PREFAZIONE

Gli scritti raccolti in questo volume vennero pubblicati, meno uno o due, in un giornale politico.

Se si riflette che nei giornali politici la critica letteraria sia soltanto tollerata e che debba pagare questo beneficio coll’ingegnarsi di riuscire quanto più possa leggiera, s’avrà la ragione dei molti difetti di essi e, forse, di qualche lor pregio.

Il timore d’esser noiosa farà presto sbandire la critica letteraria anche dai pochi fogli quotidiani che si son permessi finora questa specie di lusso intellettuale. La critica diventa di giorno in giorno più strettamente scientifica, e i lettori dei giornali, da che si stuzzica in tutti i modi la loro malsana curiosità, sembra non sappiano gustar altro che le notiziette imbandite calde calde dalla sollecitudine dei cronisti. Fra intendimenti e gusti così opposti non v’è conciliazione possibile; e sarà assurdo sperare che, per amore della letteratura, s’abbia a tentare un piccolo sforzo contro le inclinazioni del pubblico.

Quando il divorzio tra il giornale politico e la critica letteraria sarà completo, gli scritti del presente volume acquisteranno, se non mi illudo, il valore — non grande — di segni del tempo.

È il pretesto che me li fa raccogliere; e vorrebb’essere ancora la mia scusa.

Luigi Capuana.


GINO CAPPONI[1]

Chi dimorò in Firenze negli anni della capitale provvisoria incontrò spesso per le vie un vecchio di regolare statura, dai capelli bianchi, dalla barba anche bianca che gli contornava la faccia, con un occhiale bleu a quattro lenti da cui veniva malamente nascosta la sua cecità, con abiti decenti ma infilzati alla meglio e scarpe grossolane che stonavano un poco coll’aspetto dignitoso e coll’aria signorile di tutta la persona. Appoggiato al braccio d’un servitore meno vecchio di lui, andava con passo alquanto affrettato, la testa alta, le labbra un po’ affondate dentro la bocca priva di denti. Era un personaggio che faceva impressione e destava curiosità; si capiva facilmente come non fosse un uomo volgare. Infatti era il marchese Gino Capponi.

Per un giovane che usciva caldo caldo dalla lettura del Foscolo, del Leopardi, del Giusti, del Guerrazzi la prima vista del Capponi aveva qualcosa dell’apparizione. Io ricordo che, tutte le volte per caso lo incontrassi, portavo involontariamente la mano al cappello, quantunque sapessi che lui non potesse accorgersi di quel mio segno di rispetto. La sua figura mi ridestava tante emozioni giovanili. Allora avevo appena letto due o tre brevi scritture di lui; però sapevo che il Leopardi gli avesse dedicato La palinodia, il Foscolo una lettera sul Commento alla Divina Commedia, il Guerrazzi l’Isabella Orsini e il Giusti le Nozze e la Terra dei Morti. Da queste dediche e dagli epistolarii del Foscolo e del Giusti avevo appreso ad amare e a venerare un uomo riputato degno di tali amicizie e di tanto rispetto, il nome del quale trovavo sempre mescolato a quanto di nobile e di grande s’era fatto in Italia nella prima metà di questo secolo; e la sua vista faceva rivivere sotto i miei occhi tutta un’epoca di entusiasmi, di lotte e di gloria letteraria (non mi preoccupavo di altro) che oggi apparisce così lontana da dover fare uno sforzo per rammentarsela.

Ricordo anche il mio dispetto e il mio rossore un giorno che in una conversazione, e da un giovane fiorentino, intesi qualificare come scroccata la reputazione del Capponi. Quali sono le sue opere? Che resterà di lui per giustificare nell’avvenire quest’aureola che ora lo circonda? domandava quel mio amico a cui avevo manifestato la mia gioia di aver inteso un breve discorso del Capponi in una tornata dell’Accademia della Crusca nell’occasione del Centenario dantesco.

Il mio amico se la prendeva contro il cattivo vezzo degl’italiani d’accettare certe riputazioni belle fatte senza domandarne i titoli e senza discuterle. Il Capponi, secondo lui, doveva ritenersi un mito, una leggenda. Quello di via San Sebastiano era, senza dubbio, un gentiluomo, un patriota come se ne conoscevano tanti; ma, infine, quel venerando che gli si appiccicava per indicare una grandezza o d’ingegno o di carattere gli pareva un’iperbole. Io sapevo ben poco di particolare per rispondere a tale sfuriata, pure dissi qualche cosa e con calore. Allora quegli rincarò la dose: Non voleva parlare degli scritti. Dove erano? Articoli di giornali! Non si andava ad astra con questi. Il patriottismo? Dio mio! In un’epoca dove tanti s’eran fatti fucilare, imprigionare e torturare per l’Italia, lo sgusciare fra tre rivoluzioni senza aver torto un capello, non era piuttosto una dimostrazione del contrario? Insomma, volevo saperla schietta? Il Capponi era un codino! Due anni prima aveva scritto una lettera contro il matrimonio civile. Se si fosse torto un capello al Papa, si sarebbe dimesso dalla carica di senatore. E conchiuse: Gino Capponi? Un fétiche! — Io rimasi mortificato e, non lo celo, un po’ scosso. Quando venne pubblicata la sua Storia di Firenze cominciai a leggerne il primo volume con grandissima curiosità. Volevo trovarvi una risposta vittoriosa alle scettiche osservazioni di quel mio amico che non mi erano uscite di mente; ma i primi capitoli mi disillusero peggio, e non andai oltre. Vi cercavo l’artista, lo storico moderno, e mi pareva di scorgervi un lavoro stentato, fatto con intendimenti e con mezzi invecchiati e fuori d’uso. Per quanto fossi conscio della mia incompetenza a giudicare un’opera di quel genere, non potevo mettere in dubbio, per lo meno, la sincerità delle mie impressioni. I giudizii della stampa mi fecero capire che forse non avevo tanto torto; e già se non ripetevo anch’io: Gino Capponi? Un fétiche! ci mancava poco.

Da questo si può comprendere con che avida impazienza abbia io preso in mano il libro che il senatore Tabarrini ha dedicato al Capponi ai suoi tempi, ai suoi studi ed ai suoi amici. Lo apersi con diffidenza. Sapevo che il Tabarrini era stato uno degli intimi dell’illustre fiorentino, e avevo paura che l’amicizia gli avesse fatto esagerare le tinte e adulare un pochino la fisonomia dell’originale nel ritratto che presentava; nè le prime parole della prefazione mi rassicurarono. «Gino Capponi fu ai tempi nostri uomo veramente memorabile per altezza d’ingegno, rettitudine di animo ed opere virtuose; e tale quale era, e noi lo conoscemmo per lunga consuetudine, vorremmo che passasse ai posteri: i quali quand’anche siano per essere pietosi alla presente generazione, è dubbio se sapranno intendere certe esistenze elette che si educarono con discipline ora messe fuori di uso come strumenti inservibili, e trassero le norme del vivere da dottrine oggi ripudiate, come pastoie incomode alla sconfinata libertà del pensiero.»

