RACCONTAVA IL DOTTOR MAGGIOLI…
I. I microbi del signor Sferlazzo.
Si parlava di microbi.
—Il soggetto è troppo grave da poter essere accennato in conversazione—disse il dottor Maggioli.—E poi, io sono oramai un po' fuori dal mondo scientifico; sto a guardare, sto a sentire quel che fanno e dicono gli altri, e non ho più voce in capitolo. La mia opinione sarebbe di nessun valore. Quando diventiamo vecchi, non ci si atrofizzano soltanto i muscoli e le ossa, ma anche il cervello. Certe idee nuove non possiamo più assimilarcele, non riesciamo ad intenderle; e resistiamo financo all'evidenza dei fatti. In ogni modo, a proposito di microbi, ho una storiella da raccontare.
Il cavalier Carmine Sferlazzo (il suo deputato lo aveva fatto crocifiggere con la stella d'Italia perchè attivissimo elettore) non era un'aquila, oh, no! ma era certamente una brava persona.
Egli aveva letto su pei giornali molte chiacchiere intorno a questi maledetti invisibili animalini che ora si trovano dappertutto e dei quali, anni fa, nessuno sapeva niente; ma da uomo prudentissimo, che non dà retta alle fandonie dei fogli, non se n'era dato gran pensiero.
Si trattava però della salute, della vita anche; ed egli, che voleva star bene e restare quaggiù il più lungamente possibile, aveva pensato che era meglio avere netta la coscienza; per ciò era andato a consultare il suo medico ordinario.
—Dunque, questi microbi? Bisogna dar retta ai giornali?
—Siete come i contadini anche voi?—aveva risposto il dottore.
—Illuminatemi, spiegatemi tutto. Sono venuto appunto per questo.
Altro che illuminarlo! Colui lo aveva atterrito a dirittura.
Milioni! Nell'acqua, nelle erbe, nei panni, fuori e dentro di noi, tra i denti, tra le ugne, negli intestini, nell'aria che respiriamo! Fin in Paradiso! aveva conchiuso quello scomunicato che non credeva a niente più in là dalla punta del suo naso.
Il cavaliere, all'ultimo, aveva scrollato il capo, diffidente, convinto anzi che quegli avesse esagerato a posta, per fargli paura.
Ma un giorno l'infame dottore, trovatolo, per via, lo aveva preso sotto braccio, e lo aveva condotto nel suo studio.
—Volete vedere i microbi?
—Dove sono?
—Qui.
E gli aveva messo sotto gli occhi un tubetto di vetro, con in fondo un dito di gelatina. Postolo a sedere davanti a un tavolino su cui era preparato il microscopio, lo aveva poi iniziato nei misteri dell'invisibile.
—Eh? Vedete come guizzano? Come si agitano quelle virgolette nere?
Sono ingrandite trentamila volte!
—E che razza di virgole sono?
—Microbi del tifo!
Il cavaliere diè un balzo. Voleva ammazzarlo dunque? O, per lo meno, farlo ammalare per cavarsi il bel gusto di guarirlo?
—Questi scherzi non si fanno, dottore!
—Oh, non c'è pericolo!
Doveva essere così, se il dottore maneggiava la gelatina impunemente; ma egli non si sentì tranquillo, neppure dopo che quegli lo ebbe spruzzato da capo a piedi con la soluzione di bicloruro di mercurio con cui gli aveva fatto lavare e si era lavato le mani pure lui.
Quella notte il poveretto non chiuse occhio.
—Ragioniamo!—diceva a sè stesso.—Questi dottori, questi scienziati sono, su per giù, una manica di ciarlatani. Ce le danno a bere grosse, sicuri che noi ignoranti non possiamo smentirli. Quell'altro professore, ieri, non voleva darmi a intendere che è stata misurata, fino a un millimetro, la distanza dalla terra al sole? Hanno mandato gli ingegneri a misurarla col compasso? Fandonie! Ciarlatanate! E la luce delle stelle che mette dieci, dodici, venti mila anni ad arrivare quaggiù! Hanno forse avuto sott'occhio il passaporto di essa, vistato dai sindaci di là? Fandonie! Ciarlatanate! Ma almeno queste sono innocue. Con la storia dei microbi però… Eh, via! I medici fanno il proprio interesse. Ora, quando non capiscono niente di una malattia, ci spiattellano in faccia: Microbi! E si tolgono ogni responsabilità. Spetta a noi cautelarci, guardarci!… E prima? Il mondo esiste da secoli… La gente, una volta, campava duecento, quattrocento anni. Dov'erano allora i microbi? Domineddio li ha creati a posta oggi, per far il comodo dei medici? Fandonie! Ciarlatanate!… Ma poi… chi sa? Le ho vedute proprio con questi occhi, quelle brutte virgole del tifo! Le chiamano virgole! E fanno fare punto fermo e daccapo, per tutta l'eternità! Belle virgole!
Si voltò e rivoltò sul letto tutta la nottata, ripetendosi a ogni po':—Ragioniamo!—Che voleva ragionare? All'alba non ragionava più, con lo spavento delle terribili virgole addosso.
E che accadeva? Neppure a farlo a posta!
Da lì a un mese, egli si ammalava di tifo!
—Ah, dottore! Siate galantuomo ora; guaritemi, se non volete che io vi maledica morendo!
E invece di rispondergli:—Sì, vi guarirò, farò il mio dovere!—il medico lo aveva sgridato con stizza:
—Non dite sciocchezze!
Febbre a quaranta gradi; delirio, durante il quale il povero cavaliere si sentiva rodere le carni dalle virgole nere osservate sotto le lenti del microscopio; coma, abbattimento, e tutti i malanni che il tifo porta con sè. Nei brevi lucidi intervalli concessigli dalla febbre e dal delirio, egli si recitava deprofundis e requiem, e dava occhiatacce di odio al dottore, che intanto aveva la sfacciataggine di assicurargli:
—Siamo fuori di pericolo!
Infatti, il cavaliere ne era uscito quasi per miracolo, ma diventato proprio un altro.
Quei microbi a cui fin allora non aveva voluto credere, ora, dopo l'esperienza, diceva, li vedeva dappertutto; e la sua vita diveniva un continuo tormento. In casa sua, dove prima entrava appena qualche romanzo francese, del Montepin, del Merouvel e simili, prestatogli da questo o quell'amico, ora si accumulavano giornali, opuscoli, fascicoli di riviste mediche, opere in più volumi, con figure, intorno ai diabolici microbi, dai quali egli voleva guardarsi e difendersi finchè fosse stato possibile.
Ogni suo atto era regolato scientificamente, con minuzia da sbalordire; il puzzo dell'acido fenico, del sublimato corrosivo, di altri disinfettanti prendeva alla gola chi aveva la disgrazia di dover andare a trovar il cavaliere in casa, per qualche affare.
Agli amici non più strette di mano, non più baci di addio o di ben arrivato; non si sapeva mai quel che costoro potevano portar addosso, senza loro colpa! E che scene con la sua amica, alla quale una sera aveva annunziato:
—Da oggi in poi, niente baci, niente carezze! Niente! Non voglio infettarti di microbi, nè esserne infettato! Ah, tu non sai! È terribile.
Quell'ignorantaccia intanto supponeva che fosse un pretesto per distaccarsi da lei a poco poco, per abbandonarla! E per ciò non voleva sentir parlare di acido fenico, di sublimato, di disinfettanti di nessuna sorta.
Oh, meglio quando egli non sapeva nulla! E la chiamavano scienza questa che, invece di guarire la gente, la faceva morire di paura!
Mangiando un boccone, bevendo un dito di vino, o di acqua bollita e ribollita, insipida da far nausea, il poveretto si domandava spesso:
—Ci sono? Non ci sono?
E il minimo dolorino di pancia, la minima accapacciatura lo tenevano in ambascia mortale. Eppure vedeva che la gente se n'infischiava della scienza e dei microbi; mangiava a crepapelle, si ubbriacava, faceva stravizii di ogni genere, e campava allegra, e moriva… quando doveva morire: giacchè una volta o l'altra, con una scusa o con un'altra, bisognava fare, pur troppo, quella bestialità! Ma sùbito si riprendeva:
—Non è una bella ragione! Se gli altri vogliono ammazzarsi, padronissimi! Io ora so; io ora debbo premunirmi!
Si premuniva, sì, ma dimagrava, diveniva giallo come una carota, a furia di privazioni, a furia di regime scientifico. Egli, che, prima, avrebbe digerito anche il ferro, era già ridotto a non poter digerire più, chi sa per quale razza di microbi acchiappati non ostante le cautele! Ah, Signor Iddio! Ed erano questi i benefici della Scienza? Perchè non lasciare in pace la umanità, visto che i microbi erano invincibili, onnipossenti, eserciti, miriadi, da starne due, tre milioni rannicchiati nello spazio di un foro fatto con la punta di uno spillo?
Era scoraggiato; non li combatteva più con fede, dopo di aver letto che, ammazzati i microbi di una specie, si faceva un favore a quelli di un'altra; la quale così prendeva rigoglio, si moltiplicava più rapidamente. E l'infelice impallidiva leggendo giornali, riviste mediche, che poi—si lamentava—parlavano turco per non farsi capire e far disperare un galantuomo che voleva istruirsi.
Lotta a corpo a corpo! Ma che lotta, con un nemico invisibile, con cui non si sapeva precisamente mai chi aveva vinto o chi era rimasto sconfitto?
Si rassegnava a vivere solo, come un cane, lontano da tutti.
—Eh, cavaliere? Non vi si vede più! Che avete? Non state bene?…
Dio, come siete ridotto!
—Beato voi, che siete un ignorante!—rispondeva l'infelice.
—Ah!… La solita storia dei microbi!
Ormai tutti sapevano la sua fissazione, e gli ridevano in viso.
Ma una mattina, che è che non è, ecco il cavaliere, vispo e gaio, che va in piazza a far la spesa, senza più badare a niente. Una catasta di roba! Erbaggi, frutta, pesce, carne, salami, pasta, burro, conserva, mostarda: una catasta! E un barile di vino rosso, di quello!
Era ammattito all'incontrario?
—Insomma, che è accaduto, Cavaliere?
—Ah, la scienza! La scienza! È come la spada di… di quel tale, che feriva e sanava nello stesso punto! Gli scienziati, ecco la rovina della scienza!…Microbi? Sissignori! Ma, Dio benedetto, aspettate un po', studiate bene prima di scompigliare il mondo con certe scoperte! Finalmente c'è stato chi ha messo a posto ogni cosa!… Farò un viaggio per andare a baciargli la mano, quella mano che ha scritto l'opuscolo La funzione dei microbi nell'organismo umano!
