L'EROICA CONQUISTA DI PLAVA.
29 settembre.
L'aspetto di solitudine che assume la guerra, quando l'assalto non si slancia, si addice alle zone selvagge. Abbiamo visto la selva di Plava non molto diversa da come la vedevano i cacciatori di Gorizia, quando la attraversavano in questa stessa stagione cercando nel suo folto il fagiano e il gallo di bosco.
Plava è un piccolo villaggio, ora distrutto dal cannoneggiamento austriaco, che allineava le sue casette ai due fianchi della strada, sulla sinistra dell'Isonzo. Delle abitazioni rimangono quattro mura scoronate, dalle cui finestre pendono rottami di imposte. Per uno di quei capricci che il cannone ha, come il fulmine, una sola casetta è rimasta intatta, bianca, col tetto nuovo. Avanti a Plava era il ponte.
Alle spalle del villaggio cominciavano subito il bosco e la montagna. Intorno, nessun altro centro abitato in vista, non campi, non vigneti. L'Isonzo scorre in quel punto incassato in una gola profonda e melanconica. Su Plava viene a finire un'ultima balza di una catena di alture boscose, il cui dorso, salendo a centina, va quasi fin sopra Gorizia e si culmina nel Monte Santo.
Vista dall'altra riva, la montagna di Plava, ha la forma di una piramide perfetta. Quando però si giunge alla sommità, a 383 metri, ci si accorge che non si è sopra una punta ma al principio di una cresta, la quale declina, poi risale. E intorno si levano tumultuosamente le ondulazioni del massiccio di Bainsizza. Non vi sono che sentieri nella oscurità del bosco; le buone strade corrono soltanto in fondo alla valle dell'Isonzo, ma al Monte Santo si allacciano le reti stradali del Goriziano.
Decisa la formazione di una testa di ponte a Plava, il primo obbiettivo fu la conquista della Quota 383. Il giorno 8 di giugno arrivò l'ordine d'avanzata. Alla sera, per la strada di Vercoglia scesero da San Martino i battaglioni destinati all'operazione, che si nascosero nella boscaglia, presso al fiume. Quando l'oscurità fu profonda, si intravvide un convoglio di cavalli e di carri, silenziosi come ombre, che andavano verso la riva. Erano i carriaggi del parco da ponti. Le ruote e gli zoccoli dei cavalli erano fasciati di stracci; gli uomini calzavano scarpe di corda. Lentamente, il convoglio si portò fino dove la strada fiancheggia il fiume.
Si cominciò la costruzione del ponte. Le barche dovevano essere portate a spalla giù per la ripa precipitosa e attraverso il letto di ghiaia. Non un rumore, non un urto, il ponte si componeva in silenzio. L'altra riva era tutta buia, nera, addormentata. Il lavoro procedeva febbrile e cauto, nelle tenebre, con l'ansia angosciosa del tempo che fuggiva, dell'alba estiva troppo vicina.
L'aurora disegnava già i profili dei monti, e il lavoro continuava. Poco più della metà del ponte era compiuta. Alle tre del mattino, quasi i tre quarti del ponte erano finiti. Ancora un poco, ancora un poco e le truppe sarebbero passate. La costruzione proseguiva ora furiosamente, nella piena luce dell'alba. All'improvviso fu un rimbombo di esplosioni nel greto e i pontieri si trovarono avvolti nel fumo.
Il nemico aveva visto. Bombardava da posizioni imprecisabili. Il ponte, colpito, si sfasciava; le barche di lamiera, sfondate dalle schegge, affondavano. Non v'era un minuto di sosta nel fuoco. Le truppe furono ritirate al coperto, nessuno rimase sulla riva cosparsa di rottami, tempestata dai colpi.
Tutto il giorno durò intenso il cannoneggiamento. Così trascorse il 9 giugno. Venuta la notte, dei drappelli ridiscesero verso la riva.
Si era pensato di traghettare poche forze per formare al di là un primo velo di difesa. Si misero i remi ad una barca e si cominciò la traversata. Passavano venti uomini per volta. Scendevano a poche centinaia di metri dal villaggio. Quando furono sbarcati in una cinquantina, i nostri cominciarono ad avanzare e prendere posizione. Il traghetto continuava. Un sergente, che comandava il primo nucleo, prese con sè un plotone e si avvicinò al villaggio, dove sapeva che doveva trovarsi un posto di vedetta austriaco.
Evitando la strada, camminando a passi da cacciatore, quel piccolo gruppo arrivò alle prime case di Plava. Le circondarono, vi entrarono senza passare per l'uscio. Scavalcarono dei muricciuoli, scalarono finestre, e arrivarono così nelle case vicine; strisciavano, penetravano da un'abitazione all'altra per le vie più imprevedute, in modo che una sentinella piazzata sulla via non potesse accorgersi del loro avvicinarsi. Arrivati sotto ad una finestruola chiusa da sportelli di legno, udirono delle voci d'uomo, all'interno. Parlavano in tedesco. Era lì.
Un colpo violento all'uscio che si spalancò, un'irruzione di baionette basse. Dieci soldati austriaci, con un ufficiale, sorpresi e allibiti, alzavano le mani. Erano in una cameretta a pian terreno raccolti intorno alla luce di una candela. La barca, in uno dei suoi ritorni, portò alla nostra riva il carico dei prigionieri.
Questa cattura ha avuto una grande importanza per le operazioni, perchè ha impedito un primo allarme che avrebbe turbato lo svolgersi dei nostri piani. Il Re ha voluto di motu proprio decorare della medaglia al valore l'ardito sergente, che nel combattimento successivo doveva cadere gravemente ferito. E ferito, egli continuava ad esortare i suoi uomini alla battaglia: «Andate avanti, avanti! Non badate a me!...»
Nella notte del 9 traghettarono circa duecento uomini, per la cui sorte si era preoccupati. Durante tutta la giornata del 10, si stette in ascolto dalla nostra riva, si cercava di penetrare con lo sguardo l'intreccio degli alberi, di vedere qualcuno dei nostri, si aspettava un segnale. Niente. Erano tutti presi? No, erano tutti in ricognizione.
Rampavano audacemente, strisciavano sulla montagna, perlustravano ogni passo, arrivavano presso alla vetta, scoprivano i reticolati, le trincee, raccoglievano dati preziosi. Perchè gli austriaci avevano fatto a Plava preparativi assai più completi di quanto fosse logico aspettarsi.
I nemici non sospettavano la vicinanza di quello sciame di esploratori; andavano, venivano intorno alle trincee, disarmati, sicuri. Le vedette di Plava tacevano, dunque gl'italiani non s'erano mossi. Più volte alcuni dei nostri dovettero girare intorno al tronco d'un albero all'avvicinarsi di soldati austriaci che passavano inconsapevoli pochi metri lontano.
Nella notte stessa del 10 si era tentato un nuovo sistema per gettare sulla riva sinistra un forte reparto di truppe. Non era possibile sostituire subito il materiale da ponte distrutto; ma vi era legname sufficiente per costruire sulla riva una passerella che, appena finita, avrebbe potuto essere varata e assicurata solidamente ai resti in muratura delle testate del ponte distrutto. Il Genio lavorò attivamente, con quell'entusiasmo alacre e grave dei nostri artieri militari, che sono così spesso in prima linea, sotto al fuoco più intenso, a creare valichi ed aprire varchi.
È un eroismo difficile quello del lavoro, perchè deve rimanere freddo, riflessivo. Il combattente può lasciarsi spesso trasportare dalla foga disordinata del suo sentimento, può gridare, può sparare. L'artiere del Genio deve pensare. Ogni suo gesto ha bisogno di precisione e di puntualità. Nel pericolo più grave egli deve agire impassibile come l'operaio nel sicuro laboratorio di un'officina. Il nostro Genio ha gettato quasi tutti i suoi ponti nel pieno del combattimento, alla prima linea, avanti alla prima linea. Dei pontieri cadevano feriti, uccisi, erano sostituiti e il lavoro continuava. Le granate sfondavano le barche di sostegno, sfasciavano il travame, distruggevano l'opera intera, e si ricominciava.
Una passerella sull'Isonzo richiedeva più tempo di quello che le circostanze concedevano. L'alba sorse, e il ponte di fortuna non era finito. Gli osservatorî dell'artiglieria nemica, già in guardia, si accorsero della costruzione e fecero aprire il fuoco. Come al giorno prima, il bombardamento fu violento e preciso. Regolato con esattezza sulla posizione del vecchio ponte, esso colpiva in pieno. La passerella rimase spezzata. Un'altra giornata trascorse nell'inazione forzata, senza nessuna notizia degli uomini traghettati alla sera, e con la certezza di trovare il nemico sempre più rafforzato. Per la forza dell'inevitabile la sorpresa, l'elemento primo di un successo facile e pieno, era mancata. Non so fino a quanto si facesse assegnamento sulla sorpresa, ma è evidente che se fosse stato nelle possibilità umane il compimento del ponte nella prima notte, l'attacco di Plava avrebbe potuto avere nella guerra una influenza profonda, penetrando ben oltre i limiti di una testa di ponte.
Si ricorse, nella notte successiva, ad un altro mezzo. Si fece il così detto «ponte girevole». Il ponte girevole non è altro che una piattaforma sostenuta da due barche, assicurata alla riva con una lunghissima corda e lasciata alla deriva. Con il movimento di un remo messo a timone, per effetto della corrente, la grande zattera, come un pendolo orizzontale, se si può dire così, può andare e venire da una riva all'altra. La piattaforma portava una cinquantina di uomini alla volta. In quella notte, finalmente, due battaglioni passarono.
Ritrovarono sulla sponda sinistra la piccola forza sbarcata la notte prima. Si era trincerata aspettando, e teneva già un lembo di altura. Le informazioni che portò furono di enorme utilità. Venne deciso di attaccare il monte sui due fianchi, lungo due valloni quasi simmetrici che sono uno a destra e uno a sinistra di Plava. L'azione cominciò a giorno chiaro.
La difesa fu violenta ma breve. Si avanzò tra difficoltà gravi ma non insormontabili. Di slancio, le linee di trincee erano prese, successivamente. Si fecero duecento prigionieri. I cannoni austriaci, con un fuoco violento, battevano sopra tutto la spalla del monte, e più giù il paese, il fiume, la riva destra. Sarebbe stato impossibile mandare rincalzi se ve ne fosse stato bisogno. Ma le notizie che arrivavano dal combattimento erano buone. Con perdite lievi l'attacco proseguiva. A mezzogiorno la cima del monte era conquistata.
