NOTE:

[1]. «Me rebellem haereticumque fecerunt, quoniam praedico signa in sole et luna et stellis contra Aristotelem aeternantem mundum» etc. Così nella Lett. proemiale dell'Atheismus triumphatus. pubblicata dallo Struvio fin dal 1705.

[2]. Cyprianus, Vita et philosophia Campanellae, Amstelod. 1705; 2a ed., Traiecti. ad Rhenum 1741. — Echard, Th. Campanella, in Quetif et Echard, Scriptores ordinis Praedicatorum, Lut. Paris. 1719-21, vol. 2º, pag. 505, ed anche unito alla d.ta 2a ediz. del Cyprianus.

[3]. Vedi nell'ediz. del Capialbi la pag. 50, dove il Campanella dice che «lui solo resta preso son 21 anno per far mostra», ciò che mena al 1620; dippiù la pag. 20, dove dice, «però oltre alli prefati libri che scrivea esso Campanella», e de' libri egli parla veramente nell'Informazione, ciò che indica dover questa precedere la Narrazione. Del rimanente anche il titolo dell'Informazione lo dimostra, poichè reca «Informatione sopra la lettura delli processi... con la Narratione semplice della verità» etc. Siamo sorpresi che questo sia sfuggito al Capialbi che pubblicò tale scritto, ed egualmente al Palermo che lo riprodusse nell'Archivio Storico italiano an. 1846.

[4]. Baldacchini, Vita di T. Campanella, 2a ed. Nap. 1847. — Centofanti, T. Campanella e alcune sue lettere inedite, Arch. Storico italiano an. 1866. — Berti, Lettere inedite di T. Campanella e Catalogo de'suoi scritti, Rom. 1878. — Amabile, Il Codice delle lettere del Campanella nella Bibl. nazionale, Nap. 1881. — In moltissime di queste lettere si hanno notizie sulla faccenda della congiura e sulle cause e condizioni della prigionia.

[5]. Il Centofanti annunziò la scoperta del così detto «processo contro il Campanella» e ne fece sperare la non lontana pubblicazione il 17 marzo 1844: il Palermo pubblicò il sunto de' documenti in parola, con molti e molti altri che dovè estrarre da voluminosissime collezioni, nel corso del 1846; e bisognerebbe non aver mai fatte simili ricerche, per non sapere quanto tempo costi il raccogliere, collazionare, e dare stampato un gran numero di documenti. Il Centofanti in sèguito non se ne diede più pensiero; ed allorchè tornò a pubblicare le lettere del Campanella, il 1866, nell'introduzione disse di avere annunziate le carte del processo il 1843, ma si attenne ad una disquisizione molto elevata, senza il menomo esame de' fatti processuali, e comunque accennasse alla convinzione che il Campanella «alcuna cosa fece o tentò di fare», dichiarò questo un «difficile problema, il quale ferma l'attenzione dello storico, e la cui perfetta soluzione è tuttavia fra le cose desiderate».

[6]. Baldacchini, Vita di Tommaso Campanella, 2ª ediz.e Nap. 1847, pag. 83.

[7]. D'Ancona, Della vita e delle opere di T. Campanella, Discorso promesso alle Opere del Campanella, Torino 1854, pag. 142 e 151-52.

[8]. Berti, Tommaso Campanella, nella Nuova Antologia, luglio 1878, pag. 226.

[9]. Spaventa, Saggi di Critica filosofica, politica e religiosa, Napoli 1867, vol. l.º parte 1a.

[10]. Ved. Fr.co Fiorentino, B. Telesio, vol. 2.º, Firenze 1874. pag. 133.

[11]. Ved. Atti dell'Accademia delle Scienze morali e politiche di Napoli, vol. 13.º an. 1875, pag. 9 ad 11.

[12]. Ved. Albèri, le Relaz. degli Ambasciatori Veneti al Senato, ser. 3.º vol. 1º Firenze 1840, relaz. di Costantino Garzoni, pag. 382; vol. 2.º rel. di Antonio Tiepolo, pag. 150; vol. 3º rel. di Paolo Contarini, pag. 221-22.

[13]. Ved. Fr.co Sav.io Arabia, Tommaso Campanella, Scene, Nap. 1877.

[14]. Come si legge in fine della sua 1a ediz.e della Vita del Campanella (an. 1840), il Baldacchini dimandò di voler fare ricerche nell'Archivio di Stato, e il Soprintendente Spinelli, che ne tolse la cura sopra di sè, finì per scrivergli una lettera con la quale fece sapere che il processo del Campanella fu «formato fuori la giurisdizione de' tribunali della capitale, per cui non esiste in Archivio», ed aggiunse non essersi trovato nulla nelle Esecutorie, Dispacci del Collaterale, Provvisioni in forma Cancelleriae, Lettere Regie, Processi del Collaterale etc. — Inoltre si legge nel Rendiconto delle tornate dell'Accademia Pontaniana (an. 1865, tornata 11 giugno pag. 58), che avendo l'Accademia a proposta del Baldacchini impegnato il Soprintendente Trinchera perchè si cercasse ancora nell'Archivio qualche notizia, egli fece sapere di «aver fatto ripetere le ricerche per le notizie concernenti il Campanella, senza che si ottenesse alcun favorevole risultamento». — Tutto ciò mostra una volta di più, che le ricerche si dobbono fare da chi ha già bene studiato l'argomento, su cui si vogliono notizie. E quanto al voler trovare il processo nell'Archivio di Stato, si conosce oramai da un pezzo che esso fu disperso o bruciato anche prima che il Campanella fosse liberato dal carcere, e nel 1620 non si trovava più. Se ne potrebbe solamente trovare qualche copia, come quella posseduta dal Giannone, ma non nell'Archivio. Ed aggiungiamo che si potrebbe del pari trovare non nell'Archivio, bensì in qualche Biblioteca, una «Relazione di Carlo Spinelli Luogotenente generale in Calabria», che si vede citata, a proposito di Gio. Geronimo Morano, dal Duca della Guardie (Discorsi delle famiglie estinte, forestiere etc. Nap. 1641 pag. 264); essa riuscirebbe importante poco meno del processo, ed è bene che i ricercatori lo tengano presente.

[15]. Rendiamo pubbliche grazie al cav. F.º Sanchez Diaz Direttore dell'Arch. in Simancas ed a' suoi solerti Impiegati, che dapprima alleviarono il nostro poco lieto soggiorno in quella infelice borgata, e poi ci diedero prova gratissima del come sappiano degnamente soddisfare agl'impegni presi: diversi tratti, che avevamo copiati di mano nostra, ci hanno fatto rilevare la grande diligenza con la quale venne condotta la copia trascritta a nostre spese de' documenti che avevamo rinvenuti. È superfluo poi parlare degli Archivii italiani, dove per altro tutto è stato trascritto di mano nostra: la cortesia degl'Impiegati di questi Archivii è ben nota a chiunque li abbia anche una sola volta visitati.

[16]. Ecco un elenco di tali documenti: i due primi stanno nel Carteggio Vicereale, gli altri tutti nel Processo di eresia. 1º La denunzia di Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che fu la prima base del processo; 2º La dichiarazione scritta dal Campanella subito che fu preso; 3º L'esame di Cesare Pisano al cospetto dello Xarava; 4º L'indulto concesso da Carlo Spinelli a Giulio Soldaniero e Valerio Bruno fuorusciti e denunzianti, ad istanza di fra Cornelio; 5º L'esame di fra Gio. Battista di Pizzoni; 6º Le confronte del Pizzoni col Campanella, e poi con fra Dionisio, come pure quella di fra Dionisio con fra Silvestro di Lauriana; 7º L'esame di fra Domenico Petrolo; 8º Il secondo esame di fra Domenico fatto a sua richiesta; 9º Le cartoline scritte trovato indosso al Campanella quando fu spogliato per dargli il tormento del polledro; 10º La relazione di due dialoghi notturni tra il Campanella dichiaratosi pazzo e il suo amico fra Pietro Ponzio, raccolti dagli scrivani mandati a spiarli.

[17]. Berti, Nuovi Documenti su Tommaso Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 1881 (15 9bre). — Di questa Memoria a soli 100 esemplari l'autore ci ha fatto dono, e glie ne rendiamo pubbliche grazie.

[18]. Alludiamo all'uso delle parole «inquisito, confronta, cerca» etc. che si trovano adoperate ne' processi abitualmente. A proposito poi della lezione precisa de' documenti, che ci siamo sforzati di riprodurre con fedeltà, non sarà forse inutile fare avvertire che spesso la medesima parola, adoperata a breve intervallo, vi s'incontra variata oltre ogni aspettativa: p. es. non è raro incontrare in due o tre versi successivi «esamine, essamine, examine». Era tanto spinto il gusto del vario nel 1600, da riuscire assai difficile l'adagiarsi in una dicitura uniforme; non vorremmo quindi che il fatto venisse attribuito a poca esattezza di riproduzione da parte nostra.

[19]. Ved. Colet, Oeuvres choisies de Campanella, Paris 1844; e Angeloni Barbiani, Tommaso Campanella, Saggio critico, Venez. 1876

[20]. Ved. Lettera del Card.l S. Giorgio al Nunzio Aldobrandini del 18 giugno 1594 Cod. Strozziani filz. 207.

[21]. Ved. Capialbi, Documenti inediti circa la voluta ribellione di F. Tommaso Campanella, Nap. 1845, p. 16 in nota.

[22]. Ved. nell'Arch. di Roma, Processi, il proc. 251; num.º del registro 69, fol. del proc. 1298. E cons. Bertolotti, Giornalisti, Astrologi e Negromanti, nella Rivista Europea, febb. 1878. — D'altronde anche in una delle lettere del Campanella da noi pubblicate, quella degli 8 luglio 1607 a Mons. Querengo, egli dice di avere «anni 39 da finir a Settembre». Ved. il Codice delle Lettere del Campanella etc. Nap. 1881, pag. 61.

[23]. Ved. nel vol. III Doc. 304, pag. 247.

[24]. Ved. Doc. 1º, pag. 4.

[25]. Così nelle sue Poesie fllosofiche, ediz.e D'Ancona p. 107:

«Povero io nacqui, e di miserie vengo

nutrito in mille prove».

Anche nella lett. a Mons. Querengo pocofà menzionata si legge: «io in bassa fortuna nacqui».

[26]. Berti, T. Campanella, nella Nuova Antologia, luglio 1878, pag. 202.

[27]. Così nella sua opera De Sensu Rerum, lib. 3. cap. 11. Ma anche in molti altri luoghi egli parla de' maravigliosi pronostici di questa «indotta feminuccia» che era la sua carità, e che egli maritò, come disse nel processo. Avvertiamo che nel citare qualche brano dell'opera De Sensu rerum, diamo la preferenza a un ms. italiano «Del senso delle cose», che si conserva nella Bibl. Nazionale di Napoli (I, D, 54) e che rappresenta la ricomposizione originaria dell'opera dopochè era stata perduta: esso ci offre un modo di scrivere corrente, molto usato dal Campanella ma poco conosciuto, abbastanza rozzo ma assai curioso.

[28]. Ved. Doc. 1º, c, pag. 6. Ad esso fa riscontro un altro documento della stessa epoca e proveniente dagli stessi luoghi, che si trova nelle stesse scritture Partium, vol. 1477 fol. 208. Prospero Carnevale di Stilo, il cui nome incontreremo nel corso di questa narrazione, in data del 2 10bre 1598 si duole che alcuni cittadini, e tra gli altri un Bernardino Stolca che faceva l'arte di scarparo, per non pagare «si sono levati dall'arte con andarne a spasso».

[29]. Ved. Doc. 336, pag. 300; 337, pag. 301; 369, pag. 370.

[30]. Ved. per gli studii della puerizia, la lett. del Campanella a Mons.r Querengo sopracitata. L'essere stato fra Tommaso dapprima chierico fu deposto nel processo da lui medesimo, fin dal suo primo interrogatorio, e poi anche da altri; ved. Doc. 304, pag. 247; e Doc. 347, pag. 320.

[31]. Ved. Doc. 281, pag. 211, e la nostra Copia ms. de' processi ecclesiastici tom. 2º, fol. 277. Poniamo qui che nella Numerazione de' fuochi di Stilo per l'anno 1532 (vol. 1385 della collezione) si legge, «n.º 20. Agacius Zoleus an. 50; Angelica uxor an. 40». Non costui, bensì qualche suo nipote dovè essere Agazio Solea grammatico, di cui si parla nel testo; e lo si trova citato come testimone, con la qualità di Nobile «nobil. Agazio czolea» in un processo del 1572 (ved. Processi della Camera della Sommaria n.º 7654), «Acta inter univ.m Casalis Comini terrae Stili et univ.m Casalis stignani et alias». Quivi è registrato anche «not. Franc.º campanella».

[32]. Ved. Th. Campanellae Medicinalium, Lugduni 1635, lib. 6, cap. 2. p. 324.

[33]. Ved. De Sensu rerum, lib. 4, cap. 18.

[34]. Ved. De libris propriis Syntagma, ediz. del Crenius, Lugd. Batav. 1696.

[35]. Ved. nell'Arch. di Stato il vol. 170, fasc. 1. fol. 46 t.º della così detta Scuola Salernitana, che comprende le carte dello Studio di Salerno ed anche parecchie carte dello Studio di Napoli. Vi si legge: «Ego Julius Cesar Campanella de Stilo spondeo, voveo et juro, sic me deus adjuvet per haec sancta dei Evangelia». Notiamo ancora che verso la stessa epoca, e propriamente nell'anno 1586, le Matricole dello Studio di Napoli recano tra gli altri «Paulo Campanella de Stilo leggista», che dovea essere cugino di fra Tommaso e che troveremo menzionato nel corso della vita di lui.

[36]. Vedi nell'Arch. di Stato il Rollo de' Lettori di quest'epoca, ed inoltre le Matricole dello Studio. Non mancano gli esempî di persone solamente licenziate che dimandavano ed ottenevano permesso d'insegnare: si può citare, tra gli altri, il caso del celebre Mario Schipano, che era soltanto licenziato e dimandava di laurearsi il 20 giugno 1601 (ved. Scuola Salernitana vol. 188), ed aveva già ottenuto il permesso d'insegnar logica due anni prima. «Die 7 mensis septembris 1599 fuit concessa licentia Mario Schipano legendi logicam scholaribus matriculatis et non aliter, per annum a data praesentium; fecit professionem» (ved. lo zibaldone delle Certificatorie e Rolli de' lettori di quest'epoca tra le carte della Cappellania maggiore). — Relativamente al Bando sopramenzionato, esso trovasi ripetuto quasi ogni anno nelle Matricole: reca, al solito, un grossolano pretesto e dice così: «Banno et Comandamento da parte dell'Ill.mo et Excell.mo etc. (si metteva il nome del Vicerè dell'anno). — Essendo informati che per molti doctori et altre persone se leggono nelle lloro case et in altri lochi fora del pup.eo studio di questa m.ea et fidelissima Città de Napoli diverse sorte de lectioni di legge di phil.a et med.a et altre lectioni che se leggono et soleno leggersi nel d.to pup.eo studio dalli pup.ei lectori di quello, et che etiam detti pup.ei lectori leggono fora del studio predicto oltre le lectioni che se leggono nel d.to studio, dal che n'è nato et nasce che li studenti et scolari quando vanno nel detto pup.eo studio per haverne inteso et intenderne lectioni fora di quello fanno romore di sorte che impediscono li lectori de leggere, et alli altri studenti, et scolari d'intendere le lectioni predette, et stando previsto et ordinato nel dicto pup.eo studio il numero de lectori li quali sono salariati dalla Regia Corte, et leggono lectioni d'ogni scientia, conviene che tutti detti studenti et scolari vadano ad intendere le lectioni predette nel dicto studio dalli decti lectori ordinarii salariati dalla detta Reg.a Corte et non da altri fora lo studio predetto. Pertanto attal che così s'essegna et per evitare li detti romori che sono soccessi per il passato nel detto studio per le cause predette Ordinamo, et Comannamo per il presente banno che dal dì della pubblicatione d'esso avante et infuturum non debbia nessuna persona de qualunque qualità se sia leggere nelle case ne in altro loco fora del detto studio nessuna lectione di legge filosofia et medicina eccetto che la lectione dell'instituta juxta testum sencza ordine et licentia nostra in scriptis, sotto pena à quello che contravenerà di tre anni de relegatione nell'Isola de Capri, Ordinando, et Comandando al m.eo Regente della gran Corte dela Vicaria et alli m.ei giudici di quella che attendano a fare osservare il presento banno et contra li transgressori debbiano esseguire la detta pena irremisibiliter. Datum» etc. (seguono le firme). — E ci sono anche capitati tra mano alcuni curiosi processi di questo genere.

[37]. Ved. p. es. a proposito di Gaetano Argento, il Settembrini, Lezioni di Letteratura Italiana, Nap. 1872, v. 3.º p. 19.

[38]. Ved. Th. Campanellae, Philosophia sensibus demonstrata pag. 3, e Doc. 304, pag. 246.

[39]. Per la dichiarazione del Campanella ved. Doc 402, pag. 500; per quella de' due frati, che furono fra Francesco Merlino e fra Gio. Battista di Placanica, ved. Doc. 353 e 354, pag. 333 e 335, infine per la dichiarazione de' tre frati, che furono fra Alessandro di S. Giorgio, fra Giuseppe Bitonto, e fra Vincenzo Rodino, ved. Doc. 283, pag. 215; 297, pag. 232; 284, pag. 217. Fra Vincenzo parlò della dimora in Nicastro dopo S. Giorgio.

[40]. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Torino 1854. Disc. preliminare pag. 14.

[41]. Baldacchini, Vita di T. Campanella, 2.a ed. Nap. 1847. pag. 27 e 28.

[42]. A suo tempo non mancheremo di dare notizie più larghe su tutti i Signori del Tufo.

[43]. Per la dichiarazione del Pizzoni ved. Doc. 278, pag. 199; per quella di fra Pietro Ponzio ved. Doc. 294, pag. 226.

[44]. Nelle Matricole dello studio, degli anni 1586-87 e 1587-88, trovasi «Ferrante Pontio de Nicastro leggista». — Nella Scuola Salernitana (vol. 170, fasc. 4.º cart. 83. t.º riferibile all'anno 1591) trovasi «Ferdinandus Pontius Neocastrensis» col suo giuramento autografo, avendo conseguita la laurea. — Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1309 della collezione) per l'anno 1598 si legge: «nº 939. Ferrante di Ponzio u.j.d. f.º del q.m Jacovo a. 27 [in veteri n.º 684 in precedenti n.º 734» (solo). — «n.º 1267. Francesco de Pontio f.º del q.m Jacovo de ferrante a.... [in vet. n.º 684 sub focolare avi, in preced. n.º 1085, et in comprobatione dicunt monacum ordinis predicatorum et vocatur fr. dionisius ad praesens priorem in monasterio dive marie ann.te hujus civitatis, dicunt ad praesens monacum ut supra». — «n.º 1268 Pietro di Pontio f.º del q.m Jacovo de ferrante a.... [in vet. n.º 684 sub foculare avi, in preced. n.º 1086, et in comprobatione dicunt monachum ordinis predicatorum, dicunt ad praesens monacum ut supra».

[45]. Ved. Doc. 380, pag. 393.

[46]. Jani Nicii Erythraei, Pinacotheca imaginum, Coloniae 1642, tom. 1.º p. 41.

[47]. Franc. Fiorentino, Bernardino Telesio, Firenze 1872-74.

[48]. Jo. Pauli Galterii, Praxis tutelaris, Neap. 1601 (ediz. dedicata a D. Lelio Orsini), e poi Neap. 1621; Practica criminalis instrumentaria, Neap. 1619.

[49]. Ved. nell'Arch. di Stato la Numerazione de' fuochi di Acquaformosa per l'anno 1595 (vol. 1156 della collezione). Al fol. 2 vi si legge: «Se possede lo pr.to Casale de acqua for.sa per lo Civile tantum per lo Rev.mo Fantino petregnano arcevescovo di Cosenza, et per lo m.co Mutio Campolongo se possede la Jurisditione delle Cause criminale et mixte». — Ved. inoltre i Reg.i Partium vol. 1139 fol. 12, let. del 14 8bre 1589, in cui si parla del suo feudo e del suo bestiame; e vol. 1490 fol. 5, let. del 19 gen.º 1598, in cui si parla della sua cittadinanza di Altomonte e dimora in Cosenza, onde non deve pagare la gabella della macina, mentre ha pagato gli adoni feudali; infine i Reg.i Curiae vol. 54 fol. 29, lett. del 31 marzo 1603. Quest'ultima è una risposta Vicereale a D. Lelio Orsini (un altro amico acquistatosi in sèguito dal Campanella), il quale era allora Preside della Provincia di Calabria Citra e Commissario di campagna contro i fuorusciti; e gioverà riportarla. «Philippus etc. Don lelio orsino per una vostra deli cinque di novembre havemo visto quello ci servite (sic) intorno alli eccessi commessi per Mutio Campolongo Capitanio de Cavalli della nova melitia, che havendo il Capitanio di Altomonte carcerato un barbiero, il detto Mutio li mandò a dire che l'excarcerasse, il che recusatosi detto Capitanio, il detto Mutio dentro la casa della Corte li disse molte parole ingiuriose minacciandolo, et cossì anco nella strata publica, et di poi poco distante da detta terra venendo detto Capitanio a cavallo, uno schiavo del predetto Mutio se li fe avante dicendoli per che non haveva liberato lo barbiero poichè il suo padrone ci l'havea pregato, et rispostosi per detto Capitanio che non era tempo, il detto schiavo con un bastone li donò molte bastonate, et de più havendo detto Capitanio preso carcerato un albanese del Casale d'Acqua formosa nel quale detto Mutio tiene la iurisdittione criminale, si chiamò l'alguzino che lo portava carcerato, et li disse che lo lassasse, et che non pigliasse più carcerati li soi vassalli che haveria crepato de mazze etiam lo predetto Capitanio, del che vi ha parso darcene aviso con tutto lo de più per quella andate significando, et ci supponete ad ordinare di possere conoscere la detta causa, Al che rispondendo vi dicimo che ci ne contentamo, et vi ordinamo che debiate procedere contra lo predetto Mutio Campolongo a quanto serà di giustitia in virtù della vostra Commessione che da noi tenete, però non procederete ad atto inretractabile nè ad exequtione di sententia contra di esso senza prima farne parte a noi, et farci destinta relatione di quanto passa, acciò vistosi il tutto possiamo ordinare quello si haverà da exequire, et questo è quanto ci occorre intorno a detta vostra. dat. Neap. die ultima mensis Martii 1603. D. Franc.º de Castro». — Non risulta che tale ordine avesse avuto effetto: ecco un'altra lettera Vicereale diretta nell'anno seguente a Giulio Palermo successore di D. Lelio Orsini, quale si legge del pari ne' Registri Curiae, vol. 55, an. 1604, fol. 97. «A nostra notitia è pervenuto che mutio campolongo patrone del criminale della terra de acqua formosa habbia usato molto insulentie (sic) in persona di don domitio laudato preite de Cassano, et desiderando noi saperne la verità di come è passato detto negotio ci ha parso commetterlo a voi... etc. 18 febbr. 1604. El conde (int. El conde de Benavente)».

[50]. Capialbi, op. cit. pag. 56 nota, e pag. 65. — «Gio. Francesco Branca nacque in Castrovillari circa il 1557 da Bernardino nativo di Citraro, e Covella di Rario, dottorato in filosofia e medicina ritornò in patria e sposò Alessandra Dionisio di Castrovillari. Ebbe tre figlie e diè in dote a ciascuna ducati 3,000 somma a que' tempi non indifferente: la sua primogenita, Vittoria, sposò nel 7 maggio 1598 il dottore in legge Tiberio Poù napoletano. Morì il 24 agosto 1621, avendo lasciato in testamento a' frati conventuali del suo paese la biblioteca e i suoi manoscritti che andarono smarriti per l'espulsione de' frati nel principio di questo secolo».

[51]. Ved. Numerazione de' fuochi di Rogiano (vol. 1345 della collezione). Nell'anno 1562 si legge: «n.º 222 Loyse de Rogliano a. 27, Marcella uxor a. 22; Dom. f.º a. 2. [In nova Plinius f.º n.º 99, et Ferdinandus alius f.º n.º 308». — Nell'anno 1596 si legge: «n.º 99. Plinius Roglianus Artis medicae doctor q.m Aloysii a. 30; Antonia uxor a. 20; Fulvia filia a. 2.; Cesar a. 20, Diana a. 18 famuli. — n.º 308. Ferdinandus de Rogliano q.m Aloysii a. 25» (senz'altro). — Nell'anno 1641 tra' nomi de «Fuochi estinti» si legge: «n.º 36 Prinio Rogliano, in vet. n.º 99. — n.º 101. Ferdinando Rogliano, in vet. n.º 308». — Si avverte inoltre che nella numerazione del 1596 trovasi pure un Platone Rogliano, un Partenio Rogliano etc. E si aggiunge infine che nella Numerazione de' fuochi di Altomonte (vol. 1145 della collezione) trovasi per la discussione degli aggravii citato come testimone due volte, a cart. 115 e 117 «Plinio Rogliano A.M.D.» rilevandosi che fu contumace; donde desumiamo che egli doveva avere possessioni in Altomonte.

[52]. P.e Fiore, Calabria illustrata, Nap. 1691, tom. 2.º pag. 394.

[53]. Ved. Doc. 278, pag. 199.

[54]. Ern. Salom. Cyprianus, Vita Campanellae, 2.a Ed. Traiecti ad Rhenum 1741, p. 4.

[55]. D'Ancona, op. cit. pag. 48 e seguenti.

[56]. Per le testimonianze processuali citate qui sopra ved. Doc. 328 e 329, pag. 281 e 282. Avvertiamo che alle ultime circostanze suddette non si può aggiustar fede facilmente: a chiunque avesse dato motivo di far parlare gravemente di sè, in materia di fede, soleva affibbiarsi una mala fine, semprechè egli era lontano e la vera fine non si poteva conoscere.

[57]. Il brano dell'Atheismus triumphatus, rilevato dal Berti nell'ediz. di Roma 1630 pag. 150, sarebbe il seguente: «Hanc scientiam.... (int. la Magia) multi a Daemone ex parte docentur: quod mihi jam non est dubium, postquam Astrologum supradictum hanc quoque scientiam, et alias docere promisit artes, simulans sese Angelum esse. At ego increpavi Astrologum, cum mihi dolosa ejus verba retulisset, et dissolutum est commercium, ac deceptionem sui nuncius agnoscens recessit a visionibus, et suggestione sola moraliter deceptus necem obiit violentam». Ma questo brano, come si vede, richiama un altro brano precedente, che dovrebb'essere quello della pag. 113, il quale dice così: «Ipse magno arsi desiderio experiundae hujus veritatis (int. l'apparizione de' Demonii), quod tandem non sine Dei providentia, ex meo (sic) malo operante mihi bonum assecutus sum. Scio Astrologicum virum moderatum, qui ex constellatione in genesi cujusdam juvenis idiotae argumentatus est illi apparituros intellectus abstractos, licet incerta argumentatione; tunc avidus experiundi instruxit juvenem quomodo esset rogaturus Angelos Lunae, et Stellis praesidentes, quos philosophi, vel solos non negant Peripatetici, qui negant Daemones et Angeles alios omnes. Disposuitque confectis orationibus cerimoniisque. Tunc juvenis coepit mirifica videre, et responsa accepit Astrologus per illum de rebus gravissimis, et qui apparebat ei Spiritus simulabat se esse Angelum, et aliquando esse lunam, aliquando Solem, aliquando Deum. Sub his enim et aliis formis apparebat inter somnum et vigiliam. Veritates plurimas annunciabat. Multique apparuerunt, sed paulatim ad magis falsa pertrahere conati sunt idiotam adolescentem...» (qui enumera una serie di falsi principii annunciati dagli Spiriti).. «Tandem amicus signa petit, sicut Gedeon per juvenem. Pollicitus est qui apparebat: sed exinde dolis usus est incredibilibus, quò curiosum virum Astrologum dubitantem, et meliora consulentem, ab illo misero juvene separaret. Quem deinde separatum, ut libuit, deceperunt, et ad violentam necem pertraxerunt. Tunc alium virum praestolantem promissa ante casum juvenis aerumnae atrocissimae ad majorem experientiam tennerunt diu, donec propriis visionibus agnovit quae vix unquam intellexisset». Dobbiamo ancora fare avvertire che quest'ultimo brano offre qualche variante nell'ediz. di Parigi 1636, leggendovisi a pag. 161: «Ipse magno arsi desiderio experiundae hujus veritatis... (come sopra) quod... ex eo male operante mihi bonum assecutus sum. Astrologus ingenuae probitatis, Astrologica superstitione Haly Abenragel curiose provocatus, nondum expertus doctrinam sanctorum quod in omnibus vanis observationibus sese ingerit Daemon: ex genesi cujusdam juvenis idiotae argumentatus illi apparituros intellectus abstractos, quamvis id nec ipse crederet, experiundi gratia quod Plinius et Aristoteles contra dogma Christianum falsum esse docent: instruxit juvenem quomodo invocaret Angelos siderum, quos Peripatetici solum extare concedunt: ad nos autem non descendere. Tunc juvenis coepit mirifica videre.... etc. (il resto come sopra, aggiuntovi dopo la parola «intellexisset» quamvis viri sancti et philosophi multi haec asserant). — Evidentemente tra un brano e l'altro c'è un garbuglio circa la persona dell'astrologo, che una volta rappresenta la parte di colui il quale avea le visioni del demonio camuffato da angelo, con la promessa che gli avrebbe insegnata la magia etc.; ed un'altra volta rappresenta la parte di colui il quale sorvegliava e criticava le rivelazioni dell'angelo e lo scovriva demonio. Sembra che al Berti sia caduto sott'occhio unicamente il brano riportato sopra in primo luogo. Ad ogni modo da esso non risulta quanto il Berti dice, che cioè al Campanella «avanti che entrasse in carcere, un astrologo, il quale fingevasi angelo, promise insegnargli la magia per parte di Dio: ma essendosi ben presto accorto dell'inganno, ruppe bruscamente ogni pratica, tanto che l'astrologo vedendosi a tal modo deluso, si tolse violentemente la vita» (Nuova Antologia, luglio 1878 pag. 207). Al Campanella non toccò altro qui, che riprovare le ingannevoli promesse fatte dal demonio all'astrologo, aprire gli occhi a costui, il quale ruppe il commercio col demonio e poi finì per morte violenta. Ma le Lettere del Campanella già pubblicate dal Centofanti (Archivio Storico an. 1866, pag. 30-34, e 66) danno molta luce su questo fatto, e mostrano fuori ogni dubbio che esso accadde appunto nel carcere, durante il luglio o agosto 1603; sicchè avremo naturalmente ad occuparcene a suo luogo.

[58]. Berti, Lettere inedite di T. Campanella e Catalogo dei suoi scritti, Roma 1878, pag. 71 in nota.

[59]. Deposizioni di fra Giuseppe Bitonto e fra Francesco Merlino; ved. Doc. 297 e 352, pag. 232 e 332.

[60]. Meno esattamente il D'Ancona (op. cit. pag. 78) con la scorta forse del Fontana lo disse eletto il 1589. Quétif ed Echard (Scriptores ordinis Praedicatorum, Lutet. Paris. 1721, t. 2, pag. 292) lo dicono veramente Commissario gen.le dell'Inquisizione nel 1588, e nello stesso anno Generale dell'Ordine. Nell'iscrizione funeraria, che è del 1600, leggesi «assumptionis suae anno XII a die XX maii». Questa iscrizione si trova nella Cappella de' Brancacci in S. Domenico, sormontata dal ritratto del Beccaria, opera di Carlo Sellitto; un viso lungo, magro e pallido, con sorriso sforzato, fisonomia come quella che suol darsi a Mefistofele: avremo ancora a parlare di lui in relazione col Campanella.

[61]. Jani Nicii Erythraei, Pinacotheca imaginum, Coloniae 1642, tom. 1.º pag. 42.

[62]. Ved. Fiorentino, Bernardino Telesio, v. 2.º pag. 23.

[63]. Ved. nell'Arch. di Stato la così detta Scuola Salernitana, vol. 4.º fasc. 2.º (anno 1614), e vol. 188.º fasc. 4.º (anno 1601-1603). I cartoni, che quivi si conservano, riflettono una disputa in filosofia sostenuta da Gio. Bernardino Pasanisi di Manduria, una in medicina da Francesco Costa di Salerno, una in legge dal nobile Marcello Macedonio di Napoli: nella disputa in legge figura da preside il lettore pubblico delle Instituta Francesco Fenice alias Abate Aristotile, che soleva firmare con l'aggiunta di questo soprannome. Le proposizioni in filosofia sono non meno di 50, distinte sotto più rubriche: Ex metaphysica; Corporis naturalis principia; Caussae; Affectiones; Corpus simplex; Rerum generatio et corruptio; Corpus vivens; Instrumentum sciendi.