Lo guardavano sbalorditi, pensando:
—Senti come parla quel bestione del cavaliere! È proprio ammattito all'incontrario!
Ma egli continuò per settimane a predicare il nuovo vangelo, la vera Buona Novella dei microbi. E prendeva indigestioni per nutrirli, per amicarseli tutti quelle care virgole… e punti—diventava faceto—che gli stavano annidati addosso, tra i denti, tra l'orlo delle ugne, negl'intestini, nel sangue, nelle ossa; convinto ormai che l'uomo non fosse altro che un vasto microbaio a cui bisognava dar nutrimento, se si voleva star bene.
Vedevano? Egli era ritornato grasso, roseo, forte: gli si era fin stirata la pelle vaiolata della faccia, ora che badava lui a dar da mangiare scientificamente ai microbi; i quali, poverini, non chiedevano niente di meglio che di vivere in pace, ben nutriti, quasi accarezzati!
—Questo, pei microbi della mucosa! Questo, pei microbi del sangue! Questo, pei microbi dei nervi! Questo, pei microbi dei muscoli! Questo pei microbi delle ossa! Sissignori anche per quelli delle ossa.—E più essi divoravano, più egli stava bene! Se li sentiva rimescolare addosso, dentro, nelle più intime fibre del corpo; ma ora li conosceva perfettamente quei cari amici! Amici, sì, sì! Lavoravano per lui, combattevano per lui, distruggendo i nemici che lo assalivano di fuori. Se non si trovavano in forza, come potevano resistere? E certi imbecilli di scienziati avevano proclamato la crociata:—Morte ai microbi!—Imbecilli! Viva i microbi! si doveva gridare.
E il giorno che un capo ameno gli disse:
—Ebbene, insegnatemi il vostro metodo di dar il pasto a coteste feroci bestioline!—il cavaliere lo invitò a pranzo, e gli spiegò tutto:
—Questo, pei microbi della mucosa! Questo…
Intanto divorava come un lupo affamato, e beveva, beveva, perchè bisognava anche dar da bere a quei carissimi amici!
All'ultimo, si levò in piedi, alzando il bicchiere ricolmo per fare un bel brindisi. Ma barcollava, il braccio non gli stava fermo, e la lingua gl'impastava le parole in bocca.
—Viva i microbi!—balbettò—Viva i microbi!
E ruzzolò sotto la tavola.
II. L'incredibile esperimento.
—Eh, no!—disse il dottor Maggioli.—Non si tratta di creatura umana nel vero senso della parola; preumana, tutt'al più!
—Oh! Oh! Oh!
Le signore protestarono in coro, e la baronessa Lanari, battendogli col ventaglio sul braccio, tra indignata e sorridente, soggiunse:
—Queste enormità, non dovrebbe dirle mai davanti a noi!
—Perdoni—rispose il dottore.—La verità va detta dovunque, davanti a chiunque, specialmente quando è richiesta. La scienza, infine, non ha obbligo di essere galante.
—Ma gli scienziati, sì,—replicò la baronessa.
—Secondo. Interrogato, ho dovuto rispondere. E poi, la mia età mi dispensa da certi riguardi. La parola dei vecchi è impersonale.
—Ma dunque lei crede, sul serio…?
—Che la donna è una creatura preumana. E non è opinione mia soltanto, ma di qualche eminente scienziato… e della Bibbia pure.
—Alla Bibbia si fa dire tutto quel che si vuole—lo interruppe la baronessa.
—Questa volta la Bibbia parla chiaro, e la storia naturale più chiaro ancora. La Bibbia dice: Dio creò l'uomo a sua immagine e lo creò maschio e femina. La storia naturale ci mostra tuttavia questo caso in parecchi animali inferiori, che sono maschio e femina, come la creatura umana primitiva. Così Giobbe ha potuto poi dire: Homo natus de muliere, l'uomo nato dalla donna. Infatti nasce anche al presente dalla donna, e nascerà sempre dalla donna, anche quando…
Il dottor Maggioli si fermò un istante, guardando con aria interrogativa la baronessa.
—Ecco—riprese;—lei mi ha messo in imbarazzo, richiamandomi alla galanteria; non so più andare avanti.
—Ormai!—rispose la baronessa, ridendo.—Dopo il bel complimento che ci ha fatto, siamo preparate a tutto noi signore. Inoltre, non vogliamo privarci del piacere di sentirlo parlare.
—Io sono positivo—continuò il dottore.—Amo le teoriche fino a un certo punto; ma quando una teorica diventa fatto… E questa di cui dovrò ragionare è già stata tale, per eccezione, una sola volta, finora. Diverrà regola in avvenire.
—Si spieghi meglio; non ci supponga altrettante scienziate!
—È un po' difficile, ma tenterò; e se non saprò evitare qualche crudezza, la responsabilità sarà tutta sua. Rammentano il processo e la condanna del professore Manlio Brezzi? Processo a porte chiuse, di cui si occuparono tanto i giornali, parecchi anni fa?… Ah! Io ho il difetto di tutti i vecchi, che non sanno capacitarsi di esser tali. Anni fa! Ma in quel tempo molti di loro non erano ancora nati, parecchi erano bambini: qualcuno, giovanetto da occuparsi di ben altro che di processi scandalosi. Non si spaventino; quel processo fu scandaloso in apparenza; nessuno può saperlo meglio di me. Il mio povero amico e collega venne condannato a essere chiuso in una casa di salute, e vi morì, divenuto pazzo davvero, quantunque vi fosse entrato con la pienezza della ragione. È caso frequente nei manicomii. Allora io ero partito da poco per l'America, e non potei testimoniare in favore del mio amico. Avessi anche potuto farlo, non sarei stato creduto. Avrei corso il rischio di essere giudicato matto pure io.
—Di che strano delitto era dunque accusato quel professore?
—Di aver abusato della figlia diciottenne, e di averla fatta morire per nascondere quell'infamia.
—E non era vero?… E fu condannato?
—Innocente, non poteva giustificarsi. Quel che egli aveva fatto era proprio incredibile. La giustizia umana fu indulgente, dichiarandolo pazzo; ne convengo. Manlio Brezzi era un cercatore, un precursore. Quando s'intravedevano appena alcune possibili applicazioni dell'elettricità, egli già faceva studi, prove e riprove giudicate assurde, e oggi conquiste che non meravigliano nessuno. E non era un semplice sperimentatore, ma un pensatore, un filosofo, grande per lo meno quanto la sua modestia, cioè grandissimo. Egli leggeva nell'avvenire come in un libro aperto; ma non faceva profezie, determinando, specificando. Diceva:—Dovrà accadere questo e questo. Quando? Dove? Come? Non ne so nulla. Ma accadrà infallibilmente.—Per lui i secoli, nella vita dell'umanità, contavano quanto i minuti della nostra esistenza. Un sintomo sociale, impercettibile per gli altri, s'ingrandiva davanti ai suoi occhi come sotto potentissima lente, arrivava sùbito alle sue estreme conseguenze. Ed io posso testimoniare che egli non si è mai ingannato, mai! I fatti gli hanno dato sempre ragione.
—Anche quello per cui è stato condannato, ed è ammattito?—domandò maliziosamente la baronessa.
—Quello assai più di tutti, perchè è quasi un miracolo. Cinquant'anni addietro, si parlava appena di quel che oggi porta il formidabile nome di feminismo; cinquant'anni addietro nessuno sospettava che un giorno avrebbe trovato proseliti e apostoli—fuori del cristianesimo—il misoginismo, l'odio contro la donna. Brezzi li aveva intraveduti, in germe, li aveva visti crescere e fiorire con la straordinaria virtù della sua immaginazione di scienziato; e una sera, nel suo studio, d'onde usciva rare volte soltanto per udire un po' di buona musica antica, una sera potè dirmi:
—Vedi, quanto è meravigliosa l'azione latente del pensiero che ha creato, e va continuamente creando questo e gli altri mondi dell'universo! La donna, proclamando la sua emancipazione, crede di provvedere alla sua sorte, e invece non fa altro che lavorare all'emancipazione dell'uomo dall'attuale giogo di lei. E tutti e due, maschio e femina, non capiranno, per un bel pezzo, che non si tratta di loro, personalmente, ma della specie; che dovranno liberarsi, alla fine, dal capriccio, dall'accidente che è nell'individuo e nelle forze brute della Natura, e attuare la propria legge riflessivamente, cioè costringendo le forze brute a operare non a loro capriccio, per caso, ma ragionevolmente, come già cominciamo a imporre all'elettricità, che sarà tra non molto nostra schiava. Domineddio o la Natura (è lo stesso) provvide, da principio, alla specie creando l'uomo maschio e femina insieme, al pari delle Palmelle e dei Zignemi tra gli Infusorii; e se separò poi i due sessi, li avvinse e li tiene ancora avvinti per via del senso, e anche per via del sentimento, costringendoli ad amarsi perchè procreino e continuino indefinitivamente la specie… fino a che non sarà intervenuta la scienza per ricondurre la donna a quel che è stata sempre e che sarà sempre (giacchè non può essere altro): un'incubatrice di creature umane, ma senza il concorso del maschio!
Così nude e crude, queste affermazioni sembrano assurde; ma, svolte dalla sua parola dotta, feconda, quasi poetica, diventavano d'una chiarezza, e d'una efficacia irresistibile.
—Senza il concorso del maschio?—feci io quella sera, non afferrando bene il suo concetto.
—Certamente. Quel gran chimico che ha detto che noi creeremo l'uomo coi lambicchi, ha detto una sciocchezza: lo creeremo senza il maschio, senza l'amore e il sentimento e senza gli altri inutili ammennicoli; con quella stessa forza che la natura ha adoprato e adopra per la creazione, l'elettricità; facendo selezioni, scelte ora affatto impossibili, e perfezionando le specie fino al punto in cui non sarà più quella che ora è. Non ricorreremo però a lambicchi, a fornelli o ad altro macchinario più complicato; ci serviremo del fornello, del lambicco, dell'eccellente macchinario che la natura ha elaborato a questo scopo; della vera Magna Parens, della donna; non sapremmo inventare niente che valga a sostituirla.
—Insomma, secondo te—lo interruppi—arriveremo alla fecondazione artificiale per via dell'elettricità…
—C'è qualche matto che già sperimenta, e che crede d'essere già su la buona via di scoprire…
E scrollava il capo, con benevola malizia nel sorriso e nel lampo degli occhi.
Sì, egli pensava a questo gran problema sin d'allora, e ne calcolava tutte le difficoltà, come pure tutte le conseguenze nella vita sociale.
