo a leggere la soprascritta della busta, Emilia avrebbe gettato un grido!
La fanciulla si strinse nervosamente le mani fino a farle scricchiolare; diede un'occhiata in giro ad assicurarsi nessuno avesse rilevato l'atto; ma non v'erano se non viaggiatori frettolosi e portatori in attesa di bagagli.
Entrò sotto il peristilio della stazione, seguendo il facchino impadronitosi degli oggetti ch'ella aveva posato a terra.
Ritirò la tessera. Contava recarsi a Nizza, verso quelle coste di Francia, ch'ella aveva tante volte sognato, verso quella Parigi, che le sembrava chiusa da un velario d'oro, oltre il quale erano gioie insidiose ed ebbrezze ignote.
Proveniente da Milano, il treno per Ventimiglia era in ritardo di trenta minuti; la giovanetta si recò nella sala d'attesa.
Sedette; sentì che il male e la stanchezza precipitavano su di lei con peso inesorabile; doveva fortemente resistere per non curvare le spalle, per tener gli occhi aperti; ma portava spesso la mano al collo, al petto, dove un'arsura di fuoco la divorava; batteva la lingua contro il palato, temendo d'assaggiar l'orribile sapor dolciastro del sangue.
Ebbe di nuovo il movimento brusco per volgersi a guardare se non le stesse alle reni uno spettro visibile; s'accorse di ciò che faceva, e rabbrividì pensando che aspettava la morte e poteva giungere la follia.
Dove andava?… Non aveva scritto in fronte l'angoscia e il terrore?… Perchè la guardavano tutti?… Che cosa diceva il suo volto?…
A fatica si alzò e andò fino a un grande specchio nel mezzo della parete centrale. Il suo volto diceva che in un sol giorno la freschezza della giovane età era smarrita per sempre; magre e pallide le guance, accese le labbra, cerchiati gli occhi d'un giro lividastro; poteva essere bella, per la straordinaria espressione di sfinitezza e per la grande ombra di malinconia.
Poichè udiva dei passi, il dovere della vita la riprese, e finse d'acconciarsi il veletto; ritornò al divano, studiandosi d'allargar le spalle e d'ergere il busto.
Era prudenza, forse, passar la notte a Genova e partire il giorno appresso.
Cercò il facchino con lo sguardo, per consegnargli le valigie e farle recare a gualche prossimo albergo. Aveva deciso d'essere prudente, di fermarsi a Genova, di riposare.
Ma in quel punto, un impiegato gridò la partenza per Ventimiglia.
—Per Ventimiglia?—domandò il facchino, accorso a riprender gli oggetti.—Va a Ventimiglia, la signora?—egli ripeteva.
—Sì,—disse la fanciulla, ancora guardandosi intorno smarrita.—Per
Ventimiglia!
Fermarsi a Genova? Con quale scopo?… Essere prudente? Per chi?
Da quell'ora, tutte le vicende erano sue; ella si trovava sola e libera. L'aveva desiderata con ogni forza, quell'ora, l'aveva sognata! Ed ecco, la realtà; ecco, il sogno tramutatosi in fatto: non la visione di un'esistenza piena di avvenimenti inaspettati e rosei; ma la visione, più lucida che mai, del proprio cadavere freddo e rigido sopra un catafalco ricco di drappi funerei, presso una finestra spalancata in faccia alla campagna eterna…
Trovò posto in uno scompartimento di prima classe, vuoto, sperando di potere stendersi e dormire, non appena uscito il treno dalla stazione.
E sentiva che già Emilia aveva udito la carrozza fermarsi avanti al cancello, che già l'uomo aveva portato la lettera, che già la sorella aveva mandato il grido…. Ritornare? Non trascinare altri nella rovina?… Cesare Lascaris avrebbe ripetuto con la voce fischiante di sarcasmo: «Lo sapevo, che la signorina legge troppi romanzi!»
Mentre sotto la tettoja annerita accendevano i bracci a gas, e mentre i viaggiatori passavano e ripassavano,—romore di treni in moto, globi di vapor bianco diffusi, cantilene d'impiegati ad annunziare le partenze, suoni della campana ad avvertir gli arrivi,—mentre la vita fremeva, Roberta si tolse i guanti, e studiò la morte sulle pallide mani, dalle dita lunghe e affusolate, dalle unghie lucenti; pallide mani, che narravan tutta l'anima di lei, facile a smarrirsi, incapace a calcolare, pronta a violenze ingenue.
La fanciulla piombò in una disperata tristezza così assorbente, che ella non s'avvide come all'ultimo, quando il treno s'avviava a ritroso fuor della stazione,—un viaggiatore fosse salito nel suo scompartimento; ma sollevando gli occhi, ebbe un moto involontario di stupor timoroso.
L'uomo la salutò, prese posto di fronte, l'avvolse tutta dalla testa ai piedi in uno sguardo scrutatore, che la fanciulla non aveva mai sofferto e che la costrinse a volgere il capo, fingendo di guardar dallo sportello.
