VI.

La tavola era imbandita con molta copia di fiori sparsi su la tovaglia e nei vasi. Quella sera Beatrice e Anna Maria, completamente ristabilite, lasciavano il loro pasto misurato di convalescenti, tornavano per la prima volta a pranzare con tutta la famiglia. A quell'intimo pranzo che per lui segnava il completo ritorno alla vita d'un tempo, Giuliano aveva voluto che assistesse, oltre Loredano, anche Andrea di Vele che tanto interessamento aveva preso per lui, per Beatrice, per tutti loro in quella triste e lacerante crisi della loro vita comune.

Mentre la conversazione s'intrecciava con brillanti scintillii di paradossi, di aforismi e di ironie fra Loredano e Andrea di Vele, Farnese assaporava tutta la delizia raccolta di quell'ora che non era come le altre fugace, poichè era qualche cosa più di un semplice episodio, era la rappresentazione della sua felicità riconquistata, del suo nuovo destino. La sua anima oramai non oscillava più fra le inquietudini avverse della speranza e del dubbio. Un dolce convincimento che la vita fosse buona e bella governava i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e tutto gli sembrava animato come da una primavera novella, come da un gioioso rifiorimento di tutti i migliori suoi sogni.

Più volte in quelli ultimi giorni, il ricordo di un'immortale terzina, gli era venuto al pensiero. Anch'egli nel mezzo del cammino della vita s'era inoltrato per una selva oscura, paurosa, senza uscita; anch'egli, trascinato da un miraggio dorato aveva smarrita la diritta via. Ma poi, perchè la vita era buona, perchè egli aveva troppo sofferto per non aver diritto al ritorno di un po' di sole e di un po' di gioia, e perchè infine molto deve esser perdonato a coloro che hanno molto amato, per un prodigio la fitta selva oscura s'era diradata e s'era illuminata di sole; facilmente, guidato da una mano ignota ma fraterna, egli aveva trovato l'uscita e s'era di nuovo incamminato per la diritta via della sua vita, dove il sole splendeva in fiumi d'oro, dove le rose fiorivano sotto la primaverile serenità degli eccelsi.

— Oh il bene cancella tutto il male! esclamò Loredano a proposito di un piccolo scandalo mondano che in quei giorni faceva il giro dei salotti romani, assumendo sempre nuovi aspetti e proporzioni sempre maggiori.

Giuliano non afferrò che quella frase isolata, e gli parve che Leonardo avesse indovinato il suo pensiero, avesse definito e precisato in quelle poche parole quanto la sua anima sentiva confusamente. Sì, il bene cancellava per lui tutto il male! Quella felicità dell'ora presente sapeva allontanare ogni ricordo delle angoscie passate. Egli aveva fatto il male e ne aveva scontato il fio. Ma poi tutto era tornato soave e sereno. Ed era giusto: poichè il bene cancella tutto il male, egli non avrebbe dovuto soffrire per sempre i tristi ed amari frutti del male che aveva seminato, inconsapevolmente, negli stessi giardini della sua vita, quasi le illusioni lo avessero bendato con rose intrecciate, quasi il miraggio lontano avesse fatto scomparire ai suoi occhi tutto l'orizzonte prossimo ed estremo in una fitta nebbia d'oro.

Col cuore in festa e con l'animo sereno, egli si gettò nella conversazione, quando un nuovo argomento proposto da una frase di Andrea di Vele lo attrasse e lo afferrò. Era già intento a far scintillare le sfaccettature dei suoi paradossi geniali, quando il viso glabro del domestico si chinò quasi a rasentare il suo. L'uomo gli mormorò qualche parola all'orecchio.

— Non avete detto che non ricevo? dimandò Farnese un po' annoiato per essere stato interrotto.

— La signora non ha voluto andarsene. Ha detto che avrebbe atteso, ma che doveva vederlo d'urgenza.

— Non vi ha dato il suo nome? chiese Beatrice.

Il domestico negò. Loredano insistette:

— È bella? è giovane?

— Mi sembra, rispose il domestico. Ma è coperta da un velo nero molto fitto.

— E dove l'avete lasciata? dimandò Giuliano.

— Nel primo salotto. Mi è parsa molto agitata. La signora non voleva che l'annunziassi finchè non avessero finito di pranzare. Ma io ho creduto più opportuno di prevenirli subito.

— Avete fatto bene, disse Beatrice, poi aggiunse rivolta al marito: — È meglio che tu la veda e te ne liberi sùbito.

Il domestico uscì. Giuliano, alzandosi con un gesto di fastidio, si avviò:

— Gl'importuni vengono a tutte le ore, mormorò.

— Specialmente a quelle in cui quella loro qualità può meglio emergere, aggiunse Andrea di Vele.

Non appena Giuliano ebbe varcato la soglia della sala da pranzo, anche Beatrice si levò e disse ai due uomini con un sorriso delizioso:

— Perdonatemi, ma voglio vedere anch'io chi è questa donna. Mi compatirete, ma dopo quel che è avvenuto ho paura di tutto e faccio un poco la spia.

Quasi di corsa uscì, si diresse nel salotto precedente il gabinetto da lavoro del marito. Loredano e Andrea di Vele, le gridarono:

— Sarà un'attrice a spasso!

— O una signora decaduta!

— Non correte..... Non v'è da allarmarsi.....

E sorrisero e risero di quelle apprensioni di donna innamorata e gelosa.

