SCENA
Ricco salone in casa Gualdi. In fondo, il tetto ha una impalcatura più bassa, in legno, sostenuta da mensole. E sono in questa parete di fondo due usci vetrati, di piccoli e spessi vetri opachi, impiombati: da quello a destra si scende nel giardino; l’altro dà nell’interno della casa. Tra i due usci è il camino, che si scorge appena, perchè ha davanti, con la spalliera voltata verso il pubblico, un divano, di modo che tra esso e il camino che gli sta dirimpetto, sia come un salotto a parte, più intimo, raccolto attorno al fuoco. Accostato alla spalliera del divano è un tavolino a sei piedi, antico, su cui è un magnifico vaso di fiori. Di qua e di là del tavolino, due lumi d’alto fusto, uguali, con ampio paralume di seta, e sedie e sgabelli volti verso il proscenio. Sono nella parete a destra, la comune e una finestra. Nella parete di sinistra due altri usci a vetri: quello più vicino alla ribalta dà nella sala da pranzo; l’altro, in quella del bigliardo. Sul davanti della scena, verso la comune, cioè a destra, è una tavola ottagonale, con qualche rivista illustrata, qualche vaso e altri soprammobili; una grande poltrona di cuojo, con dietro un altro lume a fusto, come i primi due, e seggiole di stile con molti cuscini. I rimanenti mobili del salone, disposti tra la comune e la finestra, e tra i due usci di sinistra, siano di ricca e sobria eleganza, quali s’addicono alla signorilità e al buon gusto di chi abita la casa. Il salone è splendidamente illuminato.
Al levarsi della tela, la scena è vuota. Poco dopo dall’uscio a vetri di fondo, che dà sul giardino, entrano, di ritorno dal passeggio PALMA e SALVO MANFRONI seguiti dal CAMERIERE, a cui il Manfroni dà il cappello e il soprabito. Il cameriere va via subito per la comune; mentre gli altri due seguitano il discorso già incominciato, scendendo dall’automobile in giardino.
SALVO
(mentre il cameriere gli toglie il soprabito) Sì, sì... Ma c’è sempre modo, credi (il cameriere va via), c’è sempre modo di dare agli altri una stima di sè, che li accresca ai loro stessi occhi...
PALMA
(subito, mentre si sfila i guanti) E li renda insoffribilmente presuntuosi!
SALVO
No, cara, e che nello stesso tempo, al contrario, riesca di vantaggio anche a noi.
PALMA
Ma io noto ormai tante cose!
SALVO
Tu non noti niente. Sta’ bene attenta. Egli (allude al marito) ti parla. Tu senti che sono parole, dette così per dire...
PALMA
Ma sì, sciocche, senza nessuna realtà!
SALVO
Bene. Nell’accoglierle, tu mostra che l’abbiano...
PALMA
Ma come? Se non ne hanno!
SALVO
Oh bella! Ma dandogliela tu, mettendocela dentro tu, una realtà, quella che ti conviene, ma come se invece — capisci? — ce l’avesse messa lui, che sarà felicissimo, credi, di vedere le sue parole «consistere» in qualche modo. Tu te lo farai così, a poco a poco, a modo tuo; ma lasciandogli l’illusione ch’egli sia invece sempre a modo suo. Mi sono spiegato?
PALMA
Non è facile!
SALVO
Eh, lo so. Non ti sto mica dicendo che è facile. Ma credi a me, che bisogna far così nella vita.
PALMA
Ci vuole una pazienza!
SALVO
Ah sì, cara. Sopra tutto, pazienza. (Poi, pianissimo) E non con tuo marito soltanto, qua dentro.
PALMA
(lo guarda un po’, poi domanda): Vuoi dire con Gina?
SALVO
Mi pare che abbia un musino di volpe quella signorina!
PALMA
Le si è scoperto adesso, da che ha finito di servire nell’altra casa.
SALVO
Ti sei accorta anche tu del cambiamento?
PALMA
È sempre inappuntabile; bada!
SALVO
Ma è rimasta molto amica di là...
PALMA
Eppure sa, Dio mio...
SALVO
Zitta. Eccola!
Entra dal secondo uscio di fondo la SIGNORINA CEI, che s’accosta a Palma, per liberarla del cappello e della mantiglia.
SIGNORINA CEI
Vuole, signora marchesa...?
SALVO
Oh, buona sera, signorina.
SIGNORINA CEI
Buona sera, signor senatore.
PALMA
No, grazie, Gina. Vado io di là un momento. (A Salvo) Con permesso.
SALVO
Fai, fai. Ma credo che più tardi ti toccherà uscir di nuovo, per tua suocera.
PALMA
Dio, che seccatura! Ancora?
SALVO
Le ha ripreso la febbre.
SIGNORINA CEI
Sì, signora! Ha mandato ad avvertirlo.
SALVO
(con premura, alla signorina Cei) Ma niente di grave!
SIGNORINA CEI
Al solito...
SALVO
(a Palma) Bisogna che tu vada...
PALMA
Sopra tutto, pazienza.
Palma, via per il secondo uscio di fondo. Salvo è presso la tavola ottagonale, prende una rivista illustrata, la sfoglia, in piedi.
SALVO
Cara signorina, io vorrei stare un po’ alla sua scuola.
SIGNORINA CEI
Lei, signor senatore? Ma che dice!
SALVO
(senza guardarla, seguitando a sfogliar la rivista) Ammiro i suoi occhi.
SIGNORINA CEI
Ah sì? Non credo poi che siano così belli....
SALVO
Sono belli. Ma oltre che per questo, li ammiro perchè sono dotti.
SIGNORINA CEI
Dotti?
SALVO
Dotti vuol dire attenti. Ma attenti senza parere.
SIGNORINA CEI
I miei occhi le sembrano attenti?
