INDICE

[Prefazione] alla seconda edizione Pag. 1
[Prefazione] alla prima edizione 5
[Capitolo I.] — Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause generali comuni agli altri paesi d'Europa, cause italiane e cause speciali locali 17
[Capitolo II.] — Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di marzo 1848 40
[Capitolo III.] — Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di barricate 51
[Capitolo IV.] — Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila — Combattimento e morte del giovine Broggi — L'autore si reca alla provvisoria residenza del Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli 69
[Capitolo V.] — L'autore con Augusto Anfossi, capo dei combattenti, si recano al Comando Generale nella via di Brera per intimare la resa ad un battaglione di Ungheresi, ma senza frutto — Alla sera del 19 l'autore è chiamato a giudicare uno scritto del vice Presidente O'Donnell, ritenuto prigioniero in casa Taverna, sede del Municipio — Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed il Duomo; l'autore reca la prima bandiera tricolore sul Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo Provvisorio 88
[Capitolo VI.] — La sera del 20 marzo l'Anfossi coll'autore e con tre altri combattenti, si recano sul campanile di S. Bartolomeo — È instituito un Comitato di difesa, e l'autore è chiamato a farne parte come Capo delle pattuglie; sue osservazioni in contrario; sua accettazione — Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo 106
[Capitolo VII.] — Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki; si chiama a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di Difesa — Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere a dovere la direttrice dello stabilimento d'educazione di S. Filippo — Sua visita allo stabilimento Castiglioni 120
[Capitolo VIII.] — La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome del Governo 130
[Capitolo IX.] — Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne per tale scopo — Progetto d'una sorpresa a S. Eustorgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà 146
[Capitolo X.] — I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo postumo — Suo colloquio con un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio e del Tonale — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano 160
[Capitolo XI.] — L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua missione — Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate, celebrate nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio, Miani, fornisce all'autore lo schiarimento intorno ai Tedeschi che entrarono nel Genio nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora quell'avvenimento, che era sempre stato per lui un enigma 177
[Capitolo XII.] — Narrazione particolareggiata dell'avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo 188
[Capitolo XIII.] — L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di Milano durante le Cinque Giornate rapporto alla circolazione, al vitto, alla sicurezza, non che intorno al contegno del bel sesso 196
[Capitolo XIV.] — Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco — Narra un fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio 209
[Capitolo XV.] — Dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in tutta la Lombardia nei primi due mesi — Esercito delle Alpi — La divisione lombarda e Luciano Manara — Combattimento di Goito dell'8 aprile — Entusiasmo generale — La leva — Nuova missione nella Valtellina data dal Governo Provvisorio all'autore — Plebiscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad assoggettarsi a sacrifici 219
[Capitolo XVI.] — L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al campo ed entra nell'esercito sardo — Descrizione intorno alla parte presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed influenza esercitata da Pio IX 229
[Capitolo XVII.] Conclusione. — L'autore entra in alcuni particolari intorno all'andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il rimedio debba venire da una maggiore attività da parte dei cittadini indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita l'esempio dei grandi uomini che contava Milano nella fine del secolo passato — Tocca delle grandi questioni sociali che minacciano la civiltà e chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi occupare un po' più degli affari pubblici 246
[AGGIUNTE ALLA SECONDA EDIZIONE]
RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE
DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA.
[Capitolo XVIII.] — Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere l'esercito piemontese — Il quartier generale viene trasferito a Marmirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza — Ritirata su Goito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — Deputazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale Hess 269
[Capitolo XIX.] — Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata — Sofferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati — Episodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa della linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su Piacenza — Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Milano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale viene stabilito in Casa Greppi — Il mattino del 5 agosto l'autore si reca al quartier generale — Ostacoli che incontra presso il palazzo Greppi — Ivi apprende l'armistizio conchiuso nella notte — Una deputazione di cittadini si presenta al re Carlo Alberto — Sua deliberazione di difendere Milano — L'autore è incaricato di stendere il Manifesto — Effetto che produce la sua pubblicazione — Impossibilità della difesa dimostrata dai Capi di Corpo — Il podestà Bassi viene per far presente i pericoli d'una ripresa d'ostilità — Il re Carlo Alberto si rassegna e fa riprendere le trattative per l'armistizio — Scene avanti il palazzo Greppi — L'autore sorte a notte avanzata per liberare il Re conducendo due battaglioni delle Guardie accampate fuori Porta Romana — Il colonnello Alfonso La Marmora sorte di sua spontanea volontà e conduce da Porta Orientale un battaglione della Brigata Piemonte ed una compagnia Bersaglieri e libera il Re — Pochi minuti dopo arriva l'autore coi due battaglioni — Ha ordine di proteggere quanti ancora si trovano nel palazzo Greppi 295
[ALLEGATI.]
[Allegato I.] — La questione della bandiera — Lettera di Luigi Torelli — Risposta del Commendator Fava — Lettera di Achille Mauri 335
[Allegato II.] — Lettera al Comm. Maurizio Farina, ecc. 345
[Allegato III.] — Vicende dell'originale del Manifesto 5 agosto 1848 del re Carlo Alberto in Milano 349

PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

Questa seconda edizione[1] si presenta aumentata di alcuni particolari intorno alla ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza del 25 luglio 1848 ed alla terribile giornata del 5 agosto successivo in Milano.

Il periodo storico che comincia colla dichiarazione di guerra del 23 marzo 1848 del Re di Sardegna all'Imperatore d'Austria e termina coll'armistizio di Milano del 6 agosto detto anno, è fra i più interessanti nella serie complessiva delle campagne per l'indipendenza italiana i cui estremi sono il già menzionato 23 marzo 1848 ed il 20 settembre 1870.

Il primo periodo si suddivide alla sua volta, in due ben distinte fasi; l'una comprende i giorni fausti di successi e liete speranze, l'altra, i giorni di sventura, i giorni di scoraggiamento, di dolore.

I ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano rischiarano, ossia tendono a rischiarare l'avvenimento principale del periodo felice e quello che narrai, poco di certo, quello è vero, non teme contraddizione.

Queste aggiunte risguardano il periodo di dolore.

Ciò che narro è avvenuto sotto i miei occhi, e posso garantire con piena sicurezza.

Limitato entro questi confini non può esser molto, ma quello che è, sia pur poco è scrupolosamente vero, il futuro storico può prenderlo come buon materiale.

Ho voluto aggiungere una breve appendice che potrà sembrare a taluno forse un po' troppo personale, relativa alle vicende del Manifesto del 5 agosto del Re Carlo Alberto, ma si conceda qualcosa anche ad un uomo che in quella terribile giornata, fu posto a durissime prove e sentì grave il peso della pubblica sventura.

Torino, il 24 giugno 1883.

Luigi Torelli.

PREFAZIONE DELLA PRIMA EDIZIONE

La sollevazione di Milano del 1848, che la storia ha consacrato sotto il nome delle Cinque Giornate, fu uno degli avvenimenti più importanti di quell'anno sì memorabile, tanto pel fatto in sè stesso, quanto per le sue conseguenze. Ventisette anni[2] sono decorsi da quello, e molti di coloro che furono attori principali in quel terribile dramma, sono scomparsi dalla scena. Frattanto una generazione intera è sorta, la quale fu completamente estranea a quei fatti e comprende quanti oggi non hanno oltrepassato i 35 anni, poichè non è certo ad 8 o 9 anni che si possa, non che prendervi parte, nemmeno afferrare il concetto di siffatti avvenimenti, in guisa da potersene chiamare testimonii. Assai più ristretto ancora è il numero di coloro che furono non solo contemporanei ma attori; l'una e l'altra di queste classi va assottigliandosi ogni anno per far luogo a coloro per i quali quel fatto non è più che un ricordo storico, che apprendono dai libri o dalla tradizione popolare.

L'avvenimento stesso poi soggiacque alla legge generale dei grandi fatti storici; più si allontana l'epoca nella quale ebbero luogo, più ne scompaiono i particolari e se ne veggono solo i grandi contorni. Quindi esso dovette cedere parte del posto che occupava agli avvenimenti successivi, i quali reclamarono alla loro volta dalla storia di essere collocati anch'essi nel suo gran libro. Non pertanto se havvi avvenimento che pure meriterebbe di essere conosciuto anche ne' suoi particolari più minuti è quello delle Cinque Giornate di Milano, il quale fu così straordinario che conserverà sempre un'attrattiva speciale per chiunque si diletta di particolarità storiche, ma sopratutto pei Milanesi. Or si può egli dire che esista una storia genuina, scevra di esagerazioni od errori? Non lo credo e non è difficile il rintracciarne la causa. Un avvenimento è tanto più facile ad essere alterato quanto più colpisce l'immaginazione e giunge inatteso ed inesplicabile. Tale fu per l'Europa intera l'annuncio della ritirata delle truppe austriache dopo la sollevazione di Milano. Il fatto non poteva rivocarsi in dubbio, ma conveniva spiegarlo. Il generale che comandava l'esercito austriaco era provetto guerriero e godeva fama di valente; l'esercito poteva ben essere inviso agli Italiani come istromento di oppressione, ma essi e molto meno gli estranei non l'avevano in conto di poco animoso od inetto a combattere; una spiegazione ci voleva e pronta; e quindi col primo annuncio, col primo spandersi della fama del grande avvenimento alla narrazione dei fatti veri si mescolarono fatti supposti ed esagerazioni che si ripeterono anche in buona fede e spesso ancora nel ripetersi vennero ingrandite. Molti fra gli attori principali già nei primi giorni dopo il fatto abbandonarono Milano per recarsi a combattere la guerra sia come volontari, sia come arruolati nell'esercito sardo e pur troppo molti più non tornarono. All'opposto altri che dell'avvenimento volevano trarre vantaggi personali magnificarono la parte da loro presa, scrivendo o facendo scrivere ogni genere di stravaganze. I fogli pubblici di Europa erano ancor pieni di simili descrizioni quando sopravvennero i rovesci che cambiarono totalmente la scena; i vinti si dispersero ai quattro venti ed i vincitori non si contentarono di mettere in evidenza le esagerazioni, ma negarono anche i fatti veri, li spiegarono a modo loro, sì che la verità oscurata prima dagli uni, lo fu dappoi anche dagli altri. Per undici anni circa il vincitore tenne ancora il campo, e ben si comprende come in quel periodo di tempo non potessero venir pubblicate storie genuine nel luogo stesso che fu teatro dei fatti. Fuori di esso, e sopratutto là dove stavano a rifugio gli emigrati, non si mancò di rispondere a quelle menzognere pubblicazioni, nè furono pochi gli scritti che allora comparvero in Piemonte ed altrove; ma la passione domina quegli scritti; essi sono pieni di recriminazioni e di reciproche accuse dei diversi partiti politici; la serenità, la calma che vuole la storia, vi si cerca invano. Allorquando poi la fortuna delle armi arrise di nuovo all'Italia ed il campo d'azione dei fatti del 1848 fu reso libero, altri gravissimi avvenimenti occuparono l'attenzione pubblica, circondati dall'aureola di più durevole vittoria.

È facile il comprendere da questo complesso di circostanze come abbia dovuto essere difficile che si trovasse uno storico, il quale fosse in grado di tessere una genuina narrazione che ricordasse uomini e fatti meritevoli di memoria ma scevra di ogni esagerazione. Eppure, sia permesso ripeterlo, l'opera sarebbe veramente meritoria. Da queste premesse potrebbe forse taluno dedurre la conseguenza che io mi accinga a colmare la lacuna che ho segnalata; ma sono ben lontano da tale pretensione; già il titolo di questo mio scritto indica che il mio intendimento è assai più modesto; esso mira a somministrare ad altri qualche elemento di storia. Io voglio narrare que' fatti dei quali fui testimonio oculare e ad alcuni dei quali ho preso parte. Non ammettendo transazione alcuna colla verità se dev'essere elemento di storia, non assumo la garanzia che di quanto posso accertare io stesso. Il campo è molto ristretto, ma io non mi sento in grado di allargarlo; per quanto può esser accettevole un compenso, spero che se ne troverà uno nella certezza che quanto qui si narra è vero; e la verità ha tale potenza che rende buoni anche gli scritti mediocri, come la mancanza di tal qualità non redime quelli che solo vogliono accreditarsi colla ricercatezza delle frasi o le lusinghe dello stile. Un fatto alterato non è più che la caricatura del fatto e la storia severa lo ha per un insulto. Come potrei con tali principî assumere la garanzia di narrazioni di fatti già esposti diversamente dagli uni o dagli altri, mancandomi gli elementi per esser giudice? Non volendo correre il pericolo di errare conviene che mi restringa nel campo limitato di quanto posso dire senza tema di fondata contraddizione.

Ma perchè mai, si potrebbe chiedere, avete aspettato ventisette anni a narrare cotesti fatti? Non è egli possibile che sì lungo spazio di tempo abbia affievolita la vostra memoria intorno a taluno di essi e che, anche non volendo, siate caduto in errore?

La dimanda è così giusta e naturale che volli prevenirla e rispondervi.

La parte che avevo preso nel predisporre gli animi de' miei compaesani al tentativo di liberarsi colla forza dalla dominazione straniera e quindi la parte presa nella lotta stessa di Milano, mi obbligarono ad emigrare e mi stabilii a Torino. Libero da ogni vincolo obbligatorio non fu il tempo che allora siami mancato ma la spinta e la volontà. L'esito finale del 1848 era stato infelice ed io non poteva rammentare quegli sforzi, quel sangue versato, quei sacrifici d'ogni genere che la nazione aveva sostenuto, senza un sentimento di dolore, perchè erano stati sostenuti indarno. Quando poi gli avvenimenti del 1859 riaccreditarono anche quelli del 1848, e permisero che entrassero essi pure quali fattori dell'indipendenza d'Italia, allora non fui più libero del mio tempo reclamato da speciali doveri che mi vincolarono fino al 1866. Ora avvenne che trovandomi io a Milano nei primi mesi di detto anno, volli rivedere i luoghi ove erano seguìti alcuni fatti ai quali io avevo preso parte. Non posso esprimere quale fu la mia sorpresa nello scorgere con quanta fedeltà la mia memoria aveva conservato quei ricordi. Alcuni di quei luoghi li aveva veduti in quell'occasione per la prima volta e taluni solo di notte; or bene se in luogo di 18 anni da quell'epoca fossero decorsi solo 18 giorni, l'impressione non poteva essere più viva, sì prontamente io li riconosceva. Fui tentato di ascriverlo ad una felicità straordinaria di memoria; ma l'illusione non durò a lungo, perchè recatomi, fra gli altri luoghi sul campanile di S. Bartolomeo, accompagnato da quel sagrestano medesimo che in una certa notte delle cinque giornate mi aveva pure seguito colassù, trovai che rammentava anch'esso con tutta precisione ogni anche più minuta circostanza, di quanto allora era occorso, mentre nel resto era proprio un vero tipo di sagrestano. Da ciò mi venne facile il convincermi che il fenomeno di sì fedeli ricordi non deriva già da privilegiata memoria, sibbene dalla circostanza che gli avvenimenti straordinarii, assorbendo ogni facoltà dell'animo, si imprimono con tal forza nella mente da conservarsene fedele e perenne la memoria. Non pertanto quella prova era riescita rassicurante e concepii allora l'idea di scrivere questi Ricordi. Se non che io non seppi rimaner fedele alla determinazione di mantenermi libero da ogni pubblico incarico; altro ne accettai che mi tenne vincolato fino al 1872, quando finalmente, libero davvero, diedi seguito alla mia determinazione di sei anni addietro.

Mi sia però concesso d'invocare il lungo tempo decorso come prova del non essere stato spinto da vanità. Certo la mia narrazione potrà venir qualificata un brano di autobiografia, ma se l'amor proprio avesse avuto predominio su di me, avrei scritto questi Ricordi molti anni prima e quando il tempo era tutto a mia disposizione. Ben comprendo come l'essermi esclusivamente ristretto ai fatti dei quali posso dar guarentigia sia il lato debole del mio lavoro; ma ripeterò ancora, che non ho scritto la storia delle Cinque Giornate, ma ho solo somministrato alcuni elementi certi ai futuri storici.

Non sarà forse inutile, per i pochi almeno che mi leggeranno, che faccia un cenno anche del modo col quale io procedetti, nel mio lavoro; il che darà ragione anche di qualche lacuna che vi si trova.

L'ordine cronologico nel quale si sono avverati i fatti è quello che io ho seguito, ma nell'accertar questo io non ammisi altro elemento, non volli altro soccorso che quello della mia memoria. Una carta topografica di Milano di quell'epoca, per richiamare i nomi di qualche via secondaria, è tutto il corredo del quale mi sono servito. Io avrei potuto interrogare non poche persone di mia conoscenza intorno a determinati fatti che non mi parevano ben chiari, ma il timore che aggiungendo essi nuove circostanze ch'io più non poteva verificare, alterasse in me quella norma indeclinabile di non dire che quanto rammentava io stesso, fece sì che mi astenni da ogni interpellanza, preferendo o tacere, o dispensarmi dall'entrare in maggiori particolarità. Lo stesso devo dire dei nomi delle persone; di molte colle quali mi sono incontrato non conobbi mai il nome, e di quello d'altre allora conosciuto non seppi più risovvenirmi. Ora io ho preferito confessare la dimenticanza piuttosto che voler tentare di indicare tai nomi dopo 27 anni, poichè se fossi caduto in errore intorno al nome della persona, potevasi dubitare anche del fatto; infine io ho subordinato tutto alla condizione che deve campeggiare nel mio scritto, la verità.

È più specialmente presso i giovani che io vorrei trovar buona accoglienza. L'avidità di apprendere alcuni particolari di quelle memorabili giornate, dimostratami da taluni di essi, l'ebbi quale buono augurio e forse contribuì a farmi risolvere a scrivere questi Ricordi. Difficilmente si ripetono gli stessi fatti; ma le passioni umane essendo sempre le medesime possono generare circostanze egualmente difficili; or siccome in quei giorni fu necessario alla popolazione milanese spiegar coraggio, sobbarcarsi a privazioni e sacrifici, e ne uscì con gloria ed onore, è pur bene che i posteri abbiano avanti agli occhi quell'esempio de' loro padri e lo seguano.

Milano, 10 novembre 1874.

L. T.

CAPITOLO PRIMO

Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause generali comuni agli altri paesi d'Europa, cause italiane e cause speciali locali.

Il voler dare un'idea della sollevazione di Milano del marzo 1848, senza premettere alcuni cenni intorno alle cause che la generarono, sarebbe cosa irragionevole, anzi assurda. Un avvenimento così grande non poteva aver luogo senza cause o spinte adeguate, ed il conoscere queste è indispensabile anche per farsi ragione dei fatti medesimi; se non che questa investigazione preliminare non è cosa facile, e tanto meno poi l'assegnare alle diverse cause la parte che loro spetta e determinare come s'intrecciarono e come l'una reagì sull'altra. Non pertanto è giocoforza incominciare con simile investigazione, ed io mi studierò di venirne a capo colla maggior brevità possibile.

Credo sia difficile il solo annunciare tutte le cause che hanno contribuito a produrre quell'avvenimento, ma esaminando l'effetto di ciascuna, credo che si possa dire che talune furono generali, ossia cause che conviene cercare nello spirito dominante del tempo, non già solo in Italia, ma nell'Europa intera; altre possono dirsi italiane, altre infine locali.

Coloro che hanno vissuto in quell'epoca non dureranno fatica a richiamare alla mente quello stato di cose, quell'insieme veramente eccezionale, che presentò non solo il 1848 ma già prima tutto il 1847. Ad un periodo di apparente ristagnamento politico ed al progresso regolare ma senza scosse nello sviluppo delle idee di libertà ed indipendenza, come nello sviluppo delle industrie e del commercio dell'intera Europa, che durò una generazione intera, ossia dal 1815 al 1845-46, subentrava un altro periodo che doveva comprendere esso pure lo spazio di una generazione, ma di un'attività e di un progresso straordinario che si svolse su ben altra scala, e dal lato politico e dal materiale.

Per quanto vasto sia il campo della storia che si misura a secoli, egli è indubitato che il trentennio che passò dal 1843-44 al 1873-74 rimarrà, fra i più memorabili nella storia per i grandi mutamenti sociali in tutta l'Europa, che cambiarono non solo la sua carta politica, ma le relazioni fra popolo e popolo, e modificarono usi ed abitudini penetrando da per tutto, influendo su tutto.

È in quel periodo che cade, non già l'invenzione, sibbene l'esecuzione delle strade ferrate sopra scala grandissima non mai sognata come possibile al principio del periodo medesimo: lo stesso dicasi del telegrafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono a ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltiplicazione di forze morali nell'ideare, concretare ed eseguire piani ed opere comuni, nello scrutare e studiare le leggi della natura. Alle scoperte della scienza tennero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle arti e nelle industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto si mosse, si rimescolò con celerità ignota al passato.

Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel complesso parmi che non si debba dubitarne, ma meno d'ogni altro dovrebbe dubitarne un Italiano, poichè in questo periodo di tanti rivolgimenti politici e materiali, il popolo che alla fine di esso si presenta sulla scena coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano. — L'Italia indipendente ed una. — Che ciò potesse essere, anzi che fosse nel desiderio di molti, ben si comprende; ma che sul serio, or sono trent'anni, si ritenesse fra le cose di probabile attuazione, non havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. — Che più? Questo stesso periodo così lungo nella vita d'un uomo, così breve nella vita d'un popolo ci presenta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853 quando l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando fallito il sublime tentativo del 1848 e morto in lontano volontario esilio il suo attore principale, l'Italia aveva veduto insediarsi di nuovo sui loro troni gli antichi principi a nulla più intesi che a prevenire i casi che li avevano balzati di seggio, o costretti a far concessioni liberali ai loro popoli; chi mai, ripeto, avrebbe detto in quell'anno che, non sarebbe corso nemmeno un decennio e que' principi sarebbero definitivamente scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i loro Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta dalla potentissima Austria e un'altra piccola per estensione, ma grande per importanza, lasciata al Papa per un pregiudizio secolare diviso da nazioni intere, della necessità, cioè, per la religione cattolica che il suo capo sia anche principe temporale? Stando a ciò che chiamasi l'opinione pubblica, a quei giudizî che la moltitudine degli uomini suol pronunciare sull'appoggio dei fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe dovuto presentare minori probabilità per l'unificazione d'Italia, che non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sono leggi e forze morali che fanno il loro corso e direbbesi perfino malgrado i propositi degli uomini. Se fu mirabile la soluzione della questione italiana nel 1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866 e del 1870, quando non per forza e virtù nostra, ma per avvenimenti che si verificarono in terra straniera, si potè compiere l'indipendenza o l'unità d'Italia, quando così le vittorie come le sconfitte di due grandi nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza di quelle si sciolse anche la secolare questione del potere temporale del Papa; fatto che a molti parve sì grave che durarono fatica a credere nella sua stabilità e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non fosse più lecito un ragionevole dubbio.

Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta fortuna. Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi di ricchi patrimonî facilmente li sciupino, ignari delle fatiche che costarono a chi li raccolse, può darsi pure il caso di nazioni, che non sappiano valutare o peggio anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e della libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se ognuno che è chiamato a reggere la cosa pubblica in grande o piccola sfera tenesse del continuo presente lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse la dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio di dominatori anche nazionali, la maggior parte ben peggiori dello straniero! La storia è chiamata a tale ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia imparziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la missione di questi più che altro è quella di prepararne i materiali genuini sì che i posteri, quando saranno scomparsi dalla scena tutti gli attori di ogni ordine, possano scevri di passione giudicare freddamente degli avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero parte attiva.

Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto; ma non che aspirare a far breccia, io vorrei solo mostrare chiaramente il nesso che lega anche il fatto dell'insurrezione di Milano alla storia generale dell'epoca; esso fu un episodio della medesima e si può descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o male assai, se staccare si volesse dall'insieme o spiegare con ragioni eccezionali che non trovano la loro soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio che conta pagine sublimi; episodio che i rovesci sopravvenuti alle armi italiane del 1848 avevano relegato fra i fatti degni piuttosto di scusa e di pietà che di ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi italo-francesi ha rimesso in onore.

Il principio della nazionalità come base degli Stati può dirsi aver fatto tanto più cammino quanto più si allontanò l'epoca del celebre congresso di Vienna del 1815, che lo aveva non solo posto in non cale, ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di Napoleone I era troppo spossata per reagire contro i principii messi innanzi e recati in atto dalla così detta Santa Alleanza; essa aveva bisogno anzitutto di pace, e quanto a libertà, benchè vivessero ancora molti fautori delle idee proclamate dalla Repubblica francese, erano queste state stranamente alterate nel concetto dei popoli, prima dagli eccessi dell'epoca repubblicana e poi dal regime napoleonico glorioso, ma despotico in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i nuovi dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello di Verona del 1822, provocato dai moti d'Italia e di Spagna, riconfermarono in modo solenne i principii del 1815 aggiungendovi la sanzione del fatto coll'intervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa Alleanza credettero sul serio d'aver trovato il mezzo di frenare il corso degli avvenimenti; sognarono un eterno statu quo, assumendo in comune la speciale missione di combattere le idee di libertà e nazionalità. Ma colla forza materiale non si vincono le idee; esse hanno la loro forza espansiva, e quando sono pervenute a far le loro conquiste morali, allora si trova anche la forza che le vuol effettuare, allora comincia la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda delle vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle riscosse; ogni fase conta le sue vittime, ma l'idea cammina e non si ferma finchè non trovi una condizione di cose che valga a tradurre le idee in fatti. Per quanto formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per quanto severa si esercitasse la censura onde impedire che gli scritti intorno ai diritti dei popoli, all'indipendenza ed alla libertà si spargessero, non fu possibile l'impedire che quel tema divenisse dominante, allorquando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo il congresso di Verona. Non furono certo i sovrani collegati che le fecero il buon viso, ma già sì potente era l'opinione pubblica in Europa che non ardirono affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la propria indipendenza? Da ogni parte d'Europa si mandarono a quei sollevati soccorsi di uomini e di denari; non havvi nazione che non conti i suoi morti nei volontari che accorsero su quella terra illustrata da sì gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece scudo a quanti favorivano quell'insurrezione, ma costrinse i governi medesimi a prendervi parte e fra questi il russo che pareva il giustiziere della Santa Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta l'impronta della mala volontà de' governi predominati dall'idea del pericolo. Si costituì un nuovo Stato, un regno di 800,000 abitanti con un debito enormissimo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì che la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne colà mai risoluta, e fu l'ostacolo principale allo sviluppo che attendevasi da quella nazione.

Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio di libertà ed indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri celebrarono la risurrezione della Grecia che veniva a prendere posto fra le nazioni rette a governo libero e costituzionale, talchè consacravansi col fatto ad un tempo i due principii di indipendenza e libertà. Poco dopo la casa dei Borboni, dominatrice di Francia, alla quale pareva che la libertà vi trasmodasse, si avvisò di frenarla, e il tentativo bastò a far rovesciare in tre giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse in loro soccorso. Nè gli avvenimenti si fermarono a quel punto, ma il Belgio, insorto poco dopo contro la dominazione dell'Olanda in nome della propria nazionalità, venne soccorso dalla Francia senza che i sovrani che avversavano quel principio tentassero d'impedire un sì grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei più interessati al felice svolgimento d'ogni idea di nazionalità era il popolo italiano. Quantunque il regno di Napoleone I fosse stato breve e despotico, non pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa per formar valenti soldati, e quella per formar buoni amministratori non mancava all'Italia. Dopo il corso di più secoli ne' quali il solo popolo piemontese che costituiva non più di un quinto della famiglia italiana durò sempre ad essere belligero, l'Europa vide truppe italiane segnalarsi sui campi di battaglia in Germania, in Spagna ed in Russia. L'Italia ebbe il sentimento della propria forza e concepì la speranza d'una esistenza autonoma allorquando la pace del 1815 rovesciò l'opera napoleonica e rimise in trono gli antichi sovrani che tosto si accinsero ad annullare ogni ordine, ogni provvedimento, che proveniva dal governo ai loro occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro facoltà d'estinguere il nuovo sentimento di libertà ed indipendenza, che s'era acceso ne' petti italiani, e che ben lungi dall'affievolirsi per le persecuzioni, più si rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi d'un passato non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un'agitazione che mise capo ai moti del 1821 e dopo la loro repressione, indi a un decennio, esplose colla sollevazione delle Romagne del 1831. Come venisse soffocato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani accorsi sotto la bandiera de' sollevati, si contassero due giovani principi, figli di Luigi Bonaparte, già re d'Olanda e della regina Ortensia; i fratelli Carlo Napoleone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccombeva a un'infiammazione per eccesso di insolite fatiche a Forlì il 17 marzo 1831; il secondo era riservato a ricomparir sulla scena non dell'Italia sola, ma dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straordinaria fortuna e potenza e di non meno straordinaria sventura.

Ai moti infelici del 1831 subentrò una calma apparente in rispetto a nuovi tentativi a mano armata, ma più intenso invece e più generale divenne il lavoro di diffusione delle idee di libertà e di indipendenza per mezzo della stampa, che assunse il carattere d'una vera propaganda. Sotto tale rapporto non vuolsi passar sotto silenzio un cambiamento essenziale che potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio avviso, contribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cambiamento fu l'abbandono della via delle congiure per entrare in quella d'una lotta a viso aperto, dacchè man mano si procacciò d'infondere nelle masse il sentimento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse fare appello alla forza, il giorno nel quale si sarebbe chiesto ai concittadini sangue e sostanze, li trovasse ben informati e già caldi per la causa nazionale. Non è mio scopo l'entrar qui in particolarità di citazioni, ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di Cesare Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente quella via colla sua opera Le Speranze d'Italia. Quel libro mostrò a tutti quelli che tenevano dietro alla questione della redenzione dell'Italia, quanto cammino essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia dal 1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era già a quell'epoca il Balbo, appartenente all'alta aristocrazia del Piemonte, stampa nella capitale[3] di quello Stato un'opera nella quale si discute pacatamente la probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi, la possibilità che l'Italia possa ricuperare la propria indipendenza. Evidentemente una grande modificazione doveva già essere avvenuta nello spirito dello stesso governo, e siccome allora il governo si identificava colla persona del sovrano, era impossibile che questi ignorasse quella pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel sovrano, benchè solo di piccolo Stato, disponeva di un esercito nazionale e sebbene le gloriose tradizioni militari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro, erano tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola di gloria l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso popolo e guidato allora, come per lo addietro, in gran parte dall'aristocrazia del paese, l'unica in tutta Italia che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire quanto ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla storia avevano appreso come un governo potente non abbandoni un paese soggetto che costretto dalla forza e quindi sul campo di battaglia, ove hanno principio e fine le dominazioni straniere. Le speranze non potevano più dirsi aeree; non si trattava più di disegni preparati da pochi nel silenzio che scoppiando ad un tratto sorprendono le popolazioni le quali chiedono attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblicamente discussi fra tutte le classi dei cittadini, di disegni che conducevano per retta conseguenza alla guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra combattuta con tutti gli espedienti della strategia e della tattica. Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma come il coraggio genera coraggio, quella discussione pubblica sì libera, sì nuova, portava in sè qualcosa della natura di un buon successo ed esaltava gli animi. Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipendenza, perchè di là dovevasi pur cominciare per giungere alla libertà, di questa con eguale franchezza parlavasi contemporaneamente presso le altre nazioni. Un nuovo spirito aveva invaso l'Europa. In Germania si discuteva la necessità del governo costituzionale, più tardi se ne discusse pubblicamente nell'Austria stessa; in Boemia, in Ungheria, si parlava di autonomia dei singoli regni; si richiamavano alla memoria mercè storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi, se non di libertà, almeno di indipendenza, e tutti quegli scritti spingevano verso una meta che non potevasi raggiungere se non a traverso di conflitti sanguinosi. Per quanto grande dovesse parere agli uomini del freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che stavano a disposizione dei governi i quali non solo non intendevano di accettare quelle mutazioni, ma apertamente le combattevano, non pertanto lo spettacolo di quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver pure un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine anche in Austria più d'un freddo ragionatore si trovò ridotto a dire: quello che vogliono gli Italiani è quello che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la libertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, nè altrimenti si pensa in Germania. In effetto un medesimo spirito prevaleva nell'Europa intera; un paese incalzava l'altro; una nuova atmosfera involgeva tutti. Tale era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in Italia avvenne un fatto importantissimo che diede al corso degli avvenimenti un nuovo impulso, di guisa che se prima poteva dirsi che s'andasse a passo accelerato, questo si cambiò in un vero passo di carica. Quel fatto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontificio e l'immediato cambiamento nella politica del suo governo.

Poco meno d'una generazione intera ci separa ora da quell'epoca memorabile; la gioventù d'oggi nella massima parte non ha sentito parlare di Pio IX che come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto chi lo difende; però non solo la storia conserva le più irrefragabili prove ch'egli sulle prime non fu d'Italia nemico, ma ad attestarlo sopravvivono ancora, benchè scemati assai di numero, quelli che erano giovani allora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e si contano a migliaia fra le popolazioni italiane.

I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli amici quanto i nemici delle idee di indipendenza e di libertà; nessuno si attendeva vederlo camminare così risolutamente una via cotanto opposta a quella de' suoi antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e tosto eseguita provocò verso di lui un impeto di ammirazione e di entusiasmo che toccava al delirio. Non vi è penna che sia capace di esprimere lo stato morale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846 a tutto il 1847. Un Papa liberale! Un Papa che desiderava l'indipendenza d'Italia! Ad aumentare l'entusiasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto nell'opera del celebre Gioberti: Il primato morale e civile degli Italiani, che voleva fare del Sommo Pontefice il paciere universale, Pio IX comparso poco dopo sulla scena parve avverare il vaticinio. Il clero, che sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori dell'idea dell'indipendenza, si vide fatto segno di dimostrazioni di simpatia, sicchè coloro che prima si erano tenuti neutrali si decisero; i caldi divennero caldissimi. Il clero posto nel mezzo fra la classe educata ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il clero col libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni del coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a rendere popolare il concetto dell'Italia padrona di sè: il che in Lombardia e nel Veneto si traduceva anche per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di senso comune, nel concetto d'una lotta coll'Austria. Dell'entusiasmo nelle altre parti dell'Italia non posso parlare che riferendomi alle relazioni, agli scritti, agli indirizzi d'ogni genere e d'ogni classe che venivano pubblicati, e che tutti concordavano nel rappresentare il grado sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia.

Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero, sopratutto col basso clero. Arrivare alla meta senza scosse, per quanto riguarda le credenze religiose, senza l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna che nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giustificato era quell'entusiasmo anche agli occhi degli uomini più serii e più pacati. Infine il nome di Pio IX divenne sinonimo di libertà ed indipendenza; il suo ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a centinaia di mille esemplari; si portava in foggia di spillone sul petto dagli uomini e sui braccialetti dalle donne; ve n'erano di quelli contornati da diamanti del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto Viva Pio IX si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni giorno si narrava un nuovo aneddoto per provare e confermare i di lui sentimenti liberali, e siccome già sapevasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta questa o quella difficoltà, superato questo o quell'ostacolo; insomma Pio IX fu trasformato in un vero ente simbolico, in un mito.

Se gli amici dell'indipendenza d'Italia erano stati sorpresi nel senso del vedersi sorretti da un aiuto cotanto inaspettato, i nemici naturali di tutte le innovazioni non erano stati sorpresi meno. Il primo e più potente fra questi era il governo austriaco, pel quale il Papa veniva ad aggravare una condizione di cose già complicata. Non poteva esso chiamar nuovo lo spirito di libertà e le aspirazioni all'indipendenza de' suoi popoli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa parte, perchè contemporaneamente si addensava in Boemia ed in Ungheria. Non era una forza materiale che poteva aggiungere il Papa, ma una forza morale di grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Austria rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847 passò in mezzo ad una grande ansietà, sia da parte delle popolazioni, sia da parte del governo; la cui incertezza si tradì più volte in ordini e contr'ordini fra loro repugnanti. Prevedendo vicino uno scoppio esso pensò ad aumentare la forza materiale e chiamò i contingenti sotto le armi; cercò opporre zelo a zelo, facendo dal suo canto appello alla solerzia dei propri amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi contro i perturbatori e i riottosi, ch'erano le espressioni con cui si qualificavano i novatori politici; ma quelle disposizioni medesime non facevano che accendere maggiormente il fuoco, tanto più che le minaccie non erano seguìte che eccezionalmente da fatti e la titubanza era manifesta. Come avviene sempre in simili casi, lo zelo di taluno degli esecutori andò oltre, ed ecco sorgere autorità municipali che con linguaggio rispettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo ed insolito, denunciano apertamente gli abusi degli agenti governativi; indi corpi rispettabili, come le Deputazioni Provinciali che esprimono il desiderio di riforme liberali, e per ultimo la Congregazione Centrale che in nome del paese invoca del pari liberali riforme.

Ma, non era solo la questione interna ossia quella fra il governo ed i sudditi che aveva fatto cammino; un progresso eguale e forse maggiore l'aveva fatto una questione esterna, ossia una questione insorta fra il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847 il re Carlo Alberto aveva promulgato riforme liberali nella sua amministrazione, e già non faceva più mistero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si sarebbe spinto sino a dare una costituzione, benchè non si illudesse sul pericolo dei conflitti che potevano sorgere col governo austriaco. Il conflitto non tardò a verificarsi, e fu non un conflitto a mano armata, ma di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra, perchè incominciano con note diplomatiche per terminare col tiro del cannone.

Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva danno, poichè lo forniva esso colle sue saline del Tirolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile e per rappresaglia duplicò il dazio d'entrata dei vini dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva ad una proibizione.

Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto il procedere dell'Austria, e menzionando quella determinazione adoperò il termine di rappresaglia. È facile l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Alberto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circostanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto sproporzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, le complicazioni degli avvenimenti che andavano svolgendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, potevano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un potente alleato.

Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò nel fatato anno 1848. Il governo austriaco, che più non si illudeva sull'attitudine del re Carlo Alberto, risolvette procedere con energia contro i fautori delle idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qualche prova di rigore che valesse a dimostrare l'impotenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro volta erano invece sempre più risolute a provare quanto accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con dimostrazioni per sè stesse inconcludenti, ma che assumevano importanza pel significato politico che loro si annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più fumare cominciando dal 1º gennaio 1848, non tanto nello scopo di far un danno all'erario, che ben meschino sarebbe riuscito, poichè nessuno poteva impedire che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto nelle città quanto nelle campagne si cessò dal fumare col 1º gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la parola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò dal suo canto il governo deliberò di prendere argomento da quella dimostrazione per dare una buona lezione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gennaio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tardarono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di polizia travestite e come era facile a prevedersi, si diedero a fischiarle; di che esse si corrucciarono ed invelenirono, onde, com'era nei desiderii, si passò alle vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano mandato da Vienna con missione non pubblica, ma dicevasi con quella di riferire fedelmente al governo centrale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'irritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione utile, poichè mentre i cittadini contavano tanti feriti ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al governo che avevano disapprovata quella misura, furono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche questo è vero, che circa quella provocazione in origine censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo quella fatal sicurezza che si comunicò anche ai capi militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacchè non tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già dominava i governanti civili e militari, dei quali non pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni dì più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete di vendetta.

Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le riassumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori libertà pei popoli e dell'ingerenza loro nel maneggio della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo costituiscono le cause che chiamai generali, perchè comuni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti, in Italia invece erano in seconda linea al confronto dell'idea dell'indipendenza nazionale, sopratutto nell'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si comprendeva da ogni persona colta e intelligente di materie politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi l'italiana. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelligenza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le locali ossia le speciali per quella città. Poco prima dello scoppio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per misura di precauzione. È vero che non si torse loro un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frattanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del 3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più devoti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da molti in ogni parte d'Italia, in nessun luogo lo era con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lombardia; non è a dire poi quale partito ne traessero coloro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi erano persone spaventate dalla terribile lotta da impegnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad una determinazione energica ne seguiva talvolta un'altra che la temperava; nel complesso però prendeva sempre più favore il partito risoluto.

Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise solennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo passo che dalla sua data stessa trae grande importanza, poichè precedette lo scoppio della rivoluzione francese.

Il governo austriaco alla sua volta era entrato in una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi accennata, che vedeva sorger nembi da tutte le parti del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed avvicendavano partiti di prudenza e partiti di severità; si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sentire alle autorità municipali, che reclamavano contro gli arbitrî della polizia, che si sarebbero esaminati e presi in considerazione i desiderii delle popolazioni, perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, comprendevano benissimo quale fosse la causa del linguaggio insolito e non vi prestavano fede.

In tale stato di tensione somma degli animi nel quale si trovavano governanti e governati del grande impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o, a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.

Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma nello stesso tempo il principio del loro scioglimento dappoichè si entrò allora in un nuovo periodo, in quello dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qualifica di fatato per i molti e strani avvenimenti che in esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Statuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'entusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto le armi dimostrava come il neonato non si avesse a festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con preparativi serii di guerra; se non che tale era l'entusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paventarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già formato il suo piano d'attacco e designata la città nel territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popolazione instava per farla finita col regime assoluto e chiedeva libere istituzioni.

Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, partì con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani, che non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima di lui era pure partito il conte Spaur, governatore della Lombardia, sì che a capo del governo vi era rimasto il vice-presidente conte O'Donnell.

La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi recarsi il 18 marzo al palazzo di governo per fare la dimanda della libertà di stampa, della guardia nazionale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella degli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popolazioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra, ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i medesimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte sulla medesima via, senza alcun speciale accordo.

Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini che sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi popoli instituzioni liberali e convocava i rappresentanti dei diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro.

Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere pirico del quale era pregna l'atmosfera. Vienna, si disse, è in rivoluzione. Il popolo stesso, la moltitudine dei cittadini, che due anni prima era ancor completamente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di educazione politica e comprese, come non era possibile che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il popolo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del fatto, moltissimi sorsero a dire: Se tanto si fa dai Viennesi, come staremo noi tranquilli?

CAPITOLO SECONDO

Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di marzo 1848.

Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi dirò indispensabile, il premettere questi cenni poichè essi dànno la spiegazione dei fatti, e specialmente del come la popolazione in massa comprendesse la situazione, talchè poi ogni classe somministrò il suo contingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande episodio di quel movimento generale di tutta Europa, al quale si collega. Nulla parmi più meschino della narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno; nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rappresentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero adoperati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare il concetto di quell'insurrezione considerandola come la esplosione di materia preparata da lunga mano, accumulatasi quale effetto di molte cause operanti sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua vera natura, che affermar non si può senza provarne un intimo compiacimento.

Prima però che, abbandonando queste considerazioni generali, io entri nella narrazione dei fatti parziali, conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo il somministrar la prova della veracità dei fatti che possono essere sindacati da altri contemporanei, ma ancora della sua competenza nel dare i giudizj intorno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in uno che, rimasto estraneo ai fatti stessi, fosse stato sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il riconoscere come mi debba star a cuore di provare che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi, nè indossare il facile manto del profeta; ma non potrei ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia vita antecedente a quel grande episodio.

Allorchè avvennero i moti del 1831 in Italia, io mi trovava giovine studente a Vienna, amico di ungheresi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come l'unica base possibile d'un sistema razionale che si fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al capriccio dell'uomo, ma su d'un fatto che non è creato da lui ma dalla natura e dalla storia, sul fatto della nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli studii venni in Italia ed entrai al servizio amministrativo del governo austriaco, tale essendo il desiderio de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, dominato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta servire un governo ed adoperarsi per combatterlo. Quindi cominciai collo svincolarmi da quell'impegno senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del mio servigio, che fosse in opposizione al giuramento che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena libertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avveramento dell'idea dell'indipendenza d'Italia.

Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla storia: l'una che una grande potenza la quale dispone di un potente esercito, non si combatte che con un esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il meno efficace era quello delle congiure. L'Italia contava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napoletano; il primo stimato per fama tradizionale, il secondo forte per numero; trovar modo di agire su quelli che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero il concetto della liberazione d'Italia, era la via più retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pubblico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m'accorsi quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841 feci un viaggio d'esplorazione politica in tutta Italia per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico dominante nelle varie contrade; pur troppo il livello dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A Napoli mi fermai più che altrove; vidi alcune manovre di quelle truppe eseguite con maestria, ed una cavalleria bellissima pel materiale; la forza non mancava, ma che dire dell'animo dei padroni di quella forza? Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma ne feci con alcuni distinti stranieri, e fra questi con inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può facilmente immaginare di qual natura fossero quei racconti e qual concetto potessi io desumerne pel concorso di quella popolazione ad un'impresa che avesse per iscopo l'indipendenza nazionale. In Toscana nessuno allora parlava male del governo; ma eravi già un nucleo di persone che si occupava di politica e che poneva per base del risorgimento italiano la cessazione del dominio straniero; di che vieppiù mi persuasi nel 1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà come esploratore politico. Il numero dei benpensanti; termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza, si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese che solo mi pareva offrire una base solida, era il Piemonte; io non aveva atteso sino allora ad andarvi. Avendo fatto in Lombardia la conoscenza col commendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, liberale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio per tutta Italia, al suo ritorno in Piemonte, ove appresi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che potevano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi; il Piemonte solo presentava le condizioni serie per concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva un esercito pieno del sentimento del proprio onore: il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la cosa non era nè facile, nè allora tampoco probabile, ma bastava che si potesse chiamare possibile, perchè non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea. Si parlava sempre in modo velato (1841-43), ma si tendeva a quel fine. Valerio fondava le Letture di famiglia, e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la Società Agraria nel 1843 e fui fra i fondatori; era un manto che ben presto divenne così trasparente, che nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve l'opera Le Speranze d'Italia del Balbo, già da me menzionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nel modo di vedere, salvo nella questione intorno al potere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spinsero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che presero per tema il modo di procurare l'indipendenza all'Italia, e nel 1845 scrissi i Pensieri sull'Italia d'un Anonimo lombardo, stampati poi a Losanna nel successivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mio libro pronta e felice accoglienza, se è lecito arguirlo dallo spaccio delle copie.[4] Io mi proponeva anzitutto il quesito dell'indipendenza; non parlai d'unità, poichè io partiva dal principio che tutto dovesse farsi col sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia una ed indipendente era un ideale ben più seducente; ma come arrivarvi colle sole nostre forze? L'esercito piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano forse cimentarsi a una guerra contro l'Austria e dire in pari tempo agli altri sovrani d'Italia: «Vogliamo cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato?» Un progetto simile era allora un delirio; una soluzione in tal senso non si poteva ammettere, che accettando l'aiuto straniero contro il quale io mi pronunciava risolutamente, osservando che le nazioni non si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e che per la redenzione d'Italia doveva scorrere solo sangue italiano. Ora, posta simile condizione, non si doveva complicare la questione e cominciare col dividerci, col farci dei nemici anzichè degli alleati, nella stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle altre potenze, dagli altri popoli, e noi stessi avremo maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri posteri, volli discutere anche il caso dell'intervento straniero e quello specialmente della Francia che volevo meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile fra tutti, perchè dicevo allora: Alla Francia si può cedere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in compenso del prestato aiuto.

Vollero i destini d'Italia che quindici anni dopo si verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino, e che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosissimi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla conseguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe riescita a conquistare, nelle condizioni di allora, la propria indipendenza. Però, dacchè l'aiuto straniero fu indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opinavo quando discutevo il quesito come un'ipotesi; così opino ora, dappoichè l'ipotesi d'allora, quantunque non desiderata, fu invece precisamente quella che condusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e quindi all'unità. Mi si perdoni la piccola digressione; ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo certi scritti relativi all'aiuto prestato dalla Francia, chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella della gratitudine senza servilità: della prima ha debito verso la Francia, dell'altra verso sè stessa. Risparmio al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spingere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione epistolare col conte di Castagneto, intendente del re Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi permisi offrire allo stesso per il real parco; nell'offrirla lanciai una frase sull'aquila, già glorioso emblema d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la risposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi bastò perchè, deposto ogni velo, ogni frasario meno che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re sulla possibilità d'una guerra coll'Austria per l'indipendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di Pio IX, che i fatti non tardavano mai a confermare le mie previsioni sull'espandersi dei sentimenti di libertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre crescenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo; non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella doppia corrente rendesse sempre più possibile un tentativo serio; però io mi guardava bene dall'esagerare e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso, m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena fede. Una di quelle relazioni diretta all'amico Farina, il medesimo che fu poi deputato in molte legislature,[5] venne comunicata al Brofferio, che io non conosceva che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche quando divenimmo colleghi nella Camera del Parlamento sardo, ei pubblicò fra i documenti della sua Storia del Parlamento Sardo, quella lettera che più non rammentavo, non essendo che una delle tante scritte allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual prova dello scrupolo che mettevo nel dare informazioni.[6] Le mie speranze fondandosi precipuamente sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limitavano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie relazioni in Piemonte, si fecero sempre più frequenti, e negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere una insurrezione non si parlò mai se non a guerra dichiarata; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era l'animosità fra' cittadini e soldati, onde scene di sangue erano avvenute a Padova ed a Pavia, non sì gravi come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi alla vendetta. Ai primi di marzo di quell'anno la situazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici, che io temendo non la si giudicasse con piena cognizione a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per riferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che si venisse alla dichiarazione di guerra, giacchè tutto favoriva quel passo per quanto arditissimo.

Essendomi già prima stato negato il passaporto pel Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo, e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza sostar mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera combinazione ignorando che per l'appunto in quel giorno si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio oculare dell'entusiasmo straordinario di quei giorni. Appena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel palazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di Milano in modo particolare, e come da un momento all'altro potessero scoppiare ostilità. Ebbene sappia, mi rispose egli, che noi abbiamo chiamato anche l'ultima classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati.

Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo personaggio, senator del Regno, uno dei pochi superstiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma avendo voluto informarmi in modo preciso anche della distribuzione della forza, rimasi sorpreso come fosse ancora tanto sperperata, sì che sarebbero occorsi non pochi giorni a concentrarla, mentre l'Austria continuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa quella situazione ed urgente il concentramento. Io non dubitavo delle intenzioni, ma temevo che il partito contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto mi si era fatto supporre; epperò quel fatto mi addolorò. Ritornato a Milano, narrai a pochi fidati amici quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la lentezza del concentramento delle truppe.

I pochi giorni che ancora decorsero prima dello scoppio della rivoluzione, li spesi a mandar lettere pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel fare continui calcoli del tempo che occorreva pel concentramento delle truppe piemontesi, allorquando il mattino del 18 marzo escì, a meraviglia di tutti, la strana notizia delle summentovate concessioni liberali dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto l'annuncio, che Vienna fosse insorta.

Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo alla narrazione dei fatti.

CAPITOLO TERZO

Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di barricate.

Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata a Vienna pel 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da taluni escivano queste voci: Oggi si fa la dimostrazione al Governo; si radunano al Broletto; da altri esclamazioni più risolute: Bisogna finirla, è insorta Vienna; non è più tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono!

Queste voci diverse accennavano alle due diverse correnti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni volevano passar per la via legale, andar al Governo, chiedere le concessioni colle buone, ma altri non volevano saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le 10 antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese, non desideravo un'insurrezione prima che rompesse la guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento di forze. Però giudicando che il conflitto era inevitabile, pensai ad armarmi, ed andai da certo Colombo armaiuolo, che aveva la bottega nella via Mercanti d'oro, una di quelle che oggi fanno parte della via Torino, e costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza del Duomo riesciva alla via della Palla, altra via compresa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.

Per una di quelle contraddizioni, che si spiegano solo colla confusione che regnava anche fra i dominatori, mentre era stato proclamato il giudizio statario, si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli. Entrato in quella del Colombo, feci scelta di alcune armi corte, che potessi nascondere sotto il pastrano; epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da guardie di finanza. Ed ecco, intanto che io stava pagando, odesi un rumore insolito; erano le botteghe che si chiudevano, ma con tal furia e fretta che sarebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo che il nembo innocuo, per gli altri bottegai, poteva non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese consiglio.

Che volete? gli risposi io. Se voi chiudete vi sfondano la bottega e vi portano via tutto; fate a mio modo: mettete qui sul tavolo il vostro registro, e dite a chi entra per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello che prende, e pagherà in appresso. Ei seguì il mio consiglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega venne completamente svaligiata; nè tal sorte toccò a lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che erano armi, fu invasa e dispersa anche una bella collezione di armi antiche di casa Arnaboldi.

Tosto ch'ebbi fatto il mio acquisto, io uscii dalla bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito, e, traversata la piazza del Duomo, mentre mi avvicinava al Coperto dei Figini,[7] mi incontrai in un drappello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicchè dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica. Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che aveva qualcosa sotto l'abito, giacchè doveva sostenerle col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pericoloso, ma retrocedere era forse peggio; preferii il primo partito e rimasi, ostentando la più grande indifferenza; per buona sorte il drappello era poco numeroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un metro senza occuparsi punto di me; il che però non tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato, perchè da quel giorno in poi, finchè durò la lotta, quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fucilati.

Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei Figini e la corsia de' Servi,[8] ed entrato nel corso di Porta Orientale,[9] andai dal conte Arese a narrargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel momento io non potessi parlare di ostilità, era evidente che non potevano tardare a scoppiare; e quindi lo pregai a partire senza indugio di sorta per Torino, affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che cosa sarebbe succeduto di Milano.

A quel punto non era più il caso di discutere se quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva prendere il fatto com'era, ed assecondarlo. L'Arese comprese benissimo la gravità della situazione e mi disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini, donne e fanciulli, e procedeva lentamente, poichè il tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al palazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gremito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual fosse lo scopo preciso che si aveva. Si fa, rispose, una grande dimostrazione per appoggiare le dimande di concessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà il Municipio ed il Delegato stesso[10] in persona. Colui credeva nella possibilità di una soluzione pacifica, nè egli solo era di tale opinione, ma molti; perchè rammento ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano dopo la chiesa di S. Babila, escì da una bottega che, se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno gridò: No, no: a che pro vuoi rovinare la strada? E il giovane rientrò in bottega.

Giunto colla folla precisamente all'altura della via della Passione, ossia a poche decine di metri dal palazzo del Governo, sento gridare: Sono quì, sono quì. Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali, veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch'essa lentamente, perchè accerchiata da gran folla; ma per lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio libero nella sua strada. La deputazione era numerosa e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il delegato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dall'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri. Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia conoscenza, e fra gli altri il delegato Bellati, col quale aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, della quale egli era il più alto personaggio.

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del palazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le era avvicinato, approfittai del momento per entrare anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il portico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impossibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza, tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e vi regnava un baccano tale che impediva di intendere distintamente cosa alcuna; nè tal baccano era cagionato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma pur da quella che si trovava ai piani superiori, sopratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti invasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte, fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle dei sottostanti; quindi urli grandissimi, nuovo baccano e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla colonna della prima arcata, affine di essere urtato un po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi, fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di spazio libero, mi cadde lo sguardo su un materasso in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener dovevano a due persone, evidentemente a due cadaveri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti mi disse: Sono i due soldati ch'erano di sentinella al palazzo. Allorchè la folla irruppe, avendo que' soldati fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa baionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile; così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sottrarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo da me accennato, ed erano stati coperti da un materasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni! dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incomposte, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue ondate di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa accadeva colà. La folla vi era un po' meno fitta ed era stata posta una sentinella alla porta che conduceva alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presidente del governo O'Donnell, il quale allora esercitava le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò passare; molti altri erano però già passati, e se anche colà non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i toni possibili: L'arcivescovo, l'arcivescovo! largo all'arcivescovo! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arcivescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e mezzo prima, prelato riguardevole e di carattere fermo, che aveva avuto una particolare cura dell'educazione del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi anni la vasta sua diocesi, lasciò di sè memoria onorata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il suo ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antecedente, e da quella solennità si era côlto pretesto di una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la facciata del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d'infierire alla polizia, la quale per impedirla aveva provocata una lotta, in cui fu sparso sangue e v'ebbe perfino una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili. Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva contribuito a sedare il tafferuglio, e per quell'atto, ma più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: È qui l'arcivescovo, largo all'arcivescovo, noi, quanti eravamo nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altro sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assiepava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente avevano afferrata quell'occasione per entrare, così non posso asserire con certezza se non d'aver veduto un sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorridendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quello che più mi colpì si fu il vedere che portava una coccarda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto doveva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse padrone di sè. Andare dal rappresentante del Governo per trovare il modo di scongiurare pacificamente il nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui appiccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che trattava col rappresentante del Governo che pur volevasi ancor mantenere.

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè quelli che escivano venivano surrogati da nuovi curiosi. Osservata dall'alto quell'onda continua di popolo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella rapida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era nella corte con quella già salita al primo ed anche al secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più non si dimenticano. Ma non andò guari che si aprì l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte Carlo Taverna colla notizia della prima concessione.

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di sancta sanctorum; io lo riferisco sulla fede dello stesso conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una volta mi narrò i particolari di quel fatto.

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si affidasse la polizia, per di più instava per l'immediata libertà di stampa.

L'O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze intorno alla gravità delle domande, osservando pure, che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni potevano venir disdette; ma i membri di quella Commissione insistevano sull'impossibilità di poter altrimenti frenare quel moto popolare che già aveva preso il disopra. Or siccome egli era solo, nè alcuno veniva in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande anzidette una dopo l'altra.

Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad annunciarla il conte Carlo Taverna.

Immediatamente uno degli astanti che aveva una voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva in petto: Signori: il Governo ha fatta la concessione di . . . . . . . . Ma per quanto forte gridasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che superava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere silenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. Scriviamo la concessione, disse taluno, e poi gettiamo il foglio nel cortile. Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un calamaio, ma non carta, non penne. La carta la troverò io, grida uno, probabilmente un impiegato. Quì ci sono dei bollettini (delle leggi) che hanno sempre qualche foglio in bianco. Detto, fatto: si prendono i primi bollettini che capitano sotto la mano, e si estraggono quanti fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si spargessero meglio fra la gente sottostante. Si può immaginare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi capisce, chi non capisce; ma le parole: Il Governo ha conceduto colle quali cominciava il testo, fecero capire all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte voci si alzavano più forti delle altri gridando: Evviva la concessioneevviva il municipio.

Questa scena si ripetè tutte tre le volte, ossia per ogni singola concessione[11]. Il chiasso divenuto maggiore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazî n'erano letteralmente stipati, non nel cortile solo, ma per le scale e per gli uffici stessi ov'eravamo noi a fronte della sentinella ch'era stata impotente a trattenere l'onda del popolo. Miste agli evviva si udivano le esclamazioni: Vogliamo armi, Vogliamo armi! Si toccava proprio l'apice del caos e del chiasso, quando una gravissima notizia viene a metter fine a quella singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a quelle trattative per un ravvicinamento divenuto impossibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa dal bastione di Porta Romana. I Tedeschi... i Tedeschi! sì udì presto ripetere, ed allora cominciò la folla a fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona sorte, oltre l'uscita principale, il palazzo comunica con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via, tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono sgombri. La deputazione ch'era intenta a completare la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto anch'essa, conducendo seco quale ostaggio lo stesso vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della rivoluzione che volevasi prevenire.

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigioniero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Napoleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed il Municipio stesso.

Allorchè cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono ad alta voce che vi era tutto il tempo, poichè i Tedeschi non erano che a un tal luogo che nominarono, ma ora non rammento. Io prestai loro fede, tanto più che rimasero anch'essi, sicchè partimmo fra gli ultimi, sgombre che furono le scale.

Traversando il cortile considerai un istante la bizzarra scena che presentava, coperto com'era tutto di carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove giacevano sotto il materasso le sventurate due sentinelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse in quel luogo, non saprei dirlo di certo; ma strana spettatrice di quel tramestìo, essa fu veduta da mille e mille, moltissimi de' quali certo vivranno ancora e rammenteranno, con quella fedeltà con che posso rammentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo.

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della città; il grido barricate! barricate! aveva risuonato, e come per incanto già ne erano sorte in gran numero.

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte. Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso principalmente con un gran carro carico di botti vuote che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: indi con panche, usci, legnami, era stato formato un ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arcivescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a mano sinistra prima d'arrivare al ponte venendo dal palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano ancora affatto sgombri allorchè arrivò la truppa.

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lasciarono sorprendere nello spazio ancor libero prima di arrivar alle barricate.

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furibondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vedevano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra tutti furono due giovani di civil condizione che, fuggendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La porta era stata levata per formar la barricata sul ponte e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tedeschi videro i fuggenti entrar in quella casa e li seguirono. Allora i due giovani salirono su quante scale trovarono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati, e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà rimasero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano talmente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi fossero; solo dal modo di vestire, dalla calzatura ricercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso dall'uccisione delle sentinelle e già erano esse state vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Monforte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non credevano che potesse scoppiare un moto di tal portata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri mentre si trovavano in città, ignari di quanto era avvenuto.

Allorchè io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni nascoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio, caricai in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo. Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel combattimento; non pertanto io volli discendere nella via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare. Vuoto completamente era il corso; le porte presso la barriera, alla quale fa capo il corso stesso, erano già occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, scôrsi in poca distanza, a circa metà del tratto che corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età, ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro quello strettissimo vicolo, che primo si incontra passato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano conche del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esistenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè aprissero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi fossimo, che cosa volessimo, assicurare che tutto il corso era libero di soldati, che non chiedevamo assolutamente altro se non che si desse ricovero a quel cadavere, affine di non lasciarlo in una strada sotto l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in quel modo, una delle persone che mi avevano dato mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che era un povero cuoco, la persona più innocua che ci fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Finalmente aprirono, e, deposto il cadavere nel primo luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tornare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri, ma giunto allo sbocco del vicolo, vidi avanzarsi da Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la causa. Retrocedettero essi andando giù verso il molino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fermai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannocchiale, stava attendendo d'un momento all'altro che passasse quella pattuglia. Trascorso più d'un quarto d'ora, mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che essa si era fermata un po' più addietro del palazzo Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne staccava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla sinistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava. Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti osservando. Quel soldato era un granatiere, avvolto nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma sicuro, sino a casa Castiglione, che è quella colle finestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso verso il principio del corso presso San Babila ov'era una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quell'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un dietro-fronte, s'avviarono verso la barriera di Porta Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.

Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio ordinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io conoscevo troppo il maneggio delle armi per non rimaner persuaso della pochissima efficacia che avrebbero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvicinava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi delle campane a martello risuonavano da ogni parte, e davano segno che si voleva dai cittadini continuare la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il formar un piano preciso, perchè era chiaro che il domani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orientale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fecero una barricata anche presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato a casa mia, passai buona parte della notte a far cartuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero forzate e si avesse un colpo meno incerto.

CAPITOLO QUARTO

Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila — Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli.

Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, risoluto a recarmi nell'interno della città. Or qual fu la mia sorpresa allorchè seppi dal portinaio che la casa era tutta circondata da Tedeschi. Per quanto l'acqua fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte, avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso sera presso il ponte e si erano appostati in assai numero e con cannoni, a poca distanza da quello. Dall'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso pure di soldati, sì che l'uscire era assolutamente impossibile; anzi era pure occupato un piccolo atrio aperto al pubblico dal lato del corso, ove si erano ricoverati nella notte quei pochi che avevano avuto la fortuna di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta ricognizione mi contrariò molto, poichè sentivo la fucilata lontana che cominciò prima ancora che albeggiasse, ma mi fu giuocoforza il rassegnarmi ad attendere il giorno per verificar meglio la possibilità di uscire, l'attitudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abitava un primo piano del palazzo, ma interno e senza finestre sul corso; m'era quindi necessità recarmi da qualche vicino il cui alloggio desse sulla pubblica via, ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta Orientale (ora Porta Venezia). Abitava nella stessa casa al terzo piano, ma con appartamento sul corso, il distinto pittore Carlo Bossoli, mio amico; deliberai recarmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto al basso. Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio, mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava sui circostanti tetti per lungo tratto, non essendo ancora eretta quella gran mole di caseggiato rosso, alla fine di quell'isolato di case, che più tardi venne costrutta dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino vidi tutta la scena e potei giudicare del combattimento in quelle parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseggiava, era a S. Babila, ove vi era lotta colla truppa, padrona della strada di S. Damiano, non che con quella padrona del corso di Porta Orientale, la quale componevasi di più battaglioni comandati da un colonnello che avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mitraglia ed a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era sempre nuvolo, sebbene la pioggia fosse cessata. L'ispezione mia fu completa, e la feci con un buon cannocchiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poichè appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto a muoversi una persiana, subito tiravano, ed erano stesi in catena lungo il corso dall'una e dall'altra parte col fucile sempre montato. Per quanto non pensassi anch'io che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri soldati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle eransi accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua caduto durante la notte; gli aiutanti andavano e venivano di gran carriera. Di quando in quando si vedevano soldati portar indietro un ferito, appartenente a quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco contro le barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano bene dacchè erano al coperto; ma dallo scarso numero dei feriti austriaci, giudicai che avessero ben poche buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poichè se anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi combattevano colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi un grande andirivieni di truppe; le porte della città erano chiuse, ma lo stradone detto di Loreto, che da quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva pieno zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati da quello spettacolo. Di quando in quando udivasi uno schioppettìo che veniva da lontani e diversi punti della città, onde era evidente che si eseguiva un piano concertato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni cosa, discesi sconfortato, riconoscendo l'impossibilità di poter uscir di casa da quel lato. Mi recai allora all'opposto, ossia da quella parte di casa Ciani che guarda sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar nessuno poichè poteva fare ogni esame dal mio appartamento. I soldati avevano abbandonato il Boschetto, ma non già per lasciarlo libero, sibbene per dominarlo meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati nel giardino del palazzo reale detto la villa Bonaparte. Tutto il fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto, dal quale è diviso per mezzo d'un fosso ove scorre acqua perenne che viene dalla Zecca; al di là del fosso havvi il muro di cinta del giardino stesso che era tutto guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una persona, tiravano immediatamente, e così contro ogni finestra o persiana che desse segno di movimento. Riconosciuto impossibile l'uscire anche da quella parte non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le sorti volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i nemici ritirare dall'uno o dall'altro di quei luoghi. Verso le dieci antimeridiane infatti il colonnello ordinò che la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a schierarsi poco avanti a casa Ciani, sicchè col suo aiutante finì col trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella casa andando verso il Dazio, come chiamansi da' Milanesi le porte della città. Io che non poteva star quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bossoli ed avevo veduto il colonnello parlare con molto calore al suo aiutante. Erano essi a cavallo ed i mezzanini di casa Ciani essendo piuttosto bassi, col loro capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre, distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò pensai che entrato nel mezzanino, avrei potuto udire quanto dicevano. Fatto il mio piccolo piano, discesi per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano allora tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un po' originale. Borghese fattosi ricco col negoziar di libri, era venuto a godersi tranquillamente la sua pace in Milano; era grande e grosso, non parlava mai e fumava sempre: la sua famiglia si componeva della moglie e d'una figlia, ed essendo amatore spasimato dei cani, non ne possedeva mai meno di tre. Io non aveva mai stretta relazione con lui, ma avendo un piccolo tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente e ci salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in que' momenti nei quali non si fanno complimenti, io mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era nella corte a passeggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il motivo che il lettore già conosce. Ben volontieri, mi rispose. Ma allora abbia la bontà, ripresi io, di chiudere i cani in altro luogo ove non mi possano vedere. Giusto, rispose, giusto, e precedendomi andò a raccogliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi venne a dirmi: La camera è a sua disposizione. Siccome però io non era stato mai in que' mezzanini, lo pregai di nuovo di voler essermi guida sino alla stanza, anche perchè desiderava che vedesse qual fondamento aveva la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella volta la pipa, andò avanti con gran precauzione onde non far rumore di sorta e mi condusse ad una stanza che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto un terrazzino del piano superiore. Le persiane, internate nel muro, erano chiuse e chiusi erano anche i vetri. Questi bisogna aprirli, dissi al belga, ed egli che li aveva in pratica, con mirabile pazienza li aprì senza fare il benchè minimo rumore. A traverso delle griglie vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque metri da noi distanti. Per qualche tempo stettero silenziosi e poi il colonnello rivolto all'aiutante: Vediamo un po', disse, che forza abbiamo ancor disponibile. Io spalancai, come suol dirsi, le orecchie e rimasi maravigliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati nella stanza. Il belga, benchè non conoscesse il tedesco, distingueva perfettamente i suoni e riconobbe che io aveva avuto ragione di far quel tentativo. Mi die' un saluto colla mano, e non potendo più reggere senza fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, lasciandomi padrone della stanza. Il colloquio fra il colonnello ed il suo aiutante non fu lungo, ma rammento in modo esattissimo che l'aiutante disse: Di compagnie abbiamo la tale, più mezza compagnia: ed indicò anche i luoghi che ora non rammento; in qual senso egli parlasse, non seppi ben comprendere, ma interpretai quel discorso in senso a noi favorevole, massime che lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me e me, la truppa è stanca, questo colonnello non ha più che una compagnia e mezza ancor fresca, ossia che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun tentativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare in città! E lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi giù nella corte: guardo fuori da ogni buco, ma invano: i soldati erano sempre schierati dietro il muro della Villa e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la cima d'un kepì; nè solo era cosa impossibile l'uscire, ma il lasciarsi vedere perfino a traverso di un'apertura qualunque, come era pericoloso il solo muovere una persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio padrone di casa che in quei giorni era gravemente ammalato. Una donna che si trovava nella sua stanza che dava sul corso in un appartamento del primo piano, volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i soldati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro le persiane; immediatamente ebbe un saluto di due o tre palle che, perforate le persiane, fecero la loro parabola entro la stanza, con grande spavento dell'ammalato che non si lasciò pregare a proibire quegli inutili atti di curiosità. Offendere non si poteva da luogo non difeso, poichè se fosse partito un colpo da una casa, essa era immediatamente invasa con pericolo di vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che avevano gli accessi protetti.

