LXVII. ADDIO!

Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato, come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi, in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le sussurra:

— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....

Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:

— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di un'altra...

E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:

— Come te, come te, mio povero amico Cirano!

E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo dolore...

E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della Badessa:

— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!

Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:

— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...

E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...

— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti amare...

E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza macchia, è la Madre bianca!

Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...

Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.