IV.
La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi tutti gl’idiomi de’ vinti;[8] giacchè è naturale che la parola indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla corrispondente latina, che la veniva opprimendo.
Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera; giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra, nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi indigeni;[9] ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime, di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, come clan (figlio), verse (fuoco), gapos (carro), damnos (cavallo), ecc. E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben povera cosa.[10]
Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre cause estrinseche.
Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni, da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi de’ barbari.[11] Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi, dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice, preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe in queste lingue qualcuna di quelle alterazioni che la parola latina pativa in bocca di genti, le quali pronunziavano Muntus fuld tezibi, invece di Mundus vult decipi. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]
D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue (se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendo in tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima sorgente non potè essere che una sola.
Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è come l’anima o il perno della parola.
Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’ classici (ad carnificem dabo, invece di carnifici dabo, in Plauto; de duro ferro aetas, invece di ex duro ferro aetas, in Ovidio, e molte altre simili).[13]
Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (commentarium e commentarius, nuntium e nuntius, calamistrum e calamister, ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomi unus e ille cavarono un nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’ quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14] Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nome mens il senso di modo, maniera, e aggiungendolo all’aggettivo (sana–mente, forte–mente), generò gli avverbi da sostituire ai terminanti in e e in ter (sane, fortiter), poichè queste terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia, si confondevano con quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]
Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè, l’uso di habere per ausiliare; abbandonarono la forma passiva amor (sono amato), che, caduto l’r, si confondeva con l’attivo amo, e vi sostituirono l’ausiliare essere col participio passato;[16] arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchè amavi, per esempio, poteva significare tanto amai, che ho amato ed ebbi amato; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale, che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni del futuro, amabo, tacebo, dicam, venivano confondendosi con l’imperfetto amabam, tacebam, e col presente congiuntivo dicam, le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliare avere con l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima di tutto, per evitare amavo (derivante da amabo, amerò, come fava da faba, lavorare da laborare), che si sarebbe confuso con l’imperfetto amava o amavo (da amabam), si ricorse a una perifrasi, già usata in certi casi, e si disse: habeo amare o amare habeo, cioè ho da amare; e poi da amare habeo si fece amar hao, amar ho, amarò,[17] e infine amerò;—spagn. amaré = amar–he; portogh. amarei = amar–hei; provenz. amarai = amar–ai; franc. aimerai = aimer–ai.[18]
Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni romane il sentimento della quantità, ossia delle lunghe e delle brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma sullo sforzo (ictus) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche stare l’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca, non fosse a quantità, ma ad accenti;[19] certo è che racconto ebbe poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune, e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad judicium aurium examinata, ut puta veluti sunt cantica poetarum vulgarium.»[20] Che poi anche il verso principale delle nuove lingue, il nostro endecasillabo,[21] provenga dal latino, è un’altra questione; giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto. E gli argomenti addotti dal Rajna[22] contro codesta provenienza dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:
Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;
col trimetro giambico catalettico:
Ignotus heres regiam occupavi;
col falecio:
Disertissime Romuli nepotum,
e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non abbia una piena e assoluta certezza.
Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini; e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi due esempi:
Non satis est pulcra esse poëmata; dulcia sunto,
Et quocumque volent animum auditoris agunto.
Hor. Epist., II, 3, 99–100.
Quot caelum stellas, tot habet tua Roma puellas.
Ovid. Ars am. I, 59.
Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmente se si considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto. Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.
Per esempio, i due nomi latini domus (casa) e verbum (parola), quando la nuova religione chiamò duomo la casa di Dio e verbo Dio stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel loro primo significato.[23]
Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci sono, relativamente, un numero assai ristretto.
Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di voci arabe;[24] e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte le altre lingue romanze. Comuni del pari sono, secondo il Diez,[25] circa 300 voci germaniche.[26] Il francese, inoltre, ne possiede in proprio circa 450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50, e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende, nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso comune i suffissi aldo, ardo, lingo (ingo, engo), che si applicarono anche a voci latine (testardo, casalingo, Martinengo, ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal greco, essa, ismo, ista (leonessa, giudaismo, umanista, ecc.).
Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.
Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino, dal greco, sono, per esempio: agognare, borsa, colla, falò, fase, golfo, magari, zio, ecc. (S’intende che non ci si devono comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)
Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che altro, l’industria e il commercio: alcool, alcova, algebra, ammiraglio, ambra, arancio, arsenale, caffè, canfora, carato, cremisino, catrame, carruba, cifra, cotone, gelsomino, lambicco, limone, liuto, mummia, ricamare, sofà, tamarindo, talismano, tamburo, tariffa, zafferano, zero, ecc.
Germaniche sono: araldo, briglia, bosco, bruno, forbire, gonfalone, guerra, guancia, schiena (da skina, romanesco schina), stinco, sperone, strale, ecc.; e ci si sente, più che altro, la guerra.
A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo; giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]
Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi, che l’opinione messa fuori molti anni fa da Max Müller,[28] che cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito così temperato, la respingeva «de toutes ses forces.»
Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi, e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità: vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza. Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo, sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]
Il Müller poi, dal canto suo, nelle Nuove Letture sulla Scienza del Linguaggio (VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione, fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col quale, in fondo, dichiarava di consentire. Ora, dunque, di questa polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del Müller; ed eccone un piccolo saggio.
Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i Romani, per dir fuoco, dicevano ora focus, ora ignis; ma focus fu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedesco feuer (fuoco) e funkeln (scintillìo, scintillare).[30] Per dir grande, i Romani dicevano ora grandis, ora magnus: grandis fu preferito, perchè più affine a gross, il quale ci diede inoltre anche la forma grosso. Per dir lasciare, i Romani dicevano laxare o sinere; ma laxare fu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedesco làzan, gotico letan, che è poi il moderno tedesco lassen.[31]
Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri) una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in alcune parole francesi. Haut, per esempio, e hurler (antico francese huller) vengono dal latino altus e ululare, ma devono l’aspirazione alle loro corrispondenti germaniche hoch e heulen.
Il nostro Caix,[32] pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenza latina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta, secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso, sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da considerarsi tre casi.
Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, come sada (sazio), haban (avere), raihta (retto), arjan (arare), avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti dissero sazio o satollo, avere, retto, arare, ecc.
Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il toscano sdraiarsi e l’umbro strajàsse derivano da un ravvicinamento del latino sternere al gotico straujan; l’italiano sparagnare e il lombardo sparà derivano da un ravvicinamento del latino parcere all’antico alto–tedesco sparôn; l’ital. leccare deriva dal latino lingere e ligurire e dall’antico alto–tedesco lecchôn; rubare, dal lat. rapere e dall’antico alto–tedesco roubôn; senno, dal latino sensus e dall’antico alto–tedesco sin.
Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio, guiderdone è certo derivato dall’antico alto–tedesco widarlôn (ricompensa); ma la seconda parte lôn (moderno ted. Lohn, mercede) fu scambiata col lat. donum (basso lat. widerdonum); e così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana, widar (contro), che è il moderno wider, e dono: widar–dono (guider–done), controdono, ricompensa.
Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino, è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti; giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i participi in rus, ra, rum (venturo, futuro, ma non letturo, amaturo, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente, senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: i morituri ti salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non hanno aggiunto al discorso l’articolo determinato e indeterminato e que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita. Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo, che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di confutazione.»[33]