LA LOTTA DEI COLOSSI.

12 settembre.

Quando si entrava in Austria per la ferrovia di Pontebba, passato Pontafel, se non si era troppo distratti dalle varie e pittoresche bellezze della valle del Fella lungo la quale il treno scendeva, fra la stazione di Saint-Lusnitz e quella di Uggowitz — piccole stazioni che i diretti disdegnavano, adorne di piante rampicanti, e avanti alle quali non si vedeva che un impiegato fermo e dritto come un piuolo, sormontato da un chepì rosso albo un palmo — si osservava a sinistra uno strano sperone di montagna.

Era un contrafforte ardito, coperto di abeti, che avanzava con tanta insolenza da costringere la valle a scansarsi e fare un giro per passargli intorno. Pareva messo là per sbarrare il passaggio. Subito dopo il biancheggiare di Malborghetto, in fondo ad una piccola conca nella quale il paesello, adagiato a ridosso delle alture per ripararsi dalle tramontane, si rifugia, la vallata pareva chiusa da quel costone boscoso.

Fra gli alberi del declivio si vedevano emergere larghe sagome di possenti costruzioni; erano muraglioni bassi, enormi, massicci, coronati da spalti, alcuni quasi sulla valle, altri eretti più in su verso la spalla del monte, con un collegamento capriccioso di altre muraglie, di altre costruzioni minori. Era il famoso forte Hensel.

Quello che si vedeva costituiva i rafforzamenti del forte. Le spianate della fortezza si appoggiavano a quelle mura ciclopiche, solide come la roccia: due spianate, una in basso, una in alto, sotto le quali il forte affossava le sue parti più vitali. Le muraglie servivano anche da trinceramenti. Erano bucate da feritoie a ranghi molteplici, dalle quali, occorrendo, si potevano affacciare piccole artiglierie. Quattro ranghi di feritoie sovrapposti si allineavano sul muraglione più vicino alla strada.

Il forte Hensel era doppio, aveva appunto la parte alta e la parte bassa, unite da cortine e da strade coperte. Si immaginino dei giganteschi edifici sepolti, dei quali non si scorga che la sommità, verdeggiante di terrapieni erbosi come se essa fosse sorta dalla terra sollevando interi lembi di prato. Il bosco aveva mascherato in parte il resto. Non si vedevano dalla ferrovia gli oscuri emisferi delle cupole di acciaio dei grossi pezzi, due sulla parte bassa e due sulla parte alta, e non si vedevano tutti quei bizzarri comignoli dei quali i forti sono irti, simili a soldatini in ordine sparso ritti sui terrapieni, e che non sono altro che gli sfogatoi dei depositi di munizioni intesi a mantenere la ventilazione dei magazzini sotterranei. Ma i nostri osservatori, annidatisi fin dai primi giorni della guerra sui monti, dall'altra parte della valle, a qualche chilometro appena dal forte, ne scorgevano e ne studiavano tutti i particolari. Distinguevano nell'imponenza geometrica dei suoi profili tutta la segreta disposizione delle sue parti, dei suoi collegamenti, vedevano nereggiare sulle piazzole superiori le batterie in barbetta, e seguivano il lavorìo della guarnigione che apprestava la fortezza alla battaglia come un equipaggio appresta la nave per il combattimento.

Ora non c'è più niente.

Niente, assolutamente niente. Non più muraglioni, non più spalti, non più cupole, non più batterie scoperte, non più strade. È scomparso anche il bosco. Tutto quel folto di abeti che avvolgeva il forte è svanito. Lo stesso sperone di montagna sul quale la fortificazione sorgeva si è trasfigurato, non è più quello, è irriconoscibile, tutto sconvolto, squarciato, imbrullito. Al posto del forte Hensel c'è come una immensa frana, una convulsione di terra e di pietre, una distesa di detriti e di macerie che scende dall'alto del costone fino al torrente. I nostri cannoni hanno fatto questo.

La devastazione dei nostri tiri è indescrivibile. Sarebbe incredibile anche, se non fosse registrata dalla fotografia. Le fasi della distruzione sono documentate dalla fedeltà impassibile del teleobbiettivo. Il cannone operava una lenta e profonda trasformazione del paesaggio. Cominciò a battere le opere basse, poi troncò le comunicazioni protette, poi battè le opere alte, infine disgregò, demolì, sgretolò, seppellì tutto quello che c'era rimasto. Questa volta gli austriaci non hanno fatto in tempo a ritirare le loro artiglierie. Il forte è diventato una immane tomba di cannoni.

Alcuni colpi troppo lunghi, andati al di là dello sperone e caduti nella valle, hanno aperto dei crateri che le piogge hanno riempito, e ai piedi dell'altura la fotografia vi mostra una fantastica costellazione di chiari laghetti rotondi. Le granate facevano un arco al di sopra di vette, un arco alto quasi due chilometri. Varcavano cinque o sei montagne, viaggiavano per un minuto e dieci secondi su creste e burroni, attraversavano la vallata del Fella e piombavano con una precisione meravigliosa sulla parte del forte che si voleva colpire.

Hensel, eretto per chiuderci ogni passaggio da ovest e da sud, messo a guardia di uno sbocco di valli, è stato cancellato dalla faccia del mondo. Abbiamo visto ieri i cannoni che lo hanno annientato.

Lontano dal fronte, lontano dai combattimenti, nelle retrovie della guerra, dove la vita del paese continua normale ed eguale, le mostruose artiglierie si annidano. Sono cannoni che il nemico non avrebbe mai immaginato di veder comparire dalla nostra parte sul campo di battaglia. Credeva di dominarci con i suoi 210 di Hensel, d'inchiodarci nelle nostre valli, alle quali intendeva aprirsi l'accesso.

Accovacciati sui loro larghi affusti massicci, che pesano loro soli decine di tonnellate, piantati solidamente su piattaforme che sembrano fondamenta di torri, i neri e giganteschi cannoni sporgono soltanto il profilo impetuoso e possente del loro lucido collo dall'ampio barricamento circolare di sacchi pieni di terra che li protegge. Quell'alta barriera grigia fa pensare al recinto creato intorno ad una belva.


Gli artiglieri lavorano in quel chiuso, isolati, intorno alla formidabile macchina di morte. Ruote silenziose muovono il pezzo, lo girano, lo sollevano, fanno aprire e richiudere l'enorme culatta, il cui otturatore a cerniera, dalle dentature lucenti, sembra lo sportello d'un forziere favoloso. Docile, il cannone dolcemente obbedisce a lievi giri di manovelle. Quella grande massa di tredicimila chili di acciaio si muove senza rumore con una maestà dominatrice, con una lentezza che sembra pensosa e ponderata. Si dispone al tiro, assume l'attitudine del combattimento, spostandosi adagio adagio, e nel suo moto solenne pare di scorgere una non so quale truce e subdola cautela.

Un carrello sospinto su rotaie porta il proiettile dal deposito blindato delle munizioni. La granata, alta come un fanciullo, è sollevata dall'argano, scivola nella culla di ottone del caricatoio, la culatta si chiude sul sacco della polvere che ha seguito il proiettile nella camera di scoppio, dalla quale per un istante si è intravvista la vorticosa e scintillante raggera delle rigature. Uno scatto di molla. Il colpo è pronto. Tutto questo avviene come un meccanico lavoro da opificio. I soldati rimangono in piedi sulle piattaforme di acciaio che l'affusto sporge. I serventi sono come inerpicati sul colosso.

Al colpo la gran mole del cannone passa veemente fra loro, spinta indietro dalla forza impetuosa del rinculo, e torna al posto ricondotta dalla elasticità dei freni. Una buffata violenta e ardente fa sventolare i lembi dei cappotti. La terra ha un sobbalzo. Nei greti è un rotolare di sassi e uno scorrere di sabbie. Le travature delle case hanno scricchiolato nel villaggio vicino come ad una scossa di terremoto; le porte squassate hanno risuonato cupamente e le finestre mal chiuse si sono spalancate alla sorda percossa della raffica breve.

Gli artiglieri, immobili, afferrati ai montanti, gli occhi riparati dall'ombra della mano aperta, ammiccano verso il cielo, attenti, interessati. Guardano il proiettile. Perchè la granata si vede, si può seguirla per qualche tempo nella sua corsa da meteora. È una lineetta nera, sfumata, che naviga nello spazio, impiccolisce, impallidisce, svanisce.

I viaggi delle palle da cannone più grandi sono diventati così lunghi, che dànno il tempo a delle strane segnalazioni. I nostri posti di osservazione annunciano il passaggio dei grossi proiettili nemici come i semafori avvertono i porti del passaggio delle navi. La granata di certe artiglierie pesanti manda un rumore che ricorda quello di un treno ferroviario lontano; pare un diretto che percorre la vôlta celeste. «Arriva un 305» — telefonano talvolta gli osservatori avanzati, quando percepiscono il caratteristico rombo. «305 in arrivo!» — grida il telefonista della batteria avvisata. «Al coperto!» — ordina il comandante. Gli artiglieri si sparpagliano nelle loro tane. Otto, dieci secondi dopo il proiettile arriva, scoppia, solleva eruzioni di pietre e di terra, annebbia tutto di fumo. Ma la parola umana, più rapida, lo ha preceduto. È meraviglioso.

Per questo le grosse artiglierie, se devastano e distruggono le difese meglio costrutte, non fanno molte vittime. Per ammazzare bisogna che sfondino una casamatta di rifugio o sorprendano truppe allo scoperto. Allora, l'uomo che si trova presso allo scoppio sparisce. Inutile ricercarne i resti. Non v'è più traccia di lui.

Così è scomparso un alpino in val Dogna, dove abbiamo visto le enormi buche scavate di fianco alla strada da alcune grosse granate austriache. Due alpini passavano di lì al momento di una esplosione. Di uno non si trovò più nulla. L'altro fu lanciato in aria incolume e sbalestrato fra i rami di un abete, trenta metri lontano. Annerito dal fumo, imbrattato di terriccio, stordito dal colpo, si attaccò istintivamente ad un ramo con quella forza attanagliante che hanno nelle mani gli alpini, scalatori di vette, e rimase così finchè lo salvarono.

In questo momento i bombardatori di Hensel hanno altri obbiettivi. Dopo un lungo silenzio riprendono la parola. I giganti si celano nell'ombra d'una valle. Quando le loro bocche sono in posizione di tiro, si tendono verso il cielo. Ricordano per la loro mole i telescopi degli osservatori astronomici. E tutti quei loro meccanismi perfetti che permettono di orientare il pezzo enorme fino all'esattezza del decimo di millimetro, i grossi cilindri dei freni che si allungano sul manicotto, i cannocchiali di traguardo, contribuiscono a dar loro un'aria da immani strumenti di precisione. Aumentando la distanza di tiro si è dovuta aumentarne la correttezza. L'errore di un millimetro alla bocca del cannone diventa l'errore di centocinquanta o duecento metri al bersaglio, quando la palla percorre otto miglia. Perciò il cannone ingigantendo ha acquistato delicatezze minuziose, movimenti da apparecchio geodetico.

