VIII.

Ritornavano dal cimitero delle Porte Sante, mentre il tramonto s'approssimava, distendendo nel cielo veli più accesi tra un pulviscolo d'oro più vivo e più denso. Farnese s'appoggiava al braccio di Loredano e nessuno dei due aveva fino a quel momento saputo rompere il silenzio. Infine Loredano disse serrando il braccio del cognato:

— Vuoi che camminiamo ancóra? Il tramonto è bello, l'aria è dolce, Firenze è soave. E noi abbiamo bisogno di aria libera e di un po' di bellezza dopo le emozioni di questi giorni e di oggi.

Farnese non rispose. Loredano lo fissò, spiando nei suoi occhi l'intime tristezze, poichè vedeva disegnarsi sul volto di lui le orme d'un tumulto sentimentale dei più violenti.

— Tu sei triste, disse allora Leonardo. La morte di Claudina è stato per te un grande colpo, lo comprendo; ma tu non devi preoccuparti così, non puoi ritenerti responsabile di quanto è avvenuto. La forza delle cose ha voluto che avvenisse quanto nè la tua onestà nè la tua bontà avrebbero potuto scongiurare. Col destino non si lotta, lo si subisce. Non lo si spezza, ma si può essere spezzati. È una lotta inuguale, pari a quella che avresti con un nemico che ti assale nell'ombra e di cui tu non puoi scorgere nè l'atto, nè l'arma. Non ti puoi attribuire quindi una colpa che non hai.

— Una colpa che non ho! esclamò Farnese. Oh fossero giuste e fossero vere queste tue parole. Ma non è così, non è così.... Da quella sera in cui Claudina è caduta moribonda tra le mie braccia tutto mi appare sotto una nuova luce e sotto un nuovo aspetto. E mi domando: perchè Claudina si è uccisa? Ella si è uccisa perchè mi amava, perchè le ho fatto credere in un momento di follìa che avrei saputo amarla per sempre d'un amore profondo e veemente... Il capriccio solo mi dettava le parole dell'amore, di quell'amore che per me era altrove, tanto presso a me che io non lo vedevo e non lo indovinavo perchè m'era troppo vicino...

— Ella ti ha amato, rispose Loredano e tu l'hai amata per quanto hai potuto. Fosti più leale abbandonandola e confessandole di non amarla più; la tua colpa sarebbe stata maggiore se tu le avessi mentito, se tu avessi recitato per lei l'ignobile commedia del sentimento.

— Oh ma vi sono delle responsabilità che non son nostre, esclamò Giuliano Farnese con impeto d'emozione, ma che divengono nostre poichè il destino ce le impone.... Quando io penso che se non l'avessi mai incontrata ella a quest'ora vivrebbe, sarebbe felice, i suoi parenti non sarebbero in lacrime... Ell'era una donna d'amore, nata per l'amore; e forse avrebbe appartenuto ad un uomo che avrebbe saputo e potuto amarla facendola beata, a Lorenzo Gray per esempio... E sarebbe una moglie soave, una madre felice per i figli ch'ella avrebbe avuto da un amore giusto e nobile, da confessarsi senza ritegno innanzi al mondo intero! Mentre invece ella mi ha incontrato, ella mi ha amato ed ora non è che un cadavere, chiuso nello zinco della sua cassa, oggi ancóra bella nel suo sonno eterno e domani putredine... Oh se io avessi saputo e se avessi potuto prevedere, come avrei avuto il coraggio e la forza di respingerla, di deluderla, di allontanarla da me....... Ma che sapevo io? Era un'attrice bella e giovine e l'inganno del palcoscenico, della vita di teatro, m'impediva d'intendere ch'ella non era come le altre! Come avvengono questi incontri fatali? Chi sa? Chi ci spinge? Chi ci guida? È la forza delle cose, come tu dicevi poc'anzi....... Dapprima la possibilità del dramma non appare e l'epilogo sembra tanto lontano tra tante nebbie rosee, e tutto è così dolce, così bello... Ma poichè ella mi amava ed io ero fuggito con lei, avessi almeno avuto l'energia di finger d'amarla, di non tornare a Beatrice, di rinunziar per sempre alla mia felicità pur che non fosse spezzata la sua vita...... Sì, sì, tutto, tutto sarebbe stato meglio di ciò che è avvenuto.. Ella è morta, orribilmente... Sì, sì, tutto sarebbe stato meglio... Ah se io non l'avessi mai incontrata! Ella sarebbe viva adesso, sorriderebbe forse ai baci di una sua creatura, sotto lo sguardo di un uomo amante ed amato.... Invece il crepuscolo scende su i due cipressi che ombreggian la sua tomba, lassù, al cimitero delle Porte Sante... Ell'è morta, è morta, e tutta la mia angoscia e tutto il mio rimorso non posson più nulla per lei e forse anche ella li ignora!...