Però la maniera elegante, da vero gentiluomo, del discorso del Tabarrini cominciò subito a legar la mia attenzione e a vincere la mia diffidenza. Ogni pagina scorsa era una nuova attrattiva, ogni capitolo una vittoria. La figura del Capponi si disegnava, si coloriva, s’animava nettamente, potentemente, con naturalezza ammirabile, per via d’una sapiente sobrietà di tocco che la faceva grado a grado venir fuori dal fondo oscuro della tela come per una lenta invasione di luce; e quando, nelle ultime pagine del libro, lessi: «noi ci siamo fermati con compiacenza a tratteggiare questa nobile figura del nostro tempo, perchè dubitiamo che la scuola moderna difficilmente ne possa produrre somiglianti nell’avvenire...» quando lessi queste belle parole alzai la fronte soddisfatto. Avevo tuttavia dinanzi gli occhi lo aspetto di quell’iroso giovane fiorentino, e mi pareva di rispondergli: ecco, Gino Capponi non è un mito!

Il libro è fatto con quell’arte squisita della quale sembra si sia perduto lo stampo in mezzo a questa fretta smaniosa di comporre imposta dalle febbrili circostanze della vita contemporanea. Vi si sente qua e là un’intonazione severa, d’uomo che ha visto tempi migliori o che meglio corrispondevano all’ideale della vita, ai sentimenti e al carattere creatigli dalle circostanze in mezzo le quali ha passato il primo fiore degli anni. Però nessun’animosità, nessun sconforto. «Alle porte di questa antica civiltà nostra, batte col pugno una gente che non riconosce altra forza che quella dei muscoli, che non pregia altre opere che le manuali, e si ride delle lettere, delle arti e di quant’altro ha fatto fin qui l’orgoglio del mondo civile. Al cospetto di queste selvagge assurdità, la disputa umilia ed irrita. Facciamo il dover nostro esaltando la luce divina dell’ingegno, rendendo omaggio agli uomini che hanno onorato degnamente la patria; e dei paradossi dell’ignoranza livellatrice, qualunque siano per essere i destini di questa civiltà così perfidamente schernita, appelliamoci confidenti alla coscienza del genere umano.» Sono le ultime parole del volume e non era facile il chiuderlo con più fiera dignità di così.

La vita di Gino Capponi può dirsi puramente intellettuale. L’azione, da giovine, gli venne quasi interdetta dalle circostanze politiche e sociali dei suoi tempi: poi, da quella completa cecità che gli sopravvenne prima del 1848 e lo dimezzò, impedendogli di studiare e di muoversi senza il soccorso degli altri. Eppure nessuno s’era preparato all’azione con maggior copia di studii e di osservazioni personali in tutti quei viaggi in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania, dopo di aver visitata da un capo all’altro la sua patria. E aveva dovuto lottare cogli esempi dei suoi contemporanei e colle tradizioni e coll’educazione della famiglia. La sua facoltà d’esame s’era sviluppata precocemente. A 22 anni notava della sua fanciullezza: «sensi di cuor buono, di carattere forte e cupo... occupazioni di mente, violenze di carattere, sogni d’imaginazione, malinconie continuate sensibilmente fino all’anno quattordicesimo:» e del 1806 poteva scrivere in quel suo fascicolo di Appunti sulla vita morale: «Cognizione della mia situazione. Richiamo dei principî inveterati. Maggior frequenza coi genitori. Modi di vivere diversi dai medesimi per educazione; perciò abitudine e restringere dentro me medesimo le massime fatte ormai mie.» Ma la sua emancipazione non è ancora completa. Un giorno, a 19 anni, il padre lo conduce in casa Riccardi come se si trattasse d’una visita di cerimonia. Andando via, nello scendere le scale gli domanda se gli piacesse la marchesina. Sì, risponde Gino. Sta bene, essa sarà tua moglie, gli dice il padre. E Gino accetta, sottomesso, la volontà di quello o per lo meno non osa resistere; giacchè troviamo in quegli Appunti: «Sollevamenti di animo brevi.... Ingresso nel mondo lento. Esecuzione delle massime fatte da me e credute tutte praticabili in principio...» e i puntini così discretamente messi dal Tabarrini fanno intravedere qualcosa di serio nella lotta interiore che il giovane Capponi dovette allora sostenere. Però il carattere già si disegna, già comincia ad affermarsi quale fu poi per tutta la vita, colle sue sdegnose alterezze, colla sua fina penetrazione, colla sua attività interiore, coi suoi scoramenti, colle sue indecisioni, colla sua fermezza, colle sue generose tolleranze, col suo largo comprendere gli eventi e gli uomini che spesso lo rende esitante e lento nel risolversi quando più sarebbe opportuna una risoluzione pronta ed ardita.

È impossibile riassumere dalla stupenda narrazione dal Tabarrini l’azione nascosta ma energica del Capponi in tutti gli avvenimenti politici della penisola dal 1820 al 1848. Il Capponi non è un congiuratore, non ha fede nei mezzi violenti; ma i suoi consigli, la sua influenza personale si fanno sentire da per tutto, specialmente in Lombardia e nel Piemonte, ove è legato di forti amicizie coi capi che promuovono l’agitazione nazionale. In quei Ricordi che colla rapida semplicità dello stile lo rivelano intiero, egli racconta che nel gennaio del 1831 il Libri tornato di Francia gli confidò un suo progetto per far violenza al Granduca e strappargli una costituzione. Al Capponi quel progetto parve del pari odioso che imprudente. Voi siete di quelli del secondo giorno, gli disse il Libri. E il Capponi rispose dignitosamente che avrebbe fatto la sua parte il secondo giorno, come la sua coscienza e come la sua prudenza lo avrebbero consigliato. E al Guerrazzi, che coi Livornesi voleva precipitar le cose, disse: «che non aveva prurito alcuno di sconvolgere il paese suo chiamando sovra esso danni e miserie infruttuose pel solo amore delle rivoluzioni, le quali sono un magro gusto quando il popolo medesimo che tu hai voluto liberale, poi ti ringrazia con le sassate.»[2] Parole queste ultime ch’esprimon bene quel senso pratico un po’ freddo e scettico, proprio dei toscani, ai quali un governo relativamente mite, da vinai, come diceva il Fossombroni, toglieva lo slancio impetuoso del cuore, principale elemento dei grandi fatti e creatore degli eroi.