Un'operazione di puntamento fa pensare ai calcoli nautici. Vi entra dell'astronomia. Bisogna ricercare il nord magnetico, tener conto delle deviazioni locali della bussola, per orientare il quadrante di puntamento al nord terrestre: questo preliminare è necessario per arrivare e stabilire il punto matematico nel quale il cannone è piazzato. Fissata la posizione del cannone si determina sulla carta la rotta dei proiettili. Le altitudini come le distanze entrano nel calcolo. E durante il tiro si tiene una specie di giornale di viaggio delle granate. Si registrano di ognuna le segnalazioni di arrivo, colpo per colpo, e gli errori di rotta indicati dagli osservatori a millesimi — millesimi d'angolo.


La zona che abbiamo visitato, quella parte delle Alpi Carniche che dalla ferrovia Pontebbana si avanza sulla vallata di Plezzo, è stata finora un gran campo d'azione di grosse artiglierie. Ora attivo e violento, ora lento e come stanco, il maestoso duello delle batterie pesanti e di medio calibro ha continuato per mesi. Il silenzio non è mai lungo. Ogni tanto le vallate rombano e echeggiano.

Imponemmo noi la lotta dei colossi. Il 12 giugno i nostri massimi pezzi erano già piazzati e aprivano il fuoco sul forte Hensel. Nello stesso giorno un deposito di munizioni dell'opera alta scoppiò.

L'incendio durò lungamente; il fumo giallo e denso delle polveri brucianti copriva a tratti la intera collina, lacerato dal bagliore delle esplosioni, le quali lanciavano in aria getti alti di macerie e di luce. Pareva che il forte si bombardasse da sè. Era uno spettacolo di una imponenza indicibile che gli osservatori descrivevano per telefono a frasi concitate, piene di ammirazione e di stupore. Il giorno dopo un altro deposito esplodeva nell'opera bassa.

Il 16 giugno la cortina che univa l'opera alta all'opera bassa era già franata; le piazzole della batteria in barbetta erano scomparse in uno sconvolgimento di massi. Allora avvenne una cosa che fa onore al nemico: il forte rispose. Rispose a caso, senza scopo, per non morire senza un simulacro di difesa. Ma dopo pochi colpi tacque per sempre.

Implacabili i nostri tiri si avvicinavano ai pezzi blindati. Il 23 giugno una cupola dell'opera bassa era sfondata. Essa appare ora spezzata come un guscio spesso e nero, aperta, inclinata. Il 2 luglio si rinnovarono scoppi di munizioni in altri depositi del forte. La demolizione progrediva a zone, regolare, sistematica, inesorabile. Il 28 luglio un'altra cupola era spezzata e, rovesciandosi, il suo cannone levava la gola verso il cielo come quelli di una nave che va a picco. Il forte sprofondava.

Gli austriaci adunarono in fretta batterie in quel settore. Le pendici settentrionali della valle di Malborghetto nascondono numerose posizioni di artiglieria pesante e di medio calibro. Vi sono dei 105, dei 110, dei 115, dei 210, e vi è anche un 305. Il nemico ha temuto forse uno sfondamento delle sue linee verso il nodo stradale di Tarvis.


Le nostre batterie sono così nascoste che avviene spesso di passarvi vicino senza vederle. La loro presenza è annunziata da bivacchi, fumiganti di cucine come immensi campi di tribù zingaresche, da affollamenti di artiglieri fra tende e baracche disseminate in selvaggi angoli di valli, da un movimento più attivo di carreggi e di salmerie nelle retrovie, da parchi di furgoni e di pesanti carrelli da trasporto, da file di muli e di cavalli alla corda nereggianti sotto a lunghe tettoie nel greto di qualche torrente. Sui veicoli, sui tetti, sulle tende tutto un intreccio mascheratore di fronde ha un'apparenza di addobbo rustico che rallegra come il preparativo di una strana e primitiva festività montanara. Quando si arriva a questi centri di attività, adornati spesso da bizzarri giardini, con viali e aiuole nelle quali delle pietre colorate, disposte ad arte, sostituiscono i fiori per formare disegni, e sigle, e emblemi, si cercano con lo sguardo, tutto intorno, i cannoni. Bisogna, per scovarli, che qualcuno li additi.

Allora vi accorgete che dal folto di un roveto sporge appena una gran gola di acciaio. Quello che avevate scambiato per un rigoglioso e inestricabile ciuffo di giovani abeti, è un obice. Un boschetto di arboscelli e di sterpi verdeggianti è un cannone grosso come una locomotiva. Pezzi, affusti, piazzole, casamatte, riservette, tutto è affondato nel terreno e nelle vegetazioni. Nella guerra moderna chi si nasconde meglio è il più forte.

Per battere bisogna scorgere. Artiglieria vista, artiglieria silenziata. La situazione di una zona può dipendere da un uomo e da un filo telefonico. Uno sguardo che si affacci e che scruti, un telefono che trasmetta, e la solidità di un fronte può essere compromessa.

La vera guerra, in certi settori, è fatta dagli esploratori, dalle vedette, dagli osservatori. Sono loro, quei pochi uomini annidati su vette, che in fondo veramente combattono. Combattono con armi formidabili, lontane chilometri e chilometri da loro, ma che essi dirigono. Per loro, per quello che vedono e dicono, delle forze cieche si muovono, dietro, nelle valli e sulle alture, e agiscono. L'osservatore che sorprende una preparazione nemica e la fa disperdere con una raffica di granate da batterie che nulla scorgono, e che conduce i tiri di un bombardamento niente altro che pronunziando delle cifre in un ricevitore telefonico, è il fantastico guerriero della nostra epoca.

È lui che assesta i colpi, che sbaraglia e distrugge, ed egli deve talvolta sentire l'orgoglio di poter scagliare, lui inerme, la precisa violenza della guerra sul punto che il suo giudizio e la sua volontà hanno definito.

Da qui il valore di certe cime, quasi irraggiungibili, dalle quali non potrebbe arrivare neppure un colpo di fucile. Insediare un cannocchiale vale alle volte assai più che insediare una batteria. Si sono avute delle azioni importanti per sloggiare un minuscolo posto di vedetta. Battaglioni e cannoni erano paralizzati momentaneamente dallo sguardo di un uomo. E dei bombardamenti, dei combattimenti, avevano, si può dire, un uomo per obbiettivo.

In Val Dogna, ai primi tempi della guerra, quando vi avevamo piazzato delle artiglierie, ora spostate, che bombardavano certe posizioni vicine a Malborghetto nella Val Fella, pareva di essere sicuri dalle osservazioni nemiche. Ma un giorno, improvvisamente, cominciarono a piovere granate intorno ai nostri pezzi. Fu una di quelle granate che mandò in aria l'alpino. Il tiro, accurato, doveva esser diretto da gente che vedeva. Ma dove poteva nascondersi? Cerca, cerca, da punta a punta, da cresta a cresta, finalmente si scoprì qualche cosa sopra una delle vette del Montasio.

Il Montasio che domina la valle da sud-est, una immane rupe che tocca quasi i duemila e ottocento metri d'altitudine, dalle forme ardite e strane, superbo e fosco, ha un versante austriaco e un versante italiano. Era stato giudicato inaccessibile. Ma una guida austriaca, pratica della regione, era riuscita a condurvi una scalata e stabilire sulla punta un posto d'osservazione. Le nostre batterie erano là sotto.

Non rimase a lungo lassù, l'osservatorio austriaco. Dove va un tirolese vanno cento alpini: dove va un alpino non va nemmeno il demonio. All'alba i nostri ascesero la montagna da tre lati. Vi impiegarono sette ore. Gli austriaci in vedetta non si difesero e non esitarono. Temendo di essere circondati, fuggirono. Quando i nostri arrivarono sulla vetta, in un rifugio improvvisato con sassi, trovarono un telefono, degli strumenti ottici, un giornale e nel giornale delle fette di salame. Gli uomini che dovevano essere due o tre, erano scomparsi e giù per una balza oscillava la corda a nodi che era servita alla loro discesa.

Da allora la vetta è occupata da noi, e l'artiglieria nemica, che non vide più niente, tirò per qualche tempo a caso, poi smise. Avere un osservatorio vuol dire talvolta comandare una valle. Noi dominiamo una gran parte della vallata del Fella in territorio nemico, abbiamo potuto distruggervi forti e ridotte, la teniamo quasi senza possederla, soltanto perchè possiamo guardarla. Per avere un'idea dell'azione delle moderne artiglierie, non bisogna dimenticare questi loro nuovi organi indispensabili: gli osservatorî.

Ogni batteria ha una sua rete telefonica, lunga decine e decine di chilometri. Sono i suoi nervi. Il cannone non potrebbe più vivere senza il telefono. Ha bisogno di stendere molto lontano i tentacoli segreti della sua sensibilità. Corrono sulle rocce, sugli alberi, sull'erba dei prati, ora distesi sopra isolatori, ora gettati frettolosamente sulla terra e sui roveti, i fili elettrici ai quali il rivestimento nero dà un'apparenza da miccia. S'incrociano, si scavalcano, s'intersecano in ogni direzione. Un dialogare perpetuo va per monti e per valli fra le batterie e le vedette.

Quando il bollettino ufficiale ci parla di intensi bombardamenti, noi non pensiamo agli uomini spintisi avanti, rannicchiati al riparo di minuscole barricate di sassi, intenti a giudicare, calcolare, scrutare, riferire, freddi, calmi, maneggiando delicati strumenti come in un gabinetto di fisica, mentre intorno a loro è un inferno di esplosioni. Il fuoco nemico li cerca.

Cerca loro prima di ogni altra cosa. Li cerca con urgenza, con furore. Delle batterie intere non fanno altro. La lotta delle artiglierie s'inizia sempre contro gli osservatorî. Durante il bombardamento del forte Hensel i nostri posti d'osservazione erano come in un terremoto. Non furono mai toccati, ma le rocce intorno sono tutte spezzate dai colpi, che pareva dovessero svellere i rifugi da un momento all'altro.


Sempre in Val Dogna, scacciato lo sguardo nemico dal Montasio, non ci sentivamo ancora interamente padroni nella casa nostra. Il nemico si affacciava ad un altro punto, ed ogni movimento importante era impossibile oltre Pleziche, alla metà della valle. Bastava che qualche soldato passasse fra le boscaglie nel fondo della gola, perchè uno scoppiare di granate chiudesse il passo. Gli austriaci erano sulla Forcella del Cianalòt. Questa volta non si trattava di un osservatorio soltanto.

Passato Pontebba, la valle del Fella, che la ferrovia percorre, dopo aver risalito gli ultimi lembi montuosi dell'Italia, da sud a nord, varcata la frontiera volge nettamente verso l'oriente. Parallela e vicina a questo tratto austriaco della vallata del Fella corre la nostra Val Dogna. Lo spartiacque fra le due valli segna il confine. È tutta una lunga cresta aspra, nuda, cinerea, che irrompe maestosamente dagli ultimi prati e gli ultimi boschi. Verso le vette salgono rari e rudi sentieri che, scavalcando dei passi, allacciano le due valli. La Forcella è uno di questi valichi. Tutta la cresta fu subito occupata dai nostri, ma la Forcella, più in là della frontiera, era stata solidamente fortificata dagli austriaci, da tempo prima della guerra, e la tenevano con una risoluzione che indicava l'importanza da essi annessa alla posizione.

