X.
Molte volte, nella vita, pur premunendosi contro le persone e le cose che si temono, si tralasciano cose e persone che appaiono trascurabili, mentre sono appunto quelle che più tardi nuoceranno. Certamente Farnese, salendo in quella sera di primavera la grande scala del Teatro Nazionale, non avrebbe mai pensato che da quel momento la sua sorte era decisa, la rivoluzione più violenta della sua esistenza e della sua anima iniziata irreparabilmente. Egli aveva il cuore in festa. Una giornata di lavoro gli aveva diffuso nel cuore e nei nervi quella deliziosa ebrietà che dieci ore di tavolino recano sempre ad un artista vero. La sua conscienza era anche tranquilla: Beatrice, invitata a pranzo da Lady Tremmel, vi si era recata con Leonardo Loredano; Giuliano, protestando una lieve indisposizione, era rimasto a pranzo con i suoi bambini, per non incontrarsi nei salotti ed alla tavola della deliziosa Lady Tremmel con una persona ch'egli non amava avvicinare. Il pranzo era stato gaio. I bambini avevano voluto ascoltare dal padre fiabe e racconti, ma senza fate, senza reucci e senza reginotte perchè quella «era roba da bambini», come sentenziava il piccolo Luca. Gli scoppî argentini di risa delle sue creature avevano sparso nel cuore del padre la più grande pace e la gioia più intima. Dopo il pranzo, era rimasto con loro a sfogliare un libro di viaggi, dono di Loredano ai bambini, aveva anche dato dei punti — lui! — alla sortie du bal della bionda bambola di Anna Maria. Infine egli aveva accompagnato con Miss Margaret, l'istitutrice, i bambini a dormire. Li aveva veduti, inginocchiati a piè del letto, mormorare le brevi ingenue preghiere che Beatrice aveva loro insegnate e nelle quali i bimbi pregavano anche per la felicità del loro babbo. I due ninnoli biondi, immacolati nel candore dei loro lettini, erano in quiete. La lampada, sotto il paralume di tulle, era stata abbassata.
Giuliano era uscito in punta di piedi; in anticamera aveva indossato il soprabito e s'era avviato verso il Nazionale, leggero e giocondo come a vent'anni, a Padova, quando dopo le opprimenti lezioni alle sue indomite scolaresche, poteva raggiungere la sua cameretta modesta per dedicarsi ai suoi prediletti lavori letterarii, quei lavori che dovevano poi dare ricchezza e gloria all'oscuro professore d'allora. Camminava a piedi in quella dolcissima sera di primavera. Da alcuni giardini della via Nazionale giungeva un acuto ed inebriante profumo di ciclami; festoni di lilla pendevano lungo le mura verdeggianti d'edera di una palazzina. Sua moglie non sarebbe rientrata che tardi dalla casa di Lady Tremmel, poichè dopo il pranzo intimo, l'elegantissima inglese offriva alla società romana l'ultimo suo ballo della stagione. Giuliano aveva dunque stabilito con Claudina di passare a prenderla al teatro, per poi rientrare insieme, a cenare e a bere dello champagne tra i baci più capziosi del vino, nel civettuolo appartamento dell'attrice.
D'un passo leggero Giuliano, salite le scale, aveva percorso il corridoio del primo ordine e s'era fatto aprire il solito palco di proscenio. La sala era rigurgitante, sebbene le rappresentazioni della Chimera fossero già ad un numero enorme. Il terzo atto volgeva al suo termine e Claudina, nella parte della contessa di Varrena, scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando, dopo scoperto il baratro verso cui scendeva, presso di sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno. Da quella sala rigurgitante saliva l'applauso così demoralizzante per un autore drammatico, l'applauso obbligatorio al dato momento, demoralizzante perchè ha in sè qualche cosa di quello tribuito al tenore che avanza al proscenio, per lanciare le ultime note della sua romanza, onde avere più insistente l'acclamazione della galleria.
Giuliano, finito l'atto, si avviò al palcoscenico, deserto in quella sera di rappresentazione senza speciali attrattive e senza avvenimento artistico o mondano. I pompieri passeggiavano con passo monotono su le tavole, i macchinisti ridevano in gruppo, i servi di scena preparavano l'elegante salotto del quarto atto. Uno o due attori passeggiavano, leggendo un giornale. Giuliano, giunto al camerino dell'attrice, vide che questa, dietro l'usciolo socchiuso, l'attendeva.