[64]. Ved. nell'Arch. di Stato la lettera del Cappellano maggiore D. Girolamo della Marra, per la nomina del lettore Baldassarre Paglia, in data del 31 agosto 1672.

[65]. Vedi la Descrizione di tutti i luoghi pii di Napoli, con l'importantissima Numerazione e' fuochi ed anime di Napoli e suoi borghi, fatta a 7bre 1591, ottobre 93, giugno 96, e 7bre 98, ms. che si conserva in copia nella Biblioteca di S. Martino. — La numerazione fu eseguita dall'autorità ecclesiastica, non essendovi per Napoli una numerazione di fuochi governativa: e possiamo assicurare, sapendolo da altre fonti, che l'originale di quel documento fu scritto da Notar Francesco di Napoli nel 1598, e diretto al Card.l Gesualdo ad occasione di una nuova circoscrizione parrocchiale che allora si fece. La popolazione di Napoli e borghi vi si trova notata in anime 225,769; quella de' Monisteri e Conservatorî in anime 7,365.

[66]. Ved. nell'Arch. Mediceo, scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 222, la lett. del Nunzio al Sig. Statilio Paolini de' 5 giugno 1592. Vi si legge: «Io trovo qua un modo di vivere molto licentioso di quasi tutti i Regolari, che con molto scandalo et querela di questa città vanno giorno e notte soli et accompagnati dove lor piace, e tal'hora, quanto intendo, con armi proibite, nè solo in casa Donne sospette, ma alle pubbliche Commedie, sì che nel signor Vice Re et in questi Ministri Regii è venuto concetto che non si faccia eccesso notabile in questo Regno, che non c'intervenga o Preti o Frati. Ho pensato che sia bene darne notitia a N. S.re acciò S. S.ta possa commandare sopra il rimedio che gli par meglio, perchè se bene tengo il Breve contro à quelli che stessino alla strada (intend. datisi al brigantaggio), non di meno quanto alle cose soprascritte, che ho trovato per molti riscontri vere, et non ho lasciato occasione d'avertirne i loro superiori, non ho autorità alcuna, rispetto a' Privilegii di detti regolari».

[67]. Ved. per tutti i particolari del tumulto e ribellione de' frati principalmente i dispacci del Residente Veneto in Napoli, testimone oculare e non sospetto di partigianeria; essi furono già pubblicati dal Mutinelli, Storia arcana ed aneddotica d'Italia, Venez. 1855 tom. 2.º pag. 166 e seg.ti Ved. inoltre nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 208, la lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 6 giugno 1595. — Il Residente Veneto fu realmente testimone oculare, poichè il palazzo di Venezia aveva alle spalle il giardino del convento di S. Domenico, ed una terrazza di esso esistente in fondo al cortile dava facile passaggio a quel giardino. Come è noto agli amatori delle cose napoletane, il Palazzo di Venezia era quello che vedesi alla strada Trinità Maggiore (già strada del Seggio di Nido) un po' più in là del Palazzo del Principe della Rocca, dirimpetto all'imbocco della strada de' Pignatelli: era stato donato alla Serenis.ma dal Re Ladislao nel 1412, e fu specificatamente capitolato e restituito dopo le guerre d'Italia nella pace fatta a Bologna il 1529; si potrebbe tessere tutta la storia de' successivi mutamenti che vi furono introdotti con le notizie in gran numero che ne abbiamo incontrato nell'Archivio di Venezia. Oggi ancora vi si vede in fondo al cortile una terrazza, che all'epoca della quale trattiamo era guarnita di un portico a colonne e trovavasi ad un livello molto più basso, tanto che non una volta fu saltata da individui che scappavano innanzi a' birri e cercavano un asilo nel giardino de' frati: il portico fu poi guasto dalla cannonata dell'8bre 1647, durante l'insurrezione; avendo anche il popolo rotte le mura interne di questo Palazzo e degli altri contigui, per inoltrarsi da S. Domenico, dove si era barricato, verso il locale de' Gesuiti e il campanile di S. Chiara, dove aveano presa posizione gli spagnuoli.

[68]. Ved. Lett.e del Nunzio del 20 10bre 1602 e 3 7bre 1604.

[69]. Ved. Doc. 361, art. 48-49, pag. 354.

[70]. Ved. nell'Arch. di Stato i Registri Privilegiorum vol. 41 an. 1546-47 fol. 35.

[71]. Ved. il brano del Syntagma sopra riportato, a pag. 22. Per la deposizione che attestò avere il Campanella dimorato presso Mario del Tufo ved. il Doc. già citato, n.º 352, pag. 332.

[72]. Ved. i Registri Privilegiorum vol. 86, an. 1587-88, fol. 262.

[73]. Ved. Registri Privilegiorum vol. cit. fol.º 82; e Registri Sigillorum vol. 31, an. 1595, data 17 marzo.

[74]. Tutte queste notizie intorno a' detti Signori Del Tufo sono state rilevate dagli scrittori patrii in materia di nobiltà, segnatamente da Gio. Batt. Del Tufo, Cronologia dell'Ill.ma famiglia del Tufo, Nap. 1627. Vero è che questa Cronologia manca appunto di date; ma, come si è visto, le Scritture dell'Archivio di Stato ce le hanno fornite a sufficienza. Vogliamo intanto anche porre qui alcuni specchietti genealogici da noi compilati, per facilitare a' lettori la conoscenza dei Signori del Tufo e loro parenti co' quali il Campanella fu in comunicazione; tale conoscenza potrà forse aprire la via a qualche ulteriore ricerca.

A. — Giovanni del Tufo Sig.re di Lavello, 2.º genito di Giacomo e Mariella della Valle m. a Vincenza Capece-Latro.

Giacomo, creato nel 1536 Marchese di Lavello m. a Lucrezia della Tolfa.
Paolo Gov.re di Milano etc. etc. (v. sotto).
Maddalena m. a Lodov. d'Abenavolo de' 13 di Barletta.
Antonia m. a Adriano Carafa della Spina.
Gio. Geronimo 2.º March. di Lavello m. a Isabella di Guevara; poi ad Antonia Carafa della Spina.
Mario (v. sotto)
Giacomo
etc. etc.
Beatrice m. a Ettore Pignatello poi a Fulvio Costanzo M.se di Corleto.
etc. etc.
Gio. Geronimo 4.º M.se di Lavello m. a Beatrice di Sangro f.a di Fabrizio Duca di Vietri.
Innico.
Emilio.
Isabella m. a *Gio. Milano M.se di S. Giorgio e Polistina.
Costanza m. a *Geronimo del Tufo f.º di Fabrizio.
etc. etc.
Francesco 5.º M.se di Lavello m. a Costanza Pappacoda f.a del M.se di Capurso.
Isabella m. a Gio. di Sangro 1.º genito di Fabrizio Duca di Vietri.
Giovanni 3.º March. di Lavello m. a Caterina Caracciolo sorella del Duca d'Airola.
Paolo Barone di Vallata e Vietri.
Gio. Antonio.
Gio. Francesco.
etc.

B. — Mario del Tufo Sig.re di Minervino, f.º di Gio. Geronimo 2.º M.se di Lavello, m. a Fulvia Persona e divenuto Barone di Matina.

Ascanio m. a Antonia Guarina.
Giacomo.
Francesco.
Paolo.
Antonia m. a Innico del Tufo f.º di Giovanni 3.º M.se.
Giovanna m. a Franc. del Tufo Bar. di Vallata.

C. — Paolo del Tufo 2.º genito di Giovanni Sig.re di Lavello m. a Violante Caracciolo.

Marcello m. a Giov. Carafa di Montenegro.
Fabrizio m. a Porzia Muscettola.
Ascanio.
Ottavio.
Orazio.
Giulia.
Aurelia m. a Alfonso del Tufo f.º di Giacomo d.º della Bandiera.

. . .

Geronimo m. a Costanza del Tufo f.a di Giovanni 3.º Marchese.
Camilla m. a D. Carlo Siscara.
Camillo
Marcantonio Vesc. di Melito.
Placido.

[75]. Moltissimi documenti intorno a Mario del Tufo si trovano sparsi nelle scritture del Grande Archivio di Napoli. Pe' fatti qui asserti ci basterà citare solamente i Reg.i Partium vol. 1208, 1288, 1380, 1485: quanto alla razza di cavalli di Mario, e alle sue relazioni col Gran Duca di Toscana, abbiamo nell'Arch. Mediceo rinvenute molte sue lettere anche autografe, e di esse ci riserbiamo di parlare più oltre con maggiore opportunità.

[76]. Ved. Fiorentino, Della vita e delle opere di Giovan Battista de la Porta, nella Nuova Antologia vol. 51º maggio 1880 pag. 251. — I fonti a' quali alludiamo nel testo sono: 1º Bart.º Chioccarello, De illustribus scriptoribus qui in civitate et Regno Neapolis floruerunt, libro pubblicato in parte (Neap. 1780, vol. 1.º) ed in parte rimasto manoscritto e così acquistato dalla Bibl. Naz. di Napoli; il Chioccarello conobbe personalmente Gio. Battista Della Porta e frequentò la casa di lui e le conversazioni che vi si tenevano; consacrò un art.º speciale a Gio. Vincenzo Della Porta. 2º Lettera di Gio. Battista Longo intorno a' fratelli Della Porta e segnatamente intorno a Gio. Vincenzo, annessa al libro inedito di Gio. Battista Della Porta, intitolato «Taumatologia, Criptologia, Calamita, Chironomia», libro già appartenuto alla Bibl. Albani ed ora esistente nella Bibl. della Facoltà di Medicina di Montpellier: questa lettera, che insieme al detto Codice abbiamo potuto esaminare in una delle nostre escursioni a Montpellier, vedesi scritta da Napoli in data 11 agosto 1635, e forse venne diretta a Cassiano Del Pozzo, in origine proprietario del detto Codice, il quale non fu ignoto al Chioccarello, e fu fatto vagamente conoscere dal Libri (Histoire des sciénces mathematiques en Italie, Paris 1841, t. 4º, nota VIII, pag. 406).

[77]. Pel privilegio che conferisce l'ufficio sud.to a Nard'Antonio della Porta, ved. i Registri Privilegiorum vol. 34, an. 1540-42 fol. 94. Pel privilegio nobiliare di tutta la famiglia, ved. i medesimi Registri, vol. 30, an. 1534-49 fol. 241; esso è in data di Bruxelles 31 10bre 1548, e un po' più concisamente riproduce quello che diamo in esteso pe' De Rinaldis (risc. Doc. 2 b, pag. 6): non sapremmo poi dire se tale privilegio sia conciliabile col fatto che vediamo asserto, che cioè i Della Porta sieno stati nobili fin dal tempo degli Angioini.

[78]. Intorno a Gio. Antonio Pisano maestro del Porta, siamo in grado di dare qualche altra notizia al di là di quella raccolta dal Fiorentino presso l'Allacci: poichè fu lettore pubblico in medicina «pratica», e nell'Archivio di Stato non mancano documenti che lo ricordano. Cominciò le sue lezioni nel 1557 succedendo al Bozzavotra, con la provvisione di D.ti 80 annui, e vi rinunziò per vecchiaia il 18 8bre 1585, succedendogli per pochi giorni D. Antonio Alvarez, e quindi, morto costui, Gio. Geronimo Polverino. Ma nel frattempo diè lezioni anche di anatomia, la qual cosa dimostra la sua grande cultura, poichè nessuno aveva osato insegnarla dopo Gio. Filippo Ingrassia (1548-53). Vide stentatamente accresciuta la sua provvisione a D.ti 123 l'anno, con qualche altro meschino sussidio talvolta, come ad occasione della morte di Gio. Leonardo Colombino senese, lettore di jus civile, quando insieme ad altri lettori ne fece dimanda con un suo memoriale di cui ci resta una relazione così concepita: «Memoriale del magnifico ar. et. me. do. Jo. Antonio pisano lector ordinario de la lectura de la pratica con provisione de la R.a Corte de docati cento vinti tre lo anno sub data Neapoli xiij. Januarij 1567. in lo quale memoriale se expone per sua parte che havendo lecto multi anni la lectura de medicina con satisfactione de li audienti, et la provisione esser poco, et questo anno voler di novo fare la anatomia senza pagamento alcuno ad bono publico, per sua parte supplica V.a Excell.tia che delli denari del studio che avanczano per la morte de Colombino se li faczia gratia di qualche aiuto di costa di quanto restarà servita V.a Excell.tia». Il Pisano fu anche Protomedico dal 1570 in poi, e non lasciò alcuna opera ma molte ricchezze, come tanto spesso è accaduto e continuerà ad accadere in Napoli: nel 1586 divenne Barone di Pascarola, comprando questa terra da D.a Popa Carafa Marchesa di S. Elmo (ved. i Registri Privilegiorum vol. 79, an. 1586-87 fol. 32 e 192).

[79]. Poniamo qui una breve notizia di questo Codice tuttora non studiato, desumendola dagli appunti che ne prendemmo in Montpellier. In una lettera preliminare all'Imp. Rodolfo il Porta dice che gli manda l'opera da lui chiesta, dandola in iscritto affinchè non muoia seco, e ciò in cambio dell'amore che gli ha portato. La Taumatologia vi è rappresentata da un Indice diffuso che comprende 11 libri, la Criptologia è rappresentata da un libro in 15 capitoli, la Calamita da un trattato unico di 40 pagine, la Chironomia da due libri, il primo di 18, il secondo di 14 capitoli. Gli 11 libri della Taumatologia sono così intitolati: 1.º della prospettiva (vi si parla del telescopio, degli specchi etc.); 2.º delle cifre o numeri; 3.º de' veleni e antitodi; 4.º i rimedii della medicina (trovati da lui che ha avuto un corpo debole, e provati ogni giorno in sua casa su molti per cortesia); 5.º i più ascosi segreti della natura; 6.º della virtù de' numeri; 7.º della trasmutazione de' metalli; 8.º della medicina spagirica et distillatoria; 9.º dell'iconomia et accrescer l'entrata; 10.º i segreti della guerra; 11.º de varie operationi. Son distesi per intero soltanto il libro 2.º de' numeri in capitoli 47, e il libro 4.º de' rimedii (per errore detto pure 2.º) in capitoli 23, cominciando quest'ultimo con le parole «est praesens liber medicus» etc. Abbiamo detto nel testo che tra' segreti ve ne sono de' mostruosi: basterà citarne uno che per la sua oscenità vedesi ricoperto da una carta incollatavi sopra, la quale per altro non impedisce di poterlo leggere a trasparenza, spiegando tutto il foglio contro una viva luce; esso ha per titolo «ut coles in quantumvis magnitudinem et longitudinem excrescat; cap. 8»! Così nella Criptologia si parla della liberazione de' Demoniaci, di segreti ad amorem, di amuleti, di verghe che dimostrano tesori nascosti, e tutto ciò con una iattanza delle più disgustose. Evidentemente il libro fu scritto per uso e consumo dell'Imperatore, che si conosce essere stato oltremodo ghiotto di simili cose. Riesce poi perfettamente giustificata l'opinione del prof. Fiorentino, che la «Chirofisonomia di G. Batt. della Porta tradotta da un ms. latino dal Sig. Pompeo Sarnelli, Nap. 1677» rappresenti la traduzione della Chironomia del Codice di Montpellier: non abbiamo avuto modo di farne il confronto letterale, ma abbiamo rilevato il numero de' libri e de' capitoli che si riscontra in modo soddisfacente.

[80]. Ved. De sensu rerum, lib. 3.º cap. 13.

[81]. Ved. Campanellae, Medicinalium juxta propria principia, Lugduni 1635. — 1.º Nel libro 6º, cap. 6º, p. 395 si legge: «Utebatur Porta mirifico collyrio statim sanante, cujus non memini, sed in libro magiae suae inscriptum invenitur, et in mei repentinam oculi afflicti et sanguinei sanitatem coram multis perfecit, suis ipse manibus instillando». Infatti nella Magia del Porta, ediz. nap. del 1589, lib. 8, cap. 4, p. 153, è registrata la preparazione molto complicata di tale rimedio, che al Porta medesimo fu applicato da un empirico, e che egli si diè premura di acquistare dall'empirico «muneribus, praecibus, dolo, aere». E poniamo qui che nel ms. della Taumatologia, lib. 2, cap. 2, pag. 157 si trova invece registrato un collirio diverso, fatto col vitriolo di Cipro traslucido, strofinato e triturato sul fondo di uno scodellino di creta (fictile labellum) in cui vi sia acqua di rose o di fonte, sino a che questa divenga di colore cianeo florido, ovvero soltanto florido, da applicarsi poi nel seguente modo: «bombice aqua madefacto, clauso infirmo oculo cilia madescant, ut relaxato oculo, claudendo et reserando erebris ictibus versetur, donec cornea leviter vigetur, vel humescat paulatim» (questo serva a mostrare che la Taumatologia non è la riproduzione delle cose esposte nella Magia). — 2.º Nel lib. 6º, cap. 5º, p. 381 si legge ancora: «Ita evenit equitanti mihi tota die agitato incitatoque cursu: etenim obtuso dolore coxendices dolere coeperunt. Coenavi ex cerebro porcelli, inter coetera, quod fluxioni est aptum: dolui in profundis coxendicis cum somno executerer; eram adolescens 23 annorum, non multum eruditus in medicinalibus: bibebam frigidum, cum viro principe vescebar laute: ingravescebat dolor, et per menses plures decubui. Sanguinis detractio, in pede, et manu, spasmum fecit, abeante calore. Sanatus in balneis et sudatoriis Puteolanis saepe cantatis, donec omisso frigido potu et lauto vietu in peregrinationibus, exsiccatus, et per cauterium, incidi in febrem tertianam, quae me prorsus sciatica, et cauterio liberavit post duos annos». Successivamente, a pag. 383, si legge: «Sudatoria Agnanae mihi profuerunt». — 3.º Infine a pag. 368 è registrato il caso del P.e Maestro Aquario da lui curato.

[82]. Ved. nell'Arch. di Stato Lettere Regie pe' lettori vol. 1.º, fol. 15 e 34. Da altro fonte abbiamo che l'Aquario sia morto propriamente il 17 luglio 1591 (Chioccarello, De illustribus etc. parte ms. che conservasi nella Bibl. nazionale di Napoli). Egli si chiamava propriamente Mattia de Gibone della terra di Aquaro in Principato Citra, ed era stato lettore in Torino, Milano, Venezia e Roma, dove ebbe anche l'ufficio di Teologo del Card.l di S.ta Severina. Non cessò mai di essere un peripatetico accanito: il Campanella lo disse dottissimo, e tale veramente si mostrò nelle sue opere che furono parecchie; Additiones libr. fratr. Sylvestri Ferrariensis Rom. 1576, e Venet. 1605; Dilucidationes in 12 libros Aristotelis, Rom. 1584; Commentaria in libr. fratr. Joannis Capreoli, con una Vita Capreoli, un trattato De Controversiis in D. Thomam e un altro trattato De libris S.ti Thomae, Venet. 1589; Formalitates juxta doctrinam Angelici, op. post. Neap. 1605. Oggi il suo nome è dimenticato!

[83]. Per gli antecedenti di fra Serafino da Nocera ved. Quètif ed Echard, Scriptores ordinis Praedicatorum, Lutet. Parisior. 1721, tom. 2, p. 451. Per la carcerazione e il processo sofferto, ved. nell'Arch. di Stato in Firenze, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini; lett. da Roma del 7 marzo 1597, e 8 9bre 1600; e lett. da Napoli del 6 7bre 1596, 1º 1Obre 1600, 16 febb., 2 marzo, 16 maggio e 28 10bre 1601, 20 9bre 1602, 9 maggio 1603. — Aggiungiamo qui che nel nostro precedente lavoro sul Campanella (Il Codice delle Lettere etc. pag. 18), parlando di fra Serafino, avevamo messa in dubbio la sua qualità di lettore di S. Tommaso nello studio pubblico: ma nuovi documenti da noi rinvenuti non ha guari ce l'hanno mostrato lettore, bensì molto più tardi del periodo da noi contemplato, dal 1615 al 1627, anno in cui fu fatto Vescovo di Mottola (il 14 aprile), e poi morì dopo soli 5 mesi di Episcopato (29 7bre).

[84]. Non manca pure un altro grave argomento atto a far determinare la data e il luogo in cui questo trattato fu composto. Nell'opera De sensu rerum (lib. 4.º cap. 20) il Campanella disse che nella sua adolescenza era stato nemicissimo degli astrologi ed avea scritto contro di loro, ma che ne' suoi infortunii aveva appreso scovrirsi da loro molte verità. Poi nella lettera a Mons.r Querengo da noi pubblicata (ved. Il Codice delle Lettere etc. p. 61) disse che avea dannati gli astrologi «quando era di 19 anni», e in seguito avea veduto «altissima sapienza intra molta stoltitia loro albergare». Così questi due brani che si compiono a vicenda, mentre non contradicono essenzialmente a ciò che si è visto intorno alle sue relazioni coll'Ebreo astrologo in Cosenza ed Altomonte il 1588-89, fanno conoscere che vi sia stato un primo scritto nel quale si condannavano gli astrologi, naturalmente quello De investigatione rerum, composto nel 1587 e naturalmente in Nicastro.

[85]. Ved. gli elenchi delle opere del Campanella annessi alle sue lettere del 1606 pubblicate dal Centofanti, e al memoriale del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Uno degli elenchi è riprodotto anche nel Doc. 520, pag. 600.

[86]. Op. cit. lib. 1.º, cap. 12: «nella prima compositione di questo libro che feci latino, et mi fu rubato da falsi frati in Bologna con altri libri, et hor mi bisogna refarlo per non haverli mai recuperato» (sic; non diversamente si legge nella stess'opera tradotta in latino e stampata).

[87]. Op. cit. lib. 4.º, cap. 1.º

[88]. Alludiamo alla lettera di Baccio Valori diretta al Gran Duca di Toscana il 15 8bre 1592, che fu pubblicata dal D'Ancona e che a suo tempo esporremo.

[89]. Ved. nell'Arch. di Stato la così detta Scuola Salernitana vol. 170 fasc. 3º fol. 59, e fasc. 4º, fol. 28, 29 e 83. Inoltre le Matricole dello studio an. 1587-88 e seg.ti

[90]. Il Berti (Vita di Giordano Bruno, Firenze 1868 pag. 45) molto avvedutamente pensò che costui fosso Gio. Vincenzo Colle da Sarno, autore dell'opera dal titolo singolare Destructio destructionum Balduini quas quidem destructor adimplevit, Neap. 1554. Era precisamente lui, e la sua qualità di medico trovasi dichiarata nel Rotulo delli magnifici lettori del 1566 esistente nell'Arch. di Stato. Scrisse anche una Expositio vera et facilis super quinque textus lib. posterior. Aristotelis cum commentis Averrois, oltre le Additiones et annotationes ad Hieronimi Balduini Expositionem in lib. 1. posterior. Aristotelis dilucidatum a Jo. Thoma Zancha studii Neapolitani rectore, stampate prima in Napoli (raris.) e poi in Venezia 1563 apud Hieronim. Scotum. Quivi pure s'intitola «Artium lector», e nella dedica al Conte di Sarno dice avere impiegato molto tempo «studendo aliosque docendo». Aveva per salario appena d.ti 25 l'anno: nel 1567 si ebbe forse ad annoiare di questo meschino trattamento, mancò alle letture e fu deputato in suo luogo, d'ordine del Vicerè, Gio. Geronimo Provenzale, che essendo poi stato promosso alla lettura della filosofia estraordinaria, venne sostituito dal Vivolo. Questo Provenzale, che era anche dottore in Teologia, fu nel 1595 creato da Clemente VIII Vescovo di Minori, ma poi trattenuto in Roma quale suo Archiatro fin quando non se ne trovò un altro, che fu Giacomo Bonaventura, del quale avremo anche a parlare in questa narrazione; egli allora, già promosso nel 1598 all'Arcivescovato di Sorrento, potè andarsene alla sua Diocesi. Durante la sua permanenza in Roma scrisse al Nunzio Aldobrandini varie lettere confidenziali, ed una fra le altre merita di essere additata agli eruditi, trovandovisi descritta la funzione eseguita in S. Pietro per l'abiura e la benedizione del Re di Francia, una di quelle «attioni che non accadono allo spesso» (Ved. nel Carteggio del Nunzio, filz. 209, Lett.ra da Roma del 24 7bre 1596).

[91]. Trascriviamo qui il detto Breve inciso sulla lapide, della quale, pel nuovo ed infelice destino dato al convento, non si potrebbe garentire la durata. «Pius V. Pont. Max. Dilecti filii salutem et Apostolicam Benedictionem. Exponi nobis nuper fecistis quod cum in domo vestra Sancti Dominici Neapolitani ordinis fratrum praedicatorum extet una Libraria seu Bibliotheca optimis libris diversorum generum satis ornata. Vero quia permulti ex eis qui per Bibliothecas non inveniuntur furto sublati reperiuntur et ignoratur an à fratribus vel secularibus personis qui illuc studendi causa seu ficto colore ingrediuntur surrepti sint, qui quidem libri eo in loco ad publicam utilitatem conservantur adeo ut non videatur conveniens dictam Bibliothecam seu Librariam perpetuo clausam teneri veruntamen opere precium esset libros ipsos furandi vel auferendi occasionem tollere. ut igitur tutè suis horis et temporibus cunctis dicta Libraria seu Bibliotheca aperta remaneat et terror malefaciendi incutiatur pro parte vestra nobis fuit humiliter supplicatum ut vobis in praemissis oportune providere de benignitate apostolica dignaremur. Nos igitur hujusmodi supplicationibus inclinati ad futuram dictae Librariae seu Bibliothecae et illius librorum conservationem contra omnes et singulos cujuscumque dignitatis status gradus ordinis vel conditionis existentes tam seculares quam dictae domus et quorumvis aliorum ordinum regulares ac tam laicos quam ecclesiasticos queslibet libros inde auferentes seu extrahentes ex quacumque causa sine expressa nostra vel Romani Pontificis aut saltem Magistri Generalis dicti ordinis pro tempore existentis licentia in scriptis habita excomunicationis majoris latae sententiae penam à qua à nemine praeterquam à nobis vel a Romano Pontifice aut a Magistro Generali praefato pro tempore existenti nisi duntaxat in mortis articulo constituti absolvi possint toties quoties contra factum fuerint (?) Apostolica auctoritate tenore praesentium perpetuo tulimus et promulgamus et quicquid secus super his a quoquam quavis auctoritate scienter vel ignoranter attentari contingerit irritum et inane decrevimus non obstantibus. c. Datum Romae apud Sanctum Petrum sub annulo piscatoris (sic). Die XVI Junii MDLXXI. Pontificatus nostri anno sexto. — B.º Melchiorius da Hanieri.

[92]. Sarà bene avere sott'occhio fin d'ora i brani de' Documenti principali che dànno notizia de' travagli del Campanella: essi si riducono a quattro, e due ne sono stati già pubblicati da un pezzo, ma non apparisce che sieno stati bene ponderati, due altri sono stati pubblicati da noi recentemente. — 1.º Lettera proemiale annessa alla copia dell'Atheismus triumphatus inviata allo Scioppio nel 1607, trovata a Jena e pubblicata dallo Struvio il 1705 (Collectanea manuscriptorum ex codicibus et fragmentis etc. excerpta, Jenae 1713, fasc.us 2.us 1705): vi si parla di cinque processi, ed a quanto pare ordinatamente ma non completamente. «Quinquies citatus in judicium, primo causam dixi interrogantibus, qui litteras scit cum non didicerit? ergo no daemonium habes. At ego respondi me plus olei, quam ipsi vini consumsisse, et mihi ab eis dictum fuisse sacra suscipienti, accipe Spiritum Sanctum; de quo certi sunt, quod docet omnia, teste Joanne, de daemone autem incerti, unde acceperim et stultos esse illos, qui in se hunc Spiritum non sentientes, negant aliis quod dant: et tribuunt diabolo sapientiam, coeteraque dona Dei. Secundo accusatus quod tempore nocturno quid contra praelatum paraverim, quod sane mihi non modo propter philosophiam id non admittenti, sed visus defectu laboranti impossibile erat. Adde quod propriam aedem non habens, cum alio hospes ego dormiebam, et dixi: interrogate eos qui mecum dormierunt. Si enim ego peccavi, et ipsi peccarunt. Sed iniquitas non quaerebat dolictum, sed me facere delinquentem. Deinde accusarunt me quod composuerim librum de tribus impostoribus: qui tamen invenitur typis excusus annos triginta ante ortum meum ex utero matris. Deinde quod sentirem cum Democrito: quoniam (fors. quum) ego jam contra Democritum libros edideram. Item quod de ecclesiae Republica et doctrina male sentirem, cum tamen ipse de Monarchia Christianorum scripserim, ubi ostendi, nullum Philosophum potuisse sic rectam depingere Rempublicam, ut Romae ab Apostolis instituta est. Item quod sim haereticus, ego autem scripseram dialogum contra haereticos nostri temporis et cujusque saeculi, quo in prima disputatione contineantur (fors. convincantur).... Nunc tandem me rebellem haereticumque fecerunt quoniam praedico signa in sole et luna et stellis contra Aristotelem aeternantem mundum» etc. — 2.º Lettera latina al Papa ed a' Cardinali, scritta nel 1607, pubblicata dal Centofanti (Archivio Storico Italiano, an. 1866, p. 73): i diversi capi di accusa vi sono citati in disordine, ma si trovano articolati bene. «Saepe accusatus de haeresi..... Primo ex dicto unius Judaizantis molestatus; secundo ob rithmum impium Aretini, non meum; tertio ex depositione conterranei quaerentis salutem suam in manifestatione haeresum fictarum adversum me et multos alios, ut scivi postea in patria mea, quod etiam se retractaverit pro me et pro illis, et testes examinati sunt ab episcopo Scyllacensi. Alias quod haberem demonium comprehensus sum, alias quod deturpassem reverendissimum P. Generalem in conventu Patavino, ubi triduo quasi ante deveneram, et non habebam proprium cubiculum, cum alio cubabam, et noctu patratum scelus etiam mihi cum aliis ex sola aemulorum sciolorum ficta suspicione impositum est» etc. Si noti il «quod haberem demonium comprehensus sum, che riguarda il caso sopra narrato. — 3.º Lettera allo Scioppio dell'8 luglio 1607 (Ved. Il Codice delle Lettere etc. Nap. 1881, p. 55). «Cum jam annis 16 vel in carceribus latuerim, vel persecutionibus laborarim, et si dicam 20 annos, non mentiar». Riflettendo che la lettera ha la data del 1607, co' 16 anni da che fu rinchiuso in carcere ci troviamo al 1591. — Lettera a Mons.r Querengo della stessa data (Ibid. p. 61) «Dalli 23 anni di mia vita sin' ad hora, che n'ho 39 da finir à Settembre, sempre fui persequitato e calunniato da che scrissi contra Aristotile di 18 anni; ma il colmo cominciò a 23 con questo titolo: Quomodo literas scit cum non didicerit? Son 8 anni continui che sto in man di nemici et per sapientiam et per stultitiam 7 volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò: et inanti à questi 8 anni stetti in carceri più volte, che non posso numerar un mese di vera libertà, se non di relegatione». Riflettendo alle date ci troviamo sempre al 1591 quale anno iniziale delle prigionie, e fatta anche una gran parte alle esagerazioni, abbiamo ben più di due o tre processi. — Aggiungiamo poi che oltre le notizie tratte da' documenti suddetti, vi sarebbero pure quelle che si leggono nell'Informazione pubblicata dal Capialbi: esse fanno conoscere qualche nuovo capo di accusa fra' tanti, e specificano meglio qualche altro già noto.

[93]. Ved. Archivio Storico Italiano tom, 9.º an. 1846, pag. 406.

[94]. Ved. Doc. 3, pag. 12.

[95]. Ved. Lett. del Nunzio Aldobrandini al Card.le Aldobrandini Camerlengo, del 6 genn.º e 21 genn.º 1600, nell'Arch. di Firenze.

[96]. Ved. p. es. la Lett. del Nunzio al Vicerè del 17 10bre 1598, ibid.

[97]. Ved. per ciò che da noi è stato affermato la Lett. del Nunzio al Signor Statilio Paolini, del 10 luglio 1592, l'altra del 12 marzo 1593 etc. etc. Il documento pubblicato dal Palermo nell'Archivio Storico è del 1603.

[98]. Ved. le due lett. del Nunzio degli 11 febbraio 1600, e quella del Card.l di S.ta Severina de' 28 aprile 1600; Doc. 87-88 e 308 b, pag. 62-63 e 25 7.

