IV.

Uno dei tristissimi spettacoli di quaggiù è certo quello d'un ingegno vivace che, per colpa delle circostanze e per mancanza d'aiuto, degenera a poco a poco.

Al suo ritorno l'amico di Guglielmo andò subito a trovarlo e la prima persona che incontrò, entrando nella casa, fu Maria, che gli sembrò più pallida del solito e gli diede delle notizie non troppo buone. Egli salì prestamente la scala ed entrò nella stanza, dell'artista; ma quando lo vide gli parve che le relazioni di Maria fossero esagerate di molto—anzi, ebbe quasi la speranza ch'ella si fosse totalmente ingannata.

Lo trovò infatti, sebbene molto sparuto, pure col viso sereno e lo sguardo limpido e vivace come non si ricordava di averlo veduto mai, un sorriso si disegnava sbiadito sulla bocca, e la sua voce, nel dargli il benvenuto, fu calma e lieta. Ma pur troppo, l'illusione non durò che pochi istanti. Appena gli ebbe parlato per qualche tempo, si accorse del disaccordo che vi era nelle sue facoltà e come in quella intelligenza, che tentava invano di essere forte, vi fosse certo qualcosa di spostato.

Intanto, e forse per la prima volta, Guglielmo era felice. Il suo occhio, turbato dalla scossa che forse aveva ricevuto il cervello, non vedeva più gli oggetti esterni quali erano, ma bensì come la fantasia li dipingeva e come li avrebbe voluti. La realtà diventava falsa dinanzi al suo sguardo, e invece vere le visioni da cui la sua mente era allucinata. Nella sua musica egli non riscontrava più quello squilibrio tra la volontà creatrice e la forza d'esecuzione, che sempre e tanto affligge l'artista, o piuttosto non se ne accorgeva più, poichè non sapeva distinguere la parte che si era estrinsecata da quella che era restata dentro e udiva nelle sue note anche quella eco divina che sentiva, ma che non vi aveva saputo esprimere. Gli pareva che tutti i suoi sentimenti fossero stati tradotti, mentre invece manifestava meno di prima, allorchè la sua composizione lo addolorava sembrandogli sempre a mille miglia al di sotto del suo ideale.

L'amico ne fu davvero rattristato, poichè capì che l'ingegno possente che prima innegabilmente possedeva, andava lentamente sperdendosi, e solo la stranezza rimaneva. Lo lasciò con l'anima piena d'una mestizia profonda, ma curiosa all'istesso tempo, e promettendosi di non abbandonarlo più.

Il carattere di Guglielmo intanto migliorava ogni giorno, il suo umore facendosi sempre più eguale; egli era costantemente tranquillo, sereno e non aveva più quelle ore di abbattimento, quelle collere nervose che, prima, lo rendevano talvolta insopportabile. Era sicuro di sè, felice, sorridente. Guardava Maria molto più che per l'addietro, la riceveva sempre bene ogniqualvolta entrasse, si mostrava sempre contento di vederla, e la povera fanciulla quasi, in cuor suo, benediceva la monomania che lo rendeva più affabile.

Non lavorando più egli era quasi in miseria, ma non se ne accorgeva punto. Il suo abito era lacero, tutto si faceva di giorno in giorno più scarso, mangiare diventava a poco a poco una cosa pressochè fantastica;—ma egli non si curava di tutto ciò. La sua immaginazione, solo nervosamente esaltata, diventava in realtà ogni giorno più sterile—e più la sua musica si faceva banale, più egli ne andava orgoglioso. In realtà il suo ingegno s'immiseriva e scemava, ed egli credeva che s'innalzasse trionfalmente.

Non sembrava possibile che resistesse alla vita che conduceva. Non usciva, quasi non mangiava, non si moveva, non si distraeva; stava continuamente seduto al cembalo, assorto in una beata ammirazione delle povere cose ch'uscivano dalla sua mente ammalata. Cominciava a trovar tutto bello intorno a sè, come trovava sublime la propria musica, e non avrebbe scambiato le nude pareti della sua cella con la seta ed il velluto d'una reggia.