— Come hai tardato!... gli disse Claudina, appena fu entrato.
— I miei bambini hanno tardato ad addormentarsi, ei rispose; e prese il bacio che le labbra di Claudina gli offrivano.
Giuliano diede allora sfogo alla sua gaiezza. Parlava di tutto e su tutti, con volubilità insolita, interrompendosi con frequenti e cordiali scoppii di risa. Ma Claudina, mentre poneva il rosso su le due guancie e con la carezzante zampetta di lepre ve lo spandeva, non secondava quella gaiezza. Ella rimaneva silenziosa e triste; e solamente di tanto in tanto un sorriso illuminava il suo volto, quando Giuliano scherzava, ma era un sorriso pallido e forzato. Dopo un po' di tempo lo scrittore aveva notato quel malumore ed aveva interrogato in proposito Claudina, la quale aveva risposto evasivamente. Ma le domande di Giuliano divenivano più incalzanti, più penetranti e Claudina nel suo silenzio perdeva terreno.
— Ebbene, disse finalmente non potendo più serbare il suo segreto, è meglio che tu lo sappia. Un telegramma di stasera a Savarese annunzia che il Teatro Filodrammatico a Milano è a nostra disposizione dal quindici maggio e noi dovremo partire fra tre giorni.
— E tu pensi di partire? mormorò Giuliano freddamente.
L'attrice rimase confusa. Tentò di far parlare la ragione, ma Giuliano negava con ripetuti cenni del capo ed a Claudina, allora, sfuggì di bocca la verità:
— No, no, io non ho mai pensato nemmeno per cinque minuti alla possibilità di una tale partenza, te lo giuro! — ella esclamò; poi aggiunse: — Ti amo troppo! — e continuò a lungo per dirgli tutto quel che pensava.
Ella avrebbe tutto affrontato, avrebbe giocato reputazione, denari, successi, pur di non allontanarsi dall'adorato. Che era per lei la riputazione s'egli non era presso di lei? Che erano per lei i denari che non le servivano, e che non potrebbero dorare mai una desolazione dell'anima? Che erano per lei successi, trionfi, allori, se Giuliano non ne era partecipe, se egli non era là con lei per essere altiero della gloria di lei che veniva dall'opera sua? Ella sarebbe rimasta a Roma, avrebbe chiesto, per ora un trimestre di riposo, e, se non glielo avessero concesso, era pronta a rompere il contratto, accettando di pagare qualsiasi penale. Ella enunciava questi progetti con parole roventi ed appassionate e Giuliano sorrideva alla violenza di quel torrente d'amore. Fu allora lui a parlare il linguaggio freddo della ragione. Conveniva a Claudina di abbandonare il suo eminente grado di attrice, di far prendere il suo posto da un'altra? Non era piuttosto meglio ch'ella andasse a Milano, che si affrontasse una volta per tutte quel grande strazio del distacco? Egli si sarebbe in breve recato a Milano a riabbracciarla col plausibile pretesto di assistere alla prima rappresentazione della Chimera in quella città, dove egli aveva sempre raccolto i suoi successi più belli ed unanimi?
Egli, da una parte, pensava dentro di sè che non sarebbe stato dolente della partenza di Claudina. Chi sa se da quella partenza non avrebbe datato per lui il ritorno ad una vita migliore! Chi sa se ciò non avrebbe ricondotto la pace nel cuore di Beatrice e l'amore di una volta fra loro! Ma Claudina protestava: quando ella, un giorno, volesse ritornare sul palcoscenico le farebbero d'ovunque ponti d'oro... Perchè, allora, soffrire lo strazio di quel distacco, quando era possibile evitarlo con quella permanenza a Roma, con quel riposo temporaneo che anche la sua salute, scossa da tante fatiche e da tante dolorose battaglie morali, richiedeva prepotentemente? Ella usava con molta abilità di tutte le malìe del suo sentimento per convincere l'amante. Ma egli, del resto, che in fondo non amava Claudina ma che l'aveva tutta nei sensi, nel sangue, nei nervi e che non vedeva per ciò senza terrore lo sconforto di un distacco, non desiderava di meglio che lasciarsi persuadere. Così che quando il campanello squillò per il quarto atto la loro sorte era decisa e Claudina suggellava coi baci la sua promessa d'amore.