[99]. Ved. Doc. 401, pag. 486.

[100]. Ved. Berti nella Nuova Antologia, luglio 1878, pag. 210. Notiamo ancora che il Berti s'inganna quando dice che l'andata del Campanella a Roma sia accaduta «nell'anno stesso che vi veniva pure carcerato da Venezia Giordano Bruno»: egli appunto ci ha fatto conoscere che il Bruno venne tradotto a Roma nel gennaio 1593, ed è nota da un pezzo una lettera del Campanella pubblicata dal Palermo, come son note diverse altre lettere pubblicate dal D'Ancona, che ci mostrano il Campanella nell'ottobre 1592 già in Firenze, e nel 1593 già passato a Padova.

[101]. Il Campanella medesimo ci fece conoscere tale circostanza nella «Defensio libri sui de Sensu rerum» premessa alla 2a ediz.e di quest'opera (Paris. 1637, p. 90), aggiungendo che i tre libri del Telesio proibiti furono quelli De Natura rerum, De Somno, e Quod animal universum ab unica animae substantia gubernatur, e che il medico suo amico e conterraneo, Tiberio Carnevale (latinamente Carnelevarius), rilevò dal S.to Officio le proposizioni da doversi correggere in que' libri e tra esse non c'era quella del senso delle cose. Riflettendo alle date, bisogna dire che tale ultimo fatto non abbia potuto accadere se non dopo il 1596, forse nel 1598, quando il Campanella ritornò in Napoli, dove il Carnevale abitava. Poichè l'«Index librorum prohibitorum cum regulis etc. auctoritate Pii IV primum editus, postea vero a Syxto V auctus, et nunc demum S. D. N. Clementis VIII jussu recognitus et publicatus», vedesi stampato in Roma «apud impressores Camerales 1596», e poi stampato ancora in Napoli, in 16.º, «apud Tarquinium Longum 1597». Bisogna quindi rimandare ad una data anche posteriore a tali anni l'essersi potuto il Campanella rassicurare, mercè Tiberio Carnevale, intorno alla censurabilità dell'opinione sua sul senso delle cose.

[102]. Non ci è sfuggito pertanto che nella prefazione del «Prodromus philosophiae instaurandae» pubblicato dall'Adami, costui promise un libro delle «Quaestiones», di cui disse, «hic loco erit librorum viginti, quos de universitate rerum conscripserat, qui deperditi fuere», e poi, nel frontespizio della «Realis philosophiae epilogisticae partes quatuor», lo stesso Adami, credendo di poter presto pubblicare anche le dette Quistioni, aggiunse, «quibus accedent Quaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque». Sapendosi che la Filosofia epilogistica e le Quistioni furono scritte in risarcimento del libro di Fisiologia perduto, come si vedrà a suo tempo, dovrebbe conchiudersi che le opere de Rerum universitate e la Physiologia sieno una cosa sola; tuttavia ricordiamo che dell'opera De rerum universitate si avevano «libri 2» non già 1, come si rileva dagli elenchi delle opere proprie dati dal Campanella, segnatamente dall'elenco dato nel memoriale al Papa del 1611, che fu pubblicato dal Baldacchini.

[103]. Ved. Campanellae De sensu rerum lib. 3.º cap. 9, e lib. 4.º cap. 17. — Una volta è ricordato un amato fanciullo di «D. Lelio Orsino nostro» che cadde di cavallo e morì, avendone D. Lelio prevedute in un sogno tutte le circostanze; un'altra volta son ricordate le aggressioni patite da D. Lelio in Napoli «dalli smargiassi pagati a darli morte», ed in Germania, mentre viaggiava, «da uno stuolo di rustici», nelle quali circostanze «con la vista» e «col deto minacciando», mentre non aveva armi, li disanimò e li fece voltare indietro. Così nel ms. italiano «Del Senso delle cose» altrove citato.

[104]. Poniamo qui un brano ridotto della tavola genealogica con le notizie intorno a D. Lelio dateci dal Litta (Famiglie celebri d'Italia tom. 8.º, tav. 28): ci serviranno per vedere quale sia lo stato presente delle nozioni intorno ad uno de' principali soggetti che figurano nelle faccende del Campanella:

Antonio Duca di Gravina, con Felicia di Pietro Ant. Sanseverino P.pe di Bisignano ebbe

Giulia
Lucrezia
Ginevra
Ferdinando Duca di Gravina
Maria
*Lelio
Pietro ecclesiastico

«Lelio era Barone di Pomarico e Signore di Montescaglioso. Pretendendo di essere l'erede della madre si trovò involto in molte liti, per cui viveva in Roma. Clemente VIII profittò dell'opera sua mandandolo al Gran Duca Ferdinando nel 1593, onde comporre le controversie col fratello D. Pietro de' Medici. Tornato a casa e trovatosi nello Stato di Bisignano, ebbe parecchi incontri coi malviventi che infestavano que' luoghi e che furono da esso sempre con felice successo sconfitti. Ciò attrasse l'attenzione del Vicerè Conte di Benevento (int. Benavente), che lo nominò volentieri preside della Calabria nel 1603. Ma dopo tre mesi, assalito dalla podagra in Cosenza, morì. Dicono che morisse di veleno procuratogli da mano ignota, che vuol dire procuratogli dagli spagnuoli, mentre era a parte de' disegni di Tommaso Campanella di formare una repubblica delle Calabrie di cui forse Lelio doveva esser capo. Maritato a Beatrice di Flaminio Orsini suo zio, vedova di Camillo Caracciolo Principe di Avellino». — Le inesattezze, come si vede, son parecchie; c'è inoltre una nuova versione de' fatti del Campanella in Calabria inammissibile sotto tutti gli aspetti. Cominciando dal giustificare dapprima i fatti da noi asserti, diciamo che le qualità di clerico e di cameriere segreto del Papa datesi da D. Lelio si trovano registrate nell'Arch. di Napoli Partium vol. 1196 an. 1591; la qualità di Domicello Romano nell'Arch. Mediceo, sentenza assolutoria stampata, emessa dal Nunzio di Nap. Mons. Malaspina Vescovo di Sansevero in data 3 10bre 1591, Notizie di Napoli et Sicilia filz. 4143; e ben si vede che trattasi qui di ripieghi per esimersi dalla giurisdizione ordinaria, e rimane fermo che nel 1591 D. Lelio stava nel Regno, dove stava pure nel 1580 come si rileva da una sua lettera autografa al Duca di Urbino, esistente nell'Arch. d'Urbino, Napoli diversi filz. 202 lett. del 16 aprile 1580. Per la qualità di cittadino napoletano nato in Napoli, ved. Partium vol. 1285, an. 1593; pel suo ritorno da Roma a Napoli in 10bre 1594 ib. vol. 1359, an. 1595; la missione affidatagli dal Papa presso il Gran Duca di Toscana, durante la sua permanenza di 3 anni in Roma, dal 1592 al 1594, è accertata anche da una lett. di Giulio Battaglino del 26 9bre 1593, esistente nell'Arch. Mediceo filz. 4084. Per le sue relazioni col P.pe di Bisignano e le sue liti di successione si citeranno i documenti più in là. Pe' suoi interessi in Napoli si potrebbero citare moltissime scritture, comprese le Cedole di Tesoreria, vol. 424, fol. 102 e 705; per l'eredità degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso avuta da D.a Maria Orsini nel 1596 ved. Banchieri antichi, banc. Gentili anno 1592-99 fol. 69 e 101, ed anche 88, come pure Partium vol. 1388 etc. etc. Aggiungiamo che tornato da Roma a Napoli, dal 1595 in poi, vi rimase fino all'agosto del 1598: nel 1597 si adoperò assai ma inutilmente a favore della banda dello sciagurato Virginio Orsini presa nel Regno dal Governo Vicereale, e solo in agosto 1598, a causa delle sue liti, andò momentaneamente a Madrid essendo allora Eletto del Seggio di Nido, come ci risulta dal Carteggio del Residente Veneto esistente nell'Arch. de' Frari, lett. di Napoli del 2 10bre 1597, e del 1.º 7bre e 27 8bre 1598. Ma già prima che finisse il 1599 era tornato a Napoli, come ci risulta da due sue lettere al Gran Duca di Toscana del 22 9bre e 17 10bre 1599, che si trovano nell'Arch. Mediceo Lettere di particolari filz. 893 e 894: bensì nel 1600 tornò a Roma pel giubileo e vi si trattenne a lungo in casa del Duca di Gemini Gio. Antonio Orsini, come ci risulta dalle Lettere di Francesco M.a Vialardo al Governo di Toscana esistenti nell'Arch. Mediceo, lett. del 15 aprile, 4 agosto e 15 settembre 1599, non che dagli Avvisi di quel tempo; egli era allora disgustato del Governo Vicereale che tardava ad immetterlo nel possesso di curatore degli Stati del P.pe di Bisignano, conformemente alle decisioni favorevoli ottenute dal tribunale. Poi vedremo come solamente nel 1601, dopo lunga aspettativa motivata senza dubbio dall'essere stato troppo nominato nelle faccende del Campanella, ottenne di andare in Calabria e vi perseguitò felicemente i banditi; onde il Governo ebbe a nominarlo governatore della Calabria citra, e in tale condizione, nel 7bre 1603, morì di morte affatto naturale, essendo già in eccellenti relazioni col Governo Vicereale. — Adunque non fu Barone di Pomarico e di Montescaglioso prima del 1596; pretese all'eredità del P.pe di Bisignano e non della madre; viveva in Napoli, dove le liti si agitavano, e non in Roma; si trovò in Calabria non prima del 1601, quando le faccende del Campanella erano già chiarite, con pieno gradimento degli spagnuoli. Potremmo aggiungere che piuttosto il Principe di Avellino Camillo Caracciolo dovè sposare Beatrice Orsini vedova, giacchè dopo Beatrice, egli sposò ancora in terze nozze Dorotea di Alberto Acquaviva Duca di Atri e morì nientemeno che il 28 8bre 1617. Ma credere che il Campanella avrebbe designato D. Lelio capo della repubblica equivale a sconoscere affatto l'indole del Campanella; e credere che gli spagnuoli, con un simile precedente, avrebbero posto D. Lelio a capo di una provincia in Calabria equivale a sconoscere affatto l'indole degli spagnuoli.

[105]. Fiorentino, B. Telesio, Firenze 1872-74, vol. 2.º, pag. 417. Ved. Anche Odescalchi, Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, pag. 267, 275.

[106]. Ved. la lett. del Campanella al medico Gio. Fabre da noi pubblicata (Codice delle Lettere etc. pag. 45) e la Nuova Appendice agli Articuli prophetales che si trovano ms. nella Naz. di Napoli (Doc. 268bis, pag. 193).

[107]. La lettera pubblicata dal Fabroni appartiene ad un periodo assai posteriore a quello di cui qui trattiamo; essa è del Campanella, diretta al Gran Duca Ferdinando secondo, in data di Parigi 6 luglio 1638 (Ved. Fabroni, Lettere inedite di uomini illustri Fir. 1773-75, tom. 2.º, p. 1; ed anche Baldacchini, Vita di Campanella, 2a ed. Nap. 1847 p. 195). Quella pubblicata dal Berti, diretta, come abbiamo detto, al Galilei, è in data di Napoli 13 gen. 1611 (Ved. Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878 p. 11). Tutte le altre sono sincrone o presso che tali, e per ordine di data precede la lettera da noi rinvenuta: essa è di Giulio Battaglino, Agente di Toscana in Napoli, diretta a Lorenzo Usimbardi Seg.io di Stato, in data di Napoli 4 7bre 1592 (Ved. Doc. 3 pag. 12). Seguono le 4 lettere rinvenute nel Carteggio di Ferdinando primo dal D'Ancona: la 1a di Baccio Valori, forse diretta all'Usimbardi; la 2a è del Campanella al Gran Duca; la 3a del Campanella all'Usimbardi (tutte queste in data di Firenze 15 8bre 1592); la 4a del Generale de' Domenicani in data di Milano 18 9bre 1592 (Ved. D'Ancona Op. di T. Campanella, Disc. proem. p. 75 e seg.). Viene da ultimo la lettera pubblicata dal Palermo: essa è del Campanella al Gran Duca, in data di Padova 13 agosto 1593 (Ved. Archiv. Storico an. 1846 p. 428, ed anche Baldacchini, Op. cit. p. 193). Al Baldacchini era stato negato di prender copia di queste lettere!

[108]. Anche il Campanella nell'opera De sensu rerum lib. 2.º cap. 23, parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro. Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino, dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze 4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto 1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e alla Sig.ra Fulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15 marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605 (invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600 non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte, che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.mo», onde è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto cognato del Reggente Costanzo.

[109]. Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio Battaglino appare napoletano e prete. Tra' Processi della R.a Camera della Sommaria ce n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo, «Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.cus Laurentium et Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio, sono menzionate ne' Reg. Partium vol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589 gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M. ed una pensione di D.i 300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri di Calabria (ved. Reg. Partium v. 1176 fol. 53). Anche in altre scritture è detto «di Napoli, Rev.do dottore» (ved. Privilegiorum vol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596, e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.ma D. Giovanna d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino, col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.l Granvela. Anche il Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A. mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre 1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella in Napoli.

[110]. Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia bestiale, in favore delle bestie».

[111]. Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.

[112]. Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente negletta da tutti i biografi.

[113]. Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.a div. G, filz. 148, Carteggio Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero: Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita; altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis; ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun. Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus medicis et philosophis.

[114]. Ved. nell'Arch. Mediceo, lett. di Giulio Battaglino del 18 9bre 1597, filz. 4086.

[115]. Così nell'op. del Chioccarello, De viris illustribus etc.

[116]. Risc. intorno a questo libro ciò che ne dice il D'Ancona Op. di T. Campanella, disc. prelimin. pag. 135.

[117]. Le notizie dell'orribile fine di fra Antonio da Verona ci risultano dalle Lettere con avvisi esistenti nell'Archivio Mediceo, e dalla Collezione di Avvisi già dell'Archivio Urbinate, esistente nella Biblioteca Vaticana. — 1.º Arch. Mediceo filz. 3623, Lettere di Fr.co M.a Vialardo scritte da Roma dal 1597 al 1602; 27 7bre 1599 «fu fatto morire... a Campo di fiore un frate Antonio già cappuccino Veronese abbrucciato di notte, huomo sceleratissimo che ostinava che Cristo N. S.re non ha redento il genere humano». — 2.º Bibl. Vaticana Cod. 1067 Urbinate, Avvisi dell'anno 1599; a, Roma 28 7bre Sabbato, «Giovedi mattina in Campo di fiore à punto sù l'alba alle nove hore si abbruggiò vivo un tal Veronese con habito da frate Cappuccino, che se bene non era religioso da sè si haveva preso il d.º habito. Il peccato suo era heretico formale ostinato, et fu abbruggiato così di notte perchè l'Amb.re Francese non vuole che avanti al suo Palazzo si faccino simili giustitie, non perchè non voglia si castigano gli Heretici come dicono suoi malevoli, ma per non sentir ne veder quello horrore». b, Anversa li x ottobre, Roma 28 7bre «Giovedi mattina in Campo di fiore avanti giorno un sciagurato di Natione Veronese, fingendosi religioso, era perfido heretico; 8 anni carcerato per l'inquisitione fu abbrugiato vivo senza essersi mai voluto disdire». — Nessuno vorrà prendere sul serio l'assicurazione che questo Veronese non fosse frate, giacchè convenzionalmente, pel rispetto all'abito, si soleva così mentire: del pari nessuno vorrà ritenere alla lettera che egli fosse stato già 8 anni carcerato, poichè tanta precisione di notizie, per cose di S. Officio, non si può pretenderla in un menante. Forse furono 5 gli anni passati in prigione, e basta sapere che la colpa era stata scoperta alcuni anni prima: del resto si conosce che in questi estremi casi indugiavasi alcuni anni perchè il delinquente si decidesse a pentirsi, come fu fatto anche in persona di Giordano Bruno.

[118]. C'importa giustificare quanto abbiamo detto sull'essenza del relapso, e basterà riferire alcune proposizioni di Jacopo Simancas da Cordova, Vescovo di Zamora e di Pax, quali si leggono nella sua opera tanto spesso citata dai trattatisti, «Institutiones catholicae, quibus ordine ac brevitate digeritur quicquid ad praecavendas et extirpandas haereses necessarium est, auctore Jacobo Septimacensi etc. etc. Vallis oleti 1552 cap. 55, fol. 196: Jure relapsi dicuntur qui post abiuratam solemniter haeresim, de qua legitime constabat, iterum in eamdem inciderunt;... Hi quoque relapsi dicuntur, qui propter aliquam haeresim simpliciter vel generaliter, ut moris est, abiurarunt et postea in quamcumque aliam haeresim relabuntur... Sed et is relapsus est, qui vehementer suspectus haeresim publice abiuravit, et postea incidit in eamdem... Demum ille relapsus habetur qui post abiuratam haeresim de qua ante abiurationem, vel postea, legitime constat, haereticos acceptat, deducit, visitat, associat, vel eis munera mittit, aut favorem impendit...». Tale è il senso larghissimo del relapso. Nè si creda che esso appartenga alla giurisprudenza di Spagna e non d'Italia: si può rimovere questo dubbio consultando p. es. Umberto Locato, Vescovo di Bagnorea, già Inquisitore di Piacenza e poi commissario generale del S.to Officio di Roma, nel suo Dizionario intitolato «Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Romae 1570»: vi si troveranno registrati appunto i 4 casi descritti dal Simancas, anche con la designazione compendiosa «deprehensi, vehementer suspecti, in quamcumque, fautores in fautoriam». I due ultimi casi a taluni scrittori di giurisprudenza inquisitoriale sembrarono veramente ammessi con troppo rigore, ma non per questo la giurisprudenza mutò. Abbiamo voluto chiarire con una certa larghezza questo punto, giacchè ci pare inteso alquanto diversamente p. es. dal Berti nella Vita di Giordano Bruno, 1868, pag. 291. Ripetiamo che il relapso dovea sempre morire, pur quando si fosse mostrato penitente (ved. anche Eymericus, Directorium Inquisitorum Romae 1578, pag. 387; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 308 e 331). E così noi ci spieghiamo che simili disgraziati, tenuti a lungo in carcere stretto ed oscuro, con ceppi maniglie e catena, e continue prediche che ricordavano loro come l'anima sarebbe bruciata anch'essa dopo l'abbruciamento del corpo (secondo le prescrizioni della giurisprudenza inquisitoriale), difficilmente si pentivano, e rimanevano piuttosto esasperati dall'indugio che si frapponeva alla loro morte; onde poi andavano al supplizio con superbo disdegno e con gioia feroce, tanto da dovergli applicare un freno alla lingua che chiamavasi «giova», come di fatto si conosce essere avvenuto incredibilmente spesso.

[119]. Ved. Doc. 401, pag. 482 e 498.

[120]. La proposizione del Naudeo trovasi nella lettera che egli scrisse a Gaspare Scioppio dimorante in Padova nel luglio 1639, quando gli annunziò la morte del Campanella avvenuta in Parigi: «Quas (aemulorum calumnias) nullibi gentium quam hic ubi minime conveniebat expertus est». Ved. Naudaei, Epistolae, Genevae 1667, epist. 82.a pag. 614.

[121]. Ved. Doc. 332, pag. 286.

[122]. Ved. l'ediz. orig.le pag. 52.

[123]. Ved. Doc. 401, p. 479.

[124]. Il D'Ancona (Op. cit. pag. 83) riporta un po' confusamente quest'ultimo tratto del Syntagma, che per altro non è punto chiaro: il tipografo poi gli fa anche dire Clavio per Clario, e Curzio Aldobrandini per Cinzio Aldobrandini.

[125]. Il Fiorentino ne ha parlato nel suo B. Telesio, Firenze 1872 t. 1.º pagina 356. Notiamo che al Codice è stato assegnato il titolo di Compendium Philosophiae etc., ma l'abbreviazione che vi si trova, e che abbiamo avuto cura di rilevare, autorizza a leggere tanto «Philosophiae» quanto «Physiologiae», e ciò che il Syntagma ne dice obbliga a leggere Compendium Physiologiae.

[126]. «De variis carminibus vulgaribus locuti sumus in vulgari poetica scripta anno 1596, oblataque Cynthio Card. Aldobrandino»; nell'Appendice alla Philosophiae rationalis pars 4.a Poeticorum, Paris. 1638, pag. 239.

[127]. Abbiamo stimato plausibile che quest'ultimo Discorso sia stato pure scritto nel 1595, perchè in alcuni appunti da noi presi nel Catalogo del Britisch-Musaeum in Londra troviamo che esso, tradotto in latino col titolo «De Belgio sub Hispanicam potestatem redigendo», fu stampato nel «Mylius, De rebus Hispanicis 1602» e poi anche nello «Speculum Consiliorum hispanicorum 1617»; ma non abbiamo avuto ancora modo di poter consultare questi due libri, e notiamo che il Berti, nel Catalogo delle opere del Campanella, lo pone tra gl'inediti.

[128]. Per ciò che trovasi asserto nell'Informazione ved. ediz. orig.le pag. 50. Sebbene il Campanella, così questa volta come anche peggio in sèguito, abbia parlato di Venezia e de' Veneziani con un certo odio, bisogna indubbiamente cercare il suo pensiero riposto soltanto nelle Poesie, dove potea parlare senza que' riguardi che tanto spesso l'obbligarono a mascherarsi. Si legga tutto il Sonetto a Venezia, che comincia con le parole «Nuova Arca di Noè» etc. (Doc. 515, pag. 580, e nell'ediz. D'Ancona p. 86); vi si rileverà ben altro che odio.

[129]. Francisci Clarii Foroliviensis, de humanitate ill.mi Principis Caroli Archiducis Austriae Serenissimi Oratio, Patav ap. Paul. Maietum 1585.

[130]. Dialoghi dello Ecc.mo Sig.r Gio. Battista Clario, dedicati all'ill.mo Sig.r Gio. Ulrico Libero Barone di Eggenperg, Venezia 1608, appr. Gio. Batt. Ciotti senese. Nella dedica il libro è detto «piccolo parto natomi mentre ancor molto giovinetto mi trovava in Roma», e il Barone d'Eggenperg è detto anche Consigliere segreto dell'Arciduca Ferdinando: da alcune poesie preliminari apparisce che la stampa del libro fu promossa da un Sig.r Marino Battitorre, Conte Palatino, Consigliere dell'Arciduca Ferdinando e Commissario alla Zecca di Stiria. Notiamo tutte queste circostanze, per intendere come mai il Campanella negli anni posteriori potè parlare anche dell'Arciduca Ferdinando quale sua antica conoscenza. I Dialoghi hanno per titoli: 1º della consolazione; 2º dell'avversità; 3º delle ingiurie; 4º della felicità dell'uomo; 5º della caccia; 6º della fortuna; 7º del freddo; 8º della pietra; 9º della trasmigrazione delle anime.

[131]. Vedi i Dialoghi citati, pag. 34.

[132]. Dial. cit. pag. 220. Non sarà inutile anche rammentare che nella fine del Dialogo 2º Panfilo dice di sentir gente alla finestrella della prigione e di credere che sia il gentilissimo Sig.r Riccherio; che in un altro Dialogo sta per interlocutore un Giulio, il quale poi si scopre essere Giulio Belli; che nell'ultimo Dialogo stanno per interlocutori un Lelio e un Sigismondo. Tutti questi nomi meritano di essere tenuti presenti, poichè un giorno potranno forse dare altra luce su questo periodo della storia del nostro filosofo. Giulio Belli dev'essere stato senza dubbio quel letterato nativo di Capo d'Istria, che fu segretario del Card.l Dietrichstein in Moravia, e che pubblicò l'«Hermes politicus sive de peregrinatoria prudentia, Francof. 1608» e più tardi la «Laurea austriaca, sive De bello germanico etc., Francof. 1627».

[133]. Ved. Doc. 296, pag. 230.

[134]. Vedilo anche ne' nostri Documenti: Doc. 503, pag. 574. Noi serberemo sempre in queste citazioni la dicitura originale, sebbene antiquata; preferiamo vedere il Campanella qual'era in tutto e per tutto.

[135]. Ved. Doc. 458, pag. 557.

[136]. Ved. Doc. 493, pag. 571.

[137]. Ved. Doc. 496, pag. 572.

[138]. Ved. Doc. 514, pag. 580.

[139]. Ved. Giornale Napoletano, an. 1875 pag. 69. La copia sud.ta della Casanatense ha per titolo «Dialogo politico contro Luterani et Calvinisti et altri heretici, che possi convincerli ogni mediocre ingegno alla prima disputa, perchè il modo usato con loro è un allungar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto. Questo tiene l'Arciduca Massimiliano». Oltre al ricordo di tale circostanza, dell'essere stato cioè il libro inviato a Massimiliano, è notevole anche l'intestazione di esso, analoga a quella che si legge nelle premesse fatte con le lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti, e col memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Questa differenza d'intestazione tra le due copie, di Parigi e di Roma, contribuisce anche a mostrare che esse appartengono a due tempi, e mentre quella di Roma sarebbe più recente, quella di Parigi sarebbe più antica e con tanto maggiore verosimiglianza la copia destinata al Card.le Alessandrino.

[140]. Ved. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Disc. prelim. pag. 83.

[141]. Ved. Doc. 4, pag. 13.

[142]. Ved. Doc. 401, pag. 479.

[143]. Se ne trova fatta varia menzione nelle lettere del 1606 al Card.l Farnese e al Card.l S. Giorgio pubblicate dal Centofanti, e nel memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini; quivi si citano, «due Apologie» pel Telesio ad S.m Officium. Cons. Doc. 520, pag. 600.

[144]. Agli ammiratori del Tasso farà piacere senza dubbio il conoscere che nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini (filz. 207 e 224) si trovano le seguenti lettere: 1.º Il Card.l S. Giorgio al Nunzio, 15 agosto 1594: «Il Sig.r Torquato Tasso è amato singolarmente da me, come a punto richiede il merito della virtù sua». Continua dicendo che stava in casa di lui e dovea tornarvi; si conferì in Napoli per sanità e per una lite; importa che non gli siano negate stanze dai monaci di S. Severino e di S. Martino. Lo raccomanda vivissimamente. — 2.º Id. id., 2 7bre 1594. Faccia pagare al Sig.r Torquato Tasso sino a 50 scudi, che sarà pronto a rimborsarglieli, avendo a tornare in casa di lui dove è stato già alcuni mesi e dove è aspettato. — 3.º Il Nunzio al Card.l S. Giorgio, 26 agosto 1594. Ha ricevuta la lettera in raccomandazione del Sig.r Torquato Tasso, «al quale (soggiunge) come non mancai quando venne qui far le offerte che convenivano, così non mancherò nel suo particolare interesse di parlare al Vicerè, et far ogni offitio che fosse necessario, et pur hieri stando con l'Abbate di Sanseverino feci per me stesso l'offitio che adesso mi comanda, il quale rinnoverò con la prima occasione che tenga». — 4.º Id. id., 9 7bre 1594, «Al Sig.r Torquato Tasso ho fatto dare le sue lettere, et ho mandato una polisa per il banco dell'Olgiatti, perchè li siano pagati a suo comodo si come ella comanda».

[145]. Ved. Doc. cit. loc. cit.; e Doc. 401, pag. 482 e 498. Avvertiamo intanto che nella Lettera latina al Papa egualmente pubblicata dal Centofanti (a pag. 74) si dice essere stata data al Card.l S. Giorgio la «Monarchia del Messia», ciò che potrebbe far ingenerare il dubbio che le due opere siano state diverse solo ne' titoli.

[146]. Ved. Doc. 401, pag. 486.

[147]. Ved. Doc. 19, pag. 32.

[148]. Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878, prefaz. pag. 10.

[149]. Deposizione di fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, degli 8 7bre 1599, che dice aver conosciuto il Campanella in diversi posti, e fra essi «tre anni sono il mese di giugno in Roma in S.ta Sabina»; ved. Doc. 284, pag. 217.

[150]. Ved. Carteggio suddetto nell'Archivio di Firenze, Scritture Strozziane, filza 210, Let. del Card.l S. Giorgio al Nunzio degli 8 9bre 1597. — Intorno al Fontana quale ingegnere della R.a Corte ved. nell'Archivio di Napoli, Cedole di tesoreria vol. 424, fol. 549, ed anche i volumi seguenti.

[151]. Ved. nell'Archivio di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1597 n.º 13, disp.º del 13 gen.º 1598.

[152]. Ved. Doc. 514, pag. 580.

[153]. Come abbiamo altrove accennato (pag. 53 in nota) quest'opera deve dirsi una ricomposizione ristretta e modificata delle altre De universitate rerum e Physiologia, perdute. Insistiamo sulla parola «modificata» e la spieghiamo. Dell'opera De universitate è scritto che avea «dispute contro tutte le sètte»; del Compendio di Fisiologia è scritto che l'autore «proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre»; ma veramente questa proposta e comparazione delle opinioni degli antichi fu scissa dal corpo delle opinioni proprie, e in ciò sta la notevole modificazione introdotta quando l'opera fu ricomposta. Le opinioni proprie furono assegnate all'Epilogo, o Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor, e le opinioni degli antichi con la comparazione, o le dispute contro tutte le sètte, furono riserbate per un'opera distinta ma annessa all'Epilogo, la quale fu poi composta molto più tardi, verso il 1609-1610, promessa nel 1623 col titolo Quaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque (ediz. di Frankfort), ma venuta in luce solamente nel 1637 col titolo «Disputationum in quatuor partes etc. contra sectarios (ediz. di Parigi). Aggiungiamo qui che la 1.a parte dell'Epilogo o Filosofia epilogistica conserva sempre il titolo di Fisiologia.

[154]. Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4 10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.

[155]. Deza, Della famiglia Spinola etc. Piacenza 1694, pag. 299.

[156]. Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.

[157]. Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.

[158]. Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla vita e alle opere di Mons.r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343. — Nella Numerazione de' fuochi di Nola per l'anno 1562-63, esistente nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine: «n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42; Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a. 2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (int. Federicus) fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota familia». (Annotazioni posteriori): «Federicus mortuus ab an. 35; Id. Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort. ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in ispania pro molione (sic) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi (Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p. 267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio 1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei; avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile 1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.

[159]. Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t. 8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei, lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente, con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo, che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione, siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».

[160]. Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo, che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del Nunzio Mons.r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita, un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara, il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui), discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto a Mons.r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra, che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione di Scritture con le porte serrate (sic). — Segue l'esame di Giulia Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico; non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (sic). — C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno, sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre 1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que' Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare, quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio di miserie.

[161]. Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere alla Compagnia.

[162]. Ved. i Reg.i Curiae, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del Principe.

[163]. Ved. i sud.ti Registri Curiae vol. 31 (an. 1582-85, 2.º del Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch. d'Urbino oggi in Firenze, Carteggio de' particolari, clas. 1.a div. G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583, da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.

[164]. Sulla morte del giovane Duca di S. Marco, di cui si hanno pure due lettere autografe negli Arch. Urbinate e Mediceo, vedi nell'Arch. di Urbino filz. sud.ta 102, let. di Cesare Pulci da Nap. 28 9bre 1595 e nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 225, let. del Nunzio del 27 9bre 1595. — Sull'assistenza e sulle manovre de' PP. Gesuiti ved. Arch. d'Urbino Carteggio Agenti di Napoli filz. 214, let. di Giulio Giordano del 1.º, del 17 e del 23 gen. 1596: Arch. Mediceo, Lett. di Capostrano e Napoli filz. 4091, let. di Gio. Francesco Palmieri del 14 7bre 1604. — Su' rimedii invocati dalla Principessa ved. Arch. Mediceo, Lettere di Napoli filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 3 feb. 1598, con la quale chiede a S. A. per la Pr.sa l'unto da fuoco. Di unti, ogli e balsimi del Gran Duca, da fuoco, da spasimi, di anici, contro i vermi etc. sono frequenti le richieste ne' Carteggi dei suoi Agenti in Napoli. — Sulla richiesta della Pr.sa di entrare nel Monastero di S. Sebastiano «con 6 donne, mentre D.a Giovanna d'Austria che è giovane ne tiene 5», ved. Arch. Mediceo Carteggio sud.to del Nunzio Aldobrandini filz. 226; let. del Nunzio del 4 8bre 1596. Il Duca di S. Marco era stato già adocchiato da Papa Clemente e destinato sposo ad una sua nipote: così si hanno anche varie notizie di lui nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini.

