VII. LA SINFONIA DEL «GUGLIELMO TELL»

Poichè il consiglio — Va fuori, o stranier... — datogli con tanto entusiasmo dal soldato che partiva per la guerra collimava perfettamente con le intenzioni della signora Eva, Pierino Balla fu l'indomani mattina, mettendo giù il piede dal montatoio dello sleeping-car, fuori d'Italia. Si trovò tra gente tranquilla, tra gente svizzera non provvisoriamente ma definitivamente neutrale e che accudiva ai proprii affari con moltiplicata energia; non perchè la forza del carattere nazionale riuscisse a superare lo sconvolgimento dell'ora terribile sino a permettere ai cittadini d'accudire serenamente ai proprii negozii, ma perchè lo sconvolgimento aveva meravigliosamente moltiplicato la possibilità di far degli affari così come li fanno i neutrali: ossia con l'uno e con l'altro belligerante, dal momento che essere veramente neutrale non vuol dire affatto, come i lessici vorrebbero, non parteggiare nè per l'uno nè per l'altro, ma vuol dire invece, come vuole ogni politica estera saggiamente intesa, parteggiare simultaneamente per tutt'e due, con questa sola restrizione mentale di evangelica opportunità: che la mano destra non deve sapere quello che fa, ossia quello che dà e prende, la sinistra — e viceversa.

Nelle grandi tempeste domina solo l'istinto della conservazione. Le riflessioni su gli eventi attraversati e su le azioni compiute per superare quelli eventi non vengono che più tardi, a calma ristabilita. Così Pierino che nel primo momento, uscendo dalla furia della gente accalcantesi quasi a stritolarlo nell'atrio dell'albergo, aveva accolto l'annunzio della partenza datogli imperiosamente da sua moglie come la scelta dell'unica via possibile di uscita da una situazione sempre più minacciosamente difficile, adesso, nel raccoglimento del grande albergo svizzero dove tutto appariva inverosimilmente lontano, sentiva che quella partenza era stata tanto precipitosa da rassomigliare più che ad una partenza ad una fuga. Se qualcuno gli domandava da dove venivano, Pierino rispondeva che venivano da Roma, che erano partiti per più quieti orizzonti allo scoppiare della guerra. Sapeva di adoperare, col verbo partire, un verbo generosamente eufemistico, ma agli eufemismi era oramai abituato. E sapeva, in certi suoi momenti di lucidità, che il peggiore eufemismo di tutti era quello che, così per chiamare lui senza un soldo come per chiamare Eva ricca a milioni, usava due parole che tendevano a creare una certa parità di valori morali e materiali: marito e moglie.

La gente, come osserva anche una canzonetta del dolce paese natìo di Pierino Balla, vuol sapere troppe cose. Ed è proprio quando ogni discrezione sarebbe consigliabile che la gente formula, con inconsapevole malizia, le più indiscrete domande. Così molti, nel vederlo tanto giovane, nel saperlo italiano, nel ricordare che da pochi giorni anche l'Italia era in guerra, gli domandavano come mai egli non fosse soldato. Pierino rispondeva con un rossore che diceva il perchè vero e con due parole che dicevano il perchè falso. Le due parole erano: «Terza categoria». E sùbito Pierino aggiungeva che le terze categorie non erano state ancora chiamate, che il governo si era limitato a chiamar sotto le armi, per istruirle, solo le classi più giovani e che il momento dei più anziani — ed egli era, con un sospiro, purtroppo, dei più anziani — non sarebbe venuto che più tardi, molto più tardi. Aggiungeva però, solo entro sè stesso, che, riformato com'era per deficienza toracica, poteva sperare che pur venendo il momento della sua classe e della sua terza categoria il momento suo non sarebbe venuto mai. Era di terza categoria, era riformato, era in Isvizzera: non poteva essere più al sicuro di così. Sua moglie non si stancava di ripeterlo e Pierino non si stancava di sentirselo ripetere. Non gli pareva possibile che, quando milioni e milioni di suoi connazionali correvano il rischio di pagar con la vita il diritto della loro patria a farsi un po' più grande, egli potesse cavarsela, beniamino degli dei di guerra, a così buon mercato. Aveva vagamente paura che il diavolo, raffigurato nelle precise circostanze del ministro della Guerra, potesse da un momento all'altro giuocargli un brutto tiro. Già alcuni giornali arrabbiatamente interventisti cominciavano a strillare per convincere il governo dell'assoluta necessità morale e materiale di procedere il più sollecitamente possibile a una rivisita dei riformati.

