FOOTNOTES:

[1] Salviati, Degli avvertimenti della lingua sopra il Decamerone; Venezia, 1584; vol. I, lib. II, pag. 94.

[2] Dopo gli studi dell’Ascoli (Archivio Glottologico, vol. I), il ladino è definitivamente considerato, non più come un dialetto italiano, ma come un sistema dialettale a sè, con caratteri suoi speciali; e comprende tre gruppi distinti: all’est, il friulano, parlato da più di quattrocentocinquantamila persone, dalle rive del Tagliamento in Italia fino a Gorizia in Austria. Al centro, il ladino, parlato da più di novantamila persone, in due punti del Tirolo, a qualche distanza dalle due rive dell’Adige. All’ovest, il romancio, che si stende trasversalmente sulla maggior parte del Canton de’ Grigioni, ed è parlato da circa quarantamila persone.

[3] Molti separano il catalano dai dialetti provenzali, ma i suoi caratteri specifici non paiono sufficienti per rendere obbligatoria questa separazione. Sufficienti invece sono certamente quelli che l’Ascoli ha scoperto in un altro tipo idiomatico, che tramezza tra il francese e il provenzale, e che da lui perciò è stato chiamato franco–provenzale. Ecco le parole con cui l’insigne glottologo cominciava il suo saggio: «Chiamo franco–provenzale un tipo idiomatico, il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri caratteri, che parte son comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica, non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono gli altri principali tipi neolatini. L’ampia distesa di dialetti, in cui è ancora e per ora dato riconoscere il tipo franco–provenzale, ammette e richiede, come ogni altro complesso neo–latino, suddistinzioni parecchie; ma costituisce, anche nell’ordine geografico, un tutto continuo. La cura di determinare rigorosamente gli estremi confini del complesso franco–provenzale, dev’essere riservata a studj ulteriori. Qui intanto si mostrerà, come questa serie di vernacoli si stenda, nella Francia, per la sezion settentrionale del Delfinato (dipartimento dell’Isera); indi passi il Rodano in doppia direzione: verso ponente, per occupare una parte, e forse la maggior parte del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion meridionale della Borgogna (dipartimento dell’Ain); onde poi, come in colonna longitudinale, appar che s’incunei, non senza patire molti danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da attraversare l’intiera Franca–Contea e metter capo ben dentro al territorio lorenese (sezioni dei dipartimenti del Jura, del Doubs, dell’Alta Saona—si raggiunge anche l’Alsazia con la varietà di Giromagny, distretto di Belfort—e dei Vogesi). Ma Francia è oggidì anche la Savoja, tutta franco–provenzale; e son franco–provenzali, nella Svizzera, i dialetti proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud, di Neufchâtel con un piccolo tratto di quel di Berna (tra il Jura e il lago di Bienne, ma son francesi, all’incontro, i vernacoli del Jura bernese), della maggior parte del cantone di Friburgo, e della sezione occidentale del canton Vallese. Di qua dall’Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i dialetti romanzi che sono proprj della Valle d’Aosta, e quello della Val Soana.» (Arch. Glott., vol III, pag. 61–62.)

[4] De origine linguae gallicae et ejus cum graeca cognatione dialogorum libri IV (Parigi, 1555).

[5] Della Storia e della Ragione d’ogni poesia; Bologna, 1739; vol. I, pag. 42.

[6] Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen (Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.

[7] Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che «i nostri odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la qual diversità non altronde nasceva, che dal genio delle varie lingue che avanti la Latina correvano.» (Verona Illustrata; Milano, 1825–26; vol. I, pag. 27.—Cfr. anche vol. II, pag. 540–41.)—«Può dirsi che il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.» (Littré, Histoire de la Langue française; sixième édition; Paris, 1873; vol. I, pag. 263.)—Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i moderni dialetti umbro—romani, in alcune proprietà del vocalismo, e specialmente nella preferenza per e atona, soprattutto finale, sull’i, si vedano le Osservazioni del Caix sul Vocalismo italiano (Firenze, 1876).

[8] Ormai è definitivamente dimostrato, che quasi tutti questi idiomi erano d’origine ariana: derivavano, cioè, al pari del latino stesso, del sanscrito, dell’antico persiano, del greco, del gotico, ecc., da una lingua, parlata forse ben più di cinquanta secoli fa dal popolo degli Arii, i quali, sia che originariamente dimorassero in Asia, sia che dimorassero in Europa, certo è che poi si diffusero, spazzando via o assimilandosi le popolazioni indigene, per tutta l’immensa regione che corre dall’Himalaia al Capo Nord, dalle foci del Gange a quelle del Tago. Di questa antichissima lingua non ci rimangono documenti scritti; ma si è già potuto determinarne i caratteri generali, e tentare anche in parte di ricostruirla, per mezzo degli elementi comuni delle lingue derivate da essa; come appunto, se mancasse ogni documento del latino, si potrebbe fino a un certo segno ricostruirne la grammatica e il vocabolario, per mezzo degli elementi comuni delle lingue romanze. Da tali elementi delle lingue indoeuropee si deduce altresì il grado approssimativo di civiltà a cui gli Arii dovevano essere pervenuti; poichè, per citare pochi esempi tra mille, il giogo non si chiamerebbe yuga in sanscrito, jugum in latino, juk (jukuzi) in gotico, ecc.; nè l’antico persiano nâvi avrebbe riscontro nel latino navis, ecc.; nè per indicare la casa si troverebbe dama in sanscrito, dohm in armeno, dómos in greco, domus in latino, domŭ in antico slavo e in russo, ecc.; se prima della separazione la stirpe ariana non avesse già avuto nella sua lingua tre vocaboli più o meno corrispondenti a questi, e se per conseguenza non avesse già conosciuto il giogo, la barca, la casa: che è poi quanto dire, in un senso più o meno largo, l’agricoltura, il navigare, il fabbricare. (Cfr. Pictet, Les Origines indo–européennes. Deuxième édition. Paris, 1877.)—Tornando dunque alle lingue vinte da quella di Roma, oggi è dimostrato che d’origine ariana, e formanti uno stesso gruppo col latino, erano l’umbro e l’osco coi loro dialetti o idiomi affini (volsco, sabino, ecc.). Ariani del pari, secondo l’opinione di reputati filologi, erano anche l’etrusco e il messapico. Ariani, finalmente, erano tutti gl’idiomi celtici, che si parlavano nell’Italia settentrionale, nella Gallia, e, dopo l’invasione de’ Celti, anche in una parte della Spagna. Non ariano invece era il linguaggio degl’Iberi, una parte dei quali, rimasta indipendente dai Celti, cedette poi ai Romani. A giudizio anzi d’alcuni, l’iberico sarebbe il progenitore del basco, che nelle sue varietà è ancora parlato da circa mezzo milione d’uomini, nel nord–est della Spagna e in un piccolo angolo del sud–ovest della Francia, e che forma la disperazione de’ filologi, poichè ha più somiglianze organiche con alcune lingue indigene d’America, che con le altre europee; ma, naturalmente, tende anch’esso a romanizzarsi sempre più, incalzato com’è dallo spagnolo e dal francese. (Cfr. Whitney, La vita e lo sviluppo del linguaggio: traduzione di F. D’Ovidio. Milano, 1876.—Hovelaque, La Linguistique. Deuxième édition. Paris, 1877.)