Una voce disse dietro la tenda:
— Claudina, fra dieci minuti tocca a voi.
Gli amanti, smarriti nell'oblìo del bacio soave, non udirono. Allora la porta cigolò sui cardini ed apparve fra la tenda il volto di Lorenzo Gray.
Il piccolo e silenzioso dramma fu rapidissimo. Al cigolìo della porta gli amanti si erano disciolti dal loro abbraccio, ma non così prontamente che a Gray fosse sfuggito il loro imbarazzo rivelatore. Claudina impallidì. Gray, divenuto terreo ad un tratto, si ritirò. Giuliano noncurante salutò Claudina, dicendole che andava ad attenderla nel suo palco, per cenare poi insieme, secondo il convenuto. Appena rimasta sola, Claudina uscì dal camerino, s'incontrò con Gray pallidissimo che l'attendeva dietro una quinta.
— Finalmente, le disse questi fremente, dissimulando per le persone ch'erano intorno a loro, le parole roventi nei gesti semplici e corretti. — Finalmente ho la prova lampante che voi siete l'amante di Farnese. Avete finito di canzonarmi, così..... Ma, del resto, io m'illudo forse ancòra! Voglio che voi, voi, voi me lo diciate, che voi mi gridiate di essere l'amante di quell'altro. Su, via, via, un poco di coraggio.... Ne avete tanto!
Il gesto era convulso, la sua voce fremeva, i suoi sforzi per frenare i gesti violenti apparivano enormi. Claudina innanzi a quell'ira, innanzi allo insulto di un uomo che non aveva alcun diritto su lei, non seppe più contenersi.
— Ebbene, sì, sì, gli gridò sul volto con una voce stridente che passava fra i denti stretti per l'ira. Sono l'amante di Farnese, sì, e non da oggi solamente. Vi va? trovate ancòra a ridirvi? Capite che io me ne rido di voi e delle vostre ire, capite che voi non avete nessun diritto su me, nessuno, lo capite? Capite che io non vi permetto di farmi nè da solo nè innanzi alla gente scene ridicole, scene che non fareste se non foste lo sciocco che dimostrate di essere?.... Volete intendere finalmente che mi avete annoiata, annoiata da morirne! che non ne posso più con la vostra gelosia indelicata, che mi fate ridere e mi avete fatto sempre ridere con le vostre pretese?.... Io sono libera, liberissima di me e faccio di me stessa quel che più mi piace! Volete accorgervi una volta per tutte, che per fare l'Otello, non siete che un Otello di carta pesta?....
Era il suo momento ed entrò in scena ancòra convulsa e così pallida. Gray era rimasto appoggiato alla quinta, colpito dalla rivelazione, stramazzato nell'anima sua da quella ribellione crudele della donna ch'egli amava. Ma il buttafuori venne ad avvertirlo che era giunto il suo momento, che correva il rischio di fare scena vuota. Egli si riprese, entrò. Quando si ritrovò con Claudina un fremito lo prese d'innanzi a quelle mille persone; mancò la replica, errò le parole, saltò mezza scena e la caduta del sipario fu per lui una liberazione. Ed appena uscito di scena, egli corse nel suo camerino, si svestì e rivestì in fretta, discese per uscire. Discendendo la breve scaletta, le gambe gli vacillavano, gli occhi iniettati di sangue non vedevano gli scalini; traversò a zig-zag la scena dove gl'inservienti mettevano all'ordine per la prova dell'indomani, dove i pompieri facevano la loro ultima ispezione. Si avviò verso la porta d'uscita degli artisti, bisognoso di aria fresca e di silenzio. Su la porta le gambe gli tremavano ancòra più, egli dovette addossarsi al muro per sorreggersi. In quel momento Claudina usciva al braccio dello scrittore, e finse di non vedere Gray: ma, o per caso o volutamente, quando ella gli passò innanzi, ruppe in un grande scoppio di risa. Quelle risa furono per Gray più crudeli di uno schiaffo, egli vide in un momento tutto rosso, fece per slanciarsi addosso a Claudina, ma questa era già salita nella sua carrozza che attendeva; Giuliano le si sedeva accanto, chiudeva lo sportello, abbassava il cristallo e i cavalli partivano al gran trotto. Gray aveva anche inteso Claudina ordinare al cocchiere: «A casa».