—La maggiore difficoltà consiste—egli diceva—nel trasformare, l'elettricità minerale, vegetale e animale in elettricità umana. Ma forse, non è così insuperabile, come sembra a prima vista. Vedremo!
Quand'egli diceva:—Vedremo!—voleva significare che era quasi sicuro del fatto suo. E quattro mesi dopo apprendevo che due esperimenti gli erano riusciti bene: egli aveva fecondato un fiore e un insetto con le elettricità vegetale e animale da lui segregate e imprigionate in speciali apparecchi. Gli rimaneva di fare altrettanto per l'elettricità umana; e non disperava di raggiungere questo intento.
Un giorno—erano passati due anni—egli mi diè il grande annunzio! Confidava il suo segreto a un amico, non sapendo rassegnarsi, per ora, a imitare il barbiere di Mida che si era confidato con una buca.
—Ho fatto l'esperimento su mia figlia, senza che essa sappia ancora di che si tratti.
—Ma, sciagurato!—esclamai.—E non hai pensato a quali orrendi sospetti tu esponi la tua dolce creatura e te stesso?
—Che? Si potrà credere… che un padre… Oh!
Nella sua ingenuità di scienziato, non riusciva a persuadersi che la malvagità umana potesse arrivare fin là!
Ebbi un lampo di speranza.
—Sei tu certo della riuscita dell'esperimento?
—Certissimo.
—Disfa' quel che hai fatto—gli dissi brutalmente.
—Commetterei un delitto, sopprimendo una creatura viva.
Ebbi un altro lampo di speranza:
—Quando facciamo violenza a una legge della natura, spessissimo i risultati, che noi vorremmo ottenere, falliscono.
Mi auguravo che fosse così, per la felicità di quella innocente creatura sacrificata a un esperimento scientifico; per la pace di quel grand'uomo che aveva rapito al cielo qualcosa di più del leggendario fuoco di Prometeo.
Non rifarò il processo; non vi racconterò nemmeno per quali inevitabili circostanze il segreto dello stato anormale della giovine venne scoperto. Scandalo enorme!
Manlio Brozzi ne fu atterrito. Soltanto la giovane rimaneva sempre inconsapevole, credendo a una malattia che poi non la faceva molto soffrire.
Prima che la figlia arrivasse ad apprendere la verità, prima che ella potesse sentire odio ed orrore di suo padre, egli si risolse, finalmente, a distruggere quel che aveva imprudentemente creato. Ma, a questa seconda prova, la giovane non resistette, o piuttosto, resistette tanto, che ne morì come per una qualunque violenza di aborto.
—Mia figlia è morta vergine!—protestò più volte Manlio Brezzi all'udienza.
Ed era verissimo; fu assodato.
Ma i giudici, non potendo credere al di lui miracolo della fecondazione elettrica, lo dichiararono pazzo…
Verrà giorno che un altro pazzo…
—Non faccia il profeta anche lei!—lo interruppe la baronessa Lanari, con la gentile autorità di padrona di casa che vuol impedire un eccesso.
—Dirò soltanto che il feminismo e il misoginismo odierni sono la naturale preparazione dal fatto previsto cinquant'anni fa da Manlio Brezzi. Tra pochi anni, tra pochi secoli… tra qualche millennio, la donna e l'uomo non avranno rapporti tra loro molto diversi da quelli che noi ora abbiamo con le nostre mandrie, coi nostri armenti. Lo donna sarà la Magna Parens, la covatrice artificiale, e l'uomo… Ma, forse, allora l'uomo attuale non esisterà più, trasformato in essere assai più spirituale e più perfetto.
—Ma, dottore!… dottore!
—Non parlo così io, per mio conto, cara baronessa—rispose tranquillamente il dottor Maggioli.—Ho ripetuto le precise parole di Manlio Brezzi, d'un mirabile scenziato che, nel momento in cui mi diceva ciò, era, probabilmente, anche la Scienza!
III. Un geloso !!!
—Anormalità! Pervertimenti!—esclamò con insolito calore il dottor
Maggioli.—Che ne sappiamo?
—Ma… allora la scienza—riprese l'avvocato Rosaglia—non riuscirebbe più a raccapezzarsi…
—Peggio per essa!
—Come? Lei, uno scienziato positivo…
—Non mi aduli! Scienziati sono coloro che fanno progredire la scienza. Io, tutt'al più, merito di essere chiamato studioso. E soltanto con questa qualità ho ardito di domandare: Che ne sappiamo? Ogni individuo è un mondo a parte, un caso specialissimo. Le generalità, creda, sono metafisicherie senza costrutto, o piuttosto, costruite artificiosamente da persone per bene, non c'è dubbio!, di grande ingegno, chi vuol negarlo?, le quali però hanno fretta di riassumere, di concludere, dimenticando la gatta frettolosa che fece i gattini ciechi, secondo la sapienza dei secoli!
Anormalità! Pervertimenti! È presto detto. Io potrei anche sostenerle, e con ottime ragioni, che in certi casi, quel che più ci sembra anormale, infine, non è altro che il normale spinto al suo estremo e completo sviluppo… Ma lasciamo stare le astruserie. Niente convince meglio di un bel fatto. Lei ha recato parecchi esempi di passioni giudicate anormali. Che dirà quando io le avrò narrato il più strano caso di gelosia che, forse sia accaduto finora? Lo so, dirà:—Pervertimento di sensi! Pervertimento di coscienza!…—A che discutere? Finiremmo con fare scappar via le signore, e saremmo davvero imperdonabili.
—Questo poi no!—disse, con un bel sorriso, la baronessa
Lanari.—Quando parla lei, le signore non scappano; anzi!
—Probabilmente, perchè come tutti i vecchi ho sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Infatti, un marito della specie del mio amico Bertagni—è morto da un pezzo, e posso nominarlo senza riguardi—non si trova a ogni piè sospinto.
Noi ci vedevamo soltanto al caffè, dove andavo quasi tutte le sere, per tre partite di bigliardo con lui e con altri due amici. Non ero il suo medico di famiglia. Nella giornata, c'incontravamo di rado, e scambiavamo, in fretta e in furia, un saluto. Egli aveva i suoi affari; io i miei malati… E poi, da qualche tempo in qua, volevo evitare di ritrovarmi, anche per pochi istanti, da solo a solo con lui. Non ero sicuro di non commettere la bestialità di scaraventargli a bruciapelo:
—Ma insomma, sei cieco, o… contento? Tu solo non ti accorgi?… Tu solo non badi?… Che uomo sei?…
Quella sua serenità, quella specie di sfida—immaginavo—gettata in viso alla gente con lo starsene sempre alle costole di colui che lo rendeva… ridicolo, oh, m'indignava! Poi riflettevo:—Bertagni non è uno sciocco, nè un vile; lo conosci fin da bambino. Deve soffrire immensamente e non vuol farlo capire! Lasciagli almeno il pudore della sua disgrazia! Ma una mattina, insolitamente, ecco Bertagni da me.
—La signora Lucia sta male?
—Lucia sta benissimo.
—Stai male tu dunque?
—Sì; ma la tua arte non può far niente per me.
—E… allora perchè sei venuto?
—Per sfogarmi!… E per consultarti.
Abbozzai un gesto di stupore, ma non così abilmente da poter farlo passare per sincero.
—Eh, via!… Tu sai, come tutti gli altri!… È inutile fingere… Ti ringrazio della gentile intenzione—soggiunse, vedendo che tentavo d'insistere in quella dichiarazione di ignoranza.—A me, credimi, non importa niente di quel che tutti sapete! Tre anni fa, sì, ci fu un momento—sono di carne anch'io!—che avrei fatto strage di lui, di lei, dei loro complici… A che pro? Ci eravamo sposati per amore; amavo Lucia con tenerezza paterna—ho dieci anni più di lei!—E poi!… Aveva confessato; mi s'era buttata ai piedi implorando:—Perdonami!… o ammazzami!—Sembrava una pazza.. La presi tra le braccia.. la baciai… e le perdonai!
—E l'ingrata ha ricominciato?—lo interruppi.
—Ha continuato—egli rispose con incredibile calma.—Io non le avevo chiesto l'assurdo; non volevo costringerla a mentire peggio di prima. Capivo ch'era stata trascinata da folle passione; cercando di comprimerla, di soffocarla, lei stessa ed io avremmo ottenuto l'effetto contrario. E, senza ombra di amarezza o di sarcasmo, senza atteggiamenti melodrammatici, con gran semplicità di parola e di gesto, le dissi:—Attenderò. Tutto finisce a questo mondo; finirete di amarvi anche voi due. Intanto, io sarò per te, più che un amico sincero, un complice… Oh, rassicurati! Ti voglio troppo bene da mentire fanciullescamente…
—Hai avuto questa forza d'animo?—esclamai.
—Vuoi dirmi: Sei stato così imbecille?
Sì, ne conveniva, era stato così imbecille; ma non ne era pentito. Aveva visto due felici, e provato la raffinata sensazione di chi, sapendo di aver prodotto una bella e fragile opera, ha pure la convinzione che, volendo, potrebbe sùbito distruggerla con la stessa facilità con cui l'ha prodotta… e se n'astiene unicamente per pietà di essa, non per altro. Quale di quei due era più felice? Colui che ignorava quel che era avvenuto tra moglie e marito? O la donna che si abbandonava tutta alla sua passione con l'indefinito acre piacere d'un pericolo sfidato e non potuto credere immaginario, per quanto il contegno del marito l'affidasse?
Egli non aveva saputo indovinarlo; ma si sentiva felice anche lui. Niente era mutato in casa sua e nei rapporti con quell'amico. La loro intimità anzi, da allora in poi, era divenuta più stretta, più cordiale. Quegli doveva certamente essergli grato della creduta cecità di marito; Bertagni gli era gratissimo della felicità di Lucia…
—Questo sconvolge tutti i tuoi pregiudizi sociali; te lo leggo in viso… ma non importa!—egli esclamò interrompendosi.
Sfido! Quel che avevo udito mi sembrava enorme; rovesciava ogni mia convinzione, ogni mia esperienza psicologica; e intanto colui che seguitava a farmi la incredibile rivelazione parlava con calma, come chi ragiona di cose affatto naturali per lui, pur accorgendosi che non debbano nè possano apparir tali anche agli occhi degli altri.
Finalmente, Bertagni intravede che le parole da lui pronunciate il giorno della confessione di Lucia, sono già sul punto di avverarsi:—Tutto finisce quaggiù! Finirete di amarvi anche voi!—Non aveva però mai pensato al caso che potesse essere lui il primo a finire! Ed ora intuiva qualche cosa che non avrebbe saputo precisare, una lontana minaccia da quella parte; e ne era profondamente turbato.
Una mattina aveva detto alla moglie:
—Che faresti… se lui non ti amasse più?