Allorchè mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia ispezione verso la parte del Boschetto, il pacifico belga, che vedeva la mia impazienza, mi si avvicina e con tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi annuncia che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il corso di Porta Orientale verso i Giardini pubblici. L'avrei baciato per la buona nuova, ma mi limitai a dirgli merçi, grand merçi, e su di volo da Bossoli dal quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della porta grande d'ingresso nei Giardini pubblici, nè si vedevano più pattuglie andar avanti indietro; i cannonieri, benchè fossero sempre presso i loro pezzi colle miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la prima che si incontrava da quella parte, per la ragione che dalla detta barricata al punto ove era la truppa non corre più la linea retta; la truppa aveva l'arme al piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi e pericoli; l'una, quella di andar di casa in casa lungo i tetti guadagnando tutto lo spazio fra il palazzo Ciani ed il vicolo che conduce al Boschetto; l'altra, di uscire senz'altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo partito aveva il vantaggio di allontanarmi ancora quella distanza di oltre 100 metri, ma lo svantaggio, per la disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio d'esser visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare delle intenzioni di un uomo che prendeva quella via. Il secondo partito era più franco e più risoluto, ma mi metteva in maggior pericolo almeno nei primi tre o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi per questo secondo partito; montai nel mio appartamento, non dissi nulla a mia moglie alla quale non spiaceva che mi fosse impossibile di abbandonar la casa; in questa sicurezza, essa con una certa signora Chiesa, era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani, dopo quella famosa paura, ed ambedue si alternavano nell'opera pietosa con una signora Greppi-Carcano che abitava pure in quella casa. Io presi i miei pistoloni e la munizione e mi legai tutto fortemente al petto con un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato su di esso il paletôt, discesi risolutamente alla porta. Ivi sotto quel piccolo elegante atrio concertai meco stesso il piano definitivo e feci gli ultimi calcoli; con un piccolo cannocchialino misurai di nuovo la distanza delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il tiro, mi dissi, è incerto, ed hanno le armi al piede; prima che si pongano in misura di tirare io avrò già fatto una diecina almeno di passi. Non sono cacciatori, e quindi non è probabile che abbiano armi di precisione. È vero che hanno i cannoni ma, se sono carichi a palla, non vorranno tirare perchè sarebbe uno strano caso se mi pigliassero; se sono carichi a mitraglia, a quella distanza la così detta rosa è già sì grande che se quella specie di proiettile può colpire una moltitudine, non è probabile che colpisca un uomo solo. Così andava meco ragionando, ma nel medesimo tempo non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino stesso; un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva voluto traversare il vicolo di S. Primo poco lungi dalla mia casa, ed era stato steso morto: però il poveretto s'era dato a correre e con ciò naturalmente destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano allora assai più vicini.

Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno, pensai, per una persona che ha un affare di somma importanza, forse per un medico che non può a meno di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo. Del resto scoprii in quest'ultimo istante una nuova difesa alla quale fino allora non aveva fatto attenzione, quella dei fanali a gas colle loro colonne che poste in linea come sono, benchè a distanza di circa 25 metri l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non ispregevole. Fatto un ultimo appello a me stesso, staccate bene le braccia dal petto e colle mani sciolte onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le case ed i fanali. Io aveva troppa pratica del maneggio di armi per non sapere che non sarebbe stato mai il colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe offeso; ma supposto poco probabile il caso di venir colpito tosto, avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi falliti; epperò io mi aspettava quel segnale dopo i primi dieci o dodici passi, poichè tanti e non meno io calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero in grado di tirare.

Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto mi spingeva ad affrettare il passo, ma la ragione mi diceva adagio, ed io ascoltai la ragione e non solo proseguii con passo ordinario, ma, oltre il contento di aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di veder confermato il mio giudizio intorno alla difesa che potevano offrire i fanali, poichè da casa Ciani al ponte tre ne contai ch'erano stati schiantati dalle palle di cannone e giacevano fracassati a terra. Giunto al ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si presentò una scena stranissima.

Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e non meno, era tutto pieno di mobili gettati alla rinfusa, e nel bacino stesso non si scorgeva che poca acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta e fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si notavano più vetture di quelle dette cittadine, una delle quali per caso singolare era caduta, direbbesi, in piedi, ossia trovavasi nel naviglio nella sua posizione normale. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un sottil velo d'acqua copriva la vernice del cielo della cittadina, e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che aveva attirato la mia attenzione. Le altre vetture meno fortunate erano colle gambe per aria in mezzo a panche, scranne, usci, legnami, travi e travicelli d'ogni dimensione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo, che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo, poichè era sempre sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi fermai un istante a contemplarlo; e dico un istante, poichè il passar quel limite sarebbe stata stoltezza e quasi un voler tentare la fortuna; ma bastò quel momento perchè la scena mi rimanesse vivamente impressa nella memoria. Però se quello spettacolo mi dovette colpire per le bizzarre combinazioni che offriva quell'ammasso di tanti oggetti diversi, non tardai a riconoscere la causa che l'aveva prodotto, giacchè ravvisai subito che quello non era altro che il materiale della barricata che gli abitanti di Porta Orientale avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a traverso il corso. Ma altro è costruire una barricata ed altro poterla difendere, e se ciò è difficile in qualsiasi luogo, quando si abbia avanti un nemico risoluto, assai più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel naviglio; la cosa che allora non sapeva spiegarmi era la mancanza di acqua, ma seppi poi che precisamente in quei giorni era stata tolta, affine di procedere a quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi che richiede quel canale artificiale, e l'acqua gialla e sporca che aveva veduto, era la poca limacciosa del fondo mista a quella caduta nella notte.

Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il mio cammino, ma non più sul medesimo lato, bensì piegando a sinistra sul ponte stesso mi recai al lato opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea rimane al coperto, difesa dal gran palazzo Serbelloni-Busca, da qualsiasi colpo diretto che venga dalla parte superiore del corso. Nel traversare il ponte diedi una occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane, e non è a dire con quanta compiacenza, dopo pochi minuti secondi, m'accorgessi ch'erano fuori di vista. Il pericolo era allora pienamente superato; il primo passo adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene anche il secondo, il quale consisteva, non già nell'andare da quel luogo a S. Babila, ma sibbene nel penetrare nella barricata, affine d'avervi riparo dai colpi dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano.

Io doveva avvicinarmi al punto più vicino della barricata non ancora esposto e poi, approfittando d'un momento in cui non si sparasse, darvi la scalata colla massima celerità possibile. Non mi pareva che il pericolo dovesse esser grande perchè non sentiva colpi, e pochi secondi potevano bastare per mettermi in salvo, mentre se i Tedeschi non erano già pronti a tirare, difficilmente mi avrebbero colpito tirando di furia. Del resto avevo già quella baldanza che suol dare il buon successo ed il sentimento di aver propizia la fortuna.

Avviatomi pertanto con passo accelerato, non aveva forse fatto un centinaio di metri allorchè, oltrepassata di poco la porta di casa Castiglione, precisamente la stessa già descritta a proposito del granatiere tedesco che il giorno innanzi si era inoltrato sino a quel punto prendendo di mira la barricata di S. Babila, ecco presentarmisi dal lato opposto del corso un nuovo interessante spettacolo. Di fronte a quel luogo havvi il Seminario grande, o per meglio dire si vede la porta barocca ma colossale, che dà accesso al vasto cortile interno in fondo al quale poi sta il Seminario. Il portone era spalancato ed il cortile pieno di chierici e di mucchi di materassi, cuscini e pagliaricci; erano i materiali d'una barricata che i chierici stavano combinando per attraversare con essa il corso, ed erano tutti affaccendati nell'opera patriottica: chi andava di qua, chi andava di là; alcuni erano perfino in manica di camicia. Era impossibile il non fermarsi a quello spettacolo; non dirò d'essermi fermato molto, ma certo assai più che avanti quello del naviglio, dacchè potevo farlo impunemente. Del resto non era solo la singolarità di quello spettacolo che lo rendeva caro a' miei occhi, ma anche la considerazione della parte che già prendeva il clero al nazionale movimento. Se coloro che tanto si affacendavano erano i giovani chierici del Seminario, era evidente però che non agivano senz'essere di pieno accordo coi loro superiori.

Continuando il mio cammino passai avanti a casa Arese, e veduto un servitore sulla porta, mi fermai e lo richiesi se il padrone era partito: mi rispose di sì e che era partito il giorno innanzi uscendo dalla città pochi minuti prima che venissero chiuse le porte. Questo mi fece gran piacere, poichè nessuno in quel momento poteva dire come sarebbe finita la sollevazione; certa invece era la guerra ed a' miei occhi ogni giorno che si fosse potuta anticiparla era un gran guadagno. Da casa Arese si giunge ben presto a San Babila, e mano mano che mi avvicinava, riconosceva che il supposto pericolo andava sempre più diminuendo per causa della configurazione del terreno e della disposizione della barricata. Questa era stata costrutta in modo opportunissimo: partendo dalla prima casa sulla linea che volge a S. Damiano, andava in isbieco a raggiungere l'angolo del caffè delle Colonne, includendo la via Bagutta, il qual punto era interamente coperto dalla chiesa di S. Babila e dalla colonna detta del Leoncino di Porta Renza, mentre la parte esposta era soltanto quella che si trovava di fronte alla via di S. Romano. Il mio ingresso fra i combattenti venne quindi fatto senza che incontrassi alcun pericolo. Non pertanto fui accolto festevolmente; era indubbiamente il primo che dal mattino di quel giorno aveva attraversato il corso nella sua lunghezza. Fino al ponte tutte le porte e le finestre erano chiuse; dal ponte in giù dal lato destro ancora esposto, benchè in via di sola possibilità, tutto del pari era chiuso; dal lato sinistro vedevasi aperta qualche finestra e taluno si affacciava, ma sulla via non un'anima. I compagni futuri di combattimento mi avevano scorto da lungi allorchè era arrivato al ponte, e si erano rallegrati vedendomelo traversare, e riconoscendo che era fuori di pericolo. Si fece subito un cerchio attorno a me e cominciarono le dimande a furia: d'onde veniva e che cosa sapeva. Io dissi loro tutto ciò che il lettore già conosce intorno alla forza e posizione de' Tedeschi e narrai l'affare dei chierici che fece molto piacere. Alla mia volta chiesi conto dei combattimenti in città e se il fuoco era cessato da molto: mi risposero ch'era da oltre un'ora che stavano tranquilli; di quanto avveniva nelle altre parti non sapevano se non che si combatteva di certo a Porta Nuova ed a S. Vicenzino. Chiesi ov'era il podestà e se eravi un capo che dirigesse la sollevazione. Mi risposero che il podestà e i membri del municipio, andati dapprima in casa Vidiserti, eransi trasferiti in casa del conte Carlo Taverna nella contrada de' Bigli, come ho già accennato, e che a capo militare era stato scelto un certo Anfossi, emigrato piemontese che veniva dall'Egitto, uomo arditissimo.

Dopo che reciprocamente avemmo soddisfatta la nostra curiosità, io volli visitare minutamente la barricata, della quale ora è difficile il farsi un concetto esatto per i molti cambiamenti seguiti in quella località. In luogo di quella casa alta con architettura veneziana, che sta ora sull'angolo fra il corso e la via di S. Damiano, eravi allora una casa ben più modesta ma che sporgeva assai, restringendo il corso, tanto che a chi veniva dalla via del Durino non si affacciava la colonna del Leoncino se non dopo oltrepassata quella stessa casa d'angolo. La via in quel punto era d'un terzo almeno più stretta dell'attuale, e la barricata che ho già descritto, e che partendo da quell'angolo andava per isbieco ad appoggiarsi alla casa dove havvi il caffè delle Colonne, era molto solida, poichè oltre le travature era rivestita d'un rialzo di terra e ciottoli. Durante il mattino del 19 essa sostenne l'urto de' proiettili che venivano da Porta Orientale, finchè le truppe coll'artiglieria rimasero nelle vicinanze del palazzo Serbelloni-Busca. Per dare un'idea della forza che avevano taluni proiettili, mi basterà l'accennare un fatto solo. Sull'angolo di quella casa, ora scomparsa per far luogo all'allargamento, eravi un negozio di vino con ispaccio al minuto, cioè una bettola che era aperta anche in quel giorno. Or bene una palla da cannone attraversò netta tutta la parete, ma all'altezza di due metri e cadde nell'interno; di guisa che gli avventori si affrettarono a sgomberar la bottega.

Dopo aver ben visitato tutto, stimai opportuno di recarmi al municipio per comunicare quanto io aveva veduto, ed anche udito, dagli stessi Tedeschi a loro non saputa. Ben presto arrivai a casa Taverna e venni tosto introdotto dal conte Casati che trovavasi con altri assessori in una stanza del primo piano. Narrai quanto aveva veduto dal mattino in poi, e mi fermai sulle parole testuali del colonnello che fecero un gran senso. Assai domande mi vennero dirette da parecchi, i quali in ispecie volevano sapere se la moltitudine che avevo veduto era armata, e se potevasi sperar da essa un qualche aiuto. Risposi che la massa era grande di certo, ma che per quanto io avessi guardato col cannocchiale non aveva potuto scoprir armi e che la maggior parte mi erano sembrati curiosi. Seppi dappoi che il colonnello annoiato da quella massa di gente, allorchè sul tardi della giornata si era ritirato fin presso alle porte, le fece aprire d'un tratto e ordinò una cannonata a mitraglia. Fuggirono tutti d'ogni parte; alcuni rimasero feriti, e per quel giorno non si lasciò più veder nessuno.

Fra i presenti in casa Taverna la persona colla quale avevo maggior confidenza era il Giulini, quello che mandava per mezzi sicuri le mie lettere in Piemonte e che allora fu de' più insistenti ad assediarmi d'interrogazioni. Compiuto quell'atto di dovere, io tornai alla barricata di S. Babila deliberato di rimanervi. Il numero dei difensori non era grande potendo salire a quindici soli e male armati, taluni avendo fucili da caccia ed altri alcune delle armi tolte ai corpi di guardia disarmati che erano le migliori. Durava tuttavia una specie di sospensione di ostilità, onde vi erano frammisti a combattenti molti curiosi, quand'ecco odesi ad un tratto di nuovo il cannone da Porta Orientale. I curiosi disparvero, i combattenti si avvicinarono alla barricata, ed io scelsi il mio posto mettendo in ordine gli enormi miei pistoloni, arma più sicura dei fucili da caccia. Qual fosse la causa precisa, per cui dopo una lunga sosta venissero allora riprese le ostilità, non saprei dirlo in modo esatto, ma è probabile che sia stata la molestia che veniva alla truppa da un famoso tiratore che armato d'ottima carabina svizzera era andato sino a casa Serbelloni seguendo precisamente quel cammino sicuro che aveva fatto io venendo, ossia rimontando a destra il corso da S. Babila sino al ponte. Quella casa, che merita nome di grandioso palazzo, fa angolo fra il corso di Porta Orientale sul quale ha la fronte principale e la via lungo il naviglio; ma quella fronte non si unisce alla prima ad angolo retto, bensì l'angolo stesso è tagliato, evidentemente a lasciare un maggiore spazio per accedere alla via lungo il naviglio; onde resulta una piccola terza fronte e tale che in essa si praticarono due finestre. Colà erasi posto quel bravo tiratore per nome Broggi. Egli era al sicuro di ogni colpo diretto; caricava la sua carabina e poi avanzandosi verso la fronte del palazzo e sporgendo solo quanto era necessario per prendere la sua mira, tirava sulla truppa, per quanto lontana. Convien dire che non lo facesse sempre indarno, perchè fu allora che venne ripreso il fuoco che non poteva esser diretto alla barricata, la quale più non vedevasi dal punto ove si erano collocati i Tedeschi. Essi tiravano a palla e le palle battendo, sul selciato facevano scherzi stranissimi deviando a destra ed a sinistra, infrangendo stipiti ed arrivando coi loro salti sino ai secondi piani. Ma dopo qualche tempo si avanzarono sino a che due cannoni si trovarono sulla linea retta dalla parte della barricata che si appoggiava all'angolo della via Bagutta. Noi rispondemmo alla meglio col nostro fuoco, che però era innocuo per la troppa distanza, ma anche il loro non ci cagionò danno alcuno essendo noi difesi dalla barricata. Però un risultato funesto lo ebbe pur troppo, e fu la caduta del povero Broggi. Dopo un'ora circa il fuoco cessò, e noi eravamo ancora al nostro posto, quando seguendo quella via coperta già da me descritta, arrivò un giovane piuttosto alto e che, se non erro, udii chiamare col nome di Rusca. Io non lo conosceva, nè dopo quel giorno più lo vidi; egli teneva in mano una carabina tutta intrisa di sangue. Che c'è? chiesi io che era tra i primi da quel lato: Il povero Broggi è morto, mi rispose: una palla di cannone di rimbalzo deviando a sinistra lo colse in quel luogo ove si credeva sicuro e lo tagliò netto in due. Il Rusca ch'era poco lontano accorse, ma per vedere quello spettacolo e per raccogliere la carabina. Grande fu in tutti il dispiacere per quella morte, il Broggi valeva solo ben più di molti assieme, pieni di buona volontà ma inesperti all'uso dell'armi; egli univa tutte le qualità del buon tiratore; polso fermo, occhio esercitato e pratica della sua carabina. Il Rusca andò al Municipio a narrare l'accaduto, e poco dopo vedendo ch'era subentrata una nuova calma, vi andai io pure per apprendere che cosa avveniva nelle altre parti della città.

CAPITOLO QUINTO

L'autore con Augusto Anfossi, capo dei combattenti, si recano al Comando Generale nella via di Brera per intimare la resa ad un battaglione di Ungheresi, ma senza frutto — Alla sera del 19 l'autore è chiamato a giudicare uno scritto del vice Presidente O'Donnell, ritenuto prigioniero in casa Taverna, sede del Municipio — Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed il Duomo; l'autore reca la prima bandiera tricolore sul Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo Provvisorio.

Amico del padrone di casa, il conte Taverna, e del Giulini, conoscente di buona parte degli altri, non solo venni lasciato passare, ma fui introdotto nella sala principale, ove stavano riuniti i membri del Municipio, ed era una stanza piuttosto grande che dava sul giardino. Era quasi piena di gente, con un continuo andirivieni; animatissimi erano i discorsi: chi narrava una cosa, chi l'altra, allorquando, forse un quarto d'ora e non più dopo il mio arrivo, entrano due cittadini, annunciando che sul piazzaletto avanti al Gran Comando[12], a Brera, eravi una quantità di soldati che venivano ad atti fraterni colla popolazione, e soggiungendo essere essi certi che se alcuno rivestito di qualche autorità si fosse presentato, ed avesse intimata la resa, il colpo non falliva. Parlavano con tale convinzione che non mancarono di far tosto un grande effetto su tutti. Ma come possono dir questo? chiese, non rammento se il Casati od altro, ma certo uno del Municipio; da quali fatti lo arguiscono?

Lo dicono, risposero essi, i soldati stessi.

Ma sono Italiani?

Sono Ungheresi ed Italiani. Ritengano che si arrendono; ma converrebbe che andasse uno che conosce il tedesco, perchè gli ufficiali sono tedeschi.

Erano momenti nei quali tutto si credeva possibile; da un giorno e mezzo si erano già vedute tante cose, dapprima giudicate impossibili, che si cominciò ad accogliere anche quell'idea.

Mi dicano, chiesi io, sono molti?

Molti; è pieno tutto il piazzaletto avanti al Gran Comando.

Sono mescolati i soldati alla popolazione? domandai io di nuovo.

Questo no, perchè hanno paura degli ufficiali; ma alcuni che hanno girato il canto di casa Castelbarco parlano coi cittadini.

Davvero, se riuscisse, dissi io, sarebbe un bel colpo. Or siccome io aveva dovuto stare inerte mezza giornata, credetti che spettasse a me l'arrischiarmi a far qualcosa di segnalato; onde rivolto al Casati: Signor podestà, gli dissi, vado io. Dapprima v'ebbe un momentaneo silenzio, ma tosto fu rotto da diverse esclamazioni di bravo, bene! Io mi apparecchiava ad andare senz'altro; quando, fra la folla si fa largo una persona che non avevo veduta mai, grande, con volto abbronzito e pieno d'espressione, che mi dice: Vengo anch'io. Uno del Municipio me lo presenta e mi dice: Questo è il signor Anfossi; e presenta me a lui. Gli stendo la mano, e dico: Andiamo. Quando appresi che vi erano Ungheresi, pensai che sarebbe bene rivolger loro il saluto sempre caro all'orecchio ungherese, di Eljen Madjar, che significa: Evviva l'Ungheria; ma, temendo di non pronunciarlo bene, mi rivolsi ad un Litta Modigliani, ivi presente ch'era stato a Vienna, ed in diplomazia, e gli chiesi se il mio modo di pronunciarlo andava bene. Mi rispose che sì, ed armato di quel solo talismano, confidando nella fortuna, ci ponemmo in cammino io e l'Anfossi; nessun altro ci seguì. Usciti dalla via de' Bigli, ed avendo appreso che tutta la via di Brera era occupata dai Tedeschi, andammo per le vie di Croce Rossa, Borgo Nuovo e Fiori chiari, e sboccammo sulla larga via avanti al palazzo di Brera. Colà arrivati, io trassi il fazzoletto bianco che teneva alto in segno che venivamo con intenzioni pacifiche, ed andammo diritti verso il fitto della soldatesca, che, del resto, era totalmente separata dai cittadini. Al primo arrivare io pronunciai, con tutto l'entusiasmo possibile, l'Eljen Madjar, gettandomi in mezzo agli Ungheresi che in realtà formavano la grandissima parte di quella truppa, e, per verità, v'ebbe un istante che credetti che il colpo andasse bene. Eljen, eljen! risposero non so quanti, e mi stringevano la mano. Rivoltomi ad un maggiore che comandava quella truppa, ch'era un battaglione intero, lo salutai col miglior garbo possibile, e quindi entrai in argomento, dicendogli che, al punto in cui erano le cose, mi pareva che l'umanità esigesse di non fare inutili sacrifici, e perciò si arrendesse, e stesse certo che se gli avrebbero avuti tutti i riguardi possibili. Il maggiore si trovava precisamente presso la prima porta, sempre chiusa, che si incontra venendo dal centro della città; piovigginava, ed egli era chiuso in un gran mantello impermeabile. Mi ascoltò con mirabile freddezza, senza far gesto o movimento di sorta, guardandomi con un'espressione piuttosto di curiosità che altro e quand'ebbi finito: No, rispose, non lo posso: non fate ostilità voi e non ne faremo noi.

Io rimasi sorpreso di questa risposta e la partecipai all'Anfossi. Un gran cerchio di soldati s'era fatto attorno a noi. Rimanemmo alcuni istanti perplessi, quando l'Anfossi si curva su di me e mi dice a bassa voce: Caro mio, andiamo; ci potrebbero condurre in castello.

Nulla di certo avrebbe potuto impedirlo; ma non solo a me non era passato pel capo quel pericolo, ma anche dopo che l'Anfossi mi rese avvertito, non lo temetti, e ciò per la ragione che l'ufficiale aveva pronunciate quelle parole con un'inflessione di voce quasi dolce. L'Anfossi, che non conosceva il tedesco, non poteva trarne la conseguenza trattane da me, che, in fondo, non solo non fosse ostile, ma quasi desideroso di componimento. Voglio tentare ancora, dissi all'Anfossi; ma egli non aspettò, e se ne partì. Avvicinatomi di nuovo all'ufficiale, cominciai con un argomento che parevami della più chiara evidenza: È impossibile, gli dissi, che possiamo rimanere in tale stato di cose: conviene che si venga ad una conclusione; e tornai al solito argomento de' poveri soldati sacrificati inutilmente, ma tutto fu inutile. Ascoltò di nuovo la mia omelia, colla stessa freddezza, e poi rispose: Non fate nulla a noi, e noi non faremo nulla a voi; ma questa volta in modo più risoluto. Compresi che non mi rimaneva che d'andarmene col mio fiasco. Salutato il maggiore, che rispose al mio saluto, ripresi la stessa via che aveva fatto venendo. La piazzetta avanti al Comando generale, fiancheggiata ora da una casa nuova alta, lo era in allora da una chiesa o cappella intitolata a S. Eusebio ed unita a casa Castelbarco, ed aveva arrotondato il canto, fra la stessa piazza e la vicina di Brera. Girando quel canto, quasi di nascosto, alcuni soldati si erano recati sul davanti di casa Castelbarco, ove più non erano veduti dagli ufficiali. Io mi tenni presso quel lato, e appena mi trovai fuori dallo sguardo degli uffiziali mi vidi avvicinato da quattro soldati; uno italiano, gli altri Ungheresi. Mi balenò un lampo di speranza, che almeno una conquista in piccolo io la potessi fare, inducendo que' soldati a venir meco; ma, quale illusione! essi mi chiesero tabacco. Io non ne aveva, perchè non fumo; epperò loro dissi fra lo scherzo ed il serio: Venite con me, e ve ne darò quanto ne volete; ma non vennero; solo l'italiano voleva che tentassi ancora di persuadere l'ufficiale, ma gli risposi ch'era tempo perduto. Quel piccolo fatto però accaduto a me stesso, mi spiegò come que' cittadini, venuti colla piena convinzione che il colpo potesse riuscire, erano in buona fede, e sbagliavano solo nel giudicare la condotta passibile degli ufficiali. Tornando malinconico su' miei passi, pensava all'efficacia della disciplina. Non pertanto, volli render conto della mia missione ai membri del Municipio, che fino allora non avevano altra veste. Il Casati mi ringraziò, e mi comunicò che mi avevano nominato aiutante dell'Anfossi, il quale faceva da capo: eravi anche un altro aiutante, del quale ho dimenticato il nome, ma che vidi, dopo il 1860, maggiore nella guardia nazionale di Milano. Benchè il colpo andasse fallito, non aveva mancato di fornirmi una prova che il morale de' nostri sì potenti nemici era scosso; la risposta datami dal maggiore non voleva uscirmi dal capo; una sospensione delle ostilità, senza che l'una o l'altra parte rimanesse padrona della situazione, era inconcepibile. Nel fondo io ci vedeva l'irresoluzione, e mi pareva già molto.