Il treno si lanciava sotto la bella luce del tramonto tingente di carnicino gli edifizii dei sobborghi di Genova e poi la conca azzurra del porto, reticolata d'alberi di navi, ingombra di barchi massicci.
Chi era lo sconosciuto? La mancanza d'Emilia doleva con nuova forma; Emilia sapeva bene rassicurar la sorella, diffondeva attorno a sè un'aura di tanta fiducia, che Roberta ne viveva giorno e notte. Ora, Emilia non v'era più. Roberta l'aveva abbandonata, e si trovava sola di fronte ad uno sconosciuto.
Una paura strana l'afferrò; si mise a tremare, irrigidendosi con le mani nude strette ai bracci del sedile; se l'uomo avesse fatto un movimento, ella avrebbe gettato un urlo, poichè senz'altro Roberta aveva stabilito ch'egli era un ladro e che doveva ucciderla….
Ma il viaggiatore trasse dalla valigia un libro, vi cercò la pagina segnata, e cominciò a leggere; allora, a poco a poco, di tra le ciglia, cautamente, la giovanetta si sforzò a indovinare il titolo del volume, e quando giunse a comporre in mente le lettere, e quando scoperse ch'era un romanzo cui ella conosceva ed amava, il cuore le battè di gioja infantile, e concluse che lo sconosciuto non era un ladro, non doveva ucciderla.
Poi, con la medesima astuzia lenta, si studiò a osservare l'uomo, inosservata.
Egli era giovane ed elegante; nel volto un poco abbronzato luccicavano gli occhi neri ed acuti; aveva un profilo quasi rettilineo, volitivo; la testa era bella; la bocca pura, con labbra sensuali, coi mustacchi piegati in su. Apparteneva alla razza di quelli che mai non hanno lavorato in nessuna cosa, e mai non lavoreranno. Roberta aveva incontrato simili uomini ai bagni, ai teatri, ai concerti, ovunque s'offriva un passatempo di moda o un trattenimento per lo spirito; e sempre ella aveva avvertito una specie d'attrazione verso i giovani epicurei, lasciandosi cogliere dalla forma della loro cortesia, dalla scelta della loro eleganza.
Anche ora, guardando lo sconosciuto, la fanciulla si fermava all'apparenza; non rilevava una piega amara all'angolo delle labbra di lui, nè sul volto l'energia fosca di chi si getta ai piaceri passionatamente, correndo l'alternativa d'uscirne per un mortale disgusto, o di non uscirne se non insieme con la vita. Pareva uno di quegli uomini, cui la donna unica può arrestare, salvare, vincere e domare col dono della propria esistenza, della verginità assoluta, con la forza d'una sincerità non attesa.
Egli aveva notato nella giovanetta il destreggiar degli sguardi, e pur fingendo di leggere, si lasciava studiare; ma quando appena s'accorse che la compagna era tranquilla e sicura (forse, molto aveva giovato una piccola corona, dominante due cifre intrecciate sopra la targhetta argentea della valigia),—egli stesso, con maggiore astuzia, non lasciandosi mai sorprendere, guardò Roberta a lungo.
Fu colpito dalla bellezza malinconica di quel viso giovanissimo, prima ancòra che dall'aspetto di sofferenza onde il viso e il corpo sembravano chiedere sollecitudine. La fanciulla sfolgorava negli occhi, pieni di febbre e tuttavia ignari di sguardi procaci e ingannevoli; le labbra curve eran deliziose di colorito, un poco umide; per tutto il volto, la stanchezza, la commozione, la malattia, avevan diffusa un'ombra grave, in aperto contrasto con la palese giovanezza di Roberta. Non mai era stata così bella, e il sole morente che dallo sportello la illuminava senza darle molestia, cresceva forza al significato romantico della gentile figura.
Lo sconosciuto ritornò al libro aperto, notando un'occhiata della fanciulla, che sembrava disporsi a continuare il suo studio. In verità, il giovane attirava l'attenzione di lei potentemente, ed ella cominciava a farsi delle domande che non trovavano risposta; andava a Nizza egli pure? come si chiamava? era ammogliato?… Cercò sulle dita di lui il cerchietto d'oro, ch'ella credeva indivisibile dalle persone non più libere; ma alla mano destra, nuda, non aveva anelli, e la sinistra era ancòra guantata. E perchè non parlava? In molti romanzi, Roberta aveva letto i dialoghi d'un giovane e d'una giovane incontratisi nel treno; e veniva poi una sfilata, di capitoli interessanti, che si rannodavano tutti a quel primo capitolo dell'incontro. Lo sconosciuto non le parlava, non la degnava d'uno sguardo; credendo fare piacere, aveva tirato la cortina per toglierle il sole ultimo, e sùbito s'era rimesso a leggere, in modo ch'ella non aveva potuto ringraziarlo con un cenno del capo, come in quei romanzi…. Egli pure vestiva un abito grigio, calzava stivaletti di cuoio giallo,—aveva i piedi piccoli—e il collo della camicia era molto alto, con una cravatta enorme, di gusto inglese. La fronte di lui era ampia, con qualche sottilissima ruga, visibile a pena; ma i capelli erano tutti nerissimi, naturalmente lucidi, un poco arricciati. Solo, pareva a Roberta ch'egli fingesse di leggere, perchè non voltava mai pagina; e a un tratto, ella s'avvide con maraviglia, che lo sconosiciuto non poteva leggere affatto, perchè aveva ripreso il libro capovolto. Cominciò a temere di nuovo; perchè fingeva? a che cosa pensava?