SALVO
No. Appunto. Non sembrano affatto. Ma sono attenti. E io vorrei, le dico, imparare da essi.
SIGNORINA CEI
Imparare che cosa?
SALVO
Ecco: a domandar così, per esempio, fingendo di non capir che cosa, mentre lei ha capito benissimo.
SIGNORINA CEI
(quasi sfidandolo) Ah, dunque l’arte di far le viste di non capire?
SALVO
(non risponde lì per lì, come se fosse intento a leggere nella rivista; ma poi nega col dito, e dopo una breve pausa, soggiunge): Questa è un’arte più facile. Basta simular l’ignoranza. Ce n’è un’altra più difficile: quella di non far le viste di capire, quando gli altri si siano accorti che noi invece abbiamo capito benissimo (per attenuare ciò che ha detto, fingendo di non dargli importanza) oh, una cosa del resto, che già capiscono tutti....
SIGNORINA CEI
Sì? E allora!
SALVO
Ah, s’inganna. Ci vuole allora una naturalezza, che è assai più difficile a simulare di quella finta ignoranza, che nessuno ci chiede e che ci farebbe apparir sciocchi.
SIGNORINA CEI
Sarà. Forse però può non essere un’arte, signor senatore.
SALVO
No? E che, dunque?
SIGNORINA CEI
Mah! Una necessità penosa....
SALVO
Eh, cara signorina, forse s’impara bene, solo quando sia una necessità!
Entrano a questo punto, in abito da sera, FLAVIO GUALDI e VENIERO BONGIANI, dalla comune.
FLAVIO
Ah, eccolo qua!
SALVO
Sono già qua da un pezzo.
La signorina Cei, via per il secondo uscio di fondo.
VENIERO
Illustre senatore, le mie più vive congratulazioni.
SALVO
Grazie, caro Bongiani.
FLAVIO
(a Salvo) Scusa, corrispondente o effettivo?
SALVO
(come uno che non ne possa più) Ma sì, effettivo, effettivo!
VENIERO
D’un’accademia straniera, e poi di quella! I socii corrispondenti saran parecchi; gli effettivi, uno o due. Ma mi levi un dubbio, senatore....
SALVO
(c. s.) No no, Bongiani, per carità, non me ne parli!
VENIERO
No, scusi; a proposito di codesta nuova onorificenza....
FLAVIO
Ecco, già; si discuteva al circolo, se era proprio necessario che tu attribuissi il merito....
VENIERO
In parte....
FLAVIO
In parte, s’intende! il merito della tua scoperta scientifica a Bernardo Agliani.
VENIERO
Se la scoperta, dicevano, è totalmente sua! (Tutto questo discorso sarà fatto con leggerezza, senza dar quasi importanza alla cosa).
SALVO
È chiaro che i vostri amici del circolo non hanno mai veduto, neppur da lontano, il mio libro.
VENIERO
Ah, questo è positivo!
FLAVIO
Perchè nel tuo libro è detto....?
SALVO
Ragazzi miei, appunto perchè nell’introduzione di esso mi son fatto scrupolo d’attribuire a Bernardo Agliani qualche merito, tutti ora dicono che avrei potuto farne a meno. Se non l’avessi fatto....
VENIERO
Avrebbero detto il contrario?
FLAVIO
Gl’incompetenti!
SALVO
No, i competenti, anzi! pur sapendo bene che nelle carte di Bernardo Agliani non c’è nulla che lasci neppur lontanamente balenar l’idea della scoperta, e che egli poneva lì, per altri fini, certi suoi problemi di fisica.... Ma lasciamo andare! (Cambiando tono, come se il discorso si facesse soltanto ora serio e interessante) Dite, dite: la scissione, dunque, è proprio avvenuta?
FLAVIO
Ma che! Una pagliacciata!
VENIERO
Si risolverà per tutti quanti in una doppia spesa, d’ora in poi!
FLAVIO
Siamo andati a iscriverci socii anche del nuovo circolo!
SALVO
Ah sì? (ride).
VENIERO
In massa! Un’invasione!
FLAVIO
E questa sera si farà l’inaugurazione!
VENIERO
Lei senatore, verrà con noi?
SALVO
Voi siete matti!
FLAVIO
Ah no! Verrai con noi!
VENIERO
L’abbiamo promesso!
FLAVIO
Figurati se puoi mancare!
SALVO
Io, cari miei, me ne resto qua (siede, o meglio, si sdraja beatamente sull’ampia poltrona di cuojo presso la tavola ottagonale) qua, come ogni sera!
FLAVIO
Che! che! Ti strapperemo a viva forza!
SALVO
Mi strapperete? Se sapeste a qual prezzo me la sono guadagnata questa poltrona!
FLAVIO
Ma via! Per una sera!
SALVO
Non mi par l’ora, ogni sera, che Giovanni, dopo cena, venga a girar la chiavetta della luce e mi lasci, quasi al bujo...
VENIERO
No, senta: lei non ci farà questo tradimento!
FLAVIO
Del resto, non ci sarà neanche Palma stasera...
Rientra dal secondo uscio di fondo PALMA.
PALMA
Parlate di me?
VENIERO
Buona sera; marchesa.
PALMA
Buona sera, Bongiani. Che cos’è?
VENIERO
Persuadetelo voi per carità a venir con noi all’inaugurazione del nuovo circolo!
PALMA
Ah, si farà poi stasera?
FLAVIO
(a Salvo) Vedrai che ti persuaderà lei!
SALVO
Non mi persuaderà nessuno!
FLAVIO
Perchè, Palma, a te toccherà d’andar di nuovo dalla mamma.
PALMA
Ma è proprio necessario?
SALVO
No, no, tu andrai, tu andrai...
FLAVIO
Ci son passato adesso e le ho promesso che saresti andata. Non c’è mica bisogno che ti trattenga a lungo.