La importanza derivava sopra tutto dal fatto che dalla Forcella di Cianalòt, per il vano lasciato da due vette rocciose, si osservava una parte della Val Dogna, paralizzandovi ogni azione. La Forcella è un'insenatura fra i Due Pizzi — due punte: il Pizzo Occidentale e il Pizzo Orientale — e il monte Pipar. Gli austriaci, oltre all'insellatura, occupavano il Pizzo Orientale. Noi avevamo l'Occidentale, avevamo il Pipar, alto, dirupato, vicino al Pizzo Orientale, e, vicino al Pizzo Occidentale, avevamo la così detta Tana degli Orsi, una montagna rocciosa, grigia, nella quale si aprono caverne tenebrose capaci di dar ricovero ad intere compagnie, e che le tradizioni della valle, eternate nel nome, indicano come gli ultimi rifugi del gigantesco orso nero delle Alpi la cui razza è scomparsa.

Vista dal fondo della valle, pieno di un selvaggio arruffìo di boschi, la Forcella del Cianalòt appare come un ripiano, una specie di parapetto oscuro fra i pilastri delle vette. È vicino; il fuoco di fucileria austriaco batteva il sentiero. Parlando di monti e di vallate si conferisce un'idea di grandiosità e di distanza, ma qui, questi pizzi e queste cime intorno al passo sono a portata di voce. I nostri soldati avrebbero potuto dall'alto scagliar dei sassi nelle posizioni nemiche. Ma le posizioni nemiche erano costituite da trinceramenti in cemento armato, inattaccabili, precedute dal solido tessuto dei reticolati.

Gli austriaci stavano tranquilli là dentro. Erano invulnerabili. Nè i fucili nè i cannoni da montagna e da campagna potevano far loro alcun danno. Non rispondevano nemmeno al fuoco dei nostri che li dominavano inutilmente. Chiusi nella loro corazza, erano come il riccio sotto al naso del mastino. Assalirli era impossibile senza aver prima demolito le loro difese con l'artiglieria pesante, e gli austriaci, i quali sapevano bene che la valle angusta e dirupata non aveva strade, si sentivano perfettamente al sicuro dai grossi pezzi. Diamine, i cannoni da assedio non volano.

Ma una mattina, alle sette precise, li sorprese un'esplosione terribile. Fu il 30 di luglio. Una di quelle formidabili granate che sembrano bolidi era scoppiata avanti alle trincee. Non ebbero il tempo di riaversi. Dopo alcuni colpi di sistemazione, il bombardamento si fece serrato, intenso, spaventoso. Il fragore delle detonazioni assunse una continuità sconvolgente, era una catena di folgori, e la Forcella del Cianalòt scomparve entro una eruzione terrorizzante di pietre, di vampe, di detriti, di terra, di schegge, e il fumo balzava su a colonne, a getti, a sprazzi altissimi, per fondersi in immani cumuli, gialli, densi e pigri.

La violenza delle esplosioni era tale, che delle scaglie di roccia grandinavano sulle nostre stesse posizioni. I soldati nostri dovevano tenersi al coperto dietro alle anfrattuosità del Pizzo Occidentale, per non essere colpiti dalle pietre che quel furore di fuoco proiettava tutto intorno. I reticolati sparivano. Paletti di acciaio divelti, ancora uniti da fili, roteavano in aria sibilando. Le trincee di cemento erano qua e là intaccate, sbocconcellate, sbrecciate, in qualche punto anche sfondate. Otto ore consecutive durò quel fiammeggiante uragano di acciaio.

Alle tre del pomeriggio il bombardamento cessò.

Dietro ai ripari i nostri soldati aspettavano quel momento, il fucile nel pugno, la baionetta inastata. Nel silenzio improvviso echeggiò l'urlo possente dell'assalto. Dalle vette le nostre truppe precipitarono giù follemente, a salti, a balzi. «Pareva — dicono gli ufficiali — una frana d'uomini». Una frana grigia, tumultuosa, vivente, ululante.

I più agili arrivarono prima. La discesa disseminò i reparti. Si vide allora, avanti a tutti, a duecento passi dai compagni più vicini, solo, un alpino atletico, che correva impetuosamente verso le trincee piene di austriaci, intimando la resa, a gran voce.

La intimava in tedesco. Era uno di quei pazienti, forti e parchi emigratori friulani che la miseria spingeva oltre le frontiere a vivere di duro lavoro, trattati come esseri inferiori, come bestie da fatica dall'insolenza germanica. Aveva sofferto ogni umiliazione, l'oscuro polentafresser, ma non l'aveva dimenticata. Era arrivato il suo momento. Aveva lui il comando ora: «Fuori tutti! Giù le armi! Arrendetevi!» Egli era la Vittoria.

E prima che gli altri assalitori sopraggiungessero, avanti a quell'uomo solo, decine e decine di austriaci sbucavano fuori, pallidi e inermi, con le mani levate. Da ogni uscita i prigionieri emergevano, a uno a uno, con delle facce attonite e convulse. Furono presi centoventi soldati prigionieri e sette ufficiali. Oltre cento cadaveri nemici insanguinavano i cunicoli delle trincee. Il bombardamento aveva inebetito gli austriaci. Alcuni dovevano essere sorretti. Erano tutti sbalorditi e inerti.

Mentre la lenta carovana dei vinti cominciava a scendere dalle alture, il nostro cannoneggiamento riprendeva, battendo più lontano della Forcella. Sbarrava il passo ai contrattacchi. Si combatteva anche più a ponente, ma si trattava di una nostra finta. Preparando l'assalto del Cianalòt, un'azione accennava a volere aprirsi il passo nella valle del Fella scendendo verso Lusnitz. Conquistato il nostro vero obbiettivo, verso il tramonto, si rifece la quiete.

Ma il giorno dopo il nemico volle tentare una rivincita, e con batterie di medio calibro, piazzate durante la notte nei pressi di Malborghetto, aprì il fuoco sulla Forcella. Lanciava granate mine e bombe di gas asfissiante. Continuò il primo agosto a bombardare, senza avvicinare truppe per l'assalto. Voleva forse soltanto impedire i lavori di rafforzamento. Poi si rassegnò e tacque.

Non completamente però. Tutti i giorni cannoneggiava un poco. Di tanto in tanto la Val Dogna è percossa dai rimbombi dei colpi austriaci. Si vedono delle granate scoppiare fra le rocce, sulle quali lasciano un segno di scheggiatura fresca, e il fumo viaggia, portato dal vento, sugli accampamenti aggrampati al rovescio delle balze. Qualche colpo mal diretto passa sulle creste e arriva nel fondo del vallone. L'ululato del proiettile allora si prolunga curiosamente, per gli echi forse, dopo il boato dello scoppio.

I nostri soldati, sistemata la posizione della Forcella, l'hanno anche ingegnosamente adornata. Come per una sfida, per ergere di fronte allo straniero un simbolo d'italianità, essi hanno costruito proprio sulle trincee un campaniletto veneto, che ha un vaso di shrapnell per campana. Manda un suono da campanaccio da armento, un suono di pace.

Più in basso, al coperto, dove comincia il bosco e si annida fra i macigni il primo posto di medicazione, i soldati hanno eretto un baldacchino alto: quattro tronchi per colonne, una cuspide di fronde, una croce sulla punta. Una grossa pietra rozzamente spianata biancheggia sotto al baldacchino, al quale si sale per una specie di grandiosa scalea di rocce. È l'altare. Alla domenica il cappellano vi dice la messa; in giro sui dirupi e fra gli alberi si accalca la soldatesca immobile, silenziosa e grave; il cannone romba lontano, e in alto, sulle trincee, lo shrapnell tintinna sul suo minuscolo campanile.


Gli austriaci non avevano preveduto la possibilità di portare delle artiglierie pesanti sulle balze della Val Dogna. Non immaginavano che la montagna potesse in poche settimane venir solcata, tagliata e ascesa da strade ruotabili di una fantastica arditezza. Vi erano solo dei sentieri da cacciatori e da contrabbandieri. Nei primi tempi della guerra ogni carovana, ogni salmeria che s'inerpicava sulla valle perdeva qualche mulo. Il terreno si sfaldava, lembi di sentiero franavano, e le più solide bestie da soma spesso scivolavano nei passi angusti e scoscesi, perdevano piede, si dibattevano per un istante annaspando convulse con gli zoccoli, ogni muscolo teso e fremente in un muto terrore, e precipitavano nel burrone, le zampe in aria, in mezzo ad una valanga di terriccio e di sassi. Ora l'automobile sale le stesse pendici.

La strada pare che assalti le balze; passa da una all'altra con quel serpeggiamento ascendente, serrato e folle che hanno certi razzi. Va su, va su, tagliata nel macigno; s'inerpica su delle vere pareti; sembra da lontano, in certi punti, un zig-zag tracciato sopra un muro gigantesco. Non ha parapetti ancora, è larga poco più della vettura, sovente le ruote lasciano cautamente il loro solco lieve ad un palmo dall'abisso. Sporgendosi si scorge il biancheggiare lucente e vivo dell'acqua che scorre precipitosa giù nel fondo, nell'ombra, fra macigni lavati e chiari intorno ai quali essa mette effervescenti collari di spuma. Le volute percorse pochi momenti prima salendo, sono sotto, a picco, già lontane nella profondità. Più avanti o più indietro la strada sembra sempre troppo angusta per potervi passare, e si ha l'impressione di doversi sentir slanciare da un momento all'altro nel vuoto. Ad ogni giro essa manca allo sguardo, sparisce, non è più che un taglio, una soglia oltre la quale non c'è più niente.

Strade mirabili, strade prodigiose aperte dalla guerra! Hanno nel loro tracciato stesso una violenza e un impeto, come un segno di volontà ferma, la volontà di passare, la decisione di non conoscere ostacoli. Sono comparse ovunque, come per incanto, ad ogni altitudine, attraverso regioni impenetrabili ancora chiuse al traffico umano come all'inizio dei tempi. Solide, incancellabili, queste arterie della nostra forza scavalcano ponti di pietra, si appoggiano a muraglie massicce, e sul sasso appena tagliato si vedono scolpiti simboli di armi, frasi lapidarie di ricordo, date, numeri di reggimenti, che narreranno al più lontano avvenire questa magnifica storia che noi viviamo, come quei cippi che ai margini delle strade romane le legioni creatrici piantavano.

Davanti a queste opere gigantesche che sorgono da una settimana all'altra, ci si ricorda stupiti che un male dell'Italia è la deficienza di strade, che delle belle province nostre si spopolano, che delle ubertose regioni nostre agonizzano, perchè isolate dal mondo. Cinquanta anni di pace non hanno dato alla Calabria, alla Basilicata, alla Sicilia, le strade che un mese di guerra apre nelle più impervie regioni del mondo. Ci accorgiamo ora di quello che la disciplina può fare di noi. Avevamo bisogno di un'unione e di un comando.

Le nuove strade ci permettono uno spostamento di grosse artiglierie, quale gli austriaci si erano da molti anni assicurato con una viabilità aggressiva che arretrava tutte le nostre frontiere. I cannoni più potenti, che parevano destinati a non muoversi dai forti, ora viaggiano per tutto, trainati da motori, in lunghi e lenti convogli di carrocci pesanti al passaggio dei quali il suolo freme. È come se le fortezze avessero sciolto le righe e manovrassero. Il duello delle artiglierie pesanti, qui come sull'altipiano di Asiago, ha preso una mobilità maestosa. Cessato su Malborghetto riprende altrove, su nuove posizioni, si sposta, gira.