[9] Noctes Atticae, lib. XI, cap. 7.

[10] Il celtico però resistette e resiste ancora in tutto il dipartimento di Finistère, meno le città; in una metà circa dei dipartimenti delle Côtes–du–Nord e del Morbihan, e in un piccolo angolo della Loire–Inférieure. Ma bisogna ricordarsi che in questi luoghi esso ci è rimasto non tanto per continuata tradizione storica, quanto perchè ci ritornò nel quinto secolo co’ Britanni scampati dal ferro degli Anglo–Sassoni. Nell’Europa non latina poi, si parlano ancora idiomi di fondo celtico, all’estremità nord–ovest della gran Brettagna (Scozia occidentale); in alcune parti dell’Irlanda, all’ovest e al sud; in certe isole secondarie di que’ paraggi, e finalmente nell’intera Contea di Galles. Sicchè, in complesso, le lingue neoceltiche sono oggi parlate da circa tre milioni, o tre milioni e mezzo d’Europei. (Cfr. H. d’Arbois de Jubainville, Introduction à l’étude de la Littérature celtique; Paris, 1883; pag. 17–18.)

[11] Ecco le sue precise parole: «Del come [nascesse la nostra Volgar lingua] non si può errare a dire, che essendo la Romana lingua, e quelle de’ Barbari tra sè lontanissime; essi a poco a poco della nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente pigliando; e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in processo di tempo, e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e dell’una e dell’altre ritenesse, che questa Volgare è, che ora usiamo.» (Le Prose, lib. I, pag. 33 dell’ediz. di Napoli, 1714.)

[12] Cfr. Caix, Saggio sulla Storia della lingua e dei dialetti d’Italia; Parma, 1872; Introduz., pag. xlix e l.—«Una sola delle lingue uscite dal latino fa alterata nell’intimo suo svolgimento dai contatti con altre lingue, la valacca. Ma questa lingua crebbe e si formò in condizioni affatto diverse dalle altre. Quel paese fu degli ultimi a ricevere la lingua latina, e i coloni mandativi da Traiano erano presi non dal solo Lazio e dall’Italia, ma, secondo l’espressione di Eutropio, da tutte le parti dell’Impero (ex toto orbe romano). Un secolo dopo o poco più, cominciavano quelle continue invasioni e devastazioni che non ebbero termine che al XV secolo. Fin dal 270 infatti, Aureliano era stato costretto a trasferire al di là del Danubio la sede del governo e le legioni, spaventato dai progressi dei barbari; e da quel tempo tace la lista dei governatori romani della Dacia, compilata dal Borghesi colle medaglie e colle iscrizioni raccolte nella provincia. Qui dunque il latino, benchè costituisca sempre il fondo principale della lingua, non potè non soffrire della prevalenza degli elementi barbarici. Non solo una metà del lessico valacco è di parole albanesi, turche, magiare, tedesche, greche e soprattutto slave; che, mentre nelle altre lingue romane.... gli elementi stranieri si modificarono secondo le leggi e le analogie delle voci latine; qui le parole slave passarono nell’uso non assimilate nè modificato, e la grammatica diè luogo a costrutti e forme straniere, alterando così profondamente lo svolgimento e il carattere dell’idioma.» (Id., ibid., pag. lxiv.)

[13] Del resto, e com’è naturale, la stessa declinazione latina non era stata sempre quella del secolo d’Augusto e delle comuni grammatiche. Per esempio, il dativo e ablativo singolare populo era stato nel latino arcaico populo–i e populo–d, forme più vicine alla declinazione protoariana, che oggi si tenta di ricostruire, e che sicuramente aveva un dativo singolare in ai e un ablativo singolare in at o in t.—Il caso locativo del protoariano, terminante in i, e conservatosi nell’osco (moíníkeí tereí, nella comune terra) e in altre lingue sorelle, nel latino andò invece perduto, perchè si confuse foneticamente col genitivo o col dativo; e vi fu sostituito l’ablativo con la preposizione in. Ma pure, un vestigio ne rimase in que’ complementi di stato in luogo (Cypri, domi, humi, ecc.), che la grammatica classica ci dà senza ragione per genitivi.—Nel passaggio poi dal latino alle lingue romanze, i casi non potevano andar perduti tutti in un giorno: infatti, il provenzale e l’antico francese conservarono fino al cadere del secolo XIV, due desinenze diverse, una per il soggetto o nominativo, l’altra per i complementi (Cfr. Littré, Op. cit., passim); e alle sorgenti del Reno (ladino di Sopraselva) vive anche oggi, con la sua propria funzione, l’antica s del nominativo latino. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott. vol. VII, pag. 407, e 426 e seg.) Avanzi di flession nominale, senza dir della differenza tra i due numeri, s’hanno pure specialmente nel pronome: io, me, mi,—tu, te, tiegli, eglino, loro, cui, ecc. In tutti gl’idiomi romanzi occorrono poi esempi di due o più forme d’uno stesso nome, le quali dipendono dalla diversità de’ casi latini, ma più non serbano alcuna diversità di funzione. Così in italiano: ladro e ladrone (latro–latronem), moglie e mogliera (mulier–mulierem), sarto e sartore (sartor–sartorem), ecc. (Cfr. Diez, Gramm. delle Lingue romanze, traduz. franc., vol. II, lib. II;—Ascoli, Arch. Glott., vol. II, pag. 416–38, ecc.)

