NOTE:

[1]. In Studi di Critica e Storia Letteraria (Bologna, Zanichelli ed., 1880).

[2]. Pag. 179.

[3]. E anche a Napoli (Arch. stor. p.le prov. nap. V. 608). E perchè non citare anche quella degli Umidi di Firenze di cui il Lasca disse (Lett. a Mes. Lorenzo Scala, premessa al primo libro delle opere burlesche, ed. Bern. Giunta 1548): «la quale (Accademia degli Umidi) principalmente fa professione, essendovi tutte persone dentro allegre e spensierate, dello stil burlesco, giocondo, lieto, amorevole e, per dir così, buon compagno?». Si vedano, per altro, a proposito, delle parole umore e umorismo, il Baldensperger (Les définitions de l'humour in Êtudes d'histoires littéraire, Paris, Hachette, 1907) e lo Spingarn nell'introduzione del primo volume della sua raccolta Critical Essays of the Seventeenth Century, Oxford, Clarendon Press, 1908; non che ciò ne dice il Croce in Critica, vol. VII, pagine 219-20.

[4]. Cecco Angiolieri in uno dei suoi sonetti, parlando della madre che gli vuol male, dopo avere enumerato alcuni cibi dannosi ch'ella gli consiglia, dice:

E se di questo non avessi voglia

e stessi quasimente su la colla

molto mi loda porri con la foglia.

[5]. Lettera XV.

[6]. Vedi Victor Basch, La poëtique di F. Schiller (Paris, Alcan, 1902).

[7]. Zur Naturwissenschaft in Allgemeinen. Tomo XXXIV delle Opere, ed. Hempel, pag. 96-97. Ma il Goethe non tenne conto che prima dello Schiller lo Herder aveva distinto Natur-poesie da Kunst-poesie. Vedi anche V. Basch, Op. cit.

[8]. Vedi G. Muoni Note per una poetica storica pel romanticismo (Milano, Società Ed. Libr., 1906).

[9]. L'Umorismo nell'arte moderna. Due conferenze al Circolo filologico di Napoli, (Napoli, Detken ed., 1885).

[10]. Verona, 1885.

[11]. La coltura, 15 gennaio 1886.

[12]. A. Biese, Die Entwicklung der Naturgefühls bei den Griechen, (Kiel 1882). Abbiamo su l'argomento lavori più recenti.

[13]. Vedi H. Taine, Notes sur l'Angleterre (Paris, Hachette et Cie, douzieme édition, 1903) — ch. VIII, De l'esprit anglais, pag. 339.

[14]. Vedi su lui il mio saggio Un critico fantastico nel vol. Arte e scienza (Roma, W. Modes ed. 1908).

[15]. Il Cantoni chiama propriamente questo suo lavoro grottesco, forse per la contaminazione dell'elemento fantastico con la critica.

[16]. Vedi Jacques Denis, La comedie greque, vol I, chap. VI, Paris, Hachette et Cie. 1886, e la bella e dotta prefazione di Ettore Romagnoli alla sua impareggiabile traduzione delle commedie di A. (Torino, Bocca 1908).

[17]. Teodor Lipps, Komik und Humor, eine psychologisch-ästhetische Untersuchung (Hamburg u. Leipzig, Voss 1898).

[18]. Vedi su esse le sei letture del Thackeray, The English Humourists, of the eighteenth century (Leipzig, Taucknitz, 1853). Sono: Swift Congreve Addison, Steele, Prior, Gay, Pope, Hogarth, Smollett, Fielding, Sterne, Goldsmith.

[19]. Il Nencioni definisce l'umorismo «una naturale disposizione del cuore e della mente a osservare con simpatica indulgenza le contradizioni e le assurdità della vita».

[20]. Allude alla Vita e opinioni di Tristram Shandy.

[21]. Come suonano curiose queste lodi a uno scrittore inglese raffrontato con uno scrittore francese, dopo aver letto nel Taine la pagina su l'esprit francese e su l'inglese!

[22]. Palermo, R. Sandron ed. 1904.

[23]. «La retorica corrisponde alla logica» — aveva già detto Aristotile (Ret. lib. I, c. 1).

