I.

Uscito dalla stazione e salito in una carrozza, quando il cocchiere gli domandò a quale via dovesse portarlo, Giuliano Farnese repentinamente si ritrovò perplesso e indeciso. In un attimo cento decisioni contradittorie si opposero in lui. Il cocchiere, credendo ch'egli non avesse udito, rinnovò la domanda. Allora Giuliano risolutamente diede l'indirizzo di casa sua. Subito dopo, non appena la carrozza si fu mossa in quella direzione, l'impossibilità gli apparve di presentarsi a casa sua, a quell'ora ed in quelle condizioni. La grande depressione nervosa, che aveva tenuto dietro all'eccitazione formidabile di quel suo lungo viaggio, lo rendeva ora debole ed irresoluto come un fanciullo. Si trovava a Roma, a notte alta, senza aver prevenuto nessuno. Passando per Firenze si era proposto di telegrafare ad Andrea di Vele o a Loredano da una delle stazioni della linea, ma il sonno lo aveva preso e quando, vicino a Roma, un triste sogno lo aveva destato, era oramai troppo tardi.

— No, no, egli pensava, non posso presentarmi così, inatteso; anche Beatrice può dalla mia venuta improvvisa ricevere una scossa troppo forte, un'emozione troppo violenta. E anche per la mia creatura, se è viva, vedermi tornare, così, d'improvviso, può esser nocivo.....

Mascherava a sè stesso sotto queste considerazioni obbiettive, il vero sentimento che lo faceva esitare innanzi al compimento immediato del suo ritorno. Quasi egli aveva vergogna di confessarlo a sè stesso. E questo sentimento era tutto di timore e di rispetto per Beatrice, alla quale non avrebbe osato baciare la mano per tema che quel bacio fosse considerato mendace, alla quale non avrebbe osato dire una sola parola di umiltà, di pentimento e di dolore per tema di non essere creduto. Come avrebbe potuto trovarsi solo, dopo tanto tempo, innanzi allo sguardo certamente sprezzante di quelle care pupille? Poichè infine, forse, egli era per lei ancòra un colpevole, forse ella aveva conosciuta la sua vita con Claudina e l'aveva creduta felice, forse anche non aveva prestato fede alcuna alle promesse, alle espressioni di dolore e di amore, ai giuramenti che per mezzo delle lettere dirette a Loredano dovevano esserle giunti. No, no, solo, ei non avrebbe mai trovato l'energia per riaffrontarla.... Come avrebbe egli retto allo sgomento e allo spasimo s'ella avesse avuto una sola parola di ripulsione e di odio, un solo gesto di disamore che gli avesse negato il perdono?

— Tornate indietro, ordinò risolutamente al cocchiere. Passiamo alla ferrovia per depositare al bagaglio queste valigie e dopo accompagnatemi a piazza Colonna. Ma prestissimo.....

Una nuova ansia lo assaliva. Andrea di Vele non lo attendeva che l'indomani mattina. Non di meno, s'egli non aveva la forza di presentarsi a sua moglie, non poteva però passar la notte senza trovare Andrea di Vele per aver notizia della sua povera piccina, della sua cara dilettissima piccola inferma. Un breve rintocco sonoro suonava l'una dopo la mezzanotte all'orologio della stazione. Dove trovare l'amico suo a quell'ora? Più probabile gli sembrò che fosse al circolo. In quanto a Loredano non vi era speranza di trovarlo. Se Anna Maria era ammalata, certamente egli non si muoveva, durante la sera e la notte, dal capezzale della nipotina.

Al Circolo salì precipitosamente le scale, mandò un cameriere alla ricerca di Andrea di Vele nelle sale da gioco o da fumo, nella sala di lettura o nella biblioteca. Durante qualche minuto egli rimase in quell'anticamera, intento a udire le voci di alcuni uomini che nelle sale continue giocavano. Le formole sacramentali del baccara gli giungevano ogni tanto:

— Dò... Carte... Carte... Sette... Nove!... Sette.. Sette: nulla di fatto!

Quante sere egli aveva passato in quelle sale, a udire la monotonia di quelle esclamazioni, a gettare qualche biglietto di banca su l'uno o l'altro quadro di quel gioco così pieno di emozioni.... Come era felice, allora: sarebbe uscito in quell'anticamera, avrebbe preso uno di quei soprabiti appesi lì intorno e una carrozza del circolo lo avrebbe accompagnato a casa dove i baci di sua moglie lo avrebbero atteso..... Tutto era finito, oramai. Il cameriere era tornato dicendogli che Andrea di Vele non era comparso al circolo che per il pranzo, uscendone subito dopo, prima delle nove.

