III. QUATTRO STRACCIONI
L'irredentismo italiano, poichè non era un valzer, aveva sempre lasciato Pierino Balla perfettamente indifferente. Aveva una vaga idea della questione. Cadore, Carnia, Alpi Giulie, eran per lui indicazioni incerte, che non si collegavano nel suo spirito geografico e patriottico a nulla di molto preciso. Sapeva, sì, che erano lassù, a destra per chi guardava una carta d'Italia; ma se gli avessero dato l'incarico di segnarne l'ubicazione sopra una carta muta avrebbe dovuto dire: indovinala grillo e affidarsi alla benignità del caso.
Del Trentino aveva un'idea un po' più chiara perchè nel periodo di una lunga indisposizione, durante la quale non aveva potuto andare a teatro, gli era capitato di leggere una serie d'articoli dell'onorevole Federzoni sul lago di Garda e annessi e connessi. Immaginava così il Trentino come un'immensa scalinata di montagne sempre più alte che dal «Gardesee» si spingeva su su a quel Brennero che per lui era l'estremo limite delle sue conoscenze geografiche come l'estrema Thule era per gli antichi Romani del grande Impero. Dell'irredentismo in generale e in particolare poco sapeva. Non credeva che il problema avrebbe mai potuto turbare i rapporti fra la sua cara Austria e la sua diletta Italia, poichè durante decine e decine d'anni tutt'i ministri degli Esteri della Consulta e della Ballplatz avevano potuto, non ostante quella questione, incontrarsi periodicamente ad Abbazia per diramare di comune accordo i più rassicuranti comunicati ufficiali. Tutto l'irredentismo non aveva per lui che due manifestazioni ugualmente periodiche ed egualmente inoffensive: un discorso del D'Annunzio ogni tanto in cui il poeta chiamava l'Adriatico «l'amarissimo Adriatico» e la rielezione di legislatura in legislatura dell'on. Barzilai, triestino, a deputato del quinto collegio di Roma. C'era anche, a dire il vero, il nome di Guglielmo Oberdan che tornava periodicamente su i giornali. Ma anche quel nome, come Cadore o Carnia, non evocava nel suo spirito nulla di preciso oltre una vaga idea di dimostrazioni proibite e di questurini in movimento. E c'era infine un singolare fenomeno d'agorafobia — paura delle piazze — per cui gli studenti romani non potevano mai passare in piazza Colonna, sotto il palazzo Chigi dove aveva sede l'ambasciata d'Austria, senza essere vittime di una nuova crisi nevrastenica che si manifestava con grida di «Viva Trento e Trieste» e si calmava sùbito con tre squilli di tromba.
In queste condizioni di spirito gli sarebbe stato assolutamente impossibile prevedere ciò che il destino gli preparava facendolo incontrare a Vienna, nella più dolce sera del Prater, con gli occhi azzurri — azzurri come il Danubio è azzurro non già sotto i ponti di Vienna o di Budapest ma nel valzer famoso — con gli occhi azzurri della signorina Eva Kramer. Di nulla sospettando Pierino Balla s'affidò alle apparenze benigne della sorte. Non erano trascorsi quindici giorni che già, per lettera, sotto dettatura della signorina Kramer, egli chiedeva al maestro Kramer che gli venisse concesso l'onore di avere nella sua mano di sposo la mano di sposa della sua cara figliuola. E non era trascorso un mese e mezzo che la signorina Kramer e Pierino Balla, una mattina, alla Sudbanhoff, salivano in uno sleeping-car diretto a Pontafel e da Pontafel in Italia. C'erano alla stazione molti amici a salutarli, tutti gentili, tutti carichi di fiori. Ma il più gentile di tutti, di tutti il