Non intendo dire con questo che al Capponi mancasse il cuore. Se non pagò di persona, come tant’altri che s’arrischiarono per l’Italia in ardite e spesso inconsiderate imprese, pagò d’affetto e di sostanze. La sua casa fu aperta a tutti. Il Colletta e il Giusti vi trovarono ospitalità fraterna; gli esuli, i profughi, i varii tentativi di istituzioni dirette all’educazione civile e morale del popolo furono soccorsi largamente dalla sua borsa, senza punto badare a differenze di opinioni o di indirizzi. Nelle memorie di G. B. Vieusseux pubblicate dal Tommaseo si legge, diretto da quello al Capponi, il seguente biglietto: «Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il suo nome è Garibaldi.»

E nemmeno deve intendersi ch’egli rimanesse in quell’inerzia contemplativa e quasi buddistica che la sua cecità potrebbe anche giustificare per la seconda metà della sua vita. La fondazione dell’Antologia dell’Archivio storico, specialmente quella della prima, segna una data memorabile nello svolgimento dello spirito italiano. Nè fu poca ventura per l’Italia l’incontro di due caratteri diversamente energici come quelli del Capponi e del Vieusseux che condussero a buon porto la difficile impresa di quel giornale. Prima della cecità egli pensava a grandi lavori storici d’argomento elevatissimo come, per esempio, la Storia civile dei Papi della quale scrisse soltanto quattro capitoli d’introduzione, quantunque ne avesse con molto studio messi insieme i materiali, ricorrendo direttamente alle fonti. Tutti i problemi d’economia politica e d’educazione lo attirarono, lo tentarono e non solo teoricamente, ma anche nella pratica: e pel carattere del Capponi questo significava azione più immediatamente utile e meno arrischiata di qualunque altra.

Ma è innegabile, e il Tabarrini lo confessa senza attenuarlo, «che la potenza nell’intelletto non andava pari nel Capponi all’energia della volontà. Le risoluzioni erano in lui per lo più tarde e combattute e pareva che il molto sapere fosse d’impaccio più che di aiuto all’azione. Avezzo a indagare sottilmente il pro e il contro d’ogni cosa, rimaneva perplesso nella scelta... E in queste irresoluzioni lo aveva conformato la vita impostagli dai tempi ed aggravata dalla cecità, vita tutto di pensiero solitario, senza quello esercizio di azione che viene dalla pratica dei negozi.» Inoltre il Capponi fu troppo diffidente delle proprie forze. Arditissimo e liberissimo nel pensare quando fu giovane, ebbe poi quasi paura della sua arditezza, o meglio ebbe paura di manifestarla, giacchè anche dalla voluta e cercata oscurità della sua forma letteraria si scorga che l’energia della mente non si lasciò mai completamente sopraffare da riflessioni secondarie e da riguardi mondani.

Se si va in fondo alle sue idee, s’arriva alla conchiusione che il difensore del matrimonio religioso non fu un cattolico. Le parole partito cattolico e interessi cattolici, in questi ultimi tempi, gli facevan perdere la calma abituale. Probabilmente egli si contentò d’un vago deismo, d’una fede quasi poetica nella immortalità dell’anima umana, che diedero elevatezza alle sue azioni e pace al suo cuore. Questo stato intellettuale un po’ vaporoso si rivela benissimo in uno di quei suoi Pensieri pubblicati nel volume degli scritti inediti, ove dice: «Ricondurre la filosofia nel seno della religione, è ricondurre via via il sapere dentro alla cerchia del buon senso.» Sentenza che non dimostra una chiara idea della filosofia nè della religione, ma un sentimento oscuro di entrambe.

Nelle consuetudini della vita, dice il Tabarrini, egli sapeva unire il decoro patrizio alla semplicità popolana. Le stanze da lui abitate, nel suo vasto palazzo di via san Sebastiano, erano arredate coi mobili antichi lasciativi da suo padre. La sua voce robusta s’affaceva bene nelle conversazioni al suo modo di discorrere da controversista implacabile e qualche volta da tribuno. Pure nessuno era più tollerante di lui che aveva delle opinioni ferme perchè, direi, ben digerite e passate nel sangue e nelle fibre. Così si spiegano le sue lunghe amicizie con uomini di carattere opposto al suo, ben noti per rozza violenza come quelli del Libri e, specialmente, del Tommaseo.

A proposito dei quali dirò che dilettevolissimi riescono i capitoli del lavoro del Tabarrini ove si parla delle loro relazioni col Capponi; ma sarebbero riusciti più attraenti se l’autore, oltre alle citazioni delle lettere di essi, avesse voluto esser più largo dei particolari e degli aneddoti che egli, vissuto così lungamente in mezzo a loro, deve certamente sapere. Per esempio il punto ove si tocca delle relazioni del Capponi col Niccolini mi sembra trattato con troppo ritegno. Della rottura tra il Niccolini e il Capponi, dopo una amicizia intimissima di quasi mezzo secolo, si vorrebbe sapere di più che queste magre parole: «Finì (il Niccolini) col romperla a dirittura con tutti gli uomini che non partecipavano ai suoi furori ghibellini, e più fieramente si sdegnò col Capponi che non volle più rivedere chiudendosi in una solitudine rabbiosa e soffrendo di parecchi parossismi nervosi che qualche volta somigliavano a demenza.»

Il Niccolini e il Capponi si trovavano insieme quasi tutte le sere in casa delle vecchie megere Certellini, in via della Vigna Nuova, una delle quali, vedova, era stata e forse era tuttavia l’amante del Niccolini. In quel ritrovo alla buona, che il petegolezzo delle due vecchie turbava spesso, sembra, per gelosie e con bisticci da ciane, la conversazione tra i due amici si elevava ad alti soggetti di letteratura. D’ordinario era tra loro una gara di citazioni di testi greci e latini, una furia di chiose e di comenti dove il Capponi non di rado vinceva, aiutato dalla sua ferrea ritentiva: gara vivacissima, d’un completo abbandono, d’un’intimità sconfinata che permettevano al Niccolini, quando il vittorioso era lui, delle uscite brutali come questa: il mio stivale ne sa più del tuo cervello, senza che la serenità del Capponi e la loro cordiale amicizia ne fosser turbate.

Dalla narrazione del Tabarrini pare che l’Arnaldo da Brescia fosse stato pubblicato prima della rottura col Capponi. È dunque una leggenda la scena che si racconta avvenuta tra lo sdegnoso poeta, il Capponi e il Centofanti quando questi due andarono come deputati di quel gruppo che il Salvagnoli chiamava la Scuola storica di San Sebastiano e i fiorentini, tout court, Sansebastianisti?