[14] Il catalano delle Baleari convertì in articolo determinato ipse invece di ille; e altrettanto fece il sardo, nel quale perciò abbiamo su e sa per il singolare, sos e sas per il plurale. Il valacco poi incorpora l’articolo determinato dietro il nome, a guisa di suffisso: omul, l’uomo.

[15] Ma in valacco, secondo il Diez (Op. e vol. cit., pag. 428), c’è un solo avverbio in mente: altmintrea, che però nel vocabolario del Laurianu e del Massimu è registrato in forma diversa: altramente, altamentre, ecc. L’esemplare altra–mente, o meglio altre–menti (altrimenti, cfr. parimenti) è forse il più antico della serie, e certo uno dei più antichi e anche un po’ sui generis. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. VII, pag. 585.)

[16] Anche di quest’uso si può vedere un principio ne’ buoni autori, quando adoperano col verbo esse il participio in forza d’aggettivo, come in Cesare: Gallia est omnis divisa in partes tres, invece di dividitur.—In rumeno, la forma più comune del passivo è questa: eu me laud, che significa tanto io mi lodo, quanto io sono lodato. Può tuttavia formarsi anche con l’ausiliare essere; allora però il participio conserva l’idea del passato, è quindi frate meu este leudat non vuol dire mio fratello è lodato, ma è stato lodato, come il latino laudatus est. (Cfr. Diez, Op. e vol. cit., pag. 243–44.)

[17] Amarò, come del resto, anche amaraggio, amarajo, ecc., s’incontra ne’ nostri antichi scrittori e vive tuttora in alcuni dialetti.

[18] I Sardi formano ancora il futuro con la perifrasi allo stato sciolto; onde nel Logudoro dicono happ’a ccantare, e nel Campidano happ’a ccantai (ho a cantare = canter–ò). E in perifrasi sciolte s’incontrano il futuro stesso e il condizionale in antichi saggi vernacolari d’altre contrade d’Italia. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. III, pag. 110.) I Rumeni poi lo formano col verbo volere: voiu cuntà, voglio cantare, canterò.

[19] Cfr. Zambaldi, Metrica greca e latina; Torino, 1882; pag. 843–44.

[20] Cfr. Rajna, Le Origini dell’Epopea francese; Firenze, 1884, pag. 513–14.

[21] Poichè nella pronunzia tutte le parole francesi finiscono con una sillaba accentata, il verso eroico francese è riuscito un endecasillabo tronco (decasillabo), e perciò la sua somiglianza col verso corrispondente delle lingue sorelle si avverte meglio, appunto quando anche questo è tronco:

Un sol nouveau remplace le premier. (Parny.)
E com’albero in nave si levò. (Dante.)
Sus rayos lanza moribundo el sol. (De Espronceda.)
Que todo se desfaz em puro amor. (Camoens.)

[22] Op. cit., pag. 506–28.

[23] In alcuni luoghi di Sardegna si dice ancora domu e domo per casa; e in Toscana e altrove si usa nel suo primo significato anche verbo, ma solo in certe speciali locuzioni (non disse verbo, non rispose verbo, ecc.); le quali però, benchè vivissime anche tra ’l volgo, tuttavia è possibile che siano meri latinismi, salvo il caso di evidente elaborazione popolare, come nel ladino vierf (verbum), verva (verba). (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. I, pag. 127 e 172.)

[24] Cfr. Dozy et Engelmann, Glossaire des mots espagnols et Portugais dérivés de l’arabe. Seconde édition. Leyde, 1869.—Tra queste parole non ce n’è una, che indichi un sentimento o un legame di parentela o d’affezione. È però arabica una formula esclamativa con cui lo spagnolo invoca Dio: ojalá.

[25] Op. cit., vol. I, pag. 59–60.

[26] Intorno alle quali però si devono tener presenti queste acute considerazioni dell’Ascoli: «Se ci fosse ancora bisogno di aggiungere argomenti contro le ipotesi delle profonde modificazioni, e variamente profonde secondo le diverse regioni romane, che l’organismo latino abbia sofferto per l’immissione germanica, se ne potrebbe ricavare uno di più, e tutt’altro che lieve, dal fatto che una così cospicua porzione degli elementi lessicali germanici, entrati a far parte degl’idiomi latini, occorra ugualmente in tutte codeste favelle. Poichè il fatto di questa comproprietà generale, che giustamente eccitava la meraviglia del Diez (gr. I3 67), dovrà senz’altro ripetersi, nella maggiore e più importante sua parte, dalla molta antichità dell’immissione, e l’innesto perciò risalire a un’età in cui tanta era ancora la vitalità propriamente romana, da non potervi di certo il linguaggio latino andar modificato, e anche variamente secondo le varie contrade, per virtù di un’infiltrazione che era esigua per sè, ed era poi la stessa dappertutto. La comunanza di codesti elementi germanici riesce anzi affatto inconcepibile se non le si trova una ragione storica la quale si connetta, o addirittura s’indentifichi, con quella dell’estendersi della parola latina al di là dei confini dell’Italia, e sia perciò anteriore alle invasioni germaniche. Ora una tal ragione storica, bastevole e congrua per ogni lato, io la vedo, molto semplicemente, nel legionario di Roma, o sotto le insegne o fatto colono; la vedo, in altri termini, nel linguaggio castrense, al quale l’elemento germanico delle truppe ausiliari e le «guardie» teutoniche dovevano aver dato una gran parte delle trecento voci tedesche che si trovan comuni alle diverse favelle neolatine. Vegezio, nella seconda metà del quarto secolo, adducendoci burgus quasi termine tecnico per «castellum parvulum» (quem burgum vocant), ci dà un bell’esempio di codesta serie esotica che già a’ suoi tempi dovea parer di patrimonio latino, anzichè roba estranea e d’importazione recente. I criterj fonologici suffragheranno poi alla lor volta il raziocinio storico; e così è bello vedere il t– dello stadio gotico (non lo z– dello stadio alto–tedesco) in tirare toccare torba taccagno, che son tra codeste voci comuni, o i nessi –rd– –ld– dello stesso stadio gotico (non rt lt dell’alto–tedesco) in ardito falda, ed altri, che pur sono della categoria medesima.» (Arch. Glott., vol. II, pag. 413.)