Abbiamo fatto un rapido e largo giro per le valli del Dogna e del Raccolana, che si somigliano un poco, parallele e brevi, egualmente dirupate e truci alle testate, piene di una agreste poesia agl'imbocchi, dove s'ingentiliscono, verdi di prati, disseminate di piccoli villaggi alpestri che seguitano a vivere la loro antica vita eguale sotto al rombo delle artiglierie, e verso i quali alla sera ascendono in fila per sentieri erbosi robuste contadine, curve sotto alla gerla colma di fieno odoroso, rosse e sorridenti.

A Chiusaforte una folla di soldati si serrava intorno a qualche cosa, riempiva la strada, altri accorrevano su dai baraccamenti e dai parchi, delle grida, delle risa, un pigia pigia, un sollevarsi dei più lontani sulle punte dei piedi, un'agitazione di berretti grigi.

«Che c'è?» — chiedevano gli ultimi arrivati. «Dei prigionieri!» — «Cantano!» — «Quanti? quanti?» — «Da dove vengono?» — «E chi li capisce?».... Degli ufficiali sono sopraggiunti: «Indietro, via! Volete andarvene?» — hanno comandato. I soldati si sono dispersi come delle formiche fra le quali sia caduto un fiammifero acceso. E allora si sono visti nello spazio vuoto due strani tipi, stracciati, vestiti di una tunica irriconoscibile, una specie di camiciotto di tela sporca, con dei grossi stivali deformati, impolverati e rotti, la testa coperta da un largo berretto a piatto con la fascia rossastra.

Giovanissimi, imberbi quasi, magri, pallidi, macilenti, uno basso, uno alto, con delle grosse mani scarnite che si muovevano in gesti disordinati. La loro faccia esotica, dagli zigomi sporgenti e gli occhi asiatici, era tagliata dal largo sorriso di una felicità piena, il quale scopriva dei grandi denti bianchi. Erano russi fuggiti alla prigionia austriaca.

Costretti a fare trincee contro di noi, erano riusciti a separarsi dai loro compagni, e marciando di notte, nascondendosi al giorno, mangiando non si sa come, vivendo così per una settimana una vita da bestie cacciate, erano arrivati ai nostri avamposti.

Ogni tanto li prendeva un impeto di allegrezza, li sollevava un'onda di gioia; agitando i berretti urlavano: «Viva Italia! Viva, viva, viva!» — e i loro poveri grossi piedi stanchi accennavano pesantemente a passi di danza, una di quelle danze slave che si snodano intorno al fuoco dei bivacchi cosacchi, accompagnate da gridi acuti e da un battere ritmico di palme. Poi cantavano qualche strofa d'un loro canto sostenuto e melanconico come un salmo, che scandivano con movimenti di tutto il loro corpo magro e sofferente. Parevano ebbri. I nostri soldati, scostatisi, dopo aver riso al principio si erano fatti gravi.

Quando hanno visto gli ufficiali, i due russi si sono avanzati verso di loro, e chini, messo un ginocchio a terra hanno afferrato a forza le loro mani per baciarle, con quel gesto di profonda devozione del mugik che bacia l'icone.

L'ultima tappa li aveva avvicinati alla loro grande patria, così remota e pallida.

DOVE IL COMBATTIMENTO NON HA SOSTE.
IL PASSO DI MONTECROCE.

18 settembre.

Prima di salire sulle posizioni, l'ufficiale che ci conduceva ha preso la parola.

Con frasi chiare, pacate, brevi, come se parlasse delle cose più naturali e semplici della terra, ha narrato lo svolgimento dell'azione su quel settore del fronte, una storia magnifica di lotte incessanti, di assalti e contrassalti senza fine fra vette quasi inaccessibili, una storia di accanimenti e di furori. Stavamo per ascendere alla linea di trincee del Pal Grande, del Freikofel, del Pal Piccolo, nelle quali il combattimento non ha soste.

Quale indimenticabile lezione di tattica!

Eravamo in fondo alla valle di Montecroce in una di quelle mattine fresche e purissime che mettono nell'aria luminosa qualche cosa di inebbriante. Il Pizzo di Timau ci sovrastava con i suoi arditi castelli basaltici, che lanciavano l'impeto delle loro torri grige verso l'indefinito della distanza, nell'azzurro del cielo, a un chilometro e mezzo sulle nostre teste. Dalle loro basi, fino al fondo della valle, un digradare di macigni precipitati, vario e come pieno ancora del tumulto dei crolli. Dall'altra parte della valle, le spalle boscose del Monte di Tierz, la cui cresta terrosa e fulva conserva lembi di prato che l'autunno dissecca. Fra il declivio dirupato e nudo del Timau e la costa selvosa del Tierz, come fra due quinte, tutto uno sfondo di imponenti vette rocciose: il Pizzo Collina, il Monte Cogliàns, lo Zellonkofel più vicino, una maestà di masse scoscese e chiare, rigate qua e là da un candore di nevi. Mentre l'ufficiale parlava, le montagne si rimandavano l'una all'altra echi fragorosi e senza fine di cannonate.

La cima del Tierz si coronava di nubi bianche e nembi di terriccio, ed udivamo passare sul Timau un canto profondo e fuggitivo di granate in viaggio. Lunghi rimbombi di esplosioni scendevano per la valle, nella quale vedevamo sorgere e dileguarsi cirri di fumo.

Il cannone faceva un formidabile commento alle parole dell'ufficiale — uno degli eroi del Freikofel, promosso per merito di guerra e proposto per tre medaglie al valore — le illuminava di verità precisa, delineava l'immagine esatta dei fatti. Noi le vedevamo le nostre meravigliose truppe sotto a bombardamenti di giorni e di settimane, impavide, pronte all'attacco: l'artiglieria spiegava.

Un soffio di terrore pareva avesse spazzato la valle. Eravamo adunati presso ad una vecchia chiesuola solitaria, e vedevamo poco lontano le case del villaggio di Timau, vuote, chiuse, silenziose. Poco dopo il paesello di Muse incomincia la zona del fuoco e la vita normale agonizza. Più oltre, sulla strada polverosa non si scorge che qualche portatrice frettolosa, con una gran gerla sulle spalle curve; ancora qualche capraia sui prati, immobile presso al suo piccolo armento, e poi niente altro che soldati, e muli in lenta sequela, salmerie che salgono verso quella tempesta che romba. Erano le otto del mattino quando ci siamo incamminati anche noi, in lunga processione.

Il Pal Piccolo, il Freikofel, il Pal Grande, sono vette in fila di una stessa catena lungo la quale passa la frontiera, diretta da oriente ad occidente. Questa catena si allunga fra due valloni, per un gran tratto paralleli: quello dell'Anger al nord, in terra austriaca, e quello di Montecroce al sud, in terra italiana. Due allineamenti di montagne assai più alte formano gli altri opposti versanti dei due valloni. Insomma, per avere una visione chiara del terreno, necessaria alla visione chiara dei fatti, bisogna immaginare, uno di fronte all'altro — uno sulla nostra terra e uno sulla terra austriaca — due maestosi schieramenti di monti, due grandi spalti le cui creste ondulate e prative, che passano i duemila metri, si guardano da sette od otto chilometri di distanza, e fra loro, più in basso, la catena rocciosa del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande, la quale finisce per attaccarsi al Pizzo di Timau.

Queste alture famose, con i loro cocuzzoli nudi, frastagliati, precipitosi, messi in rango, sorretti e legati da balze tormentate e scoscese, formano una strana convulsione di pietra in mezzo ad un calmo e solenne anfiteatro di montagne verdi: le montagne di Tierz, di Cimon, di Crostis, dalla parte nostra; quelle di Köderhohe, di Lancheck, di Polenick (la sola che si culmini in una dirupata nudità pietrosa), dalla parte austriaca.

Avevamo già contemplato la truce regione del Freikofel dall'alto del Crostis, durante una delle ultime escursioni. Avevamo visto sotto a noi una confusione di giganteschi macigni, variegata di sterpi, e solo dopo una lunga osservazione ci era stato possibile individuare le cime, distinguerle l'una dall'altra, e sorprendervi a poco a poco la nascosta vita della guerra. Gl'incamminamenti coperti, le paurose scalinate scavate nel sasso entro l'ombra di canaloni, i rifugi arrampicati miracolosamente nei greti, i baraccamenti annidati ai piedi delle pareti rocciose, e qua e là le trincee, tutto minuscolo, strano, fatto di solchi, di celle, di tane, fra sparpagliamenti di tronchi trascinati lassù, simili a festuche di paglia, pareva dovuto ad un lavoro d'insetti infaticabili e industriosi. Il cannone taceva, e nel silenzio freddo delle vette risuonavano continuamente dei colpi di fucile, cupi, lunghi, con quel rumore caratteristico delle tavole gettate a terra, un rimbombo da legname scaricato.

La lotta si accanisce in questa aspra regione perchè c'è il Passo di Montecroce. La valle austriaca dell'Anger e quella italiana di Montecroce sono in comunicazione. La catena rocciosa del Freikofel ha un taglio profondo nel quale una buona strada si snoda. Per questa strada si può scendere dal Gail al Tagliamento. Padroni del Passo di Montecroce, gli austriaci potrebbero premere verso gli sbocchi che conducono, per le valli del But, del Degano e del Tagliamento, alle retrovie del nostro esercito operante sull'Isonzo. Non andrebbero lontani, ma farebbero sentire una pesante minaccia sul nostro fianco.

Per aprirsi la via di Montecroce non hanno risparmiato sforzi. Avevano preparato numerose strade militari, avevano creato nella zona del Passo un vero campo trincerato, e fin dall'inizio della guerra, concentrate truppe e artiglierie in quantità preponderanti, hanno tentato di forzare il varco. L'azione su questo settore ha avuto tre periodi distinti: offensiva austriaca e resistenza nostra; controffensiva italiana e conquista delle vette; equilibrio. Noi non vogliamo avanzare, siamo sulla frontiera naturale, non reclamiamo terre al di là, e non vogliamo disperdere energie in obbiettivi strategici di secondario valore.

Ma la lotta non si acquieta. Gli austriaci tornano e ritornano all'attacco, tentano e ritentano, costone per costone, vetta per vetta, cercano di smuovere la stupenda barriera di eroismo contro la quale ogni assalto si sfascia e si abbatte nel sangue. Alle volte lasciano trascorrere qualche settimana nell'inerzia, poi, impetuosamente, sferrano un colpo di sorpresa. Sperano di trovarci indeboliti, immaginano forse che, ingannati dalla quiete d'una falsa rinuncia, i difensori abbiano assottigliato le loro schiere.

La nostra difensiva non va intesa come una immobilità. La nostra azione svolge spesso una offensiva tattica, sospinge, assalta, sorprende, striscia, strappa al nemico ora una trincea, ora un ridotto, migliora le posizioni, si abbarbica, approfondisce le radici della resistenza. Le fanterie nemiche sono a quaranta o cinquanta metri l'una dall'altra. Gli avamposti sono a quindici metri. Quando gli austriaci bombardano, spesso debbono fare arretrare la loro fanteria nella seconda linea di trincee per non colpirla.