più affettuoso, fra tutti il più infiorato, era l'herr major Hampfel, accompagnato da una frau la cui età l'avrebbe designata più per esser la moglie d'un generale a riposo che quella d'un maggiore in piena attività di servizio. Ad Eva ed a lui l'herr major Hampfel aveva ripetutamente stretto la mano ed aveva più volte confermato che si sarebbero presto ritrovati a Roma poichè entro un mese, o due tutt'al più, avrebbe dovuto raggiungere il suo posto d'attachè militare all'Ambasciata d'Italia. Ed il major Hampfel, che era stato a Roma in viaggio di nozze ed anche per compiere, approfittando della buona occasione, alcuni suoi specialissimi studii di carattere militare, si affannava a dare ad Eva tutte le indicazioni che potevano esserle utili. Sentiva, Pierino, la tentazione di dire ad Hampfel che risparmiasse il fiato poichè Eva poteva contare, per gli orientamenti necessarii, su la sua discreta competenza di italiano e più che di italiano addirittura di napoletano romanizzato. Ma il galateo avverte che le persone bene educate devono avere sempre una parola di meno e Pierino, anche per ingenita timidità, era molto bene educato. Non capiva però come l'herr major Hampfel non s'accorgesse che tutte quelle prolisse spiegazioni erano superflue nè perchè mettesse nel darle una così grande insistenza. Non osservò, Pierino, che le spiegazioni romane dell'herr major Hampfel cominciavano sempre con poche parole di francese o d'italiano e finivano poi in un diluvio di parole tedesche. E anche se l'avesse osservato, Pierino, che non sapeva il tedesco, non avrebbe potuto rendersi conto che quelle indicazioni su Roma, che parlavan di Roma finchè erano in francese o in italiano, quando diventavano conversazione in tedesco non parlavano più che di Vienna. E quando finalmente il treno si mosse, di tra le voci di saluto di Kramer e degli amici, si levava ancora la bella voce baritonale dell'herr major Hampfel:
— Aufwiedersehen!... Aufwiedersehen!...
Ed Eva spenzolata dal finestrino, agitando il fazzoletto, con gli occhi lacrimosi, gridava ad Hampfel:
— A Roma! A Roma!
E l'herr major a sua volta:
— A Roma! A Roma!
E Pierino era commosso e lusingato. Con che accento parlavan di Roma quelli austriaci! E come poteva non esser sicura per l'Italia l'amicizia di un grande popolo che amava Roma a quel modo?...
Perchè Pierino non era precisamente nazionalista ma era indubbiamente patriota. Entrato in Italia, trascorsa la prima notte di matrimonio in un alberghetto di confine metà austriaco e metà italiano e che però sembrava fatto apposta per il caso loro, Pierino condusse la sua sposa a Milano e a Venezia, a Genova e a Pisa, prima di prendere la via di Roma. E, con lo stesso ardore con cui un garibaldino può mostrare ai nipoti su la camicia rossa le vecchie medaglie delle guerre dell'indipendenza, Pierino mostrava ad Eva i piccioni di piazza San Marco e il caffè Cova a Milano, il traffico del porto di Genova e la torre pendente di Pisa. Eva dimostrava per quelle diverse bellezze italiane — cieli azzurri e caffè eleganti, vecchie chiese ed alberghi moderni, torri illustri e cartoline illustrate di paesaggi napoletani e siciliani — lo stesso irrefrenabile entusiasmo che Pierino aveva per i valzer del repertorio viennese. E, se Eva era fiera dei suoi valzer, Pierino era fiero delle sue cartoline illustrate. Nel giovanissimo ménage italo-austriaco ognuno portava l'orgoglio più che legittimo delle rispettive glorie nazionali.
