I.
N'è sfuggito di memoria il nome della città dove visse il giovane di cui vogliamo narrare la storia, ma ci sembra che fosse in Germania. Era povero, buono, quieto, un po' fantastico; abitava una stanzuccia molto vicina al tetto, e durante il giorno non ne usciva che per portare a chi gliel'aveva affidata la musica che copiava per campare la vita. Allo stesso tempo era, se si vuole, indolente; non di quella solita indolenza dei giovani che preferiscono il divertirsi allo studiare, ma d'una indolenza pensierosa; invece di occuparsi stava spesso lunghe ore immobile, lasciando vagare la sua fantasia nel regno vaporoso dei sogni. Egli era senza dubbio dotato di molto ingegno; ma di un ingegno lento, capriccioso, a sbalzi, che, se non possentemente aiutato, non gli avrebbe dato di che mangiare tutti i giorni. Ecco perchè la sua vita dividevasi in due parti: quella del lavoro materiale, consistente, come dicemmo, principalmente nel copiare, e quella dell'intelligenza, alla quale non poteva dedicare molte ore, ma che da sè sola costituiva la sua vita morale, e gli dava invece il pane dello spirito. Quando poteva finalmente gettare da parte l'ingrato lavoro al quale era obbligato e sedersi al cembalo a comporre, il suo cuore si allargava talmente, di tratto in tratto lo agitava sì fattamente il fuoco della ispirazione che diventava quasi bello, sebbene naturalmente non lo fosse. Era la sua una figura incolora, circondata da lunghi capelli biondi; i lineamenti non regolari, gli occhi dolci e lo sguardo un po' stralunato e qualche volta ardente.
I vicini, benchè lo conoscessero poco, gli volevano bene; poichè, senza essere molto loquace, era cortese con tutti. Sembrava però a tutti che vi fosse nelle sue abitudini un che di misterioso. Passava spesso intere giornate senza uscire di casa e non lo si udiva nemmeno dalle stanze adiacenti, mentre talvolta invece il cembalo gemeva e s'infuriava sotto alle sue dita inspirate e tutta la casa era riempita dalla musica sonora, triste possente, ora bellissima, ora solamente strana, delle sue composizioni.
Egli viveva solo e ben di rado accadeva che qualcuno battesse al suo uscio. Bisogna però confessare che in ciò vi era una gran parte di colpa sua. Non gli erano mancati, sul principio, amici e protettori; ma egli li aveva scoraggiati con le sue stranezze e con l'ostinazione delle sue idee, nella quale nessuno lo superava, quando si trattava di cose d'arte. Non ascoltava affatto i consigli, non per superbia ma per convinzione profonda di essere sulla via giusta, e piuttosto che deviare solo un tantino dalle sue idee fisse, preferiva continuare solo la strada. La sua stanza era di una semplicità poverissima, ma pulita; un letto, due sedie e un gran cembalo a coda, posto nel mezzo, ne erano la mobilia. Egli aveva saputo ridurre i suoi bisogni al più stretto necessario per poter dedicare il più gran numero possibile di ore alle sue composizioni ed il minore al suo lavoro di copista. La sua vita era regolarissima; l'amore non entrava allora per nulla nella sua esistenza.
Aveva un amico, ch'era però l'opposto quasi di lui, perchè passava il tempo il più gaiamente possibile, senza curarsi dell'indomani, senza disperarsi troppo quando gli rimanevano vuote le tasche, spendendola, appena vi trovasse una moneta; ma che, malgrado questo, simpatizzava con lui, coltivando egli pure la musica, nutrendo gli stessi pensieri, seguitando le medesime teorie, ed essendogli davvero affezionato. Lo vedeva però oramai assai di rado anche lui.