[27] Op. cit., vol. I, pag. 65.

[28] Ueber deutsche Schattirung romanischer Worte (Sopra la tinta germanica di alcune parole romanze), nella Zeitschrift del Kuhn, V, 11.

[29] Littré, Op. cit, vol. I, pag. 96 e seguenti.

[30] Il fatto che focus fu preferito anche in luoghi dove la ragione delle invasioni non può farsi valere (a Venezia, per esempio, e in Sicilia: fogo, focu), indebolisce, sì, ma non distrugge l’osservazione del Müller; perchè nessuno è in grado di dimostrare che, senza l’aiuto di feuer e funkeln, focus sarebbe prevalso ugualmente anche altrove, una volta che di queste doppie voci è comunissimo il caso che una ne attecchisse in un luogo, una in un altro.

[31] Dovendo ancora citare altre parole de’ vari idiomi germanici, sarà bene ch’io metta qui le quattro principali divisioni di questo gran ramo della famiglia indoeuropea, come son date dal Whitney (Op. cit, pag. 220–22): «1. Il meso–gotico, o dialetto dei Goti della Mesia, conservato solo da parti di una traduzione della Bibbia, fatta dal loro vescovo Ulfila, nel quarto secolo dell’èra volgare; dialetto estinto da lungo tempo in quanto lingua parlata. 2. Gl’idiomi basso–tedeschi, ancora parlati nel settentrione della Germania, dall’Holstein alle Fiandre, e, dall’altra parte, nella prossima Inghilterra: v’entrano due importanti lingue colte, l’olandese e l’inglese. I monumenti letterali inglesi rimontano al settimo secolo, gli olandesi al tredicesimo; e vi è un poema «sassone–antico,» l’Heliand, o «Salvatore,» del secolo nono; e la letteratura frisone del decimoquarto. 3. Il corpo dei dialetti alto–tedeschi, rappresentato presentemente da un’unica lingua letteraria, il così detto tedesco, la cui letteratura comincia con la Riforma, nel secolo decimosesto: dietro a questo, che è il nuovo alto–tedesco, stanno un periodo medio ed uno antico alto–tedesco, con le loro letterature in vari alquanto discordi dialetti, e rimontanti all’ottavo secolo. 4. La sezione scandinava, scritta nelle forme del danese, dello svedese, del norvego e dell’islandese. I monumenti islandesi rimontano al decimosecondo e decimoterzo secolo, e sono, in punto a stile e a contenuto, più arcaici (non diciamo più antichi) di tutto ciò che v’è di alto e basso tedesco: l’Edda è la fonte più pura e copiosa della conoscenza che abbiamo delle primitive condizioni linguistiche germaniche. L’islandese è pure, specialmente nel suo stato fonetico, il più arcaico dei viventi dialetti germanici. Oltre ai detti residui letterali, vi sono brevi iscrizioni runiche, generalmente di una o due parole, rimontanti, si crede, perfino al terzo o al secondo secolo.»

[32] Saggio cit., pag. lvi e seguenti.

[33] Le trasformazioni delle specie e le tre epoche delle lingue e letterature indoeuropee: Roma, 1871; pag.29

[34] Leonardi Bruni Arretini Epistolarum libri VIII; Florentiae, 1741; lib. VI, epist. X (Leonardus Flavio Foroliviensi).—Celso Cittadini, Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua; Venezia, Ciotti, 1601.—Le origini della toscana favella; Siena, Marchetti, 1604.—Furono ripubblicati nelle Opere edite ed inedite del Cittadini, per cura di Girolamo Gigli, Roma 1721. Ma, a detta dello Zeno (Annotaz. al Fontanini), per il secondo trattato il Gigli seguì l’ediz. Marchetti, invece d’un’altra riformata dall’autore e tanto migliore, uscita in Siena per Ercole Gori nel 1628.

[35] «Somnium....... nulla confutazione dignum.» (Antiq. Ital. Diss. XXXII; tom. VI, col. 455 dell’ediz. d’Arezzo, 1775.)

[36] «Pistores vero, et lanistae, et hujusmodi turba sic intelligebant Oratoris verba, ut nunc intelligunt Missarum solemnia.» (Pag. 63 della cit. ediz.)

[37] «Tu enim turbam convenisse putas ad carmina poëtae intelligenda, ego autem convenisse puto ad ludos scenicos spectandos. Itaque non auditores qui aderant, sed spectatores dicebantur.» (Pag. 64.)

[38] In quanti modi si possa morire in Italia. Seconda edizione. Torino, Paravia, 1883.

[39] Plebejo sermone dice il testo. Ma è chiaro che, qui, plebejus non corrisponde punto, come parecchi hanno creduto, al nostro plebeo.

[40] «Ain tandem? insanire tibi videris, quod imitare verborum meorum, ut scribis, fulmina? Tum insanires, si consequi non posses: quum vero etiam vincas, me prius irrideas, quam te, oportet. Quare nihil tibi opus est illud a Trabea; sed potius ᾶπότευγμα meum. Verumtamen quid tibi ego videor in epistolis? nonne plebejo sermone agere tecum? Nec enim semper eodem modo. Quid enim simile habet epistola aut judicio aut concioni? Quin ipsa judicia non solemus omnia tractare uno modo. Privatas causas, et eas tenues, agimus subtilius; capitis aut famae scilicet ornatius: epistolas vero quotidianis verbis texere solemus.» (Ad Familiares, IX, 21.)

[41] «Così, le parole tante volte citate di Quintiliano: nam mihi aliam quondam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri eloquentis oratio (Inst. Orator., XII), non pongono e non esprimono una differenza tra una lingua letteraria e una lingua volgare o comune, ma tra il parlare d’un uomo eloquente e il parlar d’un idiota. Possono avere in bocca la stessa lingua e maneggiarla in modo molto diverso.» (Zendrini, Della Lingua italiana; Palermo, 1877; pag. 65.)