Si dice che nella stanza di studio del Niccolini, nel soppresso convento di santa Caterina, il dialogo fra i tre amici fu vivacissimo e colorito di quel linguaggio popolano troppo energico che il Niccolini amava usare con libertà antica.

— E voi credete a tutto? domandò il Niccolini.

— A tutto, risposero il Capponi e il Centofanti.

— Anche alla Santissima Annunziata?

— Anche!

— E non avete nessun dubbio? Possibile?

— Oh! in verità, rispose ingenuamente il Centofanti, io ho qualche dubbio sull’immortalità dell’anima.

— Andate fuori.... dai piedi! urlò allora il Niccolini; fuori dai.... piedi, razza d’ipocriti e di falsi! E non mi venite più innanzi!

— Eh, via! disse il Capponi: tu ghibellino e noi guelfi, ma rimarremo sempre amici.

— Mai più! Mai più!

Il Niccolini, in preda a un vero parossismo, colla bava alla bocca, sputava alle spalle dei due che si allontanavano, e sbatacchiògli l’uscio quasi addosso.

Questo si dice. E se non è la verità, sarebbe stato bene trovare nelle pagine del Tabarrini la vera versione.

Ma io mi fermo su cose piccole e il soggetto è pieno di grandezza, di grandezza morale soprattutto. Giacchè io opini che di Gino Capponi sopravviverà nell’avvenire la figura e il carattere, ma nessuno degli scritti, o soltanto poche pagine e alcuni pensieri staccati pieni di profondità. Tra questi ne scelgo due di natura diversa come suggello del mio articolo:

«Per molti, uccidere i minori affetti a benefizio d’una passione sola, è porre ordine nella vita. Nel nostro animo le più volte accade come nelle città divise; dei più violenti è la vittoria, e quando hanno oppresso i deboli, dicono di avervi recato pace.»

«Quella sentenza del Macchiavelli, che vuole si riconducano le cose ai loro principii, io non la seppi mai bene comprendere. Nemmeno Dio può ricondurvele, perchè non può fare che tra esso e noi quello che è stato non sia stato.»

Intanto rifletto che anche i giudizii estremi han sempre qualche cosa di vero: Quel mio giovane amico, se pensava stortamente del Capponi come uomo, non aveva poi molto torto riguardo al Capponi scrittore.

TULLO MASSARANI[3]

Un carattere forte e uno spirito delicato, ecco Tullo Massarani.

Nel 1851, prima che s’aprisse l’esposizione mondiale nel Hyde-Parke di Londra, suo padre gli disse:

— Vorresti andare a vedere l’esposizione?

Tulio (allora aveva venticinque anni) non se lo fece ripetere due volte. Era il primo viaggio che avrebbe fatto solo, e l’occasione non poteva essere più attraente.

— Però, promettimi una cosa, aggiunse il padre con aria severa: tu non cercherai di vedere il Mazzini. Con questa condizione potrai partire domani.

— Non sono sicuro di mantenere, rispose Tullo. Preferisco non andare.

L’avvocato Giacobbe Massarani era una mente lucida, positiva. Non partecipava alle illusioni del figlio e di molta gioventù d’allora sull’efficacia dei tentativi e delle idee mazziniane. Per lui non c’era altra salvezza politica che tenersi stretti al Piemonte, l’unica provincia italiana che mantenesse fede allo statuto e che possedesse un vero esercito: non bisognava fantasticare sulle possibili forme di governo finchè un palmo di terra italiana era calpestata da piede tedesco.

Tulio fu irremovibile. Andare a Londra e non vedere il Mazzini sarebbe stata una cosa così superiore alle sue forze che lo avrebbe fatto venir meno anche ad un giuramento. Egli già rassegnavasi a non assistere a quella prima festa delle Nazioni, com’allora si diceva, quando l’intromissione della sua mamma gli ottenne di partire senza esser legato da nessuna promessa.

Quest’aneddoto della giovinezza del Massarani ritrae perfettamente il suo carattere sodo e sincero.

Per conoscere la delicatezza del suo spirito basta leggere i Sermoni raccolti ora in un bel volume dai Successori Le Monnier.

Tullo Massarani appartiene a quella generazione fortunata che può dire con orgoglio: ho fatto l’Italia. È nato nel 1826 dall’avvocato Giacobbe e da Elena Fano che gli procurarono per tempo un’istruzione accurata. Tra i suoi maestri fu David Norsa, un nobile intelletto, un cuore ardente pel quale egli nutre una venerazione affettuosa, come di figlio.

Prima del 48 e prima del 59 amare la patria voleva dire, innanzi tutto, congiurare. Il Massarani, come tant’altri, fu dunque mazziniano e prese larga parte a quell’opera di propaganda che contribuì non poco all’unità italiana. Ma il suo spirito saggio e il suo buon cuore lo salvarono sempre dagli estremi.

Da Londra tornò imbottito di cartelle del famoso prestito di Mazzini. Sapeva di essere spiato e ne avvertì il Finzi che fu men cauto di lui e scontò la sua generosa imprudenza col carcere austriaco. Però le ricerche della polizia, nelle due visite notturne che gli si fecero in casa, non riescirono a sorprendere presso il Massarani nessun documento compromettente.

Allora l’attività di sotto mano veniva sussidiata da un’altra attività in piena luce. Studii letterari, studii economici, studii storici, tutto serviva per tener desto negli animi il sacro fuoco nazionale. E il Masssarani combatteva nel Crepuscolo del Tenca, negli Annuarii di statistica del Maestri e non isdegnava il Nipote del Vesta Verde, un almanacco ben noto del Correnti, al quale dava degli apologhi e degli stornelli dove il concetto politico era appena adombrato da leggerissimo velo. Uno di quegli stornelli diceva così:

Stracciata, a piedi scalzi, in camiciuola

So che vi tocca notte e dì penare,

La notte sul telaio e su la spola,

Il giorno per li campi a raccattare.

— Vo’ non sapete il peggio, o tristo amante,

Era massaia e diventò bracciante.

Vo’ non sapete il peggio suo martire,

Era padrona e le tocca servire —

Povera Lena mia, chi ti conforta?

Prima che serva, ti sapessi morta!

Il Crepuscolo seguiva l’uso inglese di pubblicar gli articoli senza firma di autori, il miglior modo di dare a un giornale una personalità efficace, una vera autorità più d’idee che di nomi. Nel gennaio del 59 il Massarani presentava al Tenca un articolo pregandolo di lasciarvi la sua firma.

— Perchè? domandò il Tenca.

— Perchè voglio assumerne tutta la responsabilità, rispose il Massarani. È troppo ardito; e se qualcuno dovesse soffrir noie dalla polizia, vorrei esser io e non altri.