SALVO
Ecco. Un’oretta! E io t’aspetterò qua, senza rinunziare alla mia delizia consueta!
FLAVIO
Mi fai rabbia, senti!
VENIERO
Ma vedrai che verrà!
SALVO
Non verrò!
PALMA
Ma sì! Lasciatelo stare!
VENIERO
Non possiamo! Non possiamo!
FLAVIO
Capisci che non ci faranno entrare, se ci presentiamo senza di lui?
SALVO
E voi non andate!
PALMA
Un bell’egoismo, dico! Mi toccherà prima andar là...
FLAVIO
Oh Dio mio, una visitina...
PALMA
No, scusa. Se non debbo trovar qui, al ritorno, neanche lui, tanto vale allora che mi trattenga tutta la serata. Mentre voi andate a divertirvi!
SALVO
Stai sicura, cara, stai sicura che mi lascerai qua, e mi ritroverai qua.
A questo punto, MARTINO LORI dalla comune, domanda:
LORI
Permesso?
Tutti hanno un gesto e un moto di fastidio.
FLAVIO
(piano, sbuffando) Oh Dio!
E la conversazione cade subito, mentre il Lori si fa avanti, con esitazione, tra la freddezza generale.
LORI
Buona sera. Disturbo?
PALMA
No, per nulla.
SALVO
Vieni, vieni avanti... Non mi alzo...
LORI
(appressandosi a Flavio, che ha tratto in disparte Veniero per parlare con lui) Buona sera, Flavio...
FLAVIO
(voltandosi appena) Ah, scusi. Buona sera.
VENIERO
Caro commendatore... (gli stringe la mano)
PALMA
(A Lori) Vieni a sedere...
SALVO
Qua, qua accanto a me, Martino.
FLAVIO
(piano a Veniero) Ma sì, è una fortuna! Vedrai che adesso verrà con noi! (E s’avviano tutti e due per il secondo uscio a sinistra)
SALVO
Dove andate adesso voialtri?
FLAVIO
Qua al bigliardo un momento.
PALMA
Saremo subito a cena.
FLAVIO
Vieni, vieni anche tu, Palma, senti...
PALMA
Che cos’è?
FLAVIO
Dobbiamo dirti una cosa... Vieni...
PALMA
Con permesso...
Flavio, Veniero e Palma, via per il secondo uscio a sinistra.
SALVO
(con un sospiro di stanchezza, rimanendo sdrajato sulla poltrona) Ebbene, mio caro vecchio amico?
LORI
(impicciato, mortificato, angosciato, dice per non parere, con un risolino): Eccoci qua... (Poi): Stavate a dire forse qualche cosa che non debbo sapere?
SALVO
No, no, niente. Hanno stasera l’inaugurazione d’un nuovo circolo, e complottano contro di me, che mi son messo a riposo. Come te. Tu, dal Consiglio di Stato; io da tutte le noje mondane, amico mio.
LORI
Anche da queste?
SALVO
Da tutte, da tutte...
LORI
(con rincrescimento sincero e affettuoso) È male, per te. Tu che potresti avere ciò che vuoi...
SALVO
Ah, grazie tante, caro amico. Ne ho già fino alla gola. Per aver qualche cosa, devi dare, dare, dare. Se ti fai il conto poi di quello che hai dato e di quello che hai avuto...
LORI
Certo, sì. Ma appunto per questo io credo, che non si debba calcolare per se stesso il valore di quel poco che s’ottiene...
SALVO
E come vorresti calcolarlo?
LORI
In rapporto a ciò che s’è dato.
SALVO
E non dico questo io? Tira le somme, è un fallimento!
LORI
No, scusa. Per modo, io dico, che a quel poco che si ottiene il valore per noi venga da quanto abbiamo dato. Guaj se per me almeno non fosse così!
SALVO
(seccato da questo richiamo a sè che fa il Lori) Ah, ho capito. Tu parli d’altro adesso.
LORI
È un dare e avere anche questo.
SALVO
Un padre dà sempre tutto!
LORI
E più poco di così... (Vorrebbe aggiungere: «non avrei potuto ottenere» ma il Salvo non gliene lascia il tempo)
SALVO
(interrompendo, con sgarbo, per cangiar discorso) Di’ un po’, di’ un po’, hai liquidato, spero, il massimo della pensione?
LORI
(ferito) Che... che intendi dire?
SALVO
(con indifferenza) Niente. Domando.
LORI
(c. s. e frenando appena l’ansia e l’angoscia che prorompono a mano a mano con foga incalzante, quanto più Salvo Manfroni cerca d’arrestarle con le sue domande e le sue risposte in diverso tono) Tu non facesti mai pesare su me, finora, il tuo grado, la tua dignità...
SALVO
Ma che dici?
LORI
Mi hai trattato sempre con la massima confidenza...
SALVO
Certo...
LORI
Con cordialità.
SALVO
Ma sì...
LORI
Fino a darmi e a farti dare del tu, quando questo poteva impacciarmi, perchè trattando con te io ho veduto sempre nell’amico il superiore.
SALVO
Ma, santo Dio, che discorso mi stai facendo?
LORI
No, no... Lasciami dire! Io soffoco dall’angoscia...
SALVO
Ma perchè?
LORI
Mi domandi perchè? È il modo di trattarmi questo?
SALVO
Ma io sto parlando con te...
LORI
Non dico tu; tutti, qua... Capisco che a lui la moglie è venuta più dalle tue mani che dalle mie...
SALVO
Ma questo, scusa...
LORI
Lo so; dalle mie mani non se la sarebbe presa. C’è troppa disparità di condizione; anche di carattere, d’educazione...
SALVO
Dovevi prevederlo!
LORI
Ma sì, ma sì, è naturale, non può aver piacere di vedermi. Mi respinge!