Subito i soldati, benchè stanchi, si misero al lavoro per fortificare la posizione. Alle trincee prese bisogna rovesciare il fronte perchè servano contro al nemico, il parapetto diventa la spalla e la spalla il parapetto. È un duro lavoro che l'urgenza rende affannoso. I nostri erano intenti a questo consolidamento, quando gli austriaci hanno fatto un ritorno offensivo. Il combattimento si è riacceso; è durato qualche tempo. Un accenno di assalto alla baionetta ha ricacciato indietro i nemici, senza però farli desistere interamente. Essi, probabilmente, non avevano altro còmpito che quello di tenere impegnate le nostre forze. Un movimento assai più grave stava svolgendosi.
Sul declinare del giorno furono avvistate masse austriache in marcia lungo l'Isonzo. Erano due gruppi, uno veniva dal nord e uno dal sud, e convergevano verso Plava. Il nemico tentava l'aggiramento delle nostre truppe sulla Quota 383, tendeva a tagliarle fuori, a isolarle, a occupare la base di sbarco. Esse non potevano difendere la vetta e i fianchi, non bastavano a reggere quel fronte troppo esteso. Era necessario ed era urgente che si raccogliessero, che restringessero la linea del loro spiegamento. Dovettero abbandonare la cima conquistata, ridiscendere alle prime pendici, a proteggere Plava e con Plava le comunicazioni.
Venuta la notte, si rimise in acqua il ponte girevole e cominciò il traghetto di altri battaglioni. Si unirono a quelli che avevano combattuto, costituirono nuove unità di attacco. Il nemico aveva rioccupato in forze le posizioni sulla sommità del monte. La battaglia si annunziava aspra e sanguinosa.
Le truppe erano troppo stanche per iniziare l'azione immediatamente. Anche quelle appena sbarcate avevano bisogno di riposo dopo le notti perdute nella continua attesa. Si stava per chiedere loro un grande sforzo. La mattinata del 12 trascorse tutta in una immobilità ristoratrice. L'assalto cominciò nel pomeriggio.
Si svolse con la stessa tattica del giorno prima. Le forze, divise in due colonne, si impegnarono ai due fianchi del monte, avendo la vetta per obbiettivo comune. Il movimento si era appena iniziato, che un terribile fuoco di artiglieria cominciò a battere le pendici. Era una bufera di cannonate; gli shrapnells arrivavano a raffiche continue, volteggiavano in aria foglie e rami d'albero stroncati dalle esplosioni, il piombo grandinava.
Le batterie nemiche da cui veniva quella bufera di fuoco dovevano trovarsi in parte sulle pendici del monte Kuk, uno dei tanti monti Kuk della regione, distante tre chilometri e mezzo da Plava, in parte sul Monte Santo, dal quale i medî calibri tempestavano. Per questo la nostra colonna di destra, più scoperta, era più battuta. Le perdite si facevano gravi. Non era possibile individuare con esattezza le artiglierie austriache, nascoste, invisibili. L'attacco procedeva sempre, audace, meraviglioso. Ma la necessità di riorganizzare le file troppo provate dal fuoco, diradate, la successione dei comandi per gli ufficiali che cadevano, rallentavano l'avanzata dell'ala destra.
Ad un certo punto le perdite aumentano, la colonna di destra è costretta a sostare. Quella di sinistra, meno colpita, più forte ancora e più agile, è arrivata a contatto con la fanteria austriaca e si precipita all'assalto. Fermata dai getti scroscianti delle mitragliatrici, si ricompone e riassalta. Sette volte consecutive si slancia alla baionetta. Intanto anche l'ala destra prende l'attacco. Ma avanzando dalle larghe basi del monte verso la vetta, lo spazio diminuisce, le file, che erano rade e sparse all'inizio, si sono andate serrando, formano nuclei troppo densi, ammassamenti che offrono una maggiore presa al fuoco incessante dei cannoni nemici e delle mitragliatrici, i proiettili delle quali empiono tutto il bosco di un sibilare metallico. È impossibile continuare. La colonna destra incomincia a ripiegare lentamente.
Il nemico, che sente mancare da quel lato l'attacco, cerca di avanzare incalzante. Accenna al contrattacco, fra gli alberi, preme, si fa minaccioso. L'ala sinistra si sposta, lo arresta, lo ricaccia. Il ripiegamento avviene ordinato, con lunghe soste, la faccia al nemico, e si ferma a mezza costa, ad un centocinquanta metri dalla vetta. Era la sera del 12 giugno.
Delle truppe di rincalzo passarono quella notte. La giornata del 13 trascorse in un lavoro di riorganizzazione. Alla notte seguente si riescì a costruire due passerelle sul fiume. Esse garantivano ogni libertà di movimento, assicuravano le retrovie. Un attacco di grandi masse nemiche, sopra una testa di ponte così ristretta, servita da un solo piccolo traghetto, avrebbe potuto provocare forse una gravissima situazione. I nuovi ponti dissipavano il pericolo.
Il 14 fu ordinato l'attacco per il giorno dopo.
Si era portato un mutamento al piano precedente. Una terza colonna, partendo dalla sinistra e puntando verso Globna — un gruppo di casupole presso l'Isonzo, qualche chilometro a monte di Plava — doveva eseguire un movimento avvolgente dal nord. Ma la battaglia non ebbe sviluppo. La terza colonna trovò alla sua sinistra, presso Globna, dei forti trinceramenti impreveduti, e, presa sul fianco dal loro fuoco, fu costretta a far fronte verso di loro ed attaccarli. Questo impegno la deviò dal suo obbiettivo; essa non potè continuare l'avvolgimento iniziato, si trovò fermata, fuori dalla cooperazione prefissa, impegnata in un'azione laterale e isolata. Appena tale situazione fu nota al comando, l'attacco venne fatto cessare e rimandato, per non affrontare uno svolgimento oscuro.
Fu il giorno appresso, il 16 giugno, la vera, la definitiva, la gloriosa e terribile battaglia di Plava.
Contro a quei trinceramenti di Globna, che pigliavano sul fianco la colonna avvolgente, fu mandato un battaglione per fronteggiarli e permettere così alla colonna di proseguire il suo movimento. Questo battaglione fiancheggiatore si trovò davanti a resistenze formidabili, in un tremendo fuoco decimatore, ma non si mosse; non rallentò la sua pressione sopra la forza nemica che doveva impegnare. Il comandante cadde, il capitano anziano assunse il comando. Questi cadde alla sua volta, il comando passò ad un capitano più giovane. Il terzo comandante pure cadde, e il comando passò. Poi un quarto, poi un quinto comandante del battaglione fu ferito o morto. All'una del pomeriggio sette capi si erano successi. E il battaglione non arretrava di un passo. Il nemico poteva dissolverlo, ma non respingerlo. Era come un muro che si demolisce ma non si sposta. L'ordine era di resistere fino alla morte, e si resisteva fino alla morte.
Nel pomeriggio comandava il battaglione un giovane tenente che lo resse con indomita energia, come se insieme alla eredità del comando fosse discesa da capo a capo la fiera esperienza del grado. Questo tenente è stato promosso per merito di guerra.
L'azione del battaglione sul fianco estremo sinistro liberò e difese quella della colonna avvolgente. L'attacco generale procedeva fra difficoltà terribili. Un cannoneggiamento più vivo, più micidiale ancora di quello del giorno 12, tempestava i nostri, voleva fermarli, aveva l'intensità e il furore di una disperazione, apriva dei vuoti, squarciava, ma non fermava l'avanzata, che ascendeva a piccoli balzi, risoluta, sistematica, eguale. Le perdite più gravi erano sempre per la colonna di destra, battuta dal fuoco del monte Kuk e dal monte Santo. A sinistra l'attacco urtava in un potentissimo trinceramento in calcestruzzo, difeso da mitragliatrici, preceduto da reticolati così forti che le nostre forbici non potevano tagliarli.
Quello che avveniva nel battaglione contro Globna avveniva per tutto. Comandi di battaglione, di compagnia, di plotone erano continuamente sostituiti, quasi tutti gli ufficiali di un reggimento erano caduti, le unità minori si fondevano, e l'assalto andava avanti. Era alla fine un'azione individuale di soldati. Dei soldati semplici hanno assunto il comando di reparti piccoli. Dei sergenti conducevano una compagnia. Lo slancio in avanti non veniva più dalla condotta dei capi, era nel cuore di ogni uomo. «Avanti! Avanti! Per di qua, su!», e la massa proseguiva, riformando da sè i ranghi, attenta agli ordini dei compagni più autorevoli dove gli ufficiali non c'erano più.
Meravigliosa fanteria nostra! Nel nostro esercito mutano le attitudini e le capacità delle varie armi, ma non muta il valore. Il cuore è lo stesso, l'anima è la stessa. Sono l'anima e il cuore della razza. Prodigiosa fanteria nostra! Audace, terribile, generosa, essa è il Popolo italiano. Come ricordare gl'innumerevoli e stupendi episodi di valore sovrumano che formano insieme la storia d'ogni nostra battaglia? Come ricordare i fatti di eroismo quando ogni uomo è un eroe? Il sacrificio leggendario di Pietro Micca non è diventato un atto di tutti i giorni, un gesto che si ripete avanti a tutte le trincee, quando occorre aprire la via dell'assalto attraverso i reticolati del nemico? Non partono tutte le notti le spedizioni dei volontari della Morte? Chi sono questi audaci che vanno ad accendere una miccia con l'ultima scintilla della loro vita? Non si distinguono più, hanno un nome solo, sono una cosa sola: sono l'Esercito.
Da ogni parte, quel giorno, sulla montagna di Plava, il nostro assalto, in un uragano di piombo, arrivò di fronte a reticolati che non si potevano tagliare. Non si era ancora trovato il sistema dei tubi esplosivi, e le forbici si spezzavano sui grossi fili di acciaio. I nostri tentarono con le mani di svellere i paletti, ma era impossibile, e non si resisteva due secondi in piedi, a dieci passi dalle mitragliatrici nemiche. Ma i nostri rimanevano là, contro la barriera, ostinati, furenti, fucilando le feritoie, tenendo a bada il nemico mentre studiavano il modo di raggiungerlo, di varcare l'inestricabile ostacolo.