Il Passo, una spaccatura piena d'ombra, folta di abeti, sta fra due cime massicce e rocciose, due immani pilastri: quello a sinistra è lo Zellonkofel, quello a destra è il Pal Piccolo. A destra del Pal Piccolo, un'altra mole di sasso: il Freikofel. A destra del Freikofel, simile per l'aspetto ma più ampio, il Pal Grande. Ancora più in là, le guglie del Timau. Dopo il Timau, ma non più in rango, simile al capo di una schiera di vette, l'alto Pizzo Avostanis avanza al nord e chiude la valle dell'Anger.

Il possesso di questo Pizzo sollevò anni or sono una questione diplomatica che somiglia a quella della Cima Dodici. L'Austria lo reclamava, ma le sue ragioni erano troppo quelle del lupo. Il Pizzo restò nostro. La lunga premeditazione austriaca ora si rivela nella sua pienezza. Non era il povero possesso di una sterile sommità che si discuteva: era il dominio di un valico, il punto di appoggio di un'azione. Il Pizzo Avostanis è il sostegno del nostro fronte. Se non l'avessimo, forse la difesa non potrebbe esser lì.

La lotta cominciò al Passo. Subito, all'inizio della guerra, il nemico avanzò all'occupazione dello Zellonkofel a sinistra del Passo, e del Pal Piccolo a destra. Sul Pal Piccolo avevamo un plotone. Benchè risolute e tenaci, le nostre forze nella zona erano in quei giorni piccole. Il plotone si trovò di fronte una compagnia austriaca. Dovette ripiegare, ma alla notte stessa i nostri assaltarono il monte. Lo presero, lo tennero. Però, profittando di un cambio di guarnigione che aveva portato sul Pal Piccolo una truppa nuova alla località, gli austriaci attaccarono e rioccuparono la vetta. Vi rimasero poco. Gli stessi soldati che avevano già una volta conquistato il monte, salirono nuovamente all'assalto e lo riconquistarono. E vi sono ancora.

Ma gli austriaci avevano lo Zellonkofel, avevano il Freikofel, avevano una delle due punte del Pal Grande; le posizioni nostre e le loro s'incastravano, s'intersecavano, si allacciavano sopra una stessa linea. Aggrampati sullo scoglio, dove non si scavano trincee, dietro a frettolosi ripari di pietre ammonticchiate e di sacchi di terra faticosamente trascinati lassù, i nostri avevano il nemico di fronte e sui fianchi. Gli approcci erano scoperti, la fucileria grandinava sulle retrovie, mancavano sentieri, il rancio doveva esser portato da lontano con due ore di ascensione sotto al fuoco, e l'artiglieria tempestava. Gli attacchi del nemico erano continui e violenti.

Il Pal Piccolo fu assalito cinque volte consecutive in un solo giorno da un battaglione e mezzo di austriaci muniti di numerose mitragliatrici. Cinque volte il nemico venne ricacciato. Si preparava a salire ancora all'attacco, si sentiva troppo superiore di forze per rassegnarsi, quando nella giornata grigia la nebbia scese dalle vette e una pioggia dirotta cominciò a scrosciare sulle pietre. Allora i nostri si slanciarono fuori dalle posizioni, la baionetta bassa, urlando, e per quel giorno spezzarono definitivamente l'offensiva nemica. Era il 30 maggio.

Intanto il coro dei cannoni aumentava tutto intorno. Mentre le fanterie si battevano, spesso a corpo a corpo, sulla catena rocciosa che il Passo fende, da dietro le creste dell'ampio anfiteatro di monti le batterie preparavano gli assalti o si cercavano fra loro, folgorandosi al di sopra della mischia, e da vetta a vetta filava l'ululante parabola delle granate. I nostri medî calibri entrarono in azione il 28 maggio, e i loro primi rimbombi furono salutati da una lunga acclamazione, giù dalle trincee italiane. Il 3 giugno una batteria austriaca veniva smontata dalle nostre cannonate. Era il momento in cui si preparava la conquista del Freikofel.

Fu annunciata al paese il 9 giugno, quando potè dirsi definitiva. Perchè il Freikofel fu preso, perso, ripreso, riperso, ripreso. Quando si è visto il Freikofel si ha di questi assalti l'impressione fantastica di un volo. Immaginate una specie di alta cupola di basalto, irregolare, con dei fianchi quasi a picco, tutta scogliere, tutta nodi, spaccata da fenditure che ospitano grame sterpaglie, grigia, sinistra, strana come quelle rocce inverosimili della pittura cinese che portano sulla vetta i contorcimenti di un pino asiatico. Lo difendeva una compagnia, ossia tanti soldati quanti era possibile mettervene. Fu preso la prima volta da venticinque uomini.


In molte compagnie alpine si sono formati nuclei numerosi d'uomini votati alla morte; sono detti le «anime perse», sempre pronti ad ardimenti che hanno del sovrumano. Ricordano i keshitai giapponesi, gli assetati del pericolo, gli eroi dell'impossibile. L'attacco del Freikofel pareva una follia, ma bisognava studiarlo, bisognava tentarlo. Avanti le «anime perse»!

Sono tante le anime perse che si dovette fare una scelta. Occorrevano venticinque soldati, e ve n'erano cinquecento che si offrivano. Partì all'alba del 6 giugno la spedizione prodigiosa, condotta da un sergente pratico dei luoghi. Erano tutti alpigiani: guide, cacciatori di camosci, portatori, gente che si sente sicura sopra un abisso finchè trova lo spazio per incastrare la punta d'un piede e i polpastrelli di una mano.

Si vede da dove sono saliti, ma non si capisce come siano saliti. Portavano il fucile, con la baionetta già inastata, le giberne, il tascapane pieno di viveri, erano carichi di peso. S'inerpicavano con piedi fasciati di pezze, per far meglio presa sulla roccia, e certi tratti di parete liscia, dove non era possibile salire, li superavano fissando alle sporgenze superiori delle lunghe corde alle quali si arrampicavano. Gli austriaci, che vigilavano le due spalle più accessibili del monte, non udirono niente. L'ascesa, lenta e silenziosa, era durata un'ora e mezzo.

Toccata la vetta, fra le asperità cineree dei dirupi gli assalitori concertarono rapidamente il loro piano. «Battaglione, alla baionetta!» — urlò il sergente. «Compagnia, alla baionetta!» — urlò un caporale. E tutti e venticinque, gridando per mille, si buttarono avanti, saltando da masso a masso: Savoia! Dalle posizioni vicine si udì il clamore. Poi le voci si spensero. Dopo qualche minuto il silenzio tornò profondo sul Freikofel. Che era avvenuto? Tutti gli sguardi scrutavano ansiosamente la vetta. Improvvisamente un'acclamazione immensa echeggiò dal Pal Piccolo all'Avostanis. Sulla cima del Freikofel sventolava la bandiera italiana.

Gli austriaci non si erano difesi. Sorpresi, erano fuggiti in terrore. Erano già depressi per un intenso bombardamento di medî calibri durato tutta la notte. Cinquantaquattro di loro si arresero subito. Molti altri, sparpagliatisi intorno nelle anfrattuosità delle rocce, venivano fuori alle reiterate intimazioni di resa, le mani levate. Il nemico non tentò subito di riprendere la vetta di assalto: la bombardò. Tutte le batterie austriache, grandi, piccole, di medio calibro, vi concentrarono un fuoco infernale, prima che i nostri potessero compiere il più piccolo lavoro di fortificazione. La sommità dovette essere sgombrata, ma tenevamo l'accesso. Aggrampate Dio sa come, le nostre truppe erano là, pronte, al riparo, entro i greti e nei canaloni.


Dei venticinque assalitori uno solo era caduto. Fu visto all'inseguimento, avanti a tutti, scendere a salti di camoscio e piombare colpito da una fucilata a bruciapelo, tirata da qualche nascondiglio. Non era stato nominato per quell'impresa. Aveva protestato perchè non l'avevano incluso nella lista. «Sior capitano, mi go più dirito dei altri!» — aveva detto alla sera, tutto commosso come sotto ad un'ingiuria. — «Me speta!».

Era un soldato straordinario. Quando vedeva il suo capitano partire solo in ricognizione, borbottava: «Eco sto mato che busca de farse copar!» — E gli dava dei consigli: «No se fida de mi? Perchè no me manda mi a guardar, che se lo copan a el, che femo nualtri?» — Il capitano fingeva di non udire, e allora il bravo alpino pigliava il fucile, si affibbiava le giberne, e dopo aver mormorato un affettuoso e irriverente «andemoghe drio, el xè mato da legar!», lo seguiva per tutto, passo passo, come un cane, devotamente, pronto a fargli scudo del suo corpo ad ogni frusciare di fronde. L'ufficiale lo ha pianto.

Per tre giorni sul Freikofel è stata una alternativa di bombardamenti e di mischie alla baionetta. Quando il nemico credeva di aver spazzato la vetta a colpi di cannone, avanzava la sua fanteria. Improvvisamente era fra le pietre un brulichìo di grigio, un lungo urlo possente, i nostri balzavano su, rioccupavano la cima, facevano dei prigionieri, rigettavano l'assalto. Il bombardamento ricominciava. Si resisteva un'ora, due, tre, poi bisognava cedere, ritirarsi. Dal giorno 7 al giorno 9, il nemico lasciò duecento cadaveri sul Freikofel, quattrocento feriti, duecentoventi prigionieri. Ma il 9 la nostra occupazione della sommità era consolidata. Il cannone non ci scacciava più.

Gli attacchi austriaci sono però continuati. Con la nebbia, con la pioggia, di notte, all'alba, alla sera, il tentativo di riprenderci il Freikofel è stato rinnovato con un'accanita costanza. Specialmente con la nebbia. Quando le nubi scendono e le montagne vi si immergono a poco a poco, quando tutto sparisce in un grigio tenebrore, si può esser quasi sicuri che nello spessore opaco e freddo dei vapori i nemici rampano.

La loro tattica consiste nell'avvicinarsi a gruppi di cinquanta o sessanta, cautamente, carponi, e, arrivati a pochi passi dalla trincea italiana, aprire un fuoco intenso e breve di fucileria. Non osano slanciarsi all'assalto subito; vogliono prima saggiare la difesa. Il fuoco di risposta rivela le condizioni dei difensori. Ne dice il numero, ne dice il morale. Se la trincea si sveglia con una fucileria furibonda, lunga, disordinata, l'attacco può proseguire. Vuol dire che la gente trincerata è poca e vuol parere molta, o è molta ma sorpresa e agitata. Se invece soltanto una diecina di colpi risponde, e poi si rifà il silenzio, la cosa è grave: c'è nella trincea un'aspettativa calma e sicura. In questo caso, che è il più sovente, l'attacco è sospeso. Allora, dopo la scarica, i nostri non sentono più nulla. Il nemico si ritira quatto quatto nelle sue tane.

Tali spedizioni austriache non sono mai condotte da ufficiali; dei sergenti le guidano. Gli ufficiali rimangono dietro, nelle trincee.