Il giorno in cui lesse per la prima volta una notizia in proposito nei giornali italiani era con sua moglie che lavorava a misurar metri di flanella destinati a decine e decine di gilè per i bravi soldati del fronte austriaco nel Trentino, «dove c'è sempre la neve e dove, poveretti, dovevano aver tanto freddo». Appena letta la notizia Pierino si levò giacca e gilè di fronte ad Eva che lo guardava sbalordita. Le tolse anche di mano il metro, un metro di fettuccia, che Pierino si passò attorno al torace per misurar di questo lo sviluppo attuale. A veder se il torace fosse cresciuto non aveva, a dire il vero, pensato mai. Ma, adesso, era il caso di preoccuparsene seriamente. Stringeva, stringeva, Pierino, stringeva quel povero metro a fettuccia perchè potesse segnare quanti meno centimetri era possibile. Ma, desolato, senza fiato, guardava e riguardava: erano, implacabilmente, ottantasette. A calcolare il volume della camicia e della maglia si potevano a rigore togliere cinque, sei o sette centimetri. Ma anche togliendo ne rimanevano sempre ottanta: proprio quel che occorreva per essere soldato. Poichè infatti quel benedetto diavolo, quel benedett'uomo, cioè, del ministro della Guerra, per mettere insieme quanti più soldati era possibile, aveva ribassato da ottanta a settantanove i centimetri di petto richiesti per il fantaccino. E lì, lì rimaneva Pierino, guardandosi e riguardandosi quell'ottantasette sul quale l'unghia del suo pollice s'era fermata. «Sono ottanta, sai, disse alla moglie quando potè riprender fiato, sono ottanta, capisci?» Eva non sapeva e non capiva gran che. E poichè Pierino s'affannava a ripetere che erano ottanta, che erano almeno ottanta Eva lo guardava esterrefatta interrogando: «Ottanta?» E Pierino, con un fil di voce: «Ottanta: proprio così. Erano settantasei prima, quando ti ho sposata. Ora ne occorrono settantanove ed io ne ho uno di più».

Eva in fondo era fiera che suo marito le dovesse quei tre centimetri di maggiore sviluppo toracico, ma, Pierino non la pensava così e, pur di risparmiarsi quei tre centimetri di torace in più avrebbe rinunziato anche volentieri a tre chilometri di quella felicità coniugale che Eva aveva saputo dargli. «Ma tu sei riformato!...» diceva Eva per rassicurarlo. E Pierino rispondeva: «Sì, ma pare che rivisitino anche i riformati...» Eva lo rassicurava... Non c'era questo pericolo: l'Italia non era la Francia, l'Italia aveva molti uomini, l'Italia era largamente prolifica. L'Austria aveva, è vero, dovuto ricorrere ai riformati, ma l'Austria, santo Dio, combatteva una guerra enorme, contro tre nemici, su tre fronti. In Italia, invece, la cosa era molto diversa: un fronte solo e non un nemico, ma neppure una metà di nemico, addirittura un terzo di nemico... Poichè Eva, anche rassicurando Pierino, non perdeva l'occasione di dir qualche cosa di molto amabile per l'Italia, per dimostrarle una volta di più che le alleanze, le quali tanto più sono doppie quanto più sono triplici, servono a tener desti da una parte e dall'altra delle frontiere i più cordiali sentimenti di simpatia. Ma poi, vedendosi Pierino mortificato davanti, invece di continuare a dir cose amabili all'Italia, ricominciava a dirne a lui... «E sta allegro, gli diceva, non c'è pericolo...». Poi un'idea, evidentemente molto buffa, le attraversava il cervello: «Tu alla guerra! esclamava. Oh, che ridere!» E giù a ridere, infatti, per un quarto d'ora.