Non potendo passare nè attraverso il reticolato, nè sopra, passarono sotto. Scavarono la terra, fecero dei solchi, strisciarono col dorso sulle spine di acciaio dei fili più bassi. Si adunarono a piccoli gruppi di quattro, di cinque, al di là, incastrati sotto agli ultimi intrecci della siepe di ferro. Poi balzarono in piedi e si gettarono contro alle trincee scoperte, impegnando una lotta a corpo a corpo. A questa vista gli altri, quelli che non erano passati, non si tennero più, e incominciarono a scalare il reticolato, appoggiandosi ai paletti, appoggiando il piede all'incrocio molleggiante dei fili, facendosi poi porgere i fucili lasciati ai compagni che aspettavano indietro. In un momento i reticolati furono tutto un formicolìo lento di uomini sospesi, un gesticolamento confuso e pacato, sul quale passavano dei fucili, da una mano all'altra, da una parte all'altra.
Scavalcata la barriera, appena a terra, senza contarsi, i nostri si gettavano successivamente nella mischia urlando. L'attenzione del nemico era stata sorpresa e deviata dal primo comparire incomprensibile di soldati italiani addosso ai parapetti. Quell'urlìo, la visione della massa sui reticolati, finì per atterrirli. La difesa era estinta dalla terribile e implacabile audacia dell'assalto più che dalla lotta. Le trincee caddero, il grido dell'evviva passava su tutte le posizioni.
Era il tramonto. Le trincee austriache non coronavano la cima, erano costruite un poco più giù per poter avere un maggiore sviluppo. Bisognava occupare la vetta, ma era tardi. Una riorganizzazione si imponeva prima di procedere oltre, dove il bosco manca e si avanza scoperti sopra una cresta pratosa. Fu deciso di aspettare l'alba. Ma un centinaio di uomini, appartenenti a diverse compagnie, senza ufficiali, avendo la volontà sola per comando e l'accordo per disciplina, portati dalla foga della lotta, avevano proseguito, soli, ignari della sosta; tornarono indietro nella notte. È un episodio minuscolo ma significativo, che descrive lo spirito del soldato nostro, il suo istinto della guerra, la sua indifferenza al numero, il suo senso di autonomia. Quando la battaglia spezza le sue formazioni e abbatte i suoi capi, quando si sbanda, si sbanda in avanti.
Siamo alla mattina del 17 giugno. Gli austriaci hanno ricevuto rinforzi numerosi durante la notte e si preparano al di là della vetta. Il nostro attacco è iniziato dalla colonna di sinistra. Appena i nostri sbucano dal bosco, il contrattacco austriaco si precipita. È formidabile, si tratta di una massa che si precipita con l'audacia di chi si sente superiore. Ma la battaglia è breve. Si è impegnata appena, che alla sua volta la colonna di destra emerge dal folto degli alberi. Prima che il nemico possa distaccare forze per trattenerla o fare una conversione per fronteggiarla, la nostra destra si slancia alla baionetta e lo assalta sul fianco. È stata la fuga, è stata la rotta, è stato lo sbandamento indietro. In altri tempi questo solo fatto avrebbe potuto costituire la vittoria definitiva di una guerra. Ma ora, un fantaccino sulla prima linea vive in un mese tutti i rischi, tutti i pericoli, tutti gli eroismi di un veterano della Vecchia Guardia.
Alle otto e mezzo del mattino la vittoria era completa. Avevamo la vetta di Plava definitivamente nostra. La lotta si riaccese poi ad intervalli. Truppe nemiche affluirono, le vicinanze si coprirono di trincee, delle artiglierie si concentrarono. Il giorno 19 subimmo due contrattacchi notturni. Il 20 tre contrattacchi notturni. Anche con forze superiori il nemico non si muove più che alla notte, ha perduto ogni fiducia nei contrattacchi dell'alba. Il 29, sempre di notte, contrattacco di masse, con artiglieria e mitragliatrici. Ogni tentativo austriaco è inutile. Ma la sua preparazione difensiva rende pure inutile qualsiasi azione nostra, anche di grande stile e con grandi forze, per allargare la testa di ponte, o meglio per servirci della testa di ponte al fine di irrompere e spingere l'offensiva verso obbiettivi più vasti e lontani.
Lentamente, un piccolo allargamento della testa di ponte è avvenuto. Dal 20 al 30 luglio abbiamo ripreso l'offensiva. Il cuneo del nostro fronte parte adesso da Globna e da Zagora, e copre bene gli allacciamenti sul fiume. Il sei agosto, l'otto, il dieci, il dodici, furibondi contrattacchi nemici si sono sferrati. Ora è la stasi, una stasi con cannoneggiamenti, fucilate, granate a mano, ma l'azione manca.
Verso Zagora, al sud, le trincee avversarie sono così vicine che, come sulla cresta di Luznica, le divide un solo reticolato comune. Da una posizione all'altra i soldati si lanciano ingiurie e bottiglie vuote. Da lì si vede, non lontano, il rovescio lungo e cupo del Sabotino, sulla cui cresta altre trincee nostre avanzano. E quasi di fronte a Zagora, all'altra riva del fiume, si vede a poche centinaia di metri la gran bocca nera della seconda galleria della strada ferrata Gorizia-Klagenfurt, melanconica strada tagliata tutta nei fianchi umidi della montagna, e le cui rotaie sono diventate rosse di ruggine.
Una volta sola si è riudito il rombo di un convoglio risuonare nella prima galleria, poco più in basso. E si vide sbucare lentamente all'aperto, con la cautela d'una grossa bestia sospettosa che esca dalla tana, un grigio treno blindato. Si fermò a osservare, sparò in fretta alcune cannonate, poi ci pensò meglio e si ritrasse prudentemente immergendosi per la coda nel buio.
Le truppe circondano senza tristezza i loro eroi caduti. Ne raccontano le gesta, con semplicità. Episodi magnifici e senza numero. Una notte, nella seconda fase delle operazioni, dopo la conquista, un caporale si offrì volontario per andare a far saltare una mitragliatrice troppo molesta. «Ma è impossibile!» — dicevano i più temerarî. Egli si ostinò, e uscì dalla trincea, spingendo avanti il tubo esplosivo. Arrivò, sotto al fuoco, a metterlo a due o tre metri dalla mitragliatrice; arrivò ad accendere la miccia. Ma lo zampillare delle scintille permise al nemico di dirigere meglio il tiro della mitragliatrice stessa, l'eroe crivellato si accasciò. Abbattendosi spezzò la miccia accesa, l'esplosione mancò. I soldati decretarono al morto la sepoltura d'onore, ed egli dorme nel centro del piccolo cimitero, sotto ad un tumulo più alto e più solenne.
Un altro racconto ricordo. In una compagnia combatteva un volontario dai baffi bianchi. Aveva sessanta anni, era soldato semplice. Il suo esempio trascinava tutti. Si era arruolato per seguire alla guerra il suo figliuolo. Servivano nella stessa compagnia, non si lasciavano mai. Si vedevano nelle marce quei due soldati vicini, così diversi e così somiglianti, che si tenevano per la mano. Si tenevano per la mano i due soldati per un'abitudine vecchia, di quando i baffi bianchi di uno erano neri e l'altro era un bimbo. Non ci si accorge mai che i bimbi crescono e che i baffi diventano bianchi. Forse anche in quell'allacciamento perpetuo di vita vi era un impulso misterioso di addio. Nel combattimento, sempre in prima linea, erano sempre avanti, spalla a spalla. Durante l'avanzata su Zagora, l'8 agosto, il figlio cadde mortalmente ferito.
Il padre gettò il fucile e si slanciò a sorreggere il morente. Intorno i soldati delle seconde linee passavano di corsa. Qualcuno si fermò un istante presso a quel gruppo. Il vecchio compagno era adorato. Egli, deposto dolcemente a terra il ferito, gli sorreggeva la testa e s'insanguinava la mano tremante per sbottonarlo e cercare la piaga. Poi, con uno scatto, sollevò la faccia pallida, calma, solenne, esclamando: «Ma perchè non l'ho avuta io?» In quell'istante una palla lo colpì sulla tempia.
Il vecchio volontario si rovesciò sul figlio. La morte li riuniva ancora.
Ma la tristezza e la poesia di questi episodi di sangue appare dopo, ripensandoli in un altro ambiente. Lì tutto sembra naturale come è naturale la vita. Tutto è forza e fervore, laggiù, è giovinezza, è gaiezza. E canzoni liete echeggiano nel tragico bosco di Plava come nella più lontana, quieta e ridente campagna del mondo.
GUERRA D'ASSEDIO INTORNO A GORIZIA.
UN ATTO DI SUBLIME SACRIFICIO.
2 ottobre.
Abbiamo visto Gorizia dalla vetta del Corada, che si erge quasi di fronte a Plava. Contro alla luce del sole già alto, le montagne ai cui piedi la città si distende parevano fatte d'ombra azzurra, glauche come onde. La più alta, il Monte Santo, si acuminava nel campanile del suo santuario, antica mèta di pellegrinaggi. La tortuosa strada che vi sale da Gorizia sull'altro versante, e che noi non potevamo scorgere, ha una cappella votiva ad ogni svolta, una chiesuola ad ogni giro, una croce ad ogni passo, e da quattro mesi non vede salire che cannoni austriaci. Quel monte della preghiera è diventato la più formidabile delle fortezze, tutta vita di artiglierie introvabili che il bosco nasconde.
La schiena del Sabotino, vicino a lei, si allungava e si sollevava di scorcio come la groppa di un cavallo che s'impenni, coperta da un finimento di trincee: verso il collo le austriache, sulle reni le nostre. In un lungo scintillìo, in una voluta di luce che si spegneva subitamente nell'ombra di una gola, l'Isonzo, passata Plava, andava verso il sud a perdersi fra il Monte Santo e il Sabotino, fra questi due solenni pilastri che formano una specie di porta al fiume, oltre la quale comincia la calma magnificenza della pianura friulana. Gorizia è sulla soglia.
Ne vedevamo confusamente le case, i campanili, le torri, tutta vaga e incerta nel contrasto della luce, con delle trasparenze da miraggio. Ci appariva oltre la spalla del Sabotino, fra il fianco destro del monte ed un profilo oblungo ed oscuro di collina denudata, il profilo del Podgora. Era pallida, indefinita, immersa in una bruma celestina, in un vapore di serenità, e nel centro dell'abitato la piccola altura della sua vecchia fortezza era come fatta di nebbia. La città lontana pareva aperta, accessibile, in attesa. Sembrava di dovervi poter giungere tranquillamente scendendo per la strada di Plava. Le barriere umane erano troppo poca cosa, e lo sguardo scorreva sull'unità del piano come sopra un mare, passava sulla grande eguaglianza della terra, sulle ondulazioni facili dei declivî, cercando l'ostacolo che ferma un esercito, cercando la muraglia di ferro, e non riconoscendola in qualche minuto, infimo, lieve e sottile ombreggiamento da siepe, appena visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una trincea nell'immensità di un paesaggio.
