III.
Qualche tempo dopo, l'aspetto della villa era affatto mutato, quasi scomparsa la tristezza delle vaste sale.—Pietro s'affaccendava sempre più, tutto ringalluzzito; un misterioso sorriso di contentezza illuminavagli il volto, divenuto gioviale. L'atmosfera stessa pareva diversa. Le finestre dell'ala sinistra che guardavano su quel piccolo, freschissimo lago, di cui già s'è parlato, stavano aperte.
Quello era l'appartamento abitato dai due ospiti sconosciuti; situato nella parte più antica della casa, si componeva di una vasta sala, riccamente addobbata, ma con le tappezzerie sdruscite assai; di due altre stanze, una amplissima, l'altra meno, tanto alte che sembrava d'essere in una torre; e di un gabinetto dipinto a fresco, dove il tempo aveva corretto la fantasia molto procace del pittore. Per giungere a questo appartamento bisognava attraversare la fila di salotti che riempivano il corpo di mezzo del palazzo.
La camera, le cui finestre si aprivano sopra quell'oasi deliziosa, di cui s'è detto, non era stata abitata da tempo immemorabile. La vôlta, arrotondata quasi come la cupola d'un tempio, dipinta a colori delicatissimi e coperta di dorature, a fogliami e rabeschi, sarebbe stata abbagliante, se gli anni non avessero tolto il luccichìo degli ornamenti e sbiadite le tinte. Un magnifico drappo di seta celeste ed argento a fiorami, di tinta cangievole ed a riflessi più chiari, copriva le pareti. I mobili bizzarramente scolpiti. Il letto, altissimo, a colonne intagliate, tra le quali cadevano le cortine in pieghe sontuose, occupava quasi tutta una parete. In faccia le due finestre, per le quali la luce penetrava smorzata dalle frondose cime degli alberi. In questa stanza il silenzio pareva maggiore che nelle altre.
Dal momento dell'arrivo dei due fanciulli, tutto era cambiato. Pietro, rimasto sbalordito, sedotto sulle prime, s'era poi come innamorato dei due innamorati. Li serviva come avessero appartenuto alla famiglia dei suoi padroni. Le sue giornate ora erano riempite; la sua vita aveva uno scopo. S'occupava di loro più che poteva; nelle ore di solitudine, o a mensa con la vecchia donna, stava forse più pensieroso che per lo passato, ma si sentiva meno triste. Quali fossero i vari pensieri che passavano in quella sua testa curva, non è certo facile l'indovinare. Senza dubbio, egli doveva, malgrado la contentezza che provava per quel poema vivente venuto ad illuminare la sua monotona esistenza, essere molto imbarazzato se tentava di spiegarsi l'arrivo straordinario di quei due. Ma, lo ripetiamo, non sapremmo proprio dire a che cosa riflettesse, quando se ne stava con la fronte in mano seduto vicino al focolare spento della vasta cucina. Supponeva forse che fossero amici del principe? Una o due volte aveva rispettosamente rivolto al giovine qualche domanda in proposito; ma ottenendo solo risposte assai incerte. Ma non poteva dubitare che quei due sposi (li credeva tali) fossero altissimi personaggi, e che il suo padrone sarebbe stato onorato di ospitare nella sua villa; benchè nel modo ch'erano giunti, nella loro taciturnità e in varie altre cose, vi fosse certo un non so che di strano e molto dell'inesplicabile.
Ma sopratutto egli capiva che li amava. Subito aveva sentito per loro una irresistibile simpatia; il suo vecchio cuore da tanto tempo muto s'era come risvegliato dinanzi a loro, e provava per essi un affetto che di giorno in giorno cresceva.
Agli altri abitanti della villa aveva detto che li conosceva, che dovessero servirli come fossero i padroni. Sulle prime s'era lambiccato il cervello per indovinare chi fossero e donde venissero; ma più voleva loro bene, meno s'occupava di ciò; con l'aumentare dell'affetto scemava in lui la curiosità. Dopo pochi giorni gli sembrò naturalissimo di vederli; e in fine comprese che non avrebbe più potuto vivere senza di loro; non gli passava per la mente che forse un giorno sarebbe giunto in cui avrebbero dovuto partire; li amava intensamente. E allo stesso tempo diminuiva a poco a poco in lui il suo consueto desiderio di rivedere il principe; poichè la fulgente presenza di quei due felici lo distraeva dal suo antico pensiero.