Tutte queste sue illusioni andavano di giorno in giorno e fortemente aumentando. Quando la sua musica era veramente bella, i suoi nemici non potevano essere di buona fede, sprezzandola; ora l'avrebbero trovata brutta in coscienza! Forse avrebbero avuto soltanto compassione. Talvolta sonava e scriveva e tornava a scrivere ed a sonare e si estasiava su delle pagine nelle quali mancava quasi il senso, e gli parevano piene di fuoco e d'inspirazione le cose le più frivole e comuni. La voce stridula del suo vecchio cembalo scordato gli riusciva dolce ed armoniosa come quella d'un Erard affatto nuovo. Ed il mobile sdruscito e frusto gli sembrava rilucente e perfino, di tanto in tanto, come vagamente ornato qua e là e ricco d'intarsiature e d'intagli. Il cielo grigio gli pareva luminoso e se un tenue e smorto raggio di sole penetrava nel suo abituro, gli pareva che ogni angolo fosse vivamente rischiarato e che una luce quasi divina lo inondasse. Guardandosi nello specchio rotto che era presso al letto si trovava bello. La paglia delle sue sedie figurava nella sua immaginazione il raso e il damasco, le macchie dei muri erano dorature, le ragnatele erano trine. La sua fantasia riscaldata gli faceva intravedere vagamente grandi tende di mussola; ed un ammasso di vecchi libri e carte e cose senza nome rotte e gettate, accatastate in un angolo, erano per lui una ordinata piramide di oggetti d'arte, di carte rare e di ninnoli preziosi.

In mezzo a tali visioni, a così bizzarre allucinazioni non era da stupirsi se, come era per gli occhi suoi splendido il suo tugurio, fosse anche divina per le sue orecchie la sua musica, oramai pur troppo! debole e senza senso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Una mattina un raggio di sole veniva proprio a posarsi sul leggìo del povero artista. Una serenità felice ed una ebrezza gaia gli riempivano il cuore. D'improvviso, e forse per la prima volta dopo moltissimo tempo, la sua memoria si volse al passato e rammentò confusamente le dolci cose troppo presto obliate e i suoi sogni d'amore e le fanciulle traviste nelle sue visioni di poeta! Le prime brezze primaverili entravano per la stretta finestra. Si sentì scosso da un fremito dimenticato ed avvolto in una estasi nuova, una fiamma di quasi vera ispirazione lo invase tutto. La passione cantava nell'anima sua e chi lo avrebbe detto? per la prima volta, dopo molto tempo, fece uscire dal cembalo delle note degne dell'estinto suo ingegno. Le sue dita battevano come febbrilmente i tasti; non pensava a mettere in carta ciò che componeva, creava per sè stesso e non per gli altri.

Pure qualcuno ascoltava, tenendo il respiro. Senza che egli l'avesse udita, la Maria era penetrata nella stanza adagio adagio e beveva quei suoni in una estasi ignota, a bocca aperta, stupita, amorosa.

Era qualcosa che rassomigliava a un canto d'amore e al tempo stesso a un brindisi voluttuoso e guerresco. Tutta la foga della passione, da tanto tempo costretta ad assopirsi, tutti i desiderii repressi e l'ebrezze vinte scoppiavano in quei concenti, pieni di dolcezza ammalata e d'indomabile voluttà. Tutti gli amori sognati si rivelavano in quelle note; ed egli, pallido, agitato, delirante, era perfino bello in quell'istante di risveglio possente.

I suoni a poco a poco diminuirono e cessarono. Ed egli stette un istante, con un sorriso di strana beatitudine sulla bocca, con l'occhio infiammato, con la guancia lievemente colorita dall'entusiasmo, immobile e quasi inebriato….

Udì un sospiro dietro di sè, si voltò e vide Maria. La guardò lungamente e fisso.

Allora, come gli era apparsa splendida la sua stanza oscura, come gli era sembrata sublime la sua musica, vide la misera creatura sotto una luce nuova e visionaria; quei lineamenti contorti divennero per lui regolari, quelle spalle curve, cadenti e rotonde; quell'occhio incavato lo abbagliò, quel corpo gli si mostrò perfetto, quelle vesti lacere e disordinate, ricche ed eleganti.

Nella povera Maria, sempre sdegnata, della cui idolatria non si era mai accorto, travide la donna sognata mille volte e non trovava mai. Con lo sguardo acceso, col cuore palpitante, sentendosi per tutto il corpo un brivido arcano; non come se il suo sguardo si fosse falsato, ma come se un velo gli fosse tolto dagli occhi—cadde a' piedi della fanciulla stupita e felice, e, come avrebbe detto ad una Venere fatta mortale che gli fosse sorta dinanzi, le disse, con un torrente di parole disordinate, tutto l'amore ch'era stato lungamente represso nel profondo dell'anima sua! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quando l'amico tornò a vedere Guglielmo, trovò la cella solitaria dell'artista trasformata in un nido. Egli aveva sposato Maria. La bontà e la felicità brillavano in lei attraverso alla bruttezza. Guglielmo, calmo, ordinato, curato maternamente dalla povera amante, era tranquillo e sereno, sebbene sempre allucinato.

L'amico, ch'è un po' filosofo, pensa che il migliore augurio che si possa far loro, e il lettore si associerà certo a lui, è ch'egli abbia a ritrovare il suo ingegno e anche a guarire—ma non del tutto.