I.
Il signor Dionigi Van-Spengel ha cinquantatrè anni. È una figura secca, lunga, eminentemente nervosa, notevolissima sopra tutto pel naso e pel modo di guardare; vista una volta non si dimentica più. Il ritratto, disegnato da Levys, messo in testa al volume, è di rassomiglianza perfetta. La sua fronte, poco ampia ma molto elevata, è coperta di rughe che si alzano e si abbassano con continuo movimento come il mantice di un organino. Dietro di esse mulina un cervello che ignora il riposo. Il signor Van-Spengel si trova da venti anni alla Direzione Generale della polizia del Belgio, e ha preso sul serio il suo posto. In parecchie circostanze ha dimostrato di non essere stato per nulla l'allievo prediletto del Vidocq.
La sua pupilla, un po' neutralizzata da un par di occhiali da presbite, ha un'espressione affascinante; non guarda, ma penetra. L'uomo più onesto del mondo tenterebbe invano di sopportarla pochi minuti senza imbarazzo.
«La prima volta che conobbi il signor Van-Spengel, dice il dottor Groissart, fu per cagione di una sua malattia. Da sei mesi era travagliato da insonnia fastidiosissima: i medici di Brusselle e di Parigi non sapevano da che parte rifarsi contro un male così ribelle ad ogni energico trattamento. Giunto allora dalla provincia, una cura fortunata mi avea messo sùbito in mostra. Egli venne a trovarmi. L'impressione di quella visita non mi uscirà più di mente.
«Ragionando del suo male, il signor Van-Spengel mi guardava in viso con quell'aria scrutatrice tutta propria, che un po' gli veniva dalle abitudini del mestiere, ma che in gran parte mi parve dovesse attribuirsi al suo naso lungo, acuminato, un tantino storto e rivolto in su, un naso stranissimo.
«Dopo pochi minuti, non fui più buono di prestare attenzione a quello ch'egli diceva. Mi sentivo attaccato nel santuario della mia coscienza e badavo a difendermi. Non son facile a subire illusioni di sorta alcuna; ma la fisonomia di quell'uomo mi inspirava in quel punto un indefinibile senso di paura. Giunsi fino a fantasticare che egli adoperasse quel naso, pel morale, come lo spiego delle guardie daziarie alle porte della città; infatti esso ricercava tutte le fibre e si ficcava più oltre.
«Quando il signor Van-Spengel tacque, non ebbi alcun dubbio ch'egli non conoscesse il mio cuore quanto e, forse, più di me. Credetti anzi di sorprendergli su le labbra un sorrisino di trionfo. Fui, mio malgrado, costretto a chiedergli scusa e a pregarlo umilmente di ricominciare da capo.
«O indovinasse il motivo del mio turbamento, o rimanesse mortificato della mia disattenzione, il signor Van-Spengel fissò allora gli sguardi sul piccolo tappeto steso sotto i suoi piedi e non li distolse di là prima di aver terminato la seconda narrazione delle sue sofferenze (pag. 6).
Il signor Van-Spengel è celibe. Non ha parenti. Vive con una vecchia che lo serve da trent'anni, ed abita un quartierino nello stesso ufficio della Direzione Generale di Polizia. Di abitudini regolarissime, passa leggendo le poche ore disoccupate che il suo posto gli consente. Mangia poco e, cosa più notevole, non beve vino.
È certissimo che la sera del 1 marzo 1872 il signor Van-Spengel rientrò nelle sue stanze più presto del solito. Era di buon umore e cenò con appetito. Si mise a letto alle undici e mezzo di sera; poco dopo la serva lo sentì russare fortemente. Alle otto e tre quarti del mattino (2 marzo) era desto. Il campanello avvertiva la Trosse che il suo padrone attendeva il caffè.
La Trosse assicura che l'aspetto del signor Van-Spengel era, quella mattina, preciso come il consueto, anzi un po' più sereno.
Nulla facea presagire la trista catastrofe della giornata.
— Il padrone — raccontò poi la vecchia — sorbì il caffè a centellini, esclamando ad ogni corso: stupendo! eccellente! Indi accese la sua pipa. — Sapete? mi disse; temo di aver dormito nove ore tutte di un fiato! — E diè in uno scoppio di risa. Io tentennai il capo, ma non volli contraddirlo.