SALVO
Ma no...
LORI
Se proprio non mi respinge, m’allontana col suo tratto.
SALVO
Scusa, scusa, dovresti capire...
LORI
Che i miei modi, forse sono stati troppo semplici, prima; e che ora sono forse troppo circospetti?
SALVO
(non potendone più) Ma è tutto un modo di agire, il tuo, abbi pazienza, anche di fronte a me...
LORI
(stupito) Il mio?
SALVO
Parliamoci chiaro, amico mio! Certe situazioni s’accettano o non s’accettano, fin da principio. Quando si sono accettate, bisogna sapersi rassegnare; risparmiarsi inutili dispiaceri e risparmiarli anche agli altri.
LORI
Ma se mi sono astenuto e m’astengo quanto più posso dal venire...
SALVO
E ti sembra necessario?
LORI
(c. s.) Che cosa? Venire?
SALVO
Certe volte, con codesta faccia che fai, mi sembra che provi gusto a sconcertarmi. Venire! Nessuno t’ha detto finora di non venire. Vieni, ma con un’aria, con un tono più conveniente, ormai, che renda anche agli altri più agevole il trattare con te...
LORI
Ma mi sembra che io...
SALVO
Tu l’hai presa male fin dal primo principio, te l’ho già detto... e non ci vedo più rimedio ormai! Sarebbe, credi, un gran sollievo per tutti, anche per te, se tu trovassi qualche altro modo... Dico capisci, per il rispetto di te stesso, che preme anche a me di salvare; e non da ora, tu lo sai!
LORI
Sono rimasto solo... Avevo almeno prima il conforto dell’amicizia, di cui per tanti anni tu, venendo ogni giorno a casa mia, avrei voluto onorarmi...
SALVO
Ma mi sembra naturale, scusa, dopo tutto quello che ho fatto, che ora io venga qua!
LORI
Sì, ma... almeno, dico, per l’apparenza... È troppo, via, che anche di fronte a un estraneo io debba essere accolto così...
SALVO
Bongiani è un amico intimo. Caro mio, bisogna valutar bene le cause, per rendersi conto degli effetti. E tu non puoi, perchè non ti vedi. Ti vedo io, e t’assicuro che provochi questa reazione. Capisco, capisco che a chi non sappia nulla, debba o possa apparir troppo. Ma Bongiani sa, ciò che sanno tutti; ciò che, santo Dio, sai anche tu... E perciò ti dico di smettere, di cambiare, come sono cambiate le condizioni...
LORI
E come potrei cambiare?
Entra dal primo uscio a sinistra la SIGNORINA CEI.
SIGNORINA CEI
Ecco, vanno già a tavola, signor senatore.
Dal secondo uscio a destra, vengono fuori PALMA, FLAVIO e VENIERO.
FLAVIO
Subito, subito, Salvo! Bisogna far presto!
SALVO
Eccomi, sì, vengo. (E s’avvia verso l’uscio con Flavio e Bongiani)
PALMA
(a Lori) Se vuoi passar di là anche tu... (indica l’uscio della sala da pranzo)
LORI
No, rimango qua...
PALMA
Tu ceni sempre tardi, al solito?
LORI
Sì, tardi...
FLAVIO
(entrando con Salvo e Veniero nella sala da pranzo) Su, Palma!
PALMA
Eccomi... Rimane qua lei, Gina?
SIGNORINA CEI
Rimango io, sì...
Palma, via con gli altri per il primo uscio a sinistra. Durante la scena seguente si sentiranno a tratti le voci confuse, le risa, l’acciottolìo dei piatti, ecc. dei quattro di là a cena.
LORI
Ma non s’incomodi per me, se ha da fare...
SIGNORINA CEI
No, non ho niente da fare...
LORI
Mi trattengo ancora un poco, perchè vorrei parlare con Palma.
SIGNORINA CEI
(come per proporre un soggetto di conversazione aliena) Ha saputo, commendatore, della nuova onorificenza al signor senatore?
LORI
(sovvenendosi e rammaricandosi della propria dimenticanza) Ah, già! Ho letto la notizia nei giornali... E mi son dimenticato...
SIGNORINA CEI
(piano, come a spegner subito quel rammarico) Lei dovrebbe custodire più gelosamente un certo fascio d’appunti, che sono nella sua scrivania...
LORI
(di scatto, voltandosi, con uno stupore tra iroso e atterrito) Come lo sa?
SIGNORINA CEI
(fredda, placida) Si ricorda quel giorno che venni a trovarla al Consiglio di Stato per domandarle quando sarei potuta venire a ritirare gli ori della sua signora, da lei messi da parte, perchè li portassi qua?
LORI
Sì, ebbene?
SIGNORINA CEI
Lei mi diede la chiave del cassetto della sua scrivania.
LORI
Ah, già! Ma lei allora...?
SIGNORINA CEI
Mi perdoni. Non seppi vincere la curiosità...
LORI
Ma quelli sono gli appunti, il primo abbozzo dell’opera dell’Agliani... Ci avrà capito ben poco...
SIGNORINA CEI
Ho capito tutto, signor commendatore.
LORI
Ma no... Formule, calcoli...
SIGNORINA CEI
Lessi la nota scritta di suo pugno: «A Silvia perchè di là mi perdoni».
LORI
(con sgomento del segreto scoperto e di tutte le conseguenze disastrose, che possono derivarne per il Manfroni) Ah, quella nota... Provai il bisogno di scusarmi con mia moglie...
SIGNORINA CEI
(subito) D’aver lasciato compiere un delitto?
LORI
(con ansia di correre al riparo e, nello stesso tempo di scusarsi) No! Io ho taciuto... (taglia subito la scusa per se, per aggiungere imperioso): e così voglio che taccia anche lei! (e immediatamente, attenuando, con aria e tono di preghiera) me lo prometta, me lo prometta, signorina!