[24]. Il Croce, in una recensione sulla prima edizione di questo mio saggio, nel VII volume di Critica, ha voluto credere ch'io, dicendo così, contrapponessi arte e umorismo e affermassi che umorismo è l'opposto dell'arte, perchè questa compone e quello scompone. Veda il lettore intelligente se è lecito e giusto argomentare dalle mie parole una così recisa e assoluta contrapposizione o opposizione; se è lecito e giusto, dopo aver con molta leggerezza e senz'alcun fondamento argomentato così, aggiungere come fa il Croce: «Ma, forse, la parola è andata di là dal pensiero del P., il quale non voleva già dire che l'umorismo non sia arte, ma piuttosto che sia un genere d'arte, che si distingue dagli altri generi d'arte o dal complesso di essi». Ritornerò su questo appunto più oltre, quando tratterò della speciale attività della riflessione nella concezione dell'opera umoristica. Mi contenterò qui per ora di rispondere al Croce, ch'egli fa — non so se volutamente o no — una confusione tra i così detti «generi letterarii» come li intendeva la retorica, la cui eliminazione è da accettare, con quelle distinzioni, che non solo sono legittime, ma anche necessarie tra le varie espressioni, quando non si voglia confondere l'una con l'altra, abolendo ogni critica, per concludere filosoficamente che tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può distinguere dalla restante arte. L'umorismo non è un «genere letterario», come poema, commedia, romanzo, novella, e via dicendo; tanto vero che ognuno di questi componimenti letterarii può essere o non essere umoristico. L'umorismo è qualità d'espressione, che non è possibile negare per il solo fatto che ogni espressione è arte e come arte non distinguibile dalla restante arte. La molta preparazione filosofica (la mia, si sa, è pochissima) ha condotto il Croce a questa edificante conclusione. Si può sì parlare di questo o di quell'umorista; egli, filosoficamente, non ha nulla in contrario; ma guai a parlar dell'umorismo! Subito la filosofia del Croce diventa un formidabile cancello di ferro, che è vano scrollare. Non si passa! Ma che c'è dietro quel cancello? Niente. Questa sola equazione: intuizione = espressione, e l'affermazione che è impossibile distinguere arte da non arte, l'intuizione artistica da intuizione comune. Ah, va bene! Non vi pare che si possa benissimo passar davanti a questo cancello chiuso, senza neanche voltarci a guardarlo?

[25]. Vedi il mio volume Arte e Scienza (Roma W. Modes ed. 1908) I sonetti di Cecco Angiolieri.

[26]. Vedi Morandi, Prefaz. ai sonetti romaneschi del Belli (Città di Castello, Lapi, Vol. I, 1889).

[27]. Città di Castello, Lapi ed., 1888.

[28]. Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio! Basterà ricordare il patto di quel buon'uomo col cantastorie di piazza per differir la morte di Ettore, che tanto lo addolorava; la risposta di quel cardinal di Spagna ai soldati della Santa Sede: «Ancora non ho fame»; la disperazione di quel bandito per la goccia di latte venutagli in gola durante la quaresima, ecc. ecc.

[29]. Vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano L'indole e il riso di L. P. (Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907), da cui però in gran parte io dissento, come dirò appresso; e quel che dicono del Folengo il De Sanctis nella sua Storia d. lett, ital. cap. XVI, il Canello nel suo Cinquecento e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni.

[30]. Si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo aureo libro Attraverso il Cinquecento su le condizioni del letterato nel sec. XVI.

[31]. 1879, III, p. 620 e segg.

[32]. Paris, 1880.

[33]. Trad. del Gorra (Torino, Loescher, 1888). Vedi Lib. III cap. III (Valore dell'Epopea).

[34]. I cavalieri si permettono anche, e questo accade negli stessi poemi della crociata, di farsi beffe dei cerimonieri. Così nell'Antioche accade una scena piacevole e caratteristica, quando i cavalieri francesi escono dalla città per combattere contro Kerboga. Enguerrant de Saint-Pol sta loro alla testa e il suo lucido elmo forbito e la sua corazza splendente scintillano ai raggi del sole. Quando sono usciti dalla città, si fermano e un arcivescovo implora la benedizione dal cielo sopra di loro e vuole aspergerli con acqua benedetta, ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo prega di non macchiargli l'elmo: «Anqui le vourrai bel a Sarrasins mostrer» (vedi Pigeonneau, Cycle de la Croisade, p. 90-91).

[35]. Firenze, Barbéra, 1859.

[36]. Vedi Scritti varii inediti o rari, a cura di B. Croce, vol. I, Napoli, Morano e figlio, 1898. Il De Santis poi nella sua Storia della letteratura it. corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema. Qui ho citato il suo primo giudizio solo perchè anche da un errore (del resto riparato) del sommo critico, si può trarre profitto, ponendo in giusta evidenza, in questa facile confutazione, tra i due casi di cui egli parla, quale veramente sia quello del Pulci.

[37]. Vedi il vol. già citato L'indole e il riso di L. P., Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907.

[38]. Pag. 120-121 del vol. cit.

[39]. Pag. 113.

