VIII.

Il tempo passò. Dopo una pace ch'essi sentivano di breve durata, pace ottenuta con una riconciliazione ch'era stata affrettata dai loro più umili istinti, il soggiorno di Venezia era divenuto insopportabile agli amanti. Era stato questione tra loro di una breve permanenza a Siena. Ma Giuliano aveva temuto un nuovo assalto doloroso da parte delle sue più soavi e pure memorie. E proprio in quei giorni gli era pervenuta una lettera in cui Loredano si mostrava minutamente informato della loro vita veneziana. Evidentemente essi erano spiati. Non era prudente, dunque, rimanere in Italia, dove troppi occhi li conoscevano. Era meglio recarsi altrove, lontano. Giuliano stimava così d'essere utilmente prudente. Quando ei fosse stato lontano, quando occhi che lo conoscevano non avessero più potuto spiare i suoi passi e i suoi sorrisi, meno probabilità si offrivano che giungessero a sua moglie notizie su quella sua povera vita che, in apparenza, sembrava così poco quella di un uomo pentito, che soffre e che ama.

In quanto a Claudina oramai ell'era vinta e avvilita. Ardentemente appassionata ancòra per Giuliano, sentiva bene com'ella non avesse più su quell'uomo alcun dominio, se non quello fuggevole e non troppo nobile dei sensi. Nè quel dominio era sicuro ed intero. Comunque, poi, non era quello cui l'attrice aspirava. Oh, come era lontano e diverso dal suo bel sogno sfogliato, dal luminoso miraggio della sua vita e della sua arte oramai per sempre dileguato! Innamorata, ella non sapeva rinunziare a Farnese. Pur sentendosi avvilita da quelle carezze e da quei baci, che a volte le sembravano freddi e pietosi come se fossero un'elemosina di clemenza e di pietà, ella s'avviticchiava all'amante: e tutto il suo mondo era ancòra per lei negli occhi di lui; e tutto il sogno era su la sua fronte; e il suo più soave asilo era per la povera innamorata quell'instabile cuore di uomo. E nelle lunghe notti insonni, ella era paga di poter posare il suo volto sul cuore di lui, quantunque sapesse che forse batteva per un'altra. Ma si sentiva contenta di quel tepore, di quel riflesso d'amore, sentiva batter quel cuore sotto la sua tempia e le bastava; e, chiudendo gli occhi, tentava di obliare che quel cuore non pulsava per lei, che non era più suo. Così ella aveva seguito Giuliano in tutte le sue irrequiete peregrinazioni, docilmente, supplice schiava che lo fissava negli occhi per ritrovarvi un richiamo anche pallido dell'amore d'un tempo...

Da Venezia erano andati nell'Engadina, e dall'Engadina a Aix-les-Bains; e poi a Lucerna, e su i laghi italiani ed infine a Saint-Moritz. Il vedere o il rivedere uomini e luoghi ignoti o poco noti distraeva gli amanti dalle loro preoccupazioni avversarie. Passavano, così, giornate intere in cui il paesaggio o l'arte costituivan la loro unica comunione di sentimenti. E quando, a sera tarda, rientrati all'albergo, dopo una cena frettolosa durante la quale riepilogavano le impressioni della giornata, gli amanti rientravano nelle loro camere, erano già troppo stanchi per cominciar querele e dibattiti. Solamente qualche bacio era scambiato fra i due, mentre intrecciavano le loro carezze, senza parole.

Ma il dissidio si riapriva talvolta, quando Claudina voleva costringere lo scrittore a lavorare intorno alla futura commedia su la quale essi avevano un dì raccolti tutti i loro sogni di gloria. Il miraggio, benchè più pallido e più lontano, ritornava qualche volta ad attrarre, ingannevole e fuggevole, la grande attrice. Ma l'amante non si prestava più a quella illusione. E con parole dure e indifferenti rompeva l'incantesimo, senza pensare che una pietosa menzogna avrebbe offerto ancòra a Claudina qualche soave sorriso. Ma egli soffriva troppo, sentiva il suo ingegno troppo vincolato e diminuito sotto il peso di tutti i suoi dolori e nessun ideale d'arte e di poesia sapeva più illuminare ed accendere l'anima sua.