La giornata del 19 volgeva alla fine; era stata importante; sopratutto per il successo a Porta Nuova, dovuto principalmente all'Anfossi. Quegli archi che i Milanesi chiamano Portoni, rappresentano, o, diremo meglio, richiamano una delle conquiste più felici di que' giorni; padroni di essi, noi avemmo una linea decisa di difesa. Dopo essere uscito di nuovo, e fatta non mi rammento bene quale ispezione, tornai a casa Taverna, ed entrato nella prima sala che trovasi dopo il piccolo corridoio che s'incontra al primo piano, sentii il Giulini che esclamava: È qui il Torelli; ci rimettiamo a lui. Come è facile il supporre, io non compresi nulla di quella frase, ch'era evidentemente la conclusione di qualche discussione; or ecco che cosa vi aveva dato origine. Io ho già narrato come il Municipio, ritirandosi dal palazzo di Governo, conducesse seco ostaggio il Vice Presidente conte O'Donnell; in casa Taverna gli era stata assegnata una bella stanza al primo piano con prospetto sul giardino attigua a quella ove sedeva il Municipio stesso. Quantunque non potesse uscire era vigilato anche colà da una guardia e questa avendolo veduto a scrivere, mise il campo a rumore e provocò osservazioni e consulte. Tosto taluno propose di impadronirsi dello scritto; altri reputava il passo troppo duro, dacchè qualunque cosa avesse scritto, non ne poteva sorger guaio non comunicando egli con nessuno. Si insisteva da una parte e dall'altra; finalmente si venne ad una specie di compromesso e fu questo, che si mostrasse lo scritto a persona di confidenza del Municipio, e se questa assicurava che nulla conteneva da tornare a nostro danno, si restituisse senza chieder conto dell'argomento. Lo scritto era in tedesco, e fu giuocoforza andar in cerca di qualcuno che conoscesse tal lingua. Io arrivai a caso in quell'istante e veduto dal Giulini, gli diedi causa di uscire in quell'esclamazione che al momento doveva essermi inesplicabile. Io era così lontano dall'attendermi quell'incarico, chè sino a quel punto ignorava completamente che l'ostaggio fosse colà e per di più non aveva veduto mai quel personaggio. Accettai però l'incarico, che infine era la mitigazione di un atto veramente duro, quale sarebbe stato quello di togliergli senz'altro lo scritto. La stanza assegnata al prigioniero era prossima ad un gabinetto stretto stretto che serviva da studio all'ottimo Carlo Taverna, diviso solo per una scala interna, da quella. Il prigioniero che il giorno innanzi era ancora il capo del Governo di tutta la Lombardia e di diritto lo era ancora, fu fatto passare in quel gabinetto ov'ebbe luogo il mio incontro con lui; egli era accompagnato dal conte Casati che doveva presentarmi. In quali termini fosse prima stata annunciata all'O'Donnell quella determinazione, io lo ignoro; ma rammento in modo preciso che entrando nel gabinetto disse al Casati queste parole: Veggo che mi trattano proprio da prigioniero. Il buon Casati gli rispose protestando ed insinuandogli che volesse far ragione alle circostanze ed alle difficoltà della sua posizione; poi, molto commosso, sedette su un piccolo sofà. Io ed il prigioniero ci avvicinammo ad un tavolino presso la finestra sul quale eravi una lampada, ed egli estrasse il manoscritto che cominciò a leggere: ma io lo interruppi dicendo: Non permetto ch'ella si scomodi; la scrittura è chiara; voglia favorirmela. Il tono col quale pronunciai quelle parole, esprimeva spiccatamente il rispetto alla sventura e lo rincorò; sicchè a sua volta mi consegnò lo scritto con tale atto che significava: Vi ringrazio del vostro contegno. Lo scritto era una narrazione degli avvenimenti, un rapporto diretto al Ministero di Vienna; ma in esso non era cosa alcuna in aggravio del Municipio e dei cittadini, e invece ei si lagnava amaramente della polizia, asserendo che essa non aveva mai conosciuto lo spirito pubblico, correndo dietro a dicerie su tali e tali persone ed a pettegolezzi. Il racconto giungeva sino al momento dell'abbandono forzato del palazzo di Governo, e faceva precisamente menzione anche dell'arrivo dell'arcivescovo, notando come avesse una coccarda tricolore sul cappello (io l'aveva veduta alla bottoniera, ma l'O'Donnell diceva positivamente sul cappello: credo che l'avesse in entrambi i luoghi). Letta che ebbi quella relazione, dichiarai che conteneva assolutamente nulla che potesse comprometterci; al momento non volli però dar conto a nessuno del contenuto; lo narrai più tardi, finita la lotta, non essendovi più ragione alcuna di farne un segreto. La soluzione venne comunicata all'O'Donnell, al quale fu restituito il manoscritto me presente, e parve esilararsi; era una bella persona e sopportava con dignità la sua sventura. Uscito di nuovo coll'Anfossi, facemmo una ispezione; poi, essendo già la notte molto avanzata, rientrammo e ci coricammo nell'angolo di una sala e prendemmo alcune ore di riposo. Il domani (20) eravamo in piedi prima dell'alba; io andai ai Portoni di Porta Nuova ed a S. Babila, diedi alcune disposizioni e ritornai a casa Taverna sempre di buon'ora. Al mio arrivo vidi un agitarsi insolito nell'atrio e nel cortile, ove si udivano le parole polizia, duomo: affrettatomi a salir le scale trovai la prima sala piena ed appresi che i Tedeschi durante la notte avevano abbandonato la Polizia ed il Duomo; tutti però non vi prestavano fede, e molti la credevano una finzione, un'astuzia per attirare i cittadini e farne poi man bassa. La Polizia ed il Duomo erano due punti essenzialissimi. Qui è d'uopo però spiegare la parola Polizia. La gioventù e le persone in genere che non hanno oltrepassato i 40 anni[13] non possono averne un'idea esatta. Chiamavasi Polizia tutto il complesso dei fabbricati nella via Santa Margherita ove si trovavano gli uffici che in oggi si chiamano di Sicurezza pubblica, non che le carceri preventive e correzionali; ma il concetto che il popolo aveva di quell'insieme, le idee che destava il nome di polizia erano ben diverse da quelle che desta la moderna denominazione. Oggi tutti sanno che nelle carceri ovunque siano, non si conducono che quelli i quali attentano alla vostra proprietà ed alla vostra vita; ma allora!! Si figuri il giovine lettore che la frase: L'hanno condotto in Santa Margherita, equivaleva a dire: Per un pezzo quell'uomo non vede più luce, — è scomparso, — starà a Milano, verrà condotto lontano, nessuno lo sa. Prima del 1848 non si andava però sino a temere della vita: nessuno venne ucciso, come direbbesi, alla sordina, ad uso del medio evo. L'Austria aveva fatto processi politici più o meno regolari, prima d'allora; vi erano state condanne a morte, ma nessuna esecuzione; più tardi vennero anche queste, ma fino al 1848 il patibolo non era stato asceso di fatto da nessuno; non pertanto l'essere messo in prigione per ragioni politiche, l'esser condotto a Santa Margherita era cosa che faceva spavento. Fra gli agenti di polizia i più detestati erano gli Italiani. Il popolo col suo buon senso comprendeva ch'era impossibile che i Tedeschi ci potessero amare o potessero ammettere il nostro diritto di voler comandar noi a casa nostra; ma non poteva tollerare che gli Italiani fossero più zelanti persecutori de' Tedeschi stessi. Vi erano commissarî di polizia che avevano accumulato sul loro capo un odio indescrivibile; i nomi del Bolza e del De Betta erano popolarmente esecrati, nè ci aveva classe di persone che non li conoscesse. Era allora capo della polizia il barone Torresani Lanzenfeld, tirolese. Non credo che personalmente fosse un cattivo uomo; ma aveva usurpata la fama di uomo molto abile, non essendolo punto, come osservò lo stesso O'Donnell. Il caseggiato materiale di Santa Margherita si estendeva molto addentro dalla parte ove erano le carceri; non eravi una divisione precisa fra carceri comuni e politiche; nella prima che si trovava esser libera si metteva l'uno o l'altro arrestato, senza però mescolare i detenuti, almeno per norma generale. Comunque sia, in tutte le sfere della società il nome di Santa Margherita era conosciuto e temuto. Allo scoppiar della rivoluzione quel locale, già sempre ben munito, era stato rinforzato con truppe e si era difeso con danno non piccolo dei cittadini; all'udire che lo avevano abbandonato volontariamente durante la notte, sorse quel dubbio d'un tranello, diviso dalla grande maggioranza degli accorsi a dare la notizia. Quanto al Duomo era la stessa cosa. Il Duomo, quella meravigliosa cattedrale, che è il vanto secolare di Milano, e s'identifica talmente con tutto il suo essere passato e presente, che volendosi rappresentar la città per mezzo d'un monumento, si sceglie sempre quella mole marmorea cotanto caratteristica perchè gigantesca e gentile ad un tempo; il Duomo, dico, ebbe una larga parte nella rivoluzione del 1848. Allorchè scoppiarono i primi moti, il posto del Palazzo reale al fianco sinistro del Duomo, venne rinforzato con truppa ed artiglieria. Vicino al Palazzo reale havvi l'Arcivescovado, che i Tedeschi occupavano del pari, tenendosi così padroni del vasto tratto compreso fra la via dei Restelli, la via Larga, Piazza Fontana ed il fianco sinistro del Duomo. Dall'Arcivescovado si entra in Duomo per mezzo di un passaggio sotterraneo comodissimo, aperto, se non sempre, in molte occasioni festive al pubblico; i Tedeschi entrarono per quel passaggio nella chiesa e sbarrarono le porte, con che trasformarono il Duomo in una vera fortezza. La parte superiore, che forma un seguito di vie, di piazze, di androni di marmo lavorato con l'arte più squisita, divenne la loro rôcca, il loro campo principale, il centro del loro fuoco. Le innumerevoli guglie erano le loro barricate, e giammai, dacchè si combattè dietro barricate, ve n'ebbero di così preziose. Non si ha che a gettare uno sguardo su quel gigante che domina Milano, per comprendere che cosa si poteva fare essendo padroni di quell'altura, ove si può circolare con tutta sicurezza e che si presta egualmente all'offesa ed alla difesa. Vi salirono cacciatori e fecero molto male, sopratutto il primo giorno. Nella notte dal 19 al 20 abbandonarono non solo quella posizione ch'era fortissima, ma tutto il circuito in loro possesso, ossia il Palazzo reale e l'Arcivescovado. Se non che per la stessa ragione adotta per la Polizia non si voleva credere alla sincerità dell'abbandono. Si discuteva in casa Taverna sul da farsi: taluno voleva che si accertasse subito il fatto; altri consigliava la prudenza, dacchè presto la cosa si sarebbe chiarita senza sacrificar nessuno; ma l'Anfossi, perduta la pazienza: Finiamola, disse, io vado alla Polizia e Torelli andrà al Duomo. Detto fatto ci poniamo in cammino. Ei volge a destra per la via S. Vittore 40 martiri[14] ed io prendo la via S. Pietro all'Orto, perchè era la meno ingombra di barricate. Essa sbocca sul Corso, che legalmente allora doveva chiamarsi Corso Francesco, ma che il pubblico chiamava sempre, come dissi, col nome antico e storico di Corsia de' Servi. Durante la traversata della via di S. Pietro all'Orto, pensai che sarebbe stato utile il munirmi d'una bandiera, onde arrivando sulla grande guglia ove aveva deliberato di salire, potessi dar con quella un segnale anche ai lontani, che i cittadini erano padroni del Duomo. Allorchè sboccai sulla detta Corsia mi si presentò una scena molto animata; quasi tutti i terrazzini, e non havvi casa che colà non ne abbia, erano pieni di gente, uomini, donne, giovani, vecchi; parlavano forte, gesticolavano, mostravano il loro tripudio; la notizia dell'abbandono del Duomo era corsa ma congiunta ancora al sospetto che l'abbandono fosse simulato; chi credeva, chi non credeva. Nella via vi era pochissima gente. Recatomi sotto uno dei terrazzini, tappezzato di bandiere tricolori e credo in vicinanza dell'Uomo di Pietra, pregai che mi si desse una bandiera annunciando che voleva portarla sul Duomo. Subito, mi rispose una signora molto gentile, e mi porse una bandiera. Era di discreta grandezza con la sua asta proporzionata. Allorchè mi avviava sempre solo, incontrai un giovine che aveva conosciuto alla barricata di San Babila: gli dissi che andava sul Duomo e se voleva accompagnarmi. Accetto, rispose, e continuammo assieme; il Duomo ci era sempre in vista e già divorava cogli occhi la cupola, quando arrivato allo sbocco della via di S. Radegonda sentii alcuni a dire: Ma dove va? — Sul Duomo, risposi io. — Ma badi che ci sono ancora i Tedeschi. A quel punto noi eravamo arrivati al fianco stesso del Duomo, ed io studiava il passo perchè ero impazientissimo; ma giunto a poca distanza dal Coperto dei Figini alcuni cittadini, accortisi ch'ero risoluto ad entrar in Duomo mi gridarono: No, no, per carità, vi è tradimento... vi è tradimento! Badi alla mina. — Frattanto io aveva percorso tutto il fianco e, giunto alla fronte, vidi aperta la porta della chiesa e qualcuno sulla soglia. Ebbene, dissi ai cittadini che dal portico dei Figini mi gridavano di non andare, io dico che sul Duomo non vi è più nessuno. Era evidente che chiunque vi fosse stato poteva dirsi un uomo perduto; ora i Tedeschi sapevano far troppo bene la guerra per commettere simili errori. Pienamente persuaso che nessuno più non vi fosse, e pressato dall'ansia di dare il famoso segnale, salii di corsa la gradinata ed entrai in Duomo per la seconda porta.

A quel punto eramisi aggiunto un terzo compagno, precisamente al momento che girato il fianco del Duomo giudicai ch'esso era libero; ed era un mio fratello per nome Giovanni Battista, il quale dimorava nel borgo Monforte, e avendo preso parte al combattimento, veniva a veder che cosa accadeva nel centro della città. Vieni anche tu, gli dissi, e venne. Io precedeva i compagni colla bandiera e salii il primo la stretta scala granitica che riesce al vertice del Duomo con interminabili piccoli ripiani ove a stento possono darsi il cambio due persone. Non so quanto tempo impiegassi, ma di fermo ben poco. Io aveva una certa famigliarità col Duomo, perchè non passava mai anno che in qualche limpida giornata non mi recassi sulla maggior guglia a contemplare il bellissimo panorama che da quella si gode; il che mi tornò utile assai, poichè chi non ha pratica, può perdere ben molto tempo prima di trovar la via a superare tutti quei piani che si incontrano dopo che dalla stretta scala interna si arriva al primo ripiano.

Oltre l'ansia ben naturale di recare quel famoso segnale, aveva in mira di persuadere al più presto possibile del loro errore i gridatori al tradimento; alla mina. Giunto sul primo ripiano accennato, traversai di corsa quella specie di corridoio o galleria marmorea che si estende da un capo all'altro quanto è lungo il fianco verso la Piazza Reale, e salii la lunghissima scala scoperta che conduce al piano superiore. Siccome eravi chi stava all'erta se mi vedevano arrivare, così non aveva ancor finito di traversar la galleria che cominciarono gli evviva; io non mi fermai un istante, ma pervenuto alla sommità della vôlta, andai ritto alla guglia, e salito per quelle scale a chiocciola, quasi aeree, arrivai ben presto all'ultimo ballatoio fin dove era possibile di giungere. Quivi feci il giro sventolando la bandiera, fermandomi poi dalla parte verso la Corsia de' Servi, ove molti, conoscendo lo scopo della mia missione, stavano sull'avviso. Uno scoppio prolungato di evviva salutò l'apparire della bandiera. Io avevo preceduto di qualche poco i miei compagni che tosto mi raggiunsero su quel pinacolo, e insieme assicurammo a quell'altura la bandiera come meglio si potè dal lato della Corsia menzionata. Dopo breve riposo discendemmo, ma con calma, perchè eravamo stanchi. Allorchè dopo rifatto il cammino allo scoperto, stavamo per discendere per la scala incassata nello spessor del muro, osservai, a poca distanza dalla porta, frantumi di bottiglie e tizzoni spenti. Di questi la provenienza era chiara; i soldati avendo freddo si erano evidentemente riscaldati accendendo fuoco, al che le molti travi d'ogni dimensione usate per i ponti de' vari lavori in costruzione avevano loro somministrato il materiale; non così chiara mi riusciva la presenza di quelle bottiglie, ma seppi poi la provenienza anche di quelle. Io conosceva certo signor Angelo Tavola, il quale, impiegato di Corte, avendogli io narrato quel fatto, mi disse, che il giorno 19 i soldati mandarono a dire che avevano sete e si inviasse loro da bere. Per far questa mandarono loro delle bottiglie di Bordò, non rammento bene in qual numero, ma non poche. Disceso dal Duomo andai a far la mia relazione, ben s'intende, verbale. Seppi all'Ufficio che anche all'Anfossi era avvenuto la stessa cosa; si gridò anche a lui di non avventurarsi, ma non diede ascolto, e trovò il fabbricato interamente sgombro dai Tedeschi. Frattanto in quello stesso giorno la Congregazione Municipale, che fino allora non aveva mai parlato che come tale, fece il passo ardito di trasformarsi in Governo Provvisorio di fatto, benchè nella sua notificazione non adoperasse ancora quel termine, ma dicesse solo che viste le circostanze.... assumeva in via interinale la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Ai membri ordinari della Congregazione, dei quali rammento aver visti in casa Taverna, oltre il conte Gabrio Casati, podestà, gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare Giulini, aggiunse in via provvisoria i signori Vitaliano Borromeo, Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico Guicciardi e Gaetano Strigelli.

Il Governo Provvisorio aveva creduto bene di nominare un Comitato di guerra per coadiuvarlo, e l'indomani ne nominò altri, uno di difesa, uno di pubblica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per ultimo uno di sussistenza.

Fra i primi atti del Comitato di guerra vi ebbe quello della pubblicazione d'un ordine del giorno annunciante come il signor Luigi Torelli di Valtellina ed il signor Scipione Baraggi di Treviso avessero recato la prima bandiera tricolore sul Duomo. Non posso dire di certo che la cosa mi spiacesse; ma sino d'allora e dal primo momento dichiarai che non dava nessuna importanza a quel fatto, non essendo persuaso che vi fosse a compierlo alcun pericolo; epperò lo ritenni, più che altro, un favore della fortuna che volle far cadere su di me quella missione che era stata certo utile, ma non pericolosa e tale da meritar tanto premio. La sua utilità poi era stata di far noto anche ai lontani come i cittadini fossero padroni del Duomo. Io credo che quanti cannocchiali esistevano nella cerchia di molte e molte miglia intorno a Milano, tutti erano rivolti verso la città ove da due giorni tuonava il cannone, ove nessuno poteva nè penetrare, nè uscirne. Allorchè videro quella bandiera, dovettero concludere naturalmente che la fortuna piegava in favor dei cittadini, poichè se mai vi ebbe fuoco visibile anche da lontano dovette esser quello fatto dai cacciatori dall'alto del Duomo.

Ma alla gioia della popolazione per i due fatti accennati dello sgombro della Polizia e del Duomo, onde era avvenuto che già cominciassero a popolarsi le vie, sottentrò presto un grande sgomento, allorchè cominciarono a piovere bombe e granate. Di nuovo si videro le strade deserte. Il piano dei Tedeschi era chiaro; essi si erano ritirati appunto perchè volevano bombardare la città; ma o fosse che la polvere avesse sofferto o per qualsiasi altra causa, il fatto è che poche granate scoppiavano, talchè lo spavento non durò a lungo. Fatti speciali degni di menzione non avvennero nella cerchia ove io mi trovava, solo a notte avanzata l'Anfossi mi propose una spedizione che merita essere ricordata.

CAPITOLO SESTO

La sera del 20 marzo l'Anfossi coll'autore e con tre altri combattenti, si recano sul campanile di S. Bartolomeo — È instituito un Comitato di difesa, e l'autore è chiamato a farne parte come Capo delle pattuglie; sue osservazioni in contrario; sua accettazione — Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo.

Al di fuori de' Portoni di Porta Nuova eravi una chiesa detta di S. Bartolomeo con un campanile non molto alto, ma sì perfettamente isolato che dominava a grande distanza; era di forma quadrata e piuttosto stretto, il che gli dava una certa eleganza. Su quel campanile eravi un corpo di guardia di quattro individui, la cui posizione era ottima per esplorare, ma pericolosa perchè non erano protetti dalle barricate che finivano ai Portoni. Quel posto era anche dei più instancabili per il continuo suonare delle campane a stormo, che dava ai nervi ai Tedeschi in modo insopportabile. L'Anfossi volle dimostrare anche il conto che faceva di quei giovani andando a trovarli sul posto. M'invitò ad andar con lui, il che accettai di buon grado, e discendemmo nel cortile di casa Taverna; quivi eranvi molti giovani, gli uni per riposarsi, altri venuti a sentire le notizie della giornata. Vedendoci uscire con quel passo risoluto di chi deve andar diritto ad uno scopo, venne ad alcuni la curiosità di unirsi a noi. Io chiesi all'Anfossi se poteva dir loro dove andavamo; ei rispose di no, perchè un bisogno non vi era e chi voleva venire avrebbe visto dove si andava. Benchè rispondessi in questo senso a quanti mi domandavano, alcuni vollero unirsi e ci trovammo in dieci o dodici alla fine della contrada de' Bigli; ma allorquando colà giunti si piegò a destra e si prese la via del Corso di Porta Nuova lungo il palazzo d'Adda, e cominciò a chiarirsi dove si andava, cioè che trattavasi di uscire dai Portoni fuori dalle barricate, il numero andò diminuendo sì che giunti all'ultima di queste ci trovammo in cinque. I Portoni conquistati il giorno innanzi non avevano ancora che una barricata provvisoria, fatta in fretta e in furia, che passammo senza stento, e presso alla quale mi cadde sotto lo sguardo un oggetto che mi fece allora una dolorosa sensazione.

Gli attuali Portoni sono bensì gli stessi di allora, ma il loro contorno è affatto diverso; non esistevano allora le due porte per i pedoni; le case a destra e sinistra si avanzavano assai più, e pedoni e vetture escivano ed entravano dai soli due archi centrali divisi dal largo pilastrone coevo alla loro costruzione. Ora, precisamente al centro di quel pilastrone eravi una panca sulla quale stava disteso il cadavere di un ungherese. Io che sognava sempre insurrezioni in Ungheria e calcolava sull'aiuto reciproco d'un movimento contemporaneo, non poteva vedere un ungherese morto, senza che mi contristasse l'animo, e tuttavolta al palazzo di Governo i primi cadaveri che aveva veduti erano d'Ungheresi; altri ne aveva veduti il 19, ed allora tornava ancora a veder nuove vittime di quella nazione, cadute combattendo contro una causa che pur era vagheggiata nello stesso loro paese.

La chiesa di S. Bartolomeo era il primo fabbricato che incontravasi a sinistra uscendo dai Portoni. Era costrutta non parallela ai medesimi ed al naviglio, ma in isbieco, in linea che piegava verso il nord-est. Aveva una fronte stracarica di ornati e con colonne ognuna delle quali portava una statua; era barocca assai, ma non senza una certa grandiosità; attigua alla stessa eravi la canonica che presentava una linea in senso opposto, talchè ove si univano le due linee, formavano un angolo acuto con un piccolo piazzaletto quasi nascosto, opportunissimo per proteggerci, poichè, come già dissi, noi eravamo allo scoperto, fuori delle barricate. In un istante fummo tutti riuniti in quel luogo, ed uno de' giovani che si erano uniti a noi andò a battere con precauzione, ma tanto da farsi sentire, al portone della canonica. Poco dopo si udì una voce che chiedeva chi si fosse e che cosa si volesse. Rispose il giovane in pretto milanese, ch'era il natural passaporto fra ignoti, esserci il capo dei combattenti che voleva visitare il posto sul campanile; aprisse pure senza paura e facesse presto. Il sagrestano che era la persona che parlamentava, aprì allora e noi entrammo nella canonica. Chiedemmo del signor parroco avanti al quale tosto ci condusse; trovammo un buon sacerdote che ci accolse con gran gentilezza, ed a cui spiegammo lo scopo della visita. Ordinò tosto al sagrestano di accendere la lanterna, ma poi rivolto a noi: Ma è impossibile, disse, che ci stiano in tanti; il campanile non offre che un piccolo spazio già in parte occupato dai giovani che stanno sopra. Mi pare che basterebbe che vi andassero due. Siccome in realtà non eravi ragione alcuna per andare in cinque: Ebbene, rispose l'Anfossi, anderemo noi due, rivolgendosi a me. La casa del curato communicava colla sagristia, e questa col campanile. Salivasi sul medesimo dapprima per una scala stretta ma in vivo, e ciò sino all'altezza della chiesa, ma poi conveniva passare per una scala a piuoli non molto lunga ma ertissima; superata quella si trovava di nuovo una scala eguale alla prima, ma coi gradini in legno e tanti piccoli ripiani, ove la scala faceva il giro, e ciò sino in cima ov'era il castello delle campane. Precedeva il sagrestano col lume. Sì tosto la vigile sentinella udì del rumore, gridò dall'alto il Chi va là? Il sagrestano da loro ben conosciuto, anche alla voce, rispose: Amici, amici, e poi aggiunse in milanese: Sono io con due signori.

Sia per effetto di grande stanchezza o perchè si doveva andar cauti e dietro quello scarso lume, il fatto sta che quella salita ci parve interminabile. Finalmente si arrivò in cima. Io precedeva l'Anfossi, ed annunciai a que' bravi giovani la sua visita. Essi cercarono subito di far un po' di posto. I finestroni del castello delle campane dove si trovavano, erano attraversati per il largo da due sbarre di ferro; si accollarono stretti stretti a quelli ed anzi uno di essi per fare ancora un po' più di posto, si pose a cavallo d'una di quelle sbarre. L'Anfossi li lodò, li incoraggiò, e ben lo meritavano, perchè in realtà erano, come dissi, i più esposti, e ben volentieri registrerei i loro nomi se li conoscessi. Io non dimenticherò mai lo spettacolo di quella notte da quel punto elevato; il cielo era bensì nuvoloso ma rotto, e siccome splendeva la luna, quel misto d'ombre e di luce era d'un effetto sorprendente. Da quell'altezza si vedeva nell'interno dei cortili del Castello, ove ardevano fuochi che l'immaginazione trovava di luce sinistra, perchè erano corse voci di crudeltà commesse sino dal primo giorno. Un cupo silenzio dominava in quel momento sopra tutta la città. Volli romperlo, e siccome era vicino ad una delle campane, preso il batacchio, diedi quattro o cinque colpi concitati ad uso di campana a martello; immediatamente non saprei dire da quanti altri campanili venne risposto con egual segno per dimostrare che si vigilava.

Poco dopo prendemmo congedo da que' bravi giovani e discendemmo. Precedeva il sagrestano colla piccola sua lanterna; veniva quindi l'Anfossi, ed io per ultimo; il sagrestano era di già arrivato in fondo alla scala in legno che ho descritto con tanti piccoli ripiani, allorquando io ch'era ancora indietro di una ventina circa di gradini, essendomi curvato di troppo, lasciai cadere il gran pistolone che portava sempre nella saccoccia del petto per minor incomodo, atteso il suo gran peso. Povero me, esclamai, perchè essendo carico a palla, poteva esplodere cadendo, e ferir l'uno dei due che mi precedevano; il pistolone batte e ribatte con gran fracasso, cadendo da un gradino all'altro, e finisce in fondo presso al sagrestano con suo grande spavento; ma fortunatamente tutto finì lì. Ritornati nel salottino a piano terreno, dove ci aspettava il parroco cogli altri nostri compagni, trovammo che il buon uomo ci aveva apparecchiato dello zibibbo e del vino, e con cortese semplicità: Siamo in quaresima, ci disse, non posso offrir di più. Noi lo ringraziammo, ma non accettammo. Egli ci accompagnò nel tratto dalla sala alla porta di strada. E qui voglio rammentare una particolarità per sè di nessuna importanza, ma che dà un'idea delle fatiche di quei giorni; l'Anfossi escì il penultimo ed io dopo di lui; l'Anfossi barcollava, per effetto della gran stanchezza, aumentata probabilmente dalla discesa del campanile con tanti piccoli giri sulla stessa linea; il parroco si fermò alla prima idea che suol presentarsi quando si vede un uomo a barcollare, e mi guardò senza proferir verbo, ma coll'espressione chiara della sua meraviglia. Io risposi alla sua idea: Oh no, dissi, è la gran stanchezza ed il gran sonno. — Oh povero uomo, esclamò allora il parroco a mezza voce, ma con accento ed atto tale del capo che voleva dire: Che giudizio fu il mio! come si può essere ingiusti! Ed avvicinatosi all'Anfossi nel piccolo tragitto dal punto ove eravamo alla porta per cui si doveva traversare un cortile, gli disse molte gentilezze e s'accomiatò da lui con profondo inchino come per emendare l'erroneo suo giudizio avanti a sè stesso ed avanti a me ch'era l'unico che lo conosceva. Rientrati in città, i tre compagni giunti presso la Croce Rossa si divisero da noi, io voleva che andassimo a casa Taverna, ma l'Anfossi mi chiese di condurlo in piazza del Duomo; cercai di persuaderlo ch'era inutile, ma, insistendo egli, dovetti andare, e discendemmo lungo il Monte Napoleone e la corsia dei Servi. Arrivato al Duomo non fu ancora contento: E di là dove si va? mi richiese, accennando alla via del Cappello: Verso il centro, risposi. Vediamo anche quella strada, soggiunse; indi volle andare ancor più in là, finchè arrivammo all'osteria del Falcone.

A quel punto gli dissi risolutamente: Non vado più avanti; non vi è scopo alcuno; voi siete stanco e lo sono anch'io, ritorniamo. — Avete ragione, mi rispose, e ritornammo. Si noti che anche quelle vie erano più o meno irte di barricate. Al ritorno, nello sboccar sulla piazza del Palazzo Reale, venendo dalla via del Cappello, ci si presentò il fianco sinistro del Duomo in tutta la sua maestà, illuminato dalla luna, essendo in quel momento, ed in quel punto, il cielo limpidissimo. Ci fermammo un istante. — Oh, è proprio imponente, esclamò. — Andammo quindi difilati a casa Taverna. Era già passata la mezza notte: al nostro arrivo trovammo la prima sala tutta coperta di dormenti stesi a terra su materassi. Si alzò uno di essi e ci fece passare nella seconda sala, ove ci indicò un posto capace per due persone. L'Anfossi giunto avanti quello, si lasciò cadere precisamente come fosse colpito da una palla, e come cadde si addormentò immediatamente. Io mi coricai vicino a lui. All'alba eravamo di nuovo in piedi. Uscimmo assieme, ma poi ci dividemmo; io andai a far un'ispezione verso Porta Tosa[15], non rammento ove andasse l'Anfossi, ma ci demmo appuntamento verso le 10 in casa Vidiserti, che già prima era un luogo di convegno dei combattenti.

Nulla di essenziale in quel mattino avvenne nel cerchio ove mi trovai io, ben s'intende, dacchè non parlo che di avvenimenti dei quali sono stato testimonio oculare.

All'ora convenuta io mi recai in casa Vidiserti. Poco dopo viene un signore da parte del Governo Provvisorio e mi annuncia che io sono nominato membro del Comitato di Difesa, colla missione speciale di Direttore delle pattuglie e delle ronde. Ci penso un istante e poi dico che mi è impossibile accettare quell'incarico. Per farsi obbedire, dissi, conviene esser conosciuto od aver tali distintivi esterni già noti, che indichino il grado, l'autorità, senza di che ognuno ha diritto di dire: Chi è lei? Con qual diritto comanda? In questi momenti bisogna prendere persone note alle masse delle popolazioni, sicchè non sia necessario spiegare anzitutto la propria individualità. L'altro insisteva ed io teneva fermo, quando arriva l'Anfossi puntuale al suo convegno. Io gli espongo la richiesta di quel signore e come io non accettassi. Dapprima l'Anfossi: Fate bene, disse, state con me; parole che mi rallegrarono, ma poi rimasto un poco sopra pensiero, soggiunse: No, dovete accettare. Allora io ripresi i miei ragionamenti; Credetemi, io sarò nell'impossibilità di agire; ma come volete che io sia conosciuto? Credete voi possibile che la notizia di questa nomina si spanda tosto per Milano, che la gente ci badi? E poi qual distintivo indica tale autorità? Come ordinerò io ad un combattente di venir con me? L'incaricato del Governo, incoraggiato dall'aiuto dell'Anfossi, insistette, e soggiunse, che trattandosi appunto di fare l'organizzazione, il Governo si doveva rivolgere a quelli che aveva imparato a conoscere. L'Anfossi troncò la questione con uno di quelli argomenti che sono irresistibili: Voi dovete accettare, disse, perchè infine è uno dei posti più pericolosi. Quella ragione non cambiava punto la sostanza delle mie obbiezioni, ma, come ripeto, metteva innanzi un argomento irresistibile. Vedrete, dissi, che non potrò far di più di quello che faccio ora, ma dovetti accettare. L'Anfossi venne chiamato dal Governo Provvisorio, e partì. Io meditai tosto sulla possibilità di pur organizzare qualche cosa anche per le pattuglie, ma toccai subito con mano, quanto fosse cosa difficile. Le vie che facevano capo ai luoghi occupati dai Tedeschi erano tutte coperte di barricate; la lotta era ridotta alle fucilate e cannonate; avveniva in punti lontanissimi l'uno dall'altro, a Porta Tosa, a S. Vicenzino, a Porta Ticinese; tutte le vie di communicazione erano chiuse dalle barricate, sì che bisognavano ore e molte per andare dall'uno all'altro luogo; la lotta generale nei primi giorni si era resa locale, come richiedeva la stessa sua natura. Non pertanto io ravvisava indispensabile un centro, e l'avere a disposizione un nucleo d'armati, una specie di riserva certa, che non esisteva e che non si poteva improvvisare. Tuttavolta mi tracciai un abbozzo di ciò che si sarebbe dovuto fare; ma che? Il messo del Governo, sì tosto ch'ebbe avuta la risposta affermativa, se ne era andato. Era colà un altro membro del Comitato, certo signor Ceroni, che fu poi uffiziale superiore nell'esercito, ed anzi era stato nominato direttore in capo, ed eravi pure un altro membro del nuovo Comitato. Io avrei voluto che fra noi ci intendessimo, ma fu impossibile. L'uno fu subito chiamato per una ragione, l'altro aveva da trovarsi in un tal luogo per un'altra; sì che nulla si potè concertare, e la cosa sola che fu possibile combinare fu di far capo sempre lì in quella stanza, e se non ci veniva fatto d'ivi incontrarci, scrivere. Andai quindi a casa Taverna che è vicinissima, poichè la casa Vidiserti ha una fronte sul Monte Napoleone e un'altra sulla via de' Bigli, la medesima dove si trovava la casa Taverna ove sedeva il Governo Provvisorio.

Ivi appresi una notizia importante, quella che l'esercito piemontese si metteva in moto. Questa notizia era stata portata dal conte Enrico Martini che veniva da Torino ed era penetrato in Milano coll'aiuto di un impiegato di dogana (come mi narrò più tardi egli stesso) che lo fece passare per un varco fra i più bassi del bastione di Porta Ticinese. Quale effetto dovesse fare su di me quella notizia è facile l'indovinarlo. Io era stato sorpreso dalla rivoluzione di Milano, che non entravo punto in tutto quel complesso di progetti, di scritti, di concerti intorno a cui mi affaccendavo da sì gran tempo, non risparmiando spese, fatiche, viaggi. Certo al punto al quale eravamo allora arrivati, la rivoluzione si appalesava come un sublime episodio, ma non cambiava le mie convinzioni che solo sul campo di battaglia si sarebbero decise le sorti del paese e nulla di serio poteva conchiudersi senza un esercito regolare.