SIGNORINA CEI
Lei è troppo generoso, signor Lori.
LORI
(incalzando nella preghiera, agitatissimo) No, no! Mi prometta che tacerà, glielo chiedo in nome di ciò che ha più di sacro!
SIGNORINA CEI
(per calmarlo, guardando verso l’uscio della sala da pranzo, inquieta) Glielo prometto. Ma non si faccia scorgere...
LORI
Ho taciuto, perchè, a parlare, mi sarebbe parso di commettere anch’io a mia volta un delitto contro chi ripagava il male fatto a un morto, già del resto glorioso, col bene che faceva a mia figlia! (Con orgasmo): Avrei dovuto distruggere quegli appunti!
SIGNORINA CEI
Non lo faccia! Non lo faccia! Salvo Manfroni non sa certamente che lei li possiede.
LORI
Li trovai dopo, dopo che egli, morta mia moglie e contro la volontà di lei, s’era prese e portate via con sè tutte le carte del padre.
SIGNORINA CEI
Ah, quelle sì, egli le avrà distrutte!
LORI
Per carità, per carità, entri nel mio sentimento...
SIGNORINA CEI
Sì, signor Lori. Ma egli abusa odiosamente della sua gratitudine, perchè non sa il male che potrebbe venirgli da lei...
LORI
No, nessun male!
SIGNORINA CEI
Eh, lo so, che lei non glielo farebbe! Ma dico che lui e gli altri qua non lo tratterebbero più così, se sapessero che lei possiede quegli appunti...
LORI
Io li distruggerò!
SIGNORINA CEI
Non lo faccia!
LORI
Creda che glieli avrei io stesso consegnati, se non avessi temuto...
SIGNORINA CEI
Di mortificarlo?
LORI
Eh, più! Lei non sa che cosa è stata per me la scoperta di quegli appunti... non solo perchè ha offeso in me, offuscato tutt’a un tratto la stima, l’ammirazione infinita che avevo per lui; no, no, non per questo soltanto. Lui, in fondo... non lo scuso, no... ma... via, penso che ebbe la debolezza di non saper resistere alla trista tentazione di profittare di tutto quel bene che si trovò ad avere in mano...
SIGNORINA CEI
Ma no, che dice! Ha commesso un’azione...
LORI
Orribile, sì! Ma lo vede? Non ne gode... È così annojato di tutto...
SIGNORINA CEI
Oh, non lo vedo affatto! Almeno qua....
LORI
Ma sì, è così amaro, da tanti anni... Io l’ho conosciuto ben altro! È divenuto sempre più acre... E poi, scusi, non si può dire neppure che si dia vanto...
SIGNORINA CEI
Ostentazione...
LORI
No, no. Per me, la cosa più grave è un’altra. Dico, per ciò che riguarda me; la ragione per cui ho taciuto, pur sentendo che il mio silenzio si faceva complice della frode, davanti a mia moglie morta, così gelosa dell’opera e del nome del padre.
SIGNORINA CEI
Ecco! Non avrebbe dovuto farlo per lei!
LORI
Ma è appunto questo il sentimento, in cui la ho pregata di entrare, per spiegarsi tutto: la mia condotta, i miei modi... Io accetto, veda, accetto come un castigo, come un castigo meritato, il non dover godere di questa vita, di questa fortuna di mia figlia. Mi sono tratto indietro, quanto più ho potuto. Ho caro, quasi, di non essere invitato a parteciparne...
SIGNORINA CEI
Ah, è dunque per questo?
LORI
Sì. Mi parrebbe, veda, di divenir più complice, se ne partecipassi...
SIGNORINA CEI
Sì, capisco.
LORI
Ho la scusa, in questo castigo e nel trattamento che m’è usato — l’unica scusa — o meglio, l’unico mezzo che mi sia dato per pagare il gravissimo debito verso la memoria della mia compagna. Veda, è questo!
SIGNORINA CEI
Già; ma questo può spiegare perchè lei sia così... così tollerante. Ma non scusa mica loro!
LORI
Sì, è vero. E difatti a me premerebbe, che sapessero salvare un po’ meglio le apparenze, per non suscitare... ecco, in lei per esempio, codesto sdegno...
SIGNORINA CEI
Ma è indignazione, altro che sdegno! Tanto più che sarebbe loro così facile...
LORI
Già, sì... E questo, questo ho detto... sì, sì, a lui, poco fa. Glie l’ho detto! E lo ripeterò ora anche a mia figlia, non dubiti. (Di nuovo, con aria e tono di preghiera): Ma lei, signorina...
SIGNORINA CEI
(subito troncando) Zitto! Si levano di tavola!
Rientra in iscena PALMA, la quale, tenendo i due battenti dell’uscio a vetri, parla rivolta verso l’interno.
PALMA
Sì, subito. Tu dunque resti?
LA VOCE DI SALVO
Sì, resto! resto!
VOCI DI FLAVIO E DI VENIERO
(insieme e confuse) No, no! Viene con noi! Viene con noi!
LA VOCE DI SALVO
(dominando le altre due) Nient’affatto! Ti dico che resto!
PALMA
E allora sta bene! (Lascia i due battenti e avviandosi di fretta verso il secondo uscio di fondo, dice alla signorina Cei): Vuol venire di qua un momento, Gina?
Via Palma e la signorina Cei per il secondo uscio di fondo. Lori si alza. Rientrano dalla sala da pranzo, conversando tra loro, SALVO, FLAVIO e VENIERO.
SALVO
Ma sì, certo, ci vuole ogni tanto qualcuno che metta un po’ di confusione nell’ordine della gente savia...
VENIERO
Ma no, perchè confusione?