La dichiarazione di guerra tra Germania e Austria da una parte e Francia e Russia dall'altra li sorprese una sera, a Napoli, nell'hall di un grande albergo, in estasi dinanzi ad una tarantella sorrentina riesumata tre volte alla settimana, dalle vecchie tradizioni locali, ad uso e consumo dei touristes amanti di color locale. Nel giornale che leggevano insieme febbrilmente Pierino corse sùbito a vedere che cosa faceva l'Italia ed ebbe la consolazione — poichè il suo spirito era pacifico ed umanitario ed al suo cuore di buon figliuolo la carneficina della guerra faceva spavento — ebbe la consolazione di veder che l'Italia rimaneva neutrale. Da parte sua Eva non fu molto commossa dal terribile annunzio: apparteneva ella ad una schiatta guerriera ed ella aveva sùbito trovato, come un giornalista viennese o berlinese, prima ancora di leggere i giornali di Berlino o di Vienna, l'alibi della innocenza tedesca: terribile flagello la guerra, ma l'Austria non l'aveva voluta: l'avevan voluta la Serbia e la Russia. Del resto la guerra avrebbe avuto breve durata.
Eva pontificò sùbito fra i clienti neutrali dell'hôtel: la Serbia sarà sùbito rimessa al suo posto con uno scappellotto e l'occupazione di Belgrado al primo colpo di cannone. Sùbito dopo, sgominato il piccolo nemico del sud, l'intero esercito austro-ungarico — sette od otto milioni di uomini, signori e signore! — avrebbe saldato la partita, in un sol giro di carte, col nemico del Nord, con la Russia che ha molti uomini ma non può armarli, che ha smisurati territorii ma limitatissime ferrovie e quindi l'assoluta impossibilità di una rapida e intera mobilitazione. Dall'altra parte intanto la Germania avrebbe pensato a dare alla tracotanza francese la lezione che si meritava e se Guglielmo I aveva nel '70 impiegato qualche mese per arrivare a Parigi, nel 1914 l'Imperatore Guglielmo II se la sarebbe sbrigata in due settimane. E lì, davanti a un gruppo di italiani attoniti, di neutrali soggiogati dalla visione guerriera della strapotenza austro-tedesca, Eva Kramer risolveva la guerra in quattro e quattr'otto, come se manovrasse su un tavolino due eserciti di soldatini di piombo. Poi cadde dal tono eroico al tono elegiaco: aveva due fratelli, uno avvocato di grido, l'altro gran medico, tutt'e due militari, ufficiali, degli usseri il primo, d'artiglieria il secondo. Poveri ragazzi! Avevano l'uno e l'altro moglie e figliuoli. Ma, con spartana fermezza, Eva concluse che queste erano le necessarie abnegazioni della guerra e che occorreva nell'ora della prova aver coraggio e speranza. Tanta meravigliosa energia rapì d'entusiasmo il suo piccolo pubblico ed Eva approfittò di quel momento propizio per levarsi e ritirarsi, scortata da Pierino, nel suo appartamento, allontanandosi con dietro una scìa d'ammirazioni e d'approvazioni. «Che donne, sentiva dire, queste tedesche.... Tutte d'un pezzo!». Sentiva anche Pierino e rialzava fiero la fronte, nell'orgoglio d'avere una moglie solida e ferma a quel modo, una moglie infrangibile, come le più belle bambole tedesche dei bazars di Norimberga.
In ascensore Eva domandò: «E Hampfel?». Pierino, che non aveva chiaramente compreso la domanda, non seppe che cosa rispondere e per prendere tempo e capire meglio rinnovò a sua volta il punto interrogativo: «Già, e Hampfel?». Ma sua moglie chiarì la domanda: «Andrà alla guerra anche lui?». Pierino si strinse nelle spalle strette e attillate dello smoking e timidamente, senza prendere posizione, mormorò: «È soldato....». Ma Eva rispose: «No, non è soldato, Hampfel.... Ora è diplomatico e per i diplomatici c'è l'esenzione. Io dico che raggiungerà egualmente la sua destinazione a Roma....» Parve a Pierino di vedere negli occhi della moglie il desiderio, l'ordine quasi di un consenso e, docile, approvò: «Dico anch'io così....».