Il 5 marzo, prima di abbandonar Torino, io aveva avuta l'assicurazione dal conte di Castagneto che Carlo Alberto era risoluto a far la guerra; io dunque non sognava, non sospirava che la calata dell'esercito piemontese: ma per quanto mi facessi a sollecitar quel passo, non ignorava le difficoltà che si incontrano nel riunire un esercito, nel determinare bene tutte quelle disposizioni che precedono l'entrata in campagna e la formale dichiarazione di guerra. Il piccolo Piemonte doveva sfidar la potentissima Austria; il che oggi ancora sembra un ardimento sì sconfinato da toccare alla follìa. Infatti un giovine d'oggigiorno che non conoscesse per tradizione, e per gli studî fatti, lo stato degli animi d'allora, le condizioni strane, inattese, nelle quali si trovò quel potente impero minacciato non già solo in Italia, ma in Boemia, in Ungheria e nella stessa Austria, anzi, nel suo cuore, a Vienna; quel giovine, dico, pel quale que' tempi sono già lontani, durerebbe fatica a spiegarsi il fatto, considerandolo isolato. Ma que' periodi nella vita de' popoli durante i quali tutto si sposta o minaccia spostarsi, non durano a lungo, e fortunati coloro che sanno approfittarne volgendoli a benefizio di una grande causa! Noi eravamo allora in uno di que' periodi; le autorità supreme a Vienna erano incerte e smarrite; la disciplina delle milizie era scossa, e se forse lo era meno di quello che si credeva, ad ogni modo, quella persuasione contribuiva a dar coraggio. Dall'altro lato, ossia dal canto nostro, tutto pareva che accennasse a concordia ed abnegazione: non si parlava che di pace e fratellanza, e le popolazioni parevano pronte a sacrifici d'ogni maniera; da ogni ordine di persone si voleva contribuire alle necessità della patria. Con queste ragioni, che altro non sono se non uno dei raggi della luce che rischiara quel periodo, si spiegano que' moti arditi e quelle infuocate speranze. Dal momento che ebbi la certezza dell'arrivo dell'esercito piemontese, io non titubai un istante a credere che gli Austriaci si sarebbero ritirati verso la base naturale delle loro operazioni, verso le fortezze, nel famoso quadrilatero. Come italiano non amava certo il Radetzky, ma avevo stima de' suoi talenti militari, e sopratutto della sua fredda calma; come giudicassi lo Schönhals, ch'era il suo capo di stato maggiore, lo prova la mia lettera anteriore allo scoppio della rivoluzione; io era dunque persuaso che uomini simili non si sarebbero lasciati cogliere a Milano da un esercito regolare. La certezza del fatto m'aveva infuso nuovo ardore, andai a più d'una barricata annunciando la buona nuova e commentandola. Quand'ecco spandersi per la città la notizia di stragi seguite nella canonica di S. Bartolomeo precisamente dov'ero stato la sera innanzi coll'Anfossi. Io vado al mio ufficio e sento che quel luogo era stato invaso, e vi si era ucciso un sacerdote. Ma del posto sul campanile che avvenne? chiesi tosto. Crediamo siasi salvato per i tetti, mi risposero. Pensai allora che al Governo dovevano aver notizie più esatte, ed andai a casa Taverna. Seppi colà che i Tedeschi stanziati alla Zecca, erano venuti in numero di cinquanta circa, guidati da un ufficiale, fino alla canonica di S. Bartolomeo, non già per la pubblica via, ma attraverso i giardini ed orti che occupavano grande parte di quello spazio che stendevasi da quella chiesa alla Zecca dietro la linea dei caseggiati della contrada allora chiamata la Cavalchina[16]. Giunti inosservati alla canonica, annesse alla quale erano altre abitazioni di privati, fecero prigionieri quante persone trovarono, e le condussero in chiesa quali ostaggi; lo scopo principale della spedizione era il posto sul campanile, per far cessare quel continuo scampanìo a stormo. Ma fortunatamente i giovani da quella sommità avevano veduto i soldati allorchè davano la scalata all'ultimo muro divisorio ed erano stati in tempo per salvarsi passando, dicevasi allora, sui tetti delle case che si collegavano al campanile. Gli ostaggi, dopo essere stati tenuti in chiesa qualche tempo, erano stati messi in libertà; ma intanto alcuni soldati si erano introdotti nelle case, ed uno d'essi aveva ucciso un povero prete, il predicatore quaresimale a S. Bartolomeo. Il fatto era poi stato ingrandito, come avviene, e si parlava di eccidii di più persone e di minaccie speciali ai preti, ma in realtà si limitò a quell'invadimento e a quell'uccisione. La storia non finiva con quell'avvenimento, e si parlava anche d'un soldato ferito portato in chiesa ma in modo così confuso da non poterne cavare alcun costrutto. La sorte del povero predicatore era certo deplorevole, e quell'aggressione ebbe un carattere veramente selvaggio. Io mi consolai che l'ucciso non fosse il parroco, e che i giovani del posto sul campanile avessero potuto sottrarsi. I Tedeschi erano ritornati per la stessa via al loro posto della Zecca, nè potevano andarvi altrimenti perchè la via della Cavalchina era dominata dal corpo dei tiratori posto sopra i Portoni, che rimase sempre ben guarnito. Io mi trovava precisamente in casa Taverna allorchè arrivò il maggiore croato, latore della famosa proposta di Radetzky di sospendere per tre giorni l'ostilità. Egli ignorava il fatto di S. Bartolomeo venendo da tutt'altra parte, ma si può facilmente immaginarsi come venne ricevuto. Il presidente Casati si lamentò di quelle barbarie: l'ufficiale cercò di scusare la cosa come meglio potè, assicurando che sarebbero dati ordini severi perchè non si rinnovassero simili scene.

CAPITOLO SETTIMO

Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki; si chiama a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di Difesa — Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere a dovere la direttrice dello stabilimento d'educazione di S. Filippo — Sua visita allo stabilimento Castiglione.

Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da Radetzky fu uno dei fatti più notevoli in quella memorabile lotta di cinque giorni, come fu uno di quelli intorno ai quali più si occupò la stampa per la circostanza che un uomo ragguardevole e certo di ingegno non comune, il noto pubblicista Carlo Cattaneo, volle appropriarsi il merito d'aver esso provocato il rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla presenza di molti testimonî, non pochi dei quali vivono ancora, non possa annoverarsi fra quelli che sia difficile l'appurare, non pertanto io confesso che mi sentirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza che provo nel combattere chi più non è in grado di difendersi. Tutti, ma sopratutto gli amici d'un defunto, possono sempre dire: Scrivereste voi queste cose se vivesse ancora? Quand'anche si volesse rispondere: le scriverei tali e quali, a nulla servirebbe, essendo impossibile la prova; ma io volendo restringermi alla parte sostanziale di quel fatto posso dire che non mi trovo in tale imbarazzo. Per una combinazione meramente fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano nel 1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche di quell'anno. Fra i candidati del primo collegio eravi il Cattaneo e si venne al ballottaggio fra esso e l'egregio cav. Giovanni Visconti-Venosta. La lotta fu viva; i fautori della candidatura del Cattaneo per mettere sempre più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di narrare quel fatto nel senso accennato, come fosse la cosa più certa e che nessuno potesse avere l'ardire di porre in dubbio. Quel linguaggio provocante m'irritò, e richiesto dal direttore della Perseveranza se non avevo difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, risposi non aver difficoltà di sorta, e gli diressi la lettera che ora ricopio da quel foglio[17]. Nulla aggiungo a quanto allora scrissi lui vivente, e credo sia il modo più delicato di rispettare la sua memoria, senza celare la verità.

Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale che precede la lettera stessa perchè i due scritti si collegano.

«Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cattaneo da sè, e tanti altri gli dànno, d'aver egli impedito l'accettazione dell'armistizio proposto da Radetzky, nella terza delle Cinque Giornate, abbiamo voluto interrogare una persona che era presente, il signor Torelli, quel medesimo che portò il primo la bandiera sul Duomo, e venne posto all'ordine del giorno durante le Cinque Giornate stesse.


Egli ci ha risposto colla seguente lettera:

«Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non minore al certo di 14 o 15, poichè oltre il Governo Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il Comitato di difesa[18], il presidente Casati espose la domanda di sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi prendesse primo la parola non rammento; certo, il signor Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma su quel numero di presenti tre soli opinarono per l'accettazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di rettorica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzky che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere le ragioni degli altri, aggiunsi solo: che nella mia qualità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si andava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si avesse accettata la sospensione, i combattenti l'avrebbero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l'ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che spero ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, no, no, non accettiamo sospensione, e questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio. Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che si può addurre come di gran servizio reso al paese.

Tutto vostro
Luigi Torelli.»

Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel Consiglio, trovai un signore che veniva a chiedere mano forte contro la direttrice di uno stabilimento d'educazione, certa madama Enrichetta Smith, superiora del collegio detto di S. Filippo, dove venivano educate giovinette d'ogni parte della Lombardia, appartenenti a famiglie distinte; il Governo vi aveva ingerenza nella nomina della superiora, dei professori e delle fanciulle ammesse ai posti gratuiti; passava per aristocratico, ma aveva credito di buon istituto di femminile educazione.

Ora quel signore era venuto ad avvertire che il collegio era esposto ad una possibile invasione de' Tedeschi accampati a poca distanza sul bastione, ma che essendosi fatta la proposta alla direttrice d'allontanarsi, essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto pericolo. La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di alunne di quel collegio, i quali insistevano per lo sgombro di esso; e già era la seconda volta che veniva quel signore a tal uopo, dacchè la prima volta non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo. Il fatto di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo aiuto; e come la città era piena di racconti di invasioni, io al quale quel signore si era rivolto, non potei a meno di riconoscere che se quell'istituto era realmente così esposto, la cosa meritava seria attenzione. Venga lei, venga lei, mi disse allora quel signore. Davvero è una spedizione ben poco marziale, risposi scherzando; tuttavolta mettendomi nei panni dei genitori lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella parte che veniva notata come molto esposta. La persona ch'era venuta a chiedere un atto di autorità contro madama Smith, partì tosto che ebbe la mia risposta, per communicare la notizia ai parenti che lo avevano spedito. Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio, ma ignorava il luogo preciso dove si trovava; epperò recatomi nel vicino ampio corritoio e visti alcuni giovani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo ove voleva recarmi per quella missione. Si presentarono subito due giovanotti e si partì senza indugio. Strada facendo combinammo il piccolo nostro piano. Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei giovani, col maggior garbo possibile, a voler accontentar i parenti che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più che essa non ci perde nulla, nè vorrà darci ad intendere che le fanciulle studiano. Se poi non si arrende, l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove, perchè in queste circostanze non si possono fare complimenti e bisogna sbrigarsi presto. I due giovani erano contentissimi; quella spedizione si presentava loro come una piccola avventura lieta in mezzo a tanti fatti serii.

Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del ponte di Porta Tosa, passato il palazzo Sormani presso l'istituto della Guastalla, ma per arrivare alla fronte del collegio conveniva passare innanzi a quell'istituto e piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava il fabbricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo già nella via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco, quando uno de' miei giovinotti: Ma eccole, esclamò, escono di già, e lo disse quasi con rammarico, perchè tutta l'avventura andava evidentemente in fumo.

Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal centro, e precisamente quasi di contro alla chiesa di quell'istituto, si apre una via interna rinserrata fra muri, che direbbesi un viale piuttosto lungo che riesce al locale di S. Filippo, ma al lato opposto della fronte. Era probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizî che richiede un grande stabilimento; la porta che mette sulla via era spalancata, e quel viale presentava la scena la più allegra ed animata, dacchè stavano ivi raccogliendosi le giovinette alunne saltellanti e giulive che abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo sui due piedi a contemplare quello spettacolo. A me, che tutto il giorno era stato sempre compreso d'idee gravi, torbide, tristi, parve d'essere trasportato in un'oasi tranquilla e gioconda; trovava anzitutto naturale quell'allegria nelle giovinette. Per esse la prima buona conseguenza di quel grande trambusto era la sospensione d'ogni studio e lavoro, non potendosi pretendere che in simili occasioni si abbia lena e calma per attendere alle occupazioni consuete.

Del timore di un'invasione quelle non se ne davano pensiero, sicure che se pericolo vi fosse, altri avrebbe provveduto: sentivano invece la propria importanza. Come poi fosse avvenuta la conversione della direttrice non saprei dirlo, poichè quando io vidi che lo scopo era ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler conoscere madama Smith. Evidentemente o essa, senza attender altro, erasi impaurita del pericolo ed aveva dato l'ordine della partenza anche prima di sapere che veniva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era affrettata a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più probabile, atteso il poco tempo che io aveva posto fra la determinazione di andare e la sua esecuzione. Erano lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua moglie, e credo che per opera loro fossero condotte quelle fanciulle nel centro della città. Se taluna di quelle giovinette, che ora saranno mamme di altre consimili giovinette, avesse per avventura a leggere questo scritto, non durerà fatica a richiamarsi alla memoria quella scena di tripudio che allora tanto mi esilarò. Ma l'allegria doveva durare ben poco.

Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si presenta un signore che si era informato della mia missione, e salutatomi con molta deferenza: Signore, disse: Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste giovani che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso havvi un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto. Non crederebbe di provvedere anche per quelle?Io ignoro completamente, risposi, l'esistenza di questo stabilimento, ma non può esservi dubbio che bisogna pensare anche ad esso. Favorisca di condurmi. Preso commiato con le debite grazie dai due giovani ch'erano venuti meco per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova guida. Fra i molti stabilimenti di carità che annovera Milano, havvene uno destinato a raccogliere orfane e figlie di poverissimi genitori che s'intitola, dal suo fondatore, Ospizio Castiglione. È situato in vicinanza della citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di Porta Tosa, da cui non era allora diviso che per un muro, il quale separava un terreno posseduto dal detto stabilimento da altro terreno annesso allo stabilimento di alienati, detto la Senavretta, che spingevasi precisamente fino al bastione.

Quel signore, per far più presto, mi trasse a traverso gli orti, e giunto colà, mi presentò alla superiora come uno del Comitato di difesa che veniva per prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora trovai un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero titolo di economo. Ambidue erano abbattuti; la superiora invece donna piccola, ma piena di spirito, non dava segno di turbamento e rispose con calma e precisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo a cui quello stabilimento fosse esposto, basti il dire ch'era di gran lunga maggiore che a S. Filippo. La superiora mi chiese se volessi vedere le allieve. Ben volentieri, risposi.

Mi condusse allora in un locale a pian terreno ampio, con gran finestroni tutto all'ingiro che scendevano sino a terra; si vedeva a prima giunta ch'era stato fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente edifizio, nè poteva essere più opportuno allo scopo, dacchè era agevole dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria ad ogni istante.

Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute su panche, poste in linea orizzontale a traverso della gran sala con un largo spazio nel mezzo. Al mio entrare colla superiora, si alzarono; io pregai le maestre che le facessero sedere, e cominciai a percorrerne le file. Il loro aspetto inspirava tristezza, perchè si vedeva che le poverine erano comprese dallo spavento, e pallide per notti insonni presentavano un contrasto strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco prima le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero: Noi poverine, noi siamo di nessuno. Vi erano giovinette di sei e sette anni, altre più adulte. Accarezzando le più piccole, cominciai a dirigere loro delle parole di conforto, e prima di partire tenni un breve discorso a tutte. Dissi loro che le cose andavano bene, che si facessero coraggio, che non si credessero abbandonate, che si pensava anche ad esse. Mi parve che si rianimassero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi: condurle via era impossibile pel troppo numero; ma avendo osservato certo muro di cinta verso la città, pensai che praticando in esso un'apertura, si poteva andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbreviando il cammino, e collocandosi all'estremità del fondo verso il bastione una sentinella, si poteva esser sicuri d'aver il tempo di fuggire. Cotesto partito lo suggerii, ed ella mi disse che il medesimo consiglio erale stato dato da non so quale ingegnere, e che l'avrebbe seguìto. La consigliai anche di non tenere le alunne immobili, ma di svagarle col farle movere, al che pure annuì. Dopo dati quei consigli, dissi alla superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi dovessero venire, ma ch'io credeva la cosa poco probabile, perchè il fatto ch'essi avevano lasciato volontariamente posizioni forti, dava indizio che si concentravano per ritirarsi, onde era probabile che altro non seguisse. E lo stabilimento della Senavretta? mi disse, non so se l'economo od il sacerdote che erano presenti. Oh! io non saprei che farci, risposi; se i Tedeschi vogliono pigliarsela coi matti, sono padroni, ma non lo credano. E preso commiato da quella brava donna piena di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della città andando difilato a casa Vidiserti.

CAPITOLO OTTAVO

La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome del Governo.

Qual fu il mio stupore, allorchè, entrato nel cortile dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure accovacciati nel cortile stesso! Compresi tosto che doveva essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i soldati che si trovavano nel locale del Genio situato nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedizione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io provassi d'essermi trovato assente, ma una notizia più crudele, mi attendeva. L'Anfossi venne gravemente ferito, mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con lui. — Ma dov'è? Dove l'hanno portato? chiesi tosto: voglio andare a vederlo. Egli tacque; ma un altro signore: A che serve celarlo? soggiunse; non sono momenti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è morto. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un angolo volli rimaner solo per qualche istante; ma non vi era rimedio, e l'unico mezzo per onorar la sua memoria era quello di crescere di zelo e di attività nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire nulla; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo. La notte era già vicina, sicchè andai subito a far una ispezione ai Portoni di Porta Nuova.

Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria, sì che la passammo facilmente, io, l'Anfossi ed i tre altri compagni, era stata sostituita da una delle più solide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costruzione; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva fatto una barricata che andava quasi fino alla vôlta di ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e molto; enormissimo poi era lo spessore di quella barricata, nè si avevano palle di cannone che potessero trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già inoltrata tornai all'ufficio, ove appresi che avevano mandato a dire di curare anche il Genio di fresco conquistato. Ma come mai, dissi, si troveranno ora combattenti ancor disponibili? Farò il possibile.

Uscii ed andai di nuovo dal Manara, la cui posizione era fortissima e difesa da un buon numero di uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che avrei potuto trarne partito col mandarli al piano superiore del locale del Genio per difenderne da colà l'ingresso con sassi e mattoni, benchè non sapessi troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in luogo tutto cinto da barricate.

Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai soldati delle stesse palle; ogni casa che si credeva in pericolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Taverna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in una delle stanze che dànno sulla via de' Bigli un gran cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il mio divisamento, entrammo nel locale del Genio. Occupava esso un vasto spazio, ossia all'incirca quello ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, estendendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale pure era stato dato il fuoco, come alla porta principale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo conosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14 in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in diretta comunicazione con un atrio ampio ma basso, nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto il locale nel suo insieme era disadatto, con un sol piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto. Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo per una scala situata al lato orientale sotto il portico. Al nostro arrivo trovammo un individuo ch'era stato posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione e lo richiesi di aprirmi. Ho lasciato le chiavi a casa, mi rispose, ma abito vicino e vado tosto a prenderle.

Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà. Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in onta alle mie raccomandazioni, ch'erano sempre di andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si esaurivano. Allora nè dissi nulla nè chiesi spiegazioni, perchè tale e tanta era la mia stanchezza che risparmiavo anche le parole. Convinto che al momento nulla eravi da temere, ritornai presso i miei colleghi, ma prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra sulla sua spalla, dissi: Bravo, bravo. Il locale era oscurissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi addentro dalla porta principale; non rispose motto, solo avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di pennacchio. Notai questo incidente nel modo più positivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia, perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano cappelli e berretti d'ogni forma possibile. Ritornato a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sentinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggiamento; cannoni postati a poca distanza della contrada dell'Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe, con grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle andavano a battere contro la barricata che chiudeva la via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed il custode che aveva detto di essere vicino, non viene; dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, perchè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause possibili di tanto ritardo, quand'ecco ad un tratto si presentano due armati al lato opposto del porticato, spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritirandosi immediatamente. I Tedeschi, esclamammo tutti. Per una di quelle strane combinazioni che si spiegano coll'oscurità e con la furia, benchè ci facessero fuoco addosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fossimo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. Usciamo, dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale eravamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro partito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa, è facile l'argomentarlo. I Tedeschi nel Genio! Ma d'onde venuti? e come? Per prima cosa, dissi ai miei compagni, conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere. Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. Allora uno dei giovani annunciò il fatto. Oh, impossibile! fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e finalmente gli volge queste precise parole (s'intende in dialetto): ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno sparato sul muso in questo momento! Io aveva troppa fretta per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che dei due non armati non poteva più trarre partito alcuno, dissi loro: Io credo che il meglio per essi sia che vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il Monte di Pietà. Li salutai e m'incamminai subito, e solo, per detta via, che da quel lato ha principio precisamente al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata; colà giunto dissi loro: I Tedeschi sono nel Genio.

Oh lo sappiamo, e già da un po', e vogliamo riprenderlo.

Benissimo, replico io.

Ma non erano tutti di questo avviso: non sappiamo nulla sul numero, dicevano i dissidenti; è oscuro; aspettiamo l'alba.

Allora io dissi loro chi era e come io venissi precisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte di dietro non erano passati, perchè prima vi era il custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne qualcosa rispetto alla parte anteriore. Io sono d'avviso, conchiusi, d'andar subito a riprender quel locale. Ma gli oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei più risoluti, troncando la questione, si avviarono a corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii. In un momento superammo il brevissimo tratto, che sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal portone del Genio s'odono due colpi, l'uno viene dal piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' nostri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci raccogliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma entrando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che è precisamente il primo dalla parte opposta al portinaio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai ad insistere per un nuovo assalto. Dio mio! sono pochissimi, dissi loro; ma sorsero molti a gridare: No, no, a domani, a domani; è un'imprudenza, a domani. In realtà essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso parte nella giornata alla fazione del Genio, mi faceva una specie di punto d'onore di riprender quel posto, che aveva costato la vita al mio capo; e quando perorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti io, poichè giammai in vita mia chiamai altri a dividere pericoli che non affrontassi pel primo.

Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il partito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono grida di soccorso, di aiuto, che provenivano dal ferito caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di andare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita, ma gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che aveva anch'essa le sue difficoltà, quando ci venne ad entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo: Son qui anch'io. La cosa divenne allora facile; prendemmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una completa oscurità, poichè la notte era nuvolosa e ventosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nemmeno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il fatto è ch'io non vidi distintamente la persona che trasportammo colà, nè mi sono curato mai di sapere chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! davvero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e di quell'ora.

Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla panca, mi sento chiamare distintamente e per nome, da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede se son io il signor Torelli: Per appunto, risposi. — Ebbene, replicò d'essa, vi è un giovine quì in una porta vicina che chiede di lei.

A Milano chiamasi porta non solo l'apertura che dà accesso alla casa, come si dice da per tutto; ma anche il locale che serve di abitazione al portiere.

La giovine guida mi fece traversare la via e mi condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, andando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla barricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede immerso in un catino d'acqua tinta di sangue. Sono tra quelli, mi disse, che andarono all'assalto del Genio, ma nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che partì dal piano superiore. — In sostanza ei non voleva che farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva l'aria ilare, come volesse dire: Non si dubiterà che mi sono battuto anch'io, e me la sono cavata ancora a buon mercato: poteva esser peggio. Allora conoscevo anche il nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro, in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ritenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, avrebbero da sè stessi sorvegliato il Genio che si dominava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà. Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giuseppe, risolvetti andar verso quella parte affine di scoprire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza.

Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giardino[19], discesi lungh'essa verso il locale del Lotto. Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta, e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa soppressa di S. Maria del Giardino, che quantunque di stile barrocco, aveva la particolarità di una vôlta ardita e larghissima, ed era stata convertita in un deposito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ultimo dopo quello veniva il Casino, l'unico di tutti i fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era in allora e chiamavasi il Casino dei Lions, servendo a convegno delle persone del ceto signorile, che pagavano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti (in linea politica). Ne faceva parte anche io e soleva recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali v'era copia. Il Casino era l'ultimo limite al quale si poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, così chiamato dal nome del suo proprietario anche allora, che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giuseppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine grande di statura che teneva nell'una mano il berretto e coll'altra agitava furiosamente la sua capigliatura, prorompendo in esclamazioni di dolore.

Che cosa ha? chiesi io.

I Reisingher, i Reisingher (era il nome d'uno dei reggimenti tedeschi); mi rispose.

Ma io non li vedo!

Sì, i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del giardino Confalonieri.

Ma io vengo da quella parte; ne sono penetrati nel locale del Genio alcuni pochi, non so come; ma esso ora è ben sorvegliato.

Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avanzarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della porta, due giovani con in mezzo un'altra persona. L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso dell'individuo da loro condotto, mi chiarì tosto ch'essi traevano seco un prigioniero.

Chi è? chiesi al giovine desolato, ma che si era molto calmato vedendo una persona suppergiù tranquilla e che non partecipava punto al suo spavento.

È il consiglier Pagani, rispose, un austriaco marcio.

Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani, ma non lo conosceva nemmeno di vista; epperò garantisco la risposta datami, ma non garantisco che fosse realmente il consiglier Pagani e tanto meno che questi fosse un austriaco marcio.

Il giovane menzionato si unì al gruppo che conduceva il prigioniero ed era evidente ch'era con loro, e rimasto a far guardia alla porta.

Quanto ai Reisingher altro non era che la conseguenza della voce corsa che fosse stato ripreso il Genio, alla qual fazione s'era fatto intervenire un reggimento; quanto poi all'arresto del Pagani, o di chiunque fosse, era un atto di precauzione contro un sospetto di tener mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ritennero la possibilità di un'intelligenza e vollero assicurarsi della sua persona. Non occorre nemmeno dire che non gli venne torto un capello.

Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rapporto ai Reisingher, non pertanto siccome il fabbricato del Lotto confinava colla via degli Andegari, che fiancheggiava in parte anche il giardino Confalonieri, rimasto solo volli andare a verificare se in quella strada vi fosse qualche novità, e traversato tutto quel porticato pel quale erano venuti i giovani col prigioniero, salii la scala che conduceva al piano superiore ch'era in fondo a destra del detto corritoio. Al primo o secondo ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si apriva precisamente su quella via e si trovava quasi di fronte alla porta abbruciata, per la quale eravamo prima entrati e poi usciti precipitosamente dopo quel tale saluto. La via era completamente deserta, non eravi anima vivente, nè udivasi rumore alcuno. Rassicurato che assolutamente nulla era seguìto all'infuori dal fatto dei pochi che erano penetrati nel locale del Genio, pensai andare al Governo e rassicurarlo se mai quelle esagerazioni del reggimento Reisingher fossero giunte a sua notizia. Benchè fosse già assai tardi nella notte, trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai l'accaduto e come già fosse stato esagerato. Ne erano già edotti, e l'uno dei due, non rammento bene quale, ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue freddo: Non ci staranno a lungo.

Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per riposare alcune ore. Ai primi arbori era di nuovo in piedi; corro difilato al Genio, dalla parte del Monte di Pietà, e trovo alcuni curiosi sulla porta.

Ma! e i Tedeschi? chieggo loro.

Non vi è più nessuno, mi rispondono.

Non basta, soggiunse uno di loro, hanno abbandonato anche il Comando Militare.

Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso è vero, ed allora torno al Governo Provvisorio; altri erano pur venuti a narrare la stessa cosa, ed io la confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il Governo mi pregò di andar colà io a prendere possesso del locale in suo nome, scegliendo qualche persona a cui affidare l'incarico di compilare un inventario regolare, quanto era possibile in quelle circostanze. Vi ritornai; il piano terreno era già pieno zeppo di gente, che faceva un gran baccano; i primi si erano accontentati di entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni facchini con mazze di ferro, cominciarono ad abbattere le porte chiuse, irrompendo in tutte le camere, e dietro ad essi la folla. Allorchè arrivai io, il luogo presentava già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze destinate allora ad uffici; il suolo era già gremito di carte, ed un ritratto dell'imperatore era già fatto a pezzi.

Mentre ero colà, odo alcuno che dice: Vanno in cantina, e laggiù vi sono Tedeschi. Io non aveva manifestato la mia qualità, perchè, non avendo distintivi, era inutile il farlo se non si presentava una circostanza che lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si presentò fu quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tedeschi avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio durante la notte; per qual motivo si sarebbe taluno nascosto nei sotterranei? Non pertanto essendosi colà diretti quei facchini colle loro mazze, e già rivoltandomi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai alla possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi fra loro.

La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala che salendo mette capo al piano superiore e discendendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non durarono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benchè bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si facevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando con grossolani improperi quegli atti. La faremo veder noi a questi Tedeschi; e giù colpi tremendi, con cui disfacevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. Ah se li troviamo! Uno di questi venne fuori con una singolar espressione: Che non vi fosse anche quì qualche tradimento come al Genio?

Ma che tradimento! esclamò uno della folla che compatta seguiva, entrando da ogni parte.

Sì, il tradimento del Genio, di questa notte.

La faremo veder noi.

Si poteva scommettere con tutta sicurezza che non uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da coloro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad impedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo. Allorchè si abbattè l'ultimo scompartimento sulla destra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e, raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo giorno della lotta e pressochè morto dalla fame. Quando vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaciglio. La folla ch'era subito entrata dietro di noi, cominciò ad esclamare: Oh che bel cane! Si sparge la voce: Si è trovato.

Cosa? Cosa? chiedono molti dei lontani.

Un cane.

Una risata generale accolse la notizia. La folla non divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e quando vide il risultato della spedizione si vendicò ridendo e con motti arguti. Ben contento anch'io che così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione dell'inventario, e mi venne indicato l'ingegnere Reschisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa Vidiserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poichè ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato.

I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avvenimenti principali della notte; l'abbandono del Comando Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la ritirata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spiegava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano, essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per conservare le loro posizioni e libera la circolazione sui bastioni.

CAPITOLO NONO

Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne per tale scopo — Progetto d'una sorpresa a S. Eustorgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà.

Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in attività le barricate mobili, l'idea delle quali veniva allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una larghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre un metro. Riuscirono esse opportunissime in quella località, perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si estendessero dall'una all'altra parte. Si collocavano quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio arrivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che da una legnaia d'uno stabilimento o Luogo Pio, detto dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, ma i colpi riuscivano completamente innocui.

Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi cameroni con finestre del pari molto grandi, che erano munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno, precisamente di fronte alla parete contro la quale venivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella, mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione conchiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano esaurito i proiettili a palla.

Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni giovani che volevano parlarmi.

Entrino pure, risposi io.

Entrarono allora tre giovani di quella classe che si chiamano barabba, e che, per darne un'idea a coloro ai quali suonasse nuovo questo termine, corrispondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano beceri.

L'oratore di que' tre giovani mi disse senza preamboli che essi con altri loro compagni si proponevano di prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eustorgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire.

L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavorevole; ma nessuno poteva essere trovato in una posizione più fortunata di me per uscirne senza andare incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato, come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: Il Governo Provvisorio non mise a mia disposizione un sol centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro proposta direttamente al Governo. Ma non pensai a quella scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar la cosa in sè stessa, precisamente come se non dipendesse che da me l'aprire un cassetto e dir loro: Ecco, qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste sono per loro. Trattando dunque la cosa come se fosse in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustificazione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei barabba sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno scopo di lucro in contraddizione con l'indole che fino d'allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto quel formale rifiuto, i barabba si ritirarono mormorando. Compresi che aveva commesso un errore a non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei quali l'uomo dovendosi pronunciar sui due piedi, si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quell'assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, allorchè, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino, che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e che credeva che in un dato luogo si potesse collocare della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi passassero sopra. L'intenzione è ottima, risposi, ma badi che sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del bastione.

Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa; ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io compresi che si trattava d'un passaggio esistente da parte a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande che poteva passare per esso un uomo; sicchè nel suo concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa, darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco alla miccia si desse un minuto prima od un minuto dopo del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si trattava di collocar della polvere in un vero corritoio con due lati aperti, chiudendoli alla meglio; ma come mai supporre che la polvere accesa trovando due lati che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza di far saltare un bastione di più metri d'altezza e di enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero magazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa in una mina fatta secondo le norme della scienza, avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione, collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica ad un mercante di vino, in quei momenti! D'altra parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non chiedeva nulla per sè, e la credeva possibile; epperò, senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nessuna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi questa volta di salvar me dalla responsabilità del rifiuto, e: Senta, gli dissi, ella converrà che per far saltare il bastione occorre una buona quantità di polvere: ora io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia.

Io dubitava assai che vi fosse, ma poi non credeva che l'avrebbero data per un esperimento così incerto.

Ei trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile l'assicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere.

A canto al locale destinato al Comitato del quale io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvisato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo piccolo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'adoperavano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno dei più utili.

Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel tale della barba nera ci rispose secco: Non ho polvere da gettar via. Nel fondo io era contento; non solo era quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava, e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli prese la cosa per suo conto e partì malcontento, ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi meravigliato di quella risposta così poco garbata, di cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa. I barabba del famoso progetto delle trentamila lire erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori, e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro; ma di questo non si davano pensiero, facendo assegnamento i più fra loro che sarebbero morti i compagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma. Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo per ripararlo, consigliando i barabba ad andare dal Governo Provvisorio, ma nessuno vi pensò.

Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi chè dubitassi della convenienza della risposta. Credo oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con poca prudenza quanto alla forma.

Uscito di là e recatomi non rammento ben dove, incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta, ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezzanotte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè fino allora non era stato inquietato. Le barricate finivano al naviglio; egli conosceva il modo di passarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, passando per le case che si trovavano presso al posto dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di S. Lorenzo, avanzo d'un monumento romano che piglia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime al portone che sovrasta al naviglio.

Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un insolito movimento verso i bastioni; la truppa si preparava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non rimase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi dirigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la porta che mette alla strada più retta verso quella città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno. Una delle ultime case del corso, e presso la porta medesima, era stata incendiata, onde s'ebbe per qualche tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del bastione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa. I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il corso; dalle ultime barricate presso i Martinitt si tirava da noi sulla truppa, benchè con poco effetto, a causa della forte distanza; le campane all'ingiro suonavano tutte a stormo; era un fine degno di quel grandioso dramma che furono le Cinque giornate, compiendosi precisamente allora la quinta. Anche quell'ultima ora ci costò però una vittima; un signore civile, e non più giovine, si avanzò fuori dell'ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tettoia di quel luogo che ho più volte citato.

Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser puntuale al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in breve tempo, e mi posi in cammino per andare a Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Martiri[20] e di là per la piazza di S. Fedele e per la via S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò per la ragione che le piazze erano meno ingombre di barricate, e quantunque si allungasse, in apparenza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo. In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era molto stancato, ma in quel giorno aveva talmente abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio così fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era effetto dell'enorme stanchezza. Ebbene, dissi fra me stesso, mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno. Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra e sinistra una panchina di pietra; io m'assisi precisamente su quella a destra del santo. Tale e tanta era la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di sentir abbastanza il beneficio del riposo, e decisi di pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di riposar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentissero sollievo. Dieci minuti, diceva fra me, di simile riposo bastano per ristorarmi; ma io non credo che ne passassero cinque che già ero immerso in profondo sonno, ripetendo pur sempre finchè fui padrone dei miei sensi: dieci minuti, dieci minuti. Quanto dormissi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche qui è il caso di dover dire che soltanto un milanese che conosca la campana di piazza de' Mercanti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra un addormentato ai piedi della torre. La tradizione popolare vuole che quella campana dati dall'epoca dei Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in tutta Milano. Ma checchè sia di quella campana, certo si è che il suono ne è penetrante in modo straordinario. Essa era stata una delle più instancabili durante tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo. Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo in piedi esterrefatto; non so raccapezzar nulla sulle prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore fortissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi volessi tenerlo fermo e mi chieggo: Ma dove son io? Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La ragione si fece ben presto strada anche a traverso a quell'acerbo dolore. — Tu dovevi andare a Porta Ticinese, mi dissi, e ti lasciasti sorprendere dal sonno. Allora battendomi la fronte come se avessi commessa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi volessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio, piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sollievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piazzaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armorari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva condurmi alla meta. Passai la corsia della Lupa, quella della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo[21], e giunsi al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine dal modo violento col quale ero stato destato. Or qual fu la mia sorpresa, allorchè avvicinatomi alle colonne di S. Lorenzo, ed avanzatomi fino al portone che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno! La barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione, ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo state praticate anche colà le portine laterali. Mi arrampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino. Che più non avessi a trovare i compagni della spedizione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano, poichè, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicchè era naturale che la spedizione non avesse luogo; ma il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guardia esce un individuo armato e mi chiede chi sia e cosa faccia lì.