Farnese si slanciò di nuovo per le scale, saltò in carrozza, si fece condurre al caffè Colonna. Da un groom del caffè fece ricercare Andrea. Intanto egli vedeva, oltre la porta e i cristalli, tutta la vita elegante e brillante del caffè notturno. Ai tavolini candidi, scintillanti di argenterie e di cristalli sotto i perlacei fasci luminosi della luce elettrica, le orizzontali grandi e piccine cenavano in compagnia di vecchi e giovani, tutti uniformi sotto la livrea dell'abito nero, tutti uniti nel desiderio di quelle donne. Qualcuno entrava ogni tanto, reduce da un teatro, da un ricevimento o da una visita. Giuliano spiava le fisionomie di tutti coloro che sopraggiungevano. Qualche donna entrava, avvolta in un sontuoso mantello, seguita da una mezza dozzina di cavalieri dai visi smorti e dalle spalle curve, sorridente pel piacere del dominio e dell'impero voluttuoso, moderna personificazione d'una Circe fatale. Qualche snob entrava anche nel caffè, faceva la parata, sbirciava le donne, beveva un bicchierino di cognac, pagava con un biglietto da cento lire, occhieggiando qualcuna.

Oh, quella frivola vita, come aveva potuto egli viverla? Giuliano nel fondo della sua carrozza attendeva malinconicamente la risposta del groom che fu negativa. Irrequieto, desideroso di trovare Andrea ad ogni costo, si fece portare ad altri caffè, ad altri ritrovi, dove però tutte le sue ricerche riuscirono vane. Tentò allora di bussare alla casa di Andrea, alla Passeggiata di Ripetta. Licenziò la carrozza e rimase in mezzo alla via, mentre il trotto del cavallo echeggiava sempre più lontano, ad attendere che qualcuno rispondesse ai colpi ch'egli aveva picchiato col martello del portone.

Tutto fu vano. Il portone non si aprì. Una tortura impreveduta, quella di un'intera notte di ansia, di timore, di solitudine angosciosa, veniva ad aggiungersi alle molte che in quei due ultimi giorni avevano travagliato il povero cuore di Giuliano. Dove recarsi a quell'ora? Un orologio in lontananza aveva battuto le tre. Un silenzio profondo incombeva con solenne maestà su la città addormentata.

Farnese non pensava più a cercare Andrea. Probabilmente l'amico era in casa, s'era forse coricato per tempo a fine di potersi recare al primo treno mattutino in cerca di Giuliano alla stazione di Termini. Nessuno s'era destato nella casa. Dopo un ultimo tentativo lo scrittore decise d'attendere l'alba, di pazientare finchè il portone si aprisse e gli fosse possibile farsi udire da qualcuno.

Passeggiò lentamente per la breve via fiancheggiata da un lato da tisici alberelli prospicienti il fiume. Il suo passo batteva ritmico e pesante sul selciato.

Quell'incertezza su quanto era avvenuto nella sua famiglia lo straziava. Poichè nel dubbio è sempre la visione più fosca quella che si presenta ai nostri occhi. Giuliano era in preda alle più tristi previsioni intorno all'esito della malattia della sua creatura. Gli sembrava che l'alba non sarebbe mai giunta e che la sua angoscia avrebbe troppo a lungo durato. Dopo lo schianto formidabile che quel giorno e mezzo di viaggio aveva dato all'anima sua, lo scrittore si trovava senza forza e senza energia per quella rinnovata agonia.

Camminando, si trovò in piazza del Popolo. Mille squilli di piccoli campanelli giungevano dalla via di Ripetta. Giuliano si soffermò. Nell'ombra della via, rotta fiocamente da qualche raro e lontano lampione, una folla bianca si muoveva. Lentamente, questa s'avanzò, si precisò: mandre intere di pecore provenienti da porta Cavalleggeri si avviavano a nuovi pascoli lontani. Un primo gruppo entrò nella piazza, parve disgregarsi, si serrò nuovamente. Le piccole e mansuete viaggiatrici procedevano serrandosi le une alle altre, quasi per sorreggersi, quasi per incitarsi o per trascinarsi a vicenda. Qualche capretto irrequieto saltellava ai lati del bianco e sonoro drappello. Ogni tanto, fra quella folla, un buttero avvolto nel nero mantello passava su un vigoroso cavallo maremmano, governando con la verga quel gregge, aizzando i cani in difesa o a tutela dell'ordine. Poi i bianchi drappelli ricominciavano. Tutte quelle nomadi esistenze ispiravano una pietà infinita. Ciecamente, esse procedevano, forse verso la morte. E tutta quell'armonia di campanelli mossi nella marcia sembrava un funebre accompagno in quella notte profonda; e i belati di tutto quel gregge sembravano gemiti. Quella folla lanosa riempiva oramai quasi tutta la piazza e i movimenti suoi la facevan sembrare come un mare convulso per la vicenda continua delle onde spumanti.