—Mi ammazzerei!
—Perchè?
—Perchè non vorrei rifarmi daccapo, con un altro; e tornar tua non saprei. Tu mi disprezzi.
—Da che cosa lo deduci?
—Dalla tua insensibilità. Ci ho pensato a lungo, spessissimo.
—T'inganni.
—Va bene. Che significa dunque questa tua domanda? Ti compiaci di spaventarmi?
—No, faccio soltanto un'ipotesi.
—Tu sai qualche cosa!—ella proruppe.
—Niente.
—Giuralo!
—Lo giuro!
Era impallidita, e le lagrime che le tremavano nella voce già le sgorgavano dagli occhi.—Mi hai fatto una gran paura!—esclamò. E lo guardava ancora incredula, ansiosa.
—E allora? domandai io, con vivissima curiosità.
—Non dev'essere lui a finire il primo, no!—
Entratagli in testa questa fissazione, il povero Bertagni non ebbe più pace.
L'amante si era stancato? C'era qualcuna che lo contendeva a Lucia?… Questa relazione però non gli costava niente… Egli era covato tra la bambagia… Ma, spesso, l'uomo si stanca della felicità posseduta senza nessuno sforzo e di cui si stima sicuro… Un'altra? Chi?… Più bella, più buona di Lucia? Oh, voleva vederla!
E cominciò a osservarlo, a spiarlo, a notare ogni mossa, ogni gesto, ogni parola dell'amante di sua moglie, per strappargli il segreto. E a un saluto, a un sorriso, a un complimento rivolto da colui a qualche signora, Bertagni vibrava di indignazione. Non erano furati a sua moglie? Capiva di esagerare: ma, da lì a poco, dovette convincersi che faceva benissimo; la esagerazione lo costringeva a spalancare gli occhi, ad aguzzare lo sguardo, a tendere l'orecchio.
E così ora soffriva lui—Lucia non sospettava affatto, e si lasciava illudere dalle apparenze!—soffriva lui tutte le torture, tutte le lacerazioni, tutti gli strappi al cuore prodotti dalla gelosia allorchè ci si rizzano davanti agli occhi misteriosità terribili, e per poco la nostra intelligenza non si smarrisce tra le tenebre della pazzia!
—Che hai?—gli domandava Lucia.
—Nulla.
—Che ha?—gli domandava anche l'altro.
—Nulla.
E il più profondo dolore del Bertagni era quel turbamento che involontariamente egli doveva cagionare nell'animo della moglie col silenzio, con le reticenze, con l'aspetto rannuvolato; giacchè, per quanto si sforzasse di dissimulare, non sempre riusciva.
—Sai tu qualcosa?… Puoi tu indicarmi qualche traccia? Non essere pietosamente crudele! Parla!—mi disse all'ultimo.—Te ne supplico: parla!
Non sapevo che rispondergli e lo guardavo stralunato.
E mi raccontò che il giorno avanti avea voluto ammonire colui, senz'averne l'aria, fingendo di ragionare intorno a un caso molto simile al suo.
—Il seduttore—gli aveva detto—è vigliacco, se tradisce senza nessuna ragione. Offende due volte la donna amata; prima, rendendola colpevole; poi, posponendola a un'altra che, forse, vale assai meno di quella. Io, marito, se avessi la disgrazia…
—Che discorsi!—lo aveva interrotto l'amico.
—Io, marito,—egli continuò—se avessi la disgrazia… (oh, non tanto pel tradimento—novantanove volte su cento, il seduttore è un amico!—quanto per l'offesa dell'abbandono…) Io marito…
—Che discorsi!—tornò ad interromperlo colui, imbarazzato.
—Io marito, che potrei essere indulgente nel primo caso, sarei proprio inesorabile nel secondo, se mai avessi la disgrazia…
—Non mi ha lasciato finire—esclamò dolorosamente—e mi ha voltato le spalle!:.. Ho fatto male? Forse, ahimè, ho accelerato la catastrofe che avrei voluto impedire!… E per ciò oggi che ho il cuore assai più oppresso, e sento un gran bisogno di sfogarmi nel seno di un amico fidato, sono venuto da te. Scusami!… Povera Lucia!
Non l'ho riveduto più, nè ho mai saputo la soluzione di questo caso, forse unico, di gelosia maritale. Io dovetti lasciare Torino alcune settimane dopo, e non vi sono più ritornato. Appresi a San Francisco che il buon Bertagni era morto di nefrite, nel '50.
IV. La redenzione dei capolavori.
—Che ne dice, dottore?—domandò la baronessa Lanari.
—Non ho capito bene—rispose il dottor Maggioli.—I giovani di oggi fanno da vecchi anche parlando. A vent'anni—ahimè, più di mezzo secolo fa—la generazione a cui appartengo urlava, gesticolava fin ragionando di cose ordinarie, metteva in ogni suo atto quella vivacità e quell'entusiasmo che poi produssero le quarantottate… Non rida, giovinetto mio—egli proseguì, rivolgendosi a colui che aveva parlato.—Le quarantottate sono valse a qualche cosa; e, forse senza di esse… ma non entriamo nella politica. Volevo dire che non ho afferrato bene il senso delle sue parole; lei parlava troppo piano.
—Per timidezza,—lo interruppe il giovinetto.—La mia opinione avrebbe potuto sembrarle un'enormità.
—Abbia il coraggio di affermare qualunque enormità ad alta voce. È un modo come un altro di far progredire l'umanità. Lei dunque sosteneva…
—Che un giorno noi ci sbarazzeremo delle nostre gallerie d'arte, vendendole ai selvaggi del centro dell'Africa, della Nuova Zelanda, della Papuasia, agli Esquimesi, agli abitatori dei Poli, se ce ne sono. Quadri e statue serviranno loro da giocattoli, fino a che quei selvaggi non si saranno anch'essi inciviliti; se pure, da fanciulli grandi, non li sciuperanno prima, per vedere come sono fatti, precisamente come praticano i nostri fanciulli coi giocattoli di Parigi e di Norimberga.
—S'inganna, riprese il dottore sorridendo.—Così le avrebbe risposto il mio vecchio professore di fisiologia, se lei gli avesse espresso questo suo convincimento. Tra quattro o cinque secoli—egli metteva una lunga data per precauzione—i veri capolavori di pittura e di scultura non esisteranno più, cioè non staranno più chiusi nelle gallerie, ma andranno attorno pel mondo, vivi, immortali, e genereranno altri esseri, immortali al pari di loro; e formeranno, forse, il nucleo dell'umanità futura.
—Questa, sì, è un'enormità!—esclamò la baronessa.
—Lo credevo anch'io; ma ho dovuto ricredermi. E morrò col dispiacere di non poter assistere alla Redenzione dei capolavori, come il mio professore la chiamava.
—Ci sarà dunque pure un Cristo per le opere d'arte?
—Sì, baronessa; e sarà quella stessa divina forza che le ha create: il Pensiero!
—Vuole sbalordirci, dottore!
—Quando avrò raccontato quel che ho visto con questi occhi, lei penserà diversamente.
—Quante stranissime cose ha viste!—esclamò la baronessa con fine espressione di malizia.
—Privilegio della vecchiaia! Quel mio professore di fisiologia aveva un gran difetto; era eccessivamente modesto.
Soleva dire:—Più la scienza va avanti e più diviene ignoranza!—Modo suo speciale per indicare che ogni mistero schiarito ce ne mette sùbito innanzi parecchi altri e maggiori. La modestia di quel grand'uomo proveniva dalla sua immensa dottrina. Diceva pure:—Una verità precoce può esser utile assai meno di una menzogna opportuna.—Ed è vero. Ma se io dovessi riferire tutti i sapienti aforismi del mio vecchio professore non la finirei fino a domani.
Per arrivare al concetto della Redenzione dei capolavori, egli era partito dall'idea che il pensiero umano, creando un'opera d'arte, non poteva agire diversamente dal pensiero divino che agisce nella natura. Secondo lui, si trattava anzi dell'identica forza creatrice, con la sola differenza che il pensiero divino opera nella natura direttamente; indirettamente, per mezzo dell'umano organismo, nell'opera d'arte.
Io, materialista in quel tempo, sorridevo sotto il naso udendo queste metafisicherie dalla bocca di un professore che, appunto per la scienza da lui coltivata, la fisiologia, giudicavo avrebbe dovuto essere più materialista di me. Lo ascoltavo però con rispetto, perchè infine le sue metafisicherie si abbarbicavano sempre a un fatto, a parecchi fatti che gli esperimenti rendevano indiscutibili. Pensavo—È un gran poeta costui!—e ignoravo di dire una profonda verità, giacchè poeta significa: creatore o, meglio, rivelatore.
Egli stimava che le figure umane dipinte dai grandi artisti o scolpite in marmo, quando raggiungevano un alto grado di bellezza, dovevano essere certamente qualche cosa di più che semplici figure con la sola apparenza della vita. Figure voluttuose, figure severe, figure pensose, figure dai cui occhi e atteggiamenti traspariscono l'anima e la volontà, no, non potevano essere soltanto un gioco di linee e di colori, se poi provocavano sensazioni e sentimenti che sono arrivati in certi individui fino alla passione e alla pazzia. Piuttosto creature con organismi incompleti, o, meglio con organismi più raffinati, più perfetti del nostro, ma rimasti come in incubazione su la tela o nel marmo, in attesa dell'alito risvegliatore della loro vita latente.
—È una bella fantasia!—gli dissi un giorno.
—Sarà una realtà, giacchè mi costringi a rivelartelo—egli rispose.
E mi condusse in una stanza appartata del suo vasto laboratorio.
A una parete era appeso un ritratto di donna. Mi parve di riconoscerlo; avevo una confusa idea di averlo visto e ammirato non ricordavo più dove, quantunque ora—per accorta disposizione di luce, credevo—mi sembrasse assai più bello. Quell'attraentissima mezza figura cinquecentesca produceva una straordinaria illusione di rilievo, quasi di stacco, dal fondo grigio oscuro. Gli occhi avevano vividi lampi, come se nella pupilla si riflettessero le persone e gli oggetti circostanti; le labbra, un umidore, come di fiato che passasse a traverso della sottile apertura della bocca, donde s'intravedeva una fila di denti bianchissimi: la pelle una colorazione, una morbidezza, come se sotto la epidermide palpitassero, con impercettibile movimento, le vene che la rendevano fresca, rosea, quasi fosforica.
—Che capolavoro!—esclamai.
—È di Sebastiano del Piombo. Siedi là e sta a osservare.
Si sedette pure lui davanti al quadro a mezzo metro di distanza, e tese le braccia con le mani aperte, al modo che usano i magnetizzatori coi soggetti da ipnotizzare.