Io sono, risposi, il capo delle pattuglie nominato dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la barricata senza un sol difensore.

Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio? Ella verrà con me.

Dove?

Al corpo di guardia.

Non ci ho nessuna difficoltà.

Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osservazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo, ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente deluso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di far quell'osservazione, giacchè se i Tedeschi erano partiti, il fatto era troppo recente perchè alla barricata non si avesse da lasciar almeno una sentinella. Noi non sappiamo chi ella sia, mi si rispose. Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non dal Governo Provvisorio, ed ella verrà a quel Comitato e si farà conoscere.

Che fare! Se io avessi avuta la mente calma e fredda come il mattino addietro, allorchè io non voleva sapere di quell'incarico, avrei trovato ch'era l'avvenimento più naturale e più comune, dacchè si verificava precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Governo Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pienamente normale, benchè il dolor di capo fosse diminuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e parlava a stento; oltrechè il mio accento non era pretto milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e legittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto riconosciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui contento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva asserto cosa non vera; lo dissi poi con tanta risolutezza che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse. Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quell'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel posto centrale? Ogni risentimento era già spento in me allorchè arrivammo a casa Taverna. Io espressi brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie come non si conoscessero decreti del Governo Provvisorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo, siccome la persona che mi accompagnava vi era completamente estranea, così dissi io stesso ch'era conseguenza naturale della posizione nella quale m'era trovato d'esser ignoto, nè più era il caso di parlarne, e con questo ebbe termine quella vicenda.

CAPITOLO DECIMO

I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio e del Tonale — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano.

La notte era molto avanzata, il cannoneggiamento era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone austriaco aveva già abbandonato Milano; la mia missione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano. Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal giorno che aveva abbandonata la mia casa a quel punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non assuefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non avesse leggi a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'impossibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'eccitamento, chiuso, direi, il periodo dell'incertezza intorno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agitatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo quattro notti che non mi era spogliato e non m'era riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col dolore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'opposto un dolor cupo, sicchè mi sembrava che avessi la testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mattino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta; veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì largo: veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta Orientale, nè già si accontentavano di portar cose mobili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi di quella strana operazione, nè da chi poteva venire quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno si adoperavano a quei lavori: Ma chi vi diede, li richiesi, simile ordine?

Ma non vede, mi risposero, che lavorano tutti?

I Tedeschi sono andati.

Le barricate si devono conservare.

Una stranezza simile è impossibile, dissi a mè stesso; infine io sono sempre membro del Comitato di Difesa; andrò al Governo Provvisorio per saperne qualcosa di preciso. Se quel primo spettacolo doveva riuscirmi inatteso, non fu così il contegno generale della popolazione; si vedevano i parenti e gli amici che si incontravano per la prima volta, abbracciarsi, baciarsi, si sentivano narrarsi le vicende reciproche; ad ogni tratto si udiva l'espressione: Sono proprio andati; intanto che altri riferiva dov'erano le ultime colonne dei Tedeschi. Avvicinandomi più al centro, cominciai a veder figure che non aveva veduto mai durante il combattimento, persone tutte coperte d'armi, con sciabole enormi, spade, pistole alla cinta, stili da ogni parte, che procedevano con un'aria di fierezza, come uomini pei quali ciò che rimaneva da farsi per annichilare i Tedeschi fosse cosa piuttosto da scherzo che seria. Io già così mal disposto di salute, cominciai intraveder la verità e sentir avversione per quella gente. Erano infatti persone che non avevano preso parte alla lotta nei giorni passati, e sbucavano dai loro nascondigli, cercando mostrarsi in quel giorno sì vicino ancora a quelli dell'azione, perchè il pubblico credesse che avevano combattuto anch'essi.

Arrivato a poca distanza da casa Taverna incontrai una persona di molta distinzione, mia amica e che non era estranea al Governo Provvisorio; ci stringemmo la mano.

Ebbene, sono partiti, diss'io, ma hai tu notizia dell'arrivo dei Piemontesi?

Troppo tardi!

Ma come troppo tardi? che cosa mi dici?

Che vuoi? non fa più effetto.

Ma Dio buono! la guerra ha ancora da cominciare! È chiaro che Radetzky è partito quando fu certo che veniva l'esercito piemontese.

Per carità non dir questo; ti saltano agli occhi!

Ma a che giuoco giuochiamo? credi tu forse che si possa far la guerra senza un esercito regolare?

E qui s'impegnò un lungo discorso che io non riprodurrò, perchè non lo potrei garantire nelle sue particolarità come garantisco l'esordio che ho citato.

Pur troppo, nel Governo Provvisorio non era solo quel mio ottimo amico e bravissimo uomo, ad avere quell'opinione; nè io esprimo cosa nuova, ma accertata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in atti pubblici più o meno velatamente.

Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni del fine pel quale mi era avviato al Governo.

A proposito, gli dissi prima di accomiatarmi, chi ha dato ordine che si costruissero ancora barricate?

Nessuno di noi, mi rispose.

Io gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta Orientale, e come importasse di metter fine a quella stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che era un'esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però bisognava lasciare sfogo.

Il colloquio col mio amico mi addolorò. Che la popolazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà che potevano presentare le fortezze, e come ben altra cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato. Con altra direzione che le venisse data, poteva forse rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini. Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei primi essi stessi la calma necessaria a giudicare freddamente la posizione, se avessero annunciato che la guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto essere il principio di guerra ben più fortunata di quello che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta. Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pronunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto di eroico, e si finì a credere sul serio che la parte più essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo), s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si sentivano dire: Che venite a fare?

Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo ventisette anni[22], non intendo aggravare la parte che può spettare a que' reggitori, alcuni dei quali erano già allora miei amici, e gli altri lo divennero quasi tutti in appresso; dirò invece che la loro posizione era tutt'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opinione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi all'impero di quelle circostanze che s'imposero a tutti. Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale, già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire: Questo non è che un primo principio; pensiamo alla guerra, e a null'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia secondario.

Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime, dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivoluzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, allorquando il Municipio, come narrai, si era trasformato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pericolo di essere le prime vittime nel caso che la rivoluzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto morale, dacchè nessuna retribuzione mai ne ritrassero. Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente a resistervi.

Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini di buona fede ed amanti della causa pubblica che premessero sul Governo al primo suo esordire; già erano sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del Governo, o per la vanità personale, e costoro per primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo. Non erano corse 48 ore, dacchè gli Austriaci avevano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali, fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riuscivano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Provvisorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli eroi armati da capo a piedi, improvvisatisi dopo la partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto arguto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di eroi della sesta giornata. Essi facevano a gara a chi più adulava la popolazione, ed il tema immancabile era che l'essenziale per l'indipendenza era fatto; si trattava ora di raccoglierne i frutti, ed i volontarî bastavano; la truppa era un di più.

Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto deplorassero quella piega dell'opinione pubblica e si sentissero rivoltare a quei delirî, ma non ardivano tampoco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi dire: Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto miracoli e ne faranno ancora, e simili frasi.

Quanto a me, che non avevo ritegno a dire quello che sentiva, fui presto fuori d'azione appunto in quei primi giorni, perchè il mio male fisico si aggravò anzichè diminuire.

La curiosità mi aveva spinto a girar quasi tutto il giorno; uscito di casa verso sera, nel passare per la via del Durino, mi vien chiesta la parola d'ordine.

Ma che parola d'ordine? Chi ha ordinata questa buffonata?

Che vuole? mi risponde la sentinella; hanno dato questo ordine!

In quell'istante passa un signore di mia conoscenza, mi saluta e mi comunica la parola d'ordine, celiando su quella mostra di postumo zelo e raccontandomi che vi erano perfino signorine le quali facevano sentinella, e domandavano la parola d'ordine, emulando gli eroi della sesta giornata. Le notizie recavano che i Tedeschi erano già a Lodi, e si poteva perciò far la sentinella senza pericolo. Tutte quelle disposizioni mi indispettivano, perchè se talune, come l'ultima, era solamente ridicola, l'altra, relativa alle barricate, era dannosa, e già parevami intravedere poca fermezza in chi comandava, onde aumentava la mia avversione per quella parodia dei giorni della lotta. L'indomani, ossia il 24 marzo, arrivò a Milano il mio amico commendatore Maurizio Farina, piemontese, e venne difilato da me. Ho già fatto cenno di lui e detto come fosse la persona che mi aveva procurata la conoscenza del conte di Castagneto, ed indirettamente, posto in communicazione col re Carlo Alberto. Fedele alla sua missione, era venuto colla truppa a Novara; la dichiarazione di guerra era stata pubblicata il giorno innanzi, ed ei veniva per assumere informazioni esatte dello stato delle cose, affine riferirne al conte di Castagneto ed al re. Mi trovò abbattuto, ma io non volli confessare quanto male mi sentissi, ed entrai tosto in argomento. Egli si era già accorto, ed aveva già avuto prove delle illusioni che si nutrivano intorno alla guerra; ed io, deplorando quella strana cecità, non mancai di far presente come la guerra non poteva a meno di essere ancora difficile, padroni com'erano i Tedeschi delle fortezze. Se fosse possibile raggiungerli prima che vi entrino, diceva io, quella sarebbe la più felice delle combinazioni che si potesse dare. Per carità che non si illudano almeno i Piemontesi! Ei volle ripartire la sera stessa per Novara, ed io, che per tutto quel giorno non ero uscito di casa pel male che mi opprimeva, volli accompagnarlo. Dirigendosi egli verso Rhò, si andò al così detto Portello, ma colà si seppe che non si poteva uscire, e conveniva andar al corpo di guardia ch'era al Comando Generale, farsi conoscere, ed ottenere il permesso. Si andò, e trovammo un tale che si dava una grande importanza. Chiese che mi facessi conoscere. — Probabilmente non avrò bisogno di andar lontano per questo, risposi io. Domandai se eravi nel locale l'ingegnere Reschisi. Vi era infatti, ancora sempre occupato a compilare quell'inventario, del quale l'aveva incaricato io stesso. Ei venne, ed allora tutto fu appianato; l'amico partì ed io ritornai a casa; ma non reggeva più in piedi, talchè mia moglie mi fece chiamar un medico che giunse a sera inoltrata. Mi visitò, trovò che aveva una gran febbre ed una forte infiammazione, e meravigliatosi che avessi tardato tanto a chiedere i soccorsi dell'arte, mi prescrisse una copiosa sottrazione di sangue, dicendomi che per una settimana almeno, non pensassi ad abbandonare il letto. Egli stesso si diede premura di mandarmi tosto il chirurgo che eseguì l'ordinazione del dottore. L'indomani, ritornato il medico, rimase sorpreso di trovare il male diminuito in grado insolito nel volgere di sole 9 in 10 ore. Io che il giorno innanzi non rispondeva che a monosillabi, gli spiegai allora come non fossi stato mai ammalato, e non avessi saputo persuadermi di esserlo, finchè potei star in piedi; ma il rimedio aveva colpito giusto, era stato proprio come gettar acqua sul fuoco, di guisa che quantunque fossi ben lungi dal chiamarmi guarito, perchè sentiva la debolezza per causa della forte sottrazione sanguigna, pure pensava che non avrei passata in letto una settimana. Il buon dottore, che in questa seconda visita era stato edotto dal portinaio o da qualche vicino ch'io era quello della bandiera sul Duomo, come mi chiamavano per brevità, volle farmi i suoi complimenti, e si felicitò meco che le cose andassero sì bene; mi confessò che il giorno innanzi era stato molto in pensiero sul conto mio, e mi raccomandò la pazienza, per l'indispensabile settimana. L'indomani, ch'era il terzo giorno di cura, mi perviene una lettera dal Comitato di guerra, colla quale mi dà l'incarico di andare in Valtellina a provvedere alla difesa dello Stelvio, non che a quella del Tonale, nella vicina Valcamonica; l'incarico mi fece piacere, perchè parvemi un indizio che si prendessero le cose sul serio. Tuttavia deliberai di non dir nulla al momento, d'aspettar la visita del giorno dopo, del dottore, e poi andarmene. Frattanto cominciai ad affermare che già stava bene, e volli alzarmi, almeno per qualche ora, ma se la guarigione procedeva celere, nondimanco mi sentiva ancora debole. Il giorno dopo, alla solita ora, venne il medico e fu soddisfatto; io gli dissi che già avevo salute da vendere, ei non volle convenirne, e raccomandò ancora la pazienza. Partito che fu, io mi alzai, e diedi parte a mia moglie della risoluzione d'andare in Valtellina per la missione avuta. Ella fece le sue objezioni, e trovò ch'ero ancora troppo debole, ma io la persuasi che il poco che mi mancava a ricuperar la primiera salute l'avrei trovato per istrada, e che sarei guarito più presto e meglio che stando a Milano, anche perchè la missione mi andava genio. Infine si arrese, ed io partii per Como, ove arrivai verso sera. Giunto alla Camerlata, trovai che il cammino, da quel punto alla città, era sbarrato da barricate; arguii che vi era stato combattimento anche a Como, ed infatti, arrivato all'albergo, appresi i particolari del combattimento che vi aveva avuto luogo il 22 e 23, e più specialmente, in vicinanza della caserma di S. Francesco, che si trova fuori di Porta Torre, a sinistra di chi esce dalla città. Vi erano state più vittime anche da parte dei cittadini, ma i soldati, accerchiati da ogni parte, avevano finito coll'arrendersi.

L'indomani, di buonissima ora, andai a visitar quei luoghi, e vidi anche alcuni prigionieri, ch'erano rinchiusi in una chiesuola presso il Duomo, sul suo fianco destro; erano Croati. Salito sul vapore alla volta di Colico, essendo io conoscente del capitano, fui tosto messo a contribuzione per soddisfare la sua curiosità, poichè l'affare della bandiera aveva fatto il giro di tutti i giornali, e tutti volevano sentir qualche particolare della rivoluzione di Milano; taluni di quelli coi quali non aveva relazione di sorta, per farsi perdonare la loro curiosità, cominciavano a guisa d'introduzione, ad esaltar l'atto della bandiera, il che mi obbligava a protestare che non era stato accompagnato da pericoli, come si supponeva; ad ogni modo dopo quel complimento, non poteva esimermi dal rispondere qualche cosa, e si può immaginare che le dimande si succedevano le une alle altre senza interruzione. Alla mia volta però chiedeva anch'io informazioni sugli avvenimenti di Como e lungo il lago, e sullo spirito che colà dominava. Questo non poteva esser migliore. La confidenza nell'avvenire era grande, e con retto buon senso udii dire da molti: — Ci vorranno grandi sacrifici, ma si faranno. Avanti all'isola Comacina, il vapore si fermò, e vidi cosa che mi fece gran piacere. Dalla parte della prora vidi venir due facchini con due enormi ceste piene di carne. Era la provvigione destinata ai soldati prigionieri, relegati nell'isola Comacina; non rammento quanti fossero, ma non pochi, perchè la quantità di carne era ingente e di ottima qualità; mi rallegrò il vedere quel trattamento, e come dietro il soldato che aveva fatto il suo dovere, difendendosi, più non si ravvisasse che l'uomo divenuto innocuo. Giunto a Colico, dovetti sottostare ad altri interrogatorii, ma sbrigatomi presto e presa una vettura per Sondrio, vi giunsi prima ancora che cadesse il giorno. Avendo appreso che si era costituito un Comitato, andai difilato a quello, e mostrate le mie credenziali, spiegai lo scopo della mia missione. — Ci abbiamo già pensato, mi risposero. — Perfettamente! ripresi io, e come? Mi narrarono allora come il 24 fosse stata insorta tutta la Valtellina; come si facessero prigionieri, senza spargimento di sangue, i pochi soldati che vi erano; come s'installasse a Sondrio un Comitato, e due giorni prima (eravamo al 29) avessero mandato allo Stelvio una ventina di giovani che a Tirano si erano uniti con altri di quel luogo, avviati alla stessa meta. Decisi allora di continuare il viaggio sino a Tirano e pernottare colà, per andar poi l'indomani a Bormio ed allo Stelvio. Tardi nella notte arrivai a Tirano, a casa mia, e tosto feci accendere un gran fuoco in un certo salotto ove da anni girava su e giù pensando alla guerra dell'indipendenza, ed ove aveva tenuto in proposito dei colloquii coi due soli amici, ai quali confidava i passi che facevo e gli scritti che mandava in Svizzera; col commendatore Farina e col più volte menzionato marchese Giuseppe Valenti-Gonzaga di Mantova, che entrambi erano venuti a trovarmi nel 1847. Non pareva vero anche a me che potessi dire: Non vi sono più, ma una nube nera traversava subito quell'orizzonte sì roseo: Quì non vi sono più, ripetevo, ma sono ancora in Italia. Con tutto questo, per altro, in quel momento, e dopo quanto aveva veduto sul lago di Como e traversando la Valtellina, confesso che anch'io avevo fede viva nel successo; l'idea che s'avesse a soccombere nella lotta, non voleva entrarmi. Benchè già fosse passata la mezzanotte, il parroco seppe del mio arrivo, ed essendo uomo caldissimo per la causa nazionale (preposto Zaffrani Carlo) venne a visitarmi, e parlò meco a lungo, e mi narrò come tutto camminasse bene anche colà, ed il giorno innanzi una dozzina, credo, di giovani, fosse andata a Bormio e poi allo Stelvio, unendosi a quelli di Sondrio. L'indomani all'alba ero in viaggio alla volta di Bormio, che dista sei ore, ove giunto, andai diritto al Municipio. Anche colà erasi proclamata l'indipendenza dall'Austria il 26, abbassandone gli stemmi, non essendovi nessuno da combattere. Ma non si fermarono a quell'atto, bensì con un buon senso pratico che encomiai, essi pei primi senza aspettare nè sapere che venissero giovani armati da Sondrio e da Tirano, avevano mandato dodici uomini armati alla quarta cantoniera dello Stelvio. Risalito in vettura, o, dirò meglio, presa la slitta, mi avviai a quella volta, e giunsi fra le 3 e le 4 pomeridiane alla suddetta quarta cantoniera. Non dimenticherò mai lo spettacolo che mi si presentò. Il tempo era freddo, ma bellissimo, la slitta scoperta, e non si vedeva che neve; que' monti sterminati pareva facessero pompa d'insolita bellezza; ad ogni risvolto della strada appariva qualche nuova lontana cima spiccante sull'orizzonte d'un azzurro cupo bellissimo. I cavalli usi a camminar sulla neve, andavano celerissimi anche in salita. Al mio arrivo, annunciato da un interminabile schioppettìo di frusta che il postiglione maneggiava con abilità non comune, tutta quella gioventù venne sul piccolo ripiano che trovasi avanti la cantoniera, curiosa di apprendere chi fosse; e riconosciutomi, e sapendo che venivo da Milano, cominciarono le allegrie, le interrogazioni reciproche e l'indispensabile grido intercalare di Viva l'Italia. Una delle prime mie dimande fu come si era provveduto alla sicurezza del Passo (così chiamasi la vetta che forma confine fra la Valtellina ed il Tirolo).

Il passo è custodito, mi risposero, da cinque in sei metri di neve.

Madre natura ci aveva prevenuti tutti. Si passò allegramente tutta la sera e parte della notte fra il fuoco, il buon vino e le chiacchiere; della malattia io non me ne ricordava più, benchè tutti mi trovassero pallido, perchè la gioia mi elettrizzava; quell'aria poi mi dava nel ridestato appetito, un riparatore straordinario. Il mattino seguente, ed era l'ultimo di marzo, volli prendermi una soddisfazione, ordinando un saluto ufficiale alla bandiera tricolore, e posta in linea tutta quella gioventù sul piano avanti la cantoniera, che si trova a 2546 metri sul livello del mare[23], trassi una bandiera che aveva meco e che venne festeggiata con spari ed evviva che l'eco dei monti ripercuoteva.

Non volli però abbandonar il luogo senza aver fatto assolutamente nulla. La neve ci era buon riparo, per allora, ma in maggio e giugno doveva sparire; ora il passo dello Stelvio è ad un tempo facile o difficile a difendersi, secondo che venga o non venga rispettata la neutralità del suolo svizzero che in parte lo circonda. Pensai dar io al Governo del Cantone Grigione la partecipazione dei fatti di Milano, e dell'avere il Governo Provvisorio, che dovevasi preparare alla guerra, mandato me allo Stelvio, il quale, al momento, non presentava pericolo di sorta, ma, scomparsa la neve, era possibile che fosse attaccato da quel lato, soggiungendo che come il soldato nostro avrebbe religiosamente osservata la neutralità del territorio svizzero, così io pregava, in nome del mio Governo, che si prendessero le debite cautele onde si rispettasse anche da parte degli Austriaci. Non era cotesto un atto di diffidenza verso la Svizzera, ma egli è certo che se i Grigioni non mandavano i soldati appositamente, il confine era senza sorveglianza, ed il passarlo, prendendo alle spalle il posto che si trovasse all'altura dello Stelvio, ossia al vero passo che è ancora 300 e più metri sopra la quarta cantoniera, poteva esser l'affare di poche ore.

Feci copiare la mia lettera da uno dei giovani che possedeva una bella calligrafia, e spedii un messo ad impostarla a S. Maria, che è il paese svizzero il più vicino, in una vallata detta di Monastero, che comunica anche col Tirolo, sboccando nella vallata dell'Adige. Preso quindi commiato da que' bravi giovani, mi ricondussi a Tirano, ove riposai una giornata, assumendo informazioni intorno al Tonale, che si trovava in analoghe condizioni dello Stelvio. Perciò non stimai necessario il farvi apposita visita, sibbene, valendomi de' materiali raccolti nei tempi andati, stesi una relazione particolareggiata de' diversi passi esistenti fra la Valtellina ed il Tirolo, nonchè fra questo e la Valcamonica, facendo risaltare come il Tonale fosse in condizioni assai più pericolose dello Stelvio, e come, senza trascurare quello, convenisse portarvi la più seria attenzione, potendo divenire valicabile in aprile ed ai primi di maggio per essere notevolmente più basso. Benchè fossero corsi sei o sette giorni e non più, che io aveva abbandonato Milano, mi pareva un lunghissimo tempo, ed ardeva dal desiderio di ritornarvi, sicchè alla sera del 2 aprile era già di nuovo nella capitale lombarda. La vita attiva, l'aria salubre, l'ottimo appetito, ma più di tutto la compiacenza di aver trovate le popolazioni così ben disposte, mi avevano pienamente rimesso, sì che mia moglie convenne che aveva avuto ragione quando le dicevo che il viaggio mi avrebbe fatto bene.

CAPITOLO UNDECIMO

L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua missione — Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate, celebrate nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio, Miani, fornisce all'autore lo schiarimento intorno ai Tedeschi che entrarono nel Genio nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora quell'avvenimento, che era sempre stato per lui un enigma.

L'indomani, 3 aprile, dopo aver rimesso al Comitato di guerra la mia relazione, avendo avuta la commissione direttamente da lui, mi recai presso il Governo Provvisorio a fargli pure la relazione verbale. Mi trattenni a lungo col presidente Casati e col conte Durini, ch'erano assieme; vollero udire tutte le particolarità, soffermandosi specialmente sullo spirito delle popolazioni. Allorchè mi accomiatai: — Sappia, mi disse il conte Durini, che domani si celebra una messa solenne in Duomo per i morti nelle cinque giornate. Ella favorisca di venir con noi. Io ignoravo quella determinazione, ma accettai l'invito, che il buon Casati confermò con parole gentili. Il giorno 4 aprile, all'ora indicata, io mi trovai al Marino, la sede del Governo Provvisorio; mi assegnarono un posto fra gli ufficiali. Or volle il caso che, al momento di partire dal palazzo del Marino, mi trovassi a fianco del maggiore del Genio (poi colonnello) Miani. Era desso un uomo di vaglia, che aveva servito nel Genio sotto l'Austria, ma poi si era ritirato a vita privata, ed aveva preso parte alla rivoluzione. Io lo conosceva, come suol dirsi, di vista, ossia sapevo che era un ex ufficiale del Genio e si chiamava Miani, e così alla sua volta egli sapeva chi fossi io, ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci. Avviato il corteo verso il Duomo, entrammo in breve nella contrada di S. Raffaello, che allora prolungavasi assai più verso S. Fedele, essendone stata demolita una parte per formare uno dei grandiosi accessi alla grandiosissima Galleria Vittorio Emanuele. Allora era ancora in tutta la sua umiltà, ma sboccando sul fianco destro del Duomo, la stessa sua ristrettezza faceva risaltare ancor più la mole maestosa di quella cattedrale. Or bene, appena fummo in vista del Duomo, il Miani ruppe primo il silenzio per incominciare a discorrere meco, e, rivoltosi a me: — Ella, mi disse, deve provare una gran compiacenza nel vedere il Duomo; quanto la invidio per quella prima bandiera! È facile immaginare che cosa dovetti rispondere, trattandosi poi che parlava ad un ufficiale. Per la centesima volta, se non più, protestai ch'era stata una spedizione senza pericolo, non negava per questo di averne compiacenza, ma come d'un regalo della fortuna più che di altro. Dacchè però il Miani mi aveva aperto l'adito a parlar seco lui, colsi l'occasione per sapere se mai esso fosse in grado di darmi qualche schiarimento intorno al guazzabuglio avvenuto nel locale del Genio, nella notte dal 20 al 21. — Quello fu un affare ben altrimenti più serio, dissi io, e non sono stato mai capace di spiegarmelo. Come vi entrarono i Tedeschi?Ebbene, mi rispose esso, io sono in grado di servirla. Ella sa che i Tedeschi nella notte appunto del 20 al 21 abbandonarono il Gran Comando; essi ignoravano la resa del posto del Genio; credevano che si fosse sempre difeso, e mandarono due più risoluti cacciatori ad avvertire quel posto che si ritirasse esso pure come meglio poteva. I soldati vi arrivarono infatti, protetti da uno di quei momenti di profonda oscurità che si succedevano in quella notte nuvolosa e ventosa, ma trovarono il Genio vuoto. Erano ancora colà quando il mio povero servitore tornava colle chiavi per aprire il piano superiore a lei ed ai suoi compagni, poichè sappia che il Genio era stato consegnato a me, ed io aveva posto là il mio servitore, il quale era il custode a cui ella si rivolse. Giunto esso a pochi passi dalla porta, uno de' cacciatori che vi stava in sentinella sulla porta, fece fuoco contro di lui e lo ferì in un braccio. Il mio servitore tornò allora indietro, dando l'allarme; i due soldati non poterono più uscire, ed avvenne poi tutta quella scena ch'ella conosce meglio di me.

Allorchè il Miani terminava la sua relazione, noi eravamo giunti al Duomo; il discorso venne troncato; io andai al posto assegnatomi e cominciò la funzione.

Che preci si cantassero, in che consistesse la cerimonia, io non sarei stato in grado di dirlo nemmeno lo stesso giorno, perchè quella rivelazione mi occupò la mente in modo tale, che non pensai ad altro; vedevo ed udivo, ma senza che nulla mi facesse sensazione; rammento solo che eravi un posto riservato pei parenti delle vittime, e vi erano anche signore in severa eleganza, e fra queste una signora Guy, di mia conoscenza, cognata d'un negoziante Giuseppe Guy, rimasto morto in un combattimento presso Porta Ticinese. Non è certo di grande importanza il sapere che cosa si cantasse, non avendosi per questo che a consultare il rituale, ma io ho voluto accennare quella circostanza per dimostrare la profonda sensazione che mi fece la narrazione del Miani. La sorte toccata al servitore, fu per me la chiave dell'enigma.

Se eravi stato un avvenimento che mi aveva preoccupato in modo da avvicinarsi ad una idea fissa, era quello della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi. Il mio pensiero, ad ogni anche lontano cenno, ricorreva a quel fatto; nella breve mia malattia, inchiodato in letto, passavo in rivista tutte le possibilità senza potermi dar mai una chiara ragione del fatto; in viaggio ripassai ancora quella ipotesi, ma senza frutto; molte erano state le chiacchiere in proposito: chi diceva che erano soldati nascosti che sbucarono fuori nella notte; chi sosteneva ch'erano alcuni arditissimi, mandati dal conte Neipperg per prendere una grossa somma di danaro che egli aveva colà; chi, non sapendo come spiegar meglio il fatto, lo diceva effetto d'un tradimento, ed in quel senso parlava pure quel facchino delle cui prodezze mi toccò essere spettatore nei sotterranei del palazzo del Gran Comando. Ma non tenuto conto dell'ultima assurda e ridicola ipotesi, anche le altre non si spiegavano, e quindi io mi provava a cercar altre ipotesi, ma sempre senza frutto. Per me eravi un punto di partenza indubitato, una specie di caposaldo, intorno al quale non era lecito il dubbio, ed era quello della sentinella. Che quella vi fosse, nessuno lo poteva asserire con maggior sicurezza di me, che l'aveva toccata, e gli aveva posto la mano sulla spalla, dicendogli:

Bravo, bravo. Ma che cosa era mai avvenuto di quella sentinella? che fece quando arrivarono i Tedeschi? come scomparve senza dir nulla? Era quello il punto più oscuro che non era arrivato mai a potermi chiarire. Or bene, appena il Miani mi narrò che il suo servitore era stato di ritorno un quarto d'ora dopo colle chiavi e che era stato salutato dalla fucilata da parte della sentinella, l'enigma si chiarì, tutto si spiegò e nel modo più facile. Il Miani non aveva collocato colà sentinella di sorta, e quella ch'io credei che fosse la nostra sentinella, era il cacciatore austriaco. Forse potrà questo far senso a più d'un lettore, ammesso ch'io ne possa avere un numero almeno modesto, ma si ritenga pure che dalla rivelazione del Miani in poi, non solo non fui giammai titubante nell'ammettere tale soluzione, ma quanto mi riusciva prima inammissibile ogni altra, altrettanto facile ed evidente m'apparve quella; e siccome (qualora l'amor proprio non mi faccia velo) io credo che non possa dispiacere anche ad altri il toccare intorno a ciò l'evidenza, mi permetterò di riassumere di nuovo quel fatto, ponendolo in presenza di quella soluzione. Ho già narrato come io coi miei quattro compagni[24] non entrassi dalla porta principale che metteva sul Monte di Pietà, ma da una secondaria della contrada degli Andegari, la quale, dopo uno stretto corritoio, metteva in un grande cortile cinto da porticato. Colà trovai l'individuo ch'era il servitore del Miani, il quale, richiesto che aprisse il piano superiore, rispose che andava subito a prendere le chiavi, abitando poco lungi. Dopo un quarto d'ora circa io udii un colpo di fucile dalla parte verso strada che richiamò la mia attenzione, onde vi accorsi immediatamente; ma nulla vi era che accennasse a lotta; l'individuo che aveva fatto fuoco era a circa metà d'un atrio basso, oscurissimo. La mia stanchezza era tale, che una parola al di là del necessario non la dicevo: epperò, visto che nulla eravi, tornai ai miei compagni, ma prima, per cortesia, salutai la sentinella con quell'espressione di bravo, bravo, accompagnata dall'atto di toccargli la spalla. Arrivato ai miei compagni dissi: — Non è nulla: sono i soliti tiri sciupati. Da quel momento in poi noi contammo, direi, i minuti, aspettando l'arrivo delle chiavi; se dapprima l'impazienza era temperata dal riposo, mano mano che passò il tempo, essa aumentò, sì che sentendomi poi anche riposato, cominciai a parlar forte. Ciò che havvi di certissimo si è che dal colpo che ferì il servitore del Miani alla scarica che poi fecero i due cacciatori austriaci contro di noi, rimasti miracolosamente illesi, benchè a soli 15 metri di distanza, non vi ebbe colpo intermedio, il che era naturale che avvenisse, qualora il colpo da me udito fosse partito da una sentinella nostra. Per ultimo havvi un'altra circostanza che, presa isolatamente, è di nessuna importanza, ma n'acquista invece colla soluzione accennata.

Ho narrato già, e lo ripeto, che quando io, dopo salutata la sentinella mi scostai da lui, vidi, nell'atto del ritirarmi, un pennacchio ondeggiante staccarsi alquanto dal cappello del giovine che aveva leggermente piegato il capo senza profferir verbo. Al momento non mi fermai su quella circostanza, perchè, come dissi, si vedevano allora tutte le forme possibili di cappelli e berretti; ma sì tosto il Miani mi chiarì la cosa, allora mi spiegai anche l'affare del pennacchio, era quello che portavano i cacciatori austriaci. Lontanissimo dal supporre che la sentinella da me accarezzata potesse essere altri che uno dei nostri, la circostanza per sè così inconcludente del pennacchio non si era mai presentata alla mia memoria, perchè era un particolare connesso con un supposto, fino allora inammissibile, quello della sentinella austriaca; ma dato che il supposto era invece realtà, mi spiegai anche il pennacchio, sul quale non aveva mai richiamato il mio pensiero.

Come questa soluzione chiarisce il fatto nella sua parte essenziale, così ne chiarisce anche altri che potrei chiamare secondari, ma attinenti allo stesso. Allorchè dopo l'inattesa scarica noi uscimmo, credevamo essere i primi ad annunciare il fatto della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi; ma invece ho narrato come io trovassi presso la casa del colonnello Arese un drappello di dodici quindici persone che discutevano sul da farsi. La ragione si è che l'allarme era stato dato dal servitore del Miani, ferito. In quella mezz'ora che noi lo attendemmo invano, la notizia si era diffusa, e benchè non certo tanto che ancor non vi fossero di quelli che l'ignoravano, di che ebbimo noi stessi la prova alla Croce Rossa, rispetto ai primi coi quali parlammo, ciò non pertanto già si era diffusa abbastanza, perchè si raccapezzasse anche quel numero di giovani ch'io trovai in gran discussione avanti alla casa summenzionata.