[165]. Ved. nell'Arch. d'Urbino Carteggio di particolari filz. 202, le due lettere di D. Lelio Orsini, la prima interamente autografa del 16 aprile 1580, la seconda autografa nella sola firma del 13 gen.º 1598. — Sulla celebre causa della successione di Bisignano, durata oltre 30 anni, si trovano pure consulti ed allegazioni in diverse opere legali: ved. de Ponte Jo. Franc. Consiliorum t. 1. Venet. 1595, cons. 147, p. 790-91, e t. 2. Neap. 1616, cons. 146, p. 779; de Marinis Don. Ant. Juris Allegationes in Op. Juridica Venet. 1758, alleg. 43, p. 130; Roviti Scip. Consilia, Neap. 1622, t. 1. cons. 1. ad 11. p. 18 a 58. La parte presa da D. Lelio Orsini si può desumere molto bene da tutti questi fonti. Egli morì molto prima che la lite finisse, e D.a Giulia Orsini, già Marchesa di Fuscaldo e poi sposa a D. Tiberio Carafa che continuò la lite, e volle sempre chiamarsi Principessa di Bisignano, morendo istituì erede il Re, come avea già fatto pure il vecchio Principe: e il Re accettò la successione, e ritenuti D.i 500 mila in benefizio della Curia, diede il titolo e la dignità di Principe di Bisignano a D. Loise Sanseverino primogenito del Conte della Saponara.

[166]. Ved. Arch. Mediceo Lettere di Napoli filz. 4087, let. di Gio. Vincenzo Ruffolo del 20 e del 29 7bre 1599 (disordinatamente disposte); ed Arch. di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1598 Scaramelli, let. del 1.º 7bre 1598.

[167]. Pe' particolari dell'arresto del Principe ved. nell'Archivio di Urbino, Carteggio degli Agenti di Napoli, filz. 212 let. di Antonio Leoncino del 27 luglio 1590. — Per l'interesse spiegato da D. Lelio Orsini nel 1591 ved. Ibid. filz. 214, let. di Gio. Benedetto Venturelli del 7 7bre 1591. — Per la commendatizia a nome del Papa ved. nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 207, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 3 giugno 1594, e filz. 224, let. del Nunzio al Card.l S. Giorgio del 1.º luglio 1594. Segnatamente questa commendatizia dovè essere sollecitata da D. Lelio, il quale stava in Roma a quel tempo ed in ottime relazioni col Papa; si noti che la dimora di D. Lelio in Roma fu accidentale e limitata a' soli tre anni sopra indicati, al contrario di quanto dice il Litta.

[168]. Per la traduzione del Principe da Gaeta in Napoli, ved. nell'Arch. d'Urbino la detta filza 212, let. di Giulio Giordano de' 16 e 23 febb.º 1596, e nell'Arch. Mediceo filz. 4085, let. di Giulio Battaglino del 22 febb.º 1596. — La notízia de' sussidii avuti dal Gran Duca di Toscana leggesi nell'Arch. Veneto Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre 1598. — La corrispondenza del Principe si legge nell'Arch. Mediceo, Lett. di Napoli di Particolari filz. 4152. Comincia dal 3 gen. 1590, da Sarano. Continua col 25 apr. 1592; 8 marzo, 19 luglio e 3 9bre 1593; 15 giugno, 8bre e 10bre 1594, da Gaeta o Castello di Gaeta, firmato talvolta «lo infelice compare Ppe di Bisignano»; marzo 1598 dal Castelnuovo di Napoli, firmato «lo infelice Ppe di Bisignano». Segue un'altra lettera del 25 agosto 1598 da Chiaia. Poi ve ne sono ancora diverse posteriori. — Egualmente tra le Lettere di Napoli di Giulio Battaglino, filz. 4086, se ne trova un'altra del Principe del 17 marzo 1598 dal Castelnuovo, firmata «lo infelice» etc. Intanto nella stessa filza una let. del Battaglino del 6 mag. 1597 reca che nella Chiesa del Gesù si erano pacificati il Principe e la Principessa, rimanendo d'accordo che non avrebbero coabitato insieme; evidentemente si era fatto uscire il Principe per compiere quella funzione e poi lo si era ricondotto in Castelnuovo; ed ecco la necessità di tenere ben presenti le date soprariferite. — La transazione fatta con la Principessa si legge nell'Arch. di Napoli, Registri Privilegiorum, ad occasione del Regio assenso, vol. 112 (an. 1597-98) fol. 36, e vol. 118 (an. 1599) fol. 6. — L'obbligo del Principe di tener la casa in luogo di carcere, e la cauzione data da D. Lelio si trovano ne' Registri Sigillorum, per la riscossione delle tasse relative al Regio assenso, vol. 37 (an. 1600) sotto le date del 20 maggio e 22 giugno. — Per la notizia della fuga co' suoi particolari e i suoi motivi, ved. nell'Arch. Mediceo filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 1.º 7bre 1598, e meglio ancora nell'Arch. di Venezia Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre e 28 8bre 1598: col suo testamento il Principe intese di procurarsi un migliore assegnamento, render sicuto quello della Principessa e provvedere alla sorte di un suo figliuolo naturale, che condusse con sè nella sua fuga e che dovè essere Carlo Sanseverino.

[169]. Ved. per questi fatti specialmente nell'Arch. di Venezia Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre, 27 8bre, 10 e 17 9bre 1598 e 13 febb. 1601. Al momento della fuga del Principe di Bisignano corse voce che fosse con lui fuggito anche D. Lelio, ma non era vero; ved. nell'Arch. di Modena gli Avvisi di Roma del 2 7bre 1598. La partenza di D. Lelio per la Spagna avvenne in 8bre 1598; egli era allora Eletto della città di Napoli pel Seggio di Nido.

[170]. Ved. Doc. 401, pag. 479.

[171]. Ved. T. Campanellae Medicinalium, Lugduni 1635, lib. 6º, cap. 29, pag. 517.

[172]. Ved. Medicinalium, pag. 633.

[173]. Per l'ufficio di lettore nello studio pubblico, ved. i Registri Sigillorum, vol. 36 (an. 1599): «a 26 di giugno Lettera al Rev.do cappellano maggiore per la quale se provede la lectura de theorica de medecina in persona del dottore michele polito con provisione de D.ti ducento lo anno per morte de Joan berardino longo» (intendi vacata pel passaggio del Tancredi alla lettura vacata per morte del Longo).

[174]. Ved. nell'Arch. di Napoli per le promozioni del Tancredi le Scritture della Cappellania Maggiore, Lettere Regie, vol. 1, fol. 5, 13, 18, 72. — Per la dignità di Conte Palatino, ved. Registri Privilegiorum vol. 129 (an. 1603-04) fol. 7. Questa dignità, a' tempi de' quali ci occupiamo, non dava che in vita il titolo, e in morte il dritto di portare sulla bara la spada, gli speroni d'oro, e un libro aperto. Era un modo di onorare la scienza ne' lettori, che ci apparisce superiore all'odierno aumento quinquennale di stipendio, condito da una croce di Commendatore che viene giù a caso o dietro le insistenze de' più procaci. Del resto anche per la dignità di Conte Palatino era necessario solamente avere insegnato 20 anni, e comunque fosse di obbligo un processo informativo che attestasse di aver fatto un lodevole insegnamento, i 20 anni rappresentavano la condizione essenziale; laonde era sempre riconosciuto il principio, che quanto più si è goduto lo stipendio, tanto più si ha dritto ad essere stimato, senza vedere chiesto mai alcun conto delle opere pubblicate. Difatti dopo che era stato già dichiarato Conte, il Tancredi pubblicò le due opere che di lui si conoscono: «De fame et siti libri tres, Venet. 1607» e «De Antiperistasi omnigena sive de naturae miraculis, Neap. 1621». La sua condizione di Barone della Podaria è notata sulle sue opere (Podariae regulus) ed attestata da' Cedolarii in data 11 febb.º e 6 marzo 1622. La condizione di medico del Nunzio è attestata dal Nunzio medesimo nel suo Carteggio; ved. filz. 235, lett. del 6 maggio 1605.

[175]. Ved. nell'Arch. di Urbino filz. 203, Napoli diversi, e nell'Arch. Mediceo filz. 4152, Lettere di Napoli di Particolari.

[176]. Per l'ufficio di Doganiero ved. nell'Arch. di Napoli Registri Curiae vol. 27 fol. 54. t.º; pel titolo di Duca, Registri Privilegiorum vol. 107 fol. 192; quivi le imprese militari di Fabrizio sono meglio specificate, anzichè negli scrittori di cose nobiliari come il De Lellis, Famiglie nobili della città di Napoli ms. della Bibl. nazionale (VI. F. 9) pag. 243, e Campanile, Storia dell'Ill.ma famiglia di Sangro, Nap. 1615, pag. 69.

[177]. La copia della decisione leggesi nell'anzidetta corrispondenza del Duca di Vietri esistente nell'Arch. d'Urbino filz. 203. Le lettere scritte durante la prigionia, e spesso con la data «da Castelnuovo», son sette. Nella 1a del 15 10bre 1598 dice «A capo de 47 dì mi è stato permesso il posser scrivere»; seguono le altre del 22 gen.º, 21 marzo, 16 luglio, 8 8bre 1599, una 6a senza data, e una 7a del 4 febbraio 1600, nella quale è trascritta integralmente la decisione della Gran Corte, che conclude «Ducem Vetri non esse interrogandum super praedictam inquisitionem, et propterea non esse procedendum contra ipsum». Con un'altra lettera degli 11 febb.º 1600 è dato l'annunzio della liberazione avvenuta.

[178]. Questo Scipione Orsini era della linea di Mario Orsini, Conte di Pacentro, Signore di Oppido e di Pietragalla; aveva pure un fratello a nome Lelio, sposo a Giulia Dentice, da non doversi confondere col nostro D. Lelio.

[179]. Nulla di tutto ciò si legge in Adimari, Historia Genealogica della famiglia Carafa Nap. 1691, vol. 3, sebbene di ciascuno de' suddetti Carafa e loro parenti vi sia una distinta menzione, e quella di D. Francesco sia abbastanza larga (ved. vol. 2º, pag. 304). Invece nel Carteggio del Residente Veneto, let. del 29 10bre 1598, e in quello dell'Agente di Toscana, let. del 6 agosto 1600, si hanno le notizie che abbiamo sopra riferite testualmente; ciò che poi accadde in sèguito rilevasi con sufficienti particolarità nel Carteggio Toscano, avendo D. Ottavio Orsini primogenito del Conte di Pacentro, il 13 febb. 1600, sposato D.a Francesca di Toledo, ed essendo perciò divenuto parente del Gran Duca (ved. oltre la lett. suddetta, quelle del 22 agosto, 5, 12 e 27 7bre, e 17 8bre 1600; 17 agosto, 4 ed 11 7bre 1601, nell'Arch. Mediceo, filze 4087-88; ved. due lett. autografe del Conte di Pacentro nella stessa filza 4087, ed anche, nello stesso Arch., gli Avvisi di Roma filz. 4028, Avv. del 30 marzo 1602: da questi documenti è stato desunto ciò che costituisce il sèguito della nostra narrazione). Abbiamo ritenuto che il Marchese di S. Lucido, di cui qui si tratta, sia D. Francesco Carafa, perchè nel Carteggio Veneto è detto «nipote di D. Cesare», e costui è indicato come «già fatto Veneziano»; ved. let. del 9 febb.º 1599, (di questo D. Cesare abbiamo pure trovata qualche lettera al Duca di Urbino in data di Murano 1593, nell'Arch. di Urbino filz. 202, ed alcune altre al Gran Duca di Toscana in data di Venezia 1599, nell'Arch. Mediceo filz. 894). Da ciò ci è risultato abbastanza chiaro che si tratti di D. Francesco, e per farlo intendere a' lettori poniamo qui due specchietti genealogici:

A. — Diomede Carafa 4.º genito di Galeotto Conte di Terranova m. a Girolama Villani;

Cesare ritiratosi a Venezia.
Francesco Grande Ammirante.
Ferdinando militare.
Fabio.
Ottavio che con l'eredità di una zia acquistò Anzi e divenne March.se d'Anzi.

B. — Ottavio 1.º Marchese d'Anzi m. a Crisostoma ossia Costanza Carafa figlia di G. Battista Conte di Policastro.

Francesco 2.º March. d'Anzi, divenuto anche di S.to Lucido; fu tre volte sposo:
1.º a Giovannella Carafa, March.sa di S. Lucido per eredità di suo zio Ferrante, vedova di G. B. Francipane;
Ottavio 3.º Marchese di Anzi e March. di S. Lucido
Crisostoma sposa di Fil. Brancia Ppe di Casalmaggiore.
2.º a Emilia Brancia sorella del detto Ppe di Casalmaggiore;
Gio. Battista sposo a Adriana de Franchi.
Diomede Tenente generale M.º di Campo.
Tiberio Capitano di cavalli.
Antonio d.to Pier Luigi Teatino.
Cesare Capitano di cavalli.
3.º a Porzia Caracciolo Duchessa di Cerce, già due volte vedova, con la quale non ebbe figliuoli.
Diomede Vesc. di Tricarico.
Tiberio, divenuto Ppe di Bisignano sposando Giulia Orsini, poi Ppe di Scilla, Belvedere etc.
Pier Luigi Cardinale.
Carlo Domenicano.
Lucrezia m. al Conte di Celano.
Crisostoma monaca.

Aggiungiamo che in un Cod. ms. della Bibl. nazionale di Napoli (X, C, 20) col titolo, «Desgratiato fine di alcune case Napoletane», essendone riconosciuto per autore Ferrante Bucca, si parla del «Marchese d'Anzi e Ppe di Bisignano» Francesco M.a Carafa sposo della «figlia del Marchese di S.to Lucido», ricchissimo, che fece omicidii (senza altra particolarità) onde fu forgiudicato, dovè spender molto per accomodare le sue faccende e infine le accomodò. Venuto in Napoli perdè la moglie con la quale avea fatto due figli, e ne prese un'altra di casa Brancia con la quale fece molti figli. Tiberio suo fratello 2.º genito gli lasciò il titolo di Ppe di Bisignano» etc. Poi stando in molta e gran privanza, come allora si diceva, col Conte di Lemos Vicerè (int. il Conte di Lemos figlio, 1610-1616) ebbe con lui alcuni disgusti (senza dir quali), onde fu posto nel peggior criminale del Castelnuovo e quindi dal Conte medesimo tradotto in Spagna acciò non fosse liberato dal successore; ivi fu condannato alla relegazione in vita in un'isola di Africa, ma giunse poi ad essere graziato, e tornato In Napoli prese moglie por la terza volta sposando la Duchessa di Cerce. Non istante le ricche doti che lo sorressero, finì nella miseria. Come si vede, le particolarità di questo racconto non brillano tutte per esattezza e tanto meno per chiarezza; ma è riconoscibile sufficientemente il Marchese di S.to Lucido della nostra narrazione, con gli omicidii in essa riferiti, pe' quali nel 1598 era «commossa e quasi divisa la città». Ne' Cedolarii ci è rimasto il ricordo che «il 28 marzo 1616, nella Sala Reale del Castello nuovo, extra carceres, con l'assistenza del R.º Consigliere Pomponio Salvo», Francesco Carafa dovè rinunziare al figlio primogenito Ottavio la terra d'Anzi unitamente al titolo di Marchese; la data del fatto mostra bene che esso avvenne poco prima che egli fosse trascinato in Ispagna. E in mezzo a tante vicende amò le buone lettere: già suo zio D. Ferrante Carafa di S.to Lucido era stato protettore dell'Accademia di Gio. Battista Rinaldi finita nel 1580; egli fondò più tardi l'Accademia degl'Infuriati (ved. Capaccio, il Forastiero, Nap. 1634 p. 10, e Camillo Minieri Riccio, Accademie fiorite nella città di Napoli, Arch. Storico delle Prov.e Nap.e an. 4.º 1879, p. 530).

[180]. Ved. nel Carteggio del Residente Veneto la lettera del 9 febb.º 1599.

[181]. Ved. per fra Pietro da Catanzaro il processo di eresia del Campanella, Doc. 332 b, pag. 288. Per fra Filippo Mandile il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, lett. da Nap. de' 30 marzo e 21 aprile 1600 (grazie fattegli). Per P.e Gio. Batt. da Polistina Ibid. let. da Roma de' 18 lugl. e 17 8bre 1597 (con suo memoriale autografo), 22 9bre 1597 e 2 gen. 1598; let. da Nap. de' 4 8bre 1596, 25 luglio, 29 agosto e 30 8bre 1597, 30 genn. 1598.

[182]. Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, varie let. da Napoli di 7bre 1594, 4 agosto 95 e 20 febb.º 98; e lett. da Roma del 17 luglio 1595, 31 agosto 96. Nell'Arch. di Napoli i Registri Curiae, vol. 38, fol. 53, lett. dell'ultimo di giugno 1596; fol. 126 e 128, lett. del 9 e 22 maggio 1598; fol. 150, lett. del 31 luglio 1598. Nell'Arch. Veneto lett. del 14 aprile 1598.

[183]. Ved. la nostra Copia ms. de' proc. eccles., tom. 1º, fol. 264.

[184]. Ved. il Carteggio del Residente Veneto, lett. de' 25 7bre, 6 8bre e 27 8bre 1598; e il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, lett. di Roma de' 9 maggio e 20 7bre 1598, e de' 2 genn.º e 16 marzo 1599.

[185]. Ved. dep. del Pizzoni e del Lauriana; Doc. 278, pag. 199, e 280,v pag. 208.

[186]. Ved. nell'Arch. di Stato, Registri Curiae, vol. 38, an. 1595-99 fol. 123; e vol. 45, an. 1596-601, fol. 97, lett. Vicereale all'Auditor di Lega in data 23 luglio 1598.

[187]. Su questi diaconi selvaggi sono numerosissimi i cenni sparsi ne' Registri Curiae; ma una notizia abbastanza precisa, bensì di data posteriore di molto, può leggersi ne' Registri Notamentorum Collateralis Consilii an. 1626, vol. 9, fol. 69. Essi furono dapprima nominati da' Sindaci per spazzare le Chiese e prestarvi i più bassi servigi, venendo scelti tra le persone che non possedevano nulla in bonis: ma secondo lo stile ecclesiastico, che in fondo è stato sempre quello del riccio, i Vescovi s'impossessarono del dritto di nomina, ne usarono ed abusarono a loro talento, e non occorre dire che vennero subito appoggiati dalla Curia Romana in tali abusi.

[188]. Ecco uno de' documenti del tempo di cui trattiamo, intorno alla faccenda del Capito, alla quale tanto alluse il Campanella nella sua Narrazione. Registri Curiae, vol. 38, fol. 116 t.º «All'Audientia di Calabria ultra. Philippus etc. Spectabiles et magn.er viri, Deve ricordarsi la R.a Audientia la pretendenza che hà tenuta et tiene lo R.do Vescovo di Mileto de voler conoscere de la causa de Marc'Antonio capitò diacono selvaggio inquisito de le bastonate date ad un monaco dell'ordine de san basilio, et le hortatorie che per noi li sono state scritte che desista da questa sua pretendenza, la quale non può militare poi che decti diaconi selvaggi non hanno mai goduto nè godono in questo Regno exentione alcuna di foro temporale nè altre prerogative, ma sempre sono stati trattati et si trattano come tutti li altri laici, et retrovandose al presente d.to capite (sic) carcerato nel Castello della terra del pizzo per detta causa, in nome di quessa R.a audientia et de la Gran Corte de la Vicaria, mandò d.to Rev.do Vescovo il suo fratello carnale nomine placido del tufo laico in d.to Castello, il quale sotto la sua parola fè uscire d.to carcerato per una stanza libero, et poi la notte per maneggio dato da lui et de duoi criati di detto Rev.do Vescovo lo fe fuggire per una corda, et al presento se ne sta in casa del predetto Rev.do Vescovo, et non convenendo che simili eccessi cossì fatti, et machinati in dispreggio dela giustitia et de la real Jurisditione dela M.tà sua habbino da passare cossì impuniti, ci è parso farvi la presente per la quale vi dicimo et ordinamo che con il più maggior secreto che sarà possibile, et che in voi et da voi si può confidare et sperare, dobbiate con ogni exquisita et exactissima diligenza havere nelle mani et carcerare nelle carceri di quessa regia Audientia lo d.to placito del tufo fratello di d.to Rev.do Vescovo de Mileto una insieme con detti duoi criati d'esso Rev.do Vescovo che hanno fatto fuggire detto carcerato dal Castello predetto, Et carcerati che li haverete ce ne debiate subbito dar particolare aviso con vostre lettere con insertione de la presente, acciò ve si possa per noi ordinare quel che haverete intorno a ciò da exequire. Et non farete lo contrario si havete cara la gratia et servitio de la pred.ta M.tà Datum Neap. die 28 mens. februarii 1598. El Conde de Olivares. Vidit Gorostiola, V.t de Castellet....» etc. — La sorte di Placido del Tufo ci risulta da' Registri Sigillorum, vol. 37, an. 1600: «6 de giugno; Lettera alla Vicaria, per la quale se fa gratia à Placido de lo tufo d'ogni pena incorsa per causa de la fugita de marcantonio capito dal castello del pizzo». — Intorno alle hortatorie notificate per bando, ved. Curiae vol. 38, fol. 160 t.º, let. del 20 agosto 1598; e vol. 40, fol. 205 t.º, let. del 15 8bre 1598. — Daremo più in là le lettere dei tempi successivi, risguardanti la nuova cattura del Capito poichè il Vescovo non l'avea punito, l'effrazione delle carceri da parte de' preti con la liberazione del catturato, la terza cattura seguita dalla liberazione e riposizione nella Chiesa dalla quale era stato dapprima estratto, col contento di S. S.tà, che accorda l'assoluzione dalla scomunica al Principe di Scilla, al Poerio e allo Xarava dietro dimanda del Vicerè.

[189]. Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 230, lett. del 9 giugno 1600.

[190]. Ved. nell'Arch. di Napoli, Registri Curiae vol. 38, fol. 116, lett. del 28 febb.º 1598; vol. 49, fol. 19, lett. del 24 10bre 1599, e vol. 55, fol. 201, lett. del 22 7bre 1604.

[191]. Ved. i detti Registri Curiae vol. 49, fol. 57, lett. del 29 7bre 1600; vol. 38, fol. 144. t.º lett. dell'ultimo di giugno 1598; vol 48, fol. 109, let. del 19 10bre 1600; vol. 52, fol. 48, lett. del 23 marzo 1602; vol. 55, fol. 133 t.º, e 186, lett. del 14 maggio e 27 agosto 1604.

[192]. Registri Curiae vol. 44, fol. 75, lett. del 19 gennaio 1598; vol. 46, fol. 21, lett. del 9 10bre 1599.

[193]. Ibid. vol. 47, fol. 148 t.º, lett. del 10 7bre 1601; e vol. 48, fol. 138, lett. del 6 luglio 1601. — Vol. 46, fol. 8, lett. del 3 10bre 1599; e vol. 48, fol. 10 t.º, lett. del 13 7bre 1599.

[194]. Ved. nel Carteggio del Nunzio filz. 231, lett. del 28 7bre 1601.

[195]. Ved. Registri Curiae vol. 38, fol. 200, lett. del 30 aprile 1599; vol. 46, fol. 4 t.º, lett. del 31 luglio 1599; ibid. fol. 1, lett. del 25 luglio 1590.

[196]. Ved. nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 212, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio, del 25 di 7bre 1599. «Saranno false senza dubbio le relationi fatte al Vicerè di que' Vescovi, dei quali egli si è doluto con V. S., ma si come ella dovrà et scusarli et difenderli sempre, così ella potrebbe in certi casi investigare la verità delle cose, et quando giudicasse così, avvertirne i proprii Prelati». Intende ognuno che gli avvertimenti del Nunzio, non derivanti da deliberazioni della Corte di Roma, sarebbero rimasti inascoltati, e però neppur uno se ne trova mai fatto da lui.

[197]. Ved. Doc. 176, pag. 88.

[198]. Ved. i Registri Curiae vol. 38, fol. 12, 56, 75, 80, 85 t.º, lett.e dal 23 feb.º 1596 al 23 maggio 1597; ibid. fol. 154 e 155 t.º, lett. del 17 e 21 agosto 1598; vol. 46, fol. 29 t.º, lett.re del 14 gen.º 1599; vol. 55, fol. 154, lett. del 24 giugno 1604.

[199]. Registri Curiae vol. 38, fol. 23, 50, 93, 106, lett. del 4 aprile e 10 8bre 1596, 28 agosto e ult.º 7bre 1597; vol. 45, fol. 100 t.º, lett. del 24 luglio 1598; vol. 43, fol. 138, lett. del 23 10bre 1598; vol. 46, fol. 30 t.º, lett. dell'ult.º di 10bre 1599; vol. 49, fol. 51 t.º, lett. del 28 luglio 1600; vol. 52, fol. 206 t.º, lett. del 13 genn.º 1603, e vol. 53, fol. 56, lett. del 30 marzo 1603. — Inoltre Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 216, lett.e di Roma da luglio a 10bre 1602, e filz. 238, lett. di Napoli del 9 maggio 1603, dove si parla di 4 prigioni de' Melissari fatti morire in Reggio e 2 soli mandati in Napoli.

[200]. Egli dovrebb'essere l'autore di quelle pubblicate nel libro di Commedie curiose Nap. presso Dom. Castaldo 1615, libro citato dal Toppi ma da noi non visto finoggi. Le Commedie furono dapprima stampate separatamente: una sola di esse «Le Sorelle; Cosenza per Leonardo Angrisano 1595» fu citata dall'Allacci (Drammaturgia accresciuta, Ven. 1755 pag. 731). Lo Spiriti dice il Barracco fatto Cav.r Gerosolimitano a' 13 giugno 1592 (Memorie degli Scrittori Cosentini, Napoli 1750 pag. 132).

[201]. Reg. Curiae, vol. 38, fol. 113 e 202, lett. del 13 febb.º 1598 e 22 maggio 1599; inoltre Reg. Sigillorum, vol. 37, nota del 7 aprile 1600, riport. nel Doc. 229, pag. 120.

[202]. Reg. Curiae vol. 38, fol. 74 e 111, lett. del 30 9bre 1596 e 15 gen.º 1598. — Ibid. fol. 136, lett. del 17 giugno 1598. — Ibid. fol. 157 e 166, lett. del 21 agosto e 30 7bre 1598; vol. 41, fol. 75 t.º, lett. degli 8 8bre 1598, e vol. 49, fol. 23 t.º, lett. del 28 giugno 1600.

[203]. Reg. Curiae, vol. 38, fol. 133, lett. del 12 giugno 1598; e vol. 41, fol. 75 t.º, lett. degli 8 8bre 1598.

[204]. Ved. i Registri Officiorum Viceregum, vol. 6.º (an. 1593-96) fol. 103: «Expedita fuit provisio patens officii Capitaneatus civitatis Lanciani in persona magnifici Alonsi de Rozas pro uno anno integro, deinde in antea ad beneplacitum, cum provisione lucris gagiis et emolumentis solitis et consuetis etc. etc. Neapoli die 9 mens. Xbris 1594. (sotto) s'è spedita la presente d'officio di Lanciano non obstante che non vaca per ordine di sua Ex.a». — Inoltre ved. i Registri Sigillorum vol. 30 (an. 1594) not. a 9 10bre, «Capitania de lanciano in persona del magn.co Alonso de roscias»; e ibid. vol. 31 (an. 1595) not. a 14 9bre «Capitania de Cotrone in persona di Alonso de rosa d'anoya». — Malamente il P.e Fiore (Calabria illustrata, vol. 1.º pag. 46-47) lo registra tra' presidi di Catanzaro col nome di D. Antonio de Rosas: anche i documenti dell'Archivio, che ne parlano come preside, lo dicono sempre D. Alonso.

[205]. Citeremo mano mano i documenti trovati in Napoli: quanto alle lettere trovate in Firenze, esse stanno nell'Archivio Mediceo, filz. 4152 (lett. di Napoli di particolari dal 1590 al 1620), e filz. 4091 (Lett. di Capestrano e Napoli all'Usimbardi dal 1603 al 1605), e mostrano esservene stata ancora qualche altra più antica. La 1.a, del 15 mag. 1597 a S. A., reca, che è stato ammalato e non ha potuto mandare la tavola di diaspro: la manderà con un uomo a posta in una feluca. La 2.a, del 6 gen.º 1604, reca, che aveva offerta la tavola di diaspro gli anni passati scrivendo dalla Calabria e S. A. l'accettò: che atteso la sua partenza per la Spagna non potè mandarla, ed ora, tornato nel Regno qual Consigliere di S. M., torna ad offrirla. La 3.a, del 20 gen.º 1604, reca che manderà la tavola di diaspro. La 4.a, del 23 agosto 1604, reca, che aspettando la comodità delle galere di S. A. ha tardato, ed ora la manda. La 5.a, del 18 luglio 1605 all'Usimbardi, reca, che vorrebbe da S. S.tà per mano di S. A. la dispensa di qualunque irregolarità commessa nel passato, e qualche beneficio in Ispagna o qualche Abbadia nel Regno. — A queste lettere fanno compagnia tre altre di Gio. Francesco Palmieri Agente di S. A., la 1.a del 16 gen.º 1604, la 2.a del 24 agosto 1604, la 3.a del 13 maggio 1605: nelle due prime si parla dell'invio della tavola di diaspro, dicendo che pare «un mare mezzo fluttuoso de diversi colori», nell'ultima si dice che ha dato di sua mano allo Xarava la lettera dell'Usimbardi.

[206]. Ved. i Registri Curiae, vol. 34, fol. 13, lett. del 18 maggio 1590; nel testo è registrato semplicemente l'Avvocato fiscale, ma nella pandetta è dichiarato D. loyse Xarava.

[207]. Ved. Registri Sigillorum vol. 30 (an. 1594): «a 21 de ottobre. Lettera per la quale Sua Ecc.a commette al m.co Advocato fiscale loyse sciarava de castiglio la visione delli conti delli Sindaci et altri administratori del peculio dela università de Catanzaro de deci anni in qua, sig.re et exequ.re contra loro per spatio de mesi sei a ragione de d.i 12 lo mese». Inoltre, Ibid. vol. 31 (an. 1595): «11 di luglio. Lettera al Advocato fiscale dell'Aud.e de Calabria per la quale se proroga la patente in persona de detto advocato fiscale per altri mesi sei de vedere li conti dela città de Catanzaro».

[208]. Registri Curiae, vol. 38, fol. 20 e 23, lett. del 20 marzo e 4 aprile 1596; vol. 45, fol. 7, lett. del 5 aprile 1596.

[209]. Ibid. vol. 40, fol 32, lett. del 5 aprile 1596, e vol. 38, fol. 29 t.º, lett. del 17 maggio 1596.

[210]. Ibid. vol. 43, fol. 6 e 13, lett. del 9 maggio e 5 luglio 1596; vol. 38, fol. 45, 51 e 55 t.º, lett. del 14 giugno, 5 e 19 luglio 1596; vol. 40, fol. 59, lett. de' 17 luglio 1596.

[211]. Ibid. vol. 43, fol. 2, lett. del 27 marzo 1596; vol. 45, fol. 100 t.º, lett. del 24 luglio 1598; vol. 40, fol. 193, lett. del 20 agosto 1598.

[212]. Ibid. vol. 38, fol. 189 t.º, lett. del 7 febb. 1599; e vol. 43, fol. 160, lett. del 25 maggio 1599.

[213]. Crediamo sia bene riportare per intero i documenti che riguardano questo tratto della vita dello Xarava, e che si trovano nei Registri Curiae, vol. 38, fol. 187, e vol. 43 fol. 141 t.º — 1.º «All'Audientia di Calabria ultra. Philippus etc. Magnifici viri etc. È pervenuto a nostra conoscenza che per voi non si è permesso che il mag.co Avocato fiscale di quessa provintia entre nel tribunale dela regia Audientia ad exercitar suo officio sotto pretesto che se ritrova scomunicato dal R.do Vescovo di Melito, et come che di ciò ne nasce molto disservitio di S. M.tà non convenendo che se li faccia questo obstacolo essendose già provisto per la sua absolutione; Per ciò vi dicimo et ordinamo che non obstante che se ritrova scomunicato debbiate permettere che entre nel tribunale di questa regia Audientia et in ogni altro luoco dove sarà necessario ad exercitar d.º suo officio de Advocato fiscale nè li farrete detto obstacolo nè li darete impedimento alcuno che tal'è nostra volontà et intentione. Datum neapoli die 28 mens. Jannarii 1599. El conde de olivares» etc. — 2.º «Risp.ta al m.co advocato fiscale di Calabria ultra. Philippus, etc. Mag.ce vir regie fidelis dilecte, Alla regia audientia di quessa provintia havemo scritto et ordinato che permetta che voi debiate entrare nel tribunale de d.ta regia audientia ad exercitare il v.º officio de advocato fiscale non obstante che ve ritrovate scomunicato dal R.do vescovo di melito, poichè qui per noi si è provisto che siate absoluto. ci è parso darvene aviso per risposta di quanto sopra ciò ci havete scritto per la vostra del 20 Xbre proximo passato. dat. neap. die 28 Januarii 1599. El conde» etc.