Si sono avuti, per lunghi periodi, tutte le notti di questi tentativi di attacco. Talvolta l'offensiva austriaca ha un ben maggiore sviluppo, si sferra in forze compatte dopo violenti bombardamenti, si estende contemporaneamente a tutte le posizioni del Passo di Montecroce, assale il Freikofel, assale il Pal Piccolo, assale il Pal Grande, assale l'Avostanis.

Non si contano più queste battaglie furibonde, nelle quali si calcola siano caduti più di seimila austriaci. Il nemico si dibatte sulla linea incrollabile delle nostre posizioni, non vuol persuadersi che non si passa. Il 14 giugno, bombardamento e attacco dell'Avostanis. Il giorno dopo, attacco generale. Il 20 giugno, alla notte, attacco del Freikofel. Il 22, attacco generale. Dopo ogni insuccesso parziale, gli austriaci allargano il combattimento, come chi non potendo scuotere una porta sferri pugni su tutti i muri intorno. Il 23, attacco dal Pal Piccolo al Pal Grande. Così il 24, nella notte. La notte del 25, attacco del Freikofel. Le rocce si coprivano di cadaveri. Intanto noi, sistematicamente, continuavamo a completare il nostro fronte con nuove conquiste.

Il 22 giugno, proprio durante gli assalti austriaci, occupavamo la cresta fra il Pizzo Collina e lo Zellonkofel, il monte che, simmetrico al Pal Piccolo, sta a ponente del Passo di Montecroce. Zellonkofel e Pal Piccolo sono come due gigantesche sentinelle, una da una parte e una dall'altra del Passo. Il 25, la cima stessa dello Zellonkofel fu presa da noi. La soglia di Montecroce era definitivamente chiusa al nemico.


Gli austriaci tentarono il giorno dopo di sloggiarci. Respinti, impiegarono il giorno 27 a spostare artiglierie; il 28 bombardarono lo Zellonkofel con tutti i calibri, poi lo assalirono ancora. Respinti, si volsero di nuovo, all'altro pilastro del Passo, al Pal Piccolo. Nella notte del 30, alla luce dei proiettori e dei razzi illuminanti l'ondata dell'assalto si abbattè sulle nostre trincee, con granate a mano e bombe asfissianti. L'onda s'infranse e ricadde.

Noi ci eravamo anche impadroniti del Passo di Volaia e del Passo di Valentina, che si trovano a ponente del Montecroce. Il nostro allineamento si estendeva e si piantava solidamente sulle posizioni più forti. Il 1.º luglio facevamo ancora un piccolo passo avanti dalla cima del Pal Grande; scendendo sul declivio scacciammo il nemico dalla trincea avanzata. Gli austriaci fecero sforzi disperati per riprenderla. Tentarono l'assalto nella notte stessa; poi alla mattina seguente; poi, con più truppe, il giorno 3, dopo un serrato cannoneggiamento; poi il giorno 5. Abbandonarono 250 morti sul terreno. Respinti sempre, volsero l'attacco al vicino Pizzo Avostanis. Furono lasciati avvicinare a brevissima distanza dalle trincee, contrattaccati, rovesciati nella valle. Il giorno appresso, assalivano ancora il Pal Grande.

Vi è qualche cosa di cieco e di feroce in questa tattica da ariete, una forsennata negazione dell'evidenza. E l'evidenza è che la fanteria austriaca, dai celebri Kaiserjägern ai bosniaci, non può reggere in combattimento aperto contro la nostra truppa, quando l'uomo è contro l'uomo. La forza degli austriaci è nell'ausilio ampio, bene organizzato, sapiente, di tutta la meccanica offensiva, di tutti gli atroci sostituti scientifici del valore umano: è nell'uso studiato e largo di tutti quei moderni mezzi di lotta che permettono di colpire senza esporsi, che affidano la maggior parte del combattimento al cieco automatismo degli esplosivi; è nell'abilità del nascondiglio, nel soccorso delle difese inanimate. Sono artiglierie numerose, varie, ben celate, pronte a scomparire; sono bombe asfissianti; sono granate che delle macchine lanciano, perchè ci si espone troppo a lanciarle a mano; sono mine, reticolati, scudi di acciaio; sono trinceramenti blindati con feritoie a sportello nei quali la fanteria è invulnerabile. Ma il momento arriva in cui bisogna che avanzino allo scoperto se vogliono tentare una conquista.

Possono bombardare quanto vogliono, aumentare in proporzioni esorbitanti la loro avanguardia di esplodenti, l'ora suona in cui i rifugi debbono essere lasciati per farsi avanti. È l'ora che i nostri aspettano silenziosamente. È l'ora del cuore. Non sempre ci si difende col fuoco dall'assalto che inerpica. Le baionette si inastano, poi con un grido selvaggio i nostri balzano sulle trincee e si gettano giù, a valanga. Il nemico precipita indietro, lascia i suoi morti, i suoi feriti, i suoi fucili, e da dietro i macigni spuntano mani levate di gente che si rende. E questo non una volta, non due; quando leggete nella nobile sobrietà della prosa di Cadorna che avvenne «il consueto attacco» al Freikofel, al Pal Grande, al Pal Piccolo, dovete immaginarvi queste scene sugli orridi costoni di Montecroce, grandiose e tenibili come la penna non potrà mai dire, tumultuanti nel pallore di un'alba, o in una notte di tempesta illuminata dalla luce fantastica di bengala librati nell'aria dai razzi.

Poi si combatte per i morti.

I nostri alpini, specialmente, hanno per il cadavere una reverenza eroica, un culto antico e solenne che fa della sepoltura un dovere sacro. Compiono follìe di valore per raccogliere piamente i loro caduti. Dicono che il morto vuole riposo, e reclamano dai superiori il diritto di uscire dalle trincee. Si concertano, partono in cinque, in sei, armati, di notte. Spesso sono scorti o sono uditi dal nemico, la fucileria si desta, le bombe esplodono divampando fragorosamente, i proiettori si accendono e frugano la roccia. Qualche volta la scaramuccia si allarga, e non sono più cinque o sei che avanzano, sono cinquanta, sono cento, lanciati fuori da un'indignazione generosa, e la spedizione arriva sulla trincea nemica tornandone carica di trofei.

Sul Pal Grande, un giorno, uno dei nostri morti era rimasto a tre passi dai parapetti austriaci. Era un graduato che tutti adoravano. L'ufficiale in comando offrì una somma di denaro ai volontari che fossero andati a prenderlo. Gli alpini, gravi, studiarono a lungo dalle feritoie, poi scossero la testa e tacquero. L'ufficiale, un valoroso, un dio per i suoi uomini, lasciò la trincea con un gesto di sdegno. Bastò più della somma.

Era appena giunto al rifugio, quando l'ufficiale udì un tumulto di fucilate e di gridi. Si disponeva, perplesso e sorpreso, a tornare indietro, ma il tumulto diminuiva, cessava. E verso di lui, per i camminamenti coperti, scendeva un affollamento solenne di soldati. Era il funerale magnifico di un eroe. I primi portavano il cadavere, e dietro a loro ondeggiavano sulle spalle fasci di fucili e grigi scudi di acciaio, armi prese al nemico. Per riprendere il morto, la trincea austriaca era stata attaccata, conquistata, spogliata.

Perchè gli austriaci tirano sui raccoglitori di feriti e di cadaveri? Nulla può indurli al rispetto della croce rossa. Uno dei nostri cappellani, dopo un combattimento, uscì dalle trincee del Freikofel in paramenti sacri, le braccia levate, per chiedere al nemico di lasciar prendere i morti. Fu preso a fucilate anche lui. Fremendo di sdegno i nostri hanno visto più volte gli austriaci massacrare a colpi di fucile e di granata i loro stessi feriti, che strisciavano penosamente gemendo verso le loro trincee. Non è forse ferocia; probabilmente è allarme. Sono in uno stato di agitazione evidente, di ansia, di sospetto, di timore. Non discernono, non capiscono, sono turbati, vedono in ogni cosa un tranello, nel prete immaginano un lanciatore di bombe travestito, nel rampare d'un ferito scorgono l'avvicinarsi subdolo di un assalitore, l'angoscia di una aspettativa mortale non lascia posto per altri sentimenti, tirano su tutto quello che si muove, sulle ombre, sulle apparenze, e tirano anche sui morti, perchè non li ricordano più, o perchè li credono finti morti e fissandoli par loro che si spostino, lentamente, insensibilmente, nell'ombra.

Nessun attacco di queste truppe, anche contro forze che per un periodo furono numericamente inferiori, è mai riuscito. Non li abbiamo ricordati tutti questi attacchi, ostinati, sanguinosi e inutili. L'8 luglio tentavano ancora la conquista dello Zellonkofel. Il 10 si volgevano al Pal Grande, di notte. All'alba contrattaccavamo noi e prendevamo un'altra trincea. Il giorno dopo avanzammo ancora un poco verso l'Anger. Il 14 luglio, nuovo assalto generale austriaco di tutte le posizioni. Era un giorno tenebroso, nebbioso, freddo, e per due volte l'offensiva nemica salì sullo Zellonkofel, sul Pal Piccolo, sul Freikofel, sul Pal Grande, sull'Avostanis, a infrangersi sulle nostre baionette. Poi il 27 luglio, il 30 luglio, il 7 agosto, il 14 agosto, giorni di battaglia. Di ogni attacco nemico noi abbiamo profittato; la controffensiva ci ha permesso sempre di migliorare la linea di resistenza; prendevamo una balza, una gola, un costone. E la lotta prosegue, ora furibonda ed ora stanca, ad una distanza da sassate, con lanci di bombe e d'ingiurie.

Questo è il fronte verso il quale salivamo lentamente dalla valle di Montecroce.


Salivamo verso le posizioni dalla valle di Montecroce, sul cui fondo venivano a cadere dei colpi destinati alle retrovie, i quali aprivano sui prati, dall'altra parte del torrente, lacerazioni oscure.

Ogni quattordicesimo giorno del mese è, per ragioni misteriose, un giorno di furore austriaco in quel settore. Assistevamo alla quarta celebrazione di questa data. Il tempo limpidissimo favoriva l'azione delle artiglierie. Dalle tre del mattino il bombardamento continuava, senza la caratteristica tremenda intensità di una preparazione di assalto, ma vasto, su tutti i punti, contro le trincee e contro gli approcci, sulle vette e nelle gole.

Le grosse granate passavano in alto, alle volte due, tre di seguito, e dalla calma, azzurra, profonda serenità del cielo scendeva quel loro ronfiare cupo, lamentoso, soprannaturale, che per delle interferenze bizzarre del suono ha come dei rallentamenti e delle pause, che pare sosti e riprenda, con qualche cosa di faticoso, di affannato, di pesante.

Veniva fatto di guardare in su, curiosamente, e di cercarle nella luce le canore masse di acciaio. Dal suono si distinguevano i calibri. Striduli, striscianti, con un rumore di lacerazione, delle granate e degli shrapnells di artiglierie da campagna e da montagna, tirati troppo in alto, sorpassavano le posizioni e scendevano lungo la china tracciando invisibili archi di sonorità e di ronzii. Il fragore echeggiante delle esplosioni saliva dalla vallata come una impetuosa marea di tuoni. Il fumo sorgeva filaccioso e diafano sulle cime degli abeti.

