II.
Fu assai forte l'impressione che cotesta scena crudele fece su Armando. Ne fu sbalordito e intimamente addolorato. Sentì che la società non era fatta per lui. Egli non era della sua epoca. Un altro non si sarebbe lasciato abbattere da uno scacco, anche insultante; avrebbe aspettato con pazienza, avrebbe strisciato, avrebbe imparato l'arte del cortigiano, avrebbe assunto quella maschera di allegra sfrontatezza che piace, avrebbe lavorato assiduamente a farsi un nome e sarebbe riuscito a molto. Forse sapendo fare, eccitando la curiosità di quella donna capricciosa, come Richelieu aveva soppiantato Breteuil, egli si sarebbe fatto cedere il posto da Richelieu! Tutto era possibile sotto il regno della Pompadour. Ma bisognava essere abile, ed egli non lo era; bisognava essere freddo, ed invece il suo cuore batteva fortemente; bisognava vincere audacemente gli ostacoli, saper sopportare umiliazioni e sconfitte, farsi piccino per parare i colpi e potersi poi sollevare ad abbattere gli altri, ed egli invece era timido e sincero.
Egli si rinchiuse nella sua soffitta, nascondendosi a tutti. Aveva cambiato alloggio e nemmeno Verny lo seppe ritrovare. Usciva solo e di rado in qualche luogo solitario, e nessuna delle donne che aveva conosciuto, nè le dame della corte, nè le fanciulle leggiere non lo rividero più.
—E il vostro protetto? domandò un giorno la Champrosé al cavaliere, lo avete abbandonato? Perchè non lo si rivede più?
—Non lo so neppur io, rispose Verny. È per me un enigma. Non capisco davvero che grillo gli sia venuto in capo. Non so neppure dove andarlo a cercare. È un vero peccato perchè prometteva assai.
Il cavaliere non risparmiò alcuna indagine per trovare il luogo di ritiro del suo protetto, ma tutte le sue ricerche furono lungamente infruttuose. Tre mesi passarono senza ch'egli potesse averne alcuna notizia.
Finalmente un giorno il suo cameriere vide Armando per via, ed avendolo seguito, venne a portare al padrone l'indirizzo da tanto tempo cercato invano. In questo modo Verny venne a scoprire il rifugio dell'artista e all'indomani, salite faticosamente le sporche scale di una casa situata in una delle vie più oscure del Marais, picchiò all'uscio della soffitta d'Armando.
—Avanti! fu detto dall'interno.
Egli spinse l'uscio ed entrò.
Era una stanza piccola, bassa, informe, ma chiara. Il sole dardeggiava contro i vetrini impiombati della finestra e illuminava allegramente le malinconie del pittore. Un letto, un tavolo, due sedie e uno sgabello erano la mobilia. Armando era stato ammalato—ed ora non lavorava più ed era povero. Però davanti allo sgabello stava un cavalletto. Vi era sopra una tela, ma coperta da uno strato di seta verde. Armando lo riponeva quando il cavaliere entrò. Verny fu dolorosamente stupito del suo aspetto. La malattia era stata forte ed egli aveva per molti giorni delirato, ripetendo allora ad ogni momento il nome della marchesa. Ora era guarito, ma i bei colori della salute non erano tornati sul suo viso; un gran mutamento era visibile in lui. Nel suo viso dimagrato spiccavano le orbite cinte d'un cerchio color di piombo; solo lo sguardo brillava. Naturalmente esile, stancato dagli studi, dalla povertà, il tocco della passione gli era stato terribile. L'aria mefitica delle sale non era fatta per lui.
Intanto, una tosse leggiera, ma continua, ostinata, non lo abbandonava più. Il male faceva quotidianamente rapidi progressi, e la vita che conduceva non poteva che affrettarne il corso. Verny ch'era un uomo di spirito e di cuore, fu addolorato dello stato d'Armando e cercò ogni modo possibile di distrarlo. Gli rimproverò vivamente di essersi per tanto tempo nascosto.
Egli sapeva confusamente la scena del ballo, e senza particolareggiare tenne ad Armando un lungo discorso sulle donne e sull'amore, dicendogli (come sempre in simili casi) ciò che il giovane sapeva quanto lui, ma non per questo poteva porre in esecuzione. Partì, essendosi fatto promettere dal suo protetto di cercare le distrazioni.
Che accadeva intanto della marchesa?
Nei tre mesi che erano trascorsi dalla notte del ballo non aveva più pensato ad Armando.
Ritroviamola ora la mattina del giorno in cui finalmente Verny aveva scoperto il ritiro dell'artista.
