III.

Il giorno dopo, verso il tramonto, Giuliano Farnese, che invano fino a quell'ora aveva atteso in casa di Andrea di Vele notizie di Loredano o dell'amico suo, saliva al Pincio a piedi, desideroso di un po' d'aria e di un po' di luce libera. Era una giornata plumbea, melanconica. Gli alberi gialli di foglie secche stormivano lugubremente ad un sospiro di vento. Sembrava che si iniziasse da quel giorno il triste periodo del giallo autunno e dello inverno grigio, che solo qualche ora di sole, durante l'estate di San Martino, avrebbe interrotto, con un'oasi di azzurro, di tepore e di rifiorimento autunnale. Il grande giardino era quasi deserto. Qualche carrozza chiusa di prelato passava ad un trotto lento e cadenzato, monotonamente. Giuliano s'internò pei viali dietro la fontana di Mosè, dirigendosi verso la vasca dove i bianchi cigni nuotano per raccogliere le briciole di pane che i fanciulli loro amici sottraggono generosamente alla propria merenda, dopo che son sazii.

Qualche cosa di grave doveva avvenire. La sera innanzi egli aveva veduto Loredano, venuto ad incontrarlo in casa di Andrea di Vele. L'incontro era stato affettuoso e commosso. S'era convenuto fra i tre che nella mattinata susseguente Loredano avrebbe abilmente parlato a Beatrice e che del risultato di quel colloquio avrebbe prevenuto Giuliano nelle prime ore del pomeriggio. Nessuna notizia, invece, era giunta fino a quell'ora.

Giuliano disperava; la riuscita di quell'accordo gli sembrava sempre più impossibile. Se Loredano non aveva dato notizie, questo silenzio significava che nulla di lieto era stato ottenuto, che Beatrice s'era senz'altro ribellata all'idea del suo ritorno. In quell'ora egli vedeva tutto fosco. Si ripetette per consolarsi che il paesaggio è uno stato d'anima e spiegò il suo ottimismo sorridente del mattino avanti con quello sfarzo di sole e di azzurro ch'era nell'aria; giustificò il suo nero pessimismo del momento con quel cielo plumbeo, quello stridore di foglie secche, quella solitudine e quello squallore.

Si trovò innanzi alla fontana dell'orologio. Una folla di fanciulli si pigiava intorno alla ringhiera, gettando nell'acqua le briciole di pane. I cigni scivolavano tacitamente su le acque verdognole, vi tuffavano il lungo collo arcuato per afferrare il cibo che vi discendeva. Qua e là correva silenzioso il candido drappello, dove più lauta era la caduta di briciole. Qualche cigno, filosoficamente, invece di lanciarsi alla mensa comune, rimaneva a gustare quella lasciata deserta dai suoi compagni e che per lui era più che abbondante. Così, continuo era il calmo movimento dei cigni in quell'acqua lievemente ondulata dal loro fianco, quell'acqua che scivolava senza rumore lungo le loro morbide piume. Sotto il riflesso grigio del cielo, quella breve superficie di acque sembrava uno specchio che tremasse. A momenti un cigno mandava un lamento, lungo, implorante, desolato. E nulla era più lugubre di quel grido quasi di morte in quel mesto paesaggio, in cui all'agonia del giorno s'aggiungeva l'agonìa della stagione e delle cose.

Ad un tratto, volgendosi, Giuliano ebbe un'emozione violenta. Fra la folla di piccoli spettatori, egli aveva riconosciuto i capelli castani inanellati e gli occhi azzurri cupi del piccolo Luca. Il suo cuore paterno durante qualche secondo soffocò la voce della sua prudenza; ed ei rimase intento a guardare suo figlio che, sorridendo beato, staccava delle briciole da un pezzo di pane, le arrotondava coi polpastrelli delle dita e le gettava ai cigni che lo guardavano fissi, quasi sollecitando la sua generosità. Ma poi Giuliano temette di esser veduto dal piccino, si allontanò a passo rapido verso l'uscita del Pincio. Se Luca l'avesse veduto tutto era perduto, bisognava giungere alle circostanze estreme, all'ultimo tentativo. Egli temeva troppo che il destino affrettasse così l'opera degli uomini e, allontanandosi, sentiva il leggero brivido di chi paventa da un momento all'altro d'essere afferrato, e pure teme di volgersi, sicuro com'è di essere inseguito.