Lo scrittore procedeva così, parlando a scatti, ripetendo le stesse frasi, gli stessi lamenti e gli stessi rimpianti; aveva gli occhi fissi a terra, la voce dolorosa, il passo greve e s'appoggiava pesantemente al braccio di Loredano.

Questi sorrise, scrollò il capo dicendo:

— Sono nubi passeggere, orizzonti foschi che dilegueranno ben presto, quando tu sarai tornato a Roma tra tua moglie e i tuoi figli, che ti mostreranno quale sia la vera tua vita e come tu non abbia alcuna responsabilità nel dramma cui sei stato partecipe. Tu hai detto più volte che, sopra tutto e contro tutto, ognuno deve vivere la propria vita. Ebbene, quella è la tua vita e tu devi viverla, intera, senza ambascie, senza rimorsi... E poi, tu lavorerai, e nel ritorno al lavoro tu troverai il miglior conforto, poichè — e son tue parole anche queste — nel dolore il miglior farmaco è la disciplina del lavoro e dell'arte...

— Ah, ma chi sa, proruppe Farnese con un accento di strazio, chi sa se io potrò più lavorare? L'arte è stata per me il sogno sovrano e imperioso. Ebbene, questo sogno io l'ho raggiunto, io l'ho coronato. Quale fu l'ideale che mi spinse a prendere in mano una penna? Fu un ideale molto semplice, molto orgoglioso e che m'appariva allora molto bello... Creare, creare, sognare e comunicare ad altri i miei sogni, pensare e disciplinare gli altri ai miei pensieri; aver centinaia e migliaia di persone che vi leggono, che vi ammirano, che vi ascoltano, che corrono ai vostri libri come ad una fonte di gioia e di bellezza, e si commuovono per ciò che la vostra fantasia e la vostra ispirazione han creato, e aprono le loro anime, le loro intelligenze e le loro conscienze al polline fecondo che si sprigiona dalle vostre opere e che il vento della gloria, dell'entusiasmo e della bellezza porta fino a loro!

— Ma questo sogno tu l'hai realizzato! esclamò Loredano. Tu hai una folla che ti ama, che ti ammira, che attende da te un insegnamento, un esempio, una dottrina.