Oh, quel che avevo notato poco prima non era stato una illusione ottica, prodotta dai chiaroscuri e dalla luce! A poco a poco, sotto la influenza della corrente magnetica che si sprigionava dalle mani del professore, la figura dipinta si animava sempre più, s'agitava con lieve fremito, prendeva un'incredibile espressione di benessere, di piacere e, talvolta, anche di sofferenza, di smania repressa o che non riusciva a manifestarsi compiutamente. Dopo un'ora, e fino a che le braccia rimasero tese verso di essa, io potei credere che la figura di donna, immortalata su la tela dal prodigioso pennello di Sebastiano del Piombo, sentisse circolare dentro di sè un alito di vita assai diverso da quello ricevuto dalla potenza dell'arte. E quando le braccia del professore, cadendo stanche ed estenuate pel lungo sforzo fatto, interruppero la miracolosa operazione, dovetti accertarmi che qualche cosa era rimasto là, su la tela, qualche cosa di più di quel che vi avevo notato entrando, quantunque assai meno di quel che era apparso sotto i miei occhi mentre l'opera di vivificazione durava.
Sfinito, col respiro ansante, col viso livido di pallore, il professore teneva china la testa sul petto e gli occhi socchiusi. Gli presi una mano; era diaccia come quella di un cadavere. Dopo alcuni istanti, però, egli si riaveva, alzava la fronte rugosa e mi guardava tentando di sorridere.
—È mai possibile?—esclamai.
—Dubiti ancora!—mi rimproverò.—Sei dunque di coloro che preferiscono di dar torto alla testimonianza dei loro sensi, se questi contradicono un'opinione da essi stimata certezza?
Non lo nego, ero di questi! Dopo un quarto d'ora di riflessione, io credevo di essermi lasciato vincere dalla violenza suggestiva di lui; ma la sicurezza di tale convincimento veniva sùbito scossa, appena volgevo lo sguardo al ritratto. L'impressione che ne sentivo era stranissima: di cosa equivoca, non più opera d'arte e non ancora persona viva.
—Dovresti aiutarmi; sei giovane, robusto, e persona seria, di cui posso fidarmi—soggiunse il professore rizzandosi da sedere.
E mi raccontò la storia di quel ritratto d'ignota. Qualcuno di voialtri forse ricorderà lo scalpore che levarono i giornali parecchi anni addietro pel furto di un quadro della Galleria degli Uffizi. Lo aveva fatto rubare lui.
—Per tentare la prova—continuò—occorreva un capolavoro che esercitasse vivissima impressione su l'operatore; mi sembrava condizione indispensabile, ed io non potevo chiedere di averne uno a mia disposizione, senza farmi giudicare impazzito. Questo ritratto lo avevo visto più volte e n'ero rimasto profondamente scosso. Ne avevo anche ordinato una copia quattr'anni prima, ma era riuscita così male che avevo dovuto rifiutarla. Quando mi fissai nell'idea di questo esperimento, la ignota di Sebastiano del Piombo mi si presentò così insistentemente davanti agli occhi, che decisi di averla qui, a ogni costo. Non ho rimorso di aver fatto commettere un furto; lo scopo scientifico assolve d'ogni peccato. Tu non andrai a denunziarmi—soggiunse.—Mi denunzierò da me stesso, quando sarà l'ora.
Ahimè, quell'ora non arrivò, perchè le cose di questo mondo sono in gran parte rette dal caso. La morte colpì all'improvviso il professore, quando il suo esperimento era appena a un terzo di strada. Due giorni avanti, io avevo potuto assistere, ancora mezzo incredulo ma stupito, alla progressiva animazione del ritratto dell'ignota; ed ero uscito dal laboratorio domandandomi:—È possibile?—e rispondendo a me stesso:—sei peggio di San Tommaso!
Infatti, avevo osato di accostare la punta delle dita a quel volto che si animava, che palpitava; e, provata la sensazione di toccare non un freddo dipinto ma carne tiepida e molle che si sollevava, come una bolla, dal fondo della tela, avevo tratto indietro la mano con rapido gesto di terrore e di ripugnanza.
Il giorno della morte del professore, dopo averlo adagiato con l'aiuto di altre persone sul lettino di ferro dove egli aveva dormito, per tanti anni, poche ore della notte—non si permetteva, da quasi mezzo secolo, più di quattr'ore di sonno—io volli rivedere il ritratto dell'ignota. Un doloroso presentimento mi agitava: che la interruzione di quella vita avesse dovuto guastare i resultati ottenuti.
Un orribile spettacolo mi fece indietreggiare.
Il capolavoro di Sebastiano del Piombo era irrimediabilmente deformato; quasi la pelle di quel florido viso femminile fosse stata ridotta una vescica sgonfiata, raggrinzita e appiccicatasi, seccando, su la tela.
V. Due scoperte.
Che cosa era accaduto durante la giornata al dottor Maggioli? Qualcosa di lieto certamente, perchè in quella sera lo vedemmo entrare in salotto così arzillo e così allegro da irradiare il suo buon umore su tutte le persone colà raccolte.
—Sentiamo il suo parere—gli disse la baronessa Lanari.—Ma già lei lo ha espresso anticipatamente con la pratica; non ha preso moglie. Il cavalier Borrelli sostiene che artisti e scienziati dovrebbero restare celibi; non si può servire a due padroni, egli afferma.
—Sarei giudice e parte nella quistione—rispose il dottor Maggioli.—Per ciò riferirò soltanto come credeva di averla risoluta un luminare della scienza tedesca.
Nessuno, meglio del chiarissimo professore Jonath von Schwächen della piccola ma celebre università di Entmannt nello Schwazabourg, nessuno ha sperimentato meglio di lui la verità di quel proverbio. E nel suo caso c'era l'aggravante, come direbbe un avvocato, che, invece di due padroni, egli doveva servire due padrone: la moglie e la scienza.
—Avrebbe potuto scegliere!—direte. Eh, no! oramai la scelta non era più possibile. Fatta la sciocchezza di prender moglie—e vi assicuro che non era stata una sciocchezza, perchè la signora Von Schwächen rappresentava quel che c'è di più grazioso, di più roseo, di più biondo e nello stesso tempo di più solido nel tipo viennese—fatta, come suol dirsi, la sciocchezza di prender moglie, il povero professore non aveva altri mezzi di mantenere la sua cara metà all'infuori di quelli che poteva apprestargli la scienza; scienza a cui aveva consacrata tutta la sua giovinezza, vivendo di patate e di birra per parecchi anni, e di castagne in alcuni mesi dell'anno, intestato di riuscire una celebrità nel ramo della neurologia, scelto non so perchè, ma certamente non a casaccio.
A trent'anni infatti, egli era già additato come una delle glorie più luminose di questa nuova branca della antica fisiologia; le sue scoperte si contavano a dozzine; e due o tre di esse avevano sconvolto da cima a fondo scienza e scienziati, aprendo larghi spiragli di verità neppur sospettati fin allora.
Come il giovine professore, conquistato meritamente un alto posto nella piccola, sì, ma celeberrima università di Entmannt, avesse conosciuta, conquistata e sposata la bella e spiritosa signorina Elsa Meizen, non importa raccontare, quantunque sia assai interessante. Mi menerebbe troppo lontano e poi insinuerebbe qualcosa di leggero e di voluttuoso in questa narrazione che tenta di spaziare nella più seria e più elevata atmosfera scientifica. Basti sapere che i tormenti intellettuali del professore nella terribile lotta coi più complicati misteri della vita animale, erano eguagliati dai tormenti del marito che voleva—e chi può biasimarlo?—rimanere unico e assoluto possessore del tesoro di grazia di Dio che la sua buona sorte gli aveva concesso.
Non già che la signora Von Schwächen gli avesse dato il minimo pretesto di farlo sospettare della di lei purissima virtù; no, mai! Ma la bella e dolce signora non poteva impedire che gli sfaccendati di Entmannt, e specialmente i giovani studenti, non la perseguitassero con la loro troppo visibile e troppo significativa ammirazione, tutte le volte che ella accompagnava il marito nei giardini pubblici e nelle birrerie della città e dei dintorni; e il professore non era così assorto dagli esperimenti e dalle scoperte scientifiche da non accorgersi delle insidie che venivano tese alla sua felicità maritale.
Fino a un certo tempo egli si era difeso da ogni possibile malanno con l'interdire alla moglie e interdirsi qualunque relazione di società e d'intima amicizia, calcolando anche un po' su la lentezza degli istinti amorosi dei suoi compaesani, che sogliono divagarsi troppo a lungo per via, dietro il poetico e il sentimentale, prima di arrivare al positivo.
Figuratevi dunque la meraviglia e lo stupore di tutta la piccola, sì, ma pure pettegola cittaduzza di Entmannt, quando si seppe che l'orso di Düsseldorf come era chiamato il professore perchè nativo di colà, si era ammansato tutt'a un tratto, e frequentava le riunioni e riceveva in casa sua e dava fin pranzi per far ammirare, diceva, l'abilità culinaria della sua giovine signora.
Dirò subito di che si trattava.
Il gran neurologo—per caso, come accade sempre, ed egli non voleva accrescere, nascondendolo, il merito della sua scoperta—il gran neurologo, tormentando cavie e conigli e altri simili animali condannati dal destino alla vivisezione, si era accorto che certe sue operazioni intorno a non so qual paio di nervi, precisamente a sinistra della spina dorsale, producevano nei suoi soggetti di studio una rapida quanto durevole estinzione della facoltà amatoria, senza nessun pregiudizio delle altre funzioni vitali, anzi con evidente benefizio della salute. L'operazione poteva venir fatta con tale semplicità di mezzi, con tale sicurezza di riuscita, che non è da meravigliarsi se nel cervello del professore, continuamente agitato dal timore di perdere per lo meno l'esclusività del possesso del suo tesoro coniugale, nascesse subitanea la diabolica idea di servirsi di quella scoperta unicamente per sua personale difesa, finchè durava il pericolo, prima di abbandonarla all'universale patrimonio della scienza.
Ed ecco come cominciò a procedere e continuò per due anni a Entmannt il terribile difensore del suo diritto di marito. Adocchiato il più assiduo e il più intraprendente dei corteggiatori di sua moglie, lo invitava a pranzo e lo ubbriacava. Appena l'infelice, designato a esser vittima del fatale bisturi, cascava col capo su la tavola, il professore, aiutato dal servo, lo trasportava nella stanza dov'era già preparato un letto per riceverlo. Con la scusa di vegliar l'amico, egli si chiudeva per pochi minuti con l'addormentato suo ospite, lo rovesciava bocconi, metteva a nudo quel punto che la sua scoperta gli aveva additato, faceva la invisibile puntura… e tutto era finito! La mattina dopo, colui si svegliava, oh quantum mutatus ab illo!… E così lo sterilizzato personaggio—come egli con moderno vocabolo scientifico lo chiamava—poteva rimanere assiduo frequentatore della casa e dei pranzi, senza che la virtù della bella e seducente signora Von Schwächen corresse pericolo.