Per ultimo, la spiegazione Miani mi diede anche la ragione di quell'interminabile cannoneggiamento da via S. Giuseppe, ch'io non riusciva a comprendere. Ed infatti se l'uscire dal Genio per la via Monte di Pietà, doveva esser cosa assai scabrosa, lo era invece molto meno pigliando la via degli Andegari, ossia precisamente la porta per la quale entrammo noi. Da questa, alla via S. Giuseppe, brevissimo era il tratto; ora, tenendosi sbarazzata quella via, e cannoneggiandosi sulla destra nella linea del teatro della Scala, come facevano gli Austriaci, rimaneva libera la linea opposta rasente la chiesa di S. Giuseppe, linea che dovevano tenere i soldati ritirandosi, essendo i cannoni appostati presso allo sbocco della via di S. Giovanni alle Quattro Faccie[25].

Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma, che tale fino allora era stato per me l'avvenimento notturno del Genio, mi fece l'effetto di tôrmi un vero peso dal petto, tanto mi aveva preoccupato il pensiero di cercarne la spiegazione. Dovetti però convenire che la mia fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello stampo, non fu piccola. La sua condotta non fu solo umana, ma non esito a dire che fu generosa. Allorchè c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio del Genio, io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il mio equivoco. Non poteva egli esser colà da molto tempo, poichè non vi era allorchè uscì il servitore del Miani, e quindi venne nel tempo che quello impiegò per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me, che venendo dal cortile debolmente rischiarato dalla luna, ma pur rischiarato, ed entrando sotto l'oscuro atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un uomo. Forse io dovetti la mia salvezza all'essere disarmato ed alla circostanza di non averlo interpellato. Che sarebbe avvenuto dell'uno e dell'altro se io mi fossi accorto allora del mio errore, è impossibile il dirlo, e le congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui ch'era a peggior partito è della più chiara evidenza; egli non aveva che ad abbassar la baionetta per sbarazzarsi di me. Ma non fu quella volta sola che si trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio compagno andammo a rilevare da terra il ferito che giaceva al suolo a pochi metri dalla porta del Genio. Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate? Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre raccoglievano un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur troppo sono crudeltà che si commettono bene spesso, e chi in epoche di calma, a mente fredda, e senza aver avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare, cade in grandi errori ed illusioni. Per convincersi di ciò basta pensare agli orrori delle guerre civili, nelle quali si sacrificano tanti innocenti e donne e fanciulli, persone impotenti all'offesa. A questo paragone che è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un istante il fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere tosto l'arma e venir contro di voi? È vero che nel nostro caso di due soli soldati bloccati in quell'edificio, il partito più umano verso di noi era anche il più utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circostanze mantenere il sangue freddo ed il ragionare. Del resto poi, fra i diversi motivi possibili che possono avere indotto quel soldato a così agire, io devo dar la preferenza al più generoso, trattandosi di un uomo che in meno d'un'ora fu padrone due volte della mia vita.

Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene, oggi ancora io farei, senza esitanza, le mille miglia per avere con quel soldato un abboccamento di un'ora. E quante volte mi sono detto: Oh s'ei vivesse ancora e potessi sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo intorno al primo incontro! Che pensò mai quando io ponendogli la destra sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne e come partì? Molte cose avrei a chiedergli; ma non è probabile che con tanti combattimenti che poi ebbero luogo, ei viva ancora.

Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale egli ed il suo compagno si sottrassero, poichè anche questo fu per noi un mistero; sicchè taluni, non potendolo spiegare, ricorsero all'idea del tradimento. Io credo che dovettero la loro evasione ai capricci della luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta, che in quella notte la luna giuocava ad ascondersi; essi approfittarono d'un momento di completa oscurità per sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via di S. Giuseppe; è l'ipotesi più probabile.

CAPITOLO DODICESIMO

Narrazione particolareggiata dell'avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo.

Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni altro mi stava a cuore di decifrare, esso non era però il solo del quale desiderassi uno schiarimento. Un altro ve n'era al quale non avevo preso parte diretta, ma che assai mi stava a cuore per la sua complicazione, per le molte e svariate versioni che n'eran corse e perchè toccava da vicino persone che avevo appreso a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto avvenuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo. Che cosa era stato di quei bravi giovani che io visitai coll'Anfossi sul campanile? Si era parlato di massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva accolto con tanta benevolenza, e poi che cosa eravi di vero in quella voce di un soldato ferito sul campanile? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di recarmi direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo in proposito.

L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i morti nelle cinque giornate, io andai alla canonica di S. Bartolomeo, e chiesi del parroco. — È in casa, mi risponde la servente, ed annunciato che vi era una persona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un salottino a pian terreno, e mi invita a passare. Il parroco mi viene incontro, ma io mi fermo sulla soglia, e prima di passarla gli chieggo se mi riconosce.

Il parroco esitava: pareva propendesse più per il no che per il sì, quando la servente, miglior fisionomista: — Io sì, esclama, che lo riconosco; è quello che è stato qui coll'Anfossi quella notte che sono andati sul campanile.

Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale atto di confidenza come fossimo vecchi amici, e mi invitò a sedere.

Signor parroco, gli dissi, Ella deve perdonare la mia curiosità, ma tante ne dissero intorno ai fatti avvenuti nella sua casa e nella sua chiesa, che io mi sono preso la libertà di venire da lei per sapere che cosa havvi di vero.

Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo era chiesa sussidiaria a S. Francesco da Paola), chiamavasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece pienamente alla mia curiosità, facendomi un racconto che ascoltai attonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia, fu seguìto da non so quante dimande ed esclamazioni ed atti di meraviglia. Io credo d'essere rimasto seco lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il suo racconto, e assieme commentammo quei fatti.

Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori. Con ciò io faccio, in realtà, un'eccezione alla norma fondamentale di questi miei Ricordi, che è quella di non narrare che fatti de' quali io posso garantire personalmente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi, ma quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, perchè anzitutto il narratore non era persona da alterare la verità, nè aveva ragione alcuna per ciò fare, ed altresì pel motivo importante che non si tratta di fatti avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon numero di testimonî, non pochi dei quali vivono indubbiamente ancora e possono fare un sindacato, il più competente che idear si possa, del mio racconto. Ben duolmi che non posso riprodurre la narrazione dell'ottimo prete che in breve sunto, non volendo narrare più di quanto ben chiaramente ancora la memoria ritenne di quel colloquio.

Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi era quel suonare delle campane a stormo, e fra i molti campanili, uno de' più rumorosi, sotto tale rapporto, era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla stessa via sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via della Cavalchina[26], eravi la Zecca, vasto locale che fu sempre occupato dai Tedeschi. Il capo di quel posto deliberò far tacere quel campanile e togliersi quel fastidio. Quantunque la via più retta fosse quella da me accennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta, perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei quali stavano i nostri combattenti sempre in buon numero, sia per l'importanza del luogo, sia per la felicissima sua posizione, potendovisi far fuoco al coperto. Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via, e fu quella di traversare, come già accennai, una serie di giardini ed orti che si trovavano dietro le case che fronteggiavano quella via, e ciò per tutto il tratto dello stradone di S. Angelo, ove sorge la Zecca, fino alla canonica od abitazione del parroco ch'era unita alla chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel quale i soldati tedeschi entrarono, fu il giardino del duca Melzi, quindi veniva una sequela di orti e giardini, sì che ebbero a scavalcare non pochi muri. Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati tutti quegli ostacoli, pervennero alla canonica, la quale però aveva comune con altre case di privati, un cortile; giunti inosservati sin là, fecero prigionieri quanti incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed il sagrestano. Li condussero tutti nella chiesa presso l'altar maggiore, disposti in semicerchio, e si collocò dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò fatto, l'ufficiale rivolto loro: — Giurate, disse, che non vi è più nessuno sul campanile.

Si può esser certi che non vi era forse un solo che ne sapesse qualcosa, ma in quel momento la risposta negativa era quella che presentava il minor pericolo, epperò giurarono che non vi era nessuno. — Ebbene, disse allora l'ufficiale, manderò a verificare; e scelto un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagrestano di precederli sul campanile. Si può facilmente immaginare lo stato d'animo di quelle persone durante tutto il tempo che rimasero assenti que' soldati, e che durò poco meno di mezz'ora. Finalmente arrivano; ed ecco precedere il caporale, il quale, uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima all'altar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena entrato in chiesa si getta sui gradini dell'altar maggiore, gridando e dimenandosi orribilmente per dolori atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti da una ferita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mutilata anche la mano destra, sì che tutta la persona era coperta di sangue. A quell'aspetto, l'ufficiale si avanza commosso, ed interroga il ferito, ma in tedesco, talchè nulla compresero i prigionieri, che alla lor volta si credettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in italiano queste parole: — Sul campanile non vi è nessuno; voi non avete alcuna colpa di questo fatto, benchè possa provenire da qualche vostro parente. Promettetemi di aver cura di questo ferito.

I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la cura possibile del soldato, e vennero rimessi in libertà.

Ma, continuò nella sua relazione il Lega, un altro fu meno fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il predicatore quaresimalista, certo Lazzaro Lazzarini, ch'era nella sua stanza al primo piano. Entrò in essa un soldato e l'uccise; nulla si è potuto sapere intorno alla particolarità di quel fatto, non essendovi stati testimonî: pare che l'uccisore sia stato un guastatore, e che lo sventurato abbia tentato di far resistenza, essendoglisi trovati fra le mani alcuni peli di quel grembiale peloso che portavano que' soldati. Nella stanza non si trovò mancar nulla, sì che l'impulso di quell'atto atroce par proprio sia stato uno sfogo della natura selvaggia di quel soldato. Era stato ferito al capo, e quando entrammo nella sua camera, partiti i Tedeschi, era già morto.

I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via per la quale erano venuti.

Io non volli interrompere la narrazione del parroco, ma finita che l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per ischiarimenti e per alcune particolarità relative a quei fatti, intorno a che dirò anche a' miei lettori quanto ancora rammento di più notabile.

Ma i giovani sul campanile, fu la mia prima domanda, dov'erano andati?

Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunatamente, ma proprio solo all'ultimo momento, si accorsero dell'invasione dei Tedeschi, prima che scendessero nella canonica; tre di essi, discese le scale, uscirono dalla casa: il quarto non credette esser più in tempo, e si nascose sotto un trave del tetto della chiesa (ad un terzo circa dell'altezza del campanile, si trovava una porticina che comunicava col sotto tetto), per sua fortuna oscurissimo, poichè uno dei soldati, vista aperta la porticina, vi entrò, ed osservò qua e là; ma la grande ampiezza del locale e l'oscurità, impedirono che potesse fare una visita diligente e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello.

Ma e l'affare del caporale? Da chi era stato ferito?

Ecco come avvenne. I nostri avevano legato una bandiera tricolore al parapetto in ferro, ed essa pendeva in fuori del campanile; allorchè il caporale che arrivò in cima col sagrestano, vide quella bandiera, volle strapparla; ma sul terrazzo dei vicinissimi portoni, vi erano i nostri, i quali, nulla sapevano di quanto avveniva nella canonica, ma visto quel soldato austriaco che strappava la bandiera, scaricarono i loro fucili contro lo stesso, ed una palla gli traversò il corpo fra lo stomaco ed il ventre, ed un'altra gli recise netta l'ultima falange dell'indice della mano destra.

Io aveva all'ora freschissima la memoria di quel campanile; epperò finita ch'ebbe la narrazione non potei astenermi dall'esclamare:

Ma come mai fu possibile che un uomo in quello stato discendesse le scale di quel campanile, e sopratutto la scala a piuoli?

Eppure, replicò il parroco, ei lo fece; rimasi sbalordito anch'io, allorquando il sagrestano mi narrò i particolari di quel fatto.

Ma dell'ufficiale che ne dice? come spiega quel suo discorso?

Che vuole! io non posso dir altro se non che noi dobbiamo ringraziar la Provvidenza che ci fece capitare in un uomo ragionevole che seppe padroneggiare il suo impeto; del resto quel momento quando il caporale entrò in chiesa gettandosi a terra sui gradini dell'altare, contorcendosi e gridando per gli atroci dolori, fu un momento terribile; noi ci credemmo tutti perduti.

Tali furono i più notevoli particolari che mi narrò quell'ottimo uomo intorno al fatto di S. Bartolomeo avvenuto nel mattino del 21 marzo. Tutto ora è colà cambiato: disparvero la chiesa, il campanile e la canonica; e pur troppo è morto anche quel buon sacerdote; unici rimangono ora i Portoni. Che quegli altri edifizî dovessero sparire per far luogo ad una nuova e larga via (Principe Umberto), sta bene, e vi ebbe guadagno; ma quanto a' Portoni mi sia lecito il dire che la loro distruzione porterebbe la perdita dell'unico ricordo che ancora conserva Milano della famosa epoca del Barbarossa. Quali vediamo noi i due archi centrali di quei portoni, tali li videro i Milanesi del secolo XII e di sette altri secoli successivi; ora dovrebbero avere un maggior pregio, dacchè più d'un ricordo delle Cinque giornate si collega anche ad essi; dall'altro lato la generazione attuale e le future godono di ben altra comodità e sicurezza, dacchè furono aperti ai due fianchi i passaggi pei pedoni, talchè le due porte centrali rimasero per il passaggio esclusivo dei rotanti. Or sarebbe egli un chieder troppo per quell'unico ricordo che si volesse conservarlo, e si cessasse dal metterne in forse la sussistenza a grado del primo venuto a cui talenti di chiamare quegli archi inutili, o peggio, pericolosi ingombri? Fra l'eccesso di chi vuole conservar troppo, e quello di chi vuole distrugger tutto, non so qual sia il più nocivo, certo si è che in Milano non è più possibile cadere nel primo, sibbene nel secondo; ma, restringendomi a que' Portoni, io nutro fiducia che il buon senso e la patria carità dei Milanesi li salveranno mai sempre da inconsulta distruzione.

CAPITOLO TREDICESIMO

L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di Milano durante le Cinque giornate rapporto alla circolazione, al vitto, alla sicurezza, non che intorno al contegno del bel sesso.

Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti avvenuti al Genio ed a S. Bartolomeo, che sono un'appendice alla narrazione principale, io potrei dire di aver raggiunto lo scopo di questi Ricordi. Esso è circoscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo quella piccola eccezione; ma se ristrettissimo è il mio campo, almeno è sicuro; ciò non vuol dire che scrivendo dopo ventisette anni senza interrogar nessuno nè consultar libri di sorta, non possa esser caduto in qualche errore forse di data, trattandosi dei fatti di minor importanza. Rispetto ai fatti principali escludo ogni inesattezza nel modo più assoluto, nè temo contraddizioni. E se questo mio scritto avrà vita, potrà essere collocato francamente fra i veridici; ma io non intendo fermarmi a questo punto, credo poter aggiungere qualche altra nozione che non sarà senza interesse, e quando verrò poi alla conclusione, ho qualcosa da chiedere al lettore concittadino.

Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio della guerra dell'indipendenza italiana, ed è quello della premura ognor crescente di voler apprendere i suoi particolari, il che del resto si spiega facilmente. Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità venne travisata nel doppio senso che dopo il buon successo si esagerarono i fatti e si mescolarono a favole, e subentrati i rovesci dell'agosto, si negarono anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli attori vanno scomparendo ogni giorno, non è egli naturale che la gioventù senta il bisogno di esser ben edotta della verità e voglia conoscere i fatti quali avvennero e non quali si vollero far comparire, e quindi interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro sopratutto che vi ebbero parte più o meno larga? Quante incertezze non lascia anche un libro veridico? Quanti dubbii può sollevare senza che il lettore sia in grado di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la convinzione che molti libri sono pieni di errori? Aggiungasi che anche quelle preoccupazioni politiche, le quali contribuirono ad oscurare il vero, non hanno cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor ricevere schiarimenti da contemporanei.

Allorchè, fallito il generoso tentativo di Carlo Alberto, si chiuse, coll'armistizio di Milano del 6 agosto 1848, quel periodo che aveva avuto principio nella stessa città il 18 marzo colla miracolosa rivoluzione, presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a Torino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici avvenimenti del 1859. Poche volte in quel decennio mi avvenne di esser richiesto di schiarimenti intorno alle Cinque giornate; alla mia volta non ne parlava volontieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'insieme di quei ricordi. Ma quando la fortuna tolse il velo della sventura che copriva gli avvenimenti del 1848, li riabilitò e dimostrò il valor pratico che avevano, e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine di cose, allora li contemplai anch'io con maggior compiacenza, nè più mi pesò il parlarne. D'altra parte si fecero più frequenti anche attorno a me le domande di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto delle generalità; chi aver spiegazioni di fatti determinati; ma i primi erano in maggior numero; il che ben si comprende, non essendo cosa facile il farsi un concetto vero dello stato di Milano durante le cinque giornate. Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni persona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo consentono i suoi mezzi, pensando che ogni comunicazione col di fuori sarà interrotta; ma una città come Milano che contava già allora intorno a duecento mila abitanti, che non era preparata, che aveva tante relazioni, sì estesi commerci, che contava sì gran numero di persone viventi del lavoro giornaliero; una città simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque giorni rimane totalmente segregata da ogni comunicazione col di fuori, cosa che da lunghi secoli non era avvenuto, è naturale che abbia dovuto trovarsi in condizioni nuove e tali che dànno luogo alla fantasia di almanaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitudine? Chi vegliava alla sicurezza della città? Come si comportò il bel sesso, che non è chiamato a combattere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi vennero fatte, e certo si fecero e si fanno ai contemporanei di quell'avvenimento, e sopratutto a coloro che in maggiore o minor grado furono anche attori.

Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità, che del resto ben si possono qualificar di legittime, poichè tendono anch'esse a dare un'idea più esatta di quel grande avvenimento.

Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo fare una dichiarazione, e prego il lettore ad averla presente, ed è questa: che io non intendo stabilire concetti generali, nè sostenere che quanto avvenne nei luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto in ogni altro, dappoichè potrei cadere in errori che ho evitato nella narrazione principale. Io seguo anche in questo la massima di narrare quanto avvenne sotto i miei occhi; o, per meglio esprimermi, miro a dedurre da que' fatti le conseguenze che mi si presentarono le più ovvie, le più naturali; ma in un avvenimento che si estese su d'una superficie così vasta, ove tante e sì diverse potevano essere le condizioni, è certo che altri ha potuto venire a conclusioni diverse senza che vi debba essere contraddizione fra le altrui conclusioni e le mie nel senso che l'una escluda l'altra.

Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno al mezzogiorno del 18 marzo, Milano si coprì di barricate, poichè ogni idea d'una soluzione pacifica della gran quistione era completamente svanita. I Tedeschi chiusero le porte della città, che erano tutte in loro potere, e non permisero più a nessuno nè di entrare, nè di uscire. Nella notte dal 18 al 19, quantunque diluviasse, si continuò a costruire barricate; ma i Tedeschi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle che, fatte nella sera in luoghi molto larghi, non fu possibile il difendere, come avvenne precisamente al ponte del corso di Porta Orientale e nelle sue adiacenze. Quasi tutte le barricate interne della città rimasero però sino alla fine, ma è impossibile il precisarne il numero, anche per quel vero furore destatosi il 23 di far ancora barricate, dopo che n'era cessato il bisogno. Un piano non vi era nè vi poteva essere; le barricate avevano questo di comune, che si aprivano in senso opposto l'una dall'altra, sicchè obbligavano ad andare a zig-zag chi voleva percorrere una via qualunque sbarrata con barricate. Diverse erano pure le reciproche distanze che variavano dai 10 ai 20 e più metri; al che davano norma anche gli sbocchi delle vie laterali. Il materiale era fornito dal grosso mobilio di legno, da usci e porte, da panche di chiese, da carrozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti vuoti, da travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi anche da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci e negli ultimi due giorni, sopratutto le barricate esposte, venivano rinforzate da veri argini di materiale del selciato.

Certo importerebbe conoscere anche il numero complessivo; ma sarà sempre impossibile lo stabilirlo per la ragione che ho già accennato, non potendosi chiamar barricate delle Cinque giornate, quelle fabbricate il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere una cifra per darne un'idea, io credo che superassero le due mila. Ma su tal numero, poche, in proporzione, furono quelle che videro veri combattimenti attivi. Quelle ove si sparse sangue, ove si morì, erano, come è naturale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 18 e 19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che chiudevano i corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese, ed altrove. La grandissima massa, erano barricate di precauzione, pel caso che, superate le prime, i Tedeschi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile o per meglio dire, di allungare enormemente le vie di comunicazione. Per avanzare 100 metri conveniva farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva suggerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricordarne una che certo venne praticata da molti ancora viventi. Una delle vie più frequentate da combattenti e da quanti loro prestavano aiuto, era quella del Monte Napoleone, poichè conduceva a casa Vidiserti ove era il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi si era stabilita la doppia corrente di quelli che ne portavano e di quelli che andavano a prenderne; inoltre quella via conduceva, dopo breve tratto, per quella di S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la sede del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via del Monte Napoleone eravi una barricata, se non erro, poco lungi da casa Verri, che aveva, a circa un terzo e non più da quello stesso lato, una vettura (cittadina) che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta. Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transitarvi; dietro quello vennero altri; indi fu un diritto acquisito per tutti il passare. Non saprei dire le quante volte la traversai io pure, ma certo ben molte; la prima volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto elegante; ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi d'ogni genere di cose che costituivano le barricate, e a veder non pochi oggetti infranti e guasti, quel contrapposto d'un passaggio per una bella vettura con sedile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed ebbe senza più la mia piena approvazione, perchè la susseguente barricata, aprendosi dal medesimo lato, ne conseguiva un abbreviamento di cammino relativamente non piccolo.

Quanto allo spavento e al timore del quale ha dovuto esser compresa una parte almeno della popolazione, dirò che era assai meno di quello che parrebbe quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi e straordinari che avvolgono tutti in un comune pericolo, reagiscono in modo diverso sull'uomo, che i pericoli individuali. Prevalse tosto una certa ebbrezza, un nobile esaltamento che più o meno invase tutti. Certo molti non uscirono di casa, ma non si può dire altrettanto del maggior numero. I bottegai avevano la più gran parte le botteghe aperte; taluni di essi, come i venditori di commestibili, continuarono i loro spacci, e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I salumai divennero i fornitori principali di tutti i combattenti che non potevano più tornare alle case loro, perchè situate in quartieri occupati dai Tedeschi. Pane, salame, formaggio ed un bicchier di vino, fu il cibo di moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però dire che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi qualcosa di meglio e più conforme ai suoi cibi soliti; ma non ci si pensava, e, tanto meno a sedersi tranquillamente ad un desco, ciò sarebbe parso un sciupamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, andato a casa Taverna per riferire qualcosa, trovai il padrone di casa, il compianto Carlo Taverna, rammentato più sopra: Ho un grande appetito, gli dissi, dammi qualcosa da mangiare. — Figurati, mi rispose l'ottimo amico, vieni con me, e mi condusse in una cucina a pian terreno, ove eravi un pentolone in cui bolliva una quantità di carne già tagliata a pezzi, e sopra d'una tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe lunghe. Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo inforcato, ed un pezzo di pane in mano, stavano mangiando in piedi. Il padrone di casa prese una forchetta, andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei pezzi che comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frattanto un servitore era corso a cercar una sedia, un tovagliuolo e che so io; ma io non volli, e preferii star anch'io in piedi a mangiarmi la mia carne con il mio pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello il mio pasto più lauto di que' giorni; ma, sebbene avrei potuto averlo sempre, più non ricorsi alla cucina dell'amico, perchè era divenuta cosa secondaria il pensare al cibo; ed anche perchè quel genere di vita strapazzata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per la fame, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva. Del resto io credo che nessuno abbia sofferto di fame, e certo nessuno di quelli che erano provvisti di mezzi; agli altri deve aver supplito la generosità di quelli che ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia sempre provvista assai più che per cinque giorni. Mancavano bensì alcuni oggetti speciali che giornalmente vengono importati dalle campagne, come la verdura, il latte e simili; ma sono inezie che non hanno influenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di carne ha dovuto farsi sentire nei grandi stabilimenti, e specialmente negli ospedali; ma credo che in complesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì favorevolmente disposto che fuori di dubbio gli agiati cittadini si saranno condannati a qualche privazione, anzichè permettere che mancasse il necessario agli ammalati.

Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque giornate, può dirsi che fu affidata a tutti in genere, a nessuno in modo speciale, e fu piena, a quanto almeno io mi sappia. Anche questo potrebbe esser argomento d'uno studio psicologico non senza interesse. In una città di tanta popolazione che offre il giornaliero suo contingente di reati a danno delle persone e della proprietà, la polizia (uffici di pubblica sicurezza) era interamente scomparsa; le guardie di polizia oltremodo invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si erano gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose andavano male la passavano brutta; ma ad ogni modo non eravi forza alcuna organizzata e rivolta a quello scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di furti o violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi; un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più grave, più esecrabile che in qualunque altro tempo. Solo convien fare un'eccezione rispetto ad un genere speciale di furti, quello delle armi. Io ho già accennato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste non tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle state tolte ai soldati tedeschi, le quali in realtà non erano proprietà di nessuno in modo speciale, ma dei primi arrivati. In alcuni casi si erano prese anche senza pericolo, come quelle delle guardie di polizia, che si arresero; indi seguì una caccia generale alle armi, che si estese anche a quelle di legittima proprietà privata. Fui vittima anch'io di cotesta giurisprudenza speciale rispetto alle armi. Io aveva avuto nella giornata del 21 un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere Ferranti. A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una stanza di casa Taverna per prendere un po' di riposo, e non fidandomi di nessuno, mi coricai sul fucile stesso avviticchiandomi con un braccio ed una gamba attorno ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi che credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il fatto sta che quando mi destai il fucile era sparito, il che molto mi dolse, sopratutto perchè non era mio; ma a fronte di quell'eccezione che trova nella natura stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo che fu un fatto degno di essere ben notato quello della sicurezza per le persone e per le proprietà che godette Milano durante le Cinque giornate.

Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa eravi di vero nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti a far la rivoluzione. Per rispondere convien prima farsi un concetto esatto, e precisare che cosa s'intende per giovanetto, potendo esser più o meno vero il fatto secondo l'estensione che si dà a quel termine.

Volendo chiamar tali solo quelli che hanno meno di 17 anni, perchè a tale età già si accettano soldati in molti paesi, e non si possono più chiamar giovanetti, io dirò che è vero il fatto che vi presero parte anche giovani di 15, di 14 e 13 anni; ma questo fatto non va esagerato, come sarebbe se si volesse far credere che costituirono il nucleo delle forze insurrezionali. Che abbia dovuto far senso il veder combattere giovanetti di 13 e 14 anni è ben naturale; ma io posso dire, con tutta sicurezza, che vidi anche uomini coi capelli bianchi. Si può dire che vi ebbero parte tutte le età e tutti i ceti; ma il vero nerbo, la lunga lotta perseverante, fu sostenuta dal fior della gioventù fra i 20 e 30 anni, e se aver si potesse una lista esatta dei morti colle armi alla mano, se ne deriverebbe la prova più sicura. Io ho visto parecchi morti e feriti, ma se dovessi accertare quanti di questi erano giovanetti, sarei imbarazzato; il che non vuol dire di certo che non ve n'ebbero, ma in località diverse da quelle nelle quali mi trovai io. Ora egli è un fatto che si possono ben dare individui fortunati che passano incolumi l'intera vita o lunghi periodi di essa, fra i pericoli delle battaglie, ma non corpi interi. Io credo che vi siano stati non pochi soldati di Napoleone I, che hanno fatto tutte le sue campagne senza toccar mai una ferita, ma non vi ebbe certo una compagnia intera che potesse darsi questo vanto. Ora volendo dare nelle giornate di Milano la preponderanza ai giovanetti, converrebbe supporre che fossero in tal numero da formar almeno una compagnia, se anche non s'intenda che dovessero esser uniti e combattere assieme; ma, ammesso pure che fossero sparpagliati su tutti i punti ove si combattè, una perdita proporzionale in morti e feriti, avrebbe dovuto esservi. Si lasci anche in questo, che la verità sia qual'è, perchè coll'esagerarla si svisa e si guasta; ma vi sono persone che non l'accolgono se non a condizione che abbia un po' di belletto.

Come si contenne in generale il bel sesso? Ecco un'altra delle dimande che mi venne più volte diretta in questi od analoghi termini.

Nelle donne vi era un esaltamento più spiccato ancora che negli uomini, e dirò, un esaltamento sublime. Taccio delle terribili angoscie provate da moltissime che avevano mariti e figli impegnati nella lotta, non potendo parlare che di quelle colle quali per qualsiasi ragione venni a contatto o si mostrarono in pubblico. Era nelle donne un affannarsi per cercare di far qualcosa anch'esse, per aiutare, per servire. Ho già menzionato quella giovinetta che nella notte dal 21 al 22 mi venne a chiamare a nome di quel proto ch'era stato ferito nell'affare del Genio; la poverina era tutta spaventata a veder quel sangue, aveva messo sottosopra la biancheria in quella stanza, voleva che le dicessi se la ferita era grave, se sarebbe guarito presto. Io la tranquillai, dicendole, che grave non era, che poteva forse chiedere un po' di tempo a guarire, essendo questo un caso che si avvera nelle ferite al tallone, ma che non essendo medico, non poteva dir nulla di positivo.

Io rammento d'aver visto pochi tripudii in mia vita così vivi ed animati come quello delle signore sui balconi della Corsia de' Servi nel tratto che percorsi da S. Pietro all'Orto al Duomo la mattina del 20, allorchè si sparse la notizia che i Tedeschi avevano abbandonato la Polizia ed il Duomo. Tutti i balconi erano tappezzati di bandiere tricolori; dove pigliassero tanta stoffa ed in un momento la trasformassero in tante bandiere, non saprei dire.

Se chiedevasi qualcosa ad una bottegaia non vi lasciava finire che si affrettava a servirvi. Un giorno, non rammento quale, ma negli ultimi, entro in un caffè, arso dalla sete e chieggo una limonata; mi vien fatta all'istante da una giovane; la bevo e pongo sul tavolo il denaro. Oh giust! mi risponde rifiutando. Non vi è che una persona famigliare col dialetto milanese che possa ben comprender la forza di quell'esclamazione Oh giust! perchè vi contribuisce anche il modo stesso col quale si pronuncia. Tradotta in altri termini, con frasi della lingua colta, equivarrebbe a dire: Ma le pare? Signore mi meraviglio! Non mi faccia questo torto, precisamente come se il non pagare fosse la cosa più naturale.

Signorina, dovetti dirle, se ella non mi permette di pagare, mi toglie la libertà di entrare un'altra volta nella sua bottega. Allora si rassegnò ad essere pagata.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco — Narra un fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio.

Ho narrato fatti che, nel complesso, dànno un'idea favorevole della rivoluzione e dello spirito che dominò durante la medesima, per quanto anche que' fatti non possano rappresentare che una piccola parte di tutto quel meraviglioso avvenimento.

Ho detto e ripetuto che colle verità si sparsero anche molte esagerazioni.

Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di toccare anche questo argomento, dando qualche prova di tali esagerazioni? Se dovessi consultar solo la mia convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mostrar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un tema ingrato; ma io non considero la questione da questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esagerazioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli, se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosamente ingranditi, potrei sembrare che venga a transazione col mio proposito.

La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni che non reggono al tempo, e solo deturpano la bellezza del fondo su cui si attaccano.

Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lusinghiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla verità.

Io ho già fatto cenno della fisionomia che presentava Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione, quello che vide sorgere un sì gran numero di combattenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa vennero, come dissi, battezzati gli eroi della sesta giornata. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro gesta, poichè nei primi giorni immediati alla fine della rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi colse, e dopo fui mandato in missione lontana, sì che passò una decina di giorni, senza che di loro più mi occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condannato ad udire le loro millanterie.

Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli politici, con un far da maestro, con pretese strane, incredibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e premî, cominciando non pochi di loro a far propaganda repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi della sesta giornata, ed era quella di considerare la guerra come un accessorio, generosamente accordato al Piemonte, da ultimare; essi non si degnavano di scendere a quel tema, ma stavano nelle alte sfere della forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la Lombardia ed il Piemonte.

Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza aggiungere la qualifica di eroico, capace di miracoli.

Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi però il primo la sua vita e quella de' suoi figli.

Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il più volgare buon senso non poteva a meno di trovar strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che altrove, così più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete cosa si rispondeva? Ah! non li volete, neh! perchè non sono Piemontesi! Non solo poi si sostenne che veniva quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora del suo ingresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima dell'ora fissata, il largo e lunghissimo corso di Porta Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al di qua di Melegnano; arriverà certo; passa ancora del gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a perder la pazienza; ma si diffonde la notizia che i Polacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si vede un agitarsi, un movimento straordinario presso Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro berretto nazionale, gridando a squarcia gola: Viva Milano! Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi! e simili esclamazioni.

Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano creduto alla storia del corpo ausiliare polacco.

Non si voleva saperne di prendere la cosa sul serio; ciarlatani d'ogni genere facevano a chi più sapesse ingannare il pubblico; a forza di chiamar tutti eroi, finirono col credere che lo fossero anche quelli che non erano usciti mai di casa. La parola Milano era stata sostituita dalla frase: Città delle Cinque Giornate, alla quale nulla è impossibile; si spiegavano su per le piazze le teorie della guerra, e come il battere il nemico fosse, ben s'intende, la cosa la più facile; posso citare in proposito un aneddoto che garantisco, perchè riguarda un fatto che venne provocato da me.