Pel corridoio, raggiungendo le loro camere, Eva ebbe bisogno ancora di rafforzare il suo rassicurante convincimento: «Io dico che, specialmente adesso, non possono lasciare l'Ambasciata di Roma senza attachè militare.... È vero che l'Italia è neutrale, ma anche i neutri van sorvegliati....». E il major Hampfel fu così la transizione per passare dalla questione europea alla questione italiana. Su questa Eva non aveva ancòra fermato il suo pensiero. Ma ce lo fermò appena giunta in camera e, piantatasi di fronte al marito, gli aprì gli occhi negli occhi e gli sparò a bruciapelo la prima revolverata polemica:
— Ma, a proposito, perchè l'Italia è neutrale?
Pierino, che si stava già sfilando lo smoking, rimase con mezzo braccio nella manica e mezzo fuori. Pin, pan.... Seguì la seconda revolverata:
— Non c'è la Triplice Alleanza?
Pierino stimò opportuno rinfilare la manica e riprendere un atteggiamento corretto. Venivano sul tappeto gravi questioni diplomatiche e conveniva accoglierle in abito da cerimonia. Pin, pan, pan.... Terzo colpo di revolver:
— Non mi rispondi?... Come? Eravamo in tre e a far la guerra non siamo più che in due?
Pierino si strinse nelle spalle:
— Ma....
L'enigmatica risposta non persuase Eva Kramer.
— Ma un corno, mio caro....
E poi, senza pausa:
— Chi è questo di San Giuliano?
Pierino fu lieto di potersi precipitare a fornire una risposta precisa:
— È il ministro degli Esteri, disse.
— Grazie tante, questo lo so, ribattè Eva. Io ti domando che uomo è.
— Abbastanza giovane, molto distinto.
— Politicamente.
— Sai, è senatore e al Senato i partiti politici non son chiaramente segnati come alla Camera.
— Ti domando di dove è.
— Ah, siciliano!
— Ma di dove politicamente, ti ripeto... Di che gruppo, di che tendenza.... Triplicista, antitriplicista?
— Triplicista, diamine... In Italia siamo tutti triplicisti.
— Ma come la pensa?
— Su questo non posso risponderti.... Sai, è ministro. E i ministri i loro pensieri non li comunicano a me.
Eva scosse le spalle e s'allontanò per la camera, con una smorfietta sprezzante, sino alla finestra a guardare il mare e Posillipo sotto la luna d'estate.
— Non sei un gran politico, tu?... Pure sei del paese di Machiavelli, di Cavour....
E aggiunse, senza misurar le distanze:
— E di Giolitti!
Tizio richiamò Caio. Il nome di Giolitti suggerì un'altra domanda:
— E Salandra?
Pierino assunse un'aria profonda:
— Homo novus!
— Che vuol dire?
— Lo chiaman così nei giornali.
Si persuase Eva che in fatto di informazioni precise non c'era modo di cavar proprio nulla da Pierino. Tornò quindi alla questione generale.
— Ma, insomma, come potete non far la guerra, voi italiani?
Pierino fu ebete e perentorio:
— Non la facciamo.
— È certo?
— Lo dice la Stefani.
— Chi è la Stefani?
— Il Governo, spiegò Pierino nel suo solito stato d'idee poco chiare. L'agenzia ufficiale.
— Ho capito: la Reuter.
L'ignoranza politica di Pierino si rivelò intera:
— Non la Reuter, la Stefani....
— Reuter o Stefani è la stessa cosa, ribattè Eva.
E Pierino, non persuaso ma docile, stringendosi ancora nelle spalle:
— Sarà....