— Ed è appunto quello che mi atterrisce adesso, mormorò Farnese. Quando quell'ideale è divenuto realtà, quando vi trovate a metà del vostro cammino, una inquietudine, un dubbio vi angosciano, uno sgomento vi assale. Tutta la responsabilità dello scrittore vi appare, non appena un fatto tragico, un dramma al quale, come io son per quello di Claudina Rosiers, vi troviate partecipi, v'illumina quale può essere il bene ed il male compiuto da quelle opere che voi scriveste senza preoccupazioni di effetti morali e di risultati fatali. Io son giunto a questo bivio minaccioso. Io mi dico: «Sì, io ho compiuto un'opera, un'edifizio morale ed intellettuale che può essere più o meno bello, più o meno saldo, più o meno adorno, ma che esiste, è noto, è, in una parola.... Da quest'edifizio, da quest'opera la mia voce va pel mondo, raggiunge le anime e le intelligenze, è una forza, una attività, una molla per l'avvenire. Uomini, donne, giovani e vecchi s'interessano a quello ch'io dico, a quello ch'io so, subiscono la mia influenza, più o meno energica a seconda della resistenza che trova in loro. Quale sarà quest'influenza? Quale ne sarà il risultato? Claudina Rosiers, per esempio, è stata una di costoro: ella ha subito, largamente, interamente, profondamente l'influenza dell'opera mia, delle mie idee. E il risultato è stato quello che noi pur troppo sappiamo.... Credi tu che Claudina mi avrebbe amato come mi amò, credi tu che si sarebbe uccisa, se non avesse ricevuto nell'anima sua i germi della mia opera e quelli di opere simili alla mia, se dai miei libri non avesse appreso che l'amore è il fine, lo scopo, la ragione della vita, che esso è la sola cosa bella nel mondo e che il connubio di quello con la gloria è quanto di più portentoso può sognare e agognar l'uomo per avvicinarsi a Dio? Ella si fece un'idea falsa della vita, un'idea fallace, troppo lirica, non più umana dell'amore. E quando, imbevuta di quelle idee, affascinata da questi sogni e soggiogata dai miraggi dorati che i miei libri le offrivano, quando ella si è trovata al conspetto della vita qual'è, la vita vera che noi tutti viviamo e non quella fastosamente adorna e imaginosamente poetizzata dai romanzieri e dai poeti, allora ella non ha trovato più nulla intorno a sè, le è parso che la vita fosse brulla e il mondo gelido, senza la luce e la fiamma della sua chimera, e si è uccisa.... E anche nel momento in cui ella prendeva un'arma per uccidersi ella ubbidiva ai nostri insegnamenti.... Siamo stati noi i primi a insegnare che è dolce e grande morire per l'amore, e, credimi, libri come Rolla o come Werther hanno fatto più male all'umanità di quanta sia l'arte o la bellezza che dovrebbe, ma non può, giustificarli.... L'influenza dei nostri libri spinge i deboli, i sognatori, gli illusi, i poeti verso il bene o verso il male? È questo il dubbio angoscioso che ci assale a mezza via.... E quando un fatto come il suicidio di Claudina ci dice che la nostra opera può persuadere e sospingere verso il male questi deboli, questi sentimentali, questi ignoranti, allora si sente una truce condanna in quel terribile tribunale inesorabile che è la nostra conscienza e non appare più possibile il lavoro, poichè sarebbe forse altra fonte di male, altri germi cattivi per le anime degli uomini, altre piante velenose gettate noncurantemente o delittuosamente nei giardini della vita, sotto l'inganno dei più prestigiosi colori, con l'illusione dei profumi più inebrianti e degli splendori più fulgidi! No, no, io ho ben altro da fare che il lavoro di un tempo.... Devo guardare bene in faccia la mia responsabilità in questa avventura sinistra ed in tante altre che posson somigliarle e devo pentirmene ed espiarla....

Ma Leonardo non si dimostrava convinto. Aveva fatto più volte cenno di volere interrompere le parole di Giuliano e alla fine scosse le spalle e replicò:

— Tutto ciò che tu dici non mi sembra esatto, nè giusto. Prima di tutto, e poichè tu esemplifichi, io non credo che la tua opera abbia esercitata su Claudina Rosiers l'influenza fatale che tu deplori. Ma anche ammettendolo, che significa? Per una donna debole e romantica che non seppe discernere o distinguere e ciecamente credette, per una vittima, per un dolore, tu devi trascurare tutti i risultati di grande arte e di bellezza raggiunta che son nella tua opera? Mi sembra come tu dicessi che non bisogna coglier le rose perchè vi è qualche spina, che non sono belli i fiori perchè ve n'è qualcuno velenoso, che la natura non è gloriosa perchè vi è qualche insetto. E con queste tue idee tu potresti consigliare ad un generale di non fare una guerra, di non armarsi per una difesa o per una conquista, perchè qualche soldato può morire; tu potresti consigliare la soppressione delle ferrovie perchè qualche scontro può fare delle vittime umane; tu potresti giungere a dire che l'arte è cattiva e dannosa perchè qualcuno trae dai libri un suggerimento fallace e ciecamente vi adempie, come un fanatico! E poi, voglio dirti di più, voglio anche ammetterti che una responsabilità esista per lo scrittore: ma questa responsabilità comincia e finisce nè più in qua, nè più in là di quanto noi abbiamo direttamente, nettamente, ostinatamente voluto... Se qualcuno fraintende e si illude, non per questo ci dobbiamo arrestare, come tu non spengi un lume quando una farfalla, aliandovi intorno, viene a bruciarsi le ali o a trovare su la fiamma la morte!