All'una dopo la mezzanotte, la Trosse lo aveva sentito passeggiare per la stanza e muover qualche seggiola. Supponendo ch'egli si sentisse male, si era levata e, pian pianino, aveva aperto l'uscio a fessura. Il suo padrone, seduto a un tavolino, avvolto nella veste da camera, col berretto da notte, scriveva.
Alle nove e mezzo il signor Van-Spengel, terminato di fumare la pipa, si era levato.
Si vestì, secondo la sua abitudine, in fretta e in furia; si fece aiutare dalla serva a infilare il soprabito, e si accostò al tavolino per prendervi gli occhiali. La serva teneva in mano il cappello e la mazza.
— Che storia è questa! — aveva esclamato ad un tratto.
Era maravigliato di trovar alcune carte sul tavolino.
Prèsele in mano e lette le poche righe della prima pagina, il signor Van-Spengel si era fregato più volte gli occhi, avea guardato attorno, in alto e in basso, per la stanza; poi era tornato a sfogliare lentamente tutto il quaderno, osservandone con viva attenzione e con crescente sorpresa la scrittura fina e compatta.
— Chi ha recato queste carte? — disse bruscamente alla serva.
— Ma, signore!....
La Trosse sorrideva; credeva che il suo padrone celiasse.
— Infine, parlate! Chi ha recato queste carte? Non me ne avete detto nulla.
— Non so — rispose la serva vedendo la serietà del suo padrone. — Qui non c'è stato nessuno.
— Se è un scherzo — borbottò il signor Van-Spengel tra i denti — bisogna confessare che è ben riuscito.
Sedette su la poltrona più vicina, accennò alla serva di lasciarlo solo e si pose a leggere ad alta voce: Rapporto al signor Procuratore del Re sull'assassinio commesso la sera del 1 marzo nella casa N. 157 Via Roi Lèopold in Bruselle.
E qui si fermò per osservare il calendario americano che pendeva dalla parete.
Il calendario segnava 2 Marzo. Il signor Van-Spengel aveva strappato pochi momenti prima il fogliettino del giorno avanti.
— O il diavolo se ne mescola, o io ammattisco — riprese a borbottare. — Questa scrittura è mia! Non c'è che dire; è mia!
E picchiava col dorso della mano sul quaderno deposto su le ginocchia.
— Eppure non l'ho fatto io, no davvero!
— Se il padrone mi permette... — disse la Trosse aprendo timidamente l'uscio.
— Permettere che? — rispose il signor Van-Spengel stizzito.
— Vorrei rammentarle che questa notte m'sieu ha scritto dall'una alle quattro, e.....
— Siete matta!
— Scusi; m'sieu deve ricordarselo. Io mi son levata due volte credendo che si sentisse male; e tutte due le volte l'ho veduto a quel tavolino, occupatissimo a scrivere. M'sieu vi ha poi dormito sopra, ed è forse per questo.....
— Dev'essere così! — esclamò il signor Van-Spengel dopo un momento di riflessione. — È strano ma dev'essere così. Sapete? In gioventù sono stato sonnambulo.
— Ah, mio Dio! — fece la serva. — Vuol dire che la notte lei andava per le stanze....
— Sì, mamma Trosse, qualcosa di simile. Parlavo, facevo ogni cosa proprio come quand'ero sveglio; nè più, nè meno. A vent'anni però ebbi una gran malattia (fui sull'undici once di andarmene) e quel sonnambulismo cessò. Che voglia ricominciare? Cospetto! Sarebbe una gran seccatura! Ma sicuro — continuò dopo qualche intervallo — sicuro che ho scritto dormendo! Ne parlerò sùbito al dottore. Andate, serrate quell'uscio.
Il signor Van-Spengel riprese in mano il quaderno, e svoltata la prima pagina, lesse:
«Signore,
«Questa mattina (2 marzo) alle ore 11 ant...
Si fermò nuovamente, per cavar di tasca l'orologio.
— Curiosa! Manca poco alle dieci e mezzo! Cose fatte dormendo!...
Ecco intanto ciò che il signor Van-Spengel lesse tutto di un fiato. Lo trascrivo dall'Appendice A posta in fondo al volume.