Così al telefono come al restaurant, così nelle tornate parlamentari come nelle discussioni private, chi meno ottiene risposta dalla signorina o dal cameriere, dal ministro o dall'interlocutore, più si ostina a domandare. L'insistenza è una delle più naturali abitudini dello spirito dell'uomo e solo così si spiegano la popolarità e la fortuna che accompagnano il giuoco del lotto e l'estrazione di qualsiasi lotteria. In una testa tedesca questa virtù dell'uomo civilizzato diventa ancora più accentuata e l'insistenza cambia nome, e prende quello di caparbietà. In una testa come quella dell'ex-signorina Kramer questo difetto tedesco diventava ancor più accentuato, e la caparbietà cambiava nome, e prendeva quello di testardaggine. Così, per quanto Pierino eludesse le domande precise, svicolasse nei mezzi termini, battesse la campagna fra il sì ed il no, sua moglie non si dava per vinta. Prima a Napoli, poi a Roma quando furono installati al Grand Hôtel in attesa di cercare un villino nei quartieri eleganti, Eva Kramer, mattina e sera, sera e mattina, assediava suo marito con innumerevoli batterie di punti interrogativi. Perchè l'Italia s'era dichiarata neutrale? Che paese era mai questo che al momento del pericolo abbandonava gli amici e dimenticava la parola data? E che cosa erano dunque questi italiani, cantastorie e menestrelli, che gridavano per le vie di volere Trento e Trieste — a Eva Kramer era capitato un giorno di dover sentire anche questo! — e gridavano di voler l'una e l'altra dopo aver cercato per trenta anni, in un'alleanza, il più comodo alibi per eliminare il pericolo ed eludere il dovere di andarsele a pigliare? A furia di stringersi nelle spalle Pierino s'assottigliava in modo da far pietà. I suoi valzer erano muti al riguardo delle curiosità di sua moglie. Le dava ragione perchè non trovava argomenti per darle torto. Nè i giornali potevano illuminarlo. Non usciva che con sua moglie e in albergo non erano ammessi che i giornali graditi al barone Macchio e al principe di Bulow. In questi Pierino cercava invano: non vi trovava che gli stessi punti interrogativi di sua moglie. Diventava per lui un'ossessione. Avrebbe voluto fermare per via il primo passante e domandargli: «Scusi, perchè l'Italia è rimasta neutrale?», così come si può domandare, se avvenga di aver dimenticato l'orologio a casa: «Scusi, sa dirmi che ora è?». Tentò, un giorno che era rimasto solo nell'hall dell'albergo ad aspettar sua moglie che era salita a mutar vestito. Chiese dei sigari ad un cameriere rasato, pelato, levigato, roseo e tondo come una pallina di bigliardo, che era assai cerimonioso e sembrava molto affabile. Per propiziarselo, non prese il resto delle cinque lire con cui aveva pagato cinque sigari trabucos.... E, mentre il cameriere gli tendeva l'accenditoio, Pierino sospirò, tanto per cominciare: «Ah, questa benedetta guerra....» E il cameriere, spegnendo con lo stesso soffio la fiamma della candela e l'entusiasmo di Pierino: «Ah, oui, monsieur. Parto domani, richiamato alle armi.... Je suis allemand....»
Fu ancora peggio più tardi, quando Giolitti cominciò a parlar di «parecchio» e Salandra di «sacro egoismo», quando i giornali, anche quelli cari alla politica tedesca e più triplicisti della Triplice, tanto da nascere proprio quando la Triplice moriva, cominciarono a parlare di negoziati e di trattative a Londra e a Vienna, di concessioni da una parte e dall'altra. Ad ogni nuova notizia in proposito Eva gli si piantava davanti col giornale in mano, impugnato come se fosse una bandiera austriaca sotto forma di giornale italiano, e cominciava la filippica:
— Ma come? Dopo aver stracciato un trattato scientemente firmato (queste cacofonie provavano che Eva, per quanto figliuola d'un delizioso musicista, non aveva il minimo senso dell'armonia nella prosa italiana) questi italiani avrebbero anche osato d'impugnare le armi, fedifraghi non solo ma briganti addirittura, contro gli amici di ieri impegnati a tener fronte per mare e per terra a mezzo orbe terracqueo? E c'erano dimostrazioni per le vie? Naturalissimo. L'oro francese.... La Massoneria.... Ma contro la corruzione della piazza che diceva la Camera, che faceva il Governo, che pensava il Re? E se tutti fossero stati così sconsigliati da volere la guerra contro gli austro-tedeschi, che sarebbe accaduto? Avrebbe Pierino preso un fucile e sparato contro il major Hampfel, contro i suoi cognati, magari in caso di leva in massa contro suo suocero, per chiudere ai soldati austriaci la via di Milano o, peggio ancora e orribile a dirsi, per aprire ai soldati italiani la via di Vienna?