Vi fu una pausa. Poi Farnese ribattè:

— Sarebbe molto comodo ciò che tu dici! Ma è altrettanto falso e la prova si è che nella tua propria conscienza nemmeno tu mi sgravii di un rimorso per aver indicato a quella giovinetta il miraggio dei sogni, di un'illusione di amore e di gloria e di un alloro fraterno, fraternamente diviso per uno slancio fraterno di bellezza e di genio. E tu non vorresti trovarti nelle mie condizioni e nelle mie inquietudini! Io vedo bene l'azione dei miei libri, la vedo entrar nei cuori e nelle menti, mutare, rovesciare, viziare, abbattere o minare. È inutile che tu neghi e che tu sorrida.... È vero o no che questo sogno sublime di un alloro fraterno, di un amore nella gloria, è in uno dei miei libri migliori?.... È vero o no che Claudina ha ubbidito a questo vano miraggio e che io, seguendola nel suo amore, ho favorito la sua chimera?... È vero o no che per questo miraggio la mia famiglia è stata sfasciata, è vero o no che mia moglie ha pianto lacrime roventi, che Lorenzo Gray ha sofferto, che io stesso ho attraversato inenarrabili torture?.... È vero o no che quando io ho voluto rompere l'incanto, Claudina si è uccisa perchè troppo atroce era il risveglio, perchè un sogno superbo e grande quale era il mio da Claudina cullato, non ammetteva che un epilogo tragico, data l'anima in cui il triste germoglio era caduto?... E come potrò io obliare tutto questo? La verità è che tutti abbiamo un dovere da compiere. Il mio era quello di non finger la vita nei libri quale essa non è, e di non proporre illusioni che possono abbagliare, non suscitare fiamme che possono non solamente illuminare, ma anche incendiare e distruggere. Il mio dovere era quello di ricondurre Claudina alla verità e di non profittare del suo sogno per il mio piacere, per il mio capriccio.... Io ho mancato all'uno e all'altro di questi miei doveri e a quale prezzo e con che frutto?

— E tu pensi che se tu non avessi scritto quel libro, Claudina non si sarebbe uccisa? Ma poi, concluse Leonardo, che importa veder ciò che tu avresti dovuto fare e ritrovare le cause di questo dramma, quando non sei più in tempo! A che serve?

— A non ricominciare, almeno! disse Farnese duramente.

In silenzio seguitarono il loro cammino. Scendevano dal ponte alla Carraia, diretti verso piazza della Signoria.

— Preferisci che pranziamo all'albergo o da Doney? dimandò Loredano.

— Andiamo da Doney, se vuoi; mi è indifferente.