[214]. Ved. Gualtieri Paolo, Glorioso trionfo, ovvero leggendario de' SS. Martiri di Calabria Nap. 1630. L'ingresso di Marino Consalvo in Terranova accadeva nel 1575.

[215]. Ved. nell'Arch. di Venezia il Carteg. dello Scaramelli, let. della data sud.ta che comincia colle parole «In Calavria son molti fuorusciti» etc.

[216]. Registri Curiae, vol. 38 fol. 186 t.º, lett. del 26 gennaio 1599; ibid. fol. 209, lett. del 30 giugno 1599, etc. etc.

[217]. Registri Curiae, vol. 46, fol. 15 t.º, lett. del 29 8bre 1599; vol. 54, fol. 15, lett. dell'ultimo di febb.º 1603.

[218]. Ved. il d.to Carteggio filz. 208, lett. da Roma del 16 agosto 1595; ved. anche tutto il resto di questa filza e la seguente 209.

[219]. Ved. il Carteggio anzid.to filz. 229, lett. da Napoli del 3 7bre e 12 9bre 1599; filz. 230, lett. del 5 maggio, 16 giugno, 22 7bre e 26 10bre 1600; filz. 231, lett. del 26 gennaio, 9 febbraio, 26 8bre 1601; filz. 232, lett. del 28 giugno 1602; filz. 233, lett. del 19 luglio 1603; filz. 234, lett. del 23 luglio 1604. — Avremmo potuto citare molte e molte altre lettere, ma queste sole son sufficienti.

[220]. Per la discesa de' corsari di Biserta, nel 1595, ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio dell'Agente di Toscana in Napoli, filz. 4085, lett. del 3 giugno d.to anno. Per la discesa de' turchi del Bassà Cicala, nel 1598, ved. nell'Arch. Veneto il Carteggio del Residente in Napoli, filz. n.º 14, lettera del 29 7bre e 6 8bre d.to anno.

[221]. Poniamo qui un elenco de' legni corsari di Barberia, appunto del 1598, che oltre la flotta di Costantinopoli tenevano in allarme le popolazioni delle coste cristiane e massime italiane; lo desumiamo da una relazione del Residente Veneto degli 8 7bre 1598. «In Alger, bastarda di banchi 26 e galea di banchi 24, ma la bastarda esce solo per servizio del Re; una bastarda di banchi 26 di Amurat Rais; una galea ordinaria di banchi 25 di Assan Rais; un'altra di banchi 24 di Ali Memi; una di banchi 23 di Giafer genovese, ed una galeotta di banchi 21 di Occhiali conserva di Giafer, et Bergantini n.º 6 tutti armati in Alger di 10 e 12 banchi. In Bugia, una galeotta di banchi 21 di Memi Rais detto mal riposo; costui naviga sempre solo e mai si ferma, et è in gran stima. In Bona, una galeotta di banchi 21 di Sali Suliman. In Tabarca, tre bergantini di banchi 12 e 13 l'uno. In Biserta, la bastarda del Re di banchi 26; una galeotta di banchi 21 di Cogia Sali, et una simile di Casadali, et bregantini n.º 5 simili a' sopradetti. In Mahometa, una di banchi 23 di Giafer Sali, et una di banchi 22 di Assan Sali. In Affrica, una di banchi 20 di Donali Bey. In Tripoli, una bastarda di banchi 26 che suole unirsi quando con uno e quando con un altro delli Corsari predetti, et due bergantini come gli altri. In uno galee et galeotte n.º 15, et bergantini n.º 16.» — Fra tutti i corsari qui nominati il più temuto era il vecchio Amurat Rais, che vedremo figurare nella nostra narrazione.

[222]. Ved. i Reg. Litterarum S. M.tis vol. 10.º (an. 1599-601) fol. 360.

[223]. Ved. la Relazione del Bailo Giovanni Moro [1590] tra le Relazioni degli Ambasciatori Veneti pubblicate dall'Albèri, Firenze 1858, vol. 14, p. 374.

[224]. Ved. Reg. Partium vol. 1247bis, an. 1593, fol. 92; vol. 1271, an. 1594 fol. 194; vol. 1306, an. 1595, fol. 182. In questi ed altri documenti napoletani si trova piuttosto scritto «Cicala», mentre i documenti spagnuoli e veneti recano «Cigala»: naturalmente abbiamo preferito la prima maniera.

[225]. Ved. la Relazione del Bailo Matteo Zane [1594] loc. cit. p. 428.

[226]. Ved. Gualtieri, Glorioso trionfo etc. p. 435, e Sagredo, Memorie Storiche de' Monarchi Ottomani, Bologna 1684, p. 463. — Il resto delle notizie intorno al Cicala è desunto principalmente dalle Relazioni pubblicate dall'Albèri, in ispecie da quelle di Gio. Francesco Morosini [1585], Giovanni Moro [1590] e Matteo Zane [1594]; pel tratto di tempo posteriore, dal Carteggio de' Baili Geronimo Capello, Vincenzo Gradenigo, Francesco Contarini e Nani, oltracciò dal Carteggio del Residente Veneto in Napoli.

[227]. Per l'invasione delle coste di Calabria fatta dal Cicala ved. principalmente una lettera del Residente Veneto, che fu pubblicata anche dal Mutinelli (Storia arcana ed aneddotica d'Italia, Ven. 1855, vol. 2º, p. 173); le notizie di fonte strettamente napoletano, ne' tempi de' Vicerè, son sempre attenuate di molto quando si riferiscono a disfatte.

[228]. Tutte le parole virgolate sono estratte da' bellissimi Rubricarii del Carteggio di Costantinopoli, e così pure la massima parte delle rimanenti notizie. Ved. in ispecie il Rubricario n.º 6 e il seguente.

[229]. Ved. la collez. degli Avvisi di Roma che si conserva nell'Arch. di Modena. Vi si legge, «A dì 30 di 7bre 1598. Per informattione del Cigala et suoi disegni, si manda copia delle infrascritte lettere portate da uno straordinario di Messina passato a Genova» (seguono le lettere al Vicerè di Sicilia ed alla madre, e la risposta del Vicerè). Ved. anche Gualtieri op. cit. p. 436; egli le trascrisse da un fascicolo di scritture appartenenti a Girolamo Stinca napoletano, ma non mostrò di conoscere la lettera del Cicala alla madre. Crediamo che piacerà a' nostri lettori averle sott'occhio insieme con le altre. — «1º Osservandis.ma et amantis.ma madre. Dopo di havervi salutato assai; non è per altro questa mia amorevole lettera, che come sapete già anni 30 in 40 che io sono partito da voi et più non vi hò visto, desidereria prima dela morte vedervi. Adesso hò scritto una lettera al V. Re di Sicilia acciò vi mandi, et per questo conto hò fatto franco un Christiano portator di queste. Et anco gli anni passati per vedervi era venuto in questo loco et non è potuto essere che io habbia havuto ventura di vedervi et mi fù detto che vi havevano posto in carcere et ferri, et questo fù causa che io havessi messo à fuogo, et sacco Rigio. Et se adesso vi manderanno acciò complisca secondo il gran desiderio che io tengo di vedervi, et che non resti in questo mondo privo della vista vostra, io vi prometto rimandarvi, si che si voi mi amate come io amo voi cercherete licentia di venirmi à vedere. Et anco voi sapete ben che al tempo di Pialì Bassà di buona memoria in questo luoco si sono alzate bandiere di fede et poi si facevano bazari et riscatavano schiavi, si che madre mia carissima altro desiderio non hò in questo mondo che vedervi con speranza in Dio che venirete. Alli miei SS.ri fratelli, et sorelle farete le mie raccomandationi. Et se vi manderanno, subito che vi haverò visto vè rimanderò senza danno nè male alcuno, et ritornerò al camino mio. Et queste bandiere di fede quando si alzavano, voi sapete che il S.ºr mio padre li mandava presenti, et per tutto dimani ne stò aspettando risposta. Il vostro figliolo Sinan Bassà Visir, et Capitanio.» — 2.º «Ill.mo et eccell.mo che dentro alli seguaci di Christo buono è stato eletto in la Isola di Sicilia Vicerè, in la fine Dio faccia il migliore. Questa non è per altro, se non per farvi intendere, come sapete, che costà si ritrova la povera vecchia di mia madre, la quale per ritrovarsi alla fine di sua vita, desidero vederla, e spero che arrivando questa mia lettera vi contenterete mandarmela in una barca di costì, perchè non tengo altro desiderio se non da vederla, senza voler far danno a nissuno, e da poi haverla vista, tornarla a mandare, come feci li giorni passati del Sig. mio fratello, il qual venne in Costantinopoli, e dopo che lo viddi, lo tornai a mandare. Il portator di questa è un Christiano il qual era schiavo, li ho dato la libertà, e lo mando per questo servitio. Resto con grandissimo desiderio aspettando il successo, e non pensi che lo mando per tenere nuove, per che sappiate che tanto voi costì, quanto noi altri, di quello che di nuovo (sic) in tutte parti, tenemo piena informatione, e buona. Con questo sto aspettando con vostra cortesia, che vi degnate mandarmela con una barca, ò se non, avvisarmi à che banda ordinate mandi un vascello e dopo a man salva tornarmelo à mandare, per tutto dimani aspetto risposta; e se in tempo d'altri capitani havendo venute in questo porto l'armate d'onde stiamo s'alzaro bandiere di fede, e si fè bazaro, e si ricattarono li schiavi, adesso per quello che tocca a mia parte si farà. A mia madre hò scritto una carta, vi contentarete mandare a darle ricapito, Di settembre a' 20 Domenica. Sinam Baxa Visir Capitan. (sotto) Al Sig. D. Pietro Capitan delle galere di sicilia me raccomando molto, sendo stato sempre il Sig. Padre di buona memoria amico del mio di buona memoria.» — 3.º Excel.mo et tenuto trà li Turchi Sinam Baxa Visir Capitan, Ricevi la vostra, e la lessi con molto gusto, e per veder dimanda tanto pietosa, ho rimesso la determinatione, che volea pigliare la Signora Lucretia, che per sua Christianità, et haver tenuto tanto honorato marito, et esser madre d'un capitano tanto valoroso mandarla con una galera di fanale accompagnata con suoi figli, e nipoti, e voi mandate qui con due galere di fanale il vostro figlio maggiore per pegno, che starà in poter del Capitan generale D. Pietro di Leva rispettato, et honorato conforme la sua qualità, et in sicurtà dò in pegno mia parola in nome di S. M., e nel ricatto potran venire, una, due, o tre galere, che alzando bandiera di sicuro s'attenderà al ricatto. D. Pietro di Leva ha ricevuto, e manda altre tanto, e dice se ricordi dell'amicitia delli due Padri. D. Berardino de Cardines.» (Si avverte che queste due ultime lettere sono state ricavate dal Gualtieri, che lesse Sinam invece di Sinan; la prima è ricavata dal Carteggio del Residente Veneto).

[230]. Ved. nel Carteggio di Costantinopoli (Arch. di Venezia) segnatamente le lettere del 13 9bre 1598, 12 giugno 1599 e 13 marzo 1602.

[231]. Ved. P.e Fiore, Calabria illustrata vol. 1º, p. 183. Il convento divenne Priorato assai più tardi, dietro la grossa eredità avuta dal dot.r Prospero Carnevale. Fin da' tempi del Campanella si trattava d'ingrandire almeno la Chiesetta, e vedremo che il Campanella medesimo se ne occupò: ma più tardi veramente la Chiesa fu ingrandita e detta di S. Domenico, rimanendovi una semplice cappella di S. M.a di Gesù, come oggi si vede.

[232]. Vogliamo dire fin d'ora che il Campanella nutrì sempre per fra Pietro altrettanto affetto e molta gratitudine. Di lui parlò nell'opera De sensu rerum in due luoghi, nel libro 2º cap. 20 e lib. 3º cap. 10 come segue: 1º «E Pietro mio di cocentissima natura ha senso sagacissimo, che di poco argomenta assaissimo, ma pochissima memoria.» — 2º «Ma pietro mio è picciola testa di calore cocentissimo, et antivede sagacemente ogni cosa, ma poi non se ne ricorda perchè lo spirito esala et non comunica le passioni allo spirito vegnente et hà fuligini, che le si interrompe il discorso, et troppo mesto quando sta solitario, il che appetisce quando è digiuno che lo spirito combatte con le fuligini del sangue al fin'arso essalante, et quando è allegro è soverchio allegro che si diletta di Boffonerie, perchè gode lo spirito di non combattere con le fuligini et perchè è sottile assai si dilata troppo in allegrezza senza retegno e si diffonde che non può frenarsi, et tali malinconici buffoni vidi io molti; ma pietro mio è di tal sagacità che subbito interpreta quello che se pensa l'altro, et quando un amico è tradito d'altri egli subito lo pensa, et li mali dell'amici, come venatico, odora et prevede, et una volta andò a pigliare acqua del fonte lontano cento cinquanta passi per un amico commune, et questo non vuolle aspettare et quello tornò con l'acqua, et ne disse s'è partito ne? io sentii uno che mi disse proprio quando pigliavo l'acqua dal canale, di à presterà buon giorno che non posso aspettare, et molti simili esempii in lui ho visto di sagacità, quando l'aria è tranquilla, talch'è vero il senso dell'aria, et la communicanza comune.» Gioverà tener presenti siffatte qualità di fra Pietro, per apprezzarne gli atti; ed aggiungiamo che nell'Archivio di Stato non manca qualche notizia di fra Pietro e del padre suo Vittorio Presterà, originario di Riaci casale di Stilo; ved. Reg. Partium vol. 1220, an. 1592, e vol. 1238, an. 1593.

[233]. Si può intorno a questo periodo della vita del Campanella consultare almeno la deposizione processuale di fra Gio. Battista di Placanica, e così pure quella di fra Francesco Merlino, individui abbastanza indifferenti ed ingenui. Ved. Doc. 351 a 354, pag. 329 a 335.

[234]. Ved. Doc. 401 p. 479, e 402 p. 500; cfr. Capialbi, Documenti inediti, nota 2.a p. 65.

[235]. Quanto alle Difese ved. Doc. 401, p. 479, 482 e 498; quanto alla Lettera, ved. Archivio Storico italiano an. 1866, p. 74; quanto alla Narrazione ed Informazione, ved. Capialbi p. 50-51 e 21; quanto al Syntagma, ved. ediz. del Crenius, Lugd. Bat. 1696 pag. 176. Quivi si legge: «Mox in Calabriam reversus in patriae meae stylo (sic), composui Tragoediam Mariae Scotorum Reginae, secundum poeticam nostram non spernendam. Item scripsi de Auxiliis contra Molinam pro Thomistis et diversa opuscula in gratiam amicorum.»

[236]. Nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc. Nap. 1881) a p. 91-93 abbiamo ricordato le parecchie copie della Monarchia di Spagna, che conosciamo trovarsi tuttora manoscritte in varie biblioteche italiane e straniere, ed abbiamo notato che tra quelle esistenti in Napoli due copie recano nel Proemio l'indirizzo del libro al sig. Regg.te Marthos Gorostiola che l'avea richiesto, l'invio di esso dal conventino di Stilo, la data del 10bre 1598, mentre una terza copia al pari di un'altra che si conserva in Parigi (ms. ital. num. nuov. 875), reca la data dell'anno «1598 che fu 30º dell'età dell'autore», e si mostra indirizzata semplicemente a un «signor D. Alonso» dal «conventino di Stilo», invece di dire dalla «celletta» come altre copie recano senza alcuna data. Naturalmente due ipotesi riescono possibili: o le copie col semplice indirizzo a D. Alonso, e coll'invio sia dalla celletta, sia dal conventino di Stilo senza data, rappresentano la primitiva lezione dell'opera rifatta in Napoli il 1601, nel qual caso il nome del Reg.te Marthos con la menzione di tutte le altre parecchie circostanze sarebbe un'interpolazione posteriore; o invece queste circostanze appartengono alla primitiva lezione suddetta, nel qual caso vi sarebbe stata una soppressione o meglio diminuzione posteriore. Non ci sembra dubbio che la prima delle due ipotesi debba essere preferita; e tanto più che vedremo D. Alonso De Roxas «amico per lettera» del Campanella in Calabria, e d'altro lato non si comprende perchè il Marthos, il quale potè forse in Napoli sollecitare il Campanella che scrivesse un libro simile, non avrebbe dovuto essere menzionato appunto nella Difesa, dove sarebbe riuscito un testimone di grandissimo peso; invece lo si trova menzionato con insistenza in varii altri documenti posteriori, nella Lettera del 1606 al Card.le S. Giorgio pubblicata dal Centofanti, nel Memoriale del 1611 al Papa pubblicato dal Baldacchini, nell'Informazione del 1620 pubblicata dal Capialbi. Intanto, per una erronea interpetrazione di alcune parole che leggonsi nella versione latina stampata ed anche negli esemplari italiani manoscritti più noti, è prevalsa l'idea che il libro sia stato composto scorsi dieci anni della prigionia; e c'interessa molto il dimostrare che ciò non sussiste. Notiamo dapprima che quanto all'indirizzo e alla provenienza del libro, ne' detti esemplari italiani è citato «D. Alonso» e nella versione latina è citato un «N. N.», con l'invio senza data dalla «celletta» latinamente detta «tuguriolo». Ora le parole che hanno fatto verificare l'erronea interpetrazione sarebbero quelle dell'ultimo brano del libro, «Ho detto assai, sebbene per essere stato dieci anni in travaglio, non posso avere le relazioni ed altre scritture e non ho libri, neanco la Bibbia, e sono ammalato»; ciò che nell'edizione latina fu tradotto, «Satis disseruisse mihi videor..., licet decennali miseria detentus et aegrotus, nec relationibus instrui nec libris aut scientiis ullis adiuvari potui, quin et ipsa S. S. biblia mihi adempta fuerunt». Ermanno Conringio tra gli altri, avendo sott'occhio la sola traduzione latina, si fece a dire: «Scripsit hoc opus decennali miseria in paedore carceris et aegrotus» etc. Ma le parole sopradette hanno un riscontro nelle altre che si leggono nel Proemio, «Secondo che V. S. mi ha richiesto sig. D. Alonso, uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, e senza libri, ricoverato in questa celletta brevemente dirolle» etc.; ciò che fu tradotto, «Cum mihi proposuerim disserere id quod Excell. vestra, domine N. N. à me flagitavit, liberatus infirmitate et decennali calamitate, etiam destitutus libris in hoc angusto meo tuguriolo, brevi stylo, succintèque... exponam». La celletta o il tuguriolo, e l'essere uscito o liberato da dieci anni di travagli, escludono evidentemente il carcere. D'altronde dieci anni di carcere rimanderebbero la composizione del libro al 1609; e più documenti, come la lettera allo Scioppio del 1607 pubblicata dallo Struvio, quella al Card. S. Giorgio del 1606 pubblicata dal Centofanti, mostrano che il libro era stato scritto molto prima. I dieci anni di travaglio sarebbero quelli patiti dal 1588, dapprima in Calabria e poi vagando fuori di Calabria, con varie persecuzioni e prigionie donde l'infermità. L'autore quindi accenna sempre all'avere scritta l'opera il 1598 nel convento di Stilo.

[237]. Vedi su questa Emilia gli Art. profetali, Doc. 401, p. 497. Essa vi è chiamata semplicemente sorella, ma in Calabria le cugine si chiamavano anche sorelle e sorelle in 2a, e nel processo non ne mancano esempi: nel processo (Doc. 402, p. 500) il Campanella medesimo la dice figlia dello zio e la cita in primo luogo tra le altre, aggiungendo che egli la maritò. Ne scrisse poi anche nella ricomposizione dell'opera De Sensu rerum (v. lib. 3.º cap. 11), ma con qualche piccola variante. Cfr. qui la pag. 3 del presente libro.

[238]. Questi autori, e i precedenti, sono i soli che si trovano citati negli Art. profetali, ma da una lettera allo Scioppio pubblicata dal Centofanti (Arch. Storico 1866, p. 85) si rileva quale massa enorme di autori, d'ogni età, d'ogni regione e d'ogni fede, egli aveva consultata, rilevandone le osservanze citate pure nella Narrazione.

[239]. Ved. nell'Arch. Veneto il Carteggio del Residente in Napoli, lett. del 20 aprile 1599. Le parole «presso la Roccella», adoperate dal Residente, debbono prendersi in senso largo; Amurat catturò individui anche di S.ta Caterina e di Guardavalle, nella marina di Stilo.

[240]. Ved. Doc. 401, pag. 482-83.

[241]. Ved. Doc. 250, pag. 163.

[242]. Così nella sua Dichiarazione: v. Doc. 19, pag. 28. Nella lettera che scrisse alcuni anni più tardi al Card. Farnese (v. Archivio Storico 1866 p. 59) disse aver predicato l'anno 1598; ma evidentemente trattasi di un errore e con ogni probabilità del copista.

[243]. Così nella Dichiarazione e nella Difesa; v. Doc. sud.to pag. 28, e Doc. 401, pag. 497.

[244]. Depos. di fra Domenico Petrolo, nel suo 3º esame informativo del 29 mag. 1600.

[245]. Depos. di fra Silvestro di Lauriana ripetuta pure dal Pizzoni; v. Doc. 278, pag. 202.

Così poi, nelle Poesie, lamentandosi con Dio dell'insuccesso potè dire:

«Se favor tanto a me non si dovea

per destino o per fallo;

sette monti, arti nuove, e voglia ardente

perchè m'hai dato a far la gran semblea

e il primo albo cavallo,

con senno e pazienza tante genti

vincere?.....»

Si avverta questo aver saputo vincere tante genti con senno e pazienza. Si tenga inoltre presente aver lui medesimo negli Art. profetali fatto conoscere che l'albo cavallo era il Domenicano predicatore, e quindi il primo albo cavallo significherebbe il primato tra' Domenicani.

[246]. Depos. di fra Gio. Battista di Placanica; v. Doc. 354, pag. 336.

[247]. A questo si accenna nella Lett. al Card.l Farnese, e nell'altra al Card.l S. Giorgio (v. Archivio Storico, an. 1866, p. 60 e 68).

[248]. Ved. la Lett. al Card.l Farnese pocanzi citata, e la Lett. allo Scioppio dello stesso tempo (ibid. p. 19). Una dello inferme da lui vedute in questo tempo dovè essere senza dubbio la Badessa di Stilo perpetuamente rauca (ved. Medicinalium, Lugd. 1635 p. 372).

[249]. Ved. Doc. 336, pag. 300.

[250]. La credenza che il Campanella avesse il diavolo nell'unghia dovè diffondersi al punto, che la si trova pervenuta anche in Roma più tardi ed in un modo ancora più goffo; confr. il Doc. 202 e, pag. 101.

[251]. Vedremo che le richieste e i desiderii suddetti si ebbero da Gio. Tommaso Caccìa di Squillace, Geronimo di Francesco di Stilo, Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova di Catanzaro, Felice Gagliardo di Gerace.

[252]. Nella Numerazione de' fuochi di Stilo (vol. 1385 della collezione), al fasc. per l'anno 1641, tra' nomi dell'estratto della vecchia numerazione, vale a dire dell'anno 1596-98 si leggono i seguenti: «n.º 200. Paulo Contestabile a. 52; Porfida uxor a. 52; Giulio f.º a. 26 (sic); Geronimo f.º a. 30 (sic); Fabio f.º a. 24; Marcantonio f.º a. 22; Clementia famula a. 26; Giulio Vitale fam.º a. 2.». Dall'ordine di successione de' nomi si vede chiaramente che sono state qui scambiate tra loro le età rispettive di Giulio e di Geronimo: così nel processo di eresia, sotto la data 1600, Giulio è detto di anni 33. — Inoltre: «n.º 83. Geronimo f.º di Geronimo di Francesco a. 23; Laudomia uxor a. 15; Cornelia mater, uxor secunda pred.i Hieron.i a. 50; Catarinella Vasile famula a. 46; Pietro Paulo f.º di d.a Catarinella a. 15; Gio. Angelo f.º d.a pred.a Catarinella a. 12; Francesco f.º di d.º Geronimo a. 4; Hieronima f.a a. 2.». Ed al fasc. per l'anno 1630: «n.º 170. Laudomia Contestabile vedova del q.m Geronimo di Francesco a. 40; Sir D. Antonio di Francesco f.º sacerdote canonico di Messa a. 30; Paulo f.º soldato, huomo d'arme di S. Donato a. 26; Carlo f.º clerico.....» etc. etc. Qui si vede che l'età di Laudomia è indicata con molta cortesia, come lo dimostra evidentemente l'età dei figliuoli. E non sarà inutile notare che il Capialbi (Doc. inediti p. 18-19 nota) s'inganna certamente in tutto e per tutto circa la genealogia di Marcantonio Contestabile. — Quanto poi ai Carnevali, parimente nobili di Stilo, dapprima nella numerazione del 1545 si legge: «n.º 86. Joannes baptista Carnevale a. 30; Dianora uxor a. 25; Joannes franciscus filius a. 7; Prosper filius a. 3. Poi nell'anzidetto estratto della numerazione vecchia (1596-98) si ha: «n.º 209. Prospero f.º di Gio. Battista Carnevale a. 54; D. Fabritio f.º a. 23; D. Gio. Francesco fratre a. 60». Ancora: «n.º 249. Gio. Paulo f.º di Prospero Carnevale a. 25; Angelica uxor a. 20; Francesco f.º a. 1; Giovannella pandolfo famula a. 50». Inoltre: «n.º 864. Fabio Carnevale f.º di Prospero a. 25». E nell'elenco de' Focularia addita per comprobationem veteris numerationis si legge: «n.º 512. Dottor Tiberio Carnevale f.º del q.m Prospero a. 24. [dissero habitare nella città di Napoli da anni 40» (si ricordi che il fasc. è del 1641). — Ecco ora i documenti riferibili alle qualità delle persone ed alle inimicizie. 1.º Arch. di Stato, Reg. Partium, vol. 1512 fol. 177 t.º Avviso all'Audienza di Calabria perchè non sieno molestati i fideiussori di Geronimo Contestabile n. j. d. e Geronimo di Francesco, i quali abilitati ad avere la casa di Gio. Geronimo Morano in Catanzaro loco carceris con fideiussione di D.ti 1000 per ciascuno, si sono presentati in Vicaria; 20 febb. 1595. — 2.º Ibid. vol. 1355 fol. 44. Ricorso dell'Università di Stilo contro Geronimo di Francesco rieletto Sindaco de' nobili senza che siano passati i tre anni voluti dalle prammatiche; deve desistere; 20 7bre 1595. — 3. Reg. Sigillorum vol. 31 (an. 1595); «a 24 de novembre; Lettera ala Vicaria per la quale se fa gratia à Marc'antonio conestabile de la pena incorsa del homicidio commesso in persona de paulo campaczo, ha pagato per elemosina D.ti 170 per la fabrica de S.to dieco» (i Santi facevano assolvere anche dagli omicidii purchè si pagasse bene a' loro custodi). — 4º Reg.i Curiae vol. 38, fol. 120 t.º Let. Vicereale all'Audienza di Calabria: «Magnifici viri etc. Dal Rev.do Arciprete di Stilo ci viene scritto come marco antonio connestabile con altri li dì passati lo insultorno armati de arme prohibite sotto pretesto che sia accorso a prendere un beneficio che pretendeva un clerico giulio connestabile si come dalla copia che con questa ve se invia più largamente vederete, supplicandoci che per esserne quelle persone potenti fossemo serviti provedere al loro condegno castigo....» etc. conclude che pigli informazione «et doni subito particolare et distinto aviso. Dat. Neap. 10 aprile 1598.» — 5.º Reg. Partium vol. 1477 fol. 98 t.º Fabio Contestabile si duole essere stato impedito dal Capitano e Giudice di Stilo nell'ufficio di Maestro di camera di d.ta terra, ad istanza di certi di casa Carnelevari ed altri, mentre trovasi regolarmente eletto in sostituzione di suo fratello Geronimo Contestabile; 28 7bre 1598. — 6.º Reg.i Curiae, vol. 43, fol. 110: «Al mgn.co don diego de vera. Mag.co vir etc. Dal Mag.co Governatore della città de Stilo con sua lettera delli 25 del passato mese di giugno ci viene scritto li delitti et eccessi che per Paulo Contestabile con quattro suoi figli, et uno genero nomine Geronimo de francisco sogliono commettere; et il termine imperioso che usano con li officiali regii et altre persone....» etc.; conclude che «s'informi del d.to negotio e scriva acciò si possa ordinare lo de più s'haverà da esequire. Dat. neap. 29 luglio 1598». — 7.º Arch. di Firenze, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 213, Lett. da Roma del 4 agosto 1600, col seguente memoriale al Papa che si rimette al Nunzio: «D. Gio. Francesco et D. Fabricio Carnevale de Stilo diocesi de Squillace humim.te fanno intendere à V. B. come falsamente con reverenza se ritrovano inquisiti nella Corte dell'Ill.mo Nontio de Napoli de negotii illiciti et recettatione de forusciti à querela et denuntia de Geronimo contestabile et Geronimo de francesco cognati, inimici capitali di essi supplicanti et de luoro fratelli; si sono esaminati contra di essi Paolo contestabile, clerico Giulio, et Fabio et Marcantonio figli del d.to Paolo, tutto per haver remissione del tentato homicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale fratello de D. Fabritio e nepote de D. Gio. Francesco.... etc.; D. Gio. Francesco ha 70 anni et è vecchio, D. Fabritio ha cura di anime, e dimandano che le dette cause di ricetto di fuorusciti siano commesse al Vescovo di Squillace, dopo di aver transatte col Nunzio quelle de' negotii illiciti, mentre il Gio. Marco Antonio contestabile se ritrova forascito in campagna con comitiva, che facilmente per strada procureria uccidere essi supplicanti». A questa lettera fa riscontro l'altra del Nunzio, ved. filz. 230, lett. del 25 agosto 1600, con la quale dice essere uno dei ricorrenti contumace della sua Corte, perchè malgrado il precetto si partì da Napoli, e reputar bene che la causa sia lasciata in Napoli. — Per la deposizione di Giulio Contestabile circa l'inimicizia, ved. Doc. 333, p. 295.

[253]. Ved. la depos. di fra Pietro, Doc. 348, pag. 325. Ma circa l'incidente del brutto titolo dato dal Campanella a Gesù crocifisso, dobbiamo pure fare avvertire che una delle sue idee fu sempre il voler vedere nelle immagini Gesù trionfante in gloria piuttostochè Gesù suppliziato a modo degli schiavi: e così la croce gli riusciva sgradevole; e vedremo che una volta, in presenza di una croce piantata sul margine di una via, disse al Petrolo che quella «gli facea mal'ombra». Nelle Poesie (ved. Doc. 510, pag. 578, e D'Ancona p. 35), appoggiandosi anche all'opinione di S. Bernardo, egli cantò la sua idea favorita in quel Sonetto che dice:

«Se sol sei hore in croce stette Christo

. . . . . . . . . . . . . . .

che ragion vuol, ch'e' sia per tutto visto

depinto e predicato frà tormenti» etc.

[254]. Ved. Doc. 401, pag. 484. — Quanto a' documenti intorno alle persone delle quali sopra si è parlato, essi sono tratti del pari principalmente dalla Numerazione de' fuochi di Stilo. — Nell'elenco de' fuochi della vecchia numerazione 1596-98, che si diedero come estinti nel 1641, si legge: «n.º 9. Bernardo Prestinace U. J. D. f.º di Alfonso a. 66; (*) Gio. Gregorio f.º a. 20; Berardina f.a an. 10». — Nel solito estratto poi della detta numerazione inserto nello stesso fasc. del 1641, si hanno i nomi seguenti: — «n.º 186. Ottaviano f.º di Mase Vua a. 59; (*) Fulvio f.º a. 24; Tiberio f.º a. 20; Francesco f.º a. 11» etc.; e notiamo pure che questo Fulvio Vua nelle Difese del Campanella, scritte più tardi, trovasi detto Sindaco di Stilo (ved. Doc. 401, pag. 479). — Inoltre: «n.º 245. Giulio fratre di Ottavio Sabinis a. 14 (sic); (*) D. Giovanni Jacovo fratre a. 23; Giulia mater a. 70»; «n.º 69. (*) Tiberio f.º di Vincenzo Marolla a. 41; Fraustina uxor a. 28; (*) Scipione f.º a. 11; Marcello f.º a. 4; Gio. Luca f.º a. 2; Benegna f.a a. 12»: — Ancora: «n.º 29. (*) Giulio Presterà A. M. D. a. 24; Giovannella mater a. 61». Quanto a Francesco Vono, che il Campanella nella sua pazzia chiamava anche Cicco Vono, ricordiamo trovarsi citato dal Parrino pel 1641, a tempo del Vicerè Duca di Medina las Torres, il vecchio capitano «Francesco dell'antica famiglia Bono di Stilo, il quale avea negli anni suoi giovanili sodisfatto alle parti di valoroso soldato». — Aggiungiamo che nella sua Dichiarazione il Campanella nominò pure Gio. Paolo Carnevale e Marcello Dolce tra coloro a' quali avea parlato delle mutazioni. Sul primo abbiamo già date le notizie opportune: sull'altro dobbiamo dire che era a dirittura un giovanetto. Abbiamo infatti nello stesso elenco suddetto de' fuochi che si diedero come estinti: «n.º 62. Anniballe f.º de Jo. Cesare del Dolge a. 50; Dianora uxor a. 45; Gio. Cesare f.º a. 20; Horatio f.º a. 10; (*) Marcello f.º a. 12»; e dobbiamo aggiungere che nel processo di eresia svolto in Napoli, una testimonianza di Geronimo di Francesco raccolta il 7 aprile 1601 lo disse già morto.