A questi ultimi punti interrogativi Pierino esultava. Traeva di tasca il suo foglio di congedo assoluto. Non solo era soldato di terza categoria, ma anche nella terza categoria era riformato per deficienza toracica. «Ma ti possono rivedere. Il torace è cresciuto» obbiettava Eva. Ma Pierino era rassicurato e rassicurante: «Non c'è pericolo. Non rivedrebbero i riformati.... Abbiamo tanti uomini, noi.... Non siamo mica la Francia.... Noi facciamo figliuoli...» E si guardava attorno con fierezza, come se avesse lì, sul tappeto, un paio di dozzine di rampolli.... Ma rispondere agli altri punti interrogativi era più difficile. E poichè non sapeva come giustificar quella corrente che si formava nel paese si mise a negare addirittura che la corrente ci fosse. E una sera diceva ad Eva:
— Mia cara Eva, puoi dormire i tuoi sonni tranquilli. Siamo neutrali, è vero, purtroppo è vero, ma non per questo non rimaniamo, se non proprio alleati, certo vostri sinceri amici. Ad allearci di nuovo penseremo poi, dopo la guerra, quando voi avrete vinto, poichè voi non potete che vincere — e l'Italia lo sa. Che vuoi, mia cara? Noi italiani siamo fatti così. Alleati in pace, ma in guerra no. Non potevamo fare altrimenti. Siamo piccini, noi, Giolitti ci ha traditi, i cannoni non li abbiamo, i soldati sono nudi come Dio li ha fatti, le finanze sono esauste e la guerra, la nostra guerricciola di Libia, che voi tanto buoni ci avete permesso di fare, ci ha addirittura sfiancati. Ah, lo dicono tutti! Se fossimo stati forti, se avessimo avuto un esercito, se l'Inghilterra avesse potuto non bombardarci le nostre città marittime, saremmo stati con voi e San Giuliano allora o adesso Sonnino avrebbero già mandato i nostri bei bersaglieri — carini, è vero, con quelle piume?... — a coprirsi di gloria, di gloria prussiana al posto che i vostri Stati Maggiori, bontà loro, avevano già assegnato ai nostri due milioncini di uomini.... Ma non è stato possibile e dobbiamo rimanere così, a guardare.... Non credere a quelli che strepitano per far la guerra. Son gli scamiciati dei giornali democratici cui nessuno dà retta, son gli sbarbatelli delle scuole che cantano l'Inno di Mameli tanto per esercitare i polmoni nell'età dello sviluppo!...
E un'altra sera diceva ad Eva:
— Noi siamo gente seria, cara, che sappiamo fare i nostri calcoli e i nostri affari, che sappiamo che cosa valga la Germania e quanto l'amicizia dell'Austria serva a garentire il nostro avvenire.... Ma tu sul serio ci credi alla storiella di Trieste e di Trento? Si vede proprio che sei austriaca.... In Italia, non ci crede nessuno.... Ma se i trentini e i triestini devono a voi la loro prosperità, il loro benessere presente, passato e futuro.... Con noi — l'ho letto ieri in un giornale che ti ho messo da parte — Trieste non diventerebbe che un'anticamera di Venezia. E ti par mai possibile che chi sta comodamente in salotto preferisca d'andare in anticamera solo perchè il salotto è tapezzato di giallo e di nero, mentre l'anticamera è tapezzata di bianco rosso e verde?... Io dico sì.... Ma un po' di senso comune....