I lungarni erano quasi deserti in quell'ora del tramonto in cui di solito erano affollati di equipaggi, di donne eleganti, di uomini mondani, di forestieri, per il ritorno dalla passeggiata alle Cascine. Farnese e Loredano stupirono per quella solitudine; non s'udiva il trotto d'un cavallo ed i rari passanti erano frettolosi e sfuggivano lungo i muri dei palazzi. Eppure tutta la bellezza di Firenze raggiungeva in quell'ora, fra breve crepuscolare, il suo più portentoso splendore. Il fiume si tingeva di roseo pei riflessi delicati del cielo, ch'era chiaro e venato di rosa come una perla lucentissima. Dai colli toscani giungeva un argentino tintinnìo di campane, la salutazione angelica dei campanili fiorentini. Tra il verde delle ville, dei viali e dei giardini qualche lume si accendeva e splendeva, or sì or no, misteriosamente. L'aria era leggera e soave come una carezza. Un vago profumo floreale era diffuso, impalpabile, come fosse il respiro di una primavera. Era l'ora della grazia e del mistero e Firenze non avrebbe mai potuto essere più suggestiva e più soave. L'orizzonte, mentre ad occidente si tingeva ancóra di roseo, di arancione, di violetto e di verde pallido, ad oriente già palpitava delle prime stelle che si intravedevano tra le schiere brune e misteriose dei cipressi toscani.

Un rumore confuso ma violento giunse ai due scrittori, come l'eco d'un torrente gonfio che straripa. Affrettarono il passo verso piazza della Signorìa. Il rumore diveniva più forte e più distinto, dominato più volte dallo squillo stridulo di una tromba. Loredano e Farnese compresero. In seguito ad un rincaro del pane molte città italiane si agitavano durante quei giorni e a Firenze, quel giorno, il disordine era risolutamente disceso in piazza. La Signorìa era piena di popolo, non tutto lacero e miserrimo, poichè molte giacchette accurate e molte cravatte pretensiose si scorgevan tra quei tumultuanti. La truppa aveva ostruito tutti gli sbocchi della piazza e tra la folla enorme, compatta, soffocante, i carabinieri e le guardie andavano e venivano, volontà insufficienti, per domare i ribelli, per diminuire la ressa. La tromba intimava invano coi suoi lunghi acuti squilli che si ripetevano ogni cinque minuti. Le finestre e i balconi delle case eran gremiti di una folla non indifferente, che s'appassionava in prò o contro i dimostranti. La piazza nera d'uomini ondeggiava e riondeggiava come un mare in tempesta. I gridi rivoluzionarii ne salivano come muggiti di onde immani.

D'improvviso l'impeto cieco della folla travolse gli argini. Una pietra lanciata da un braccio poderoso s'alzò nell'aria, fischiò passando sopra la folla, andò a colpire in pieno volto sotto la Loggia dell'Orcagna il Perseo bronzeo di Benvenuto Cellini. Fu quello il segno della barbarie. Dieci pietre, venti, fischiarono nell'aria, colpirono le statue perfette e i monumenti gloriosi. Alcuni della folla colpivano per colpire, per brutale istinto di distruzione. Le pietre cadevano con tonfi sordi nell'antico corpo di guardia dei lanzichenecchi, dopo aver oltraggiato le serene bellezze delle statue di Benvenuto e di Gian Bologna. La sassaiola si prolungava fitta e violenta, come una grandinata.

— Ma è barbaro, è bestiale ciò che fanno costoro! esclamò Giuliano non appena la prima pietra ebbe colpito il Perseo.

— È uno spettacolo ignominioso! aggiunse Leonardo.

Veramente ignominioso e barbaro era lo spettacolo offerto da pochi facinorosi nella città che più d'ogni altra in tutto il mondo ha dell'arte il culto e della bellezza il fervore. Firenze e la sua grazia e la sua nobiltà e la sua gentilezza sembravan da quei pochi dimenticate!

La sassaiuola continuava. In parte mutò direzione e si rivolse contro le guardie e i carabinieri che tentavano di arrestare i pochi dimostranti selvaggi che attentavano ai capolavori dell'arte. Ad un tratto un colpo di rivoltella sparata in aria echeggiò e la folla si diede ad una fuga sgomenta e atterrita. Ma dei colpi risposero dalla folla a quel colpo, la sassaiuola si moltiplicò per violenza, un carabiniere cadde a terra con la fronte spaccata dalla quale a fiotti il sangue sgorgava. Una compagnia di soldati giunse di corsa, con la baionetta in canna. L'ufficiale abbassò la sciabola ed il crepitìo dei moschetti echeggiò, rintronò nella piazza austera, stupì le mura gloriose e solenni dei monumenti illustri. Altre scariche seguirono, ininterrotte, tutte sparate a polvere poichè fin quando fosse possibile era nell'animo di coloro che dovevan reprimere l'intento di risparmiare che del sangue fosse versato. Ma nella convulsione veemente che aveva preso la folla nel terrore e nell'impossibilità di muoversi e di fuggire, la barbarie non si dava per vinta. Ed il fosco spettacolo di paura s'ebbe poco più tardi quando da via Calzaioli sopraggiunse la cavalleria. Gli squadroni si lanciarono nella piazza, contro la folla, la dispersero in pochi minuti.