Più violento si riapriva il dissidio quando da Roma giungeva a Farnese qualche lettera, qualche richiamo. Durante la sua assenza, uno dei suoi più intimi amici, quello forse che aveva più comunione con il suo cuore e il suo pensiero, Andrea di Vele, lo aveva tenuto informato con lettere frequenti e minute su la vita di Beatrice e dei figli suoi. Le lettere di Loredano non eran per Farnese quello che avevan saputo essere le lettere dell'amico suo. Quantunque Loredano lo amasse come il più fedele e fervente amico, pure egli era sempre fratello di Beatrice; e, se un po' di partigianeria non poteva essere esclusa dalle sue parole, questa era naturalmente rivolta verso la sorella. Per questo eran frequenti nelle sue lettere i rimproveri, i dubbii, le inquietudini, i consigli troppo facili a chi li dà e troppo difficili a chi li riceve. Andrea di Vele era invece un cronista fedele e imparziale. Avendo continuato a frequentar la casa di Beatrice, era in grado di dare al lontano tutti i ragguagli possibili. E per Farnese quelle lettere erano un riflesso di quella vita, una comunione indiretta. E quando quel riflesso era troppo vivo, quella comunione troppo perfetta, Giuliano sentiva un tumulto scatenarsi nell'anima sua, poichè il nero drappello dei suoi tristi dolori ritornava lugubremente. Claudina si risentiva allora di quelle amare tristezze. La disputa fra gli amanti cominciava. E, minaccioso, il dissidio tornava ad aprirsi.

E ad ognuna di quelle nuove lotte, che giungevano bruscamente, tanto più acri e crudeli quanto più i giorni precedenti eran stati calmi e affettuosi, gli amanti sentivano chiaramente che quella vita non avrebbe, così, potuto ancòra durare per lungo tempo.

Più presto di quanto essi avessero sospettato, le circostanze la troncarono decisivamente. Una lettera di Andrea di Vele era stata la scintilla che aveva propagata la fiamma. L'amico scriveva che la piccola Anna Maria era da più giorni inferma e che Beatrice era tutta in ansia per la salute della sua creatura. La lettera voleva essere rassicurante, ma, tra le righe, Giuliano aveva ben compreso tutto quel che Andrea aveva voluto celargli.

Ah, correre, correre a Roma al cappezzale di quella sua bimba, ch'egli prediligeva con un affetto quasi esagerato! Ma no, ma no, egli era inchiodato lì, presso quella straniera; e quella casa lontana dove la piccina soffriva, quella casa sua gli era chiusa oramai. Un'ira folle lo invase. Perchè il destino aveva portato tanto dolore sul cammino della sua esistenza? Perchè aveva sparso tante spine, sotto un'ingannevole coltre di foglie rosee, su per quella salita della sua vita, per quell'ultimo tratto che lo separava ancòra dall'altro versante? E tutta la sua sofferenza proruppe in parole inconsulte e brutali, quando Claudina ignara biasimò il suo umor tetro e lo rimproverò per le sue risposte tediate.

— Va, va, egli le gridò, lasciami solo..... Tu mi hai fatto tanto male dal giorno in cui ci siamo incontrati..... Va, va, che cosa vuoi di più dal mio povero cuore?....

Dopo una scena violenta, Claudina uscì, discese nel giardino dell'albergo, sentendo bisogno d'aria, di silenzio e di pace: si gettò in una carrozza, fece partire il cavallo ad una corsa sfrenata. L'anima di lei agonizzava. E così potente era il suo dolore che, quando la carrozza per una voltata un po' brusca o per un capriccio del cavallo minacciava di ribaltare in quella corsa veemente, ella quasi bramava di spezzarsi la fronte contro una di quelle pietre aguzze e taglienti che fiancheggiavan la via.

La bufera con pari furia s'era scatenata nell'anima dello scrittore. Dalla finestra, aveva veduto allontanarsi Claudina quasi con sollievo. Rimasto solo, ei si proponeva di trovare un po' di calma, perchè potesse riflettere su l'avvenuto, deliberare saggiamente e posatamente che cosa gli convenisse di fare, in qual modo e con quale intenzione egli dovesse agire in quel momento della sua vita che forse era decisivo e che gli appariva come un bivio fatale. Ma qualcuno picchiava alla porta. Giuliano gridò:

— Entrate! — e appena ebbe veduto avanzarsi il cameriere con in mano un vassoio esclamò convulso: — Un telegramma? Per me?