Abbiamo rivisto Gorizia più vicina, dalla cima del Monte Quarino, presso a Cormòns; poi anche dalla vetta del Monte Medea, che è simile a un'isola sulla verde e calma distesa della pianura, il monte dal quale Attila contemplò con germanica gioia l'incendio che divorava Aquileja. E tutte le volte la città, avanti alla quale l'uragano della guerra da quattro mesi imperversava, ci ha dato la illusione di una aspettativa tranquilla in fondo alla vallata dischiusa, senza vigilanze visibili. Parevano assai più possenti le antiche fortezze dai bastioni quadrati, larghi, che trasformavano la fisionomia dei monti, e disegnavano una minaccia sulle vette, che non i muricciuoli ineguali, primitivi, minuscoli, nascosti, della guerra moderna, cementati col sangue. La fronte di una resistenza appare evidente sulle creste dei massicci alpini, allacciata alle rocche della creazione, identificata nei castelli immani della roccia. Ma sul digradare dei colli, sulle ondulazioni verdi delle ultime pendici, sulla pianura unita, essa sfugge. Pare che non ci sia più nulla di insormontabile da varcare, che il paese sia tutto una strada, che il suo aspetto accolga e conduca.
La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni; li ha per così dire sminuzzati, li ha sparsi per tutto, sui campi e sulle balze; ha disseminato la fortificazione sopra ogni angolo di terra; non ha lasciato un lembo di suolo senza il suo bastione; ha fatto d'ogni fosso, d'ogni argine, d'ogni recinto, d'ogni ciglione, una formidabile ridotta. L'offensiva è divenuta assedio, non ha altra manovra che la zappa e l'assalto, deve spezzare delle cinture di fortezze, deve vincere e rivincere ad ogni piccolo passo in avanti. Non è una battaglia che si combatte di fronte e ai fianchi di Gorizia, è una catena di battaglie. E subitamente lo spazio conquistato appare immenso quando le terribili difficoltà superate si rivelano, quando si scorge da dove il nemico è stato a viva forza scacciato, quando le nostre posizioni si delineano dalle spalle del Sabotino alle pendici avanzate del Carso.
Siamo nella zona più nota della guerra, sulla fronte più attiva e tempestosa verso la quale l'animo della nazione si è teso con maggiore fervore, presentendo fin dall'inizio che qui, in questa larga apertura della frontiera per la quale il nemico si affacciava sulle nostre pianure indifese, sarebbe avvenuto lo sforzo più intenso, il maggiore impeto di masse. La critica e la cronaca della guerra hanno rese familiari queste regioni, dalle quali arrivarono ai giornali le prime visioni del conflitto e le descrizioni più ampie. Il lettore conosce oramai la fisionomia della lotta, sa quale sistema di difesa il nemico abbia adottato, ricorda l'aspetto generale del campo di battaglia.
L'Isonzo corre all'estremo limite della pianura: al di là del fiume il terreno ridiviene montuoso. Il nemico aveva fatto di queste alture oltre l'Isonzo un immenso spalto di fortezza, della quale il fiume era il fossato. Avanti a Gorizia tutte e due le rive del fiume sono montuose: di fronte il Monte Santo sulla sinistra, il Sabotino sulla destra, vicino al Sabotino le brevi ondulazioni di Oslavia, vicino ai colli di Oslavia il Podgora, ultimo sperone sulla pianura. Questo gruppo di alture al di qua dell'Isonzo il nemico aveva conservato e fortificato, costituendo una poderosa testa di ponte che difendeva il passaggio e garantiva a lui il libero varco del fiume nella possibilità di una offensiva. Questa era la situazione all'inizio del conflitto.
Ricordo gli ultimi giorni di maggio, quando, varcata d'un balzo la frontiera, le nostre truppe iniziavano l'attacco della testa di ponte di Gorizia. Le fanterie assalivano furiosamente le piccole trincee, ai piedi delle alture, gettandosi contro ai reticolati senza ancora conoscerne la forza, cercando di svellerli con le mani, di aprirsi un varco come in una siepe. Attanagliati ai fili rimanevano dei morti, che non parevano morti, tanto i loro volti conservavano una espressione di volontà e di furia e i loro corpi eretti un gesto di vigore. Tuonavano contro al Sabotino le nostre artiglierie da San Martino, da Quisca, da Bigliana, le strade al nord di Cormòns erano affollate di cannoni, di cassoni, di carri, artiglierie da posizione salivano lentamente trascinate da lunghe file di buoi bianchi, e il Monte Santo, la vedetta nemica, osservava freddamente tutto questo movimento, occhieggiando da lontano al di sopra della spalla del Sabotino.
Gli austriaci hanno per tutto questo vantaggio: vedere. Il terreno sale sempre di fronte a noi; al di là di una montagna ce n'è una più alta. Non ci ha preoccupato l'ascesa, ma la vigilanza. Lo sguardo del nemico scopriva tutto il nostro scacchiere, seguiva ogni mossa, poteva guidare sopra ogni punto, con precisione, il fuoco di cannoni lontani. In certi settori esso vigila ancora la rete delle nostre strade, scopre la vampa d'ogni nostro colpo. Abbiamo dovuto preparare ardite battaglie allo scoperto, senza segreti, e le nostre vittorie acquistano un valore magnifico di audacia, una grandezza prodigiosa di nobiltà e di vigore, per questa lealtà ineluttabile, per questa disperata sincerità che ci faceva trovare il nemico sempre pronto, sempre in forze, cognito del nostro piano.
Quelle prime azioni non erano che una presa di contatto, non avevano che una importanza di ricognizione. Ci aspettavamo una difesa ben preparata, sapevamo che il nemico aveva da anni studiato minutamente quella zona dal punto di vista militare, le informazioni ricevute erano concordi nel riferirci che grandi lavori di protezione si erano compiuti, ma gli ostacoli sui quali la nostra offensiva urtava superavano in potenza quello che l'opinione comune potesse prevedere. Per tutto erano ranghi numerosi di trinceramenti di calcestruzzo, con blindature di acciaio, con reticolati alti e profondi sostenuti da pali di ferro infissi nel cemento, erano batterie incavernate che incrociavano i tiri, erano sviluppi immensi di reti telefoniche e telegrafiche, innumerevoli osservatorî, zone minate. Nei primi giorni del giugno la battaglia vera cominciò.
Ebbi la ventura di assistere all'inizio della lotta gigantesca. Il sei si passava il basso Isonzo a Pieris, l'otto si occupava Monfalcone, il nove si attaccava Plava, il dieci ci trinceravamo a Gradisca. Si combatteva su tutta la fronte; Lucinico ardeva; Mossa ardeva; le alture erano velate a tratti dal fumo delle esplosioni; sulla pianura si sfioccavano le nubi degli shrapnells austriaci; il nostro attacco saliva le spalle del Sabotino e del Podgora, sulle cui vette intenibili l'onda dell'assalto oscillava. Ora avvicinando il campo di battaglia dalla parte di Cormòns, si rimane stupiti di non riconoscere più certi luoghi.
Il Podgora in quei primi giorni della lotta era una collina tutta coperta di bosco, verde, oscura, con quel profilo nuvoloso, a masse, che hanno i declivî selvosi, sui quali l'intreccio ampio delle fronde si sparge e si allarga con una morbidezza folta da pelliccia. A metà della costa qualche vigna, una verdura più chiara e più minuta. Il declivio si spegneva dolcemente fra le case di Lucinico. Adesso il Podgora è nudo.
Pare più piccolo, così spogliato del suo spesso mantello d'alberi. Nudo, sterile, rossastro, lacerato, bucato, ferito, non si somiglia più. Ha ricevuto centinaia di migliaia di cannonate. Le granate hanno tutto distrutto e tutto sepolto. Dopo aver bruciacchiato, sfrondato, stroncato e abbattuto gli alberi, esse hanno rovesciato sui tronchi atterrati eruzioni di zolle e di sassi. Non v'è più un filo d'erba; ogni vita vi è estinta. Il Podgora è il sinistro cadavere d'un colle cosparso di cadaveri d'uomini. Il nostro lavoro di zappa ha dovuto qualche volta deviare perchè scavava sotto ad un carnaio di nemici.
Sulla groppa della collina, dove nessuno dei due avversari resiste, rimane in piedi qualche decina di fusti nerastri, senza rami, un po' inclinati qua e là, scossi dalle esplosioni come da una tempesta, e sulla vetta principale, sconvolta, non ci sono che tre tronchi, tre soli, equidistanti, che ricordano le croci del Golgota e che l'hanno fatto battezzare Monte Calvario.
S'incontrano per la strada da Cormòns a Mossa degli uomini che tornano dal Calvario o che ci vanno sereni e contenti, non trovando niente di specialmente terribile in quella posizione, sulla quale si sono scatenati assalti senza numero. Dei gruppi di volontari triestini vi hanno compiuto prodigi di valore insieme alla truppa della più vecchia Italia. Tutta la costa dell'altura era difesa da una successione di trincee blindate, protette da reticolati e da mine, e sono state prese ad una ad una, a colpi di zappa, a colpi di esplosivi, a colpi di baionetta. Ogni possibilità offensiva del nemico è stroncata; la testa di ponte è ancora un ostacolo ma non è più un pericolo; non sporge più verso di noi la minaccia di una base di concentrazione, non ha più sfogo.
Sul fiume, Podgora, come il Sabotino, scende con un declivio precipitoso e breve, e su quel pendìo ripido gli austriaci sono ridotti, ad onta dell'appoggio delle batterie d'ogni calibro nascoste sul Monte Santo, sul monte di San Gabriele, sulle colline di San Marco, al di là di Gorizia. Vi si tengono arrampicati in trincee massicce, sotto blindature di acciaio, in mezzo a un dedalo di cunicoli, di gallerie, di tane. Sopra la vetta sgombra, battuta dai cannoni delle due parti, passano di qua e di là bombe lanciate da apparecchi speciali, e la notte essa è vividamente illuminata da un vigilante incrocio di proiettori, percossa da granate.
Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl'incamminamenti coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella terra vanno e vengono strani equipaggi che ricordano certe carrettelle dei contadini fiamminghi. Sono piccoli veicoli che dei cani robusti, volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l'importanza e l'urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la carezza. In qualche settimana gl'intelligenti animali hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più e vanno al fuoco come veterani.
Mentre osservavamo il Podgora, gli austriaci ci bombardavano Capriva, un villaggio fra Gorizia e Cormòns. Da alcune settimane devastano ora l'uno ora l'altro dei paesi sul piano. Credono forse di demolire i nostri quartieri d'inverno. Un fumo denso e scuro passava sui tetti. Bombardavano anche Villanova, ai piedi del Monte Fortin, lieve altura sulla riva destra dell'Isonzo. Lontano, una grande colonna di fumo bianco: un deposito nemico ardeva, incendiato da una granata nostra, nel sobborgo goriziano di San Pietro. Spesso un rumore di battaglia scendeva dal cielo.
Era un tempestare rapido di esplosioni altissime nell'azzurro. Il fuoco dei cannoni antiaerei inseguiva aeroplani nemici. La caccia ci fermava attenti, pieni di crudeli speranze. Le nuvole degli shrapnells si seguivano in fila; creavano una lunga, strana punteggiatura bianca sul sereno, cancellata con lentezza dal vento fino a formare una scìa pallida e confusa, una specie di via lattea striata e diafana. Minuscolo, chiaro, lontano, veloce l'aeroplano filava avanti ai colpi, più in alto.
Appena lasciato con gli occhi era perduto nella luce. Nuove nuvolette ce lo indicavano, più in là. Pareva una corsa fra il volo e i colpi di cannone. La macchina alata fuggiva dai tiri di una batteria e incontrava i tiri di un'altra. A intervalli il bombardamento del cielo cessava, per ricominciare più remoto. In un certo momento, quattro aeroplani austriaci volteggiavano sulla zona di Cormòns.
Si difendevano sollevandosi. È ben raro che il tiro dei cannoni possa abbattere un aeroplano da guerra, che solca lo spazio a cento o centoventi chilometri all'ora, ma lo costringe a fuggire in elevazione, a cercare la salvezza nelle altezze gelate dell'atmosfera da dove la visione della terra si confonde e l'osservazione perde accuratezza. Poi dei grandi uccelli tricolori sono sopravvenuti. Alcuni tornavano dalle ricognizioni e scendevano a motore spento come scivolando vertiginosamente sopra un immenso invisibile pendìo; altri si levavano allora con un roteare largo e solenne. Per un minuto il cielo è apparso tutto solcato dai voli. Qualche boato profondo ha scosso l'aria, e nembi densi e foschi si sono sollevati dalla terra. Il nemico lasciava cadere delle bombe.
Voleva forse colpire dall'alto qualche convoglio che passava sulla strada vicina. Le bombe scoppiavano sui campi. I conducenti guardavano con indifferenza il fumo che scorreva sull'erba e fra i filari di alberi; il convoglio proseguiva con lentezza il suo cammino. Ad uno ad uno gli aeroplani sono scomparsi. Il cielo si è di nuovo fatto silenzioso e limpido. Abbiamo allora udito brontolare il cannone in fondo alla pianura, sulle lontananze azzurrognole del Carso.
Oltre Capriva, ai piedi del Podgora, vedevamo le case sventrate di Lucinico. Il bombardamento e gl'incendî vi hanno tutto diroccato e distrutto. Lucinico è così prossimo a Gorizia che, visto da lontano, si confonde con la città. Ne è quasi un sobborgo, separato appena da un chilometro di strada e da un ponte. A Lucinico la battaglia ha infuriato.
Aprirsi un varco a Lucinico verso Gorizia voleva dire aggirare il Podgora, far cadere la possente difesa delle alture, voleva dire sfondare lo sbarramento frontale di Gorizia. Mentre il martellare degli assalti percuoteva e sfasciava successivi trinceramenti sul pendìo occidentale del Podgora, il nostro attacco, fiancheggiando a destra questa azione, si sferrò su Lucinico.
Le prime difese all'entrata del villaggio furono spazzate via. Successe un combattimento all'antica, da casa a casa, da angolo ad angolo, da porta a porta, una battaglia da pittura di guerra. Appena il villaggio fu nostro, cominciò il bombardamento austriaco, furibondo; tutto era fuoco e fumo; si udiva lo scroscio dei crolli dopo ogni esplosione; le macerie si sparpagliavano con una violenza da proiettili sollevando opachi e persistenti nembi immani di polvere, e alla notte, sopra a questo tumulto danzava il riflesso vivo e sanguigno degl'incendî. L'attacco continuava.
Le grandi opere di trinceramento preparate dal nemico erano al di là. Lavori in cemento, blindature in acciaio, linee successive di posizioni e di ostacoli, tutto quello che la scienza e l'esperienza hanno trovato di più formidabile per lo sbarramento di un piano, era ammassato su quello sbocco. La difficoltà più grave all'assalto non era l'invulnerabilità delle trincee nemiche, non era l'intensità del loro fuoco, era il reticolato, quella cosa che appariva così lieve nella distanza, così leggera e sfumata come una bruma azzurrastra. Sulle trincee si arriva, contro al fuoco si avanza, ma nessuna volontà e nessun eroismo potevano far valicare le sterminate barriere di fili di acciaio intessute sopra uno spessore di cinquanta metri. Allora i mezzi efficaci che abbiamo trovato per la distruzione dei reticolati non esistevano. Le grosse forbici a tenaglia, che così bene avevano servito ai giapponesi in Manciuria, si spezzavano. Per renderle inutili il nemico aveva adoperato dei fili grossi come cordicelle. I reticolati di Lucinico parevano inattaccabili. Si pensò al cannone.
Avvenne qualche cosa di gigantesco. Nella prima luce scialba, livida di un'alba, l'ora dei silenzi anche sul campo di battaglia, si vide un cannone uscire al galoppo dalle nostre posizioni. Si era dovuto lavorare a spianare un tratto di trincea per aprirgli il passo. Pareva che si lanciasse solo all'assalto.
Fra le due linee nemiche, in una fredda, pallida, tragica solitudine, imperterrito, il cannone galoppava alla morte. Andava lungo la strada bianca e diritta verso le trincee austriache. I suoi sei cavalli si allungavano vigorosamente nella corsa, sferzati dai conducenti saldi in sella, e il rombo metallico delle ruote si spandeva sulla quiete. L'ufficiale cavalcava a fianco del pezzo. Vi fu un minuto di sospensione, di sorpresa, di ansia, di ammirazione.
Pareva che il nemico stesso fosse tenuto immobile da un senso di rispetto e di stupefazione. Forse non capiva, non si rendeva conto, di quella sublime audacia. Ma subito dopo la fucileria austriaca cominciò, intensa, scrosciante, allarmata, da tutti i punti, di fronte e di fianco, dalla strada di Gorizia, dalla strada di Gradisca, dalle pendici del Podgora.
Il cannone si fermò a centocinquanta metri dai reticolati. Si potè scorgere qualche cavallo già ferito che si abbatteva agitando convulsamente le zampe. Poco dopo, distaccati dal pezzo, gli altri pure cadevano, tentavano di risollevarsi, ricadevano. Gli artiglieri eseguirono la manovra della messa in posizione, presero i loro posti, tuonò il primo colpo. Vi fu una pausa per regolare il tiro, poi il fuoco riprese, rapido, regolare. La trincea battuta scomparve nel fumo, ma si intravvide al di là una confusione di fuga, uno sparpagliamento di gente in corsa verso i fianchi. Il nemico abbandonava la posizione.
La fucileria austriaca infuriava sempre dalle trincee laterali. Su quell'affaccendamento di pochi uomini intorno ad un cannone, su quel minuscolo gruppo vivente nell'immobilità grigia della zona scoperta, era una grandine di piombo. Qualche servente di tanto in tanto si accasciava colpito. Allora dalla trincea nostra partiva di corsa un artigliere a sostituirlo. E il fuoco continuava.
L'artiglieria nemica si destò. Dei proiettili cominciarono a scoppiare intorno, vicino, ad avvolgere il cannone in cumuli di fumo. Ma si udiva sempre il suo tuono impetuoso, eguale, insistente, ostinato, furibondo.
Ad un certo momento una voce ingigantita dal megafono gridò da là, dal fumo: «Granate! Portateci granate!». Un cassone con trentotto granate uscì dalle posizioni e si slanciò al galoppo in quell'inferno. Il fuoco del pezzo non aveva avuto che una breve sospensione. Con le nuove munizioni il tiro ricominciò veloce. Il cannone affrettava la sua opera quasi presentisse la brevità del tempo che gli restava a vivere. Era circondato da un balenare di scoppi, da un fragore ininterrotto. Un albero vicinissimo, sul margine della strada, cadeva schiantato. Su quel punto convergeva il furore di batterie intere. Nell'uragano delle esplosioni si distinguevano i colpi del cannone nostro, regolari, serrati.
Poi il suo tiro a poco a poco rallentò. Si fece ineguale, ebbe delle pause. Gli ultimi colpi erano separati da lunghi, angosciosi intervalli. Ma il fuoco moribondo del pezzo, che si comprendeva manovrato da qualche ferito, continuò finchè tutte le granate furono scagliate contro l'ostacolo, tutte. Allora soltanto, definitivamente, il cannone tacque. Imperversò ancora su di lui la tempesta del bombardamento. Quando anche essa languì e il fumo si dissipò, sulla strada deserta non c'erano più che delle cose informi.
Il cannone, colpito ad una ruota, con l'affusto sfasciato, era rotolato nel fosso. Cominciò allora una lotta per non lasciar cadere quei gloriosi rottami in mano al nemico.
L'eroico sacrificio di quel pezzo aveva costretto l'avversario a rivelare tutte le sue posizioni. Una breccia era aperta sulla strada, ma inoltrarsi era impossibile in mezzo ai fuochi incrociati di fucileria e di artiglieria che convergevano da ogni parte, risvegliati dall'allarme, provenienti da trincee delle quali soltanto allora poteva valutarsi l'importanza e scoprirne la disposizione. Non potevamo muoverci, nessun assalto sarebbe arrivato in quelle condizioni. Nuove disposizioni si meditavano, la situazione poteva essere studiata nella sua realtà. Nelle trincee i soldati non pensavano che al cannone che bisognava riprendere.