Il cuore gli mancò, quando si sentì afferrare le gambe e udì una vocina gridare:

— Papà, papà mio...

Si volse. Il piccolo Luca fu sollevato fra le braccia del padre, il quale vide una donna diretta correndo verso di loro.

— Papà, papà mio, quando sei tornato, quando? — dimandava il piccino. — Come sono contento, papà, papà mio bello....

Giuliano si stringeva il figlio fra le braccia, lo ricopriva di baci. Ah, egli non baciava solamente il piccolo Luca in quel momento! Sui suoi occhi, su le sue guancie, su la sua fronte egli baciava Anna Maria, egli baciava Beatrice, baciava l'amore, la bontà, la fedeltà, tutti i suoi cari insieme sul volto di un solo, baciava il suo passato, forse il suo avvenire.... La commozione vibrante inumidiva di lacrime le sue pupille e a stento rispondeva al piccino che lo interrogava:

— Sì, sì, creatura mia, son tornato poche ore fa.... Ho avuto subito da fare, sarei venuto a casa fra poco. Come sta la mamma? Come sta Anna Maria? E dimmi, come mi hai veduto, come mi hai veduto?

— Ti ho veduto, rispondeva il piccino, quando ti sei allontanato dai cigni. Oh, papà mio, come ho corso, come ho corso... Io ti chiamavo.... ma tu andavi sempre più lesto... E Miss che non ti aveva riconosciuto e gridava e mi rincorreva.... Povera Miss!

Miss Margaret, che era adesso con loro, sorrise. Giuliano pose a terra Luca, lo prese per mano, s'avviarono.

— Come sta la mamma, dimmi, dimmi.... E Anna Maria?

Luca rispondeva serio serio, tutto compreso della gravità della sua funzione di informatore che, gli si richiedeva dal suo papà in quel momento:

— La mamma sta bene.... Anna Maria invece sta un po' peggio di ieri... Ieri è stata tanto benino.... Oggi invece ho veduto venire il dottore tre volte.... A me non dicono niente.... La mamma mi ha voluto far uscire, perchè dice che in casa facevo troppo rumore e che Anna Maria doveva esser lasciata tranquilla.... Se vedessi, povera sorellina, com'è dimagrita!... È tanto triste, sai, papà, e non gioca nemmeno più con me e quando mi avvicino al suo letto coi giocattoli, mi sorride e mi fa cenno di no, con la mano....

— Che cosa dici, che cosa dici? mormorava il padre, angosciosamente. Poi, volgendosi a miss Margaret: — È vero che Anna Maria è così peggiorata?

— Sì, rispose l'istitutrice, sta un poco peggio di ieri; ma pare che non sia nulla di molto grave, il dottore ne risponde.

La flemma inglese di miss Margaret urtò Giuliano. L'intima angoscia si espandeva in gesti affettuosi per quel piccino che gli camminava a lato:

— E tu, e tu, mio piccolo uomo, come stai? Sei contento di riavere con te il tuo papà? Dimmi, ripetimelo, piccino mio!

E si chinava a baciarlo e gli passava, teneramente, la mano nei capelli.

Erano giunti all'uscita del Pincio. Giuliano dimandò arrestandosi:

— Dove andate?

Ma, quando gli fu risposto che tornavano a casa e quando Luca supplichevole gli ebbe dimandato di tornare con lui, Farnese non seppe più reggere. Come lasciare, del resto, il piccino? Come occultarsi più, ora che suo figlio, appena tornato a casa, avrebbe narrato l'incontro col padre? E come resistere all'ansia di rivedere Anna Maria, poichè sapeva le condizioni della sua salute aggravate? Il piccolo Luca intanto, ignaro infantilmente di quanto avveniva, narrava al padre i suoi nuovi giochi, descriveva i suoi balocchi, si faceva spiegare le cose che vedeva. Un uomo passò vicino a loro vendendo certi ritratti del re in uniforme, delle oleografie qualunque. Il piccino dimandò:

— Di', papà, è un generale?

— Sì, piccino mio, è un generale, è il re.

— Papà, diventerò re anche io?

— Oh, piccino mio, contentati di diventar generale!

Ecco, ecco che la vita d'un tempo lo riprendeva! Come aveva amato in altri tempi quelle ingenue domande, le osservazioni spontanee del suo figliuoletto, come s'era interessato allo sviluppo continuo di un'intelligenza e di una conscienza in quel bimbo alto un metro!