Il cameriere tese il vassoio e, dopo che Farnese v'ebbe preso il dispaccio, si inchinò, uscì. Lo scrittore rimase tremante, col dispaccio in mano, senza avere il coraggio d'aprirlo. Dopo la lettera d'Andrea di Vele, l'arrivo di quel telegramma faceva sorgere in lui un assai fosco presagio. Si fece forza, alfine, lacerò il foglio; lesse:

«Anna Maria piuttosto aggravata — Necessiterebbe tuo ritorno per ogni evenienza — Ti attenderò dopodomani stazione al primo treno mattutino — Non allarmarti però, non essendovi finora pericolo serio — Andrea di Vele».

Attonito, avendo inteso tutto il recondito significato di quel telegramma, si gettò su un orario, lo sfogliò: senza attendere il treno della mezzanotte, v'era un treno alle quattro che lo avrebbe fatto giungere a Roma una notte prima dell'altro. Chiamò i camerieri, i facchini, fece chiudere le valigie, le borse. Non mancavano che venti minuti all'ora del treno. Col cappello in testa, scrisse contro il vetro della finestra due righe a matita per Claudina su una carta da visita:


«Il telegramma che ti lascio mi chiama a Roma per la salute della mia creatura. Perdona al padre se fuggo così, perdutamente, senza nemmeno abbracciarti. Non mi sento più padrone di me stesso. Ti scriverò, ti telegraferò, cara Claudina.....»

Giuliano.


Consegnò il biglietto per Claudina al bureau, scese precipitosamente le scale, saltò in una carrozza, in preda ad una agitazione fremente. Non ebbe un sospiro di sollievo, se non quando si trovò nel suo scompartimento di prima classe nell'express, di cui già i conduttori serravano gli sportelli, toglievano i freni.

Quel viaggio di un'intiera giornata fu per lui un'agonia inenarrabile. Febbrilmente il suo pensiero correva a Roma, alla sua casa, dove forse Anna Maria moriva in quel momento. La funebre visione passava fosca nel suo pensiero. Per allontanarla egli pensava a Claudina: imaginava lo stupore della povera donna, il suo dolore immenso. Una convulsione frenetica agitava il suo cervello. Passavano stazioni, paesi, città, egli nulla vedeva. Quel treno direttissimo, lanciato alla velocità di sessanta chilometri all'ora, gli sembrava per la sua ansia e per la sua febbre lento e pesante come due bovi che traggan l'aratro nei solchi. Ogni breve fermata era per lui un nuovo spasimo. Quando i freni stridevano, una tenaglia torceva nel tempo stesso il suo cuore. Egli avrebbe voluto morire piuttosto che soffrire quella pena indicibile, lacerante. Forse la sua piccina agonizzava ed egli era prigioniero in quel funebre convoglio, che non era veloce, fulmineo come il suo terrore avrebbe voluto che fosse.

— Quale espiazione! Quale espiazione! si trovava a dire a voce alta, ogni tanto, sconsolatamente.

La sua fronte ardeva, il suo cervello pareva volesse spezzargli il cranio. Egli poggiava le mani sul suo capo, premeva con tutta la sua forza, triplicata dall'energia nervosa. A volte vedeva tutto rosso, temeva di diventar folle. Poi, momenti di dolore silenzioso e più cocente sopravvenivano. L'agonia si prolungava come un supplizio inumano al quale le sue povere forze di uomo non avrebbero potuto più a lungo resistere.

Provvidamente, verso Chiusi, quando la seconda sera del suo viaggio, della sua veglia e della sua febbre cominciava a discendere su le lussureggianti campagne toscane, la fatica e la stanchezza lo vinsero e lo prostrarono. Il sonno lo prese gravemente: sonno dapprima affannoso per lugubri fantasmi di lutto e che poi divenne più blando, più calmo, più riposante.

E dopo poco, il violento incendio divampato in tutto il suo essere era sedato, e Giuliano, disteso, dormiva placidamente, mentre dai finestrini s'insinuava un raggio di luna, che andava a illuminare, su le sue labbra bruciate dalla febbre, un placido ed ignaro sorriso di bimbo.