I dodici colpi del mezzogiorno erano già scoccati, eppure le imposte della sua camera da letto erano ancora socchiuse. La cameriera, vedendo che la sua padrona dormiva sempre, ne aveva soltanto semi-aperta una ed era ripartita. Da questa un indiscreto raggio di sole veniva baldanzoso a far visita alla bella signora, come rimproverandola della sua indolenza, e con una famigliarità un po' impertinente le si posava sul bel viso addormentato. Ella si scosse, socchiuse gli occhi ed apri la bocchina in tutta la sua estensione, dando in un prolungatissimo sbadiglio. In quell'istante, d'improvviso così, senza un motivo, come quel raggio di sole era penetrato a posar sul suo letto, un pensiero le attraversò la mente: il pensiero d'Armando. Eran tre mesi ch'ella non lo aveva veduto ed in quel tempo, di ben altro occupata, non si era più affatto ricordata di lui. Perchè dunque, si dirà, proprio quella mattina un tal pensiero le attraversò la mente? Perchè? Ah, la saprebbe lunga chi sapesse il perchè di tutti i pensieri che passano per il capo delle signore come la marchesa di Saint-Aubin!
Il fatto sta che la mattina di quel giorno la marchesa pensò ad Armando. Pensò a lui—e un sorriso le sfiorò le labbra. Un sorriso che per tradurlo, se fosse possibile, ci vorrebbe la coltura d'Aspasia, l'esperienza di Ninon de l'Enclos e l'immaginazione di un poeta orientale.
Questo nuovo pensiero la occupò talmente, che malgrado avesse già guardato l'ora alla pendola dorata del camino, pure restò per una mezz'ora immobile, sostenendosi la testa con le mani incrocicchiate sotto la nuca e guardando fissamente lo spazio. Finalmente si scosse, allungò il braccio bianchissimo, facendo scorrere in giù la manica tutta coperta di trine, verso il cordone di seta del campanello, e diede un lieve colpo che fece apparire all'istante la cameriera.
—Berta, disse la marchesa, spalancate la finestra, portatemi una tazza di cioccolata, preparatemi una veste da camera e andate a dire a Larose che corra dal cavaliere di Verny e gli annunci che ho assoluto bisogno di parlargli e che lo supplico di venire all'istante.
Berta, senza scomporsi, eseguì in silenzio questi molteplici comandi l'un dopo l'altro e con un'ammirabile precisione; e un quarto d'ora dopo, la marchesa, avvolta in un'ampia veste da camera rosa tutta coperta di trine, era seduta in una poltrona con una tazza di cioccolata tra le mani, illuminata dal sole ch'entrava dalle finestre, solo difese dalle cortine di seta che coprivano i vetri, e riceveva da Larose la risposta del cavaliere, il quale le prometteva di venire all'istante.
La stanza da letto della marchesa era tutta color albicocco. Il letto, in legno bianco e oro, aveva delle tende ampissime dello stesso colore a frangie d'argento e oro, foderate di raso bianco. I mobili, pure in bianco e oro, erano elegantissimi di forma, ma pesanti e pure di color albicocco, tranne la poltrona su cui era seduta la marchesa, ch'era di damasco bianco.
Verny entrò ed ella subito gli chiese d'Armando. Egli rispose quello che sapeva, raccontò come l'avesse trovato e in quale stato e finì dicendo con un sorriso, che sospettava un poco lei di essere, in parte, la causa del male.
Il viso della marchesa prese una strana espressione.
—Se sono io che ha fatto il male, voglio rimediarvi, cavaliere. Non sapeva tutto ciò. Andate dal vostro protetto, ve ne prego, e ditegli che voglio parlargli.
—Sarà fatto, marchesa. Ma non credo che verrà.
—Ed io dico di sì. Andate, andate, mio caro, e vogliate darmi subito la risposta.
Il cavaliere andò da Armando e tornò nella stessa giornata dalla marchesa.
—Il nostro amico non vuol venire; mi ha pregato di farvi le sue scuse. Credo che non sia ancora guarito abbastanza per moversi.
E Verny, così dicendo, sorrise.
La marchesa, rimasta indispettita, non lasciò però nulla travedere, e ringraziatolo, congedò Verny molto amabilmente. Appena fu uscito, andò a sedersi a un piccolo mobile in laque posto vicino alla finestra. Prese una penna e tracciò le seguenti righe sopra un foglio di carta profumato all'ambra.
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«Avete torto. Perchè mi tenete ancora il broncio? Volete stare eternamente in collera? Ho veramente bisogno di parlarvi, di darvi una spiegazione. Non dubito che questo vi deciderà; venite, ve ne prego. Vi aspetto con impazienza, non voglio vedere alcuno prima di voi.
«Marchesa =di Saint-Aubin=.»
Poi agitò un campanello d'oro che stava sulla tavola.
—Berta, mandate questa lettera al suo indirizzo.
Il biglietto era stato accuratamente piegato, un piccolo sigillo con inciso un amorino, impresso nella ceralacca odorosa, era stato applicato in un angolo, e sull'altra parte leggevasi l'indirizzo di Armando, datole dal cavaliere.
Mezz'ora dopo Larose portava la risposta. La marchesa l'aprì con impazienza. Era assai laconica; solo due righe nelle quali si scusava di non poter ubbidire al suo cenno, causa la salute ancor malferma.
Ella si morse le labbra e quella sera litigò per un'ora con Richelieu, annoiandolo talmente, che contro alle sue abitudini di diplomazia galante, ne parlò alla marchesa di Prie, che appunto allora incominciava a corteggiare.