La polizia, al contrario d’ogni previsione, sospese per tre mesi la pubblicazione del Crepuscolo. Stimò meglio chiuder la bocca a tutti, che punire un solo degli scrittori di quel giornale assai poco in odor di santità presso gl’imperiali padroni.

Venne il 59. La battaglia di Magenta aveva deciso della sorte della Lombardia. S’aspettava da un giorno all’altro l’entrata in Milano degli eserciti vittoriosi, e si voleva spazzar la città da ogni soldato straniero. Gli austriaci tenevano ancora il castello e la caserma di San Francesco. Il Massarani fu di quelli che col Tenca e col Gadda assaliron la caserma e ne sfondarono le porte fra il grandinar delle palle.

Quando la pace di Villafranca lasciò in mano dell’Austria le provincie di Venezia e di Mantova, egli diè un’altra prova di patriottismo scrivendo quel Memorandum ai governi di Europa che fu coperto di quasi ventimila firme. La maggior parte dei suoi beni erano nel territorio mantovano e potevano correre il pericolo di venir confiscati.

D’allora in poi l’attività del Massarani non ha avuto più tregua. È una attività niente romorosa, quasi schiva di mostrarsi, ma non per questo meno profittevole e meno degna d’ammirazione. Spesso non si capisce dove egli trovi il tempo di far tante cose ad una volta. Il Consiglio comunale e il Consiglio provinciale di Milano non l’han mai visto mancare ad una sola delle loro sedute. Deputato, senatore, ha lavorato attivamente negli Ufficii, nelle Commissioni, come sa lavorar lui, cioè con amore, con coscienza; non ha mai risparmiato nè la sua persona, nè la sua fortuna, come per esempio, nell’ultima Esposizione francese. Se l’Italia in quella circostanza fece una buona figura, più che alla previdenza del governo, devesi a lui in maggior parte. Anzi, in questa occasione, l’attività materiale non gli parve bastasse. Tra le piccole e grandi cure degli espositori e del Giurì internazionale, trovò agio di scrivere o, meglio, d’improvvisare il suo lavoro l’Arte a Parigi, riuscito uno dei più dotti e dei più belli su tal argomento.

Il vostro libro, gli scriveva un giudice autorevolissimo, Carlo Blanc, merita l’onore di una traduzione francese; e gli si offriva per trovargli un traduttore capace di vincere le difficoltà della forma italiana così elegantemente lavorata e cesellata. Il Massarani usciva appena dai fastidii delle inondazioni per la rotta del Po: era accorso sul luogo, soccorrendo miserie, incoraggiando lavori, studiando rimedi per prevenire le repliche del terribile disastro; aveva provocato una discussione in Senato dove la sua parola calda d’affetto e forte di competenza s’era fatta sentire fra la commozione ed il plauso di quel venerando consesso; ed ecco che, prevedendo i guai di una traduzione venale, si mette a tradurre egli stesso il proprio libro in francese, adattando la forma d’esso alle esigenze della nuova lingua, rimpastandolo in più parti per renderlo più degno del tema e della considerazione dei lettori. L’editore parigino Renouard è tutto contento di poterlo pubblicare fra poco.

Questo è uno schizzo del Massarani, per dir così, esteriore. Se non è il meno interessante, è senza dubbio il più noto. Ma in lui l’uomo pratico ed operoso è foderato d’un poeta, d’un artista. Una discussione in Senato non l’interessa di più dell’abbozzo d’un quadro, d’una trentina di versi, di due pagine di prosa. Una pennellata, una cesura, il giro d’un periodo l’attirano, l’esaltano quant’una buona azione. Nella sua prosa non è difficile incontrare dei brani che luccicano e riverberano, come le faccette d’un diamante. Si vede che quell’aggettivo è stato cercato con insistenza amorosa; si capisce che quell’imagine sorridente fra le righe gli è covata prima nella mente con una gestazione lenta ma intensa, e che il suo babbo l’ha poi accarezzata, lavata, ripulita e agghindata avanti di metterla al suo posto. Alcune volte lo sforzo del concepimento non è celato abbastanza ma spesso il concetto schizza fuori con ammirabile fierezza. Il suo periodo ha il numero, quasi più del suo verso: è musicale anche quando è un po’ troppo tormentato, stavo per dire strumentato. Ma nell’Arte a Parigi molte e molte pagine dimostrano il gran salto che ha fatto lo scrittore nel maneggiare il meccanismo dello stile. Vi sono delle arditezze, delle ribellioni che nessuno si sarebbe atteso da lui, badando ai suoi primi scritti.

Non già che la forma lo preoccupi più assai del concetto, no; ma egli non è contento finchè non gli sembri che la forma glielo renda con una trasparenza cristallina: ed ha ragione. Su questo conto gli si può perdonare anche l’eccesso.

Io non posso dire quel che valga il Massarani come pittore: sono troppo incompetente da osarlo. Non voglio occuparmi del Massarani statista, erudito, critico d’arte: delle sue teoriche dell’arte sarà meglio discorrere quando verrà fuori la traduzione francese del suo libro sull’Esposizione del 1878. Statista, erudito, critico d’arte, il Massarani non è intieramente lui per quanto porti nelle ricerche e nei giudizi quell’accuratezza, quell’imparzialità, quell’equanimità che formano i tratti più notevoli del suo carattere d’uomo e di scrittore. In quanto a me, preferisco il Massarani poeta.

Poeta? Dio mio, perchè no? «Quest’autunno della vita, egli dice, che non conosce più fiori, e che i frutti, caso che ne dia, non li matura a raggio di sole, ma a pazienza di veglie, quest’autunno dunque deve tenersi diseredato anche dalla povera e mesta, non dirò contentezza, ma consolazione del ricordare? E non c’è una poesia e un amore che, contentandosi di ricordi, siano leciti anche ai vecchi? Vecchi, vecchi! E lo siamo per davvero, fino a che abbiamo cuore per ogni affetto e senso per ogni bellezza?»

Il Massarani non aveva bisogno di scuse. La sua poesia è di quella che non muore mai nel cuore dell’uomo: eco di lontani ricordi, visione di cose sparite, sorriso postumo di impressioni e di sentimenti che si risvegliano dentro il petto in certi momenti della vita, quando più si prova il bisogno d’una confortevole intimità con sè stesso; cosa tutta personale, che non si perde dietro a nessuna astratezza, che non si batte la pancia per simulare un’allegria o uno scetticismo che non ha, una vera rivelazione, un vero documento umano com’oggi è di moda il dire, e come non si può dire più opportunamente d’una dozzina di questi Sermoni. Poesia rara fra noi; chè il mostrarci in veste da camera ed anche in maniche di camicia, per retorica alterigia, ci ripugna. Preferiamo inventare un sentimento, invece d’esprimerne uno realmente sentito: preferiamo annegarci entro vaste generalità, piuttosto che circoscriverci fra i limiti d’un piccolo fatto. Quanti sono i nostri scrittori che permettano di poter ricostruire la loro personalità per via di documenti delle loro opere? Il volume dei Sermoni del Massarani rimarrà fra noi per lungo tempo una vera eccezione. Dopo averlo letto si prova una profonda compiacenza d’essere in amichevole intimità con uno spirito così colto e con un animo così buono e gentile.