Essi rappresentavano inconsci l'amore nella sua espressione più pura, più divina. Vivevano, ma sembravano al di fuori della vita; si vedeva che ne ignoravano tutto, le lotte, i dolori, le colpe. Più ancora che un sogno fatto reale, erano la incarnazione d'un poema. Dei cento colori ond'è dipinta l'esistenza, essi non ne conoscevano che uno—l'azzurro; dei sentimenti, ignoravano tutto fuorchè l'amore, e di questo non sentivano nè il fuoco che incendia, ne il veleno che rode, ma soltanto l'ambrosia celeste e la immensa luce che rischiara. Essi erano un purissimo romanzo in azione, una poesia; nessun dramma era stato tra di loro. Nel tumultuoso viavai d'una gran città, in quel vortice affaccendato d'interessi, di passioni, di cupidigie, dove il tragico passa rasente al comico, dove s'intralciano il male ed il bene, dove si vive in modo affrettato e febbrile, essi sarebbero stati uno straordinario contrasto, una nota isolata e dolcissima in fragoroso concerto. Nella solitudine invece della villa abbandonata e sontuosa, essi armonizzavano mirabilmente con la natura che li circondava. Quel parco verdeggiante e misterioso era lo scenario richiesto per quel roseo poema.
Si vedevano la mattina, in quell'ora freschissima quando la notturna rugiada tremola ancora sull'erbe e sulle foglie, comparire sul terrazzo; e ogni volta sembravano al Pietro un'apparizione nuova, poichè non sapeva abituarsi a non ammirarli. Di là, passando pei larghi viali dalle curve eleganti, dove, allontanandosi, formavano una stupenda macchietta, s'internavano nel folto del parco, e andavano a perdersi negli ombrosi recessi, dove vedevano l'azzurro del cielo attraverso agli interstizi dei rami, senza altri testimoni che gli abitatori dei nidi, nascosti tra le frondi. E nelle calde ore del meriggio obliavano nella frescura di quei siti segreti, i raggi cocenti del sole che percotevano la casa ed i prati. E quelle ore passavano ineffabili; tutte d'una sola tinta, ma non monotone: rapidissime e lente.
Appena che il vecchio domestico li scorgeva in distanza, il suo sguardo si fissava su di loro, nè più lo distaccava. Più li guardava, più rimaneva estatico; più cresceva in quel suo cuore, da tanto tempo vuoto, l'affetto che subito aveva loro portato, e che diventava ora quasi paterno. Con quanta gioia imbandiva loro la mensa frugale, ma ricca d'apparato, nell'ampio salotto a stucco ed a freschi, dove una volta i suoi padroni tanto allegramente banchettavano! Com'era lieto, quanta serena contentezza gli riempieva l'anima, quando nella luce dorata del crepuscolo, da una finestra, li vedeva in mezzo al prato, illuminati dai raggi purpurei del sole calante! Per la prima volta egli comprendeva tutta la indicibile bellezza di quei tramonti.
Rimanevano là lungamente. Il verde degli alberi passava per tutte le tinte, poi l'ultimo raggio si spegneva, spariva e non rimaneva che la chiara e smorta luce del crepuscolo ad illuminare la scena. In quel fuggevole istante tutto prendeva in quel luogo un aspetto fantastico. Si sarebbe potuto dimenticare d'essere in questo mondo, e quei due, d'una bellezza soprannaturale, aiutavano a far obliare. Ma erano brevi assai quei crepuscoli; ben tosto la luna, già vagamente disegnata nel cielo, spandeva sul parco la sua bianca luce; e la tenebra calava d'improvviso. La forma dei cespugli e i profili delle statue si perdevano nella notte, i contorni si smarrivano, tutto facevasi indistinto, e a gruppi lucenti le stelle s'accendevano nel firmamento.
Allora regnava una pace indescrivibile. V'era qualcosa in quella scena di solenne e di sacro. La vôlta celeste, oscura e sublime, si stendeva immensa, tutta tempestata di stelle, eterna traduzione dell'infinito per le menti umane. Nel parco e dovunque, silenzio profondo. Tutto riposava; solo dei soffi misteriosi correvano qua e là. La natura stessa dormiva; il vasto palazzo quasi non sembrava abitato.
Ma, in un angolo dell'ala sinistra, alle finestre di quella camera che abbiamo descritta, e che guardavano su quel lago (di notte tanto opaco e quasi pauroso), dietro le pesanti cortine pareva che si sarebbe potuto scorgere una luce diffusa, indistinta. Quella luce appariva misteriosa e dolce. Pareva che su quel punto l'azzurro del firmamento fosse più profondo e le stelle fulgenti d'una luce più arcana, e che da quelle boscaglie e da quel lago sorgessero spiriti invisibili ed emanassero ignoti profumi. E quella parte di casa sembrava circondata da un nimbo, quasi fosse un tempio.