Per tutto il giorno fu tenuto lontano il nemico. Gli artiglieri della batteria erano in trincea con i fucilieri. E furono gli artiglieri che alla fine vollero uscire, sotto al fuoco, inoltrando lungo gli argini della strada. Essi riportarono indietro i cadaveri degli uomini e il pezzo.
In ogni combattimento, sul tumulto oscuro di innumerevoli eroismi si solleva gigantesca, solenne, possente, la bellezza terribile di qualche fatto leggendario, come un monumento sulla folla. In nessuna guerra come in questa il valore è arrivato a così sovrumane grandezze. Sugli orizzonti della storia le generazioni da secoli vedono torreggiare il ricordo di gesta che non arrivano alle altezze di episodî che si svolgono ora, per tutto, senza incitamento di gloria, con la ineffabile semplicità dell'impensato, dell'istintivo, dell'inconsapevole. Son pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessun nome rimane scolpito su queste vette dell'epopea. I protagonisti non sono più degl'individui, hanno una personalità più grande, sono il popolo, sono la razza.
Per questo gli episodî eroici acquistano qui un colore di naturalezza e non meravigliano più. Per uno di essi che arriva alla nostra conoscenza, cento restano ignorati, passano e scompaiono dalla memoria come le onde di una tempesta, varie, imponenti, mosse tutte dalla stessa forza, fatte tutte della stessa materia, che lasciano l'impressione di una cosa sola: il mare in furia.
Oscuri e sublimi sacrifici volontari crearono il varco ad ogni avanzata, e di avvenimenti che avrebbero gonfiato di orgoglio il cuore della nazione, rimangono tre righe di rapporto richiamate da un numero di archivio. Percorrendo la fronte si scopre che gli ardimenti più grandi non sono isolati, che scaturiscono in ogni settore nelle stesse circostanze. Il cannone eroico di Lucinico ha dei confratelli per tutto, a Gradisca, a Sagrado, sul Carso....
A Lucinico dopo quella battaglia la nostra fronte sostò, mentre varcava l'Isonzo a nord e a sud, a Plava e a Sagrado, e la conquista si affermava sull'altra riva. Gorizia si vede vicina, pittoresca, intatta dalle trincee di Lucinico. I suoi edifici più nuovi e più bianchi, senza una ferita sulle loro facciate, avanzano verso il fiume, lungo viali alberati, e alla sera tutti i suoi vetri si accendono dei bagliori del tramonto, con un'apparenza di illuminazione e di festa. I campanili delle chiese numerose si affacciano incontaminati dalla guerra al di sopra dei tetti. Soltanto la stazione di San Pietro, che serviva ai trasporti di materiale da guerra ed era circondata di depositi, è stata danneggiata dalle nostre granate. Contro ad una grande tettoia da locomotive il tiro fu sospeso perchè sorse il dubbio che potessero esservi raccolti dei rifugiati.
I cannoni del nemico devastano, i nostri combattono soltanto. Non colpiscono che i punti dei quali è accertata l'importanza militare. Non fanno la guerra agli inermi, alle case, ai monumenti. Da una parte è la rovina, un paesaggio da terremoto, dall'altra continua rispettata la vita passiva e silenziosa delle città spopolate che aspettano.
Il nemico, che spesso finge di arrendersi e massacra, che alza bandiera bianca e fa fuoco, che copre con la croce rossa convogli di munizioni, che spara sulle ambulanze e sui portaferiti, che fa prigionieri dei medici, che bombarda villaggi abitati, potrà trarre qualche beneficio della nostra lealtà. Ma noi sentiamo in noi stessi l'immensa forza di una superiorità morale, la coscienza di rappresentare la formidabile nobiltà del diritto.
SULL'ISONZO E SUL CARSO.
UNA MIRABILE IMPRESA GUERRESCA.
5 ottobre.
Chi si avvicina adesso all'Isonzo, attraverso la pianura friulana, prima ancora di arrivare all'antica frontiera cerca in fondo all'orizzonte l'altura strana e terribile che è il terreno della lotta più ardente, il campo delle più vaste battaglie della guerra. Il suo profilo si distacca a poco a poco dal confuso e sbiadito sollevamento lontano delle Alpi Giulie, si precisa, prende rilievo, e lo sguardo non lo lascia più. È l'ultima propaggine del Carso, l'immane gradino sul quale la nostra offensiva è salita.
Non ha l'imponenza di quelle montagne guerriere che s'offrono ai combattenti delle posizioni turrite, non ha l'aperta e fiera ostilità del Rombon e del Monte Nero. È una singolare collina, lunga, adagiata, senza sbalzi di vette, senza quell'imperioso levarsi di una cima che mette ad ogni monte come una testa dominatrice. Sembra accucciata, il suo dorso ha una immobilità rettilinea. Bisogna avvicinarsi per scorgervi qualche ondulazione. Allora si osserva che quella barriera va innalzandosi a sinistra, e sale senza vigore fino ad una specie di protuberanza terminale: il monte San Michele. Si distinguono meno, dal lido opposto, altre piccole onde: il Monte Sei Busi, poi il Monte Cosich più lontano. Nell'insieme l'altura si disegna con la regolarità di un oscuro bastione.
È un bastione lungo dodici chilometri, alto qualche centinaio di metri, che avanza a saliente, che penetra ad angolo nella pianura come lo sperone di una prodigiosa fortezza. Il fiume gira alla base di questo spalto immane, ne lambe le pendici per un lungo tratto, poi se ne discosta e scende tortuoso al mare. Ai piedi delle alture è un affollamento chiaro di cittadine e di villaggi, Gradisca a sinistra, quasi sotto al San Michele, Sagrado alla punta più avanzata del saliente, poi Fogliano, poi Redipuglia, poi Ronchi, a destra Monfalcone, disordinate mandrie di case che sembrano fermate dall'ostacolo del Carso e adunate là sotto in una perenne attesa. Ora il cannone austriaco le macella.
Avvicinandosi al Carso la pianura si fa triste. Su dei campi abbandonati il calpestamento dei bivacchi ha aperto larghe plaghe di sterilità; altrove la campagna inselvaggisce in una invasione rigogliosa di vegetazioni parassite. Tutta la vita è sulla strada, polverosa e fangosa, percorsa da convogli e da truppe, animata da squadre che lavorano al rafforzamento di argini o allo scavo di fossati. Passato il fiume comincia la visione pietosa dei villaggi bombardati. Erano rimasti intatti e viventi fino ad un giorno recente nel quale il nemico ha aperto le ostilità contro di loro.
La popolazione emigra sotto alle granate, ma poi quasi sempre ritorna e si riannida tenace nelle case sconnesse, presso la chiesa crollata. Così a Turriaco, sgretolato qua e là dai colpi, abbiamo ritrovato un po' di vita. Dei bambini giuocavano vicino alle rovine di un edificio che aveva bruciato tutta la notte e che mandava ancora fumo e calore dalle sue macerie calcinate. A San Canziano, sulle soglie di case sfondate sono comparse delle donne. Il paesello è stato bombardato con i grossi calibri, come una fortezza.
Qualche casa è scomparsa. Una granata da trecentocinque ha distrutto interamente l'abside della vecchia chiesa, e dall'immane breccia si vede l'interno bianco del tempio sventrato, pieno di rottami, invaso dal vento che agita lembi di paramenti sulla devastazione degli altari. Siccome le granate non parevano sufficienti a sconfiggere il terribile San Canziano, degli aeroplani sono arrivati carichi di bombe, e, abbassando il volo per non sbagliare il colpo, hanno gettato i loro esplosivi.
Le case rimaste in piedi sono butterate di schegge, con delle imposte sfondate, con i tetti disfatti. Agli angoli, i lampioni di ferro della illuminazione pubblica pendono in informi grovigli dai bracci di sostegno. Fu a San Canziano che un cavallo fece un famoso volo, arrivato fino alle colonne dei giornali. La povera bestia, attaccata ad un carretto da battaglione, stava in un cortile quando, a due passi, scoppiò un proiettile da trecentocinque. Il carretto si sfasciò, il cavallo sparì. Per il momento fu creduto annientato dall'esplosione; ma alla sera si scoprì che, lanciato in aria dallo scoppio, il cavallo era ricaduto sopra una casa vicina, aveva sfondato il tetto, ed era sul pavimento d'una camera, morto ma senza ferite, coperto di polvere e di tegole rotte. C'è rimasta ancora la selletta col sottopancia.
Più avanti, Staranzano è quasi distrutto. Dobbia è in rovina. Le antiche case di Monfalcone si disfanno sotto ad un bombardamento inesplicabile e feroce, che non ha ragioni militari. Granate incendiarie appiccano il fuoco, completano la devastazione, e le fiamme sono vedute alla notte fino da pescatori che remano nella quiete buia delle lagune di Marano. Begliano è morta. Due facciate di case ancora in piedi illudono chi arriva. Prima di entrarvi il villaggio pare quasi intatto, e non c'è più. Ha l'aspetto di un paese abbattuto dal terremoto. Rimangono dei muri con delle finestre, isolati come quinte di teatro. Anche qui ha cannoneggiato il trecentocinque.
Uno dei giganteschi proiettili è arrivato attraverso i muri ad un pianterreno, senza esplodere, e dalla strada si vede il terribile intruso nell'interno della casa. La finestra è spalancata, e chi passa scorge nell'ombra la granata enorme e nera, adagiata sopra un letto di calcinacci, allungare il muso aguzzo e formidabile nell'angolo di una modesta cameretta adorna di oleografie, piena di tristezza e di rassegnazione. Il resto della casa è crollato per altri colpi. Ancora pochi passi, e in una piazza cosparsa di rottami fumano ancora le macerie di una vecchia villa.
L'hanno colpita con granate incendiarie. Un grande avanzo della fronte, annerita dalle fiamme, tiene come sospesi dei lembi di adornazione classica, che l'immaginazione prolunga nel vuoto completando le linee del palazzo secolare. In alto, due statue di pietra settecentesche, rimaste sole in piedi sul coronamento, avvolte con grazia in lievi drappeggi, hanno un gesto leggiadro di danza, una posa da minuetto, e sorridono. Qualche granata passa nel cielo rombando e soffiando come un'elica da aeroplano, diretta chi sa dove, e il suo rumore si spegne. Va forse alla ricerca dei nostri ponti.