Se è vero che non s'ama la patria che da lontano, Pierino doveva cominciare a persuadersi che, andandosene al Capo Nord, avrebbe finito per amar l'Italia di sviscerato amore. Gli era bastato di varcare appena la frontiera e di rifugiarsi in quella cittadina svizzera per sentire che la mattina appena desto, la lettura dei giornali italiani gli era indispensabile. E non leggeva la cronaca dei teatri — dove, del resto, non si rappresentavano più operette austriache poichè queste erano state sostituite, non già da operette italiane, ma, con cortesia pei nuovi alleati, da operette tutte francesi — non leggeva la cronaca dei teatri, ma il comunicato di Cadorna. Ogni giorno quei comunicati annunziavano che la prima avanzata si svolgeva felicissimamente e che le bandiere austriache su le cittadine di confine cadevano una dopo l'altra al soffio d'un po' d'aria smossa dai pennacchi dei bersaglieri. Quando leggeva nelle grosse lettere dei titoli su sei colonne che la bandiera italiana sventolava un po' più in là del confine, che gli alpini scalavano vittoriosamente montagne inaccessibili, che i bersaglieri sfondavano i reticolati come fossero di carta velina, che dovunque la bella ondata grigioverde passava, prorompeva, incalzava, travolgeva, Pierino si sentiva un po' di batticuore. Poi, quando dal gabinetto da bagno entrava sua moglie, Pierino atteggiava a compunzione il volto troppo sorridente. Se questa gli domandava che notizie ci fossero su i giornali Pierino le rispondeva che c'era poco di nuovo: qualche paesello di frontiera occupato, qualche sfondamento di truppe di copertura, incertezze del primo momento, episodii fortunati certo, ma episodii solamente. Si vestiva in fretta e scendeva a prendere il caffè e latte nella sala del restaurant. Gli ritornavano allora gli spiriti e, con questi, anche lo spirito patriottico. Lo serviva infatti un cameriere francese che, a sua volta, gli chiedeva notizie. Di fronte all'alleato il volto di Pierino ritrovava il sorriso, i successi ridiventavano successi, le bandiere italiane risventolavano. E quando il cameriere francese esclamava compiaciuto: «Ils vont bien, les Italiens!...» Pierino, raddrizzandosi, impettito e fiero come se fosse il Generalissimo, rispondeva:

— Sì, andiamo benissimo!...

Lui non andava in nessun posto, ma gli altri andavano per lui e, in fondo, era la stessa cosa... E se il cameriere francese, brandendo minacciosamente la caffettiera contro la Germania intera, aggiungeva con supremo disgusto: «Ah, ces Boches!» Pierino si guardava attorno per vedere se Eva non veniva ancora a raggiungerlo e, approfittando del libero lucido intervallo, brandendo anche lui in atto di sfida il coltellino con cui spalmava il burro su le fette di pane abbrustolito, si sentiva per un momento più alleato che impero centrale e ripeteva a sua volta:

Ces sales Boches!

Ma un bel giorno Eva apparve costernata. Costernata dapprima, poi sùbito risoluta. Era apparsa davanti a Pierino che, sdraiato su un divano, serviva l'Italia in pace e in letizia leggendo una lettera di Barzini dal fronte, era apparsa davanti a lui con un giornale italiano stretto nervosamente in una mano. E aveva vibrato il colpo, senza pietà:

— Si chiaman sul serio i riformati anche da voi... Già ne rivedon tre classi...

Pierino non si mosse. Le anime timide hanno, di fronte al pericolo inevitabile, di queste fermezze, poichè quando le gambe si piegano chi stava seduto o sdraiato non riesce a mettersi in piedi e rimane quindi come stava: molti stoicismi non sono fatti che di questa impossibilità di non essere stoici.