— Andiamo, andiamo! mormorò Giuliano. È troppo atroce.

Si avviarono. E quando essi eran già per allontanarsi l'ultimo insulto venne tra la sassaiola a colpire il bel volto che scolpì Benvenuto. Un frutto fracido colpì Perseo su la bocca, vi rimase aderente, mentre il succo scorreva lungo le guancie. E da un gruppo di dimostranti una grande risata e un applauso salutarono quella prodezza. Ma i più protestarono, il sentimento dell'arte e l'antica gentilezza fiorentina parlarono in loro. Con gli oltraggiatori rapida s'aprì la colluttazione in difesa dell'arte e della bellezza.

La folla separava intanto Farnese e Loredano. Solamente su i Lungarni potettero raggiungersi e parlare.

— Oh quale ignominia! proruppe Loredano. Io non ho mai imaginato che si potesse giungere ad un'infamia siffatta. Io avrei voluto dei fucili carichi ed un po' di esterminio. Quella gente, quei bruti, son indegni di vivere, di vedere il sole e l'azzurro dei cieli!

— No, no, replicò Giuliano mestamente, tu non sei nel vero. Anch'io ho avuto innanzi a quella barbarie l'impeto d'odio furente che tu provi ancòra. Ma bisogna pensare e riflettere. Essi non sono indegni di vivere, di vedere il sole e l'azzurro dei cieli! Dio non ha creato nessuno indegno di quanto tu esalti.... È la società che guasta o che non migliora..... Che cosa sanno quegli ignoranti che tu chiami bruti? Chi ha mai insegnato loro che cosa sia l'arte, che cosa sia la bellezza? Essi son traviati da dottrine settarie e bugiarde, dottrine di sfruttamento e di menzogna: odiano perchè si dice loro d'odiare, colpiscono perchè s'arma e si guida la loro mano, uccidono perchè si dà loro a credere che saranno martiri ed eroi. Sono degli incoscienti, che dei malvagi astuti o dei teorici illusi rimpinzano di parole, di frasi e teorie che le loro intelligenze non posson digerire, e nelle quali non sanno discernere il bene dal male..... Oh, io penso che nessuno s'occupa veramente con affetto, con amore, con abnegazione, con apostolato di costoro..... Essi han per loro gli apostoli della tribuna, i retori della piazza che si dileguano quando v'è odor di polvere e che mandano avanti loro, mentre essi restano a casa a fumare dei sigari accanto al fuoco..... Quanti sono gli uomini, quante le intelligenze che sinceramente si danno all'apostolato di migliorare la loro morale, la loro intelligenza ed il loro pensiero, insegnando ad essi che il lavoro è santo, che la vera ricchezza di un uomo è nel suo cervello e nella sua conscienza? Pochi, ben pochi..... Eppure quale nobile scopo per un poeta, per uno scrittore, per un pensatore..... Quando ho visto scagliar le pietre contro le statue, passata la prima ribellione, io mi son sentito pieno di pietà per quei gesti ch'eran nefandi. Essi non sanno, essi non sanno..... Tutto un nuovo mondo, tutta una nuova missione per la mia penna e per il mio lavoro m'è apparsa, come nello splendore repentino d'un baleno. Io lavorerò per loro, per quei nostri fratelli umani che hanno bisogno d'insegnamenti generosi, di parole sincere, di consigli onesti, d'ideali prima e più che del pane... E quando tu avrai dato a coloro un'anima, una conscienza, un pensiero, credi che le loro braccia non si leveranno più per scagliare pietre contro le più fulgide realtà della bellezza! Oh io non saprei più, ti giuro, consacrarmi a descrivere le crisi di cuore, le complicazioni sentimentali, le assurdità psicologiche, i dilettantismi intellettuali e spirituali in cui mi compiacqui finora. L'arte mia di allora non ha fruttato forse che del male, non ha generato che del dolore. Non più, non più. Il dolore m'insegna. La mia arte nuova sarà umana e profonda, il bene splenderà come mèta ed essa sarà tutta di bontà, di generosità e d'ardore... A mezzo del cammino, io credo di avviarmi così per la via della verità, verso una mèta che non sarà un miraggio dorato e lontano come quello per cui Claudina è morta, come quello che mi attrasse fin qui!