— Papà, mi conduci in carrozza? È tanto tempo che non ci vado..... Voglio che tutti mi vedano col mio papà....

Il piccino implorava dolcemente, teneramente. Giuliano aderì al suo desiderio, anche per giungere a casa sua cinque minuti più presto; e tale era l'ansia che lo signoreggiava che questo piccolo vantaggio di tempo gli sembrava grandissimo... E non fu pago, se non quando vide, allo svolto di una via, brillare fra gli alberi gialli le finestre illuminate della sua villetta.

Passarono di nuovo pel giardino, com'egli aveva fatto il giorno innanzi, seguendo Beatrice. Le foglie secche gemettero ancòra sotto i loro passi. Ad un soffio di vento, altre se ne staccarono dagli alberi, pianamente si librarono nell'aria, caddero innanzi a loro, o sopra loro. Titubante, commosso, sentendo di vivere un grande momento della sua vita che solo il destino, l'oscuro ed incomprensibile destino aveva preparato, Giuliano tirò il campanello; la porta si aprì.

Il piccolo Luca lo guidò su per le scale. Giuliano saliva lentamente: le sue gambe tremavano, il cuore gli balzava forte nel petto quasi volesse uscirne; era così agitato, così commosso che non avrebbe in quel momento potuto articolare una sillaba sola.

Nell'appartamento Luca lo lasciò, corse innanzi per le stanze, gridando:

— Mamma, mamma...

Giuliano lo vide entrar di corsa nella stanza di Anna Maria, udì la sua voce infantile esclamare:

— Mamma, mamma, guarda chi c'è, guarda..

Correndo, il bimbo tornò su i suoi passi, prese il padre per la mano, lo condusse seco. Giuliano non si sentiva più alcuna forza di resistenza. Era così innocente e nobile quello strumento di cui si serviva il destino che Giuliano si abbandonava, sicuro che non avrebbe mai potuto venirgliene del male! Guidato così dal piccino, varcò la soglia della stanza di Anna Maria. Si soffermò. Sua moglie, che attirata dal grido di Luca si faceva su la porta per vedere quale persona tanto inattesa fosse venuta, diede un passo indietro, si lasciò sfuggire un piccolo grido. Entrambi rimasero immobili qualche secondo. Anna Maria dal suo lettino esclamava, battendo le manine febbricitanti:

— Oh, il papà, il papà è tornato!..

La voce della piccola inferma li richiamò. Qual si fossero i loro reciproci sentimenti, innanzi ai piccini bisognava mentire. Questo pensiero dovette palpitare nel cervello di entrambi, poichè nel tempo stesso mossero un passo l'un verso l'altra. I loro volti si avvicinarono. Le labbra accennarono il rumore di un bacio, ma non baciarono. La commedia li riprendeva. Beatrice tacque, Giuliano non ebbe la forza di sostenere il suo sguardo che sembrava dimandargli come avesse osato di tornare. Egli guardò il piccolo Luca, accennò a lui con la mano per spiegare la sua presenza....

Sua moglie era innanzi a lui! Ecco dunque che il destino aveva procurato quanto gli uomini non avrebbero voluto fargli tentare. La sua salvezza era forse stata nel destino. Giuliano si sentiva in quel momento sotto l'influsso del mistero e ne risentiva un'impressione di timore e d'inquietudine.

Vide Anna Maria, che dal letto gli tendeva le piccole braccia dimagrite. Egli corse a quel dolce rifugio. Presso l'inferma si sarebbe sentito più forte e Beatrice avrebbe forse intuito tutte le sue angoscie.

— Mia piccola bimba, mia cara creatura, come stai, come stai?.... Dove senti dolore? mormorava trepidamente.

Sentì il bisogno di piangere. Ma non volle sembrar debole, trattenne quelle lacrime che la stoltezza dei luoghi comuni condanna come una debolezza da donnicciuole. Nascose il volto fra i cuscini, mentre con le braccia teneva stretto il corpo della sua Anna Maria. Il pianto saliva, saliva.... Lo avrebbe vinto, se egli non avesse pensato che le lacrime su quel capezzale d'inferma sarebbero sembrate un triste augurio. E poi, perchè piangere? Non ritornava egli alla vita di prima, a tutto ciò ch'egli amava? La sua volontà trionfò.

Sollevò il volto dai cuscini, guardò Beatrice che lo fissava, ancòra colpita dall'inattesa presenza di lui. E sorrise.