II.

Certo il nome del duca di Westford non può riuscire affatto sconosciuto ad alcuno. Ebbe una di quelle rinomanze non durevoli, se si vuole, ma abbastanza estese perchè il suo nome non sia nuovo anche per coloro che non ebbero la fortuna di conoscerlo e che vissero lontani dai luoghi ch'egli frequentò maggiormente. La sua figura, la sua ricchezza, il suo ingegno, il suo nome, l'inarrivabile eleganza, i gusti squisiti e strani, la sua passione per le cose d'arte, l'orientale prodigalità ne resero il nome popolare. Pure rimase un tipo a sè. Il suo carattere era originale quanto la sua figura e la sua eleganza. Inoltre quanto era eclettico nei suoi gusti, altrettanto era cosmopolita. Lo era un po' per nascita, molto per educazione, completamente per abitudini e per gusto. D'inglese non aveva che il nome, suo padre avendo passato quasi tutta la vita sul continente, per ragioni che è inutile l'esporre, dove si era ammogliato con una italiana, figlia unica e bellissima di un patrizio romano. Questa morì dando alla luce il nostro eroe, il quale passò con suo padre, rimasto solo, tutta l'infanzia e l'adolescenza viaggiando, e non andò che due volte in Inghilterra. Il duca morì egli pure poco dopo, e Giorgio si trovò giovanissimo a Parigi, duca di Westford e padrone di un patrimonio colossale. Era stanco di girare, si trovava nella capitale del mondo, più a casa sua che a Westford o a Londra, e perciò comperò una casa elegante con un bel giardino, e vi si stabilì.

Non vogliamo certo raccontar qui tutte le sue follie, nè descrivere il lusso inimitabile di cui si circondò; solo la descrizione esatta della sua camera e la breve dipintura di una delle sue feste basterebbero a fare un volume; che il lettore si rassicuri, non è nostra intenzione il farlo. Diremo soltanto che dopo di aver vissuto più e meglio di molti altri, dopo di aver speso la sostanza di una mezza dozzina di ambasciatori plenipotenziari, dopo di esser riuscito a far parlare di sè, dopo d'aver sontuosamente viaggiato, dopo di aver avuto i più bei cavalli, i più ricchi appartamenti di Parigi, dopo di aver dato alle donne meno brutte i più preziosi gioielli, lo troviamo, al momento in cui ebbe con Tibaldo il colloquio memorabile trascritto nel capitolo precedente, privo di molte illusioni prima di averle provate, un po' stanco della vita che conduceva e volendo, ma non sapendo risolversi a cambiarla.

Vi era però in lui una potenza inesaurabile d'interessarsi anche alle più piccole cose, purchè per un lato qualunque meritassero interesse; nessuna delle sue facoltà intellettuali era in alcun modo affievolita, e purchè potesse cambiare di scenario, vivere senza che la sua più piccola azione fosse discussa ed imitata, spogliandosi della sua riputazione di cui era annoiato e cercando i divertimenti più semplici di cui era meno stanco, non avrebbe certo conosciuta quella più terribile delle malattie, la noia.

Abbiamo detto ch'egli aveva molto vissuto, e davvero non aveva sprecato il tempo; ma appunto il suo stato eccezionalmente ricco ed indipendente che gli aveva concesso di soddisfare tutti i suoi desiderii, gli aveva impedito di risentire quelle emozioni che sono la parte del più gran numero. A questo giovane che aveva provato tutto, quello anche cui quasi nessuno può raggiungere, erano mancate le più comuni tentazioni; egli ignorava la lotta, la gioia della cosa a lungo vagheggiata invano ed il trionfo di ottenerla, la passione contrastata; sentiva qualche volta un vuoto che a lui stesso riusciva inesplicabile. La sua vita non era stata sempre frivola ed allegra, come una festa per la quale il mattino non giunge mai; egli conosceva l'amore; aveva amato con passione, con tutte le raffinatezze dell'anima sua eletta e del suo ingegno superiore; ma in amore, come nel resto, nel senso più egoistico della parola, era stato fortunato. I suoi amori erano sorti chiari, luminosi, inevitabili; la via gli si era aperta dinanzi fiorita e senza spine, con abbastanza ostacoli e mistero per renderla interessante, ma senza urti violenti o lagrime amare, avevano durato quello che dovevano, ed erano finiti come un bel tramonto di una bella giornata di luglio, dorati, fulgenti, senza scossa, senza rimorsi, senza ferita sanguinosa, serenamente.

Chi lo avrebbe detto? Questo felice mortale si sentiva talora invidioso a sua volta di quelli che lo invidiavano. Invidiava quei figli di famiglia, novizi nella vita, pei quali egli era un re: invidiava loro gli amori contrastati, le difficoltà, i debiti, le impertinenze ricevute dalle belle sdegnose, e le acerbe rimostranze del padre o del tutore: invidiava loro i desiderii insoddisfatti, il cavallo che arrivava troppo tardi e la cambiale che scadeva troppo presto. Talvolta scendeva ancor più e invidiava allo studente i trionfi dei balli publici e gli esami non passati.

Egli conosceva tutti, tutte le società—la buona e la cattiva. La sua curiosità invincibile lo spingeva dovunque, i suoi mezzi gli avevano dato facoltà di tutto approfondire. Quando la sua carrozza passava, quella perfezione di gusto che era il sogno non realizzato di ogni membro del Jockey Club, tutti dicevano: è il duca Giorgio (come si aveva preso l'abitudine di chiamarlo). Di tanto intanto, cambiava bruscamente di vita, tanto la sua natura irrequieta era avida di varietà, e tanto cercava di moversi nel circolo largo, ma ristretto per lui, in cui si trovava. Ora lo si vedeva sempre, ora non lo si vedeva che in pochi luoghi privilegiati, ora non lo si vedeva più. Queste eclissi totali erano le meno frequenti, ma accadevano talvolta; allora qualcuno lo credeva partito, ed egli non si era mosso da Parigi e qualche volta da casa.