— Io credo invece, disse Loredano, che tu ti lasci attrarre su la nuova via da un miraggio ben più fallace e doloroso. Questo dislivello sociale e morale esisterà sempre con l'umanità e non lo toglieranno certamente nè gli scrittori con le loro finzioni, nè i filosofi con le loro dottrine e le pillole di scienza impartite al popolo in proporzioni omeopatiche. Comunque, poichè tu sei un artista, e un grande artista, qual si sia l'idea che t'ispira, tu farai dell'arte prima che del bene, — nel senso in cui tu l'intendi — della bellezza prima che dell'apostolato... E questo, credimi, mio caro poeta, è quel che più importa.

Erano giunti all'albergo, dove trovarono un affettuoso telegramma di Beatrice che sollecitava il loro ritorno a Roma.

— Pranzeremo qui, se vuoi, disse Loredano. Con questi disordini non è prudente andare in giro. Io intanto salgo a chiudere le mie valigie. A più tardi.

Giuliano Farnese rimasto solo salì anch'esso nella sua stanza. Senza fretta, chiuse gli involti, serrò le valigie, dopo essersi vestito per il viaggio. Quando ebbe finito, si appoggiò alla finestra che dava su i Lungarni pallidamente illuminati dal tremolìo giallo dei fanali.

Egli si sentiva più calmo e più sereno. Le responsabilità che fino a quel momento lo avevano angosciato sarebbero state cancellate dalla nobile missione cui la sua penna era per consacrarsi. Quel periodo di dolore si sarebbe chiuso nella sua vita, poichè Beatrice lo amava, poichè i suoi figli erano con lui, poichè egli avrebbe avuto il magico conforto dell'arte consacrata ad un fine di umanità profonda. La vita gli avrebbe ancòra sorriso. Ed un giorno, vecchio allora, guardando indietro la sua vita e la sua opera avrebbe potuto non arrossir di quella ed esser superbo e glorioso di questa. Così egli avrebbe trovata la vera gloria, il vero connubio di questa con l'amore. E di Claudina Rosiers, morta pel dolce miraggio dei suoi primi sogni d'artista, egli avrebbe sempre custodito nel cuore il rimpianto e il fervore.

Guardò il cielo. Era divenuto oscuro e profondo, nubi grevi e nerissime vi si appesantivano lugubremente. Un ingenuo richiamo fece paragonare a Giuliano Farnese quel cielo nero e minaccioso col triste dramma che aveva attraversato la sua vita. Ma in quel momento, rialzando lo sguardo, vide con un sorriso che due nuvole si erano appena disgiunte e che fra loro, più fulgida fra quell'ombra, come una luce di speranza e di fede, una stella splendeva.

Quisisana, settembre 1898.

Roma, febbraio 1900.

FINE.


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» 336 » 16 inquietitudine INQUIETUDINE
» 336 » 21-22 compiuti COMPIUTO

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Finito di stampare il giorno iii Marzo mdcccc
nella Tipografia di Ludovico Cecchini
in Roma
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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (ancòra/ancóra e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Le correzioni indicate nella tabella "Errata Corrige" sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.