«Signore,
«Questa mattina (2 Marzo) alle ore 11 antimeridiane, recandomi dal mio ufficio al Ministero dell'interno per ricevervi le istruzioni e gli ordini di S. E. il Ministro, allo sboccare della via Grisolles nella via Roi Lèopold, vidi una gran folla radunata, davanti a la casa segnata col N. 157, accanto al palazzo del signor visconte De-Moulmenant. Dubitando di un assembramento di sediziosi contro il pastaio che ha la bottega là presso al N. 161, mi affrettai ad accorrere dopo aver chiamato le due guardie Lerouge e Poisson che si trovavano di fazione a capo della vicina via Bissot. Si trattava di ben altro. Il cocchiere, il cuoco, due camerieri della signora marchesa di Rostentein-Gourny stavano davanti al portone della casa a due piani, proprietà di detta signora marchesa, picchiando, ripicchiando da un'ora e mezzo e non erano riusciti a farsi sentire nè dal portinaio, nè dalla cameriera rimasta in casa, nè dalla marchesa, nè dalla marchesina.
«Quelle persone di servizio affermavano aver ricevuto dalla marchesa il permesso di assistere alle nozze della figlia del cuoco; erano perciò rimaste fuori di casa tutta la nottata.
«Si cominciava a sospettare di qualche grave accidente.
«Il cocchiere, scalato il terrazzino di mezzo a cavaliere del portone, aveva tentato di farsi sentire, picchiando su le persiane con tale violenza da rompere alcune stecche; ma senza frutto. Pareva che in quella casa non ci fosse mai stata anima viva.
«Dimenticavo di dire che il sergente Jean-Roche, con altre sei guardie, mi avea precesso sul luogo, ed aveva già mandato uno dei suoi uomini dal giudice del Circondario per aprire il portone con le forme richieste dalla Legge. Il giudice arrivò da lì a pochi minuti, insieme col Cancelliere.
«Si cercò un magnano, e dovemmo stentare un pezzetto prima che le serrature interne fossero messe allo scoperto e sforzate.
«Assegnate sei guardie per contenere la folla e scelti due testimoni, entrammo insieme con questi domestici, chiudendo il portone dietro a noi. I domestici dovevano servirci di guida e dar gli schiarimenti opportuni.
«Fatti pochi passi, ecco sul primo pianerottolo della scala un'orribile scena. Il portinaio giaceva là quant'era lungo, con la testa appoggiata a un gradino; nuotava nel sangue. Le sue mani erano squarciate da tagli in direzioni diverse. Aveva due ferite alle regioni del cuore, tre in fondo all'addome.
«A quella vista la Luison, una delle cameriere, svenne e fu presa da convulsioni violente. Nichette invece si slanciò su per le scale urlando, piangendo e chiamando a nome la sua padroncina. Gli uomini, allibiti, non pronunziavano sillaba.
«La guardia Maresque fu tosto spedita per un dottore.
«Eravamo appena a mezza scala, quando Nichette, affacciatasi dall'alto della ringhiera, urlava:
«Assassinate! Assassinate!
«La casa pareva presa d'assalto. Oggetti di biancheria alla rinfusa per terra; cassette, cassettoni, armadi, tutti scassinati e messi sossopra. I divani e le poltrone del salone di ricevimento spostati, o buttati a gambe all'aria. Presso il pianoforte, sopra una duchesse, il cadavere della marchesina di Rostentein-Gourny.
«Colpita da una sola stilettata al cuore, era rimasta là, con le mani aggrappate ai capelli, col capo rovesciato indietro sulla spalliera. Una piccola riga di sangue le macchiava la veste.
«Gli usci che dal salone introducevano nella stanza da letto della marchesa erano tutti spalancati. In fondo, per terra, si vedeva una forma di persona avvoltolata tra coperte. Era il cadavere della signora Marchesa. Due guardie lo distrigarono a stento. Parecchie lividure al collo indicavano ch'era stata prima strangolata, poi raggomitolata a quel modo.
«La cameriera giaceva assassinata sul proprio letto nella camera accanto.