— Lo dico anch'io...., rispondeva Eva riconciliata. Ma con questi esaltati!
— Son pochi, ribatteva Pierino.
— Lo so. E aggiungerò: fortunatamente per voi!
I francesi dicono: qui se rassemble s'assemble. La stessa cosa dicono gli italiani, con veste più plebea: «Chi s'assomiglia, si piglia!» Son verità di sapienza latina, ma controllabili anche su nature tedesche, poichè nell'hall del Grand Hôtel tre o quattro coppie di mogli austriache o tedesche e di mariti italiani s'erano annusate, riconosciute, avvicinate, alleate in una lega offensiva e difensiva. Una sera un amico disse a Pierino, dopo averlo invitato ad attraversar la strada e ad andare a prendere un tè da Latour e dopo essersi sentito rispondere che non poteva assolutamente allontanarsi dall'albergo:
— Ah, già, è vero.... Tu sei della compagnia dei mariti col von...
Capiva poco, Pierino, ma quella la capì. Tentò di essere impertinente e di ribattere, ma non trovò che questo:
— E tu?
— Ah, io sono, fece l'amico, di una compagnia molto più divertente: quella di «Moglie e buoi dei paesi tuoi!».
«Paesi tuoi.... Paesi tuoi...», brontolava Pierino. O perchè se nel matrimonio la moglie prendeva il nome del marito, questo, per rendere l'attenzione, non poteva prendere il paese della moglie? L'essere umano non è legato a vita al proprio nome, quando nasce donna. Perchè dovrebbe essere legato a vita al proprio paese, quando nasce uomo? In fondo, a poco a poco si sentiva diventare viennese sul serio, per virtù anche di quei fenomeni di mimetismo che nella vita coniugale modificano a poco a poco il coniuge più malleabile sullo stampo di quello più resistente. Perdeva lentamente i suoi connotati nazionali e questa perdita progressiva non gli toglieva nè un'oncia d'appetito nè un minuto di sonno. Perdeva a poco a poco il suo nome senza che la sua posta andasse per questo smarrita. Aveva osservato questa seconda perdita a poco alla volta su i biglietti da visita di sua moglie, i quali all'indomani del matrimonio dicevano: «Madame Balla»; due mesi dopo: «Madame Balla-Kramer» e quattro mesi dopo: «Madame Kramer-Balla». Dinanzi alla meraviglia che Pierino, tuttavia senza fiatare, aveva manifestato per quest'ultima redazione, la signora Eva aveva creduto opportuno rendere responsabile la sbadataggine del litografo. Aveva cambiato biglietti; ma l'errore era accaduto lo stesso. Aveva cambiato litografo; peggio che mai. Era un'invincibile idiosincrasia dei litografi, di tutti i litografi romani, i quali se potevano ammettere che Kramer balla non potevano assolutamente riconoscere che balla Kramer. E che fosse veramente la signora Kramer a far ballare il marito come voleva, si persuase Pierino, un giorno, quando il suo sguardo cadde su un biglietto da visita che Eva aveva estratto dal suo portafoglio e passato al marito perchè lo rimettesse allo chauffeur. C'era scritto su non più solo: «Madame Kramer-Balla» ma addirittura: «Monsieur et Madame Kramer-Balla». E si sentì, Pierino, più viennese, più irreparabilmente e docilmente viennese che mai, nel ritrovarsi così molto più Kramer e molto meno Balla di quanto fosse stato fino allora agli effetti, del resto puramente convenzionali, dello Stato Civile.