Intanto Giuliano era giunto nel suo gabinetto. S'era inchinato entrando, senza guardare la visitatrice inopportuna. Ma, rialzando lo sguardo, l'aveva riconosciuta e d'un balzo s'era slanciato verso di lei, l'aveva afferrata per un polso, mormorando con voce strozzata dall'emozione:

— Claudina! tu?

— Io proprio, ella rispose fissandolo, disciogliendo il suo polso dalla stretta. Non sono forse nel mio diritto?

Trascinato nel vortice della sua nuova tempestosa crisi di cuore e di conscienza, Giuliano aveva completamente dimenticato, durante quei quindici giorni, ogni suo dovere verso Claudina. Dopo il biglietto lasciatole a Saint-Moritz al bureau dell'albergo, egli non le aveva fatto più pervenire alcuna notizia.

— Sì, non sono forse nel mio diritto? ella riprese dopo una pausa in cui non si sentì che l'affanno dei loro due respiri. Tu mi hai abbandonata come si abbandona un oggetto di niun valore e del quale non si ha più bisogno. In una angoscia suprema ho atteso per giornate intiere il tuo ritorno, un tuo telegramma, una tua lettera, una tua notizia qualsiasi. Io non vengo qui per dirti quanto abbia sofferto, come abbia scontato con lacrime roventi le gioie che un tempo godetti con te. Sono venuta per udire dalla tua voce quel che tu decidi e quel che tu hai fatto.....

Le labbra di Claudina tremavano. Ell'era pallida e disfatta ed il suo volto appariva come invecchiato, sotto il fitto velo rialzato su la fronte come una benda di lutto. I suoi occhi luccicavano di lacrime e le guancie ne eran solcate. Giuliano si sentì preso da una profonda pietà per quella creatura ch'egli aveva amato e dalla quale era stato tanto amato, per quella povera creatura umana su cui il dolore per il suo abbandono doveva essersi scatenato con una furia feroce. Egli fissava gli occhi di lei incerti, febbrili, dove a volte guizzava un bagliore, che sembrava di follìa.

— Voglio sapere da te, da te solo, ripetè Claudina con la sua voce fremente, quel che tu decidi e quel che tu hai fatto... Rispondimi francamente... Non è una scena da romanzo d'appendice ch'io vengo a farti.... Voglio solamente una confessione leale e una decisione precisa....

Un lieve movimento della portiera di velluto fece volgere Giuliano al momento che stava per pronunziare una risposta di pietose menzogne e di difficili inganni. La portiera si mosse un'altra volta, il rilievo di un corpo umano vi si accennò. Evidentemente, indovinò Giuliano, apprensiva e gelosa Beatrice lo aveva seguito, spiava ed origliava dietro la portiera. Egli temette di ferire con le sue parole l'amata, temette di correre il rischio di perdere anche per un'ora ciò che aveva riconquistato con l'intensità del suo dolore e la profondità sincera del suo pentimento. Disperatamente, dimenticando quel che Claudina era stata per lui, egli parlò: parlò non per la donna cui le sue parole s'indirizzavano e che ad ognuna impallidiva sempre più e vacillava reggendosi ai mobili; ma parlò per colei che ascoltava dietro la portiera, per colei che doveva trarre da quelle sue parole l'ultima prova di sincerità e di pentimento, per colei che doveva considerarle come un sigillo di sangue posto sul passato doloroso e colpevole.

— Io ho fatto, egli disse, ciò che il mio dovere mi imponeva. Se sono stato pazzo e colpevole, ora son saggio e pentito. La follìa di un minuto, di un'ora, non poteva, non doveva avere per conseguenza la rovina della mia famiglia, il dolore di tutti i miei. La grave malattia della mia bambina mi ha richiamato al mio dovere di padre e di marito. Io ho trovato un'anima generosa e nobile che ha saputo perdonare ed indulgere perchè sapeva il mio pentimento sincero ed i miei nuovi propositi fermi e virili, un'anima eletta che ha saputo perdonarmi senza un richiamo, senza un rimprovero per tutto il male ch'io avevo osato contro di lei. Ecco quel che io ho fatto, ecco quello ch'io dovevo fare!

Claudina aveva chiuso gli occhi. Aveva l'apparenza macabra d'un cadavere che si reggesse ad un mobile per un'ultima energia dei nervi. Sempre in quell'attitudine d'infinito dolore, ella parlò:

— Ti ricordi quello ch'io ti dissi, un giorno, in questa medesima stanza? Per te il mio amore è stato un gioco, un capriccio, un triste episodio della tua vita ritornata adesso felice. Per me invece è stato tutto: la vita ed il sogno.... Ed io ho tutto perduto! Io non ti faccio un solo rimprovero, ti amo troppo ancóra per desiderarti del male. Saprò scomparire dalla tua vita e dal tuo destino, per sempre. Mi sembra che tutto sia tenebra nell'avvenire... Oh che gelo e che orrore!

Ebbe un brivido, quasi vedesse la tenebra fosca che evocava, quasi ne sentisse il gelido abbraccio. Attese forse una parola di Giuliano? A un tratto ella si mosse, si avviò verso la porta. Farnese la seguì dolente e commosso, ma tranquillo per l'esito che l'incontro temuto aveva raggiunto. Quando Claudina stava varcando la soglia, Giuliano vide luccicare nella mano di lei un piccolo oggetto di argento e, slanciandosi, fece appena in tempo a prendere fra le braccia la sua povera amante che si rovesciava indietro, senza un grido.