VI.
Eran passati sei anni.
Che cosa voleva dire quella stanchezza vaga, indefinibile che cominciava ad insinuarsi nella sua vita regolare e monotona? Quei confronti del passato col presente che gli erano stati cagione di tanta allegrezza, perchè ora prendevano un accento di lieve rimprovero?
Fu spaurito di questi sintomi e cercò di svagarsi.
Ma come sfuggire la memoria? Si vedeva perseguitato da essa perfino nei sogni. Giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto la stanchezza e la noia aumentavano. Non poteva far nulla per arrestarle; si sentiva inetto a resistere.
— La gran legge del lavoro!
Aveva un bel ricordarsene; non gli riusciva di lavorare. Si stancava, si annoiava sùbito. Gli mancava qualcosa che gli rendesse caro il lavoro.
La sua solitudine gli faceva spavento. I momenti più tristi della sua vita gli parvero preferibili, immensamente, a quella calma di morte che l'operazione del dottor Cymbalus gli aveva procurata.
— Mamma! Ida! Mamma! Ida! — chiamava ad alta voce, chiuso nella sua stanza, senza voler vedere nessuno.
Tentava di riscuotersi con quei nomi dal torpore che lo teneva incatenato fra i suoi terribili nodi.
Niente!
Quelle parole: Mamma! Ida! gli risuonavano nell'orecchio come due voci che non avessero mai avuto alcun senso per lui.
Ah, quell'ore di pianto, di disperazione di strazio mortale passate a guardar da lontano le finestre del palazzo K*** nelle notti d'inverno! Ah, quell'ore d'agonia, quando si struggeva di abbracciare sua madre che, perduta tra le feste e i conviti, più non si ricordava di lui! Quelle erano state ore! E quando i furori della gelosia, i folli propositi di vendetta gli avevano sconvolto il cervello, per il tradimento di Ida Blùmer? Che emozioni! Che divini dolori!... Ed ora, più nulla!
Un giorno corse da sua madre.
La contessa K*** si preparava per un viaggio lontano, nel momento che William saliva le scale del palazzo ricordando la trista scena di parecchi anni fa, essa si trovava nel suo elegante salotto, abbandonata su una poltrona col viso tra le mani, piangente. Una cameriera levava della roba da un mobile antico incrostato di avorio e di madreperla, e nominato un oggetto, aspettava che la sua signora le rispondesse sì o no con un cenno del capo.
William irrompeva nella stanza.
La contessa pareva ammattita dalla gioia. Rideva, piangeva, lo abbracciava, lo carezzava, tornava ad abbracciarlo.
William non rifiniva dal baciarla.
Il contatto di quelle labbra dovea fargli rivivere il cuore!
— Chiamami figlio! Chiamami figlio!
— Figliuolo, figliuolo mio! — ripeteva la contessa.
Il rimorso il pentimento, la gioia rendevano sublime l'accento di lei.
William smaniava; si scioglieva dalle braccia di sua madre, le metteva una mano sulla fronte per tenerle sollevato il volto.
Voleva contemplarlo bene e assorbire tutti gli splendori di quegli occhi!
— Qui le tue mani, sul mio cuore!... Premi forte!... Ancora più forte!
Ma no! No! Quel terribile gelo non voleva fondersi. Il suo cuore era morto per sempre! Non un palpito! Non una leggera emozione! Baciava forse una statua? Era un'infamia! Oh! Maledetta quella scienza che lo aveva così ridotto!