[42] E, s’intende, che alcuni hanno anche esagerato il pensiero del maestro, del quale ecco qui le precise parole nella fedelissima traduzione francese: «Toutes (les langues romanes) ont dans le latin leur première et principale source; mais ce n’est pas du latin classique employé par les auteurs qu’elles sont sorties, c’est, comme on l’a déjà dit souvent et avec raison, du dialecte populaire des Romains, qui était usité a côté du latin classique [aus der römischen Volkssprache oder Volksmundart, welche neben dem classischen Latein im Gebrauche war].... Seulement il faut se garder d’entendre par langue populaire autre chose que ce qu’on entend toujours par là, l’usage dans les basses classes de la langue commune, usage dont les caractères sont une prononciation plus négligée, la tendance à s’affranchir des règles grammaticales, l’emploi de nombreuses expressions évitées par les écrivains, et certaines phrases, certaines constructions particulières. Voilà les seules conséquences que permettent de tirer les témoignages et les exemples qu’on trouve dans les auteurs anciens; on peut tout au plus admettre que l’opposition entre la langue populaire et la langue écrite se marqua avec une énergie peu commune lors de la complète pétrification de cette dernière, peu de temps avant la chute de l’empire d’Occident.» (Op. cit., vol. I, pag. 1–2.)

[43] Rucanica, in alcune parlate calabresi. Il Caix (Saggio cit., pag. 62) derivava lugànega dal lat. longano (spagn. longaniza); ma bisogna dire che non avesse presente il lat. lucanica.

[44] Il francese antico (giova ricordarlo) aveva anche tante e tante altre parole, oggi cadute in disuso, derivate dal latino civile (clamer, chiamare, da clamare; pesme, da pessimus assentir da assentire, selve da silva, ecc.); e molte di esse vivono ancora ne’ suoi dialetti (crémer, bruciar leggermente, da cremare; nore da nurus, vime da vimen, ecc.—Cfr. Littré, Op. cit., vol. II, pag. 119).

[45] Op, cit., vol I, pag. 4–23.

[46] Epigramm., I, 101.

[47] Si veda il gran Dizionario del Freund, tradotto in francese e accresciuto dal Theil, o il Forcellini rifatto dal De–Vit.—Del resto, coloro che fanno assegnamento su questa pretesa forma volgare, dimenticano, al solito, che se l’italiano chiudere risale a cludere, il francese clore risale invece diritto diritto a claudere.

[48] Op. cit., vol. I, pag. 86.

[49] Cfr. Canello, Lingua e Dialetto (Giornale di Filologia romanza, gennaio 1878).

[50] Cfr. un altro scritto dello stesso Canello, Arch. Glott., vol. III, pag. 294–95, nota.

[51] Il Brachet, nel Dictionnaire étimologique de la Langue française (Parigi, 13a ediz.), ha distinto uno per uno i vocaboli d’origine popolare da quelli d’origine non popolare, stampandoli con due differenti caratteri; e la cosa, in complesso (e salvo quel presentarci addirittura come esumazione letteraria tutta la formazione civile), gli è riuscita assai bene. Nella nostra lingua, invece, una tal distinzione riuscirebbe troppo spesso difficilissima, o affatto impossibile. Ma, in fondo, per lo scopo pratico del Dizionario etimologico, importa poco o nulla. L’importante davvero sarebbe che qualcuno dei nostri filologi, ripigliando il disegno che la morte interruppe al povero Caix, e compiendo i lavori del Diez, del Caix stesso e d’altri, ci desse finalmente questo Dizionario. E il Ministero della pubblica istruzione, il quale una volta aprì un concorso con più migliaia di lire di premio per il miglior sillabario (che poi non fu trovato), dovrebbe, ci pare, fare almeno lo stesso per un lavoro, la cui mancanza è sentita e lamentata ogni momento da ogni cólta persona. Intanto, poichè può riuscire utile anche a noi, ecco qui la statistica approssimativa, che il Brachet, prendendo per fondamento il Dizionario dell’Accademia, ci ha dato del francese moderno (Introduction, pag. lxx):

I.Vocaboli d’origine ignota650
II.Vocaboli d’origine popolare (4260):
a). Elemento latino (vocaboli primitivi)3800
b). Elemento germanico420
c). Elemento greco20
d). Elemento celtico20
III.Vocaboli d’origine straniera (922):
a). Italiani450
b). Provenzali50
c). Spagnoli100
d). Tedeschi60
e). Inglesi100
f). Slavi (16), semitici (110), orientali (16)americani (20)162
IV.Vocaboli d’origine storica (115), onomatopeici (40).155
———
In tutti:5987.

Se dal Dizionario dell’Accademia (conclude il Brachet), che contiene circa 27000 vocaboli, si sottraggono i 5987 primitivi citati qui sopra, ne restano 21000, o creati dal popolo svolgendo con la composizione e con la derivazione codesti primitivi, o desunti direttamente dal greco e dal latino per opera degli scrittori (e delle classi civili, direi io).—Altrove poi (pag. xxxviii), egli avverte, che se ai 420 o 450 germanismi del francese moderno si aggiungessero quelli dei francese antico, si arriverebbe senza fatica a raddoppiare la cifra. La quale, dunque, supererebbe di poco quella data dal Diez e qui riportata a pag. 23–25.

[52] Uno studio di queste forme può vedersi nel Littrè (Op. cit., vol. II, pag. 299 e seg.), di cui tuttavia nessuno accoglie più l’opinione che il Cantico appartenga al decimo secolo.—Forme analoghe a queste dell’antico francese vivono ancora nel franco–provenzale, in molti vernacoli italiani, ecc. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. VIII, pag. 100.)

[53] E però (per hoc) fa presentata a Massimiano, Che re era a que’ di sopra i pagani.

[54] Ab=ap, dal lat. apud, che dal significato di presso passò a quello di con, e si ritrova anche nel moderno francese avec, il quale deriva appunto da apud hoc (con ciò), trasformatosi successivamente in abhoc, aboc, avoc, aveuc, avec.