SALVO
Anche confusione, per far vedere che in tutto quell’ordine c’è polvere di vecchiaja! Ma badate che la polvere che leverete, non impedisca anche a voi di veder poi qual ordine nuovo sia da rimettere!
FLAVIO
Ecco! Benissimo!
SALVO
Caro Bongiani, e quanto alla polvere, non vi illudete: ricadrà sempre, e presto, su codesto vostro ordine nuovo; perchè è del mondo, che è vecchio, questa polvere, (queste parole, quasi cantarellate). E voi vi sciupereste i polmoni a furia di soffiarci su. La solleverete per un po’; tornerà a posarsi su tutte le cose, inevitabilmente. (Accostandosi al Lori e ponendogli una mano sulla spalla) Sei ancora qua?
VENIERO
Ma capirà che con codesta filosofia...
SALVO
No, basta, amico mio. Non ci guastiamo la digestione...
FLAVIO
E allora, andiamo via! Se proprio non vuoi guastartela, scusa... (ammicca furtivamente al Lori, per significare «rimanendo qua, te la guasteresti di sicuro»).
VENIERO
Già! già! Il meglio che le convenga fare, ormai...
SALVO
(come se non udisse, rivolto al Lori) Ma Palma, sai, deve uscire a momenti...
LORI
Tu vai con lei?
SALVO
Io no!
VENIERO
Verrà con noi, lui; è ormai stabilito!
FLAVIO
Andiamo, su! andiamo!
SALVO
Aspettate, perdio! (A Lori) Tu vuoi parlarle?
LORI
Vorrei dirle una cosa...
SALVO
Ma non avrà tempo, credo...
LORI
Oh, non sarà un lungo discorso...
SALVO
(voltandosi agli altri due) Eh, quasi quasi, allora...
FLAVIO
Ma sì! Andiamo! andiamo! andiamo!
VENIERO
Garantito che si divertirà!
SALVO
Quanto a questo poi! (A Lori) Oh, fammi il piacere di dire a Palma ch’io vado con loro.
Saluti reciproci, con molta freddezza; e Salvo, Flavio e Veniero escono per la comune. Lori resta un momento come indeciso, e poi siede sulla poltrona di cuojo, su cui ogni sera è solito sedere, dopo cena, Salvo Manfroni. Momento d’attesa. Poco dopo, dall’uscio della sala da pranzo entra il CAMERIERE e smorza il lampadario, lasciando solo accesi i tre lumi a fusto. La luce bisogna che risulti di molto attenuata sulla scena. Il cameriere si ritira subito. Entra alla fine col cappello in capo e una mantella addosso, PALMA dal secondo uscio di fondo.
PALMA
(dirigendosi alla poltrona e sporgendo di sulla spalliera le mani per cingerle al mento di chi sta seduto, dice piano, teneramente) Papà...
LORI
(subito, con slancio, commosso di riconoscenza) Figlia mia!
PALMA
(nello stupore di non trovar lì Salvo Manfroni non riuscendo a frenare un grido, tra di ribrezzo e di paura, ritraendosi) Ah!... Tu? E come?
LORI
(allibito nella certezza che quell’appellativo non era rivolto a lui) Io... Ma dunque, sei arrivata anche a chiamarlo così, da sola a solo?
PALMA
(esasperata e spinta dallo sdegno per il suo stesso errore a un’estrema risolutezza): Oh, finiamola! Io lo chiamo così, perchè debbo chiamarlo così!
LORI
Perchè t’ha fatto lui da padre?
PALMA
Ma no! via! Finiamo una buona volta questa commedia! Io ne sono stufa!
LORI
Commedia? Che dici?
PALMA
Commedia! Commedia! Ne sono stufa, ti dico! Tu sai bene che mio padre è lui, e che io non debbo chiamare così altri che lui!
LORI
(come colpito in testa, non raccapezzandosi) Lui... tuo padre?... Che... che dici?
PALMA
Vuoi fingere ancora di non saperlo?
LORI
(afferrandola per le braccia, ancora smarrito, ma già con la violenza di ciò che comincia a presentire) Che dici? Che dici? Chi te l’ha detto? lui?
PALMA
(svincolandosi) Ma sì, lui, lasciami, basta!
LORI
T’ha detto che tu sei sua figlia?
PALMA
(ferma, recisa) E che tu sai tutto!
LORI
(trasecolato) Io?
PALMA
(restando alla voce di lui e guardandolo così trasecolato) Ma come?
LORI
T’ha detto che io so? (Di fronte allo smarrimento di lei, quasi vanendo e aggrappandosi alle sue stesse esclamazioni per sorreggersi) Oh Dio... Oh Dio!... Ah che cosa!... (Tornando a prenderle un braccio) Come t’ha detto? dimmi come t’ha detto!
PALMA
(intendendo il senso riposto della domanda, che si riferisce alla madre) Che vuoi che m’abbia detto?
LORI
Voglio saperlo! voglio saperlo!
PALMA
(con rammarico quasi pauroso, e pur quasi cercando di non cedere ancora all’evidenza) Ma dunque non sai davvero?
LORI
Non so nulla! Ti disse che tua madre...? Parla! Parla!
PALMA
Ma io non so... M’accennò...
LORI
Che lei... di’? di’?
PALMA
Ma non so nulla io...
LORI
Ti disse che fu la sua amante?
PALMA
Ma no...
LORI
No? Come no? Se ti disse che sei sua figlia! Vero o non vero questo, se potè dirtelo, è certo che lei... Oh Dio... oh Dio... Possibile? Possibile?... Lei!... Non è possibile! No! Egli ha mentito... ha mentito... ha mentito... perchè... perchè non... non è possibile... che lei... (Come a un baleno) Ah Dio! Ma allora?... No, no... Dio! Ah Dio... tranne che non fosse stato allora! Ah... E come?... e come potè poi?... No, non è possibile!... Lei?... Lei?... Lei?... (Dirà questi tre «lei» con tre diversi toni, pieni dell’orrore, di tre diverse visioni; e alla fine cascherà, come schiantato, a sedere, rompendo in un pianto convulso)
PALMA
(commossa, accostandogli) Perdonami... perdonami... Io non sapevo... Credevo... M’assicurò che a te era noto tutto... Ma tu stesso, per quello che sei stato per me... per ciò che hai lasciato fare...