Dal colore delle nubi di fumo i soldati classificano i proiettili. C'è la bianca, la bianchina, la rossa, la grigia. Tutto prende un soprannome al campo. Le varie batterie nostre sono conosciute con nomignoli che rimarranno. Una batteria da montagna, inerpicata ad un'inverosimile altezza, è la «pettegola». È sempre la prima ad iniziare la discussione e vuole sempre l'ultima parola.

Incomincia con otto, dodici colpi di fila; allora, siccome i suoi tiri arrivano bene, tutti i cannoni austriaci si mettono ad abbaiare contro di lei; l'altura sulla quale la batteria è piazzata, è tempestata da un imperversare di granate. L'inferno dura un'ora, due ore: la pettegola tace. Il nemico la crede colpita, distrutta, sepolta, e sospende il fuoco. Immediatamente si odono due colpi; è lei che dice: Sono qua! Nuovo furore austriaco, ripresa del bombardamento a oltranza. Poi silenzio. Questa volta è finita. No, due colpi, due soli: Sono ancora qua! E per giorni intieri continua l'alterco dei cannoni, il quale finisce invariabilmente, alla sera, con quei due colpi insolenti, esasperanti, che l'artiglieria nemica si rassegna a lasciare senza risposta.

Da un'altra parte c'è la «mitragliatrice». È una batteria da campagna che si indigna quando la tormentano troppo. Per un po' sopporta, poi perde la pazienza e sgrana giù, per un paio di minuti, un fuoco a tiro rapido filato come i punti di una macchina da cucire. Ma bisogna sentirne a parlare i soldati, di questi cannoni amici.

C'è un affetto, una passione, una riconoscenza, verso quelle batterie protettrici, che non si possono ridire. La loro voce è riconosciuta e sveglia sempre esclamazioni di saluto nelle trincee. Non le hanno mai viste, non sanno nemmeno con precisione dove stiano, ma i soldati le adorano, e non ce n'è uno che all'occorrenza non si farebbe ammazzare per salvarne un pezzo. I tiri sono seguiti con un interesse espansivo. Un bel colpo, che vada al segno, è commentato con espressioni di gioia. I grossi alpini si battono allora fanciullescamente le coscie con le palme, contenti, esclamando: — Bene! Bene! Bravi! — E ridono.

Ma ieri le nostre batterie disdegnavano il fuoco nemico. Rispondevano appena, di tanto in tanto. Qualche grossa granata passava dal sud al nord. «Ciao, cara!» — dicevano i conducenti alzando la testa: «Buon lavoro!»

C'inerpicavamo verso il Pal Grande su di una scoscesa spalla del monte coperta da un folto bosco di abeti, girando e rigirando per le volute del sentiero, ai piedi di immani pareti rocciose dai cui bordi lontani sporgevano le tese braccia degli alberi, in oscuro intreccio. Poi la dirupata, angusta, ombrosa cavità di un canalone ci ha presi; il sentiero sempre più aspro è divenuto quasi una scala, una fantastica scala a brevi zig-zag, fiancheggiata da abeti, serrata dagli speroni di maestose muraglie basaltiche.

Un rombo lontano e sonoro, che si sarebbe preso in quel momento per il rumore di un proiettile se non fosse stato persistente ed eguale, ci ha fatto guardare nei lembi di cielo che s'incorniciavano luminosi e profondi entro un frastagliamento nero di rami. Un aeroplano austriaco passava.

Era chiaro, diafano come una cosa veduta attraverso l'acqua, pareva lento, pareva incerto, volava verso il sud, librato sulle sue ali immobili, poi ha virato verso l'est. La montagna, che sembrava deserta, ha risuonato tutta di colpi di fucile. Si tirava da ogni parte sul sinistro uccello pallido e grande che spiava. Le rocce prolungavano stranamente il rumore dei colpi; l'eco faceva di ogni fucilata uno scroscio. Scendeva su di noi come una portentosa cateratta di strepiti violenti. L'aeroplano è scomparso, la fucileria ha taciuto. Qualche grosso proiettile, passando più basso, faceva udire il rauco soffio vorticoso della spoletta.

Il sentiero aveva i segni caratteristici delle zone battute lasciati dal cannoneggiamento di mesi, schegge di roccia staccate dai colpi e precipitate sul passaggio, frammenti di granate, pallottole di shrapnells, buche scavate dagli scoppi. Qualche barella scendeva lentamente e le cedevamo il passo, salutando il ferito che ci guardava con lo sguardo lontano e assorto di chi ha appena lasciato il combattimento e lo rivive.

Il frastuono delle esplosioni, di tanto in tanto, si faceva vicino ma senza direzione, ingigantito dalle sonorità degli echi. Poi, improvvisamente, uno schianto di folgore, un contraccolpo di vento, un roteare lento in aria di tronchi d'albero sradicati dal ciglione d'una roccia e lanciati in alto, un frullare di pietre tutto intorno a noi, di schegge, di frammenti, con un picchiettare violento di sassaiuola sulle piante e sul sentiero, e un fumo giallo, pesante, acre, si è sparso a piccoli turbini e ci ha velati.

Bianca, gigantesca, precipitosa, una vetta ci appariva vicina, alla fine del canalone, una rocca luminosa nello sfolgorìo del sole: il Pal Grande.


Pochi minuti dopo, inerpicati sulle basi delle sue pareti, contemplavamo la bellezza orrenda di questo grandioso e selvaggio campo di battaglia. La via dalla quale eravamo saliti non era più che una specie di spaccatura in basso, piena di ombra e di un arruffìo di boscaglia, al quale ogni tanto s'invischiava la nube sinistra di una granata. Il Pizzo di Timau vicinissimo, a levante, tutto in ombra, azzurrastro, piombava le sue vertiginose pareti a picco quasi nei ghiaioni del Pal Grande. A ponente la cupola scabrosa e tormentata del Freikofel, lontana meno di un tiro di fucile. Più in là, le rocce cineree del Pal Piccolo che sostengono un pianoro con vestigia di verde. La spaccatura del Passo di Monte Croce appare così angusta che lo Zellonkofel al di là del Passo, si direbbe unisca la base delle sue due cuspidi a quella del Pal Piccolo.

Tutte queste vette, tutte queste rocce, nude, calcinate come ossami di un mondo morto, tuonavano alle cannonate; ruggevano in echi prodigiosi, avevano boati da valanga, frastuoni di crollo, facevano scendere dalle più inaccessibili solitudini tumulti immani di battaglia; pareva che ogni balza, ogni crosta, ogni dirupo sferrasse i suoi colpi, che le montagne stesse si fulminassero confondendo in una continua tempesta lo scrosciare esorbitante delle loro folgorazioni. E finivamo per sentire confusamente una non so quale personalità favolosa in quelle montagne combattenti, piene di un maestoso e immobile furore. Non è possibile dare un'immagine del coro possente e favoloso delle vette intorno alla lotta dei piccoli uomini invisibili, celati come insetti nei greti, ridire quello che la montagna aggiunge alla guerra di pauroso, di grande, di soprannaturale.

Eravamo da poco lì, quando da una piccola baracca, incastrata sopra un gradino della roccia, è sceso un grido di evviva. «L'aeroplano è caduto! — ha annunziato un ufficiale affacciandosi. — È caduto nella valle dell'Anger! Abbiamo ricevuto adesso la telefonata!» La voce è passata. Dei soldati, sull'alto della balza, si sporgevano dal ciglione per sapere forse che cosa fosse successo, e salutavano festosamente. Dietro a loro, più in alto, il cannoneggiamento batteva sempre. Si udiva il miagolìo breve e rabbioso delle pallette di shrapnell. Una scheggia di bomba è scesa frullando sul ridosso, ed ogni tanto un ronzìo di pallottole austriache sperdute, rimbalzate sulle pietre, passava intorno a noi, lontano, in direzioni imprecisabili, chi sa dove.

Gli austriaci non hanno attaccato, non si sono mossi dalle loro trincee. Bombardavano, e facevano un gran fuoco di mitragliatrice e di fucile. Ma le nostre truppe accolgono con una indifferenza sublime queste manifestazioni. Preparano le loro granate a mano e aspettano. Perchè è con il lancio delle granate che iniziano i loro attacchi e contrattacchi. C'è sul Pal Grande un famoso lanciatore di granate. Ne mette cinque o sei nel tascapane, e parte dalla trincea, un mezzo sigaro toscano acceso fra i denti. Egli preferisce le bombe lenticolari a quelle sferiche per il suo sistema. Arriva bocconi presso la trincea nemica, mette le bombe in fila davanti a sè, poi col toscano accende le micce e getta i proiettili con la rapidità e la esattezza del giocoliere che lancia i cappelli. E lanciando conta: Uno, due, tre, quattro, cinque.... Le esplosioni si seguono serrate e la trincea si vuota fra grida di terrore. Una volta preparò così un assalto, da solo.

Il fuoco dell'artiglieria non scuoteva le truppe di montagna nemmeno all'inizio, quando non avevano ancora ripari sufficienti. Capitava qualche volta che una granata prendesse in pieno la trincea e ne demolisse un pezzo. Nessuno si muoveva. I soldati scansavano i morti e i feriti e ricostruivano. Sul Freikofel una volta una granata austriaca buttò giù un riparo e lanciò un caporale sulla tenda del comandante, una ventina di metri più indietro. Ai fianchi del caporale erano due soldati, rimasti miracolosamente illesi. Dissipato il fumo si videro i due soldati già intenti ad ammassare i sassi crollati per rifare il riparo. Non si erano neppure voltati per vedere dove fosse andato a finire il caporale.

Vorrei potere essere autorizzato a dire i nomi di alcuni di questi eroi della calma. Vi sono episodi meravigliosi. Sul Freikofel un soldato era in vedetta in una trincea che, per un caso forse, l'artiglieria nemica si mise a colpire incessantemente. Arrivavano raffiche di quattro, di otto, di dodici proiettili. La trincea era demolita. Il soldato era rimasto interrato tre volte. Per tre volte si era dissepolto. Dalla trincea principale il suo capitano avanzò per comandargli di ritirarsi: «Vieni via! L'hanno con te! Vieni via!» — «Signor no!» — rispose risoluto il soldato. E tutto annerito dal fumo, sporco di terra, balzò su dal buco, e lì fuori, allo scoperto, feroce e fermo, spianò il fucile e cominciò a sparare, a sparare, con una rabbia fredda, come per sfida.

Un altro soldato diceva che non poteva stare in trincea. Spesso chiedeva il permesso di lasciarla. Prendeva il fucile e andava quatto quatto in piena zona nemica. Studiava i punti di passaggio, rimaneva per giorni interi immobile in appostamento. Era il cacciatore di uomini. Tornando annunziava i risultati della posta: «Ghe n'ho tabacai tre!» Per lui colpire era «tabacar». Un giorno rientrò pallido e muto nelle posizioni. «Cos'hai? Sei ferito? — gli chiesero. — Vuoi che ti portiamo?» No, volle scendere da solo al posto di medicazione. Incontrò il capitano. «Sior capitano — gli disse — i me gà tabacà anca mi!» Era stato passato da parte a parte da una palla.