Se fosse stato possibile assegnargli una nazionalità, per quanto indecisa, lo si sarebbe detto francese, per lo spirito ed il brio e per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza inglese e gli occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una impetuosità italiana che scoppiava talvolta, e i capelli oscuri. Il suo volto possedeva quella bellezza suprema in cui la regolarità stessa dei lineamenti dona l'espressione; e sarebbe stato un tipo classico, se la finezza non fosse stata perfino un poco esagerata e l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non sarà difficile perciò l'immaginarselo; tranne in una cosa: impossibile farsi un'idea del suo sorriso. Chi lo vide una volta non lo dimenticò più; per quanto egli fosse ricco, crediamo che in esso stesse la sua maggior ricchezza. Per chi possiede un tal sorriso, la parola diventa un accessorio; diceva dei volumi, accompagnava, rinforzava, contraddiceva lo sguardo. Persuadeva, intimava, rassicurava, chiedeva perdono e l'otteneva sempre; era talvolta di un'audacia invincibile.—Quel sorriso strano, capriccioso, irregolare per così dire, che si abbozzava in mezzo a quel viso senza difetti, contrastava con la bellezza classica del profilo, nè se ne sarebbe creduta capace quella bocca cesellata a perfezione. Del resto bello della persona, con la mano finissima e un piede da donna, svelto nelle movenze, di statura media, ma con l'apparenza di un uomo alto per la eleganza del portamento, era una di quelle figure che attirano l'attenzione, e forse sarebbe stato osservato anche non chiamandosi il duca di Westford. È poi indubitabile che la sua riputazione non era unicamente dovuta al suo nome e alla sua ricchezza, e nemmeno alla sua bellezza ed alle sue follie. Il suo ingegno e più ancora il suo spirito vi entravano certo per una gran parte, e insieme a coteste qualità principali, altre minori: per esempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i suoi modi inimitabili, la sua gentilezza mista ad un'ironìa fina e che non feriva mai, la sua generosità per cui le voci della riconoscenza soffocavano quelle dell'invidia. La sua passione per il bello lo spingeva di predilezione verso i frutti della fantasia, e la sua passione ed intelligenza nelle arti era tale che i suoi giudizi avevano qualche peso, ed erano certo improntati di molta giustezza insieme a molta originalità.

Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovanissimo come era allora, eccitò talmente l'interesse generale che si parlò di lui solo per molto tempo. La sua comparsa fu un trionfo. E durò perchè le sue facoltà erano svariatissime e le sue originalità veramente originali. Tutto gli era permesso, tutto gli era accessibile. Il suo lusso era di una ricercatezza sconosciuta. Non crediamo tutte le storielle che si narrano sul suo conto, ma in tutto ci deve essere una base di vero.

Egli aveva pochissimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma questi non se ne curavano, la più parte non conoscendolo che di nome. I primi però si occuparono di lui, suo malgrado, ben inteso, e combinarono di fargli sposare la figlia di un principotto tedesco, mediatizzato. Egli rifiutò subito, ma come accade sempre, si sparse per qualche tempo la voce che fosse vero, e creò una commozione stranissima; poi altrettanto interminabili furono le ciarle a proposito del suo rifiuto.

Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qualche tempo lo occupava, ma rimase lungamente anche dopo il colloquio di quella sera allo stato di semplice progetto. Trovò il tentativo di romper le sue abitudini ancor più difficile di quello che credeva.

Fu però fermo nel proposito di non tenerne parola, con alcuno, e Tibaldo mantenne scrupolosamente il segreto, talchè quando finalmente fu alla vigilia di effettuarlo, nessuno lo sospettava, nulla affatto ne era trapelato.

Le sue disposizioni furono presto prese. Incaricò un uomo di confidenza di vendere i cavalli, tranne i suoi tre favoriti, ma non volle che alcuna delle persone al suo servizio fosse licenziata. Raccomandò che si avesse molta cura delle opere d'arte ch'egli tanto prediligeva, acciò non soffrissero alcun danno durante la sua assenza, che naturalmente doveva esser lunga. Non salutò nè la Ximena, nè alcuna delle donne «di un carattere leggiero» che si vantavano di conoscerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Isabella, nè ad alcuna delle dame più in voga. La vigilia della partenza—mentre il suo fido cameriere si occupava degli ultimi preparativi,—egli condusse la sua vita solita, e nessuno di quelli cui rivolse la parola, ebbe nemmeno una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verso le quattro, comparve in una carrozza nuova tirata da due sauri puro sangue, uno dei quali era montato da un ragazzo di quindici anni, che con la sua giacchetta celeste e argento e le sue guance rosee sembrava un cherubino in livrea. Disse una parola di complimento alla Fiorelli, la celebre prima donna, sul modo divino con cui aveva cantato la sera prima nei Vespri, offerse alla duchessa di M. il fiore che portava all'occhiello, parlò per cinque minuti con un segretario del ministro.—Alla sera si affacciò al suo palco.

All'indomani la duchessa di M., passando per caso in carrozza un po' dopo mezzogiorno dinanzi alla casa del duca, non potè quasi credere ai suoi occhi vedendo chiuse tutte le imposte, il giardino deserto e tutta l'abitazione improntata dei segni dell'assenza. Fu la prima a raccontarlo, e subito la notizia si sparse con la celerità del telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma constatata.—Westford era partito! Tibaldo fu subito interrogato, ed egli che non aveva più motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva lasciato Parigi.

—E dov'è andato?

—Non so.

—E quando tornerà?

—Non me l'ha detto.