[255]. Riguardo al figlio di Nino Martino ved. quanto abbiamo detto a p. 131. Riguardo a' Grassi, nominati poi anche dal Pizzoni, il quale li specificò meglio dicendoli figli di Jacovo Grasso, daremo più in là documenti da noi trovati nell'Arch. di Stato, che li mostrano volgari fuorusciti e malfattori.

[256]. Nella Numerazione de' fuochi di Squillace (vol. 1353 della collezione) l'elenco fatto nel 1643 de' «Focularia penitus extincta» secondochè si trovavano già notati nella vecchia numerazione del 1597 reca: «n.º 342. Francesco Cacìa a. 50; (*) Gio. Thomase f.º a. 22; Sabella faienza famula a. 47»: il processo, fattosi nel 1599, naturalmente reca l'età del Caccìa in anni 25.

[257]. Ved. Doc. n.º 2, b, c, d, pag. 6 a 9.

[258]. Nell'originale "attacamento". (Nota per l'edizione elettronica)

[259]. Il Berti disse Maurizio fuoruscito da più anni; ma veramente la deposizione di Gio. Battista Vitale, che si ha tra' documenti raccolti dal Palermo, reca: «da nove mesi eramo con Maurizio absentati da Guardavalle per certe pugnalate», ed ancora, «da novembre 1598 non è stato più in Guardavalle ma in Davoli». Ved. Doc. 265, pag. 181.

[260]. Che Maurizio non fosse solo alla presenza del Campanella, si può rilevarlo anche dalla Dichiarazione, dove il Campanella dice che Maurizio gli dimandò se avesse trattato col Capitano di Stilo per la sua libertà (intend. per la transazione che gli avrebbe resa la libertà), ed avendo lui risposto che non si poteva accordare nemmeno per 100 ducati, Maurizio disse, «non mi curo, la scoppetta et questi compagni mi faranno libero»; ved. Doc. 19, pag. 30.

[261]. Ved. nel Doc. 244 i brani che leggonsi a pag. 141-143; inoltre il Doc. 307, a pag. 254; ancora nel Doc. 19 il brano a pag. 30. Alle Rivelazioni di Maurizio e Dichiarazione del Campanella può aggiungersi egualmente la confessione in tormentis del Campanella medesimo, quantunque i brani di essa giunti fino a noi riguardino propriamente gli ecclesiastici suoi compagni. A questi quattro documenti basterà che rivolga la sua attenzione chi vorrà parlare della congiura del Campanella.

[262]. Così leggesi nella Dichiarazione, attribuendo al Principe di Squillace la nota del fatto, e a Giulio Contestabile il pensiero di giovarsene contro gli spagnuoli.

[263]. Ved. il lib. della Monarchia di Spagna ediz. D'Ancona, cap. 30º, p. 214.

[264]. Ved. la Lett. del 15 giugno 1599; Doc. 170, pag. 86. — Quanto al frammento suddetto della Difesa di due imputati, esso trovasi in una nota del Capialbi alla Narrazione del Campanella, e concerne l'Allegazione o «Factum pro Joanne Paulo et Mutio de Corduva», di cui abbiamo riprodotto ne' nostri documenti quanto se ne sa (ved. Doc. 240, pag. 125). Ricordiamo intanto aver detto che nell'aprile, il Venerdì santo, i Corsari di Barberia aveano preso 40 persone «presso la Roccella», cioè non lungi dalla marina di Stilo (ved. pag. 152): verosimilmente, come solevano fare, le galere tornarono in giugno perchè si potesse trattare il riscatto, e Maurizio colse tale occasione per andarvi. Troveremo pure altri inquisiti della terra di S.ta Caterina, terra egualmente della marina di Stilo, accusati di essersi trattenuti più di un'ora sulle galere de' turchi «nel mese di giugno passato» (ved. Doc. 262, pag. 174); si noti questa data, che si riscontra bene anche con le notizie del Carteggio Veneto, e permette di determinare il tempo dell'andata di Maurizio sulle galere. Passiamo poi sopra alle parecchie versioni che su questa andata si ebbero ne' processi e nel pubblico, essendosi detto che era stato mandato a Costantinopoli un prete, che v'era stato mandato un gentiluomo, che vi era andato Maurizio medesimo etc. etc.; tutt'al più esse potrebbero ritenersi quale indizio che vi sia stato bisogno di avere l'adesione di Costantinopoli, ciò che del resto apparisce naturalissimo nel senso di avere l'adesione del Cicala.

[265]. Ved. la stessa Lettera Veneta suddetta del 15 giugno 1599.

[266]. Così ne' Cedolarii. Nella Numerazione de' fuochi di Arena (vol. 1138 della collezione) al fasc. dell'anno 1596, tra gli «Agravii che si danno per la terra di Arena» trovasi questo in primo luogo: «Dominus D. Scipio Concublet an. 34; d. Beatrix de Aragona a. 30; d. Franciscus filius a. 8; d. Carolus filius a. 7; d. Petrus filius a. 5; d. Isabella filia a. 3 (seguono un domestico e 5 famule) [dicono che è Marchese di detta terra, et che la detta sua fameglia è forestera, et non deve essere focho».

[267]. Ved. i Cedolarii, e De Lellis, Discorsi delle Famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, part. 3.a pag. 188-89.

[268]. Nell'originale "immediatamante". (Nota per l'edizione elettronica)

[269]. Giuseppe Grillo avea non più di 19 anni di età, ed era figlio naturale di Gio. Alfonso, che talora, nel processo, trovasi anche detto Gio. Tommaso; per confusione di nomi egli medesimo, Giuseppe Grillo, è indicato alle volte con uno di que' due nomi. Intorno a Gio. Alfonso, e ad un altro suo figliuolo chiamato Cesare, leggesi un curioso avvenimento ne' Reg. Curiae vol. 54 fol. 13. Si era presa un'informazione contro Gio. Alfonso per incetta di grano, ed ecco Cesare innanzi al Vicario di Squillace dichiararsi figlio naturale di Gio. Alfonso e clerico, con una donazione del grano fattagli dal padre. Il Vicario dice che essendo quel grano proprietà di un clerico, non si debbono dare molestie; il Giudice di Stilo pretende che la cosa si dimostri; il Vicario lo scomunica!

[270]. Il fatto dell'Inglese era vero. Anche nella grande Collezione di Scritture di S.to Officio esistente nella Biblioteca del Trinity-College in Dublino (sez. 2a, vol. 6º, pag. 44, an. 1607) leggesi una sentenza contro Franc.co Michele figlio di Honfredo Windsor di Eston, condannato per diversi capi, e tra gli altri per quello di aver detto «insignem illum haereticum annis elapsis Romae combustum, ob sacrilegum facinus contra sacram eucharistiam commissum, fuisse martirem». Questo ci pose nell'impegno di fare qualche ricerca; ma nella Storia arcana ed anneddotica del Mutinelli, vol. 1.º pag. 131-32, leggemmo i particolari del fatto avvenuto in fine di luglio, ed anche l'abbruciamento avvenuto a' primi di agosto 1581. «Quell'heretico inglese, che fece quella scelerità che scrissi, nella Chiesa di S. Pietro, è stato abbrugiato vivo, con haverseli dati molti colpi di fuoco nel corpo con torce accese, mentre che lo conducevano al patibulo, nel quale è stato con tanta fermezza che ha dato che ragionare assai». Si seppe esservi una brigata di persone venute a Roma col proponimento di commettere quella bestialità; e la cosa fu imitata anche in sèguito, nè l'esempio dell'abbruciamento servì a nulla. Nel Carteggio del Vialardo agente segreto pel Gran Duca di Toscana (Arch. Mediceo, filz. 3623) in data del 6 feb. 1600 trovasi riferito che «un Inglese a S. Girolamo della Carità fu per levar l'hostia dal prete, e fuggì e non si trova»: ma negli Avvisi di Roma della Collez. Urbinate (Biblioteca Vaticana, cod. 1068) in data del 5 febbr. 1600 si legge: «è stato carcerato un inglese qual insolentemente nella Chiesa di S. Girolamo et parimente in S.to Eustachio tentò di far cader il S.mo Sacramento di mano al Sacerdote mentre communicava alcuni fedeli». Nel Carteggio dell'Ambasciatore di Venezia Gio. Mocenigo (Arch. Veneto, Senato-Secreta n.º 43-44) in data del 12 febbr. 1600 trovasi riferito che «È stata scritta à S. S.tà di Germania una lettera, senza data, nella quale viene avisata che erano da quelle Provincie partiti alcuni heretici incognitamente per venirsene in questa città et trovar occasione di maltrattare et dispregiare li S.mi Sacramenti» etc.; e poi in data del 26 febbr. d.to anno: «Domenica nella Chiesa di S. Marcello un francese heretico tentò di dar delle mani sopra il Sant.mo Sacramento et di maltrattarlo, et sarebbe avvenuto quando non fossero stati quelli della Chiesa avisati li giorni passati insieme con tutti li altri di questa città». Si direbbe che l'abbruciamento avesse piuttosto eccitato gli eretici di tutti i paesi a commettere simili ribalderie.

[271]. Questa parte della nostra narrazione poggia specialmente sulle rivelazioni fatte dal Pisano in punto di morte innanzi a' Delegati della Curia Arcivescovile (ved. Doc. 306, p. 248), ed anche sulla deposizione fatta innanzi allo Sciarava nel tribunale laico (ved. Doc. 408, p. 507) corretta dalle discolpe ultime fatte innanzi a' Bianchi di giustizia che l'assisterono a ben morire (ved. Doc. 238, p. 124). Gioverà avvertire fin d'ora, che avendo il Pisano nelle sue ultime rivelazioni attenuate le deposizioni fatte antecedentemente, ed avendo anche nelle discolpe ritrattate diverse cose già da lui asserte, dobbiamo ritenere tutto il rimanente quale espressione della verità; avrebbe potuto revocare ogni cosa, laddove ogni cosa fosse stata falsa ed estorta per ferocia di tormenti.

[272]. Vedremo quest'ultimo fatto a suo tempo: circa le informazioni che arrivavano al Cicala da Messina, ved. Doc. 5, pag. 14.

[273]. Ved. Doc. 244, pag. 140.

[274]. Ved. Registri Curiae vol. 38 (an. 1595-99) fol. 88 t.º: «All'Audientia di Calabria ultra etc. Philippus etc. Spectabiles et magnifici viri. Da Giovanni Piatti ci viene scritto come havendolo inviato l'Auditor Capece in la città di Jerace mediante ordine vostro a trattare con il Vescovo di quella città per la consignatione di donna Isabella Ardoina che steva nel monisterio a Castel'vetere, nel ritorno al territorio della Roccella fu assaltato da Pietro Veronise (sic) et felice gagliardo de Jerace armati à modo di forasciti, et havendolo malamente trattato li roborno nove ducati, etc. Ordine di pigliare informazione assicurandosi de' delinquenti, e di avvisare. Nap. 19 giugno 1597. — Prima di questo tempo e fin dal 18 maggio 1594 il Veronese avea funzionato in Catanzaro quale luogotenente del Portolano di Calabria D. Gio. de Alagana: ma da poco tempo, trovandosi in servizio, era stato assaltato e gli aveano recisi entrambi i pollici. Ved. Reg. Partium vol. 1313 fol. 28, e vol. 1444 fol. 302. Quali costumi!

[275]. Ved. Doc. 242, pag. 139.

[276]. Ved. Doc. 302, pag. 240 e 242.

[277]. Lo vedremo nominato quando la compagnia se ne andò a Pizzoni. Talora, nel processo si parlò di un Giovanni Moravito fuoruscito; e nella Numerazione de' fuochi di Filogasi, vol. 1243 della collezione, per l'anno 1595 si legge: «n.º 109. Gio. Batt.a Moravito an. 25; Rosiasa Sonnina moglie an. 45; Jo. pietro Aracri f.º del 1º marito a. 15; Scipione f.º ut supra a. 12; Perna f.a ut supra a. 10».

[278]. Ved. Doc. 355, pag. 339.

[279]. Abbiamo detto che la Dichiarazione fu scritta in un momento di altissimo sdegno verso Giulio Contestabile; dobbiamo aggiungere che la confessione fu fatta in un momento di altissimo sdegno verso il Pizzoni e quando il Crispo era stato già giustiziato. Ne vedremo i motivi a tempo e luogo, ma è necessario avere notizia del fatto fin d'ora, per rendersi conto delle varianti del Campanella e poter prescegliere la versione più plausibile.

[280]. Nella Numerazione de' fuochi di Stilo, il solito estratto della vecchia numerazione (an. 1596-98) contiene ciò che segue: «n.º 411. Pietro Cosentino alias de Gioya a. 60; Giovannella uxor a. 50; (*) Colella f.º a. 18; (*) Giovannello f.º a. 16; Salvatore f.º a. 25». Taluno de' di Gioia divenne poi parente de' Campanella, molto più tardi; così nella Numerazione del 1630 si legge: «n.º 378. Giulio Cosentino alias di Gioia a. 67; Vittoria Campanella moglie a. 30 (con due figli) [diacono silvaggio pretende immunità».

[281]. Così trovasi chiaramente scritto nel processo di eresia (ved. Doc. 279, pag. 207), ma nel processo di tentata ribellione leggesi 25 capi, (ved. Doc. 244, pag. 132).

[282]. Ved. Doc. 295, pag. 227.

[283]. Nell'originale "fuorusctii". (Nota per l'edizione elettronica)

[284]. Per la Dichiarazione del Campanella ved. Doc. 19, pag. 28; per la confessione di Maurizio ved. i relativi brani ne' Doc. 244, p. 141; 247, p. 159; 263, p. 175; 265, p. 182.

[285]. Vedremo che pure alcuni anni dopo i terribili tempi de' quali trattiamo, questi due gentiluomini, e segnatamente Gio. Tommaso di Franza scampato con male arti dalla burrasca, continuavano nelle prepotenze e negli omicidii in Catanzaro. Questo ci mostrano documenti da noi rinvenuti nel Grande Archivio, dei quali daremo conto al luogo opportuno.

[286]. Ved. Doc. 394, pag. 455-56; e Doc. 334, pag. 297.

[287]. Nella Numerazione de' fuochi di Tropea (vol. 1398 della collezione; numeraz. del 1595) alla rubrica di Ricadi si legge: «n.º 261. Gio. Battista Soldano a. 34; Sorgentia Vangeli moglie a. 30 [Dicono bandito et che mai have habbitato in Ricadi».

[288]. Ved. per queste lettere il Doc. 242, p. 137.

[289]. Ved. le parole della magnif. Dianora Santaguida dette a Marcello Contestabile, nell'Informaz. presa dal Vescovo di Squillace per commissione del Vescovo di Termoli; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 314.

[290]. Ved. la dep. di Jacovo Squillacioti di S.ta Caterina nell'Informaz. suddetta; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 315-1/2.

[291]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1309 e 1310 della collezione) si ha una numerazione del 1596 ed una renumerazione del 1598; entrambe recano Cesare Mileri. In quella del 1599 si legge: «n.º 783. Cesare Miliero f.º del q.m thomase a. 26; Honesta sore a. 14; Giovanna sore a. 12». Ma sospettiamo che possa esservi qui un errore, e che l'età di Cesare avrebbe dovuto dirsi di 16 anni, in corrispondenza dell'età delle sue sorelle; rimanendo accolto il nostro sospetto, avrebbe nel 1599 avuto 17 anni di età.

[292]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1309 cit.) al fasc. della renumerazione del 1598 si legge: «n.º 1266. Antonino Sersale f.º del q.m ferrante a. 42; Mario f.º a... [dicunt absentem in civitate catanzarii, et est baro terrae cropani». La nobiltà de' Sersali si faceva rimontare fino a Sergio, Duca della Repubblica Sorrentina; una branca dei Sersali di Sorrento sarebbe stata questa trapiantata in Calabria. Ved. Fra Girol. Sambiasi, Ragguagli di Cosenza e di 31 sue nobili famiglie, Nap. 1639 p. 185, e De Lellis, Famiglie nobili della città e Regno di Napoli, parte ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (VI. F. 6).

[293]. Ved. nell'Arch. di Stato i Reg. Partium vol. 1274 fol. 201, dove si notifica che «a ultimo de gen. 1595» il Vicerè ha concesso a lui tale officio; inoltre ne' Reg.i Sigillorum, vol. 31, an. 1595, è not. «a ultimo de febraro... privilegio del officio de credenzero de la gabella dela seta de Catanzaro de Marc'Ant. biblia»: nel corso di questa narrazione vedremo confermato che costui era fratello di Gio. Battista Biblia con altre circostanze di molto interesse.

[294]. Tutte queste notizie, come le consecutive, si rilevano segnatamente dalle due formali denunzie che di poi si ebbero (ved. Doc. 7, p. 15, e 205, p. 106), ed ancora dal complesso de' documenti trovati in Simancas. La trattativa per l'entrata di uomini armati in Catanzaro di soppiatto, separatamente dagli altri maneggi, fu condotta in modo più segreto tra un numero di persone assai ristretto; e così i due denunzianti principali, Biblia e Lauro, non ne seppero nulla. Si vedrà in sèguito che non c'è alcun motivo per dubitare delle cose dette in tali denunzie quanto alla parte essenziale; e che vi furono solamente esagerazioni notevoli quanto al numero de' congiurati, de' fuorusciti e de' frati, per magnificare il servizio reso; del resto nulla vieta di ammettere che tra le tante esagerazioni fra Dionisio avesse introdotta anche questa, per magnificare le forze della congiura ed invogliare a prendervi parte.

[295]. Nelle Cedole di Tesoreria e Cassa militare per l'anno 1597 (vol. 429) fol. 265 si legge: «A 12 di luglio 1597 A Fabritio de lo tufo Gov.re della prov. de Calabria ultra ducati sessanta li sono com.ti pagare per suo salario de giorni 18 vacati a pigliar mostra alle Compagnie de cavallaria oria, scalea, et cravìna in luglio 1595 incluso l'accesso, et recesso, a ragione di d.i 100 lo mese pagati della cassa delle tre chiavi, per esso a Geronimo dello tufo suo herede, et per esso a Marino de fusco suo procuratore, D.i 60, 0, 0». — Quanto all'ufficio di Capitano di Tropea tenuto più tardi da Geronimo, i documenti si riferiscono all'anno 1616, e leggonsi ne' Registri Curiae vol. 80, fol. 176, e vol. 83, fol. 177: entrambi contengono un ricorso di Dianora Ciaccio, che chiede giustizia contro Geronimo Capitano di Tropea, per essere stato causa della morte di Pietro cocchiero suo marito «fandoli dare molte bastonate», ed aver poi voluto «la remissione per forza». Signori e popolari, laici ed ecclesiastici, erano fatti tutti a un modo, prepotenti sempre.

[296]. Ved. nell'Archivio Storico an. 1866, p. 70 (al Card.l S. Giorgio) «noi voltammo il male a voi per manco male»; p. 81 (al Papa e Cardinali) «ego inveni negotium Turcarum, quia Mauritius nominatus ascendit triremes pro redemptione concivium suorum» etc. etc. Come è possibile ritenere tutto questo dopo ciò che si legge nella sua Dichiarazione?

[297]. Un Mons.r Baraffone o Baruffone era segretamente inviato da Roma nell'agosto o settembre 1599, e se ne trova un cenno misterioso nel Carteggio del Nunzio; ma molto più tardi, dopo un anno e più, venne il fatto a luce. Nel Carteggio dell'Agente di Toscana, filz. 4088, al sèguito delle lettere di agosto 1600 si legge, che col pretesto di soccorrere Canissa, per mezzo del Vescovo di Nicastro, il quale provvedeva armi, e poi col pretesto di sorprendere Camura in Albania già pertinente a' Veneziani, forse voleasi dal Papa prender piede a Tremiti, farne una commenda pel Card.l S. Giorgio e avere un porto. Nel Carteggio del Residente Veneto, le lettere de' primi di 10bre d.to anno recano anche questi progetti di conquista di Tremiti da parte del Papa, e la spedizione delle armi fatta da Mons.r Montorio Vescovo di Nicastro, co' maneggi segreti di Mons.r Baraffone.

[298]. Ecco i documenti che abbiamo potuto raccogliere per chiarire la posizione de' Nobili sopra menzionati. — 1.º Circa D. Lelio Orsini, nell'Arch. Mediceo, Carteggio universale filz. 893, fol. 627, una sua lettera al Granduca con firma autografa, in data di Napoli 22 8bre 1599 dice, che aspetta sempre la venuta del corriere di Spagna il quale deve portare la sentenza del suo negoziato, che ora vede allungarsi tale arrivo, che ne darà avviso come il corriere giungerà secondo i comandi avuti. L'essersi dato l'ufficio di curatore a Gio. Serio di Somma risulta da' varii documenti del tempo notati ne' Reg.i Privilegiorum e Sigillorum; la dimora di costui in Calabria e la Commissione datagli contro i fuorusciti risulta dalla Lett. Vicereale de' 18 mag. 1599, notata ne' Reg. Curiae, vol. 45, fol. 153. — 2.º Circa il Principe di Bisignano, ecco dapprima quanto si legge negli Avvisi di Roma esistenti nell'Arch. di Modena: «1598, 2 7bre; si ritrova qua incognitamente et se ne sta ritirato il P.pe di Bisignano scappato con bellissimo stratagemma dalle mani del V. Re di Napoli che lo teneva prigione, raccontandosi che sendo habilitato dal d.to V. Re di haver la casa per carcere con sicurtà fattali da D. Lelio Orsini, l'uno et l'altro (questo falso) se ne siano scappati... con voce che d.to Principe voglia passare in Spagna et farsi sentire dal Re. — 21 8bre, il P.pe di Bisignano si trova a Pesaro dal Ser.mo d'Urbino et coll'occasione della Regina (la Regina di Spagna che passava per l'Italia recandosi a Madrid) passarà in Spagna. — 18 9bre; di Ferrara lettere del 21 dicono che vi era arrivato il P.pe di Bisignano quale havea seco un suo naturale di 6 anni solamente, attendendo l'arrivo del Duca d'Urbino, sperando col mezo di S. S.tà con questa occasione di poter effettuare qualche negotio buono per la sua causa con d.ta Regina, acciò sia mediatrice col Re per rimediare alli suoi malanni, et fra tanto haver qualche trattenimento appresso d.to Duca. — 1599, 18 gennaio; si aspetta qui il P.pe di Bisignano per vedere d'accomodar le sue cose col Re di Spagna. — 20 marzo; venerdì arrivò qua Mons.r Santorio e il P.pe di Bisignano incontratisi vicino à Roma». Nel Carteggio Veneto da Napoli una prima lett. del 19 gen.º 1599 reca, «S. M.tà ha ordinato che i beni liberi di Bisignano siano venduti, ed egli tornando sia ricondotto in libertà con piezaria come prima; fra tanto non si danno i duc.ti 6 mila a' suoi corrispondenti e si ode con disgusto, oltre gli altri particolari dei suoi viaggi, il suo stare ora in Fiorenza spesato da quel Principe». Un'altra lett. del 17 agosto reca: «Il P.pe di Bisignano se n'è ritornato in questa città liberato del tutto dal V. Re con haverlo fatto reintegrare delle rate del suo assegnamento di scudi 500 il mese delle sue entrate dal dì della sua fugga (sic) fin'hora, et gli dà anco speranza di lasciarlo andare a vivere al suo stato in Calavria, dovendosi però continuar la estintione de' suoi debiti.» etc. Nel Carteggio Toscano da Napoli filz. 4087 due lett. del Principe medesimo al Gran Duca in data del 23 agosto 1599 recano essere lui tornato in istato di libertà in casa sua da dieci dì, con speranza di andarsene presto agli Stati suoi. Compie la serie delle pratiche fatte nella sua escursione la notizia posteriore che trovasi negli Avvisi di Roma collez. Urbinate, esistente nella Bibl. Vaticana cod. 1067: «27 8bre 1599; il P.pe di Bisignano ha fatto spedire qua un Breve per via secreta, con indulto di poter adottare o surrogare un tale per suo figlio». 3.º Quanto al Duca di Vietri, abbiamo veduta altrove (pag. 106 in nota) la sua lunga corrispondenza autografa, esistente nell'Arch. Urbinate in Firenze, che dà le informazioni autentiche sull'andamento della sua causa. La notizia delle feste da lui ordinate, all'occasione dell'entrata del Conte di Lemos, trovasi ne' Diurnali di Scipione Guerra fol. 81, ms. esistente nella Bibl. nazionale di Napoli (X, B, II). — 4.º Non avendo nulla da aggiungere intorno a Mario e Geronimo del Tufo, ci rimane a dire che la permanenza e il modo di vivere del Marchese di S. Lucido in Roma, al tempo del quale trattiamo, rilevasi dal Carteggio di Francesco M.a Vialardo esistente nell'Arch. Mediceo, filz. 3623. Una lettera di costui in data di Roma 23 8bre 1599 reca: «il Caraffa Marchese di S.to Lucito, che sta qui, mangia a suono di trombetto». Dal Carteggio poi del Nunzio Aldobrandini, filz. 212, lett. da Roma del 26 9bre 1599, rilevasi che il Papa mandò al Vicerè un Breve per raccomandarlo, sollecitato dal fratello di lui Mons. Carafa. Ancora un'altra lettera del Vialardo (loc. cit.) in data del 1.º gennaio 1600 reca: «il Marchese di S.to Lucito ha fatto venir qua Tiberio suo fratello». Infine da altre lettere dello stesso Vialardo, come anche da quelle di Gio. Niccolini Ambasciatore Toscano in Roma (filz. 3316) e dagli Avvisi del tempo, si rileva che nella Settimana Santa del 1600 egli ebbe una quistione di precedenza con D. Francesco Colonna P.pe di Palestrina, seguìta da biglietti di sfida che indignarono il Papa e provocarono il suo arresto, finito poi con la pace fatta tra' due contendenti mercè l'opera del P.e Cesi.

[299]. Ved. Doc. 311, p. 261. Veniamo assicurati che oggi si conserva sempre il nome di Lanzari ad una contrada presso Stilo, all'uscire della città, e che fino a pochi anni indietro vedevasi ancora, sul margine della via che attraversa tale contrada, un basamento in muratura sul quale sorgeva una croce, che fu menzionata dal Petrolo, e che segnava il confine dell'ambito giurisdizionale de' Domenicani.

[300]. Così p. es. la proposizione che Maria fosse una schiava nera di Egitto ricavandolo dal motto nigra sum, e l'altra che le lettere INRI poste sulla croce costituissero una parola atrocemente ingiuriosa in ebraico, si trovano ripetute in molti processi anteriori a questi tempi, rappresentando le scempiaggini di coloro i quali presumevano di atteggiarsi a spiriti forti, come accade di rilevare anche dalla collezione de' processi di S.to Officio esistente in Dublino: non era quindi nemmeno necessario che le ripetesse fra Dionisio, il quale poi certamente ne divulgò molte altre, senza la menoma partecipazione del Campanella. Da ogni lato apparisce indubitabile che vi sieno stati erronei apprezzamenti delle parole del Campanella su' temi più intricati, come quelli di Dio, della Trinità, de' luoghi di premii e di pena, degli angeli buoni e tristi. Sul tema dei diavoli sarebbe veramente curioso di conoscere i concetti riposti del Campanella, anche per illustrazione di certi fatti della sua vita ulteriore: certamente al tempo del quale trattiamo egli se ne burlava, professando, nel caso di coloro a' quali si dicevano apparsi, «essere follie e spiriti fuliginosi et humori frigidi che calano», nel caso poi delle donne ossesse, «haverle per pazze»: i suoi motteggi su questo articolo si trovano ripetuti da parecchi, ed anche per tale motivo non sembra che vi sia luogo a dubbio.

[301]. Per comodo de' lettori, tra le Illustrazioni annesse a' Documenti, abbiamo raccolti alcuni Cenni della Città del Sole e delle Quistioni sull'ottima repubblica in rapporto alle cose emerse ne' processi di congiura e di eresia; ved. Illustraz. I, pag. 609.

[302]. Ved. nella Città del Sole, ed. D'Ancona p. 272 e 273.

[303]. Sarebbe bastato aver dato uno sguardo alla sua definizione della Democrazia, tanto diversa da quella che oggi si professa; al sacrificio assoluto da lui imposto all'individuo di fronte allo Stato (abolendo, com'egli diceva, l'amor proprio o singolare, per l'amor comune o universale), mentre oggi si vuole che ognuno possa far conto dello Stato come se non esistesse; infine alla prevalenza assoluta da lui accordata alla cultura, mentre oggi si ritiene un gran fatto il suffragio universale, e non si chiede al Rappresentante del popolo, e neanche al Ministro, quella guarentigia del sapere che pur si chiede al più umile de' professionisti. Ne ricorderemo qualche cosa. 1.º Aforismi politici; ed. d'Ancona pag. 13: «Il dominio d'uno buono si dice Regno e Monarchia; d'uno malo si dice Tirannia; di più buoni si dice Aristocrazia; di più mali Oligarchia; di tutti buoni Polizia; di tutti mali Democrazia». 2.º, Città del Sole, ib. p. 244: «Perduto l'amore proprio, rimane sempre l'amore della comunità». 3.º; Quist. sull'ottima repubblica, p. 291: «Per gl'ignoranti è bene servire al sapiente ed al probo»; ciò che fu pure espresso tanto vivacemente nelle Poesie filosofiche, p. 72 (correz. tratta dall'ediz. Adami),

«Assai sa chi non sa, se sa obbedire».

[304]. Ved. Poesie filosofiche, ed. cit. p. 110,

«Stavamo tutti al buio, altri sopiti

d'ignoranza nel sonno, e i sonatori

pagati raddolciro il sonno infame;

altri vegghianti rapivan gli onori

la roba, il sangue, o si facean mariti

d'ogni sesso, e schernian le genti grame.

Io accesi un lume...».

[305]. Ved. Poesie filosofiche p. 102, nota 1a al Sonetto intitolato «A Dio».

[306]. Ved. Poesie filosofiche p. 125, Canz. 3a in Salmodia metafisicale.

[307]. Ved. Doc. 7, pag. 15.

[308]. Ved. Doc. 8, pag. 17.

[309]. Ved. Doc. 15, pag. 24.

[310]. Nell'originale "espresa". (Nota per l'edizione elettronica)

[311]. Ved. Doc. 6, pag. 14. Riportiamo la materia di queste Lettere con una certa larghezza e quasi traducendole, tanto per riprodurre fedelmente i fatti in esse esposti, quanto per facilitarne il riscontro a coloro i quali provassero difficoltà ad intendere l'idioma spagnuolo.

[312]. Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 212, Lett. da Roma del 3 luglio 1599.

[313]. Ved. le Lettere di Giulio Battaglino al Segretario del Granduca di Toscana, estratte dall'Archivio Mediceo e pubblicate dal Palermo (Archivio Storico Italiano tom. 9.º, Firenze 1846); Let.a 1.a: ne' nostri Documenti n.º 160, pag. 83.

[314]. Nell'originale "2.º". (Nota per l'edizione elettronica)

[315]. Il Litta, Famiglie celebri d'Italia tom. 5.º, poco esattamente lo dice fatto Nunzio in Napoli nel 1596. Fra' tanti Aldobrandini in carica, pe' quali non mancavano in Roma le Pasquinate (ved. gli Avvisi della Collezione Urbinate nella Bibl. Vaticana, cod. 1068, 8 gen.º 1600), c'era anche un fratello di Jacopo a nome Pietro, capitano della Guardia Pontificia.

[316]. Ved. il Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 212, Lett. da Roma del 3 luglio 1599.