Il Carso appare vicino. Da Begliano si distingue bene la prominenza del Monte dei Sei Busi. Nella luce di un tramonto vedevamo tutto ardente quel baluardo fortificato che domina la pianura e ne comanda ogni approccio. Come le nostre truppe hanno potuto avvicinarlo, come hanno potuto attraversare il fiume sotto ai suoi cannoni, forzare il passo, salire all'assalto, insediarsi sul ciglione? L'immane spalto di pietra è stato preso per un miracolo di abilità, di pertinacia, di eroismo.
L'Isonzo è stato varcato a viva forza sotto alla fucileria e alle cannonate, col nemico trincerato di fronte, a poche centinaia di metri. Più volte i nostri ponti appena gettati sono stati distrutti dalle granate. Mancato un tentativo si ricominciava. Si è preso piede sulla riva sinistra a poco a poco in virtù di un'audacia inflessibile, tenace, magnifica. Il passaggio dell'Isonzo è uno dei fatti più meravigliosi nella storia delle guerre.
Oltre alla difficoltà che è nella disposizione del terreno, oltre alla preparazione del nemico, avevamo contro di noi una ostilità imprevedibile di circostanze. Il fiume stesso pareva cospirasse ai nostri danni. Mentre stavamo per tentare il primo passaggio, l'Isonzo si mise in piena. Il piccolo corso d'acqua veloce e chiaro divenne una immensa fiumana vorticosa e torbida. Le piene dell'Isonzo sono impetuose e subitanee. Fu allora che i ponti di Caporetto vennero travolti isolando i nostri reparti che salivano alla conquista del Monte Nero.
Ecco la ragione di una sosta delle operazioni nel basso Isonzo dopo il primo slancio dell'invasione. Tre giorni dopo la dichiarazione della guerra, le nostre ricognizioni già avevano scelto i punti di passaggio sul fiume. L'ultimo giorno di maggio ci avrebbe forse potuto trovare sulle pendici del Carso. L'alluvione ci fermò. Il nemico profittava intanto della piena per provocare quella inondazione del piano, fra Sagrado e Monfalcone, della quale narrammo diffusamente nelle cronache di giugno. Con l'inondazione gli austriaci sottraevano un vasto territorio alla manovra, restringevano i punti possibili di attacco e potevano concentrare su di essi la difesa.
Sei giorni trascorsero nell'attesa. Il 4 giugno l'Isonzo decresceva. Si iniziarono le operazioni per varcare subito il fiume nel punto meno contrastato, verso Monfalcone. Tutte le artiglierie di un corpo di armata aprirono il fuoco alla sera. All'alba del giorno dopo due battaglioni traghettavano su barche, spezzavano una debole resistenza del nemico, inoltravano verso Pieris. Dietro a loro si gettavano i ponti militari. A mezzogiorno forse una intera divisione era sulla riva sinistra. Incominciava l'avanzata su Monfalcone, che fu presa due giorni dopo. Ma l'inondazione isolava questa mossa.
Fra le truppe che agivano nella zona di Monfalcone e quelle che agivano nella zona di Gradisca si distendeva la calma di una immensa palude. Un nuovo passaggio dell'Isonzo doveva operarsi indipendentemente, senza appoggi sul fianco, ai piedi delle alture, di fronte alle posizioni nemiche. Bisognava fare un ponte e dar battaglia nel medesimo tempo. Fu il 9 di giugno, di fronte a Sagrado, che avvenne la prima traversata del fiume. L'attacco premeva quel giorno su tutta la fronte per inchiodare le riserve nemiche; si combatteva sul Podgora, si tentava il primo traghetto di forze a Plava, si prendeva la Rocca di Monfalcone.
Le posizioni nemiche da Sagrado a Sdraussina sono bombardate; ma gli austriaci, al sicuro dagli assalti sull'altra riva, lasciano le posizioni battute per rioccuparle appena il cannone rallenta. Sagrado si addossa alle falde del monte, si rannicchia fra le pendici e il fiume, e da lontano il suo campanile pare come attaccato all'oscuro sfondo del declivio. Avanti al paese, il vecchio ponte distrutto dal nemico non è più che un cumulo di grandi macerie fra le quali l'acqua s'agitava a vortici e cascatelle scrosciando e spumeggiando. Un poco a monte di Sagrado, fra due rive folte di cespugli, il fiume forma un isolotto oblungo, cinereo, fatto di sabbie chiare e cristalline e di ghiaia. Questa località è scelta per il passaggio. Si considera più facile gettare due piccoli punti fra l'isola e le rive che non un solo grande ponte dove il corso del fiume è largo e unito. L'isolotto offre come una tappa, una base intermedia, divide l'operazione e la facilita. E poi la corrente è più calma in quel punto.
Tutto è pronto. Nell'ombra della sera la truppa destinata al primo passaggio inoltra silenziosa da Gradisca e si cela nei cespugli della riva. Il materiale per la costruzione si ammassa. Alle dieci e mezzo i pontieri cominciano il lavoro. Nel medesimo tempo numerose barche traghettano le avanguardie. L'isolotto si popola. Non si ode che un risciacquìo sommesso di remi. Due battaglioni hanno lasciato la riva destra. Delle barche tirate a secco e portate a braccia attraverso l'isola sono varate sull'altro ramo del fiume. Si traghetta ora verso la riva nemica. Le operazioni procedono rapide, ordinate, in una quiete profonda.
Le prime truppe che sbarcano dall'altra parte avanzano verso Sagrado. Un intero battaglione, una piccola parte del secondo, e dei drappelli del genio, formano questa estrema avanguardia, che oltrepassa la ferrovia e arditamente s'inerpica e si aggrappa alle pendici del Carso sopra Sagrado. Il nemico pare scomparso. Ma all'improvviso scroscia la fucilata dalla parte di Sdraussina. Gli austriaci tentano, con un attacco subitaneo sul fianco sinistro, di isolare i nostri. L'ultima compagnia sbarcata, che costituiva la riserva, si slancia contro al nemico. Non si trincera, non si difende: assalta. Nella notte, nell'ignoto, corre addosso al lampeggiamento dei colpi, che si estingue. Il nemico fugge. È inseguito, e quando i nostri ritornano verso Sagrado, sospingono una lunga mandria di prigionieri.
All'alba, il ponte sul primo braccio del fiume è quasi finito. Non mancano che tre campate per toccare l'isola. Si lavora con furia, con febbre, correndo; è una perpetua processione veloce di tavole e di assi, oscillanti sulle spalle dei soldati, che va verso la testata del ponte. Subitamente, un inferno di esplosioni. L'artiglieria nemica aggiusta il tiro sull'ultima campata, dove il lavoro più ferve. Degli uomini cadono; delle barche di lamiera, forate dalle schegge, si riempiono rapidamente d'acqua e affondano trascinando pezzi di ponte con uno scricchiolìo di legname spezzato, sfasciando travature, facendo saltare legamenti di ferro. Il lavoro è sospeso. La riva diviene deserta.
Il danno non appare irrimediabile. I cannoni nemici hanno cessato la devastazione. Due terzi del ponte sono intatti, e le campate distrutte alla testa possono essere rifatte. Non c'è tempo da perdere. Il fuoco austriaco imperversa adesso sull'isola e sulla riva sinistra. È un uragano di fucilate e di cannonate. Il furore di batterie e di battaglioni si concentra su quelle piccole zone, che un'oscillazione lenta di fumo va ricoprendo. Le nostre avanguardie isolate sono là sotto. L'artiglieria italiana tempesta, ma i cannoni austriaci ben nascosti continuano. Le nostre truppe fremono, ed i pontieri invocano l'ordine di riprendere il lavoro.
Il lavoro è ripreso. Immediatamente le granate austriache ritornano al ponte, e questa volta battono le campate di attacco e quelle del centro. Non rimangono più che brevi tratti del ponte ancora sull'acqua; il resto ha il lamentevole aspetto di un avanzo di naufragio. Ricominciare è impossibile. Del resto il materiale necessario per il completamento del ponte comincia a fare difetto. Si deve aspettare la notte per muoversi. È stato possibile traghettare alcuni feriti dall'isolotto, poi ogni comunicazione attraverso il fiume deve cessare. La giornata trascorre lenta in un'ansia mordente per la sorte dei due battaglioni rimasti sulla riva opposta e sull'isola. Che cosa avveniva laggiù?
Il nemico non ha osato un attacco su quella piccola forza che aveva passato l'acqua. Non si è mosso; ha creduto meglio agire da lontano. I nostri si sono ritirati dalle pendici di Sagrado ritornando alla riva. Là si sono trincerati.
Passato un primo soffio di sgomento inevitabile al sentirsi soli, senza soccorsi, contro masse di nemici, hanno preso le disposizioni della difesa. Il greto del fiume formava un angolo morto: vi si interrarono. I tiri di fucileria e di artiglieria passavano sopra a loro e finivano nell'acqua. Le perdite dovute al fuoco erano minime. Ma la situazione appariva delle più disperate, con un esercito di fronte e un fiume inguadabile alle spalle. Le teste dei soldati rannicchiati erano rasentate da raffiche di piombo; l'Isonzo s'impennacchiava tutto di spruzzi. Ogni speranza era nella baionetta; si aspettava l'attacco per slanciarsi fuori all'assalto.
Alla sera gli austriaci debbono aver supposto che non ci fosse rimasto un solo uomo vivo laggiù. Cessarono il fuoco e andarono a dormire. Nella notte calma ed oscura si riudì allora il tonfo lieve dei remi sul fruscìo gorgogliante delle acque. Ricominciò il traghetto sui due bracci dell'Isonzo. Mentre si ritiravano gli uomini, i pontieri lavoravano al ricupero del materiale, immersi nell'acqua, seminudi, salvando tutto quello che si poteva salvare del ponte distrutto.
Sull'isolotto erano rimasti senza ricovero sotto al fuoco terribile quattrocento uomini, con il comandante del secondo battaglione di avanguardia. Pareva dovessero essere annientati. L'isola non ha un rilievo, non un macigno, non un ciuffo d'erba, è una spianata grigia, scoperta, sulla quale si distingue un uomo da dieci chilometri. Sotto al fumo degli shrapnells si vedevano con angoscia, dalla riva destra, centinaia di corpi distesi e immobili, dei cadaveri certamente, su tutto l'isolotto. La notizia di un battaglione distrutto era sussurrata già più lontano. Ma quei cadaveri erano caduti in un modo singolare, tutti per un verso, allungati di fianco. Non si scorgeva che erano sdraiati contro a minuscoli parapetti. I soldati avevano scavato la sabbia umida e granulosa, facendovi delle fosse con le mani, con la paletta, con la visiera del berretto, e si erano imbucati. Alla sera avevano soltanto una cinquantina di feriti e una quindicina di morti.