[55] Nithardi, Historiarum libri IIII; Hannoverae, 1870 (edizione curata dal Pertz); pag. 38–39.—Tentiamone una traduzione letterale: «Per amor di Dio e per comun salvamento del popolo cristiano e nostro» (dalla traduzione tedesca si vede che christian poblo rappresenta un genitivo), «da questo dì in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi dona, sì salverò io questo mio fratello Carlo, e in aiuto e in ciascuna cosa» (cioè: lo salverò, gli gioverò, con l’aiuto e in qualunque altramaniera). Ma forse ha ragione il signor Clédat, il quale crede che l’et che segue aiudha sia un errore del manoscritto, e che originariamente dovesse dire er, prima persona singolare del futuro di estre. Cfr. Revue des Langues romanes, octobre–décembre 1885, «sì come uomo per dritto suo fratello salvar deve, in ciò che egli a me altresì faccia» (in tutto ciò che egli faccia anche a me, che è poi quanto dire: a patto che egli mi faccia altrettanto); «e con Lotario» (loro fratello) «nullo accordo mai prenderò, che, per mio volere, a questo mio fratello Carlo in danno sia.—Di questo giuramento, come dell’altro, prestato del pari in romanzo e in tedesco dalle milizie, può vedersi il facsimile nella raccolta intitolata: Les plus anciens monuments de la langue française (Didot edit., 1875), dove fu riprodotto dal prezioso codice della fine del decimo o del principio dell’undecimo secolo, appartenuto già alla Vaticana e poi emigrato a Parigi. Col detto facsimile è stata collazionata dal prof. E. Monaci la nostra lezione, che è un po’ diversa da quella del Pertz e d’altri.

[56] Per esempio, l’o da au in cosa (lat. causa), l’u da o lungo accentato in dunat, il t di terza persona del presente conservato nello stesso dunat, in fazet, ecc.

[57] Dante, Inf., XXV.

[58] Diss. cit., col. 457.

[59] Eccone un piccolo saggio:

Per me si va nella città dolente,
Per me si va nell’eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto Fattore;
Fecemi la divina Potestate,
La somma Sapïenza e il primo Amore.

Par moi se va dans la cité dolente,
Par moi se va dans l’éternel dolor,
Par moi se va parmi la gent pullente
(vile).

Justice mut mon souverain Faitor;
Et si me firent devine Poestés
Raisons hautisme
(altissima) et premeraine Amor.

Ed ecco le medesime terzine, tradotte in provenzale dal Raynouard:

Per me si va en la ciuta dolent,
Per me si va en l’eternal dolor,
Per me si va tras la perduta gent.

Justizia moguet el mieu alt Fachor;
Fez mi la divina Potestat,
La summa Sapienza e ’l prim’Amor.

[60] È nel secondo verso del Cantico di Sant’Eulalia:

Buona pulcella fut Eulalia,
Bel auret corps, bellezour (più bella) anima.

Si badi ch’io dico: scrivevano. Come poi pronunziassero è un’altra questione, la quale s’intreccia con quella della qualità del verso. Il Meyer, per esempio, crede che anche in questo luogo si pronunziasse âme. (Cfr. Littré, Op. cit., vol. II, pag. 305–07.) Altri invece credono che il vocabolo anima sia qui usato come un mero latinismo, con la pronunzia e l’accentuazione propria del latino. Comunque sia, quest’esempio del nono secolo, trascurato fin qui nella storia di âme, è utile e legittimo non meno degli esempi successivi.

[61] Per esempio, il con, per com=cum, si trova anche una volta nella famosa iscrizione osca di Banzia: con preivatvd vrvst=cum privato–erit. Cfr. Fabretti, Glossarium Italicum, sotto Con e Com.

[62] Memorie e Documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca; tom. V, par. II, pag. 15.

[63] Ibid., tom., IV, pag. 76.

[64] Ibid., tom. V, par. II, pag. 14.

[65] Gregorovius, Storia della città di Roma; lib. IV, cap. V, § 3.

[66] Muratori, Rer. Ital. Script., tom. II, pag. 179–80.

[67] Gattola, Ad Historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones; pars prima; Venetiis, 1734; pag. 68–69.—Tosti, Storia della Badia di Montecassino; Napoli, 1842; tom. I, pag. 220–22.

[68] Forse, che qui (cioè l’abbreviatura) contiene; preso il qui per soggetto, come quando diciamo, toccando un libro o una carta: Qui parla chiaro; Qui non ammette dubbi, e simili.

[69] Si badi però, che nelle edizioni del Gattola e del Tosti c’è un errore, che renderebbe impossibile accertare la data. Infatti, nell’una e nell’altra, il placito comincia così: «In nomine Domini nostri Jesu Christi, bigesimo primo anno princip. domni nostri Pandolfi gloriosi princ., et septimo decimo Landolfi, et secundo anno princ. domni Landolfi, excellentissimis Principibus ejus filiis, mense martio, tertia indictione.» E questi dati cronologici fanno a pugni tra loro; giacchè, per non dirne altro, il ventesimoprimo anno del principato di Pandolfo Capo di Ferro non corrisponde punto al decimosettimo e al secondo del principato de’ suoi figlioli. Mettendo invece (come ingegnosamente proponeva il mio egregio amico dottor Ignazio Giorgi) Landolfo al posto di Pandolfo, e Pandolfo al posto del primo Landolfo, tutte le indicazioni vanno d’accordo benissimo con la genealogia di que’ principi e con la cronologia, e se ne ricava la data precisa del 960. Pregato da me il dotto padre Piscicelli Taeggi, prefetto dell’Archivio Cassinese, di riscontrare l’originale del documento, egli m’ha risposto che la cosa sta precisamente come aveva congetturato il Giorgi.

[70] Su questa celebre falsificazione può, tra gli altri, vedersi il Bartoli, Storia della Letterat. ital.; vol. II (Firenze, 1879), pag. 389–416.

[71] V. lo scritto del Salinas nell’Arch. Stor. Sicil.; nuova serie, anno VII, pag. 166–69.