Ricordi e visioni del passato, uomini e cose, sentimenti e paesaggi, con quel loro accento profondamente sincero, non si limitano a darci soltanto una netta imagine di sè stessi. La loro poesia consiste anzi in quel destare che fanno nell’animo di chi legge qualcosa di simile alle impressioni del poeta. Si fantastica, si sogna dietro a lui, ci si sente commossi della sua commozione raddoppiata colla nostra. Quello ch’egli ha visto ci ha passato tante volte sotto gli occhi; come lui, molti dei lettori han certamente provato la voluttà d’una passeggiata mattiniera prima che la città si svegliasse alla febbrile attività del suo lavoro; come lui, molti si son fermati in Piazza d’Armi nell’ore d’uno splendido tramonto di luglio, in mezzo a quel brulicare di bimbi, di bambinaie, di soldati, di lavoranti che ritornano dal lavoro coi loro arnesi sulla spalla e indugiano innanzi a un giocator di bussolotti o a un piccolo saltimbanco; come lui, molti hanno asolato nell’ore vespertine dell’agosto fra i viali dei Giardini, quand’attorno al Caffè di Monte Merlo s’affollano ai deschi le famiglie borghesi, suona la banda e fanno cerchio proletarii d’ogni grado, impiegatucoli, soldati, bassi ufficialetti e bambinaie in stretti colloquii con un damo forse improvvisato lì per lì: ma il valore dell’arte consiste appunto nel rendere importante la fuggitiva impressione d’ogni giorno, nel fissarla, nel ridurla più efficace della stessa cosa reale. Ecco per esempio, un tramonto presso piazza d’Armi che non vi uscirà più di mente:

Sfornito

Ancor di chioma il castano recente

Larva di quei che l’ascia ha tronchi, invano

A non recente cittadin l’oltraggio

Celar tentava dell’austriache stalle

Inespïato; intanto che sublimi

Sovra il dolce color, che di zaffiro

Ancor si tinge e pur declina al glauco

Delle memori nostre ardue marine,

Parean nitrire alla vittoria i dieci

Gran cavalli di bronzo. In lunghe liste

D’ombra e di luce, l’ultimo saluto

Del dì salìa per le calpeste glebe

All’erba inaridita che, mal viva,

Tra sentiero e sentier campa d’oblio.

Ecco, per esempio, un quadretto di genere che è inutile desiderar dipinto sulla tela:

Sai dove

Ancor mi piace la bottega? In villa,

O in quelle rintanate, erte, ritrose

Città neglette de la vaporiera,

Eppur patrizie d’alta stirpe, dove

Di mentir la rurale onesta vita

E la faccia aborigena, non s’ebbe

Ancora il vezzo od il pretesto. File

Di legittimi sacchi; agli, prosciutti

Con le farine ingenua mostra; e vini

Dentro al doglio natìo, stillanti caci,

E, in piazza, al piè di rudero o colonna,

Presso alla fonte, sotto i vasti ombrelli,

Tesor di frutta e melarancie ed uve,

Eterna invidia di pittori; e spesso

Più leggiadro tesor di crespe e bionde

Chiome, a fronte gentil dorato nimbo.

E non dico la dolce filosofia della vita che scaturisce da tutte queste fonti d’impressioni e di sentimenti realmente provati. Il cuore si acqueta come rannicchiato in un ambiente familiare pieno di tepori e irradiato del sorriso di persone carissime. E leggendo s’intravede un gentile profilo di donna, un sereno profilo di mamma della quale il Massarani potè scrivere: «Ella aveva l’indulgenza che incuora, l’energia che sorregge, il criterio che guida; cauta e non timida d’imminenti pericoli, e presenti che fossero, vigile, operosa, tranquilla, non è meraviglia se volentieri partecipasse alle aspirazioni dei più giovani, e questi volentieri le fidassero a lei; come quella che possedeva il senno dell’età senza l’importuna loquacia e gli spiriti senza l’improntitudine della gioventù.»

D’un lavoro così vivo sarebbe estrema pedanteria cercare i difetti. Il verso del Massarani ha, in maggior numero, più i pregi del suo stile ordinario che le mende.

Vi traspare un eccesso d’accuratezza? Un soverchio amore di lima? Peggio per chi non lo gusta, oggi che la sciatteria dello stile poetico è diventata il credo di molti pretesi poeti.

Giorni fa il Massarani, sul punto di regalare ad una persona le due affettuose Commemorazioni ch’egli ha scritto pei suoi genitori, esitava, rammentando che in una di esse, pubblicata nel 1861, gli erano sfuggiti alcuni errori di stampa.

— Sono stati corretti a mano? domandò al suo segretario. Ne abbiamo presa nota, mi pare.

— Sì, sì, rispose il segretario mostrando i luoghi corretti.

Si trattava d’un comunissimo scambio di lettere e dell’omissione di alcune virgole.

Che farci? Tulio Massarani, nella vita e nell’arte, ha questo minuto scrupolo delle virgole che lo rende singolare. Io ammiro e lo invidio.

UN IGNOTO[4]

Dal 1865 al 1870 la giovine letteratura torinese, com’allora la chiamavano, ebbe un centro di riunione in quel Circolo che poi prese il nome di Dante Alighieri. Nato modestamente per opera di Baldassare Cerri, non ancora direttore della Gazzetta del popolo, del Maisa ora console d’Italia in Alessandria d’Egitto, del Sacchetti e del Galateo, giovanissimi e addottorati di fresco, i quali già mostravano voler essere più amanti dell’arte che della gloria avvocatesca, nel 1869 il Circolo s’era ingrandito, aveva preso un nome e teneva le sue pubbliche sedute nella sala dell’anfiteatro clinico di San Francesco di Paola. Vi si facevano delle letture, vi si discutevano appassionatamente e liberamente le cose lette. Il Giacosa vi presentava al pubblico i suoi primi lavori. Il Camerana vi declamava, colla sua voce sepolcrale e, direi quasi, pittoresca, quegli stupendi paesaggi in versi che tutti i suoi amici rammentano con ammirazione profonda; il Termidoro vi osava una fiera apologia del suicidio; il Faldella e il Galateo vi difendevano con entusiasmo giovanile i meschini romanzi del Garibaldi, il Sacchetti vi ragionava così nebulosamente d’estetica trascendentale che, mi disse una volta ridendo, dopo due giorni lui stesso non capiva più nulla del suo scritto. Chiuse le discussioni, si votava, per alzata e seduta. L’immortalità dell’anima vi fu ammessa con notevole maggioranza. L’esistenza di Dio passò a mala pena per tre o quattro voti.