Egli rimase in mezzo alla via, solo, abbattuto, per un momento senza più alcuna nozione della vita. Poi si avviò a caso per le vie, senza direzione, senza scopo. Tutto il terribile momento della sua vita gli appariva nella sua crudeltà. Si apriva il doloroso inganno di tanti mesi; non solamente egli non era amato da Claudina, ma Claudina amava un altro. Il sospetto cento volte lo aveva attanagliato, ma egli aveva sempre voluto scacciarlo, poichè l'innamorato voleva credere ed ingannarsi, con quell'accanimento proprio di tutti i gelosi i quali, fino a che una prova irrefragabile non li abbatta o non li scateni, tergiversano diuturnamente tra le convincenti apparenze che tolgono loro la speranza ed infrangono il sogno — ed i lambiccati pretesti e le faticose illusioni che non fanno altro che rendere più lungo e più acre il loro spasimo, senza riescire a blandirlo mai. Ora tutti i suoi sospetti di altri tempi gli ritornavano in quel momento, durante quella corsa senza limite a traverso alla città addormentata: si stupiva il geloso che quei saggi sospetti non gli fossero allora apparsi come evidenze; si adirava contro sè stesso per la sua cecità, per la sua sciocca fiducia, per le sue fanciullesche illusioni. Come aveva fatto a non accorgersi mai di quella commedia che si svolgeva e si annodava sotto i suoi occhi? Gli scatti di gelosia di una volta, dopo i quali di solito si trovava pentito e vergognoso, ora gli sembravano giustificatissimi e non sapeva perdonarsi di non averli spinti tanto oltre da avere la certezza della cosa, quella crudele e dilaniante certezza che tuttavia ora, in certi momenti egli avrebbe dato dieci anni di vita per non avere. L'orizzonte della sua vita gli appariva grigio, sconsolato, gelido. Scomparsane l'ultima luce che vi diffondeva un albor roseo, la dolce e vivificante illusione su Claudina, che gli restava? Al momento che egli era per entrare nel camerino dell'attrice, aveva inteso la cara voce di lei ripetere a Giuliano la sua decisione di rimanere a Roma, con lui, per lui! Non v'era dunque nemmeno la speranza di riconquistare l'infedele. Egli sarebbe partito e l'amica sarebbe rimasta docile e felice fra le braccia dell'altro! Una tristezza sempre più grande lo prendeva, lo serrava alla gola, con un groppo di lacrime.
Solo, solo! Che fare? Le sue amicizie, illusioni! La sua famiglia, distrutta! E Claudina ch'era l'unico suo ideale, la cui conquista aveva sorriso in fondo al suo cammino, come un'oasi di dolcezza in fondo ad un deserto, Claudina ch'era stata luce dell'anima sua e vita del suo cuore, era ormai tanto lontana da lui, esule volontaria, poichè aveva dimenticato le promesse, poichè gli aveva fatto accogliere crudelmente tutto l'ineffabile dolore che gli dava la felicità di lei, se con un altro goduta e da un altro donatale. Che fare, oramai? Riprendere il suo vecchio e fastidioso mestiere di attore, giovarsi del suo dolore vissuto per renderlo più efficace e più vero nell'opera di un altro uomo magari dello stesso Farnese? Ricordava i primi tempi del suo amore per Claudina, quando ancòra non aveva osato confessarglielo. Non era stato quello il periodo più dolce della sua vita, amareggiata negli ultimi tempi da quell'amore romanticamente infelice? Il dolore di lui diveniva ad ora ad ora più calmo, come il suo passo più lento. Questo batteva forte su le pietre dei marciapiedi, echeggiava nelle vie deserte tra le alte case chiuse e silenziose e talvolta Gray ascoltava l'eco di quel suo passo che aveva qualcosa di tragico, quasi non fosse suo.