Il delitto scientifico—bisogna qualificarlo tale—rimaneva, non che impunito, ignorato, perchè le povere vittime non erano in caso neppur di supporre d'onde poteva essere derivata la loro disgrazia; e avevano il più grande interesse di non divulgarla.
Se non che c'è nel mondo, a quel che sembra, una giustizia assai più oculata e più tremenda della pretesa giustizia umana! E, tardiva ma inesorabile, essa raggiunse il colpevole al suo ottavo o nono delitto.
Ermanno Flart era uno dei più bravi discepoli del professore, e suo aiuto in molte delicatissime esperienze. La giovinezza, la natura estremamente vigorosa, anzi eccessiva, lo spingevano a lusingarsi di poter essere anche aiuto del professore in certe intime funzioni, che questi, da buon marito, pretendeva di eseguire da solo.
Quando si accorse delle mostruose intenzioni del prediletto discepolo—mostruose, perchè rivelavano la nera ingratitudine di cui egli era capace—il professore non potè frenarsi dal prorompere in eloquentissimi sfoghi contro la precoce perversità dei giovani moderni; ma il suo sdegno si centuplicò allorchè potè accertarsi che la sua fin'allora impeccabile metà incoraggiava, forse inconsapevolmente, gli slanci amorosi dello studente con occhiate e sorrisi in modo insolito prodigatigli ogni volta che quegli veniva a trovare il professore in casa o lo accompagnava nelle passeggiate e nelle diverse stazioni alle birrerie assieme con la sua bionda metà.
Occorreva provvedere e sùbito; e per ciò Ermanno Hart ricevette, da lì a due giorni, un invito a pranzo, pel quale non seppe nascondere la grandissima gioia e la immensa soddisfazione.
Lo studente, a tavola, non ebbe bisogno di incitamenti a bere e a ribere. Era già di sua natura bevitore poderosissimo; e il fuoco dei begli occhi della signora Von Schwächen gli produsse quel giorno tale irritante senso di aridità alla gola, che egli vuotò più bottiglie di vino e più scioppi di birra in due ore che non avesse mai fatto in un mese.
Cadde quant'era lungo, come morto, per terra, nel punto che voleva alzarsi dalla seggiola per propinare alla salute della bionda signora del suo professore. Il quale, mal dissimulando la infernale contentezza, lo raccolse, aiutato dal fido servitore, e lo trasportò nella solita stanza, dove poco dopo si chiuse, solo con lo studente, per procedere alla premeditata operazione sterilizzatrice.
Fosse però il turbamento che il delitto desta sempre, anche nei cuori più induriti, o avesse il professore ecceduto nel bere per dare il buon esempio alla sua futura vittima, fatto sta che l'occhio e la mano non solamente non furono fermi e sicuri come le altre volte, ma il caso se ne mescolò forse per far fare al chiarissimo neurologo una scoperta in opposizione a quella malefica e sterilizzante.
Sia che egli abbia operato la puntura nel lato destro invece che nel sinistro, o in un altro impercettibile punto non ancora scrutato dalla scienza, il resultato fu terribile.
E prima ad accorgesene fu la dolce signora Von Schwächen, che il marito, chiamato per non so quale seduta coi suoi colleghi di Università, avea dovuto lasciar sola a guardia dell'addormentato.
Ella era entrata nella camera, assai commossa dal caso; e si era permesso un castissimo gesto di carezza, alla fronte del giovane, quando lo vide saltar giù dal letto… Ah Signore Iddio!
E non ebbe tempo di indignarsi, di gridare al soccorso.—Non aggiungerò altro,—s'interruppe il dottor Maggioli, a un vivissimo gesto della baronessa,—quantunque, se veramente avesse voluto, nelle tre ore che passarono—egli soggiunse subito, sornione—prima che il professore fosse tornato a casa, la onesta signora avrebbe potuto indignarsi, gridare al soccorso e fare ben altro!
Il professore trovò il giovane già desto, un po' abbattuto, e gli sorrise col più ipocrita dei sorrisi che mai labbro umano avesse abbozzato. E sicuro del fatto suo, trionfante, sprezzante, da quel giorno permise che il giovane Hart rinnovellasse più frequentemente le visite alla signora, e consentì anche che l'accompagnasse qualche volta, e solo, al passeggio.
La signora Von Schwächen scoprì un giorno, fra gli appunti dei cartolari scientifici del marito, la spiegazione della sua sicurezza e della sua tranquillità, e fu indignata dell'infamia commessa contro quei poveri otto o nove timidi adoratori di lei. Palesò la scoperta al suo Hart; il quale, sospettando quel che doveva essere accaduto con lui, si diè segretamente a fare esperienze che lo condussero a verificare, in modo assolutamente scientifico, quel che il caso aveva fatto operare al ferocissimo sterilizzatore.
I due amanti, per ciò, stimandosi troppo protetti dalla sicurezza del professore, non presero più, da allora in poi, tante precauzioni nelle loro gioie, e un bel giorno si fecero sorprendere.
Ma allora si vide quel che può la passione scientifica in un alto intelletto. Invece di buttarsi addosso al vituperatore del suo talamo e strozzarlo, il professore Von Schwächen volle persuadersi come mai la sua operazione fosse fallita. Si mise a discutere con lo scolaro, quasi niente di male fosse accaduto, quasi si trovassero rinchiusi nel laboratorio. Il professore espose la sua scoperta e le sue otto o nove esperienze in anima vili; Hart riferì i resultati opposti, ottenuti per via delle ricerche da lui iniziate, e addusse in prova sè stesso.
E di accordo, come contratto di pace, professore e scolaro stabilirono di non propalare le loro rispettive scoperte.
—La mia è malefica!—conchiuse il professore.
—La mia è peggio; è superflua!—conchiuse il discepolo.
VI. L'invisibile.
—Oh, io sono come le bambine, alla mia età!…—disse la baronessa Lanari, ridendo.—Raccontatemi una fiaba, datemi a leggere una storia meravigliosa e sto a sentirla tutta occhi e orecchi, e divoro le pagine con deliziosa ansietà, anche quando la paura mi fa accapponare la pelle. Le novelle, i romanzi, che ci rappresentano fatti di ogni giorno, che ci ricantano le solite storie, alle quali spesse volte abbiamo assistito da testimonii e un po' forse da interessati; che, per lo meno, somigliano tanto a queste, da darci l'illusione che il merito del novelliere e del romanziere consista unicamente nella bella maniera con cui ha saputo raccontarceli; le solite novelle, i soliti romanzi mi fanno l'effetto di un pettegolezzo trasportato dai salotti nelle pagine di un libro. Invece, le storie meravigliose che hanno la potenza di farci penetrare lentamente, inavvertitamente, nelle regioni dell'impossibile, dell'assurdo, e farci sognare a occhi aperti e darci l'illusione che l'impossibile, l'assurdo siano, o siano stati, per eccezione, per misteriose circostanze, una realtà, non mi deliziano soltanto perchè mi trascinano con dolce violenza in un modo diverso dal nostro, ma anche perchè m'ispirano una grande ammirazione per l'ingegno dell'autore. Dopo, appena la sorpresa è passata, io rifletto che le cose lette sono una… una…
—Una sciocchezza, una stupidaggine—l'aiutò a dire il dottor
Maggioli.
—No, una mistificazione—riprese la baronessa—un capriccio di fantasia artistica (quel che mi sembra sciocco o stupido non riesco a leggerlo); che importa, però? Per una o due ore, per mezza giornata, io ho avuto il beneficio di dimenticare le noie, le miserie, le brutture che mi circondano e mi irritano e mi affliggono, e sono gratissima all'autore da cui è stato prodotto quel miracolo. Mesi fa, ho letto un romanzo inglese dove si narra la storia di un uomo riuscito a rendersi invisibile…
—The invisible Man—la interruppe il dottore.—L'ho letto anch'io che non soglio leggere romanzi, ed è stata una gran delusione. Mi aspettavo di trovarvi ben altro. L'uomo invisibile non è un'assurdità, è una realtà, ed io credevo che quell'autore avesse voluto raccontarci la storia vera…
—Ecco, ora vuol mistificarci lei!—esclamò l'avvocato
Veraldi.—Scommetto che ha già pronta qualcuna delle sue storielle…
—Dica pure storielle, non me ne offendo—rispose il dottor Maggioli.—Convengo che possano sembrare tali perchè non sono ordinarie. Ma sappia che ogni volta che io racconto in questo salotto qualcuna di quelle che lei chiama storielle, io racconto fatti da me veduti, dei quali posso affermare, fin con giuramento, la veridicità. Mai, come nel caso dell'Invisibile Man, è apparso evidente che la fantasia più sbrigliata sia incapace di raggiungere la prodigiosa potenza della Natura. Vi sono attorno a noi, dentro di noi tali forze di cui pochi sospettano l'esistenza, e che si lasciano indietro, a grandissima distanza, tutto quel che possono inventare di più strano, di più incredibile un novelliere, un romanziere, un poeta in vena di scapricciarsi con le finzioni più pazze. Chi sa che cosa s'immaginava di aver prodotto lo scrittore dell'Uomo invisibile! Una cosa sbalorditoia, originalissima… Ebbene, io posso assicurarvi, baronessa, ch'egli è rimasto assai assai al disotto della realtà. L'uomo invisibile io… come dire?… l'ho visto. Sembra una contraddizione, e non è.
—Infatti, giacchè era invisibile…—disse la baronessa.—Ma dunque?
—Giudichi lei se ho ragione di parlare così. E perchè questi signori capiscano di che cosa si tratta, accennerò che il romanziere inglese ha inventato le avventure di un giovane scienziato il quale, per mezzo di reagenti chimici, è riuscito a rendere invisibile il suo corpo, e a dare il pauroso spettacolo di un cappello, di una giacchetta, d'un paio di pantaloni, di un paio di scarpe che camminino da sè, come cosa viva, senza che si scorga il corpo umano da cui sono portati. L'uomo invisibile del quale voglio parlarvi era diverso, meno incoerente senza dubbio, dell'eroe del romanziere inglese. Poteva rendersi invisibile quando gli faceva comodo, e interamente, corpo e vestiti. Poteva…
—Non ci metta paura facendoci credere che ciò sia possibile!—esclamò la signorina Bonucci.—Mi vengono i brividi soltanto a pensare che un uomo sia in caso di introdursi non visto in camera mia quando io più credo di essere sola…
—Si rassicuri.—continuò il dottor Maggioli, sorridendo.—Non è facile arrivare al punto di produrre in sè questo prodigio. Occorre un organismo speciale e tale persistenza nello sforzo per raggiungere lo scopo, da scoraggiare i più risoluti. E poi—sarebbe lungo spiegarlo—certi singolari stati fisici, come questo di cui parliamo, richiedono, a quel che pare, singolari e corrispondenti condizioni morali da impedire che se ne abusi, servendosene per soddisfare volgari e delittuosi capricci.