[317]. È il meno che di lui si possa dire. L'Agente di Toscana Giulio Battaglino lo descriveva al suo Governo quale uomo «aridissimo», di cui nella città «si fa conto come non ci fusse...; in somma un poco urbano e manco officioso fiorentino», notevole per «la sua estrema zotichezza». Trattandosi di uno che dovremo vedere giudice del Campanella, importa raccogliere notizie di lui da ogni parte. — Ved. nell'Arch. Mediceo, Carteg.º di G. Battaglino filz. 4085-4086, Lett. del 17 mag. 1596 e 3 luglio 1598.

[318]. Ved. il Carteggio del Nunzio, filz. 212, Lett. da Roma del 9 8bre 1599.

[319]. Ved. Doc. 44, pag. 47.

[320]. Ved. Doc. 45, pag. 47.

[321]. Riportiamo questa iscrizione, che dà in compendio la vita di Carlo Spinelli nella sua parte più gloriosa: «Carolus Spinellus marchio ursi novi, magnus animo, major consilio, in aula Ferdinandi Caesaris consiliarius, marchio clavis aureae, tractandis, regendis natus armis, humanus in hostes, in suos munificus, Italici nominis ubi jus fasq. studiosus, exempla majorum, auspicia sequutus Austriadum pro Caesare, pro Regg. Hispaniae Philippo II. III. IV. ann. IV et XXX. in Italia, Belgio, Germania, centurio, magister aciei, dux exercitus, collatis signis decertavit X. Saepe hostium sanguine imbutus, ter suo purpureus, Abberstathium, Betlehemum, Gaboreum, ducesque alios docuit quid in armis possit Italus. Ter ad Pragam coronam meritus muralem, aucthor praelii repetundae pugnae Germanis terga dantibus, capiendae urbis, in quam primus irrupit. Dedita sui opportunitate subsidii Breda, Ostenda, Inclusa, Bolduco, Vercellis. Ter obsidionalem, et civicam, liberatis obsidione Possonia, Uxavia, Jesino, provinciis, regionibus, exercitibus. Has inter laureas summus Dux Genuae, restinguendo intento cum Allobroge bello; nec audentibus in invicti viri vitam armis, manu cadit medica anno aetatis LIX. S. h. CIDIDCXXXIII. Insepulto monumentum nomini fratri suavissimo Jo. Baptista marchio boni albergi p.».

[322]. Ved. la Monarchia di Spagna nelle Op. del Campanella, ed. d'Ancona pag. 194, e confronta col Parrino, Teatro etc. Conte di Miranda. — Per le notizie sulla vita dello Spinelli ved. i Registri Privilegiorum v. 91 fol. 77 e v. 120 fol. 12: quivi si ha il suo stato di servizio ufficiale, ad occasione della sua nomina a Consigliere del Collaterale, e della facoltà di trasmettere ad uno dei suoi nipoti una pensione di cui godeva.

[323]. Ved. Ricca, La Nobiltà delle due Sicilie, Istoria de' feudi, Nap. 1859, vol. 1.º p. 115.

[324]. Questo rilevasi da un cenno di caso analogo inserto nell'indice del vol. 30 degli ordinarii Reg. Curiae. Ma perchè i lettori abbiano una certa idea degli usi del tempo, sarà bene che prendano conoscenza del testo della Commissione data al medesimo Spinelli dal Conte di Miranda, l'11 giugno 1590, per la persecuzione de' fuorusciti in tutto il Regno e specialmente nelle provincie d'Abruzzo, dove scorreva la campagna il famoso Marco Sciarra (ved. Reg.i Curiae vol. 33, an. 1588-89, fol.º 110 t.º). Trascriveremo qualche brano dei poteri concessi allora allo Spinelli. «Prohibire per banni publici che nesciuno presuma armare, ricettare, alimentare, favorire, et in qualsivoglia modo aiutare detti forasciti delinquenti, contumaci o forgiudicati sotto le pene pecuniarie et corporali che a voi pareranno etiam di morte naturale; et quelle irremissibiliter essequire nelle persone et beni de' trasgressori... Procedere a publicatione di banni contra forasciti prefigendo termine di giorni sei a comparere nella presentia vostra, et non comparendo personalmente non solo possano essere impune occisi ma ancora che siano castigati da voi... Stabilire pe' persecutori premii fino a d.i 500 per ogni capo da pagarsi da' thesorieri provinciali, guidare, indultare, et ancora quelli eccettuati. Poter fare sfrattar li parenti utriusque sexus nelli gradi di parentela agnationis, cognationis, et affinitatis, per distantia di paese o dal Regno come ve parirà, imponendo pene di frusta, di galera, relegatione, deportatione et etiam de morte naturale à chi contravenirà come ve parerà... Discacciare gli amici, adherenti, fautori di detti forasciti di qualsivoglia stato grado o conditione se siano per la distantia che vi parerà, o confinarli come vorrete, imponendo pena di tratti di corda, frusta, galera, relegatione et pecuniaria, come meglio ve parerà, et essequendola irremisibiliter secondo la qualità delle persone che contraveneranno, ancora che non ve costasse per informatione che fossero amici adherenti fautori, che per essere cose occulte volemo se ne stia al sospetto che ne havereti... Authorità di fare brugiare, deroccare case, torre, molini, tagliar vigne et devastare altre possessioni non solo di capi di forasciti, ma di delinquenti, contumaci et seguaci loro, fandoli deroccare brugiare et devastare de manera che non se ne possano servire in nesciun tempo... A la quale persecutione farete attendere per mare, et per terra, non solamente da la gente pagata et destinata, ma da tutti et qualsivoglia huomini di qualunque stato grado et conditione si sieno, Baroni titulati et non titulati come ve parirà, da Capitani et soldati di battaglione, da ufficiali regii o di baroni, sindici, eletti, mastri giurati, giurati, barricelli, capitani di campagna, revocando tutte le salve guardie et privilegii di essentioni, etc. etc. et essequire pene di tratti di corda, di frusta, relegatione et galera, di morte naturale a chi non assisterà ubidirà et serverà nella persecutione et guardia di passi come saranno comandati et ordinati etc. etc. concedendovi ancora authorità de pigliare ogni sorte di vascelli per la guardia di mare che ve parerà o per traettare gente come sarà necessario, pigliare cavalli giumente et muli per la persecutione et servitio predetto, pigliare gente per corrieri, far munitione di vittovaglie dali luochi e per li luochi che ve parerà in sustentamento dela gente che andarà nella persecutione predetta; allogiare et dislogiare soldati nelle città terre castelli o casali che ve parerà ancor che fossero Camare reservate et fossero in qualsivoglia modo privilegiate et essente, ordinando che per lettere provisioni o patente di dislogiare non si piglino danari directe nec indirecte sotto pena severissima» etc. etc. Seguono ancora sei altre pagine in folio riempite da poteri di questo conio, ed ognuno intende che l'ultimo ordine suddetto era suggerito dagli abusi soliti a perpetrarsi con le così dette «composte» delle quali il Campanella parlò. Come lo Spinelli abbia allora, nel 1590, adempito alla sua missione, come l'abbiano servito i Commissionati e soldati da lui dipendenti, è facile rilevarlo dalle lettere Vicereali che si leggono nel volume citato, non mancando in esse i richiami allo Spinelli medesimo. Costui alle volte si allontanava da' punti più minacciati, come p. es. quando se ne tornava in Aquila alla ricerca di un Orazio de Antonellis aquilano, strettissimo amico di Marco Sciarra che aiutava con una sua comitiva; e il Vicerè era di tempo in tempo costretto ad ordinargli che andasse a' confini dove bisognava provvedere. D'altra parte aveva posto guardie e nominati Commissarii perfino in terra d'Otranto e nella città di Ostuni, per la cattura di Marco Sciarra che combatteva su' confini dello Stato Romano; e il Vicerè era costretto ad accogliere le lagnanze di quei popoli, che erano «travagliati et gravati di molta spesa», e ad ordinare che si revocassero que' provvedimenti non necessarii, e così pure quelle commissioni ad individui che, quando a loro pareva, davano «peso e inquietudine alle città domandando gente tanto da piede come di cavallo». Nè sarà inutile aggiungere che scorsi i due anni della Commissione data allo Spinelli, questa passò ne' medesimi termini suddetti ad Adriano Acquaviva Conte di Conversano, e vi fu una lunga sequela di Commissarii Locotenenti, senza aver mai raggiunta l'estirpazione dei fuorusciti.

[325]. Ved. Doc. 206, pag. 107.

[326]. Ved. Doc. 32, pag. 40.

[327]. Ved. Doc. 205, pag. 106.

[328]. Non dobbiamo tacere che nel processo della congiura vi fu la testimonianza di un Alfonsino Serra, dalla quale risulterebbe, che mentre lo Spinelli passava per Nicastro, certamente recandosi a Catanzaro, fra Dionisio si trovò egualmente a Nicastro e subito dopo si recò a Girifalco (ved. Doc. 247, p. 155). Questo indicherebbe che fra Dionisio sentì forse il bisogno di vedere anche qualche altro ne' detti posti, ma non smentirebbe che se ne andò successivamente a Stilo per vedere il Campanella e quindi Maurizio.

[329]. Ved. Doc. 10, pag. 18.

[330]. Ved. per le notizie suddette i Reg.i Curiae vol. 46 (an. 1599-601) fol. 38 t.º e 48 t.º; due Lett. Vicereali all'Audienza di Calabria del 21 aprile e 17 agosto 1600, intorno alla quistione di Guarino de Bernaudo e Camillo Passalacqua; l'ultima di esse solamente chiama D. Alonso de Roxas «olim governatore». Inoltre nell'Arch. Veneto, Carteggio di Napoli per l'anno 1600, n.º 16, una Lett. del Residente del 9 aprile d.to anno, che cita D. Alonso de Roxas parente della Viceregina governatore di Calabria; ad essa fa sèguito la copia di una Lett. «a D. Alonso de Rosa governatore di Calabria» da parte di D. Francesco de Castro, figlio del Conte di Lemos, funzionante allora da Vicerè. Ancora nell'Arch. di Napoli i Reg. Curiae, vol. 47 (an. 1599-601) fol. 55 t.º: una Lett. Vicereale del 15 maggio 1600, che commette a D. Pietro de Quiroga il sindacato del governo del mag.º D. Alonso de Roxas conforme alla Prammatica. Dippiù i Reg.i Sigillorum, vol. 37 (an. 1600) alla data 18 9bre, ove si legge: «Incomenda del offitio de' governatore de la provintia de calabria ultra in persona de D. Pietro borgia insino ad altro ordine de sua M. o de sua Ecc.

[331]. Ved. Illustraz. li, pag. 612.

[332]. Ved. Doc. 408, pag. 509.

[333]. I fatti suddetti risultano dal Carteggio del Residente di Venezia (ved. Doc. 171 a 174, pag. 87 e 88), ed hanno un riscontro con documenti da noi rinvenuti nell'Arch. di Stato in Napoli. 1.º Nei Reg.i Curiae vol. 36 (Curiae 2 pestis, an. 1593-1642) fol. 27-28, dopo un Bando del 31 luglio contro le provenienze di Ragusa e luoghi convicini, si legge quest'altro: «Philippus etc. Banno. Si bene per altri banni di ordine nostro emanati sia prohibito sotto pena di morte naturale che non si doni (manca pratica) a vascelli, persune, et robbe che venessero da molti luochi suspetti di peste si come da quelli più largamente appare, et alli quali ci rimettemo et volemo che restino in loro robore et efficacia, tuttavolta per nuovi avvisi che tenemo se intende che non solo nelli luochi predetti tuttavia corre detto suspetto di peste, ma anco nell'infrascritti altri luochi ciò è la terra di fiume nelle parti della marca del stato Ecclesiastico, et per lo trafico che se tiene tra detti luochi et questo Regno sogliono al spesso da quelli venire et confluire in questo Regno vascelli et gente et robbe de varie et diverse sorte delle quale dandosi prattica de facile potriano nascere alcuni inconvenienti et danno alla generale salute di questo suddetto Regno.... (segue l'ordine a tutti e singoli officiali, maggiori e minori, tanto Regii che di Baroni etc. etc. di non dare e non far dare pratica sotto pena di morte naturale, nella quale si dichiarano incorsi quelli che venissero da detti luoghi ed entrassero nel Regno). Dat. neap. 28 augusti 1599. El conde de Lemos». — 2.º Ibid. fol. 29, a' 4 7bre 1599 «Commissione in persona del dot.r Marco Ant.º Morra per quello che ha da exequire nel passo di Sangermano in materia di peste»; ordine che vi si conferisca e respinga indietro facendo mandato sotto pena di morte naturale etc. — 3.º Ibid. fol. 30, id. id. al dot.r Paulo Capece per quel che ha da eseguire «nel passo di Fundi». — 4.º Ibid. fol. 31, id. id. al dot.r Francesco Longobardo... «nel loco et passo de Tagliacoczo». — 5.º Ibid. fol. 31, t.º «All'Audientie di terra d'Otranto, Calabria citra, Capitanata, Calabria ultra» etc. etc. «Illustres et mag.ci viri. Li giorni passati intendendomo che nella terra di fiume nella marca del Stato eccl.co correva sospetto di peste fu per noi publicato banno prohibendo il commercio della terra predetta sin come dal detto banno havereti visto, et come che semo informati che la detta terra di fiume non è quella del detto loco della Marca ma è sito nel capo de istria ci è parso revocare il sop.to banno et prohibire il commercio della detta terra de fiume sita nel capo de istria et altri lochi sin come dalla copia che con questa ve si invia vedereti.... etc. Neap. 6 settembris 1599. El conde de Lemos».

[334]. Ved. Doc. 12, pag. 20.

[335]. Ved. Doc. 260, pag. 173.

[336]. Ved. Reg.i Partium vol. 1235 e vol. 1485.

[337]. La notizia delle parole sconvenienti che avrebbe dette il Vescovo di Mileto trovasi nel Doc. 15, pag. 23. La condotta poi del Vescovo di Nicastro era veramente un po' strana, mentre sin dalla fine dell'anno precedente il Governo avea tolto il divieto all'entrata di lui nel Regno, e sin dal marzo dell'anno in corso avea con molti sacrificii conchiuso l'accomodamento, del quale la Curia Romana si era dichiarata soddisfatta. I Registri Curiae, vol. 38 (an. 1595-99) fol. 173-75, recano la Lett. Vicereale all'Audienza di Calabria in data del 27 novembre 1598, nella quale si ricorda che il 31 gennaio passato era stato dato ordine di sequestrare l'entrate temporali del Rev. Vescovo di Nicastro «et dato anche ordine a tutte le terre e città di marine et mediterranee di quessa Provincia ch'al ritorno dovea fare detto Rev. Vescovo da Roma per conferirse in detto Vescovato non dovessero in modo alcuno permettere farlo smontare ne intrare in questo Regno, et il simile le sue robbe et gente»..; e si finisce con la revoca degli ordini anzidetti. — Quanto all'accomodamento fatto, ne abbiamo già dato qualche cenno altrove (ved. pag. 116): parrebbe che all'infuori della revoca del decreto del Sacro Regio Consiglio, tutto il resto de' capitoli concordati fossero stati accolti, e quindi anche gli ufficiali del Duca di Ferolito sacrificati. Sicuramente il Carteggio del Nunzio, filz. 212, reca una Lett. del Card.l S. Giorgio in data del 16 marzo 1599, la quale manifesta il «contento grande per l'accomodamento delle cose di Nicastro». Laonde giustamente riusciva non facile a spiegarsi la protratta permanenza di quel Vescovo in Roma.

[338]. Non ci è stato possibile rintracciarne alcuna notizia nel Carteggio del Nunzio relativo a questo periodo. Parrebbe che il Card.l S. Giorgio non avesse creduto di doverne parlare al Nunzio, e che più tardi il Vicerè medesimo gliene avesse detto lui qualche cosa, onde poi il Nunzio ne trasmise notizia a Roma, segnatamente con Lett. in data 17 settembre la quale manca, e il Card.l San Giorgio, in risposta, il 25 d.to scriveva: «Saranno false senza dubbio le relationi fatte al Vicerè di quei Vescovi, dei quali egli si è doluto con V. S., ma si come ella dovrà et scusarli et difenderli sempre, così ella potrà in certi casi investigare la verità delle cose, et quando giudicasse esser bene così, avvertirne i proprii Prelati» (ved. filz. 212 data sud.ta). Aggiungiamo che, a nostro avviso, con siffatti antecedenti bisogna intendere quelle altre parole che poco dopo, il 1º ottobre, il Card.l S. Giorgio scriveva al Nunzio, cioè «della congiura ci maravigliamo ogni dì più, et à V. S. toccherà d'avvisarne quel che se ne scoprirà di mano in mano»: a Roma non faceva maraviglia propriamente che una congiura vi fosse stata, ma faceva maraviglia che fosse stata così spinta innanzi, mettendovi tanto in mostra la persona del Papa e la partecipazione de' Vescovi.

[339]. Ved. Doc. 264, pag. 177.

[340]. Nelle Cedole di Tesoreria Cassa Militare, vol. 431 (an. 1599) fol. 401, t.º si legge: «a 2 d'agosto. All'Ill.e Principe della Scalea Capitano di gend.e et per esso a Carlo Spinello suo creditore D.i trecentotrentatre tt. 1, 13 senz'altra poliza particolare per suo soldo di mesi cinque finiti a ultimo luglio 1599 a ragione di D.i 800 lo anno...».

[341]. Ved. i Cedolarii e Della Marra D. Ferrante Duca della Guardia, Discorsi delle famiglie estinte, forastiere o non comprese ne' Seggi, Nap. 1641, pag. 345.

[342]. Ved. i Registri Privilegiorum Curiae vol. 146 (an. 1610-1613) fol. 121; De Lellis, Cod. ms. della Nazionale di Napoli, VI, F. 10: e Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa, Nap. 1691, vol. 4.º pag. 275 e seg.ti

[343]. Ved. nel Carteggio del Nunzio esistente in Firenze, filz. 208, Lett. del Card.l Aldobrandini del 22 9bre 1595: Raccomandi al Vicerè D. Carlo Ruffo Barone della Bagnara, perchè «si degni servirsene et impiegarlo in qualche carico honorato»; ne ha già scritto caldamente a S. E. — E nell'Arch. di Stato in Napoli i Registri Curiae, vol. 43 (an. 1596-1597) fol. 49: «Commissione in persona del m.co Auditore oquendo per pigliare informatione delle cose» etc. «Philippus etc. Magnifice vir etc. Semo informati che per D. Carlo ruffo Barone della Bagnara si sono commessi, et si commetteno di continuo molti et diversi contrabanni de Cavalli, oro, Argento, et moneta, il quale tiene attimolizzati li suoi vassalli di manera che niuno ardisce dir cosa nessuna di dette extrattioni ne di altri infiniti agravii et delitti che d.to Don Carlo fa, come più particularmente lo vedereti per la copia di lettera et Capi che con questa vi se inviano...». Segue l'ordine che pigli informazione contro li delinquenti fautori et complici.... tenga a disposizione del Vicerè li carcerati e mandi «l'informatione clausa et sigillata come si conviene acciò quella vista possa provedere lo de più che parirà convenire». Nap. 14 agosto 1597.

[344]. Ved. Numerazione de' fuochi di Stilo (vol. 1385 della collez.) fasc. per l'anno 1532: «n.º 92 (conc.t cum nova numeratione n.º 229) Mag.s Joannes Ant. moranus a. 45; berardina uxor an. 38; Joannes Hieron.us a. 23; Ysabella uxor a. 20 [solus.] Fagustina a. 2; diana a. 1: [filii dicti Jo. Hieron.] Joannes franciscus suprad.i Jo.is Antonii fil. a. 20; Lucrecia fil. a. 20; Lucrecia alia fil. a. 6; Catarina famula a. 25; Catarinella famula a. 20; Francisca mater Jo.is Antonii a. 70». — E nel fasc. per l'anno 1545: «n.º 229 (conc.t cum veteri num. n.º 92). Mag.s Joannes Hieronimus moranus a. 36; Isabella uxor a. 30; Fragustina f.a a. 14; Diana f.a a. 13; Jo. Antonius filius a. 10; Beatrix filia a. 5 [Filius q.m Joannis Antonii et nepos q.m Francisci locotenentis. De quo se gravantes quia non produxerunt fidem civitatis catanzarii tanquam ibi abitantes, Ideo provisum quod non remaneat pro foculari hic sed deducatur hinc et habeatur ratio in dicta civitate tempore numerationis faciendae dictae civitatis».

[345]. Ved. i Registri Privilegiorum vol. 32, fol. 15 vol. 38 fol. 115, e vol. 37 fol. 58 e 62.

[346]. Ved. i Registri Significatoriarum Releviorum. Reg. n.º 32 fol. 154 t.º; e Della Marra Duca della Guardia, op. cit. p. 264. — Daremo in sèguito altri documenti su D.a Camilla.

[347]. Ved. i Registri Curiae, vol. 38 (an. 1595-1599) fol. 56: «All'Aud.a di Calabria ultra, che avisi si a tempo si comprò detta casa per il Sindico di Catanzaro per residenza di quel tribunale vi fu alcuna collusione. Philippus etc. Magnifici viri etc. havemo inteso che gio. geronimo morano olim Sindico di questa città in tempo del suo officio fè opera che una casa de gio. battista morano suo fratello che non se haveria trovato a vendere comparse per questa predetta città per duc.ti tre milia dove habia de fare residenza il tribunale di questa R.a Audientia non obstante che detta casa sia incomoda et in essa bisogna farsi magiore spesa che in qualsivoglia altra et maxime in circundarla di strade publiche et isolarla, et tutta la fabrica che vi è oltre che non è bona non viene à disegno, et poichè volemo intendere come passa il tutto ci è parso farvi la presente con la quale vi dicimo et ordinamo che vi debbiate informare...» etc. Dat. 19 luglio 1596.

[348]. Ved. Doc. 394, pag. 456.

[349]. Ved. su questo punto di giurisprudenza. Eymerici Directorium Inquisitorum; accedunt scholia Fran.sci Pegnaé, Rom. 1578, pag. 374, «anche gl'infami e criminosi, oltrechè gli spergiuri, possono ammettersi come testimoni, non già l'inimico capitale; e a pag. 239 si chiarisce, che sono considerati pure quali nemici incapaci di testificare «qui cum inimicis capitalibus commorantur, et qui ex contraria sunt familia vel factione». Inoltre Masini, Sacro arsenale overo Pratica della S.ta Inquisitione, Rom. 1639 pag. 335: «È di tanto momento l'inimicitia capitale di un testimonio col Reo, che non gli si crede, ancorchè deponga contro al Reo nella tortura e nell'istesso articolo di morte».

[350]. Ved. Doc. 377, pag. 388.

[351]. Ved. Doc. 269, pag. 194.

[352]. La cosa non sarebbe stata censurabile, se i 36 capi di accusa avessero avuto realmente corso nel pubblico, ma questo riusciva impossibile anche pel gran numero de' detti capi. Si conosce che vi erano tre maniere di procedere, «per accusationem» cioè ad istanza di uno che si costituiva parte (caso rarissimo), «per denuntiationem» dietro la rivelazione di uno che non si costituisca parte (caso ordinario), e «per viam inquisitionis» dietro la pubblica voce e fama (caso non raro). Ved. Eymericus op. cit. pag. 283.

[353]. Ved. Doc. 270, pag. 197.

[354]. Riscontr. i Doc. 278, pag. 199; 280, pag. 208; 303, pag. 244.

[355]. Ved. pag. 242. Il Campanella, nella Narrazione, dice che fra Dionisio «andò al Convento di Pizzoni per appartarsi, dove andando li sbirri a pigliarlo con D. Carlo Ruffo, si fuggìo travestito et D. Carlo prese carcerato F. G. Battista di Pizzoni Vicario del convento e F. Silvestro di Lauriana». È chiaro che egli non era bene informato.

[356]. Ved. Doc. 278 b, pag. 198.

[357]. Il Campanella nella Narrazione scrisse: «Piacque al Visitator e poi ai laici questa deposizion d'heresia, perchè non poteano far verisimile il primo processo contra il Papa e Prelati». Ma tale primo processo non vi fu, e il Visitatore sapeva le cose di eresia fin dal mese precedente e ne aveva pure mandata la notizia a Roma per mezzo di fra Cornelio, prima che il Pizzoni le deponesse; anzichè rilevarle dal Pizzoni, il Visitatore glie le dettò, e potè aver molto piacere che il Pizzoni ne deponesse più di quante ne conosceva. Vedremo poi che fu veramente opera del Campanella l'aver tolto dalla mente de' Giudici la partecipazione del Papa nella congiura.

[358]. Durante il processo informativo non era lecito nè il terrore così detto prossimo, vale a dire il far condurre l'imputato al luogo del tormento, nè il terrore così detto rimoto, vale a dire per parole; il terrore, «territio», consideravasi come un primo grado della tortura. Anzi il contegno, che l'Inquisitore dovea tenere, era ben diversamente prescritto: ved. in Masini, Sacro arsenale Rom. 1639, p. 315 e 323; art. 40.º e 64.º — 1.º «Il Giudice mentre essamina i Rei deve mostrarsi nel volto anzi rigido e terribile che nò, ma non mai precipitar nell'ira incontro ad essi ancorchè gli stimi huomini cattivi e scelerati: nè per qualsivoglia cagione prometter loro giammai l'impunità». — 2.º «Nell'ammonire i Rei a dover pianamente dir la verità... usino gl'Inquisitori maniere piacevoli, e caritatevoli, non aspre, o spaventevoli, acciochè i Rei per timor dei Giudici non dicano qualche bugia».

[359]. Ved. Doc. 279, pag. 203.

[360]. Ved. Doc. 280, pag. 207.

[361]. Ved. Doc. 33, pag. 41. Le prescrizioni della procedura ecclesiastica sull'argomento possono leggersi in Masini op. cit. part. 1.a pag. 10, e part. 10.a p. 314, art. 35. — 1.º «Sarà avvertito (l'Inquisitore) di non permettere che i Notari diano copie degli Atti del S.to Officio per qualsivoglia causa fuor che al Reo, e solamente quando pende il processo et egli dee far le sue difese, et all'hora senza il nome dei testimonii, e senza quelle circostanze, per le quali il Reo potesse venire in cognitione della persona testificante». — 2º. «Non deono nè possono gl'Inquisitori per niuna occasione somministrare ad altro tribunale giammai nè indicii nè persone di qualsivoglia condizione o qualità».

[362]. Il convento e la Chiesa di S. M.a di Titi oggi si trovano a pochi passi da Stignano, ma diverse circostanze mostrano che a' tempi dei quali trattiamo trovavansi più lontani ed abbastanza isolati.

[363]. Ved. Doc. 19, pag. 32. Che il Mesuraca avesse obbligazioni al padre del Campanella si rileva da alcuni versi di un Sonetto di fra Tommaso che noi per la prima volta pubblichiamo (ved. Doc. 489 p. 569):

«La vita che dovevi al padre mio

così la rendi sconoscente ingrato?».

Vi sarebbe qualche indizio che il padre del Campanella lo avesse accompagnato in questa corsa; ma così fra Tommaso come il Petrolo lo tacquero, forse per non comprometterlo maggiormente.

[364]. Il Mesuraca fornì l'abito da secolare ed anche portò via le vesti fratesche, come si rileva da un verso del Sonetto del Campanella già citato:

«Ma perchè pria le vesti mi trasporte?»

Il Campanella muove rimprovero al Mesuraca di questo fatto, che pure compiuto fin da principio era una precauzione evidentemente necessaria.

[365]. Ved. Doc. 282 p. 214; 319 pag. 271; 380 pag. 391. Si noti che relativamente alla cifra, il Petrolo una volta disse, «essendo alla Roccella, et havendo (il Campanella) diverse scritture, tra l'altre una scritta in cifra» etc., e un'altra volta disse, «essendo alla Roccella con fra Thomaso Campanella, un giorno o dui prima che fussemo pigliati, vennero alcune lettere al Campanella, quali esso Campanella mi disse ch'erano di fra Gio. Battista da Pizzone, et erano scritte à zifra» etc. Certamente è poco verosimile che in quelle strette il Campanella conservasse ancora lettere in cifra, ed è ancor meno verosimile che lettere in cifra arrivassero fino alla Roccella, mentre difficilmente potea sapersi dove il Campanella fosse: tutto ciò potrebbe mostrare solamente la premura del Petrolo di voler nascondere che egli conoscesse le pratiche della congiura prima della sua fuga, la quale sarebbe stata un puro atto di cortesia verso il Campanella; del resto non sarebbe neanche impossibile che le lettere, scritte dal Pizzoni qualche giorno prima della sua cattura, fossero state portate dal padre del Campanella, postosi immediatamente in fuga co' due frati e ridottosi alla Roccella presso il Mesuraca.

[366]. La scusa del Mesuraca è rivelata dal Sonetto del Campanella già citato, il rimanente dalla Narrazione.

[367]. Potrebbe credersi che da principio non fosse convenuto ad alcuno dei due mettere innanzi siffatto motivo della persecuzione di Maurizio, perchè avrebbero così implicitamente riconosciuto di essere complici nella congiura; ma bastava che fossero ricercati dalla giustizia sotto questa imputazione, perchè a Maurizio avesse potuto venire in mente di profittare delle loro persone, e quindi, da parte loro, il mettere innanzi tale fatto non sarebbe stato di alcun pregiudizio. Bisogna pure notare che il Petrolo parlò più tardi del voluto disegno di Maurizio, propriamente nel tribunale per l'eresia, non in quello per la congiura, e poi il Campanella, più tardi ancora, trovata in processo questa diceria ne profittò; ma non fu bello da parte sua infamare in tal modo la memoria di Maurizio, lasciandosi trasportare da un risentimento del pari non giustificabile che provò in sèguito verso di lui. E si sa quanto vivaci e precipitosi fossero i risentimenti nell'animo fervido del Campanella.

[368]. Ved. i due Sonetti contro Xarava, Doc. 452 e 453, pag. 555.

[369]. Riscontr. il Doc. 19, pag. 28.

[370]. Questo risulta anche dalla parte del Carteggio del Nunzio già pubblicata dal Palermo, e ci sorprende che sia sfuggito a' biografi Campanelliani, poichè vi si legge: «Stando pur fra Thomaso Campanella su la negativa etiam d'una narratione del fatto scritta di sua mano sin nel principio che fu preso» etc. (ved. Doc. 84, pag. 61). Vero è che il Palermo, per abbreviare ed italianizzare, lesse «e d'una narrazione del fatto», onde si vede quanto sia preferibile riportare i documenti come stanno; ma intanto potea rilevarsi che il Campanella avea scritta di suo pugno una narrazione compromettente e che invano cercò di negarla.

[371]. Ved. Doc. 244, pag. 135.

[372]. Ved. Doc. 288, pag. 220.

[373]. Ved. Doc. 244, pag. 138. La lettera del Principe della Roccella dovè probabilmente essere firmata col semplice nome di Fabrizio Carafa, e il Mastrodatti diede a costui il titolo di Principe dello Sciglio; ma è evidentissimo che solo il Principe della Roccella poteva scrivere quella lettera.

[374]. Ved. Doc. 290 a 292, pag. 221 a 224.

[375]. Ved. Doc. 15, pag. 24; e Doc. 244, pag. 137.

[376]. Ved. i Registri Curiae vol. 64, fol. 149 t.º, Let. del 26 gen.º 1607.

[377]. Le parole virgolate sono del Mastrodatti, che così si espresse nel dare notizia di questo libercolo (ved. Doc. 254, p. 170); noi lo pubblichiamo tutt'intero, essendo di pochissime pagine, nel Doc. 287, pag. 219.

[378]. Ved. Doc. 282, pag. 211.

[379]. Ved. nel Carteggio del Nunzio il Doc. 48, pag. 48.

[380]. Ved. Doc. 15 e 16, pag. 22 e 24.

[381]. Ved. Doc. 18, pag. 25.

[382]. Ved. Doc. 178 pag. 91, e 180 pag. 92.

[383]. Ved. Doc. 244 pag. 129, e 247 pag. 152.

[384]. Ved. nel Carteggio Vicereale il Doc. 15, pag. 24. — Nella Narrazione del Campanella si legge: «E così s'esaminavano poi in segreto li revelanti, come F. Dionisio parlò con li tali, e tali; e che Mauritio bandito per morte d'homo era capo. A cui scrissero che voleano uscir seco in campagna; e si facean venir lettere da lui, e diceano, che quelle eran lettere di ribellione: e ne presentaro due che parlavano del tempo di far la vendetta di lor nemici, et uscir fuori de repente, fingendo ch'eran del tempo di ribellare: e l'altre lettere, che spiegavano la verità meglio, s'occultaro da loro».