Il pubblico accorreva numerosissimo (lo spettacolo era gratuito) e applaudiva fragorosamente i varii oratori. C’era la doppia attrattiva della giovinezza e dell’ingegno. Infatti vi si profondeva lo spirito, l’entusiasmo, la fede cieca ed assoluta nelle grandi idee, l’ammirazione per ogni cosa bella, l’avida curiosità per ogni cosa nuova. Palestra senza sussiego, la società letteraria Dante Alighieri riuscì una vera scuola per quanti vi presero parte. Molte manifestazioni, molte evoluzioni di veri ingegni ebbero origine lì. I suoi soci, dopo poco tempo, si dispersero di qua e di là, spinti dalle liete o dalle tristi esigenze della vita; diventarono commediografi, giornalisti, romanzieri, consiglieri provinciali, avvocati, alti impiegati ferroviarii, dottori, dilettanti d’ogni cosa, anche farmacisti o semplici borghesi; ma nessun di loro ha dimenticato la Dante, ma tutti confessano volentieri che qualcosa sopravvive in essi di quella continua comunione d’idee e di sentimenti, di quelle ardite avvisaglie del pensiero e dell’arte nelle quali s’esercitarono le prime forze del loro ingegno.

Quest’influenza s’è incarnata, ha preso corpo. V’è un nome ch’essi pronunziano con una specie di riverente ammirazione mista a un rimpianto severo. La morte ha circondato d’un’aureola di mito la strana figura di quel giovane che pareva avesse nella mente un intiero mondo di creazioni sublimi, non scrisse mai un sol rigo, e intanto impresse tale orma di sè in tutte le menti dei suoi amici da sembrare li perseguiti con qualcosa di simile al fascino o all’ossessione anche dal regno delle ombre.

Fu un infelice sin da bambino. Sua madre (non è invenzione di romanziere realista) amò più un cane che lui! Un giorno, tornando a casa tutto contento d’esser riuscito il secondo della classe, egli aveva montato le scale così frettolosamente da perdervi il fiato: non gli pareva vero di poter annunziare alla mamma il suo gran successo. In casa c’era lutto; un silenzio d’ospedale, una mezza oscurità: la mamma seduta in un angolo immersa nel dolore.

— Che cosa è stato? domandò il bimbo tremando come una foglia.

— Ah! il cane ha la tosse! risponde la mamma fra uno scoppio di pianto.

Il giovinetto divenne un cattivo scolare, un terribile spauracchio di professori e di colleghi. Poi rinsavì quasi ad un tratto. Sentì bollirsi nella mente una folla d’imagini, sentì nel cuore un’esuberanza d’affetti. Drammi, commedie, tragedie, poemi, tutte le possibilità e le impossibilità letterarie gli si presentarono innanzi, lo sedussero, lo tennero occupato da mattina a sera con un’incubazione interminabile: serie di capolavori che si seguivano, s’accavalcavano, s’annullavano perpetuamente nella sua fantasia per ricominciare da capo la loro abbarbagliante apparizione. Da tutto questo tramestìo, ridottosi infine ad una suprema impotenza, scaturiva intanto una aspirazione elevatissima, uno sdegno delle cose comuni, delle trivialità, e una vera intuizione dei larghi orizzonti dell’arte moderna che si rivelavano nelle sue frasi sdegnose, incisive, assiomatiche, o nelle sue spallate.

A ventidue anni era un bel giovane, alto, aitante della persona, occhi neri e profondi, fisonomia severa ma simpaticissima. Fattosi consegnare dalla mamma la sua eredità paterna, un ottantamila franchi, s’immerse nella vita pazzamente, da gran signore, da gran sibarita, da artista, ma anche da uomo di cuore e da eroe. Ridotta, in un par d’anni, la sua fortuna a poca cosa, egli partiva per l’America, sognando di rifarla col commercio. Ma dopo alcuni mesi ritornava in Italia. «Aveva fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aveva portato colle sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino, e accordati pianoforti a Buenos Ayres.». A chi gli domandava notizie dei suoi lavori, rispondeva: «aver ottenuto dalla cortesia d’un macchinista il favore d’abbruciare i suoi manoscritti letterarii, i suoi lunghi studii nel fornello d’una locomotiva a vapore.»

Visse alla meglio, ruminando il capolavoro che non cominciava mai a scrivere, aspro colla famiglia contesagli da un cane, colla società che non gli dava due uova al tegamino ogni giorno, con sè stesso perchè pieno di tanta alterigia e di tanta miseria. La coscienza della sua superiorità gli faceva sprezzare tutte le forme sociali. Domandava ad imprestito dagli amici, come se quegl’imprestiti gli fossero dovuti. Stancò la pazienza ed anco l’affetto di tutti: stancò sè stesso. Il giovine elegante, l’artista che aveva orrore del triviale, del sudicio, era diventato un uomo irriconoscibile. «Portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lurida per l’unto che vi s’era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido, un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con strappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaie livide: era scarno come un crocifisso; aveva le ugne orlate di velluto nero, come un prete del Porta.» Trovò finalmente il misero impiego di distributore di libri nella biblioteca Nazionale di Firenze. Rifinito di tante sofferenze fisiche e morali, tentò d’afferrarsi alla fin fine all’àncora salvatrice della famiglia: ma la sua mamma fu dura peggio di prima. Allora si lasciò andare: tutto crollò dentro di lui, anche la sua splendida intelligenza, e una mattina venne trovato morto di fame nella sua fredda e misera cameretta. La mamma, allo annunzio, corse subito da un notaio per rinunziare l’eredità... dei debiti alimentari del figlio!

«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatasi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia... Benchè finito misero e oscuro, — noi dobbiamo altamente asserirlo, dice il Faldella — egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto e trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla com’egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.»

Doveva proprio esserci qualcosa di grande in quella testa e in quel cuore se ne durano ancora le vibrazioni nello spirito dei suoi amici, se la sua figura s’impone alla loro imaginazione, s’irradia, si sviluppa, si sminuzza in tutte le loro creazioni artistiche con una prodigalità che fa stupore.

Mi limito a due soli esempi.