—Ah! Se fosse vero—lo interruppe l'avvocato.—io vorrei almeno divertirmi!
—Zitto!—disse la baronessa..—Sarebbe un po' difficile che lei, con tutto quell'adipe, divenga invisibile!
—Non era magro—riprese il dottor Maggioli, ridendo anche lui.—l'uomo che una mattina venne da me per consultarmi. Si lagnava di un male strano: aveva la sensazione di essere così leggero, che camminando gli sembrava di venir trasportato via dal movimento dell'aria più che dai piedi, quantunque il corpo obbedisse alla sua volontà.
—Sono un po' estenuato—disse, esitando. Lo invitai a spiegarmi quali potevano essere state le cagioni del male.
—So—rispose—che lei è una persona spregiudicata, e perciò ho preferito di consultarla invece del mio medico ordinario. Ho voluto fare un esperimento, sono riuscito, ma ne risento le cattive conseguenze. Non ritenterò più; intanto cerco di riparare i danni prodotti nel mio organismo dall'imprudenza commessa.
Per quanto io fossi già ridotto a non meravigliarmi di niente, mentre egli mi esponeva il suo caso, stavo incerto se avessi da fare in quel momento con un individuo malato di corpo o di spirito. L'uomo più spregiudicato del mondo non può udire senza incredulità la recisa affermazione di un fatto che contraddice a tutte le leggi della natura da noi credute inviolabili. E colui mi rivelava tranquillamente di essere arrivato a rendere invisibile il suo corpo e i suoi vestiti, e di essersi potuto spingere, così, a grandi distanze dal luogo in cui si trovava. Egli attribuiva a queste esperienze l'estenuazione che gli produceva l'effetto di sentirsi trasportato via, più che di camminare coi propri piedi.
—Come ha fatto?—gli domandai, quasi egli m'avesse detto cosa da non recarmi nessuna meraviglia.
—Non vorrei abusare della sua cortesia—rispose—intrattenendolo per parecchie ore con la spiegazione di teoriche un po' astruse. E poi, il preciso come non saprei spiegarglielo neppure io stesso. Tenterò.
Era un adepto teosofo, un discepolo di quella scuola religiosa filosofica e scientifica che esiste nell'India e che la signora Blavatsky e i suoi collaboratori cominciano a diffondere in Europa.
Ascoltai, senza batter ciglio, senza mostrare stupore o incredulità; anzi arrivai fino a mostrarmi persuaso della possibilità del fatto. Soggiunsi però:
—Una cosa è la possibilità di un fatto, altra la realizzazione di esso. Io, per esempio, non dirò mai che i palloni, teoricamente, non siano dirigibili; ma, per ora, la scienza non è riuscita a ridurre in pratica la teorica, quantunque molti si siano illusi di aver sciolto l'arduo problema.
—Crede dunque che io sia un illuso? Che il fatto della mia invisibilità sia soltanto un'allucinazione prodotta dallo sforzo nervoso, e dalla perturbazione che n'è seguita nell'organismo?
—Potrebbe darsi—risposi.
—In questo caso, le darò una prova. Ritornerò da lei fra qualche giorno.
—Perchè non darmela ora stesso?
—Perchè occorre una preparazione. La prova sarà tale, che lei non potrà più dubitare. Intanto pensi al rimedio ora che sa di che cosa si tratta.
—Una buona serie di doccie fredde!—dissi da me.
E credevo di non più rivederlo, sapendo per esperienza che i malati del genere a cui stimavo che colui appartenesse non sogliono ritornare dai medici, se sospettano di non essere stati presi sul serio.
Ecco ora quel che mi accadde due giorni dopo, e quando non pensavo affatto al mio strano visitatore.
Ero rientrato in casa portando cinque o sei bellissime rose thea. Allora amavo di avere qualche fiore sul mio tavolino di studio, in un vasetto giapponese regalatomi da un amico, oggettino bello e raro che mi era carissimo. Le avevo poste io stesso in quel vasetto, mutando l'acqua dei fiori mezzo appassiti che vi si trovavano da due giorni. Riferisco questi particolari per far meglio comprendere il mio stupore quando, terminato di leggere alcune lettere arrivate nella mia assenza, non vidi più le rose dove con molta cura le avevo disposte poco prima. Accusandomi di sbadataggine, le cercai con gli occhi per la stanza, su altri mobili; le rose erano sparite! Passato il rapido sbalordimento, io non potei più dubitare di averle poste nel vasetto e cercavo di spiegarmi quel fatto, sospettandolo una burla di un mio nipotino entrato zitto zitto nello studio mentre ero distratto dalla lettura. Guardai l'uscio, e vistolo chiuso e non socchiuso, rivolsi di nuovo gli occhi al tavolino… Era sparito anche il vasetto!
Un brivido di freddo mi corse per le ossa. Davanti a certi fenomeni non c'è tempra d'uomo che resista. E il pensiero volò subito all'incognito che mi aveva promesso una prova della sua invisibilità. Egli doveva essere nello studio, in qualche angolo, e chi sa come rideva della mia paura e del mio imbarazzo!
Giacchè, lo confesso, io avevo paura non sapevo come comportarmi.
A un tratto, ecco un foglio di carta da lettere che esce dalla papeterie, si stende sul tavolino proprio nel posto dove io solevo scrivere, ed ecco una penna impugnata da mano invisibile che si muove e traccia dei caratteri celeremente. Mi slancio per afferrare il braccio e fermare la mano, ma la penna cade sul tavolino, e io non sorprendo niente di solido come avevo immaginato. Leggo quel che la penna ha scritto:—Crede ora? Verrò domani—e mi sento preso da vertigine, vedendo riapparire il vasetto con le rose, ma in un altro punto del tavolino.
Eppure—tanta è la nostra avversione a prestar fede a quel che crediamo impossibile!—io sarei rimasto nel dubbio di essere stato vittima di un'allucinazione cagionata da quella che il Braid ha chiamato attenzione aspettante, se il giorno appresso il mio cliente non si fosse presentato, sorridendo dalla soddisfazione e ripetendomi le parole scritte:
—Crede ora?
—Credo a quel che ho visto—risposi.—Ma questo non prova che voi possiate rendervi invisibile. Prova soltanto che avete un potere misterioso con cui agite a distanza, mettendo in opra forze da me ignote e delle quali si parla in parecchi libri che si occupano di simili fenomeni.
—Ha ragione—egli disse.
E rimase pensieroso.
—Senta—riprese dopo lunga pausa.—Io ero risoluto a non abbandonarmi più a queste pericolose prove di cui già risento i tristi effetti. Ma esse hanno le affascinanti attrattive dell'hascich e della morfina e sono malefiche altrettanto. Gustate una volta, non è possibile rinunziarvi, neppure avendo la certezza di trovarvi, presto o tardi, la pazzia, o la morte. Ha ragione: le prove datele non sono convincenti. Per ringraziarla, a modo mio, della cortesia con cui mi ha accolto e dell'interesse dimostratomi, le darò ora la prova assoluta. Apriamo le finestre.
E accorse egli stesso ad aprirne una; io apersi l'altra.
—Si segga là—riprese indicandomi una seggiola—e non dica una parola, non faccia il minimo movimento. Stia soltanto a guardare.
Incrociò le braccia, si piantò ritto su la persona nel centro della stanza, con gli occhi chiusi e la testa rovesciata un po' indietro, immobile per alcuni minuti. Io trattenevo il fiato, ansiosissimo.
Vidi uscirgli disotto le braccia un lieve vapore bianco, che discese lentamente lungo le gambe e le avvolse quasi serpeggiando fino alla punta dei piedi; lo vidi risalire con ondate più dense, aggirarsi attorno al petto, elevarsi fin sopra i capelli e nascondere ai miei sguardi tutta la persona di lui. Poi questa colonna di fumo, che spandeva attorno un odore acre, sgradevole, cominciò a piegarsi da una parte quasi mossa dall'aria che penetrava da una delle finestre e a disperdersi uscendo, come spinta dal vento, con larghi avvolgimenti, dall'altra… Ed io sbarravo gli occhi, stupito di vedere che il fumo biancastro andasse via attenuandosi. Sembrava che il pavimento fumigasse; poi le ultime ondate si staccarono dal suolo tremolanti, si alzarono fino all'altezza delle finestre e svanirono.. Il mio cliente era sparito!
Rimase ancora là? Uscì, invisibile, dall'uscio o col fumo?
Non saprei dirlo… Era sparito; e non l'ho più riveduto!
VII. Il busto.
—E che direste—esclamò il dottor Maggioli—se io vi raccontassi per quale sciocca circostanza sono stato, trent'anni fa, sul punto d'impazzire?
—Voi, così savio, così impassibile?—lo interruppe l'abate Venini.
—Se non savio e impassibile—riprese il dottore sorridendo—certamente molto equilibrato di nervi e di immaginazione. Eppure… Questo significa che le circostanze non hanno valore per loro stesse, ma assumono maggiore o minore importanza secondo certi stati del nostro organismo dei quali la scienza non sa ancora rendersi conto. Ho visto un uomo coraggiosissimo tremar di paura come un bambino; ho conosciuto un pusillanime che ha compiuto un atto di eroismo di cui nessuno lo avrebbe mai creduto capace. Passato quel momento, l'uno è tornato intrepido sfidatore di pericoli qual era sempre stato; l'altro, un poltrone che si atterriva fin della sua ombra. E nessuno ha saputo spiegare per quali ragioni, in un istante, le loro parti si siano invertite.
—Ah, io avrei voluto vedervi da Orlando furioso!
—Furioso a dirittura, cara baronessa—riprese il dottor Maggioli.—Non posso ricordarlo senza sentirmi correre acuti brividi per tutta la persona.
—Su, fate abbrividire anche noi!—disse la baronessa Lanari.