A quell'ora, in quante di quelle case silenziose, era intuonata l'esultante canzone dell'amore? In quante alcove, dietro quelle finestre chiuse, susurravano i baci e palpitavano i corpi amanti? Ognuno aveva il suo lembo di gioia, il suo quarto d'ora di voluttà. L'amore, più solenne nel silenzio, sembrava a lui quasi cosa tangibile dietro quelle finestre. Dove qualche lume filtrava ancòra tra le stecche delle persiane, questa sensazione della presenza dell'amore si faceva anche più eloquente per Lorenzo Gray. Cosa poteva rischiarare quella lampada tremula e confidenziale se non l'allacciamento di due corpi, la comunione profonda e solenne di due passioni e di due desiderj? Egli pensò allora che in quel momento anche in una casa di piazza di Spagna, una casa a lui ben nota, si amava. Claudina v'era con lo scrittore e nelle sue braccia raccoglieva quella gioia e quei baci che non aveva voluto da Gray. Come un ferito che ama di acuire il suo dolore, torturando la ferita per giungere all'apice della sofferenza, così l'attore pensò di dirigersi verso piazza di Spagna, sotto quella casa, dove un altro coglieva il fiore ch'egli aveva tanto ed inutilmente bramato. Si avviò. Il pensiero degli amori favoriti in quel momento dall'ombra delle alcove lo riprese e la sua immaginazione esaltata gli fece sentire come il suono immane di milioni di baci scambiati tra milioni di bocche. Egli era solo. La sua solitudine era più squallida in quel silenzio. Una donna, una povera mercenaria, reduce forse da qualche caffè notturno dove aveva infruttuosamente atteso per lunghe ore, gli passò accanto, gli mormorò qualche parola, offrendogli per qualche ora il suo amore. Gray affrettò il passo per sfuggirle ed un gran disgusto lo prese....
Disgustato di che? Disgusto per chi? Non era egli forse più misero e più sciocco degli altri? Per mesi e mesi una donna aveva potuto ridere di lui, senza ch'egli se ne accorgesse, senza ch'egli dubitasse, seriamente e a fondo, della fedeltà di lei alle sue promesse di un giorno, tante volte rinnovate. Le frasi lanciategli sul volto da Claudina gli ritornarono alla memoria, gli avvamparono le guancie di un sangue sconvolto. Al giusto grido di passione di lui, all'ultimo grido d'invocazione del geloso verso la dolce verità, ella aveva risposto svelando definitivamente il triste segreto, tra la volgarità dei suoi insulti da palcoscenico. Che aveva egli fatto per essere, non solo tradito, disprezzato e avvilito dalla donna che adorava, ma anche vilipeso ed insultato? Di quale colpa ignorata o lontana egli soffriva l'espiazione in quel dolore così forte, che gli insanguinava l'anima, che gli inumidiva con le più amare lacrime le guancie di nuovo impallidite per lo spasimo?
Giunse in piazza di Spagna. La piazza era oscura ed i rari fanali tremolavano, or sì or no, ad un vento notturno. Egli ricordava altre notti, rigide ma limpide notti d'inverno, quando accompagnava Claudina dopo il teatro e l'amica lo invitava a salire in casa sua, per bere una buona tazza di autentico thè russo, fatto da lei stessa innanzi a lui, mentre le sue parole folleggiavan qua e là, senza argomento e senza conclusione. Quel soave cicaleccio era oramai cosa lontana e morta. Dietro quelle finestre illuminate, Claudina era con un altro, il quale riceveva i baci che egli aveva sognato, ed abbandonava il capo sul petto di lei e si faceva carezzevolmente cullare dal respiro di lei, com'egli aveva tanto sperato. Una vampa di follìa invadeva il suo cervello. Si sorprese a ridere solo in quella via deserta e l'eco di quella risata gli apparve tragica. Il cielo si annuvolava, sempre più nero e minaccioso; soffii di vento caldissimo passavano più frequenti. Lembi di vita trascorsa apparivano intanto a Gray, vecchie cicatrici della sua anima si riaprivano con dolore, illusioni disperse balenavano ancòra innanzi al suo pensiero col loro antico colore primaverile oramai appassito. Ma, sopra tutto, si concretava spietato ed acerrimo, innanzi agli occhi dell'imaginazione del geloso, l'abbraccio felice di Claudina e del suo amante, oltre quella finestra illuminata.
Quante ore egli rimase così, di contro a quella finestra inesorabilmente luminosa? Egli non lo avrebbe potuto dire; sotto l'imperversare di quella raffica di desolazione sentimentale le ore passavano, nel tempo stesso celeri e lente: lente per il suo spasimo e celeri per il timore che il sole gli recasse sofferenze più crude. Quella finestra inesorabilmente luminosa gli sembrava uno scherno crudele. Egli desiderava che quella luce si spengesse: finchè v'era luce, v'era anche vita ed amore in quell'alcova! Finalmente la luce s'affievolì, poi si spense, le finestre furono mute e la vita gli sembrò sospesa e con essa il suo spasimo. Inavvertitamente, egli aveva traversata la via per evitare un gruppo di uomini ebri che passavano cantando e schiamazzando, ancòra più truci in quella solennità notturna.