LORI
(balzando a queste ultime parole, come per un lampo di speranza) Ah, ma dunque forse per questo? Te l’avrà detto forse perchè ho lasciato fare a lui da padre? (E resta a spiar Palma, che col suo atteggiamento lo disillude) No? Ti disse che sei proprio sua figlia? (Per un bisogno istintivo d’offenderla subito) E tu dunque ti sei gloriata del disonore di tua madre? Perchè vuol dire che lei fu la sua amante! E allora... allora per questo m’avete trattato così?
PALMA
Ma abbiamo creduto che tu sapessi!
LORI
Questo? io? potevo saper questo e sopportare d’esser trattato così? e che lui... Ah Dio... fu certo allora... Sì, sì... Dovette essere allora... Sì... L’insegnamento... Voleva riprender l’insegnamento... Diceva che non potevo avere opinioni, io, perchè non avevo nervi... Ecco perchè tutto quell’inferno del primo anno! S’innamorò subito, s’innamorò subito, venuta da Perugia alla morte del padre, si innamorò subito del suo giovane deputato... Eh, perciò tutta accesa, quando venne con lui da me al Ministero, per farsi presentare e raccomandare da lui. Era stato allievo del padre; era ora il deputato... S’innamorò subito di lui — e sposò me! Ma già! Ma ecco... ecco perchè lui, quando fu Ministro, prese me... E io abbagliato, abbagliato da due glorie, da quella del padre, dal prestigio di lui, mio capo supremo, mio padrone, non vidi nulla! non vidi nulla!... E poi vennero fuori quelle carte del padre... — per questo! per questo! — Ma lei s’era già pentita! S’era già pentita! Quando tu nascesti, s’era già pentita! Era mia! era mia! Fu mia da allora, fu mia, mia, mia soltanto, dalla tua nascita alla sua morte, per tre anni, mia, come nessuna donna fu mai d’un uomo! Per questo io sono rimasto così! Non m’accorsi di nulla prima; non era possibile che me n’accorgessi più, dopo! Lo cancellò lei, lei con tutto quel suo amore, ogni vestigio del tradimento. E fu tanto, tanto quel suo amore, che m’ha impedito di scoprirlo anche dopo la sua morte... (Ripigliandosi) Ma come... come hai potuto credere tu che io lo sapessi? Tu m’hai pur veduto, m’hai pur veduto fin da bambina andare ogni giorno alla fossa di lei!
PALMA
Sì... ma... per ciò appunto... io...
LORI
Che cosa?
PALMA
Io non t’ho nascosto...
LORI
Ah, già... il tuo sdegno... Ah Dio, tutti... Ah, dunque per questo?... Il vostro disprezzo... Credevate che io sapessi e mi stèssi zitto? Ma perchè — dimmi un po’ — perchè mi sarei stato zitto, sapendo che tu non eri mia figlia? perchè avrei finto di non accorgermi del vostro disprezzo? Lo vedo, ora, lo vedo, voi mi avete disprezzato. Ma se io sapevo che tu non eri mia figlia, non potevo fingere per un riguardo a te, al tuo avvenire! E allora? Per che cosa? (Pianissimo, accennando più volte a sè con le mani, quasi non osando, non che dire, ma neppur pensare l’orribile sospetto) Per... per me?... per... avvantaggiarmi nella carriera? Mi avete creduto capace di questo? fino al punto d’andar lì ogni giorno a rappresentar quella commedia? (Casca a sedere con le mani sul volto. Poi, balzando in piedi) Ma che essere vile sono io dunque stato per voi?
PALMA
No... non questo... non vile...
LORI
Vile! vile! Ma come! Più vile di così?
PALMA
Ma no, abbiamo creduto che ti volessi ostinare...
LORI
Già... eh sì... tante volte me l’avete detto, che m’ostinavo, che esageravo... Ma sì! Mi avete parlato sempre chiaro, voi! E io perciò non comprendevo... Debbo darvi il merito della vostra franchezza... Me l’avete dimostrato in tutti i modi, il vostro disprezzo!... (Smarrendosi, come alienato all’improvviso da tutto) E dove sono stato io?... Come sono stato?... Oh Dio! Ma allora non sono stato mai nella vita, io... Non m’ha tradito nessuno! Non m’ha ingannato nessuno! Io, io non ho visto... ma sì... sì... tante cose... Oh Dio! ma sì... adesso, adesso mi vengono tutte a mente... (Riafferrato dal dolore, dopo lo sbalordimento, commovendosi di tenerezza per sè stesso così crudelmente offeso) E io l’ho pianta, l’ho pianta sedici anni, io, quella donna! (scoppia di nuovo a piangere).
PALMA
(provandosi a confortarlo) Via... via... su... pensa che...
LORI
Mi muore adesso, mi muore adesso, uccisa dal suo tradimento! Capisci che adesso non ho più nulla, io, che regga in me? Dove sono ora? Che sto a far qui? Tu non sei mia figlia... Io lo so ora. Tu lo sapevi da un pezzo, e me lo facevi intendere da un pezzo con tutti gli altri, ch’era inutile che seguitassi venir qui...
PALMA
No... Io volevo...
LORI
Ma sfido! Hai ora tuo marito e lui — tuo padre — che puoi averlo qua, ora, apertamente. Perciò egli m’ha detto... Ma sì... me l’ha detto poco fa di non star più a venire. E tu lo chiami forse papà, ora, anche davanti a tutti, è vero?