— Te l'avevo detto? mormorò solamente Pierino con un filo di voce, quel filo di voce che gli rimaneva.

Ora, di fronte a lui, Eva era già risoluta:

— Qui non c'è, caro, che una sola cosa da fare, disse. Ci tieni molto tu ad essere italiano?

Nella paura d'offenderla Pierino non seppe che cosa rispondere. Eva prese quel silenzio per un silenzio negativo e aggiunse:

— E allora c'è una cosa molto semplice da fare: cambia nazionalità.

Questa volta Pierino si mosse. Trovò almeno la forza di mettersi a sedere e di spalancare tanto d'occhi.

— Non ti dico di farti austriaco: sarebbe pretender troppo. E poi, c'è la guerra anche lì... E che guerra abbiamo noi!... Altro che la vostra... Ma...

Sospeso, con gli occhi intenti, Pierino aspettava.

— Ma, riprendeva Eva, c'è la Svizzera... Bel paese, tranquillo, neutrale, senza pericoli... Tu ti fai svizzero e ti riformi definitivamente da te...

Pierino ascoltava allibito. Ma Eva gli mise al collo le belle braccia nude e gli cadde a sedere su le ginocchia, gota contro gota, fiato contro fiato, poi bocca contro bocca:

— Tanto, italiano o svizzero, io non ti amo forse lo stesso?

Poi, dopo un bacio, Eva aggiunse:

— Io so che non voglio darti alla patria. So che voglio tenerti per me...

Più gentile della patria che gli chiedeva di morire, Eva, in fondo, non voleva che farlo vivere. Solo Pierino balbettò:

— Ma non ti pare ripugnante...

Eva scrollò le spalle:

— Che sciocchezza!

E le parve che bastasse, le parve d'aver risposto a tutto. Ma Pierino ancora esitava:

— Svizzero tu dici, farmi svizzero... Ma, vedi, quando si è italiani...

— Quando si è italiani?

Pierino osò la gran risposta:

— Sai, ecco, in fondo, ci si tiene... Sai, abbiamo nel nostro passato tante glorie, tanti grandi uomini...

Eva non si trovò perduta ed esclamò:

— E qui non hanno, scusa, Guglielmo Tell?

Guglielmo Tell! Pierino non riusciva precisamente a identificarlo e non sapeva se fosse un grande guerriero, un grande poeta o un grande albergatore. Sapeva solo che era l'eroe di un'opera di Rossini, della quale aveva sentito unicamente la sinfonia, a Roma, ai concerti del Pincio e di piazza Colonna.

— Ah, già, è vero, rispose, Guglielmo Tell!

E tacque. E fece, in quel silenzio, il primo passo per diventarne compatriotta.