Ci siamo diretti al Freikofel, contornando il rovescio del Pal Grande. Dei colpi di fucile isolati risuonavano qua e là. Non vi sono punti completamente coperti; le anfrattuosità delle rocce permettono a qualche tiratore isolato di andarsi a rannicchiare sui fianchi delle alture. Episodi di combattimento hanno disseminato il loro ricordo da ogni angolo, fuori della battaglia. L'ufficiale che ci guidava ci ha indicato sul viottolo un punto dove, passando alcune sere or sono, si sentì chiamare: «Capitano, in nome di Dio, fermatevi, non andate avanti, vi ammazzano!» Era un soldato ferito, caduto a terra. L'ufficiale lo raccolse, lo caricò sulle spalle, e passò.

Per un'ora ci siamo arrampicati sulla spalla del Freikofel in una specie di fenditura dove il lavoro dei soldati ha saputo creare un fantastico sentiero, che la battaglia ha disseminato di frammenti di bombe, di schegge di granate, di pallottole: detriti della guerra arrivati di rimbalzo. Vi sono zone in cui tonnellate di metallo si vanno accumulando. Ci siamo trovati inaspettatamente fra casupole di pietra, che sembrano una sull'altra, quasi fossero costruite su gradini colossali di una alta e angusta scalinata. Subito dopo eravamo in un labirinto di scalette picconate nella roccia, di cunicoli, di tane: le trincee.


Tutto era chiuso, tutto era oscuro, un po' di luce verdastra filtrava appena dalle feritoie mascherate di fronde. Si esciva curvi all'aperto per sentieri scavati nel sasso, si andava lungo barricamenti di sacchi pieni di terra, si rientrava nel buio di ridottine e di posti di vedetta. Nell'ombra, vicino alle feritoie, qualche alpino era seduto in atteggiamento di riposo, immobile, sereno, statuario, il fucile fra le gambe, un paio di granate a portata di mano, poste sopra una mensoletta, come dei bibelots, e, vicino, una cassetta piena di uno scintillìo di munizioni. Pallottole austriache schioccavano ogni tanto sulle pietre, all'esterno. Si udivano i colpi dei fucili nemici così vicini, che per qualche tempo abbiamo creduto che fossero i nostri a sparare.

Dalle feritoie si scorgevano le trincee nemiche, a cinquanta passi. Erano ammonticchiamenti di sassi, ammassamenti di sacchi a terra, e qua e là un grigiore strano di corazzature, del colore plumbeo delle navi da guerra. Gli austriaci hanno due tipi di scudatura di acciaio, uno grande da trincea, uno più piccolo da assalto. Ricorda l'antico schermo degli arcieri, questo scudo rettangolare che si posa al suolo, appoggiato a due montanti, e dietro al quale il soldato si rannicchia, spiando da uno sportellino che si apre e si chiude.

In continua azione di combattimento, le nostre trincee sono sorte e si sono rafforzate, a poco a poco, quasi insensibilmente. Furono monticoli di pietre, poi muricciuoli nascosti da verdura di pino, poi ebbero una copertura di travi di abete — portati su faticosamente dalla foresta — poi sulle travi si ammassarono blindamenti di terra e di sacchi. Il nemico che spiava non ha nemmeno visto una mano. I sassi si spostavano adagio adagio, si allineavano, si sovrapponevano, senza che il loro moto potesse essere percepibile da lontano. Era come se pietre, sacchi, travi, animati per magia, lentamente manovrassero. E il lavoro non finisce mai; si migliora, si amplia, si rinforza, si progredisce, si aprono nuove comunicazioni, talvolta si avanza pure, sempre per pazienti trasformazioni, cercando che i profili delle opere di difesa non si levino a mutare troppo la fisionomia selvaggia dei luoghi.

Si profitta di ogni macigno, di ogni sterpo, e si cerca, per analogia, di quali macigni e di quali sterpi il nemico potrebbe profittare. Ridotte, cunicoli di passaggio entro i quali si striscia, tenebrose casamatte nelle quali la vigilanza si apposta, rifugi blindati, spiazzi aperti e alti per il lancio delle bombe, seguono piani capricciosi che rispondono alle necessità di una tattica minuscola, una tattica da fiere rintanate.

Groppe di pietroni, sporgenze di massi macchiate di licheni, crepacci profondi, arbusti, rovi, formano fra le trincee nostre e quelle nemiche un terreno spezzato, confuso, fantastico, che solleva ferocemente sul suo pietrame cinereo gruppi di cadaveri, avanguardie di morti, drappeggi flaccidi di uniformi azzurrastre che conservano incerte forme umane, e dai quali spuntano piedi distorti, mani disseccate. Segnano i limiti sui quali gli assalti nemici furono fermati. Qui soltanto i viventi sono sepolti.


Fra le schiere trincerate, tutto è funebre, tetro, immobile, morto. Le piante stesse non hanno più vita, torcono moncherini di rami nudi, cincischiati, neri, e le reti dei fili di ferro si stendono come enormi ragnatele sopra un intreccio di pali incrociati. Non sono stati costruiti sul posto i reticolati; gli austriaci hanno fabbricato dei «cavalli di Frisia» complicati con attorcimenti di fili uncinati, e li hanno gettati avanti alle loro trincee.

Se da una parte il tono d'una voce si eleva, dall'altra essa è udita. Al minimo svegliarsi di conversazioni nei nostri posti, il nemico si allarma, crede a dei movimenti in preparazione, e aumenta il fuoco per scoraggiarli. Perciò si parla sottovoce, come nella camera di un malato. Anche i divertimenti sono silenziosi. Nei momenti di calma relativa compaiono delle scacchiere, sulle quali fiere teste pensose si curvano a meditare marce e contromarce di pedine, che grosse dita esitanti sospingono.

Dalle piccole porte dei rifugi si vedevano nell'interno piedi di dormienti spuntare confusamente dal buio e come sospesi a tutte le altezze. I giacigli sono sovrapposti; ricordano le cuccette a bordo delle navi, e in quelle tenebrose cabine di pietra riposavano beatamente le squadre notturne, indifferenti allo schioppettìo e alle detonazioni.

Di tanto in tanto, un tonfo sordo, un frullare da trottola, e gli uomini che si trovano nei punti non blindati si fermano a guardare intensamente in aria. Aspettano la «bomba». Lanciata da qualche apparecchio a pressione, essa è salita ad un centinaio di metri di altezza e ridiscende, nera e oblunga, roteando come una bottiglia gettata. Appena si avvicina, i soldati che erano rimasti immobili, cominciano a fare dei gesti da giuocatore al pallone che si prepari a menare il colpo; oscillano, si dispongono a balzare da un lato o dall'altro; per sfuggire al proiettile svolgono la stessa mimica che se volessero afferrarlo; studiano il punto di caduta, e poi, all'ultimo momento, quando sono sicuri, saltano via o si rannicchiano.

Un istante dopo c'è il reflusso, tutti accorrono verso il luogo dello scoppio, che fumiga. Si lavora, v'è qualche sasso da rimettere al posto, qualche sacco sventrato da sostituire; ogni cosa è tinta di giallo intorno. La pietra, la tela, le travi, la terra, per un raggio di qualche metro sono color canario e mandano un puzzo irritante e acre.

Gli austriaci hanno pure delle sottili e piccole bombe, che lanciano per mezzo del fucile, meno potenti delle altre. Le armi che essi tentano sono innumerevoli, e tutte intese ad evitare più che si può la prova del coraggio aperto. Ricadono sibilando oltre le posizioni, nelle gole e nelle valli, frammenti di insoliti proiettili, oltre alle deformi pallottole rimbalzate; sono strani segmenti geometrici di metallo, quadratini di acciaio, pallette rosse di minio, bossoletti da fucile pieni di piombo, schegge di piccole granate da cannoni navali, di quei cannoncini che armano la prua delle torpediniere.

Tutti questi detriti sibilanti che spruzzano via e si disperdono dalle vette in battaglia, tutte queste molecole di violenza che irradiano follemente dalle posizioni, fanno pensare alle faville lanciate da un'incudine gigante percossa dal veemente maglio della guerra.

Quando ridiscendevamo dal Freikofel, sul quale la calma superba e sicura dei nostri dà alla vita una così meravigliosa apparenza di normalità, il cannoneggiamento non aveva più l'intensità di prima. Gli austriaci se la prendevano nuovamente con le retrovie, che delle grosse granate cercavano. Forse il nemico immaginava chi sa quale accorrere di rinforzi.

In una radura del bosco, sotto alle rocce del Pal Piccolo, alcuni soldati lavoravano di zappa; erano seppellitori. Intorno a loro dei cadaveri aspettavano che la fossa fosse pronta, distesi nelle barelle, una rozza croce di verdi ramoscelli di pino posata sul petto insanguinato. Un soldato è caduto ferito poco lontano, ed è rimasto lì, accoccolato, aspettando, senza un lamento.

Le esplosioni nella selva lasciavano un'agitazione di piante; si vedevano lunghe rame di abeti squassarsi con una specie di divincolamento lungo, fra le spire del fumo, come per un disperato tentativo di fuga. I rari soldati che passavano nelle vicinanze non allungavano il passo, non guardavano nemmeno, e il loro volto bronzato, inselvaggito, guerriero, esprimeva la più serena indifferenza. Due di loro si sono fermati a parlare e la buffata d'un colpo vicino non ha interrotto il loro discorso.


In quello stesso giorno, sul Pal Piccolo cadeva ucciso Ruggero Fauro.

Abbiamo contornato le spalle del Pal Piccolo. Un minuscolo accampamento era tutto intento alle sue faccende. Qualche shrapnell è scoppiato ancora, in alto, sul bordo della parete rocciosa, sferrando le sue pallette con un lamento da frusta agitata. Poi i rombi e gli echi si sono andati calmando. Un silenzio solenne si andava ricomponendo sui monti. Mentre raggiungevamo la valle di Montecroce, ancora un colpo ha tuonato, un'ultima granata è esplosa sulla cima del monte Tierz. Ha avuto il rimbombo cupo di una grande porta, che si chiuda, di una smisurata porta dal battente di bronzo, serrato con impeto sulle risonanze profonde di un tempio favoloso.

Agli sbocchi delle valli verso i quali viaggiavamo, nel violaceo declinare del giorno, gli antichi castelli che guardano da tanti secoli le soglie d'Italia profilavano le loro torri merlate, al di sopra delle vecchie cittadine guerriere, semplici, oscure, dalle cui case medioevali sono uscite tante fiere generazioni di difensori della Patria. Tolmezzo, Venzone, Gemona.... La loro storia è una storia di continua lotta contro lo stesso nemico. Esse sono state sempre le sentinelle avanzate d'Italia.

Eran giunti al stretto passo

Nove millia o più Germani

Avevan preso il monte i cani;

Ma cazati foro al basso

Da quaranta di Venzone;

Su su su, Venzon Venzone.

Così canta una vecchia canzone dei luoghi, ricordando le gesta leggendarie dei quaranta venzonesi di Bindernuccio che fermarono da soli l'invasione di Massimiliano Primo e salvarono Venezia.

No, di qui non si passa! Il canto è ancora fresco, è ancora vero, è ancora vivo:

Su su su, Venzon Venzone:

Su fideli e bon Forlani,

Su legittimi Italiani,

Fate ch'el mondo risone.