[72] È noto che Dante, con una di quelle sentenze nelle quali all’arguzia è sacrificato il buon senso, diceva che i soli Sardi, al suo tempo, non avevano volgare proprio [!], e che imitavano il latino, come le scimmie imitano gli uomini. (De Vulgari Eloquentia, lib. I, cap. XI.) Ed è del pari noto, che ne’ vari idiomi dell’isola s’è potuto scrivere lunghi componimenti, che sono al tempo stesso anche latini: per esempio, nel volgare logudorese, la poesia del Madau (1778), in lode dell’arcivescovo Melano:

Melani nomen celebro
Cantet superba Calaris,
Et sarda terra applaudat
Cum jucunda memoria.

Ipse venit de nobile
Et illustre prosapia,
Et veras etiam glorias
Occultat pro modestia, etc.

[73] L’originale di questa carta, pubblicata nell’Archivio Storico Italiano (Ser. III, vol. XIII, pag. 363), è a Firenze nel R. Archivio di Stato; e la sua data risulta dall’esservi nominato come vivente il vescovo di Pisa Gerardo, che mori nel 1086 o nel 1089.

[74] Fu pubblicata dal Flechia nell’Archiv. Glottol. (vol. VII, pag. 121–29), e poi dal Monaci nella sua bella raccolta: Facsimili d’antichi manoscritti, num. 19–29. I passi, che qui se ne riferiscono, sono stati collazionati coll’originale dallo stesso Monaci.—«Anche la lingua» di questo documento, dice il Flechia, «mostra di appartenere al tempo in cui il volgare cominciava ad usarsi nelle scritture ancor peritosamente e più o men misto con latino, morto da un pezzo come lingua popolare, e per conseguenza ad epoca che non dovrebbe discostarsi molto dal 1000. Le peculiarità dialettali del volgare, se non accennano risolutamente ad una speciale regione d’Italia, possono tuttavia, se non c’illudiamo, tenersi per verisimilissimamente proprie dell’Italia centrale, con esclusione delle provincie napolitano e della Toscana.»

[75] Italia Sacra, tom. IX, pag. 385 dell’ediz. di Roma, 291 dell’ediz. di Venezia.

[76] Guido Levi, Una carta volgare picena del sec. XII (Giornale di Filologia romanza, luglio 1878).

[77] Dizionario precettivo, critico ed istorico della Poesia volgare; Parma, 1777; pag.29–41.—L’iscrizione è in caratteri romani intrecciati, e l’Affò legge erroneamente: Il mile, invece di Li mile; Et ne a fo l’opra, invece di E mea fo l’opra, o fors’anche opera.

[78] Questo egregio uomo, di cui io non so se si debba più ammirare la profonda dottrina o la rara bontà, lavora da molti anni per darci una Crestomazia italiana de’ primi secoli; e io ho già potuto profittarne non poco per il presente lavoro.

[79] Questi versi erano noti finora con la data del 1196, indizione XII, come si trovano in una particola d’una scrittura antica latina, riportata dal Piloni nella sua Historia (Venezia, 1607, pag. 100 v.–101). E con questa data erano stati ripubblicati dal Cantù, dall’Ascoli, e anche nelle due prime edizioni del presente libretto. Ora però, essendomi rivolto per qualche maggiore notizia al dotto e cortese abate F. Pellegrini di Belluno, ho potuto assegnar loro la data molto più probabile del 1193; ed ecco in che modo. Prima che dal Piloni, la particola era stata copiata, tra il 1530 e il 1544, o poco più o poco meno, da Giovanni Antonio Egregis, e innanzi al 1558 da Giulio Doglioni, ne’ loro cataloghi dei Vescovi di Belluno: e in tutt’e due questi cataloghi, che si conservano manoscritti nella biblioteca del Museo Civico di quella città, e che, essendo molto diversi, non possono credersi copia l’uno dell’altro, la detta particola comincia appunto con la data del 1193 in tutte lettere, indizione XI; mentre il 1196 del Piloni è in cifre, e non va d’accordo con l’indizione XII. È quindi verisimile che il Piloni, o chi a sua insaputa pubblicò la sua storia, abbia confuso un 1196, che è la data dell’ultimo fatto raccontato in quel branicello di cronaca, col 1193 del principio, al quale i quattro versi si riferiscono. In tutto il resto però, come può vedersi dal confronto che ne stampo qui sotto, le tre trascrizioni vanno pienamente d’accordo, salvo alcune diversità facilmente spiegabili: e vanno d’accordo, quantunque sia certo che, come il Doglioni non copiò dall’Egregis, così il Piloni non copiò nè dall’uno nè dall’altro, perchè, se li avesse conosciuti, avrebbe evitato parecchi errori che s’incontrano nella sua storia. Chi poi dubitasse che questi versi non siano stati composti nel 1193 o appena qualche anno dopo, osservi prima d’ogni altra cosa che essi hanno tutti i caratteri d’una poesia d’occasione; e osservi altresì che la particola, raccontando le vittorie dei Bellunesi e de’ loro alleati Feltrini in quel tempo, contiene dati di fatto, specialmente numerici, cosi minuti, che solo uno scrittore sincrono poteva saperli e prendersi la briga di registrarli. Sicchè, se non si dimostra che il documento sia stato inventato (e niente davvero fa sospettare che ciò possa essere), bisogna proprio crederlo di quelli tempi, come lo crede il Piloni. Se poi si osserva che l’autore della particola mette i quattro versi nel punto dove per ordine cronologico avrebbe dovuto raccontare l’impresa di Casteldardo, e, senza aggiungerci una sola parola di suo, fa fare ad essi le veci del racconto, si deve anche credere che fossero allora popolarissimi; e quindi anche di un tempo più o meno anteriore a quello in cui egli scriveva. Nè è improbabile che facessero parte d’un canto su tutte le imprese guerresche (che furono parecchie), compiute dai Bellunesi nel 1193. Ecco ora la lezione della particola secondo l’Egregis (pag. 2 v.):