—Probabilmente voialtri riderete. Io stesso debbo fare talvolta uno sforzo per persuadermi che l'accaduto di trent'anni fa non è stato un sogno bizzarro o un'allucinazione. Mi domando: È mai possibile che io sia arrivato fino al punto…? Ma appena mi si ripresenta alla immaginazione la figura sbalordita dell'unico testimone di quell'incredibile stranezza—chiamiamola pure così—e torna a risonarmi nell'orecchio il suo grido:—Oh Dio! che hai fatto! Perchè? Perchè?—chino la testa pensieroso, riflettendo che misera cosa è il nostro organismo intellettuale, se cagioni tanto insignificanti possono, tutt'a un tratto, quasi annientarlo.
—Mi meraviglio che un dottore parli in questo modo—disse l'abate Venini.—Io ho creduto finora, che il nostro organismo, così semplice e così delicato, abbia invece una forza di resistenza veramente straordinaria.
—E appunto qui consiste il suo mistero! Urti, colpi violentissimi, spesso non vi producono nessuna notevole impressione; e quel che in confronto di essi potrebbe dirsi un soffio, una lieve spinta vi fa avverare, come nel caso di cui parlerò, un grave disastro.
—Ma voi non siete impazzito!
—Ero già su la via, altrimenti l'atto da me commesso sarebbe proprio inesplicabile. Ho reagito in tempo; ecco tutto.
—Insomma, che cosa avete fatto?—domandò la baronessa resa impaziente dalla curiosità.
—Ho distrutto un capolavoro, o per parlare con precisione, un'opera d'arte che certamente, stava per riuscire un capolavoro.
—Perchè?
—Perchè?… Il mio amico Doneglia, scultore valentissimo che sarebbe salito in gran fama se fosse stato meno modesto e meno incontentabile, mi tormentava da parecchi anni:—Voglio fare il tuo ritratto!
—Se io fossi meno brutto!—rispondevo.
—Sarai bellissimo nel marmo o nel bronzo—insisteva.
—Si era fitto in mente che io avessi una testa da filosofo greco con quella lunga barba che m'ero lasciato crescere allora e i capelli folti e arruffati di cui più non c'è quasi vestigio. A me però sembrava troppo onore per la mia barba e pei miei capelli l'essere immortalati da un grande artista come lui. Pensavo ch'egli avrebbe impiegato meglio il suo ingegno e il suo tempo terminando quel suo Centauretto che ruzzava tra l'erba e pareva uscito dalle mani di uno scultore ateniese dei tempi di Fidia, quantunque lasciato non finito con la scusa che il ragazzo servitogli da modello era morto ed egli non aveva più trovato chi potesse sostituirlo. Glielo ripetevo ogni volta che tornava a tentarmi.
—Ebbene—mi rispose un giorno—ti do la mia parola d'onore che finirò il Centauretto, se prima mi lascerai cavare il capriccio di fare il tuo busto!
Era premio troppo grande da non vincere tutti i miei scrupoli. E misi la pretesa mia testa da filosofo greco a sua disposizione.
Così vidi di giorno in giorno, sotto il nervoso pollice del mio amico e sotto l'abilissima opera della sua stecca, uscir fuori dall'informe cumulo di creta ammassata sul cavalletto la mia figura così viva e parlante, che la guardavo con stupore quasi mi fossi sdoppiato, o quasi qualche cosa di me si fosse trasfuso in quell'immagine dalle cui labbra mi attendevo di sentir scappare da un momento all'altro il suono della mia voce, come già c'era il lieve bonario sorriso che, a detta del mio amico, formava la caratteristica della mia fisonomia.
I doveri di medico non mi permettevano di accordargli frequenti e lunghe pose. Spesso passavano due, tre settimane senza che io mettessi piede nel suo studio.
—Oh, Dio! Ti sei un po' ingrassato!—o pure:—Oh, Dio! Sei alquanto dimagrito!
Come avvenissero questi cambiamenti piccoli ma percettibili, giacchè egli li notava sùbito, non saprei dire.
—Non lo faccio a posta—rispondevo scusandomi.
Ne ero dispiacente perchè gli inopportuni cambiamenti ritardavano molto l'esecuzione del busto. L'incontentabile artista doveva togliere qualche cosettina qua, supplirla là; e quel po' di creta, tolta o aggiunta in un posto, determinava altre aggiunte o soppressioni, delle quali egli cercava di spiegarmi l'intima ragione per indurmi a pazientare nel martirio della posa. Ogni volta allora, riprendendo la seduta, mi sembrava ch'egli scancellasse l'impronta della straordinaria rassomiglianza; ma, alla fine, sul punto di accomiatarmi, mi maravigliavo che la rassomiglianza e l'alito di vita animatore del busto fossero col paziente lavoro divenuti più evidenti.
Un giorno gli dissi scherzando:
—Non mi accadrà, spero, come alla amata di quel pittore di cui si parla in una novella del Poe. Io non morrò perchè la mia vita si sarà trasfusa tutta nel ritratto quando esso sarà finito.
Rispose con un brontolìo. Passava e ripassava il dito su la fronte del busto, ed io mi accorsi che egli si sforzava di spingere un po' in dentro qualche cosa di duro che la creta copriva appena.
—C'è un sassolino?—domandai.
—No, il cranio vien fuori… Ho messo qui un cranio per meglio modellare la testa.
—Un cranio? Proprio un cranio?
—Ti stupisce?
Non potei nascondergli che il sapere incastrato nella testa del mio busto il cranio di un morto ignoto mi produceva repugnante impressione.
—Molti scultori fanno così—egli mi disse.
Rimessomi a posare, mi sentivo impacciato. Fanciullaggine! Ora lo comprendo; ma quel cranio che, vivente, aveva contenuto un cervello pensante affatto diverso dal mio, mi faceva fantasticare stranissime cose. Mi pareva che l'impronta di vita del mio ritratto dovesse ridestare le funzioni intellettive della vuota cassa cerebrale, e produrre un turbamento che poteva oltrepassare l'opera d'arte e influire su l'originale, su me che mi vedevo rivivere in essa. Mi pareva anche da sentirmi un che di estraneo dentro la testa, quasi quel cranio non fosse solamente incastrato nella creta, ma si fosse sostituito al mio, o almeno tentasse di sostituirsi al mio, come per opera di magìa.
Fanciullaggine! ripeto. E tale la giudicavo da principio. Infatti, nelle sedute dei giorni appresso, scherzando all'amico scultore:
—Chi sa che diamine pensa il mio ritratto con quel cranio altrui! Vi sarà rimasta qualche impressione dei pensieri là avvenuti una volta, e forse la forma esteriore può produrre il miracolo di metterli in moto. È una cosa macabra?
Intanto, durante le sedute di posa mi affondavo sempre più in questa fissazione. Un crescente malessere mi invadeva. Non osavo più di scherzare intorno a quel cranio. La preoccupazione dello spirito alterava l'espressione della mia fisonomia, facendomi corrugare la fronte, e togliendo alle mie labbra la caratteristica del lieve, bonario sorriso che lo scultore era riuscito a rendere, con molto stento, nell'opera sua.
—Che cosa hai?—mi domandava.—Muoviti, parla; non prendere quest'aria mutriona che ti disdice!
Ed io non avevo il coraggio di confessargli che tutto proveniva dal maledetto cranio di cui egli aveva avuto la funebre idea di servirsi per modellare più facilmente la testa del busto.
Ormai quel senso di malessere non era più momentaneo, durante soltanto le poche ore di posa; lo portavo via con me tutta la giornata, e, la notte, mi impediva di addormentarmi sùbito appena entrato in letto, come solevo, quantunque le visite e le occupazioni giornaliere mi facessero rientrare a casa non meno stanco di prima. Non mi sentivo più io, ma un po' quell'altro che doveva pensare dentro la testa del busto sotto l'involucro di creta che lo copriva. Ed era una smania acuta, una sofferenza tormentatrice a cui non riuscivo di sottrarrai. Mi sembrava ridicolo che mi fossi ridotto fino a questo estremo; mi davo dell'imbecille e peggio; ma nello stesso tempo provavo una vivissima attrazione verso il busto che di giorno in giorno diveniva sempre più rassomigliante e più vivo con l'amorosa, assidua carezza del pollice dell'artista, da cui vedevo affinare maravigliosamente la modellatura. Per parecchi giorni di sèguito ero andato a posare.
—Poche altre sedute—mi diceva il Doneglia—e poi sarai libero.
Egli, l'incontentabile, cominciava ad essere soddisfatto dell'opera sua. Ma io vedevo aumentare, con una specie di terrore, l'espressione di persona proprio viva che il busto aveva già assunto in quelle ultime sedute. Mi voltavo a ogni istante per guardarlo, irrequieto, con la sensazione di una dolorosa pressura al cranio mio e del busto, quasi fossero divenuti un cranio solo; con la sensazione di una lotta, di un contrasto di pensieri opposti che vi tumultuassero dentro per prendere gli uni sopravvento su gli altri. E mi mordevo le labbra, e increspavo le mani conficcandomi le ugne nelle carni, facendo grandi sforzi per non far scorgere all'artista la mia interna angoscia.
Egli dava gli ultimi tocchi di stecca agli occhi, facendovi la pupilla, dove quasi sprizzava una luce che animava il busto straordinariamente; e lavorava intento, con estrema delicatezza, mentre io sentivo più e più invasarmi dall'idea che stèssi per perdere la mia personalità ed essere interamente asservito a quell'altro…
—No! No!—gridai, slanciandomi addosso al busto e rovesciandolo con le due mani dal cavalletto.
—Oh, Dio! Che hai fatto! Perchè? Perchè?
Ma io non badavo al desolato grido dell'artista che vedeva distratta l'opera sua; e coi piedi deformavo la testa rimasta intatta nella caduta, facendone schizzar fuori quel cranio con le occhiaie, con la dentiera e il buco triangolare delle narici imbrattati di creta che sembrava carne imputridita e rimastavi appiccicata nello sfacelo; poi, con la punta di un piede lo facevo ruzzolare in un angolo.
—Perchè? Perchè?
—Perchè?—risposi, rinvenendo dal furore che mi aveva improvvisamente assalito.—Mi sentivo impazzire. Oh, quel cranio! Perdonami! Mi sentivo impazzire.
Capivo l'enormità a cui ero trasceso, e la contristata figura dell'artista che guardava stupito la distruzione da me operata, mi faceva pietà. Ma io rivivevo, io provavo l'immensa gioia della liberazione dall'incubo che per poco non mi aveva fatto perdere la ragione; e stringendo affettuosamente le mani del mio povero amico, gli mormoravo:
—Perdonami!.. Pensa ora al tuo Centauretto; non castigarmi col lasciarlo non finito!
È un gran rimorso. Il Doneglia non ha più ripreso la gentile statuina, e la moderna scultura italiana non può contare, per mia colpa, un capolavoro di più.