Ma per sua fortuna non bastava un sol passo, chè se è possibile cambiar di casa in un giorno non è possibile cambiar di patria in una settimana. Eva lavorava, ordiva nelle penombre degli halls, dei dining-rooms e degli smokings-rooms del grande albergo svizzero la piccola trama politica che doveva condurre un figlio di Dante ad essere concittadino di Guglielmo Tell. Se Eva lavorava in silenzio Pierino in silenzio la lasciava lavorare. L'idea della grandezza di Guglielmo Tell gli era, a dire il vero, entrata nel cervello assai più sollecitamente che non quella dell'opportunità di adottarne la patria. Leggeva sempre i giornali dell'antica patria lontana: portavano tutti l'eco del valore di un esercito e della fermezza d'un popolo. Questo popolo che egli aveva conosciuto indifferente, beffardo, diviso, ora era tutt'uno, una sola gigantesca persona con un solo cuore e milioni milioni e milioni di braccia. Leggeva nei giornali certe letterine di riformati delle classi più anziane della sua che invocavano dal governo una revisione, che imploravano dal governo, come una benedizione, di potersi andare a far ammazzare anche loro. Lui invece se ne stava lì, quieto quieto, in Isvizzera, a legger la guerra su i giornali, a giuocare a tennis e a poker, ad aspettare al sicuro che la tempesta passasse. Quando alla sera rientrava in camera sua, tutto attillato nello smoking di taglio perfetto, il monocolo all'occhio, il garofano rosso all'occhiello, un garbato sbadiglio sul labbro dietro il paraventino beneducato d'una mano curata e inanellata, quando nella bella camera luminosa dell'hôtel più confortable si stendeva beatamente per otto ore di sonno, per dieci ore di riposo, sul più morbido letto di piume che mai albergatore svizzero avesse fatto confezionare per la delizia della sua ricca clientela, Pierino, se chiudeva gli occhi, se spegneva la luce, se allungava le gambe su la fresca carezza d'una biancheria da letto di prima qualità, vedeva una trincea sotto il vento e sotto la pioggia, dove, dopo una giornata di combattimento, avendo sfidata oggi dieci volte la morte, pronti a sfidarla dieci volte ancora domani, giovani come lui, italiani come lui, avvezzi come lui ad ogni quiete e ad ogni benessere, passavano la notte seduti su un sasso, col fucile tra le ginocchia, il berretto su gli occhi, le gambe affondate fino a metà nel fango. Che faceva quella gente lassù, su quei monti dove lo sverno liquefaceva i ghiacciai, su le rive di quel fiume che gonfio d'acque primaverili si tingeva di sangue, e di sangue italiano, per poi continuar la sua corsa e portare quell'acqua e quel sangue sino al mare, sino al mare italiano? Serviva un ideale, quella gente, ubbidiva a una legge irresistibile e istintiva pari a quella che c'impone di difender la madre, d'onorarla, di servirla. Eran milioni, quei soldatini grigio-verde, arco di ferro e di fuoco dallo Stelvio al mare. Ma da quella massa alcune figure, figure cognite di amici, di compagni, di parenti, si staccavano, si precisavano. C'erano tutti; nessuno mancava. Pierino li ravvisava ad uno ad uno, questo di sentinella lassù tra le nevi, quello alla testa di una compagnia all'assalto, questo accanto al suo cannone rombante, quell'altro inerpicantesi coi suoi alpini di roccia in roccia, di balza in balza, mira di mille fucili, miracolosamente incolume sotto il fuoco di mille fucili. Erano gli amici antichi, quelli dei vecchi teatri, delle premières delle operette viennesi, quelli delle lunghe discussioni al caffè. Adesso eran tutti lì, al fuoco. Egli solo non c'era. E di tanto in tanto — egli lo vedeva, lo sentiva... — gli amici, gli antichi amici, si accorgevano che lui non c'era. Uno mormorava il suo nome, altri lo ripetevano. Gli sguardi si cercavano, s'incontravano, poi parlavano e rispondevano i sorrisi: «Pierino?» E sorridevano. «Dove sarà?» E sorridevano. «Fra le braccia della sua moglietta bicipite...» E sorridevano. Uno concludeva per tutti, con un po' di bontà, con un po' di disprezzo: «Povero Pierino!...» E, ancora, tutti sorridevano.