Ma si sentiva anche, di tanto in tanto, ancòra un po' italiano. Vecchia abitudine difficile a sradicarsi, piccola aspirazione segreta del prigioniero che adora la sua prigione e il suo carceriere ma che tuttavia, nei giorni di bel tempo, anela un po' di azzurro non ritagliato a quadratini dalle inferriate.... Coincidevano, questi aneliti, con certe giornate di tempesta che scuotevano Roma d'un singolare vento d'entusiasmo. L'Austria concedeva tanto poco che anche tra quel poco del «nulla» di Burian e il poco del «parecchio» di Giolitti, c'era un abisso. D'Annunzio parlava dai quattro punti cardinali della città, dovunque c'era una finestra o un balcone. Giolitti rimaneva in casa per forza maggiore. Salandra si dimetteva e due giorni dopo ritornava al potere. Non era ancòra la guerra, ma era già, lo dicevano anche i giornali triplicisti, il popolo che voleva la guerra. E proprio quel giorno, mentre, verso sera, nella loro automobile, monsieur et madame Kramer-Balla tornavano all'albergo, una dimostrazione saliva al Quirinale cantando inni patriottici, agitando bandiere, acclamando al Re, all'Esercito, alla guerra. Venendo su da Magnanapoli, l'automobile di Eva e di Pierino aveva infilato via Venti Settembre; ma poco dopo aveva dovuto arrestarsi poichè era venuta proprio a dar di cozzo nella dimostrazione che saliva al Quirinale. Non ostante i ripetuti e nervosi ordini telefonici di Eva, lo chauffeur aveva dovuto farsi da un lato della via ad aspettar che la folla passasse. Senza fiatare, con la piccola grinta chiusa come una serratura di sicurezza, Eva s'era rincantucciata nel suo angolo, volgendo le spalle al corteo e con gli occhi fissi sul panorama poco suggestivo dell'intonaco giallo d'un palazzo. Pierino guardava dall'altra parte fuori dai cristalli. Passava gente e gente, gente seria e gente allegra, gente vecchia e gente giovane, gente ricca e gente povera. Passavano bandiere italiane, francesi, inglesi, russe, belghe. Echeggiavano inni su inni: l'inno Nazionale, quello di Garibaldi, quello di Mameli. Monsieur Kramer-Balla ritrovava, sott'il marito, un po' di Pierino Balla senza moglie. Non osava mostrarlo, ma si sentiva intenerire. Per la prima volta Roma gli sembrava, se non più bella di Vienna, almeno quasi bella come Vienna. Per la prima volta, all'udire quei canti, ammetteva che ci potesse essere un po' di musica bella anche al di fuori dei valzer viennesi. Per la prima volta, confusamente, in fondo a sè stesso, sentiva un po' di solidarietà con tutta quella gente che passava, che urlava, che acclamava, che s'esaltava. Guardò l'orologio posto nella vettura dinanzi a lui: eran lì da venti minuti. Eva continuava a studiar l'intonaco, a sinistra; a destra, il corteo continuava a sfilare. Ce ne fu ancora per mezz'ora. E ancora bandiere, e ancora canti, e ancora gente, gente seria e gente allegra, gente vecchia e gente giovane, gente povera e gente ricca. E finalmente, quando la folla cominciò un po' a diradare, lo chauffeur rimise la mano su le leve, diede due o tre segnali di tromba per farsi largo. Solo allora, mentre la limousine si muoveva strombettando tra la folla più rada, Eva degnò volgere su questa uno sguardo commiserevole e, con un tono di profondo disprezzo, lasciò cadere dalle labbra sottili e chiuse due sole parole:
— Quattro straccioni!
Pierino riguardò l'orologio. Erano stati fermi cinquanta minuti a veder passare gente e calcolando un paio di migliaia di persone al minuto.... Non osò tuttavia contraddire sua moglie, e, conciliativo come sempre, mentre l'automobile riprendeva la corsa per la via libera verso il Grand Hôtel, osò riflettere, esclusivamente per suo uso e consumo, ancora mezzo austriaco:
— Saran straccioni.... Non dico di no....
E aggiungere, già mezzo italiano:
— Ma eran però più di quattro!