[385]. Ved. Doc. 247, pag. 152.

[386]. Ved. Doc. 244, pag. 131.

[387]. Ved. Doc. 244, pag. 131.

[388]. Questo Marchese di Vigliena è citato anche dal Campanella nell'opera De Sensu rerum et Magia lib. 4.º cap. 19, appendice (ed. Paris. 1637, p. 218); dicevasi nientemeno che egli avesse saputo ottenere la rigenerazione di un uomo fatto in pezzi e messo in un vaso!

[389]. Ved. Doc. 244, pag. 132.

[390]. Ved. Doc. 18, pag. 27.

[391]. Ved. Doc. 244, pag. 132.

[392]. Doc. 391 pag. 415, e 240 pag. 126. L'acqua fredda durante l'amministrazione della corda costituiva un gravissimo tormento. Ippolito de Marsiliis bolognese, che fu l'inventore di esso, e che troveremo anche inventore della veglia, ne parla a questo modo: «Sed ego aliquos reos habui in fortiis meis, dum fui jusdicens, qui aut incantationibus, aut constantia, aut fortitudine aliqua tormenta non timebant, ideo ego adhibui talibus reis duo genera tormentorum. Primum est, nam debet spoliari et ligari reus, et debet torqueri aliquantulum, non tamen sufficienter cum communi tortura, et si non vult confiteri quia non timeat seu non crucietur in ipsa tortura, tunc quia est calidus et in sudore, etiam si esset glacies in terris, tunc facias sibi proijci magnam quantitatem aquae super capite et dorso, et permittas eum dissolutum a chorda sic quiescere per horam, et deinde cum erit frigidatus, facias iterum eum torqueri, et tunc ossa ejus cantabunt et strepitum facient, et tunc cruciabitur acrius in duplum quam primo fuerat, et istud est terribile tormentum». De Marsiliis, In nonnullos ff. et C. titulos commentaria, Venet. 1635, fol. 44. Non si comprende questa efferata crudeltà degli antichi Giudici; anche meno si comprende come l'odierna svenevolezza abbia potuto tener dietro a tanta crudeltà!

[393]. Doc. 244, pag. 132.

[394]. Ved. Doc. 244, pag. 132. Non deve sfuggire che nella 1a deposizione sua, presso fra Cornelio, trovasi scritto essersi in Pizzoni riuniti più di 35 capi; questa differenza in più si deve forse attribuire al gusto di fra Cornelio.

[395]. Ved. Doc. 244, pag. 138; 260, pag. 163; 15, pag. 24.

[396]. Ved. Doc. 244, pag. 138.

[397]. Ved. Doc. 18, pag. 26.

[398]. Questa condizione apparisce qui per la prima volta nelle deposizioni dei laici; i due primi rivelanti aveano solamente detto, che i navigli turchi doveano «servir para yr acosteiando la Calabria y inpedir qualquier socorro de mar». I frati cominciarono a dire che i turchi doveano dare milizie da sbarco per occupare le fortezze, e il Campanella medesimo vi alluse abbastanza. Lo Xarava dovè apprenderlo dalle deposizioni de' frati e farlo poi dire dal Crispo e successivamente da tutti gli altri.

[399]. Ved. p. es. Hieron. Gigantis, De crimine lesae Majestatis (in Zilett. Tractatus illustrium in utraque facultate etc. Venet. 1584 vol. 11, pars 1a) fol. 66; ed ancora Prosp. Farinacii, Decisiones de indiciis et tortura (cum Ambrosini Tranquilli, Proces. informativ. Venet. 1649) a p. 334: «Crimen lesae majestatis multa habet specialia. Bene leviora indicia sufficiunt ad torquendum, ubi agitur de tractatu, consilio vel conspiratione secreta, prout in aliis delictis occultis, et hoc non propter criminis atrocitatem sed propter probationis difficultatem». E a pag. 347, parlando de' delitti atroci, de' quali il massimo era considerato quello di lesa Maestà: «potest judex gravioribus et atrocibus tormentis uti, sed non insolitis et novis».

[400]. Ved. Doc. 244, pag. 135.

[401]. Ved. i Registri Quinternioni t. 20, fol. 78

[402]. Ved. Doc. 23, pag. 35.

[403]. Ved. Doc. 244, pag. 135.

[404]. Ved. Doc. 22, pag. 33.

[405]. Ved. Doc. 25, pag. 36.

[406]. Ved. Doc. 24, pag. 36.

[407]. Ved. Doc. 30, pag. 39.

[408]. Ved. Sagredo, Memorie istoriche de' Monarchi Ottomani, Bologna 1684 pag. 468. Confr. il nostro Doc. 199, pag. 99.

[409]. Ved. Doc. 14, 15 e 16, pag. 22 a 24.

[410]. Ved. Doc. 17, 18 e 19, pag. 25 a 28.

[411]. Ved. Doc. 20 pag. 33, e Doc. 181 pag. 93.

[412]. Ved. Doc. 21, 22 e 23, pag. 33 a 35.

[413]. Ved. Doc. 24 e 25, pag. 36.

[414]. Let. del Card.l S. Giorgio del 26 settembre. Ved. Doc. 48, pag. 48.

[415]. Diamo qui il sèguito dei documenti sulla faccenda del Capito, per la quale il Vicerè dolevasi della condotta del Vescovo di Mileto, e restituendo quel clerico alla Chiesa si faceva a chiedere l'assoluzione del Principe di Scilla, del Poerio e dello Xarava (confr. pag. 119 in nota). — 1.º Registri Curiae vol. 43, fol. 178 t.º «Al Capitano di Seminara... Magnifice vir. Comple al servitio di S. M. et per quanto tocca alla bona administratione de la giustitia che si habia nelle mani Marc'Ant.º Capito, il quale se ritrova in quessa terra di Siminara. Perciò vi dicimo et ordinamo che al ricevere de la presente con ogni secretecza possibile debbiate usare exactissima diligentia et procurare di haverlo nelle mani, et subito, à buon recapito, et con buona custodia debbiate inviarlo cautamente recto tramite nelle carcere de la Gran Corte de la Vicaria avisandoce incontinenti de la recevuta di questa et di quanto intorno acciò exequireti. Dat. neap. die 25 junii 1599. El Conde» (int. Olivares). — 2.º Ibid. vol. 46 fol. 1. «Al Gov.re de Calabria ultra... Mag.e vir, regie Consiliarie fidelis dilectis.me Havemo ricevuta la vostra per la quale ci date aviso della captura de ordine nostro fatta de Marco Antonio Capito dal Capitano de Seminara, et la violentia usata da Preiti di detta terra in prenderselo da dentro le carcere dove se ritrovava rompendole a forza d'accette con gran tumulto, et come per diligenza usata da detto Capitaneo et suo Giudice con aiuto d'altri Particolari lo ritornorno a carcerare, et de vostro ordine se ritrova al presente nelle carcere de quessa R.a Audientia, et ci supplicati vi debbiamo ordinare quel che d'esso havete da esequire, al che respondemo et vi dicimo et ordinamo che debbiate subbito al ricevere della presente inviarlo retto tramite cautamente con bona custodia dentro le carcere della Gran Corte della Vicaria facendo presentare al Rev.do Vescovo de Melito l'alligata nostra che con questa ve s'invia dandoci subbito particolar'aviso de quanto exequirrete, et dell'inviata di detto Capito fandolo de maniera che non vi succeda fuga ne altro strepito. dat. Neap. die 25 julii 1599. El Conde de lemos». — 3.º Ib. vol. 47, fol. 19 t.º «Al spettabile Carlo Spinello... Philippus etc. Spectabilis vir collateralis et Consiliarie, regie fidelis dilectis.me Semo stati avisati come un Hettorre Saijvedra di Seminara li giorni adietro diede aiuto et favore ali preti et Jaconi di detta città, che scassorno le carceri di quella, et si presero à forza d'arme Marco antonio capitò, che di ordine nostro era stato carcerato per il capitano della città predetta, et ultimamente detto Saijvedra assaltò un criato del giudice che è stato in essa città ponendo mano ad uno scoppettuolo per amazzarlo, al che soggionse il maestro giorato et lo prese carcerato come già lo tiene, et perchè lo scassamento di dette carcere intendemo che sia stato fatto da detti preti et Jaconi con consulta, et fomento de loro parenti laici, li quali parenti patri et fratelli et altri gentil'homini et cittadini di detta città vanno suducendo li populi che per haver dato forsi essi aiuto à detto Capitano nel prender Marco antonio capitò diano memoriale et suppliche al Rev.do Vescovo di Mileto excusandosi di quel che hanno forsi fatto et aiutato detto capitano. per questo vi dicimo et ordinamo che debbiate carcerare lo detto Hettorre Saijvedra, et tutti li altri parenti di detti preti et clerici, et inviarli subito retto tramite nelle carceri della gran corte della Vicaria con aviso vostro particolare à noi facendone destinta relatione, accio quella havuta, et vista possiamo provedere et ordinare quel che convenerà per la bona administratione della giustitia et conservatione della real giurisditione della M.ta sua. dat. neapoli die 15 mensis septembris 1599. El Conde de Lemos». — 4.º Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 212, let. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 25 7bre 1599; «Della sodisfattione che ha data il Viceré co 'l promettere di mandare quel clerico di Mileto nella propria chiesa, donde fu levato dalla Corte secolare, non ne ha ricevuta poca N.ro Sig.re.» — 5.º Ibid. let. del 26 7bre 1599 (ved. Doc. 48, pag. 49): ed inoltre let. del 22 10bre 1599, e filz. 230 let. del Nunzio del 1º gen.º 1600, con la quale chiede facoltà di assolvere anche il Poerio e lo Xarava. — 6.º Reg. Curiae vol. 49, fol. 2 t.º «Al Capitano de Seminara. Philippus etc. M.re vir. Havemo ordinato che Marco Antonio Capito qual per ordine del Ill.e Conte de Olivares nostro predecessore fò preso da quessa Corte, et mandato in queste carceri de la Gran Corte de la Vicaria, sia liberato et riposto nella chiesa da dove fu extratto acciò possa godere dell'immunità ecclesiastica. Et come che non per questo deve restare impunito del delitto per esso commesso, vi dicemo et ordinamo che trovandolo fuori della detta Ecclesia lo debbiate carcerare et inviare retto tramite in queste predette carceri de la gran corte de la Vicaria con aviso vostro, acciò che havuto et visto per noi, se possa provedere ed ordinare lo di più che convenerà per la buona et retta administratione de la giustitia. — dat. neap. die 30 septembris 1599. El Conde de Lemos». — 7.º Ibid. vol. 48, fol. 24 t.º «Resposta al Capitano de Seminara Philippus etc. Mag.e vir. Havemo ricevuta la vostra in resposta della nostra delli 30 di settembre proximo passato, per la quale ve fu ordinato che havessivo devuto avisare il castigo che haveria dato il Rev.do Vescovo di Mileto à Marco antonio capito, et per quella ce dite che non ha fatto altra demostratione contra d'esso che ordinarli che non uscisse dal monasterio. Et perchè il castigo che si haverà da dare al detto capito non se ha da dare dal detto Vescovo, ma dalli officiali regii, ò da noi, à chi tocca et compete darli detto castigo, et l'ordine che vi fu dato da noi non fù per altro se non per sapere che demostratione havea fatta detto Rev.do Vescovo contra d'esso. Per ciò in resposta di detta vostra, non occorre dirvi altro se non ordinarvi come per questa ve dicimo et ordinamo che debbiate attendere alla puntuale executione di quanto da noi vi fù ordinato in havere in le mani detto Marco antonio fuora del ecclesia et inviarlo subito retto tramite in la gran corte della Vicaria à buon recapito. Dat. neap. die decima tertia mensis Novembris 1599. El Conde de Lemos». — Come si vede, il Governo non rinunziò mai a voler punito il Capito, e il Vescovo non cessò mai dal lasciarlo impunito: mancano intanto altri documenti, e vi è ragion di credere che gli ordini del Governo sieno rimasti ineseguiti.

[416]. Ved. per le notizie sud.te nell'Arch. di Firenze il Carteggio di Napoli, filz. 4087, lett. del 29 marzo 1599 da Valenza, e quelle da Napoli de' 27 luglio, 7 7bre, 27 7bre, 1.º 8bre etc. etc.

[417]. Nella Relazione del Bailo Paolo Contarini, letta al Senato il 1583 (ved. Albèri, ser. 3a, vol. 3.º, pag. 222), si legge che il famoso Ucciali avea fabbricato presso la sua casa «un grossissimo casale» che si chiamava Calabria nuova, e vi lasciava anche vivere cristianamente i maestri calabresi dell'arsenale che si erano condotti bene. Il Residente Scaramelli egli stesso, riferendosi a' tempi suoi, dice essere «i due terzi de i renegati di Constantinopoli Calavresi» (ved. Doc. 176, pag. 89).

[418]. Ved. Doc. 26, pag. 37.

[419]. Ved. Doc. 264, pag. 177.

[420]. Ved. Doc. 418, pag. 523.

[421]. Ved. Doc. 244 pag. 138, e 247 pag. 154.

[422]. Ved. Doc. 518, pag. 582.

[423]. Ved. Doc. 253, pag. 167; 244 pag. 138, e 247 pag. 156.

[424]. Ved. Doc. 244, pag. 139; e Doc. 247, pag. 156.

[425]. Ibid.

[426]. Ved. Doc. 244 pag. 140; 247 pag. 157; 255 pag. 171.

[427]. Ved. Doc. 238, pag. 124.

[428]. Ved. Doc. 408, pag. 507.

[429]. Ved. Doc. 247, pag. 158.

[430]. Ved. Doc. 386, pag. 405.

[431]. Ved. Doc. 32, pag. 40.

[432]. Ved. Doc. 181, pag. 92.

[433]. Ved. Doc. 164 e 165, pag. 85.

[434]. Ved. Doc. 373, pag. 382; e nostra Copia ms. de' proc. eccles. tom. 1 fol. 263-1/2.

[435]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1311 della collezione) alla lista de' gravami pel 1632, fol. 39, si legge: «n.º 682. Honesta et Giovanna Milerio q.m thomase sono morte molti anni sono, senza figli et povere». Confronta col docum. analogo riportato in questa nostra narrazione a pag. 206 in nota.

[436]. Ved. Doc. 319, pag. 272.

[437]. Ved. Doc. 28, pag. 38. La notizia quattro giorni dopo era pervenuta in Napoli.

[438]. La data precisa della cattura di fra Dionisio fu il 28 settembre, siccome egli medesimo attestò nel tribunale per l'eresia. Ved. Doc. 332, pag. 287.

[439]. Ved. Doc. 247, pag. 158-159.

[440]. Ved. Doc. 332, pag. 287.

[441]. Ved. Doc. 27 e 31, pag. 38 e 39.

[442]. Ved. Doc. 29, pag. 38.

[443]. Ved. Doc. 164-165, pag. 85; e 179-181, pag. 91-92.

[444]. Questo Cardinale portavasi a Napoli per comporre un'altra quistione giurisdizionale curiosa: qualche convento di Monache si era rifiutato di accogliere una Visita da parte dell'Arcivescovo di Napoli.

[445]. Ved. Doc. 178, pag. 91; lettera del 28 settembre.

[446]. Ancora più tardi, nell'anno seguente, un D. Alonso de Lemos et Alva fu mandato come Governatore ma in Calabria citra. È pure possibile quindi che sia così nata una confusione tra questo D. Alonso, il figlio del Vicerè, e perfino D. Alonso de Rosa nominato egualmente come uno da doversi mandare. Cfr. i Reg. Sigillorum nell'Arch. di Nap. vol. 37, an. 1600, sotto la data 14 giugno.

[447]. Ved. lo Schema del processo in appendice a' Documenti, Illustraz. II, pag. 617. La lacuna si nota tra il fol. 147 e il fol. 176 del vol. 2.º del processo.

[448]. Ved. Doc. 518, pag. 583.

[449]. Ved. Doc. 325, pag. 276.

[450]. Ved. Doc. 247, pag. 158.

[451]. Doc. 244, pag. 140, e Doc. 247, pag. 158.

[452]. Ved. Doc. 247, pag. 158.

[453]. Ved. Doc. 244, pag. 141.

[454]. Ved. Doc. 395, pag. 466.

[455]. Ved. Doc. 247, pag. 159; 263, pag. 175; 265, pag. 181.

[456]. Sulla sua cattura e fuga vedi tra gli Atti esistenti in Firenze il Doc. 265 pag. 183; sulla sua ripresa e processo vedi nel Carteggio del Nunzio la lettera di costui del 6 aprile 1601, Doc. 119 pag. 71; il clerico di cui si parla in questa lettera, tacendone il nome, non può essere che il Pittella.

[457]. Questo risulta dalla Informazione di S.to Officio presa molto più tardi, nel 1605, contro fra Pietro di Stilo. Il 30 agosto 1605 un Francesco Ubaldini di Stilo, testimone, dice: «Saranno credo da quattro anni in circa io mi trovava quà in Napoli, ed intese dire publicamente che vennero carcerati fra Pietro Presterà, fra thomaso Campanella, Tiberio Carnevale, Gio. Paolo Carnevala, et altri per causa della rebellione, portati da Carlo Spinello con le galere, et foro portati carcerati nel Castello novo et castello uovo (sic; int. dell'ovo), ma con fra Pietro non occorse parlarli, et al castello del ovo parlai con questi Carnevale nominati».

[458]. Ved. Doc. 244, pag. 137.

[459]. Ved. Doc. 265, pag. 181.

[460]. Ved. Doc. 256, pag. 172, e la Ricognizione de' carcerati ecclesiastici fatta in Napoli dall'Auditore del Nunzio.

[461]. Ved. Doc. 258 pag. 172, e la Ricognizione suddetta. Cons. questa stessa per gli altri due frati che seguono.

[462]. Ved. Doc. 394, pag. 448.

[463]. Che la territio fosse un primo grado di tortura, e che il reo confesso per terrore dovesse dirsi confesso per esame rigoroso, ossia per tortura, è attestato da tutti gli scrittori di giurisprudenza Inquisitoriale. Così p. es. Locatus Fr. Umbertus, Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Rom. 1570, pag. 375, «ductus solum ad locum torturae, si confitetur, dicitur confessus in tormentis»; Eymericus Nicolaus, Directorium Inquisitionis, Rom. 1578, pag. 165, «paria sunt confiteri in tormentis vel motu tormentorum»; Masini Eliseo, Sacro Arsenale, Rom. 1639, pag. 371, «il reo che solamente condotto nel luogo della tortura, o quivi spogliato, o pur anco legato, senza però essere alzato, confessa, dicesi haver confessato ne' tormenti o nell'esame rigoroso».

[464]. Ved. Doc. 294, pag. 225.

[465]. Ved. Doc. 295, pag. 226.

[466]. Ved. Doc. 296, pag. 228.

[467]. Ved. Doc. 297, pag. 231.

[468]. Ved. Doc. 300, pag. 235.

[469]. Ved. Doc. 301, pag. 236.

[470]. Ved. Doc. 302, pag. 237.

[471]. Doc. 303, pag. 243.

[472]. Ved. la citaz. delle deposizioni di fra Pietro Ponzio e fra Pietro di Stilo nel Doc. 244, pag. 143, e di quelle degli altri frati Ib. pag. 133-134.

[473]. Ved. Doc. 389, pag. 412.

[474]. Ved. Doc. 394, pag. 449.

[475]. Ved. Doc. 34, pag. 41.

[476]. Ved. Illustraz. IV, pag. 644.

[477]. Intorno a costui nella Numerazione dei fuochi di Nicastro, (vol. 1309 della collez.; fascio della Renumerazione del 1598) si legge: «n.º 642. Franc.co Antonio de Oliverio del q.m Gio. Pietro an. 22; Dianora cuccia uxor an. 22; Diana Grillo mater an. 52» (seguono due servi e due famule). Circa la sua innocenza ne' fatti della congiura ved. Doc. 350, pag. 328.

[478]. Ved. Doc. 210 e seg.ti, pag. 110 e seg.ti.

[479]. Ved. Doc. 377, pag. 388.

[480]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. e fascio anzidetto) si legge: «n.º 1315. Gio. battista bonazo an. 24 [Dicunt absentatum ab hac civitate propter homicidium Rosae riccie et ad praesens dicunt ad regias triremes ad remigandum». Ciò nel 1598, e questa pena della galera doveva essere seguita ad una delle frequentissime così dette «composizioni» in luogo della condanna di morte, la quale condanna si rileva da due Documenti esistenti ne' Registri Curiae, vol. 45 fol. 67, e vol. 38 fol. 115. — 1.º «Risp. al Capitano di Tropea. Philippus etc. Magnifice vir, Havemo visto le vostre delli 22 et 29 del passato per le quali ci scriveti come haveti carcerato alcuni forasciti tra li quali vi è Gio. battista bonacza che per quessa corte è stato già condennato a morte, et che havendolo adimandato il governatore di quessa provintia per fare alcune diligenze che dopoi lo haveria restituito, et Jacovo massimita il quale tiene ducento ducati di taglione con lo depiù che sopra ciò ci scriveti supplicandoci fussemo serviti ordinare perchè vi sia restituito il detto gio. battista et vi si pagasse li detti ducati ducento per il taglione...» etc. (Lo loda e gli partecipa aver già dato ordine conforme alla dimanda). Dat. 23 febbraio 1598. — 2.º «All'Audientia di Calabria ultra. Philippus etc. Spectabiles et magnifici viri, Dal magnifico Capitano di Tropea ci viene scritto come essendo carcerato Gio. battista bonacza famoso forascito et condennato a morte, per voi li è stato dimandato dovessivo consignarcelo (sic) per non so che diligentie che volevivo fare, et che poi ce l'havestivo tornato, et cossì anco havendo preso tre altri forasciti tra li quali vi è Jacovo massimita il quale tiene ducati di taglione (sic), fossimo serviti ordinare che sia restituito il detto Gio. battista et pagato il taglione...» (Ordina di restituire Gio. battista al Capitano perchè possa procedere contro di lui conforme a giustizia etc.) Dat. 27 febbraio 1598. — Nella Numerazione poi di Tropea (vol. 1398, anno 1595) abbiamo rinvenuto: «n.º 232 Fabio Furci, f.º de Mase mort. ab an. 4, an. 18; M. Faustina sore moneca an. 40; M. Portia sgrugli matre an. 64; Giovanne de Casale Drapia famulo ab an... an. 12. [Nobiliter vivit, et in cat. fol. 162» etc.

[481]. Gioverà conoscere questo incidente per comprendere sempre meglio la persona del Soldaniero e la miseria di quei tempi. Nel processo di eresia contro il Campanella e socii, il 21 agosto 1600, il Soldaniero interrogato se sia stato mai scomunicato dice: «Io so stato scomunicato per havere preso alcuni ribelli in chiesa, et credo che fusse un solo monitorio». Nel processo contro Orazio Santacroce e Felice Gagliardo per certi scritti proibiti trovati nella cassa di fra Dionisio, il 6 marzo 1602, il medesimo Soldaniero dice: «In nessuno tempo, ne dal Vescovo di Tropea, ne da altro io sono stato scomunicato, ne lhò inteso dire, ne mi e stato referito, mai tal cosa hò saputo, ne inteso, però sono dui anni, è più, che io per ordine del sig. Carlo Spinello locotenente di S. E. alhora in Calabria andai à Tropea per carcerare Gio. battista bonazza alias Cosentino forascito, et altri suoi compagni, et havendo inteso che stavano salvati dentro lo monastero de san Francesco de Paolo sito dentro la città di Tropea, non volsi entrare al monastero, ma con la mia comitiva assediai lo monastero che non potessero fuggire, et stava llà guardando, lo dì sequente venne Camillo di fiore con maggior autorità dela mia, et con assai gente armata de Corte, et andò dal vicario del vescovo che non so per nome, et poi venne al monastero col detto vicario, et entrorno dentro lo monastero, et lo detto Camillo li pigliò carcerati, che lo vicario li cacciava dal monastero ad un per uno, et Camillo, se li portò a monte leone, et dallà ad hierace, et a tropea si disse che s'havevano da portare alle carceri del vescovo, ma Camillo li condusse con la sua comitiva alli detti luoghi et io non me intromesi à cosa alcuna quando foro carcerati quelli forasciti che stavano in detto monastero, perche Camillo havea maggiore autorità, è comitiva dela mia, Et io andai con Camillo dove andò con li carcerati, et per tal causa non fui altramente scomunicato, perche non me ne impacciai à cosa alcuna, è così è la verità. — Interrogatus et monitus ut dicat veritatem, et consulat animam suam si fuerit pro causa predicta excommunicatus publice cum affixione cedulonum a Rev.mo Dom.º Episcopo Tropiensi, vel saltem sibi relatum fuit quod fuerat excommunicatus, Resp.t Io hò ditto, è dico che non fui scomunicato altramente per detta causa ne per altra dal vescovo di tropea, ne da altro, perche io non pigliai carcerati li forasciti, ne io entrai al monasterio dove stavano li forasciti per conto di pigliare li forasciti carcerati, si bene che entrai alla chiesa ad ascoltare la messa, et come fummo a monteleone lo vulgo et huomini di Monteleone dissero che io l'intese, come lo vescovo di tropea havea scomunicato tutti quelli che havevano pigliato carcerati li forasciti che stavano dentro di quello monastero, è dissero ancora che particolarmente haveva scomunicato detto Camillo di fiore perche havea promesso di ponere quelli banniti dentro le carceri del vescovato, è che poi lhavea gabato, et io non intesi tra me essere scomunicato, ne incorso alla scomunica poiche non m'impacciai à cosa alcuna alla carceratione di detti banniti, ne intesi, ne mi fù referito che io fussi stato scomunicato, et per tal causa io sono stato sempre alle chiese, et alli divini officij, et così ha ponto fu la verità, dicens, questo lhò narrato alli miei confessori et me hànno assoluto». Eppure nello stesso tribunale conoscevasi il testo dell'indulto, che egli aveva ottenuto appunto per avere presentato que' ribelli.

[482]. Ved. Doc. 257, pag. 172, e la Ricognizione degl'incriminati ecclesiastici fatta in Napoli.

[483]. Ved. Doc. 261, pag. 173, e Ricogn. suddetta.

[484]. Ved. Doc. 260, pag. 173, e Ricogniz.

[485]. Ved. Doc. 262, pag. 174, e Ricogniz.

[486]. Ved. Doc. 259, pag. 173, e Ricogniz.

[487]. Ved. la Ricognizione suddetta.

[488]. Ne' Registri Curiae vol. 46 fol. 13 t.º si legge: «All'Audientia di Calabria ultra. Philippus etc. Magnifici viri, Semo stati avisati che per li officiali dell'Ill.º Principe de Melito è stato preso carcerato Giulio d'Arena inquisito de molti delitti a querela di parte il quale pretende essere clerico salvatico, et perche volemo intendere li meriti di sua causa, et prevedere contra di esso quel che sarà di giustitia, vi dicemo et ordinamo che debbiate inviare persona di confidenza, et à buon recapito, à prender detto Giulio d'Arena da poter dell'officiali di detto Ill.º Principe che lo tengono, a li quali per questo ordinamo che debbiano subito consegnarvelo una con li atti et Informationi che saranno contra di esso et havuto che l'harete debbiate subito retto tramite, et sotto buona custodia inviarlo con detti atti et Informationi nella gran Corte de la Vicaria carcerato con aviso vostro a noi avisandoci del tutto particolarmente, acciò vi possiamo in d.ta sua causa provedere et ordinare quel che sarà di Justitia come di sopra, Et cossì lo debbiate exequire che tal'è nostra voluntà. Dat. neapoli die 26 8bris 1599. El Conde de lemos».

[489]. Ved. Doc. 244, pag. 136.

[490]. Qui vogliamo solamente ricordare ciò che cantò essergli avvenuto dopo la scoperta della congiura, compiendo una strofa il cui principio, a proposito della congiura, è stato già da noi riportato altrove (ved. la nota a pag. 223):

«Io accesi un lume; ecco qual d'api sciame

scoverti, la fautrice tolta notte

sopra me a vendicar ladri e gelosi;

e que' le paghe, e i brutti sonnacchiosi

del bestial sonno le gioie interrotte:

le pecore co' lupi fur d'accordo

contra i can valorosi,

poi restar preda di lor ventre ingordo».

[491]. Si tengano presenti le cose dette nella nota c a pag. 237.

[492]. Ved. Doc. 389, pag. 412 etc.

[493]. Ved. Doc. 208, pag. 108.

[494]. Ved. il Dispaccio dell'Ambasciatore Veneto in Roma; Doc. 196, pag. 98. Inoltre l'Avviso del Vialardi; Doc 202 e, pag. 101.

[495]. Ved. nell'Arch. Veneto il Carteggio di Napoli, Lett. del 2 9bre 1599.

[496]. Ved. Doc. 307, pag. 256.

[497]. Ved. Doc. 184, pag. 94.

[498]. Ved. le depos. di Scipione Ciordo e di Fabio Contestabile, nella nostra Copia ms. tom. 1º, fol. 313.

[499]. È noto che i Sirleti di Guardavalle diedero a Squillace successivamente: 1.º Guglielmo Sirleto, che promosso Cardinale rinunziò al Vescovato nel 1568; 2.º Marcello Sirleto, uomo di molto merito, i cui libri andarono poi alla Barberiniana, morto nel 1594; 3.º Tommaso Sirleto, cugino di Marcello e nipote del Cardinale, già laureato in Padova, custode della Vaticana, ove andarono i suoi libri e i suoi manoscritti; egli morì il 1601. — Successe Paolo Isarezio Domenicano, e poi ancora Fabrizio Sirleto altro cugino di Marcello e Tommaso. Ved. P.e Fiore, Calabria illustrata, Nap. 1691, vol. 2.º pag. 317.

[500]. Ved. Doc. 352, pag. 331.

[501]. Ved. Doc. 393, pag. 421 passim.

[502]. Di parecchi fra costoro abbiamo potuto dare a tempo opportuno le notizie tratte dalla Numerazione de' fuochi di Stilo (ved. pag. 162 e 167); diamo ora quelle degli altri soprannominati, che ci è riuscito trarre dallo stesso fonte. 1.º Nell'elenco della Numerazione del 1641: «n.º 198. Minico Carnevale f.º del q.m Gio. Battista a. 75; Lucretia uxor a. 50»; (ricordiamo aver notato che Prospero Carnevale era anche figlio di Gio. Battista). — 2.º Nell'estratto della vecchia numerazione 1596-98: «n.º 158. Lonardo f.º de Alfonso Prestinace a. 67; Beatrice uxor an. 47; Scipione f.º a. 28; Gio. Antonio f.º an. 20; Gio. Jacovo f.º a. 25» etc. (ricordiamo aver notato che Gio. Gregorio Prestinace era figlio di Bernardo, e costui figlio egualmente di Alfonso). Inoltre, «n.º 315. Francesco Prutino (sic) a. 52; Ottavia uxor a. 35; Gio. Battista f.º nat.le a. 18; Silvia socera a. 55; Olimpia famula a. 80».

[503]. Solamente per Carlo Licandro potremmo dire che era figlio di Domenico, Barone di Placanica (ved. Privilegiorum vol. 66 fol. 111, e vol. 122 fol. 28), e potremmo ricordare che il vecchio Barone di Placanica aveva importato a Stignano la peste, alla quale il padre del Campanella avea dovuto provvedere. In ciò si può sospettare un antico motivo di odio; ma un altro meno antico, e al tempo stesso più certo, si può riconoscerlo nelle varie liti che il padre del Campanella, qual Sindaco di Stignano, aveva dovuto intentare al Barone di Placanica, assiduo disturbatore della pace di Stignano. L'Arch. di Stato ne fornisce diverse prove (ved. Reg.i Partium vol. 1313, fol. 14 e fol. 135); tra le altre cose molti abitanti di Stignano, come vassalli del Barone, si facevano riconoscere forestieri e quindi non pagavano pesi, ma non volevano desistere dall'entrare nel parlamento ed avervi voce.

[504]. Risulta questo fatto da una deposizione raccolta nel processo di eresia. Ved. la deposizione di Giuseppe Grillo nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º, fol. 132.

[505]. Ved. Doc. 438, pag. 550.

[506]. Ved. Doc. 207, pag. 108.

[507]. Ved. i Registri Sigillorum vol. 37 (an. 1600) alla data 11 marzo.

[508]. Ved. Doc. 214, pag. 113.

[509]. Ved. Doc. 215, pag. 114.

[510]. Ved. Registri Curiae vol. 48 fol. 87 t.º Lett. Vicereale del 23 agosto 1600; e vol. 49 fol. 61, Lett. Vicereale del 6 8bre 1600.

[511]. Ved. Doc. 210 a 213, pag. 110 a 113.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. [378] (Errata) sono state riportate nel testo.

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