Dov'era Pierino? Ora seguiva docilmente di casa in casa, di salotto in salotto, di ufficio in ufficio, sua moglie sempre più fermamente decisa a salvargli vita natural durante la pelle facendogli prendere la concittadinanza di Guglielmo Tell. Le anime temperate come quella di Pierino, se possono esser capaci di una lenta evoluzione, hanno l'orrore e il terrore del nuovo e non escono da un'abitudine se non prendendone inavvertitamente un'altra. Così Pierino, non ostante i suoi dubbii, non ostante le sue meditazioni e le sue visioni notturne, non ostante i sorrisi — un po' di bontà, un po' di disprezzo — dei suoi compagni in trincea, non osava ribellarsi alla volontà di sua moglie la quale, come si sa, non gli consentiva mai di avere un'opinione. Fabio il Temporeggiatore è il grande patrono dei timidi e degli indecisi. Temporeggiava come il grande capitano anche Pierino. Rimandava di giorno in giorno la necessità d'aver coraggio o il coraggio della necessità. Ogni sera si riprometteva di dire a sua moglie che, tutto sommato, voleva rimaner quello che era e che di diventare svizzero non voleva saperne. Ma ogni mattina rimandava al giorno dopo il supremo eroismo d'avere per la prima volta nella sua vita coniugale un'opinione. Andando avanti così, sapeva benissimo a che cosa era legato il suo destino: a una gara di rapidità tra la vecchia patria che doveva decidersi a rivedere anche i riformati della sua classe e la presunta patria nuova che doveva affrettarsi a significargli in carta bollata il più patriottico e ospitale benvenuto in terra elvetica. Se faceva prima l'Italia l'onore era salvo, sua moglie aveva perduto la partita e gli amici della trincea avrebbero un giorno o l'altro veduto capitar lassù, su le Alpi, in uniforme grigio-verde, anche lui. Ma se faceva prima la Svizzera l'onore era perduto pur essendo salva la pelle, sua moglie trionfava definitivamente e gli amici della trincea avrebbero potuto continuare a sorridere — un po' di bontà, un po' di disprezzo — chè tanto non l'avrebbero riveduto mai più. Così, con due diverse ansie, egli vedeva ogni mattina entrare in camera sua prima il cameriere coi giornali d'Italia e poi sua moglie con le lettere della prima posta mattutina. Ma le mattine passavano, una dopo l'altra, una come l'altra. E se Roma non si decideva a richiamare altre classi di riformati oltre le tre leve più recenti, Berna aveva l'aria di non aver proprio nessuna fretta di dare a Guglielmo Tell un connazionale di più.


Certi fatti, certe coincidenze, si ripetono nella vita umana sino ad assumere un aspetto d'irresistibile destino, sino a poter rappresentare il fato sospeso ad ogni passo sul capo degli eroi dell'antica tragedia greca. Il fato di Pierino Balla si chiamava musica. Se la musica gli aveva fatto trovare e prender moglie, la musica gli fece conservare all'ultimo momento una patria che un momento prima stava per perdere. Era domenica e dall'albergo eran discesi, all'ora della passeggiata, in città. La signora Kramer-Balla aveva lasciato suo marito su la porta di un cinematografo dandogli appuntamento per due ore più tardi dinanzi ai tavolini del più elegante caffè. Doveva andare, aveva detto, a sbrigar due o tre faccende, sempre per quell'interminabile affare del cambiamento di nazionalità sollecitato da Pierino. «Vedi, aveva detto stringendogli la mano, vedi: lavoro per te, per il tuo bene. Tra pochi giorni sarai svizzero e saremo tutti tranquilli». Poi allontanandosi aveva aggiunto: «Oramai ci siamo. Il consigliere Faber mi ha assicurato che adesso è questione di ore...» E Pierino, tanto per dir qualche cosa: «Sai, cara, non ti dar troppa pena per me... Ora più, ora meno...»