PALMA
No... no...
LORI
Non per me, certo... non per un riguardo a me... Ah Dio, più che cieco, più che cieco... Non sono stato mai nulla, non sono più nulla, non ho più nulla, neanche quella morta, più nulla! (Di nuovo sbalordito, come smemorato) In una illusione ho vissuto senza nessun sostegno! perchè voi tutti me li avete sempre tolti, tolti, perchè vi parevano inutili, e mi lasciavate con scherno, con disprezzo appoggiare a quella morta per la rappresentazione esagerata della mia commedia. Ah, che cosa! (Con scatto di rabbia) Ma almeno dirmelo, allora!
PALMA
Ma scusa...
LORI
Me lo avete forse detto?
PALMA
No, apertamente, mai...
LORI
È possibile anche questo, che voi me l’abbiate detto apertamente, e che io non l’abbia capito. Avete creduto che non ci fosse nulla da nascondermi, poichè io sapevo tutto...
PALMA
Capirai che se minimamente fosse nato il dubbio che tu non sapessi...
LORI
Che io non fossi quel miserabile...
PALMA
Ma no... non dirlo più!
LORI
Ma come fece lui a dirtelo, che tu eri sua figlia? Com’ebbe quest’impudenza d’offendere in te tua madre?
PALMA
Ma me lo disse, quando non mi poteva più offendere, poichè tu gli avevi lasciato il modo di dimostrarmelo, che era mio padre.
LORI
Eh già... io... sì... gli resi anche facile la via. E ora... e ora, basta, eh? ora sono licenziato?
PALMA
Ma no! Perchè? Ora cambia tutto...
LORI
Che cambia?
PALMA
Se tu non sapevi...
LORI
Diventi mia figlia, perchè non sapevo?
PALMA
No, ma cambia, è già cambiato il mio sentimento per te!
LORI
Ma non sai tu che io ora... ora, io, io... sì! posso far cose, io... io...
PALMA
Che cosa?
LORI
Cose... cose che io stesso non so... Io sono come... come tutto vuotato... Non ho più nulla in me... E andando via di qua, quello che... quello che può nascere in me, io non lo so... Io... io...
PALMA
Ma siedi... siedi, siedi qui... Tu tremi tutto... Siedi. (Lo fa sedere sulla poltrona; gli s’inginocchia davanti, pietosa, premurosa) Io posso esser per te quella che non sono stata finora...
LORI
(voltandosi con scatto ferino) E lui?
PALMA
Che vorresti più fare ora contro di lui?
LORI
Perchè m’ha pagato?
PALMA
No!
LORI
Sì. Pagato la moglie; pagato la figlia...
PALMA
No... no...
LORI
Come no? La mia devozione... Era come il sole per me!
PALMA
Io dico dopo tanti anni...
LORI
(d’un tratto sorpreso da una visione lontana che lo fa fremere tutto) Che cosa sto vedendo... Senti. Morta. Io ero come un insensato. Morta in tre giorni, per causa sua, per aver voluto portar te, piccina di tre anni, a un circo equestre... D’inverno, prese freddo all’uscita, e in tre giorni... quand’era già mia, tutta mia, e non voleva più ch’egli ci venisse in casa, e se la prendeva con me, che non avevo il coraggio d’impedirglielo... — ma tu capisci: era stato il mio superiore — mi... mi morì allora! Io rimasi... non so, come sono adesso... vuoto. Ebbene, lui mi cacciò via dalla camera mortuaria, mi forzò a recarmi da te che volevi la tua mamma. Mi disse che sarebbe rimasto lui, a vegliare. Mi lasciai mandar via; ma poi, nella notte, ricomparvi come un’ombra nella camera. Lui era lì, con la faccia affondata nella sponda del letto, su cui giaceva lei tra i quattro ceri. Mi parve dapprima che, vinto dal sonno, avesse reclinato la testa inavvertitamente; poi, osservando meglio, m’accorsi che il suo corpo era scosso a tratti, come da singhiozzi soffocati. (Si volta a guardar la figlia, sbalordito ora di questa tracotanza del Manfroni) La piangeva, la piangeva, là, sotto i miei occhi... E io non capii, tanto ero ormai sicuro dell’amore di quella morta là, e di lui. Il pianto, che finora non aveva potuto rompermi dal cuore, assalì furiosamente anche me, allora, vedendo pianger lui. Ma di scatto egli allora si levò, e com’io, convulso, gli tendevo le mani per abbracciarlo, mi respinse, mi respinse con rabbia, a spintoni nel petto; e io ricaddi nel mio stordimento e pensai che fosse l’orgasmo del rimorso, e che non potesse vedermi piangere, perchè il mio pianto lo accusava della sciagura che mi aveva cagionato. Ah, ma quel pianto me lo paga! me lo paga, ora! (Si alza, furente, per andarsene. Palma lo trattiene. Le battute seguenti si succederanno con la massima concitazione).
PALMA
Ora?
LORI
Io lo so ora!
PALMA
Ma è assurdo, che dopo tanto tempo, scusa... Dove vai?
LORI
(come un pazzo) Non lo so...
PALMA
Che pensi di fare?
LORI
(cercando di svincolarsi) Non lo so.
PALMA
Rimani ancora qua.
LORI
No... no...
PALMA
Sì, a parlare ancora qua con me...
LORI
Con te? E perchè più?
PALMA
Ma sì, posso esser per te quella che tu mi credevi...
LORI
Per paura?
PALMA
No!
LORI
Per pietà?
PALMA
No!
LORI
Nulla tu per me, nulla io per te, più nulla. (Si svincola e la respinge da sè) E se sapessi come lo sento adesso, tutt’a un tratto, che sono tanti anni, di questo nulla!
TELA