«Il dottor Marol arrivato in quel punto, dopo attente osservazioni, constatò che le quattro vittime dovevano esser morte da otto ore, poco più, poco meno. L'atroce misfatto era stato dunque consumato dalle due alle tre dopo la mezzanotte. Evidentemente i malfattori non erano andati là con lo scopo di assassinare. Ma non si penetra di soppiatto in una casa abitata da persone che, non foss'altro, possono urlare al soccorso, senza che l'assassinio sia anticipatamente calcolato.
«Dalla vista dei luoghi non era difficile immaginare quel ch'era accaduto.
«Il portinaio, levatosi per rendersi ragione di qualche insoluto rumore, dovette essere aggredito all'uscire della sua cameretta. Grosso, robusto, coraggioso, si liberò dalle strette degli assalitori e tentò di chiamar gente. Egli lottò con qualcuno dei malfattori (le tracce della lotta sono evidenti) ma gli altri lo finirono a coltellate.
«Penetrati nelle stanze superiori, alcuni eran corsi nella camera della Marchesa, introducendosi probabilmente dalla parte di destra, altri nella camera della cameriera. La Marchesa, sveglia, deve aver avuto appena il tempo di alzare il capo e di aprire gli occhi, ch'era già ridotta in istato da non poter più gridare.
«Forse nello stesso tempo veniva uccisa la cameriera. Giacchè la marchesina ancora alzata, avvertita certamente dallo insolito movimento nella stanza vicina, suonò parecchie volte il campanello, fino a strappare il cordone. Vedendo entrare qualcuno degli assassini, la Marchesina era scappata via, inseguita di stanza in stanza, rovesciando tutto quel che le capitava innanzi, sedie tavolini, poltrone. Ma nel salone, trovatasi circondata da parecchi di quei visacci, si era abbandonata su la poltrona e vi era stata uccisa di un colpo.
«Le induzioni erano queste; ci trovavamo tutti d'accordo.
«Dopo lunga e minuziosa ispezione, potemmo avverare che l'argenteria, le gioie, i valori erano stati violentemente involati con arditezza senza pari.
«Da che parte e con che mezzi gli assassini eran penetrati in quella casa?
«Ecco una difficile ricerca.
«Il portone, solidissimo, sbarrato da spranghe interne e chiuso da un magnifico ordegno inglese di struttura assai complicata, non mostrava guasti di sorta alcuna. Nelle imposte, ermeticamente chiuse all'interno ed all'esterno, nessuna traccia di violenza. Il cancello di ferro fuso che chiudeva l'entrata del giardino aveva la sua serratura a posto. Le mura delle cantine erano intatte. Il piccolo portone in fondo alle cantine, che rispondono nel vicolo Mignon, era chiuso con tanto di spranga. I tetti, le soffitte in perfettissimo stato. Insomma ci trovavamo in faccia ad uno di quei difficili problemi che l'inesauribile astuzia dei malfattori presenta, come una sfida, alla polizia.
«Appoggiato al davanzale di una delle finestre che guardavano nella via Roi Lèopold, io riflettevo da un pezzo, quando tutto ad un tratto.....
— Hem? — fece il signor Van-Spengel, interrompendo la lettura.
E appuntò una terribile interrogazione sul viso della Trosse che si disegnava nel vano dell'uscio tenendo tra le dita un biglietto di visita.
— Ah, l'amico Goulard! — esclamò il signor Van-Spengel. — Stavo per piantarlo. Diavolo! Le dieci e tre quarti? Leggerò il resto più tardi. Mamma Trosse — poi soggiunse con un comico atteggiamento, mettendo in tasca il manoscritto — siamo sul punto di diventar scrittori, romanzieri, come il vostro Ponson du Terrail. Che ne dite?
— Tanto meglio! — rispose la Trosse, senza capire.
— E i nostri romanzi li scriveremo senza fatica, a occhi chiusi, dormendo!
— Tanto meglio!
Il signor Van-Spengel si lasciò spazzolare da capo a piedi, aggiustò tranquillamente gli occhiali che gli si erano abbassati fino alla punta del naso, mise in testa la tuba, prese in mano la mazza e disse alla serva che andava a far colazione dal suo amico Goulard. Il Goulard intanto aspettò fino al tocco, ma invano. Il signor Van-Spengel non si fece vivo in tutta la giornata.
Giudichi il lettore se sarebbe stato possibile indovinare, anche dalla lontana, quel che gli era accaduto.