L'ordine era tale, che le truppe reduci dalla audace spedizione sulla riva sinistra avevano conservato tutti i loro prigionieri, e traghettavano aumentate del numero dei nemici presi. Ma all'alba, per i ritardi dovuti al trasporto dei feriti, non tutti i soldati della eroica avanguardia avevano ripassato il fiume. Bisognò sospendere l'operazione.
Gli austriaci, usciti alla mattina dalle loro posizioni e arrivati alla riva, si erano accorti che quei nostri reparti che immaginavano massacrati erano scomparsi. Andavano per contemplare dei morti, e i morti se n'erano andati. Divennero furibondi. Si trincerarono sulla riva, e aprirono un fuoco serrato e cieco contro l'altra sponda. Arrivata la sera, la loro artiglieria ricominciò a bombardare gli avanzi del ponte. Dalla nostra parte, silenzio. Si era intenti al salvataggio degli ultimi superstiti. Appena ritornati i traghetti, tutta la nostra riva divampò. Per lunghe ore, nelle tenebre di una notte piovosa, continuò il frastuono del combattimento attraverso l'Isonzo contestato.
La notte dell'11, la notte del 12, la notte del 13, videro un affaccendamento silenzioso sulla riva. Si finiva il recupero del materiale del ponte. Intanto cercavamo un rimedio alla inondazione, che ci paralizzava sopra sette od otto chilometri di fronte, impedendoci di sfruttare il passaggio effettuato sul corso più basso dell'Isonzo, a Pieris, e di portare l'attacco fra Sagrado e Monfalcone. È noto come gli austriaci avevano ottenuto lo straripamento delle acque sulla pianura. A Sagrado una grande diga munita di chiuse sbarra l'Isonzo e raccoglie le acque per immetterle nel capace canale industriale di Monfalcone. Gli austriaci avevano serrato le chiuse e sfondato con le mine un argine del canale. L'acqua fermata dallo sbarramento abbandonava il letto del fiume, imboccava il canale, e per le rotture dell'argine dilagava sui campi.
Due obici di mezzo calibro con tranquilla audacia furono portati di fronte alla diga, nei pressi di Sagrado, a trecento metri dalle trincee austriache, sotto al fuoco della fucileria, e tirarono a granata sullo sbarramento. La diga fu sfondata in due punti, l'acqua si precipitò per le brecce scrosciando. L'inondazione cominciò a diminuire, ma troppo lentamente. Due ufficiali superiori del Comando Supremo, qualche giorno dopo, si spinsero in ardita ricognizione per studiare da vicino il problema del deflusso. Arrivarono carponi fino alle rovine del ponte di Sagrado, nascosti fra i cespugli e le alte erbe della riva. Una sentinella austriaca vigilava a pochi passi da loro. Si resero conto che l'apertura creata dal cannone sulla diga massiccia era insufficiente. Bisognava tentare ad ogni costo di riaprire le chiuse.
Una notte, un reparto del genio uscì dalle posizioni e scomparve nel buio. La fucileria nemica si destò poco dopo; una mitragliatrice martellava; il reparto doveva essere stato scoperto. Ma andava avanti, saliva sulla diga, strisciando, arrivava alle chiuse. Il loro macchinismo di apertura era spezzato. Le chiuse erano inchiodate. Le enormi saracinesche non si muovevano più. Nessuna forza umana poteva sollevarle. Queste difficoltà gravi non sono insormontabili per un soldato del genio che si è portato sulle spalle uno zaino pieno di gelatina esplosiva. In mezzo ad uno schioccare di pallottole che battevano sulle pietre della diga, delle mine furono accuratamente preparate. E pochi minuti dopo abbaglianti esplosioni aprivano la via all'irruenza delle acque. L'inondazione era vinta.
Era vinta, ma un allagamento così vasto avrebbe indugiato settimane a ritrarsi. Non si poteva aspettare. Il passaggio del fiume fu ritentato nella notte del 15 giugno. Il fuoco del nemico non permise lo sbarco delle prime avanguardie. Due notti dopo si rinnovò il tentativo, ma l'operazione dovette essere ancora sospesa. Gli austriaci vigilavano ora, e nei varchi minacciati concentravano un fuoco spaventoso di cannoni, di mitragliatrici, di fucili.
Il deflusso dell'inondazione era seguìto ansiosamente. Campi e strade emergevano a poco a poco, un nuovo terreno di attacco si scopriva con feroce lentezza. Ogni giorno perduto aumentava la forza e la preparazione del nemico. Tutta la nostra energia, tutto il nostro valore, tutta la nostra sagacia non potevano nulla contro l'ostilità insuperabile e passiva di una distesa di acque. Persisteva ancora l'allagamento in vaste zone, quando si ordinò l'avanzata contro la fronte Sagrado-Monfalcone, per accostarsi anche con l'ala destra alle pendici del Carso e investire le alture da ogni parte. Erano passati venti giorni da quella fatale piena dell'Isonzo che ci aveva fermati.
Verso la nuova linea d'investimento le truppe, protette dalle artiglierie, si lanciarono affondando nel fango. Più avanti, diguazzavano nell'acqua che arrivava loro quasi ai ginocchi. Avanzavano da ogni parte, imperterrite, sul terreno viscido. Il 21 di giugno la linea di attacco era arrivata agli argini del canale di Monfalcone. Il 23 l'aveva sorpassato e toccava la base delle alture. Fogliano era preso. Redipuglia era preso. Vermegliano era preso. Seltz era preso. L'offensiva rombava su tutta la fronte. Con l'appoggio potente dell'ala destra, con quell'ausilio formidabile sul fianco, si ripresero nella notte del 23 le operazioni del passaggio dell'Isonzo a Sagrado.
Si era scelto un altro punto, un poco più a monte dell'isolotto. La nostra artiglieria batteva la riva opposta con un fuoco intenso, e verso le quattro del pomeriggio incominciò il traghetto delle avanguardie. Lo svantaggio di agire alla luce del giorno era compensato dalla efficacia del nostro fuoco, che inchiodava il nemico. Non si poteva più sperare nella sorpresa notturna, e l'oscurità, paralizzando i nostri cannoni, sarebbe riuscita di maggiore utilità all'avversario che a noi. Furono sbarcati poco più di un centinaio di uomini. Ma dalle trincee blindate che ci stavano di fronte, alcune basse verso la riva, altre inerpicate sul declivio, la fucileria divenne serrata, violenta, continua. Non fu più possibile avvicinarsi con le barche piene di soldati. Per due volte, profittando dell'affievolirsi del fuoco, il traghetto riprende, e per due volte deve interrompersi. Il quarto tentativo del passaggio del fiume era fallito.
I centocinquanta uomini che avevano traghettato all'altra riva si ritenevano perduti, ma tardi nella notte si è saputo che erano in salvo. Guidati da un energico e intelligente ufficiale, quando si sono accorti che erano abbandonati alla loro iniziativa, si sono spostati sulla destra, al coperto dei cespugli, lungo la riva, facendo prigioniere delle vedette, sorprendendo dei corpi di guardia, ed erano riusciti a raggiungere le truppe che avevano occupato Fogliano, un chilometro e mezzo a valle di Sagrado.
Il giorno dopo, il 24 giugno, si ricomincia. Non si può immaginare niente di più grande e di più terribile di questa ostinazione eroica, nella quale la volontà del comando e lo slancio degli uomini si fondono e sono come la forza e l'acciaio di un maglio che batta e che spezzi.
Si attese di nuovo l'ora oscura. I primi sbarchi avvennero nel silenzio. Il nemico non si aspettava un altro tentativo così immediato. Quando si accorse di un movimento sul fiume, incominciò un fuoco di artiglieria disordinato, un fuoco di ricerca. Le barche andavano e venivano sotto al lampo degli shrapnells. A poco a poco il tiro cominciò a farsi accurato. Qualche barca colpita tornava indietro, metteva a terra gli uomini feriti, ne prendeva altrettanti validi, e ripartiva col carico completo. Il bombardamento si faceva più intenso e più esatto. Nuove batterie nemiche entravano in azione. Delle imbarcazioni non arrivavano più a metà del fiume che dovevano virare per ricondurre dieci, dodici feriti. Alcune facevano acqua, forate dalle pallette e dalle schegge. Alle undici della notte il traghetto fu sospeso. Erano passati circa cinquecento uomini, spariti, laggiù, nelle tenebre e nel silenzio della riva opposta.
Il bombardamento cessò. Il nemico credette forse fallito anche il quinto tentativo. Ma nella quiete profonda un nuovo lavoro cominciava. Si gettava un ponte. Centinaia di uomini portavano il legname, portavano le barche, e la riva si empiva di un affaccendamento intenso e cauto, del quale a cinquanta passi nulla si udiva. Qualche lieve urto di tavole, dei tuffi di àncore gettate, un gorgoglìo di carene, un sordo calpestìo di piedi nudi sul legno, e nell'ombra il ponte avanzava sul frusciare sommesso della corrente nera.
All'alba la costruzione era arrivata alla metà del fiume. Non si aspettò che fosse finita; quel breve tratto di acqua scoperta poteva essere rapidamente traversato con le barche. Ricominciò il passaggio. La truppa percorreva il ponte a drappelli, arrivava in fondo, s'imbarcava. Andava verso il mistero dell'altra sponda con una calma solenne e fiera. Alle tre, l'artiglieria austriaca aprì il fuoco sul ponte.
Il passaggio continuò sotto alla tempesta delle cannonate, per qualche tempo. Il tiro era a granata, e i proiettili cadevano nel fiume o sulla sabbia. Non tardò molto però ad avvicinarsi al ponte. Una raffica arrivò sulle barche. Si vide il ponte spezzarsi; tre campate affondarono. La costruzione e il traghetto furono abbandonati, non un uomo poteva più passare. Sulla riva sinistra era sbarcato, in tutto, un battaglione di fanteria.
Questo battaglione, solo, tagliato fuori, senza scampo, allo scoperto, attaccò. Troppo debole per difendersi, mosse all'assalto. Si gettò su Sagrado, respinse il nemico, occupò il paese, vi si trincerò, e aspettò.