Da qualche anno Guglielmo conduceva questa vita di quiete, di povertà, di raccoglimento, di lavoro volgare alternato dall'estasi artistica, e di quasi perfetta solitudine, poichè, oltre l'amico, vedeva solo di rado una famiglia, pure povera, che abitava nelle stanze precisamente al disotto delle sue; del resto, nessuno. Questa famiglia era composta di due fratelli, già vecchi ambedue, e d'una fanciulla d'un terzo fratello, morto da molti anni, e che essi, ancor piccina, avevano ricoverata ed allevata come figliuola. Ora s'avvicinava ai vent'anni, ma certo la Dea della bellezza non le aveva sorriso. Senza essere precisamente deforme, aveva le spalle curve e qualcosa di storto in tutta la persona. Sembrava gracile, benchè non fosse mai ammalata; il suo viso aveva un'espressione triste e sofferente, sebbene la bocca sorridesse quasi sempre. L'occhio era grande, ma molto incavato, e lo sguardo dolce e come stupito. Aveva quella tinta di pelle speciale a chi è mancata l'aria e il nutrimento, era bruna, ma non dal sole; e i suoi capelli castagni erano attortigliati in disordine sulla testa. Vi era in lei qualcosa di pigro, d'inerte, di stanco che si rivelava nella noncuranza completa di sè, che ne impedisce di scrivere quella frase, favorita dei vecchi romanzieri: poveramente ma pulitamente vestita. Non avendo speranza di piacere, non badava ad assettare i suoi cenci; e malgrado ciò vi era tanta bontà nella sua fisonomia, nel suo sguardo una sì soave rassegnazione della sua bruttezza e della sua povertà, ch'era davvero interessante. Chi l'avesse incontrata, mentre saliva o scendeva le scale, a piedi peggio che nudi, con un qualche filo nei capelli, cantando con una voce esile e monotona una canzone di cui ella stessa non capiva il senso, certo si sarebbe voltato a guardarla. E molto probabilmente ella avrebbe guardato lui e gli avrebbe sorriso in faccia, poichè la sua bruttezza le aveva tolto la timidità. Il suo carattere era piuttosto allegro, e i suoi due zii l'adoravano ed erano lieti di aversela vicina. Era talora chiassosa tal altra tranquillissima, un po' capricciosa, ignorante, selvatica, e un tantino sfacciata nello stesso tempo.
Nei giorni in cui si udiva il cembalo di Guglielmo, ella che amava istintivamente la musica, si appoggiava contro l'uscio della sua camera e vi restava immobile, a bocca aperta, finchè i suoni cessavano. Per lei egli era come dotato di una sopranaturale potenza, sembrandole sovrumani i concenti che faceva uscire dal suo pianoforte. Ella inoltre aveva fin da fanciulletta una forte simpatia per lui e la sua più grande gioia era quella (non frequentemente concessa) di penetrare nella stanzuccia dell'artista. Quando vi era, ella frugava dappertutto, guardava ogni cosa, apriva i fascicoli di musica e li percorreva lungamente con lo sguardo, come se avesse saputo decifrare le note, toccava quasi paurosamente i tasti del cembalo, faceva mille domande cui Guglielmo rispondeva talvolta ridendo, talvolta cupo; e sopratutto lo guardava lungamente come se nel suo viso avesse trovato la spiegazione di tutto ciò che le riesciva incomprensibile.
Ogniqualvolta uscisse, egli la trovava sulla scala ed ella, a seconda della tristezza o della serenità della sua fisonomia, gl'indirizzava la parola, o gli faceva solo un lieve saluto col capo.
Questa simpatia della povera fanciulla pel compositore copista, si modificò dopo qualche tempo in un sentimento più forte e da cui ella era turbata, benchè non si potesse ben render conto della sua natura. Quando lo vedeva, le riusciva difficile il distaccare gli occhi da lui e lo contemplava tra l'attonito e il trasognato. Quasi senza rendersene conto, cercava le occasioni d'incontrarlo e s'arrischiava di rivolgergli la parola più sovente che per lo passato. La voce di lui sembrava ammaliarla e se ne avesse ottenuto un sorriso o una parola gaia o dolce, sentivasi felice per tutta la giornata. Abitualmente però egli era concentrato e spesso non rispondeva che a monosillabi, benchè fosse sempre affabile e gentile.
Si capirà facilmente che dovevano essere strani gli effetti dell'amore in quella fanciulla strana, brutta, allegra. Il corpo e lo spirito se ne risentirono; il riso diminuì sulle sue labbra e lo sguardo divenne più fisso, il viso si allungò un poco; inoltre si fece più seria. Come le altre sotto l'influsso dell'amore diventano più belle, così ella diventò quasi più brutta.