Evidentemente Pierino, per quanto non volesse saperne, cominciava ad essere un po' svizzero dal momento che di quello che doveva diventare il suo paese vedeva già più i difetti che le buone qualità: il che è proprio del più istintivo e più logico nazionalismo. Così Pierino trascurava di riconoscere alla Svizzera il merito di essere un paese dove chi ha paura della guerra può andare a vivere in pace, ma osservava già a denti stretti o a mascelle larghe, a seconda che dovesse reprimere uno sbadiglio o che vi si abbandonasse, osservava già che tanta pace era evidentemente pace, ma una pace di un'insopportabile e mortificante monotonia. Già, in quel paese sotto le nuvole, chiuso tra le montagne, lui, Pierino, napoletano, uomo dei liberi orizzonti, dei mari di smeraldo e dei cieli di zaffiro, non ci si poteva vedere. Quando poteva, scappava al cinematografo. Vedeva altre genti, altri paesi. Rivedeva anche, di tanto in tanto, l'Italia: la rivedeva, ma senza, a prima vista, riconoscerla. Non gli pareva quella, tranquilla, elegante, piena di folla, di affari, di piaceri, la capitale che aveva lasciata una sera, la capitale convulsa, febbrile, teatro d'una minacciosa guerra civile nel nome d'una libertà che non permetteva nè ad una parte nè all'altra di avere una libera opinione. Rivedeva sul bianco schermo i soldati, i soldati italiani. E, nel vederlo, anche i connazionali del leggendario arciere svizzero applaudivano il piccolo fantaccino grigio-verde che si copriva, con semplicità, di gloria. E vedeva scene di partenze di reggimenti dalle città italiane per la frontiera minacciata. Vedeva i bei reggimenti sfilare dietro le vecchie bandiere, stretti in una duplice fascia di teste bianche di mamme, di testoline bionde di bambini. E anche i bambini, anche le spose, anche le mamme applaudivano i bei soldati che partivano per la guerra con un bel sorriso su le labbra, con una rosa di maggio infilata nella canna del fucile. E c'era un nome su tutti quei visi sorridenti, su tutte quelle mani che applaudivano, su tutte quelle rose, su tutti quei fucili. C'era un nome: Italia! Italia! Non così era partito lui, una sera; di nascosto, come fuggendo, per raggiungere una frontiera pacifica che nessun pericolo minacciava, per ubbidire alla volontà imperiosa di una piccola donna straniera che voleva non solamente mettere in salvo un marito dopo tutto anche amato a modo suo, ma anche risparmiare al suo paese in guerra un nemico di più. Italia! Italia! Italia! Non questa parola aveva egli udita quella sera fuggendo, ma il grido d'un soldato, d'un soldato italiano che partiva per la guerra a lui italiano che dalla guerra fuggiva: «Va fuori d'Italia, va fuori, o stranier!» E fuori non solo era andato, ma fuori sarebbe forse rimasto per sempre se il destino fosse per voler permettere a sua moglie di cambiargli, dopo avergli cambiato già tante altre cose, anche la patria.

Ma la musica doveva ancora una volta segnar la strada del suo destino. Escì dal cinematografo che ancora quaranta minuti lo separavano dall'ora fissata per l'appuntamento con sua moglie. Nel bel pomeriggio domenicale c'era lì, sul piazzale, una banda che suonava tra i bei palazzi in riva al lago e allo sbarcadero. Il vecchio melomane ch'egli era si fermò ad ascoltare tra la folla. A un tratto gli strumenti d'ottone brillarono al sole. Poi da un breve silenzio uscì un primo clamore di tromba. E, meravigliosamente, una melodia gigantesca nel suo immenso respiro salì dalla piazza, la riempì, salì nel cielo, riempì il cielo. Pareva a Pierino estatico di conoscere già quella musica, ma non riusciva a identificarla. La sua coltura musicale in fatto di operette viennesi non aveva lacune, ma quella musica formidabile che gli sconvolgeva il cuore non aveva in verità l'aria di esser viennese e molto meno quella di essere operettistica. Nella fedeltà ch'è propria dei grandi amori, Pierino, ch'era in procinto d'abiurare la patria, sentiva che nulla al mondo, neppure la più potente forza del mondo, neppure cioè la volontà di sua moglie, gli avrebbe potuto far rinnegare il fascino delle operette viennesi. Ma doveva convenire tuttavia che c'era in quella musica qualche cosa di più irresistibile ancora del valzer del Conte di Lussemburgo e del settimino della Vedova Allegra. Tanto era vero che la gente su la piazza ascoltava in silenzio, raccolta ed estatica come se fosse stata in una chiesa. E, quando la meravigliosa onda di musica si spezzò, si chiuse e si spense in un ultimo fragore, un applauso lungo, interminabile, partì dalla folla. Anche Pierino si trovò ad applaudire, ad applaudire con un impeto tale che mai aveva conosciuto l'eguale — è tutto dire — neppure per applaudire Franz Lehar o Leo Fall.