[40]. Vedi Introduzione alle Fonti dell'Orl. Fur., seconda ed. pag. 20 (Firenze, Sansoni, 1900).

[41]. Vedi in Critica militare (Messina, Trimarchi, 1907) lo studio La fantasia dell'Ariosto (pubbl. prima su la Nuova Antologia).

[42]. È curioso veramente il notare a quali aberrazioni potè essere condotto il Rajna dalla smania di sorprendere a ogni costo il poeta del Furioso con le mani nel sacco altrui. A proposito di questo episodio di Sacripante e Angelica, cita nientemeno che 12 esemplari, che l'Ariosto avrebbe dovuto aver presenti. E non si accorge ch'è stupido senz'altro il ravvicinamento di queste pretese fonti, poichè nell'Ariosto, invece del solito cavaliere che ascolta furtivo i lamenti, abbiamo Angelica, proprio lei in persona. Ma questo, — ha il coraggio di notare il Rajna, — «è una differenza di sommo momento per Sacripante, ma secondaria per noi.» Già! come dire che, se veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis nei Chetif a proposito del battesimo di Clorinda, è differenza secondaria che Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un'altro cavaliere qualsiasi! Sapete quali sono invece le parti sostanziali? Erba, alberi, acqua, se è giorno o notte, e simili altre amenità. Come se Angelica non fosse nel bosco fin dal principio del canto! Avrebbe potuto risparmiarsi il Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz'altro all'episodio di Prasildo nel Bojardo. La differenza però rimane sempre sostanziale. L'Ariosto prende un verso al Bojardo:

Che avria spezzato un sasso di pietade;

ma glielo corregge così:

Che avrebbe di pietà spezzato un sasso.

Ecco tutto.

[43]. Applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l'umorismo: «Erhabenheit in der Komik und durch dieselbe» (vedi Op. cit., pag. 243). Ma come si spiega questo superamento del comico attraverso il comico stesso? La spiegazione che dà il Lipps non mi sembra accettabile per quelle stesse ragioni che infirmano tutta la sua teoria estetica. Vedi su questa la critica del Croce nella seconda parte della sua Estetica, pag. 434.

[44]. Vedi Arcoleo, op. cit., pag. 94-95.

[45]. Vedi in Studii drammatici (Torino, Loescher, 1878). Le tre commedie sono La Calandria, La Mandragola, Il Candelajo.

[46]. Certe tropologie del Bruno sono di un'efficacia senza pari; così, quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato di parole e scommi che si muojono di fame e di freddo. Certe comparazioni scolpiscono, come là dove di due presuntuosi sapienti dice che l'uno parea il conestabile de la gigantessa dell'orco, l'altro l'amostante de la dea riputazione. Nella Cabala del Cavallo pegaseo così è descritto Don Cocchiarone, mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien d'infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo or quell'altro piede, rigettando or verso il destro or verso il sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l'ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortemente meravigliato, conchiudendola con un grave et enfatico sospiro, farà pervenire a l'orecchio de' circostanti questa sentenza: Hucusque alii Philosophi non pervenerunt.

[47]. Vedi Giovanni Merlino, umorista, Napoli, Pierro, 1898.

[48]. Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell'umorismo di don Abbondio, che all'Arcoleo sembra una figura ridicola o comica senz'altro.

[49]. Del Richter si possono citare parecchie definizioni. Egli chiama anche l'umorismo «sublime a rovescio». La descrizione migliore, secondo il suo modo d'intenderlo, è quella a cui già abbiamo accennato altrove, parlando della diversità del riso antico dal riso moderno: «L'umore romantico è l'atteggiamento grave di chi compari il piccolo mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che è misto di dolore e di grandezza. È un comico universale, pieno di tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che, partecipando della nostra natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi, anche applicata in un senso meno filosofico. Der Humor kann, dice il Lipps, schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein solcher, wenn der Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der Beschränktheit seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch relativen Nichtigkeit bewusst ist.»

[50]. Paris, Alcan, 1904, pag. 276.

[51]. Vedi nei mio volume già citato Arte e Scienza il saggio Un critico fantastico.

[52]. Mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro di Giovanni Marchesini, Le finzioni dell'anima (Bari, Gius. Laterza e figli, 1905).

[53]. «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringere d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà, del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla: ma servono per mantenere il credito alla bottega».

[54]. Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel Libro degli Snobs e in quella «Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele stesse dell'autore».

[55]. Vedi nel libro di Alfredo Binet Les altérations de la personalité quella rassegna di meravigliosi esperimenti psico-fisiologici, da cui queste e tant'altre considerazioni si possono trarre, come notava già G. Negri nel libro Segni dei tempi.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.