Giuliano si trovava quasi rasente a quei bianchi drappelli. A un tratto ei sentì un colpo su i suoi piedi, chinò gli occhi: una capra s'era abbattuta a terra, morta. Le altre, indifferenti, continuarono la loro marcia. Solo un capretto accorse belando, si curvò su la caduta, la carezzò con la lingua. Giuliano rimase qualche secondo con quel peso di morte su i suoi piedi, sentendo il ribrezzo correr la sua pelle in un brivido e pur non avendo la forza di togliere alla caduta quell'ultimo sostegno. Un buttero accorse. Afferrò per le quattro gambe la capra morta ai piedi di Farnese, la gettò su un carro che seguiva, portando donne, fanciulli e vecchi pastori. Il capretto seguì il carro, belando forte, guardando talvolta il buttero con occhi d'invocazione.

Finalmente la piazza si vuotò. Dalla porta del Popolo giungeva sempre più lontana l'eco di una canzone intuonata da un pastore e della quale i butteri cantavano a coro con le loro virili voci spiegate il ritornello dolente. Giuliano, afflitto ancóra da quelli spettacoli e da quegli echi di malinconia si affrettò per la breve salita del ponte Margherita, si trovò sul fiume.

L'alba non era ancóra giunta e già la notte non era più intera. Giuliano, cui la morte della capra aveva dato un brivido, quasi fosse il simbolo di un'altra fine, il richiamo ultimo di una creatura diletta, rimase sul ponte, innanzi al panorama solenne di Roma, ad attendere il giorno.

Già nel cielo striato d'onde lunari e di misteri, le ultime nuvole scomparivano cedendo il loro breve dominio all'albore grigio e freddo. Un alito sottilissimo di vento fremeva, dando brividi e susurrii alle verdi foglie degli alberi fiancheggianti i lungotevere e la Passeggiata di Ripetta. Le nebbie basse che indugiavano su le gialle acque sonnolenti del fiume si diradavano, quanto più la luce si avanzava, come pallide lame d'acciaio su l'orizzonte, quanto più si accendeva il nuovo chiarore, ancóra grigio, albale, non ancóra tale da riscaldare la nuova vita delle cose, ma così freddo invece che sembrava avrebbe dovuto gelare gli ultimi sonni, incalzare con gelide spade gli ultimi drappelli di sogni, di quei sogni che, figli delle stelle, con esse impallidiscono e scompaiono.

E, ad un tratto, in vicinanza, nel silenzio ancóra profondo dell'alba, un campanile sparpagliò i lenti rintocchi argentini delle sue campane. Altri, più lontani, risposero come ad un mistico appello musicale ed il canto di quelle campane giunse grigio, come fosse ovattato. Altri campanili più lontani ancóra sgranarono nell'aria albale una fievole sinfonia d'armonie d'argento. Il canto delle campane si rafforzò, si attrasse, si fuse, squillò come un inno al dì sopravveniente. Poi di nuovo quelle voci d'argento si disgregarono, diminuirono, s'affievolirono. Le armonie più lontane divennero fievoli e pallide, quasi fossero echi delle più vicine. E mentre l'ultimo campanile batteva a rintocchi le ultime note, un orologio suonò le ore, lentamente, a grandi pause, durante le quali il suono si propagava nelle lontananze.

A quella danza di note argentine, che a volte era divenuta sottile e delicata, come un ricamo che si disegnasse nell'aria trasparente, Giuliano Farnese rimase estatico, dimenticando ogni dolorosa preoccupazione del suo cuore o della sua conscienza, come sempre gli accadeva in presenza d'uno spettacolo di bellezza.

I rosei riflessi si diffondevano all'orizzonte. Si sgranavano nel cielo, sempre più dolci e maliose, come sublime armonia ai merletti musicali dei campanili salutanti l'alba, le melodie sottili della sinfonia in rosa maggiore che l'aurora canta. Qualche cupola, lasciando vedere il cielo dai finestroni contrapposti, prendeva l'apparenza leggera e squisita di una trina enorme. Qualche riflesso s'accendeva nel fiume, qualche voce lontana sorgeva. E la luce, intanto, avanzava sempre più a lame più fitte, più rapide, più taglienti, insinuandosi nel cielo, sgombro fin delle ultime nubecole lievi come fiocchi di bambagia, e già disposto, tra le rose e gli ori dell'aurora serena, al connubio solenne col nuovo giorno.

A quello spettacolo di serenità e di vita una speranza fiorì nel cuore di Farnese. In quel momento, dall'alto del ponte, vide il portone di Andrea di Vele spalancarsi. Allora, senza indugio, tornando alla vita dopo l'agonia di quella notte di profondo dolore, scese a precipizio verso la casa.