Il geloso si era appoggiato al muro della casa di Claudina ed attendeva: chi? che cosa? Una forza indefinibile lo teneva lì presso, nè egli poteva cozzare contro quella forza, per allontanarsi, per rientrare in casa sua. Dopo pochi minuti, il portone della casa di Claudina cigolò su i cardini ed un uomo uscì. Come questi si era soffermato per accendere un sigaro contro il vento, Gray aveva potuto riconoscere la fiera figura di Giuliano Farnese. Lo scrittore era passato innanzi a lui senza vederlo ed il primo impeto di Gray era stato di slanciarglisi contro. Ma perchè? Con quale scopo? E col desiderio di quale esito? Bisognava non cedere al primo impeto, bisognava colpire quell'uomo più a dentro, nel cuore e nella vita, profondamente. E ciò non si otteneva nè con un insulto, nè con un'aggressione volgare. Il geloso guardò l'amante felice allontanarsi lungo quella via, col suo passo fermo e virile, di cui a lungo gli giunse e sempre più fioca l'eco insistente.
Fu allora che la raffica del suo dolore salì all'apogeo. L'idea di colpire quell'uomo che lo faceva soffrire gli sorrise ed egli entrò in un caffè notturno — ch'era precisamente sotto la stanza dove poco prima gli amanti si erano amati, — per mettere ad effetto il primo disegno che era apparso nella sua mente sconvolta. Chiese un foglio di carta da lettere, scarabocchiò due righe in cui affermava che Giuliano era l'amante di Claudina Rosiers e che costei rimaneva a Roma per restare col suo amante; scrisse su la sopraccarta il nome e l'indirizzo della moglie di Farnese, uscì per gettare alla posta quella anonima denunzia. Una buca da lettere era su la facciata dell'Hôtel d'Europe, quasi di fianco al caffè. Ebro della sua vendetta, l'attore corse a quella buca, vi lasciò cadere la lettera.
Ma aveva appena compiuto quel gesto, quando gli apparve nitida la visione della bassa infamia commessa. Egli aveva lanciato il dolore ed il male contro una donna a lui ignota, ma che sapeva buona; aveva seminata la lotta in una famiglia, fra una moglie innamorata e i figli innocenti. Tutta la sua conscienza si ribellò contro lui stesso; unico suo pensiero fu di riprendere quella lettera e distruggere la volgare denunzia. Se non che egli si trovava innanzi all'inesorabile irreparabilità del fatto compiuto. Come fare? Follemente s'attaccò alla buca, tentò di scuoterla, tentò di introdurvi nell'apertura il suo bastone. Ma quei tentativi erano inutili. Un'altra disperazione, un altro dolore — ed il più atroce, il rimorso — s'aggiungevano a quelli che già diffondevano un gelo di morte nel suo cuore. Accese un fiammifero, pensò di gettarlo nella buca, di ardere tutte le lettere che vi si contenevano e fra quelle la sua. Ma sapeva forse egli cosa distruggeva, quali responsabilità veniva ad assumere e quali conseguenze il suo atto inconsulto poteva arrecare? Ah, cosa aveva mai commesso nella follia, quale vergogna!.... La sua conscienza tumultuava, come il suo sangue turbolento s'agitava nelle vene. L'infamia era commessa oramai irreparabilmente. Vano il rimorso, vano ogni tentativo! La follìa batteva a tratti nel suo povero cervello. Grossi goccioloni di pioggia cominciarono a cadere. Il suo dolore di prima scompariva sotto il nuovo spasimo. Nulla valeva oramai a fermare il galoppo del destino, di cui egli non era, col suo atto di poco prima, che l'umile strumento! Il sole non avrebbe ancòra sfolgorato in tutta la sua gloria d'oro che già la sofferenza ch'egli aveva seminato avrebbe purtroppo dato i più tristi germogli, preludiando forse anche al dramma. Egli rimase a lungo, stupidito, appoggiato a quella cassetta. Ora la pioggia cadeva a rovesci. L'alba lo sorprese coi suoi chiarori antelucani, ancòra immobile sotto la tempesta d'acqua, presso quell'oggetto che racchiudeva l'umile ed ignobile mezzo di un irreparabile destino che si compiva.