Quando proviamo fortemente un'impressione il nostro primo bisogno è quello di sentirla condivisa. Così Pierino si guardò attorno e ad un vecchietto attillato e profumato che applaudiva come lui disse in italiano: «Che musica! Che musica!» Il vecchietto sorrise, continuò a batter le mani e rispose in francese al suo vicino: «Ah, oui, quelle musique...» Poi, quand'ebbe finito di applaudire, il vecchietto si volse ancora a Pierino e gli chiese: «Vous êtes italien?» Al che Pierino non osò rispondere senza una breve meditazione. Ma la breve meditazione lo portò a concludere che sì, che in fondo era ancora italiano e che però poteva e doveva rispondere al vecchio signore attillato e profumato: «Oui, monsieur». Vide allora il vecchio signore stendergli con un largo gesto la mano esclamando: «Je vous en fais, monsieur, mes compliments. Vous avez des grands musiciens et des grands soldats...»

Pierino rimase interdetto. In quanto ai soldati sapeva benissimo che cosa pensare: il vecchietto non alludeva certamente a lui. Ma quanto ai maestri di musica non sapeva precisare in un nome e cognome l'elogio generico del suo amabile ed affabile interlocutore. Per fortuna affabilità ed amabilità sono loquaci e il vecchietto aggiunse ancora, stringendo nuovamente la mano di Pierino: «Ah, oui, quels musiciens... Cette symphonie du «Guillaume Tell»... Che meraviglia questa sinfonia del «Guglielmo Tell»... L'ho riudita con sbalordimento... E sono felice, signore, di stringer la mano d'un compatriotta dell'immenso Rossini».

E se ne andò lasciando muto e stralunato dietro di sè il compatriotta di Rossini. Il quale compatriotta di Rossini ricominciò a pensare che fra breve — questione di ore, avevan detto sua moglie e il consigliere Faber — sarebbe diventato compatriotta di Guglielmo Tell. Gli sembrò, dopo quella musica, che fosse veramente imperdonabile barattare con Guglielmo Tell unico e solo, Rossini e tutti gli altri. Gli sembrò di sentire che ad essere compatriotta di Rossini e di tutti gli altri egli tenesse ed avesse sempre tenuto più di quello che avrebbe potuto immaginare. Gli sembrò anche non esser poi tanto facile diventare svizzeri quando si è italiani. Gli sembrò sopratutto che sua moglie cominciasse veramente a pretendere un po' troppo da lui e che qualche cosa, un po' di dignità, un po' di fierezza, si ridestasse finalmente in fondo in fondo all'acqua stagnante della sua docilità coniugale. E gli sembrò infine che fosse il caso di vagliare esattamente la grandezza di Guglielmo Tell. Aveva, nei giorni passati, avuto la curiosità di assumere informazioni sul glorioso personaggio e gli sembrò che l'avere mirato giusto su una mela, anche se questa era posta dalla ferocia d'un governatore di Alberto I sul capo innocente del giovane figlio dell'arciere, non fosse poi gesta da non poter essere emulata da un qualsiasi campione del Tiro a segno nazionale.

E poichè proprio in quel punto sua moglie lo raggiungeva e, con aria scontenta, gli annunziava che era necessario aver pazienza ancora qualche altro giorno per ottenere quella benedetta cittadinanza svizzera, Pierino cominciò a pensare che fosse buona politica mettere Guglielmo Tell in cattiva luce verso sua moglie. E poichè Eva, vedendolo assorto, gli domandava a che cosa pensasse, Pierino rispose:

— Penso a Guglielmo Tell.

— A Guglielmo Tell? domandò Eva sorpresa.

— Sì, a Guglielmo Tell, rispose Pierino gravemente. E mi propongo un caso di coscienza. Poichè tu sei austriaca conviene a me tuo marito, di prendere la stessa cittadinanza d'un eroe che, all'alba del secolo decimoquarto, contribuì a liberare la Svizzera proprio dal giogo dell'Austria?...

E, volgendosi col più docile sorriso ad Eva che lo guardava sbalordita, Pierino aggiunse:

— A questo, cara, ci scommetto, tu non avevi pensato!