Riccardo il tiranno del Sacchetti è uno schizzo di lui buttato giù con due tratti di penna.

Nel Cesare Mariani dello stesso Sacchetti, Giorgio Murena, un personaggio secondario, è un altro riflesso di lui.

«Gli venne incontro, lo salutò con esagerata e ruvida cordialità e gli disse: — Ho visto le prove del vostro romanzo — vi ha del talento che ammiro, — ma sono franco, non lo credo un lavoro serio, — non ci trovo un concetto robusto; voi vi perdete nei sogni, nel misticismo, mentre avete attorno a voi la grande quistione sociale. — Voi romanzieri avete l’obbligo di darvene pensiero: l’arte è una leva.

«Poi scotendo la testa con atto di superbo rammarico, soggiunse: — capisco, voi seguite il gusto e la moda, perchè questi danno il successo e il guadagno, — il guadagno, il sozzo corruttore di tutte le grandi idee! — »[5].

Un giorno il Murena si mise in capo che un suo amico era un genio miracoloso e che doveva partorire un capolavoro. Lo condusse in una casa di campagna e ve lo tenne chiuso parecchie settimane affidato alla custodia di un contadino sordo e scimunito. Poco cibo, molto caffè, tutti i libri necessarii: il capolavoro doveva venir fuori ad ogni costo con questo inesorabile regime. Invece ci mancò poco che il povero diavolo lì rinchiuso non ammattisse addirittura. L’aneddoto è vero. Il Sacchetti non ha fatto altro che prestarlo al personaggio del suo romanzo. L’autore di quella strana prigionia era stato anche lui.

Sfogliate le Figurine del Faldella; vi fa capolino qua e là. Il conte Oscar della Gentilina, l’ironico maestro di scuola della stupenda Vita nell’aja, un po’ anche Lord Spleen, sono tutti brulichii luminosi di quella strana personalità.

Sfogliate le Conquiste del medesimo autore; e rimpetto a quella Fiorina, forse un ricordo troppo personale dello scrittore, troverete in Gaudenzio altri bagliori di lui. «Sentite, canaglia di amici, sentite?» C’è il suono della sua voce. E nel Male dell’Arte: «Com’è tormentoso il sentimento dell’impotenza artistica! Sentire dentro di noi un formicolìo di concetti e di fremiti che forano come aghi e vogliono spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto sfregacciando il nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un capolavoro; e poi quelle idee e quelle sensazioni che ci parevano così vive e così roventi dentro di noi, una volta travasate e ridotte sulla carta o sulla tela, eccole lì flosce e frigide come cadaveri di bruchi lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale....»

Finalmente ecco nelle Rovine il ritratto intiero, una biografia ampia, quasi completa, alla quale manca poco più del vero nome del protagonista per potersi dire completa affatto. Sembra che il Faldella abbia cercato di svincolarsi tutto ad una volta dall’assorbente influenza di quell’incubo possente; ma forse non v’è riuscito. Si capisce ci sian dei tratti di quell’ammaliante fisonomia ancora rimasti nell’ombra. Si vorrebbe sapere qualcosa di più delle intime lotte, dei giganteschi progetti che s’agitavano dietro quella fronte luminosa, come un mare in tempesta. La sua malìa, la sua forza magnetica veniva appunto dal di dentro, da quel caos d’imagini e di idee che mostrava le apparenze d’un genio creatore e aveva la impotenza dell’ennuco. Su questo punto il Faldella si contenta di accennare. Ma che belle pagine, massime verso la fine! Che emozione sincera in quella lettera di Pinotto alla mamma, quando per intenerirla le parla del cane dell’usciere presso cui è ricevuto per carità! «Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te...., Ha poi un cane l’usciere, un cane che è una meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I colla corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi, mamma, se son diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani!...»

Che belle pagine, ripeto, specie quelle che seguono questa lettera e descrivono gli ultimi giorni della infelicissima vita di Pinotto! Anche la forma è più piana, più semplice, senza esser meno efficace dell’ordinario.

La forma del Faldella ha un carattere tutto suo. Vi predomina una certa stranezza ruvida che colpisce, anche quando non piace. Colorita, immaginosa, si serve di tutti i mezzi per rendere il suo concetto il più sinceramente che può; spesso l’arcaismo è per essa un mero affar di tavolozza. La stessa cosa può dirsi dell’imagine che il Faldella vuol nuova, stridente, rumorosa, insomma tale che faccia l’effetto di qualcosa che scoppi, di qualcosa che abbagli. Ma non di rado gli manca la misura e vi si sente lo sforzo, un gran nemico dell’arte.

Senza dubbio egli ha un’originalità di umore e di tenerezza simpatica assai (in questo volume Degna di morire è una cosettina soave, pregna di poesia); ed è frequente il caso che il suo bizzarro concetto prenda la forma più schietta e si riveli quasi trionfalmente con una crânerie proprio artistica.

Ma io mi riserbo di fare un completo studio sul Faldella, appena verrà fuori il suo Viaggio a Roma senza vedere il Papa già annunziato dal Casanova.

Ricorderò un aneddoto che qualifica bene la sua naturale ironia e quell’amore ad ogni costo dell’immagine che colpisce.

Erano i più bei giorni della Dante. Il Garibaldi aveva pubblicato quei suoi romanzi politici che la stampa deplorava come dei veri delitti di lesa letteratura. Il Faldella volle difenderli, più illuso dal miraggio rettorico del patriottismo, che convinto dell’eccellenza artistica di quei zibaldoni. Allora egli usciva da un bagno di filologia, come direbbe il Carducci, e il suo scritto zeppo di tutte le frasi, di tutti i vocaboli più arcaici del 400 e del 500 suonò declamato solennemente per la sala dell’anfiteatro. Secondo lui, innanzi a quei lavori del Garibaldi il pubblico non aveva altro diritto che l’ammirazione.

— Signori, egli conchiuse, quando Garibaldi entrò in Napoli una folla immensa si era accalcata sotto il palazzo d’Ancri applaudendo il dittatore, chiamandolo ad alte grida per rivederlo al balcone colla sua camicia rossa. Il generale non compariva: le grida si accrescevano, il frastuono diventava immenso. A un tratto, invece di Garibaldi, ecco il Medici.

— Il generale dorme, egli disse alla folla.

E la folla riverente, commossa, si disperse in punta di piedi.

Signori, rimpetto ai romanzi di Garibaldi anche il pubblico deve disperdersi in punta di piedi! —

Non guarantisco le parole, ma il senso era questo. L’imagine si rivoltava, come la mula del medico; e l’ironia scaturiva da essa incosciente, malgrado di lui. Al Faldella quest’incoscienza dell’ironia accade tutt’ora. È una delle sue forze.