«Anno Domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tertio, indictione xi, viiij[] intrante mense aprilis. Prudentissimi milites et pedites Bellunenses et Feltrenses castrum Mirabeli[ii] maxima vi occupaverunt, illud vero infra octo dies combuxerunt atque in omnibus edificijs ipsum destruxerunt. Item eodem mense clusas Queri ceperunt et destruxerunt, et sexaginta sex inter milites et pedites atque[iii] arceatores secum in vinclis duxerunt,[iv] et predam valentem duo[v] millia librarum habuerunt, alios interfecerunt et alios vero graviter vulnerarunt.[vi] Item eo anno castrum Landredi ceperunt, ibi vero plures homines interfecerunt, et xxvj inter milites et pedites atque arceatores[vii] secum in vinculis duxerunt, et totum castrum combuxerunt et funditus destruxerunt. De Casteldard[viii] Have[ix] li nostri bona part, I lo zetta[x] tutto intro lo flumo[xi] d’Ard,[xii] E sex Cavaler[xiii] De[xiv] Tarvis di[xv] plui fer Con se duse li[xvi] nostri[xvii] Cavaler.[xviii] Preterea domum Bance[xix] vi occupaverunt, et eam destruxerunt, et xviij Latrones inde secum duxerunt. Postea anno 1198 indictione xiiij, die vi[xx] exeunte mense junij, dicti milites et pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Giumelarum[xxi] iverunt, illud autem magna vi in xvij[xxii] die ceperunt et combuxerunt, atque cum[xxiii] omnibus edificijs destruxerunt, et cum maxima letitia domibus[xxiv] redierunt:[xxv] et hoc totum factum fuit fere sub nobilissimo et prudentissimo D. Gerardo Bellunensi Episcopo, anima cuius sit locata in paradiso.[xxvi] Amen.»

[] Piloni: «1196. Indictione xij. die octavo.»

[ii] Doglioni e Piloni: «Mirabelli»

[iii] P. «ac pedites et.»

[iv] P. «in vinculis deduxerunt.»

[v] P. «iij.»

[vi] P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»

[vii] P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac arceatores.»

[viii] P. «Casteldart.»

[ix] D. «havj.»—P.«havì.»

[x] P. «zetto.»

[xi] P. «flume.»

[xii] P. «D’Art.»„—D. «dard.»

[xiii] P. «Cavalier.»

[xiv] P. «di.»

[xv] D. e P. «li»

[xvi] P. «i.»

[xvii] D. «nostre.»

[xviii] P. «presoner.»

[xix] D. «Banche.»

[xx] P. «Postea die sexto.»

[xxi] D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè: di Zumelle.

[xxii] D. «vii.»

[xxiii] P. «in.»

[xxiv] P. «domum.»

[xxv] P. Omette il resto.

[xxvi] Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.

[80] Giullare.

[81] Sebben s’ingaudisca di me, ossia parli di me con gaudio, con gioia.

[82] Piccola moneta, principio di computo in Genova, come il bolognino a Bologna.

[83] Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.

[84] Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.

[85] Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.

[86] Lasciami stare. (Galvani, Un Monumento linguistico genovese dell’anno 1191, nella Strenna filologica modenese per l’anno 1863; pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del XIII, appartiene anche il discordo poliglotto dello stesso Rambaldo; perchè essendo diretto al Belhs Cavaliers, cioè alla sua amante Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice, col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa del discordo, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane; anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:

Ieu so quel que ben non aio.
Ni encora non l’averò
Per abrilo ni per maio.
Si per ma dona no l’ho;

E s’entendo son lengaio,
Sa gran beutat dir non so:
Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],
E ja no m’en partirò.

..........
............

Que cada jorno m’esglaio.
Oimè! lasso, que farò...?

(Cfr. Meyer, Recueil d’anciens textes etc.; Paris, 1874 pag. 89–91.—Galvani, Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori; Modena, 1829; pag. 105–114.—Cerrato, Il «Bel Cavaliere» di Rambaldo di Vaqueiras, nel Giorn. Stor. della Lett. ital.; vol. IV; Torino, 1884; pag. 81–115.)

[87] Trucchi, Poesie italiane inedite di dugento Autori; Prato, 1846; vol. I, pag. 18.—D’Ancona e Comparetti, Le antiche Rime volgari; Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.

[88] Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti, desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (Cantù, Vicende dei Parlari d’Italia; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile del Ritmo può vedersi nella Rivista di Filologia romanza, vol. II, pag. 90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone una nuova, nella Miscellanea di Filologia e Linguistica; Firenze, 1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano Ciampi (Prefaz. ai Trattati morali di Albergano; Firenze, 1832; pag. 13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano, ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù, insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.

[89] Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae; tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.

[90] Nei Romanische Studien del Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn, 1879).

[91] Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così: † Hore [ora] vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’, ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere. La data approssimativa si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: † Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium; poichè, per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180 lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166 a Lucca. (Ciampi, loc. cit., e Notizie inedite della Sagrestia pistoiese ecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco, a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A. Marcucci (Abate Ascolano, Saggio delle cose ascolane ecc.; Teramo, 1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci (Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo. Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna la Recita, che da’ nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come il nostro Poeta Guglielmino di anni 29 venne grandemente plaudito da Errigo per la cantata di un nuovo Carme italico di cento versi ad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a balbettare la Poesia Italiana, allor nata dal nostro Guglielmino; il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questo Carme o sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò, è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fu Guglielmino dichiarato Nobile Palatino dal Re, e suo Poeta.» Ecco a buon conto que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella seconda, che è quasi ignota:

Tu es illo valente Imperatore,
Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:
Renove Tu, Señor, illu splennore,
Qui come tanti sole......

Tu si’ chillo valente Re et Sennure,
Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:
Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,
Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.

[92] Gregorii Magni Opera omnia; Parisiis, 1705; tom. II, col. 1139–40.

[93] Ibid., tom. I, pag. 6.

[94] Demogeot, Histoire de la Littérature française; Paris, 1864; pag. 54.

[95] Gregorovius, Op. e loc. cit.

[96] Cfr. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis. Berolini, 1845.

[97] Ibid., pag. 7–8.

[98] Pertz, Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I (Hannoverae, 1835); pag. 52–53 e 64–65.

[99] Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.

[100] Lupi Ferrariensis Epistolae, ap. Du Chesne, Historiae Francorum Scriptores; tom. II, pag. 727.

[101] Ibid., pag. 778–79; e Muratori, Diss. XLIII, ediz. cit., tom. VIII, col. 528–29.

[102] Ghirardacci, Historia di Bologna; parte prima (Bologna, 1596); pag. 279.

[103] Purgat., XI, 97–99.

[104] Convito, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata dal Fraticelli.