In quel punto gli sguardi suoi s'incontrarono con gli sguardi del giovane, e non sapendo come reggere all'onda carezzevole di quegli occhi bruni, e sentendo d'arrossire, Roberta cercò in fretta i guasti e cominciò a calzarli, con la testa china.
Il treno si fermò a Sampierdarena lungamente. La fanciulla guardò in basso la sfilata gaja dei molti edifizi, dispersi in una pianura grigia e uniforme; l'ombra cominciava a scendere tristissima. Il ricordo di Emilia, la visione della villetta, l'intuizione dello spavento cui la sorella doveva essere in preda, vennero tutti insieme a turbarla. Che cosa aveva fatto? Dove andava? Aveva commesso un crimine….
Fra il brusco estollersi di quei pentimenti, una cosa sola poteva consolarla; ella si sentiva bene, d'improvviso, quanto non s'era; mai sentita, e irrompeva nel suo cuore una turba di speranze magnifiche, audaci, sicure; era tuttavia molto affaticata molto languida, ma la cosa pareva ben naturale, dopo le orribili torture. Sperava, tornava a sperare violentemente nell'avvenire; la giovane età avrebbe trionfato de' suoi mali nervosi.
E ritraendosi dal finestrino perchè il treno ripartiva, questa volta per una ben lunga corsa, Roberta vide gli sguardi del compagno fissi ai capelli di lei, biondi, copiosi, rutilanti sotto il raggio della lampada elettrica, la quale pendeva dall'alto della carrozza e cominciava a dar luce non contrastata dalla luce diurna.
La fanciulla gli fu riconoscente; l'attenzione del giovane significava l'avvenire e la vita: egli doveva pensare a lei, non come a larva moritura, ma come a donna vibrante di calda sensibilità, ricca di delicati sentimenti.
Allora, non sapendo d'agire in modo strano, ella si abbandonò a quell'attenzione, vi si offerse scaltramente. Perchè l'uomo non avesse a temere d'essere sorpreso, restò col capo inclinato, ma non così che il suo volto bianco non si vedesse, non così che i suoi occhi azzurri paressero spenti; e si dispose un po' in obliquo sul sedile, perchè tutta la linea dei fianchi acerbi risaltasse sopra lo sfondo grigiastro.
Provò un gaudio nuovo, a quella dedizione capricciosa; più forte, accorgendosi che il giovane si lasciava attirare, e la studiava, l'ammirava con intensità, riusciva a definirla in quanto aveva di raro e di meno atteso: l'incoscienza virginale e la civetteria mite…. La curiosità di lui non era volgare e momentanea, ma doveva, certo doveva risvegliare a poco a poco un sentimento, una brama di non finire così la muta avventura.
Vi fu un istante, in cui Roberta osò levare il capo, e da tutto l'atteggiamento del compagno vide perspicua la certezza ch'egli si accingeva a parlare, a gettare la rete, la quale avrebbe involto lei, e forse non lei sola, per sempre.
—Ora mi parla!—ella pensò.
Fu come un tremendo schianto, un balzo in una voragine profonda.
La fanciulla avvertì di nuovo l'orribile sapore dolciastro del sangue; ebbe un sussulto visibilissimo, tossì seccamente due volte, e con la fronte imperlata di sudor freddo, aspettò.
Poi, quando la prima spuma rosea comparve alla connessura delle labbra, portò il fazzoletto alla bocca, serrandolo contro, perchè nulla si vedesse; ma non era un filo di schiuma, e non cessava, diffondendosi per la pezzuola, empiendole la bocca tutta, minacciando di soffocarla.
Tossì ancòra; venne ancòra il liquido vermiglio su per la gola; e smarrendo ogni speranza, ogni senso della vita formale, Roberta balzò in piedi, afferrò le mani già tese del giovane, e rantolò con un urlo:
—Muoio!
L'impeto enorme del sangue proruppe, non più affievolito dal lieve ostacolo del fazzoletto; e la figura bianca della vergine insanguinata, ritta fra le braccia del compagno che la sorreggeva, precipitò nella spessa ombra d'una galleria come in una voragine profonda.