Io passava a caso nella via dei Tre Re[27] venendo da via Larga e dal Bottonuto. Dopo l'albergo Reale, che già trovavasi in detta via, s'incontra, sulla destra, una chiesa, che chiamasi di S. Giovanni Laterano, ed avanti alla medesima havvi un piazzaletto irregolare; quel piazzaletto era pieno di gente che faceva cerchio attorno ad un individuo che declamava. Spinto dalla curiosità, mi avvicino anch'io per sentire cosa spiegava, ed era nientemeno che il modo col quale si fabbricano i cannoni; ne diceva delle stranissime, che tollerai in silenzio; ma, finalmente, venne fuori coll'asserzione che desso, purchè avesse avuti i mezzi, poteva dare un cannone perfetto in ventiquattr'ore. A tanto ciarlatanismo non potei resistere, e quasi involontariamente esclamai: Che cosa? All'udire quell'espressione, pronunciata anche in modo che tradiva l'indignazione, tutti si voltarono verso di me, ch'ero ancora all'estremo cerchio; ma uno de' presenti mi riconobbe; disse agli altri chi era, e subito si adoperò per farmi passare avanti, con quegli atti coi quali si vuole esprimere deferenza; il ciarlatano comprese a colpo d'occhio ch'io non era un qualunque, contro il quale si può aizzare il popolo, e, con una presenza di spirito, che credo debba essere connaturale a chi esercita un tal mestiere, dovendo pur essere preparati a scene consimili, dopo l'interruzione cagionata dalla mia esclamazione, continuò imperterrito il suo discorso, aggiungendo all'ultima frase pronunciata del cannone perfetto, le parole: ben s'intende poi che si deve provvedere l'affusto ed altri accessorî. Io risi di quell'aggiunta fatta con tanta disinvoltura, ed il pubblico se n'accorse benissimo, e rise esso pure. Io n'aveva già di troppo, e me n'andai pei fatti miei.

Ma se i ciarlatani d'ogni genere facevano il male come uno, cominciò a farlo come cento una stampa la più sbrigliata che idear si possa. Io non saprei dire quanti giornali uscissero alla luce; nè intendo parlarne singolarmente, ma si può asserire che facevano a gara per confondere ogni idea, per creare imbarazzi al governo, per far trionfare ognuno le sue idee ed i suoi uomini. E non stettero paghi a trattar quistioni d'ordine pubblico ed attinenti alla politica, ma cominciarono a tiranneggiare i cittadini, entrando nelle domestiche pareti, facendosi arbitri dell'onore, della riputazione e dell'onestà dei privati, per quanto questi fossero alieni dall'immischiarsi in cose pubbliche e non dessero motivo alcuno ai loro attacchi. Già nell'aprile cominciarono ad apparire le descrizioni de' combattimenti e dei fatti delle cinque giornate, talune scritte o per speculazione, essendo grandissima l'avidità di apprendere i particolari di questa rivoluzione, o per vanità, o per adulazione; quindi piene di favole, e di esagerazioni e di casi immaginari; e questi essendo frammisti ai veri, si può facilmente arguire come dovettero alterare ogni giusto criterio, e qual fede possono meritare. Si videro citate persone come attive e combattenti che non avevano mai posto il piede fuori della porta di casa; magnificare atti di nessuna importanza, ed a seconda dello scopo dell'autore, inalzare o deprimere gli uni o gli altri; infine si arrivò al punto di asserire perfino cose fisicamente impossibili[28].

Nel maggio quel caos aveva già raggiunto un grado allarmante. Tema favorito dai declamatori era quello dell'inerzia dell'armata; come non prendeva le fortezze, non dava battaglia; andavano innanzi e indietro da Milano al campo sollecitatori, perchè si operasse, precisamente come se il prender fortezze di primo ordine fosse la cosa più facile; non mancavano poi i mestatori di mandare al campo tutti gli stampati che predicavano la repubblica e criticavano le operazioni dell'armata, e si osava perfino esprimere senza velo che sospettavasi della fede del Re; si faceva sentire che la guerra del popolo sarebbe stato l'unico scampo e la repubblica l'unico mezzo.

Ma i mestatori ed arruffapopoli non si contentarono di ambire la gloria di educare le masse alle idee della libertà come essi l'intendevano, ma ne fecero istromento per i loro fini, e fra questi eravi nullameno che quello d'andar essi al potere a forza di dimostrazioni di piazza.

Si riunivano da quindici a venti e si recavano sulla piazza di San Fedele, il cui lato che prospetta a mezzogiorno è tutto costituito da una gran fronte del grandioso fabbricato detto del Marino, l'attuale palazzo municipale e sede in allora del Governo provvisorio. Il piccolo nucleo veniva tosto ingrossato dai curiosi, e quando eravi tal numero di persone nella piazza, che già potesse dirsi di qualche rilevanza, i mestatori cominciavano a gridare: Fuori il Governo provvisorio: e se non si obbediva tosto, aumentavano il gridìo, e cominciavano a far baccano, con che attiravano nuovi curiosi; in nome del popolo si chiedevano notizie della guerra, e poi si esprimevano i desiderî del popolo.

Nei primi tempi si credette dal Governo provvisorio che, appagandosi, per quanto poteva farsi senza danno dell'andamento degli affari, quel desiderio, si acquietassero; ma avvenne l'opposto e, visto che pur ottenevano or l'una or l'altra cosa, cominciarono a imporre la loro volontà in nome del popolo, e la famosa risoluzione di creare un esercito lombardo distinto dal piemontese anche per il colore dell'uniforme venne imposta od appoggiata, di certo, da una consimile dimostrazione di piazza. Infine, un bel giorno, quegli arruffapopoli deliberarono di fare il loro colpo di Stato. Il 29 maggio, un pugno di persone le più oscure ed ignote, capitanate da un mercante di cavalli, riunita, ne' soliti modi, una folla di popolo sulla piazza di San Fedele, e chiamato al balcone il Governo provvisorio, dichiararono che esso non godeva più la fiducia del popolo, e doveva andarsene; e spinsero l'impudenza al punto di salire nel palazzo stesso e presentarsi alla folla con un foglio che conteneva i nomi dei futuri membri del nuovo Governo. Un atto di energia del presidente Casati pose fine a quella sfrontata commedia che poteva convertirsi in tragedia, e, strappato di mano all'oratore quel foglio, lo fece in pezzi, in presenza di tutto il popolo, che applaudì.

Ma quell'atto di energia, che pure ottenne lo scopo di mandar a vuoto l'insano tentativo, rimase un atto isolato; i mestatori non si diedero per vinti, e continuarono a suscitare imbarazzi, con gran dolore di molti che vedevano qual triste piega prendeva la cosa pubblica. Sono sicuro che oggi ancora non si possono rammentare quelle scene senza sentirne ribrezzo. I superstiti, che videro i tempi presenti, hanno avuto largo risarcimento; ma quanti invece discesero nella tomba persuasi che l'Italia non si sarebbe mai liberata dal giogo straniero, e la libertà si sarebbe perduta in quelle scene di piazza!

Per questo è utile il rammentare anche quei fatti e mostrare i pericoli del predominio della piazza, perchè di mestatori ed arruffapopoli non vi sarà mai penuria; ma un popolo libero conviene che trovi del pari e sempre cittadini che sappiano opporsi ai mestatori e mettersi dal lato della legge e voler che questa sola imperi.

Ci vuole coraggio anche per questo, è vero.... ma se un popolo libero non sa trovarne, ha cessato di esser libero, e non farà che cambiare di schiavitù.

CAPITOLO QUINDICESIMO

Dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in tutta la Lombardia nei primi due mesi — Esercito delle Alpi — La divisione lombarda e Luciano Manara — Combattimento di Goito dell'8 aprile — Entusiasmo generale — La leva — Nuova missione nella Valtellina data dal Governo Provvisorio all'autore — Plebiscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad assoggettarsi a sacrifici.

Se ho dovuto rammentare fatti ingrati ma che si collegano troppo cogli avvenimenti più felici di quella rivoluzione per essere passati completamente sotto silenzio, non voglio che il lettore rimanga sotto la trista impressione che quelli possono destare.

Con maggior soddisfazione per me e pel lettore voglio dar un'idea dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in Lombardia in que' primi tempi.

I quindici anni di esperienza politica[29] che ha fatto l'Italia, dacchè forma un solo regno, mi dispensano dal dimostrare come il grido di que' partiti non significasse punto che quello fosse l'opinione dominante e tanto meno che fosse rappresentata dalla stampa; e ciò rammento solo onde non si creda che siavi contraddizione fra quanto ho narrato della confusione che i partiti seppero generare nel campo governativo e quanto io narrerò intorno allo spirito pubblico dominante, come ripeto, in Milano e nella Lombardia in quei primi tempi.

Per precisar meglio il concetto dirò che chiamo primi tempi i due mesi che succedettero alla rivoluzione di Milano, l'aprile ed il maggio. Furono mesi di sublime entusiasmo, di dolci illusioni; viva ancora era la fede nel successo e facile il perdono per gli errori, tutto attribuendosi a tanti e sì repentini mutamenti. L'ansia nel successo, la fede nella propria fortuna temperava i dubbii anche nelle persone che più freddamente contemplavano la cosa, e per qualche tempo in pubblico non ardivano di manifestarli.

Dal 18 marzo, giorno che ebbe principio la rivoluzione di Milano al 6 agosto, giorno dell'armistizio fra l'armata austriaca e piemontese, non corsero che quattro mesi e mezzo; ma che non videro que' mesi rapporto a tutto ciò che può risguardar l'esistenza d'un popolo? Sono epoche che concentrano in sè gli effetti di anni, vere epoche storiche che meritano di essere studiate possibilmente senza passione, benchè questo sia più facile ai posteri che ai contemporanei.

Finita la lotta di Milano, il Governo provvisorio esordì con uno di que' atti che nel giudicarli non vogliono mai essere disgiunti dalle circostanze de' tempi e dallo stato di esaltamento degli animi d'allora. Creò un esercito delle Alpi, cosa affatto diversa dall'esercito lombardo, del quale ho già fatto cenno. Non era, non poteva essere, nè fu mai cosa seria, poichè all'infuori di ciò che si può fare firmando decreti di nomine di ufficiali d'ogni grado, mancava di tutto, non esisteva nemmeno l'ombra d'un vero esercito; non fanteria, non cavalleria, non artiglieria per quanto piccole si vogliano ammettere le proporzioni. Aveva nominato generale di quell'esercito Luciano Manara, uno fra quelli che più si erano distinti nelle cinque giornate. Egli abbandonò tosto Milano recandosi verso il lago di Garda; una moltitudine di gioventù, non saprei precisar quanta, ma credo intorno a quattromila, lo seguì. Quali tentativi egli facesse per introdurre un po' di organizzazione io ignoro, certo si è che quel corpo non potè far cosa alcuna che avesse influenza sulle sorti della campagna; ma il Manara era giovine di senno e fu il primo a comprendere la falsa sua posizione e del suo corpo, ed in breve dell'esercito delle Alpi più non si parlò, si sciolse ed i suoi elementi si sparpagliarono entrando ne' diversi corpi de' volontari che si formarono, ed uno di questi venne ancora capitanato dal Manara, e credo sia stato dei pochi che pur conobbero qualche disciplina. Ma se l'esercito improvvisato sulla carta ebbe in brevissimo tempo quella fine, non toglie che il contingente pei futuri soldati che aveva dato Milano non fosse buono, anzi ottimo. Fedele al suo capo, esso seppe resistere agli sragionamenti di coloro che dopo i rovesci del luglio e dell'agosto gridavano al tradimento ed alla necessaria guerra del popolo. Nè a questo si fermò, ma quando nel successivo inverno 1848-49 si riorganizzò in Piemonte l'armata sarda sconnessa dai rovesci, si formò anche una divisione lombarda ove si fusero i corpi di volontari, e fra i nuovi battaglioni uno era comandato dal Manara che da generale era divenuto maggiore, e con lui altri suoi compagni già in alti gradi, furono ascritti quali come sottotenenti, quali come tenenti od al più capitani, ed io menziono in modo speciale questo fatto perchè torna a loro grande onore. Quasi tutti avevano combattuto nelle Cinque Giornate; se anche dapprima vennero loro conferiti gradi elevati di troppo, un titolo almeno lo avevano, non pertanto accettarono la nuova più modesta posizione, perchè miravano anzitutto allo scopo, e non perdettero la fede nelle sorti d'Italia dopo i rovesci del 1848, ed entrarono francamente nel corpo che ancora presentava le maggiori probabilità di lottare con successo, nell'esercito regolare del re Carlo Alberto. La divisione lombarda e con essa il battaglione di Manara era in linea di battaglia al momento della riscossa nel marzo 1849 e piena d'entusiasmo. La condotta inesplicabile di Ramorino, che poi gli valse la fucilazione, tolse a quella la possibilità di mostrare il suo valore. La missione di tutelare l'onore della Lombardia anche nell'infausta giornata di Novara venne dalla sorte affidata al battaglione valtellinese, capitanato da Enrico Guicciardi ch'era stato aggregato alla brigata Solaroli,[30] che si trovava all'estrema ala sinistra dell'esercito piemontese. Esso si distinse; lasciò parecchi sul terreno, ebbe non pochi feriti, ma il re Vittorio Emanuele lo premiò ponendolo all'ordine del giorno pel suo valore. Qual fosse la valentìa dei componenti il battaglione Manara, lo provò dappoi quando molti di que' giovani sempre uniti ancora e costituenti il corpo che portava il nome del suo capo, combatterono sotto le mura di Roma nell'aprile e nel giugno 1849, e molti vi trovarono la morte, insieme al valoroso loro capo. Spero non dispiacerà la breve digressione che ho fatto ed il fugace cenno alla memoria di Manara. Era anche personalmente in ottima relazione seco lui, ed avevamo fatto conoscenza, proprio in Roma, alcuni anni prima viaggiando entrambi per nostro diletto l'Italia, negli ultimi tempi del papato di Gregorio XVI.

Ora ritornerò all'argomento dello spirito pubblico dominante in Lombardia nei primi tempi dopo la rivoluzione.

Se gli eroi da caffè che avevano preso il posto di coloro che andarono a combattere; se i tanti mestatori piovuti da ogni parte riempivano l'aere delle loro gesta e dei loro progetti, e formavano la parte chiassosa, ben altrimenti più forte per numero era la classe de' cittadini, che erano indipendenti, che nulla avevano da chiedere al Governo, e che dal risultamento della felice lotta gioivano di gioia altrettanto pura quanto disinteressata. Non vi sono più i Tedeschi! era una espressione che si sentiva le centinaia, anzi le migliaia di volte al giorno e da ogni classe di persone, ed esprimeva un insieme impossibile a concepirsi dalla gioventù d'oggi. Quell'espressione voleva dire: Ma infine ora siamo qualche cosa anche noinon saremo più disprezzati.Avremo anche noi degli uomini che potranno farsi valere.Una prova l'abbiamo data.Non si potrà dire che non meritiamo la libertà.

Certamente non si andava allora all'idea dell'unità d'Italia; l'affermarlo, non solo sarebbe esagerazione, ma la cosa la più opposta al vero, poichè la grande speranza, la base del vagheggiato successo della guerra, stava nell'azione concorde di tutte le forze italiane, e le notizie allora che più esaltavano erano quelle che la Toscana, il Papa, il Re di Napoli, tutti si disponevano a mandar le loro forze alla guerra d'indipendenza; ora che in compenso si volesse allora cacciare i principi italiani dai loro Stati, era pensiero assurdo; e quindi si era paghi dell'indipendenza, o, in altri termini, che l'Austria uscisse dall'Italia, poichè sebbene non imperasse direttamente che sul Regno Lombardo-Veneto, indirettamente signoreggiava tutta l'Italia.

Ad aumentare l'entusiasmo di que' primi tempi vennero le nuove della battaglia di Goito dell'8 aprile. In realtà era stato ciò che si può chiamare un combattimento brillante; aveva dato luogo ad atti di presenza di spirito e di slancio, ma non si poteva attribuirgli le proporzioni di una battaglia, tuttavia si preferì battezzarlo così e ritenerlo come preludio della prossima presa delle fortezze.

Alle notizie che si potrebbero chiamar lombarde e che facevano tutte capo a Milano, ove neonati giornali d'ogni colore le foggiavano poi a modo loro perchè facessero colpo, vennero ad aggiungersi quelle del Veneto: Anche Venezia è libera, si udì un bel mattino in quei primi giorni. I Tedeschi partirono senza impegnare lotta, nulla soffrì Venezia. I giorni memorabili del fatato mese di marzo furono precisamente i giorni 21 e 22 marzo anche per essa.

Tutto questo era avvenuto senza concerto alcuno di partito fra Milano e Venezia, ma sibbene perchè le medesime cause avevano agito sull'una e sull'altra città, avevano elettrizzate le popolazioni. L'esultanza per queste notizie non si manifestò soltanto in atti di gioia, in sterili declamazioni, ma con fatti che dimostrarono la buona disposizione ad imporsi sacrifici. Per quanto l'avvenire si dipingesse roseo, e non difficile la cacciata dello straniero, il retto buon senso e precisamente colà dove non era stato offuscato da inattesi splendidi successi, suggeriva che si sarebbero richiesti molti sacrifici di danaro e di uomini, e le offerte alle Casse pubbliche, e quelle ai Comitati speciali furono numerosissime e nel complesso per somme ingenti; i piccoli centri gareggiavano coi grandi, la campagna colle città. Allorchè nel maggio fu indetta la coscrizione nella Lombardia, in base alla legge austriaca, giacchè non eravi tempo di cambiarla nè motivo, fu un accorrere generale della gioventù, e si ebbero dei casi, e non pochi, di giovani desolati perchè non vennero ritenuti abili, e molti di quelli che furono favoriti dalla sorte estraendo numeri alti non raggiunti dalla leva, entrarono come volontari nei diversi corpi che andavano formandosi; infine non eravi sacrificio che la popolazione in quei primi tempi di slancio e di speranza non fosse pronta a fare, e questo è da dire di tutta la Lombardia, della quale posso parlare con maggior cognizione di causa, benchè credo che lo stesso avvenisse anche nel Veneto.

Nel maggio il Governo Provvisorio volle affidarmi una doppia missione in Valtellina, quella di promuovere l'organizzazione della Guardia Nazionale e quella di attivare le pratiche necessarie per la buona riuscita di un prestito nazionale per la guerra. Alle missioni pubbliche altra confidenziale erami stata affidata, quella di predisporre gli animi al plebiscito per la riunione al Piemonte, se cioè dovesse farsi immediatamente od a guerra finita. Il Governo s'immaginava che gli sforzi che facevano i fautori della repubblica trovassero un'eco nelle provincie, e temeva non poco che il loro numero fosse di qualche entità, poichè convien sapere che unione immediata voleva dire fondersi col Piemonte e formare un sol regno sotto Carlo Alberto; differire la votazione a guerra finita, voleva dire preferir la repubblica. Quanto alla missione della Guardia Nazionale non fu più difficile di quella della difesa dello Stelvio, poichè le popolazioni erano disposte a tutto, facile del pari fu quella del prestito per la stessa ragione[31]; quanto all'altra del plebiscito intorno alla quale aveva già assicurato il Governo che solamente minimo poteva essere il numero dei dissidenti, venne singolarmente confermato dal fatto, poichè il risultato di quella provincia fu una votazione unanime per l'immediata annessione,[32] il che provò che quando le questioni sono semplici ed il pubblico è veramente libero ne' suoi giudizî, il buon senso trionfa. La Lombardia intera poi non diede che circa l'uno per cento di dissidenti, ossia per citar cifre esatte, l'unione immediata venne pronunciata da 560,000 voti, contro 681. Fu il primo voto solenne di nove voti o plebisciti[33] che dovevano succedersi dal maggio 1848 all'ottobre 1870, da quello pubblicato a Milano e notificato a Garda[34] l'8 giugno detto anno al re Carlo Alberto, a quello delle provincie romane ch'ebbe luogo il 2 ottobre 1870 ed in seguito al quale con decreto del 9 dello stesso mese, il re Vittorio Emanuele II dichiarava annesse quelle provincie all'Italia con che si compiva la sua unità. Le due date distano 22 anni l'una dall'altra, spazio favolosamente breve nella vita di un popolo che passa per tante vicende, come passò l'Italia in quel periodo, ma lungo nella vita d'un uomo sì che molti, ma molti, non videro che gli anni infelici, mentre non pochi fra loro contribuirono, ed anche in grado notevole, alla finale riuscita.

Verso la metà di maggio era già di ritorno anche da quella seconda missione, e qui siami permesso l'aggiungere una circostanza che non è da riferirsi a me solo, ma a molti, e la posso chiamar caratteristica dei tempi. Per quelle missioni nè ebbi, nè cercai giammai rimborsi di spese dal Governo; chiunque era in grado di sopportar le spese, lo faceva, senza dar carico alla cassa dello Stato; primo a dar l'esempio fu lo stesso Governo Provvisorio, come già accennai. In mezzo all'entusiasmo ed alla disposizione generale sarebbe parso un'offesa il predicare agli altri i sacrifici e non farne essi stessi, e taluni sostennero missioni costose ma coi mezzi proprî.

CAPITOLO SEDICESIMO

L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al campo ed entra nell'esercito sardo — Descrizione intorno alla parte presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed influenza esercitata da Pio IX.

Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca delle illusioni per coloro almeno che conservavano tanta calma da giudicare gli avvenimenti senza prevenzione.

La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pretesa facilità di prendere le fortezze poteva ben cambiarsi in una difficoltà assai maggiore di quanto si credeva; i giovani volontari al campo cominciarono a spedir relazioni sulla dura vita del soldato, e gli ospedali a riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente abbruciato, i corpi de' volontari, sfasciati per indisciplina, erano stati richiamati ai centri e ricomposti. A Napoli il re Borbone aveva fatto il suo colpo di Stato il 15 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua lealtà, e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe di retrocedere; il Papa, senza sopprimere la costituzione, aveva ritirato esso pure le sue truppe; dall'altra parte notizie sicure dalla Germania annunciavano l'invio di grosse forze dell'Austria; l'orizzonte infine s'annuvolava d'ogni parte.

Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io determinai di andare al campo ed entrare nell'esercito non avendo fede che in corpi regolari, ma dovetti differire di alcuni giorni perchè faceva parte d'una Commissione per un progetto di legge elettorale che aveva a suo capo il conte Porro, già membro del Governo Provvisorio. Si era detto che doveva durar poco; ma io cominciai allora ad imparare cosa sono i partiti politici e le piccole furberie. In quella Commissione che si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in minoranza sì, ma ben pronunciato; esso trascinò la discussione in lungo non solo, ma quando si venne finalmente alla conclusione, non so per qual fine suo proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la relazione, talchè io avendo perduta la pazienza, piantai relatore e Commissione, ed ai primi di giugno andai al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio gratuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come tale al 5º Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato Maggiore Generale sotto l'immediata dipendenza del generale Salasco. Il quartier generale era allora a Valleggio e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio amico il conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il conte Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, tutti milanesi, non che il signor Marco Minghetti, bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi quali tutti strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva promosso a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia perdonato questo breve cenno tutto personale, ma serva per provare che predicando agli altri che l'Italia stava allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella massima; se cause da me indipendenti non mi permisero d'attuarla prima, fui però in tempo di prender parte ai più serii eventi della guerra, nei cui particolari non intendo però di entrare. Farò invece un passo addietro, ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune considerazioni intorno a due fra le principali ragioni che vi contribuirono, delle quali ho bensì già fatto un cenno, di fuga, ma meritano essere conosciute più davvicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed a Pio IX.

Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni[35] difficilmente si possono comprender bene ed anche giudicare a seconda del merito, sta forse in prima linea quello dell'influenza di Pio IX e del clero.

Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto posso garantire, io non m'occuperò che del clero lombardo, benchè creda che la gran parte di quanto narrerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia.

La sua influenza fu grande, e tale che, se non esistessero ancora testimonî a decine di migliaia, in ogni classe di persone, difficilmente lo si crederebbe da chi dovesse apprendere soltanto dagli scrittori di storia la narrazione di fatti, de' quali non potesse più avvalorarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare di far cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa ingiusta, un errore storico dei più imperdonabili. Per quanto modesto sia il carattere di questo scritto, e si debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la sua base caratteristica rimane sempre la verità, e questa sarebbe lesa se tacessi di una delle cause più influenti dei fatti che narrai.

Queste premesse sono indispensabili non per i contemporanei degli avvenimenti, ma per la gioventù che crebbe dopo, e che, trovandosi educata in un'atmosfera affatto diversa, dura fatica a farsi un concetto netto di que' tempi sotto tale rapporto.

Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si proverà a studiare la storia dello svolgimento dell'idea dell'indipendenza nazionale italiana, troverà un punto capitale che si presenta da sè quale principio d'un periodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale di Pio IX. Esso comincia a metà giugno 1846, trova il suo apogeo verso la fine del successivo 1847, declina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la prima metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi, e come tali agiscono ancora durante le celebri Giornate di Milano.

Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita, uomo non senza meriti, ma vero tipo d'un pontefice quale lo svolgimento di tutta la storia del papato aveva costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in materia politica più ancora che in materia religiosa, diffidente de' principi italiani, ed anche dell'Austria, ma costretto a riconoscerla come il principal sostegno del suo trono.

L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli Stati Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nemmeno la possibilità che un Papa potesse essere diverso da quel tipo, sì perfettamente rappresentato da Gregorio XVI.

L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò sempre il Papa principe temporale qual suo nemico; coloro stessi che in piena buona fede credevano che la condizione di essere sovrano indipendente fosse necessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non si dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che doveva generare l'inevitabile lotta fra l'interesse nazionale e l'interesse del capo della Chiesa. Quasi contemporaneamente alla nuova dell'elevazione al trono del nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti liberali; indi a poco arriva l'atto dell'amnistia così lata, così ampia, senza restrizioni. L'effetto è indescrivibile, non già solo in Italia, ma in tutta Europa, anzi in tutto l'orbe civilizzato. Pochi documenti furono riprodotti così prontamente da tutti gli organi della pubblicità come quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza e per la forma, che fece l'effetto di un vero avvenimento, del quale tutti si occupavano, nelle città e nei villaggi, in pubblico ed in privato. Notizie venute da Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo generale per quanto già si era fatto, ma annunciavano riforme in senso liberale, e l'inaugurazione netta e franca di una politica italiana, ossia d'una politica tendente a procurarle la sua indipendenza; allora l'entusiasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno. Pio IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'emancipazione nazionale; il perno, il centro il più naturalmente indicato per la spinta morale verso quella secolare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un Papa liberale! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti scrittori e pensatori antichi e moderni; ma nulla importava che venissero presi in fallo; l'effetto era tanto maggiore anche per questo; che importava mai che quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essenziale si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuto tanto naturale quanto inevitabile, non esisteva più; e la teoria, benchè appoggiata sino allora dal fatto, veniva distrutta da un altro fatto più recente, che doveva essere principio di un periodo opposto, convertendosi in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo. Sia pure il primo Papa liberale, che si pone a capo della falange degli aspiranti all'indipendenza nazionale, non è per questo meno potente, meno vero o meno decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la meglio organizzata che si conosca e con una disciplina secolare, le cui ramificazioni s'intrecciano con tutta la società, dalle classi alte alle infime; i suoi ministri sono ricevuti nei palazzi e nei tugurî, sono ascoltati dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui e sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un esercito la cui potenza morale è sempre grande, ed in quell'epoca era sconfinata.

L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre trovato fautori nel clero lombardo, ma la speciale missione del clero, la certezza che il capo visibile della Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica, faceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad ogni azione; ma, dacchè si annunciò essere liberale il Papa stesso, cadde la ragione del ritegno, ed il clero si fece caldo sostenitore dell'idea dell'indipendenza italiana, e fu pel suo mezzo ch'essa divenne popolare anche nelle campagne. Già un gran passo era stato fatto in quel senso da scrittori che, condannando gli insani tentativi delle cospirazioni, avevano accennato alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello scopo, cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano dare i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e sostanze; il che non si ottiene che con una convinzione profonda, che conviene prima saper generare. I molti scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza velo, avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già allargato il numero non solo dei credenti nell'avvenire d'Italia, ma anche di quelli che sarebbero stati pronti ai sacrifici; nullameno, per quanto fosse grande questo numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a diffondere e commentare la possibilità d'una patria libera ed indipendente. L'idea, già per sè generosa e seducente, non più contrastata, ma all'opposto favorita dal clero, penetrò letteralmente in tutti gli strati della società; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevitabile conflitto coll'Austria. E si accettava anche l'idea della guerra, e le probabilità di vincerla si deducevano da quella concordia universale che si manifestava. A prezzo di grandi sacrifici già si vedeva l'Italia padrona di sè, fare il suo cammino senza lotta fra lo Stato e la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a dire quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero di coloro che avevano fede nei destini del paese e togliendo ostacoli in seno alle famiglie, ravvicinando giovani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale, alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero andavano d'accordo, ma dissentivano intorno alla questione del potere temporale del Papa; questione che veniva naturalmente ad eliminarsi, dacchè il Papa stesso si faceva campione dell'indipendenza nazionale.

Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne viddero i prodromi nelle misure che il Governo austriaco andava prendendo rapporto alla nuova attitudine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento, meno che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase stranamente sconcertato. Egli comprese perfettamente che non si poteva fondare unicamente sul numero dei soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte segrete; epperò decise di combatterlo. Cominciò colle ammonizioni ai parroci, col far sorvegliare e quasi sindacare le prediche; ma riusciva al risultato opposto, poichè un parroco ammonito diveniva subito oggetto di simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità governativa, ultima nella gerarchia degli stipendiati, e che si trovava all'immediato contatto delle popolazioni, era il commissario distrettuale. Oltre le attribuzioni amministrative, aveva quelle della polizia propriamente detta, la quale allora si divideva in due distinte categorie: la polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica sicurezza odierno e la polizia politica. Rapporto alla prima, le condizioni fatte da una sequela d'anni di governo forte erano buone, e per questo quelle autorità avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni, certo nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bisogno in cui si trovò il governo, allorchè dovette combattere anche il clero, la parte politica prevalse.

Si fu a que' commissarî che venne ingiunta la sorveglianza sul clero, sopratutto nelle campagne, ma l'effetto ne fu che i commissarî, già poco benevisi, caddero ancor più basso, e vennero riguardati come gli stromenti i più ciechi del governo; facilmente nacquero quindi le lotte fra essi ed i parroci e le autorità comunali, che, per essere gratuite, una certa indipendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano piccole, se vuolsi, prese una per una, e sovente la loro conoscenza non varcava i modesti confini del Comune; ma suppliva il numero; era il fermento che si faceva generale; dalle città veniva l'intonazione; colà il gran chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta superficie.

Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la Lombardia, che sorse il 1848.

Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro alle difficoltà colle quali doveva lottare il Papa, si erano già accorti che non era nè poteva essere quel tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione pubblica dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato che lo si voleva spingere oltre il limite al quale credeva poter andare; ma nelle moltitudini nulla di questo era ancora trapelato; e siccome poi anche fatte quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e mantenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso fra Pio IX ed i suoi antecessori, così grandissima era sempre la sua autorità e la sua influenza, al principiare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti i giorni di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entusiasmo colle università e coi licei, e molti chierici cambiar carriera e prendere il fucile. Il clero già vincolato, fermo al suo posto, porse tutto l'aiuto che poteva dare moralmente ed anche con sacrifici materiali; vi ebbero esempî generosi, e non pochi; e può dirsi, senza esitanza, che il più gran numero fece il suo dovere; ed io richiamo quei meriti, anzitutto perchè è un fatto, una verità, ma poi perchè non diviene mai tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi nei quali è dimenticata o contrastata.

PAPA PIO IX.

Io non so se avverrà che si trovi lo storico che saprà tramandare ai posteri il ritratto morale di Pio IX. Ne dubito molto, e sicuramente sarà impresa difficile. I fatti ai quali si mescola la passione, sono sempre i più difficili ad accertarsi nella loro vera natura. L'entusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che alterano le proporzioni; rapporto a pochi uomini si passò dall'uno all'altro eccesso, come rapporto a Pio IX. Per quanto grande fosse l'entusiasmo in Lombardia nei primi anni del suo papato, credo che fosse superato da quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel tempo. Più ancora di quelle testimonianze valgono quelle dei contemporanei sempre viventi; e questi narrano che nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe descrivere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel giugno 1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, invocò la benedizione di Dio sull'Italia. La vasta piazza era piena stipata di popolo d'ogni ceto e d'ogni età.

La preghiera era sincera e venne esaudita.

Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si presentava Vittorio Emanuele II, la personificazione dell'unità ed indipendenza italiana; i frenetici applausi dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo re d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la passione, di questo grande periodo storico che riunisce il 1846 al 1870, vi ebbe il Pontefice stesso; la benedizione si sarebbe rivolta contro di lui nel concetto di coloro che dànno anche alla Provvidenza le passioni umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del poter temporale si possa paragonare ad un castigo. Verrà forse un giorno in cui si troverà che fu il più grande beneficio per la religione; ed è in questo senso che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sincera preghiera di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia e della religione. Egli è però certo che quelle due estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono avvenimenti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diventano nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la religione vien chiamata in aiuto a fini temporali, quando questi sono più contrastati e quella più fiaccata; si confondono le idee; più non regna che la passione; ed, in mezzo a tanto caos, l'impresa nazionale fa il suo cammino, giovandosi della virtù e degli errori del grande protagonista, del quale si vorrebbero ora mettere in evidenza solo gli errori, negando i meriti. Sarebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli Italiani? Se fosse possibile imporre silenzio alle passioni, io direi che non vi è indulgenza che basti per giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a lui deve l'Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un linguaggio che sente la passione, potrebbe chiedere taluno?

Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova ci tengo, e ci devo tenere, perchè almeno presso quei pochi che mi leggeranno vorrei pure trovar credenza non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto siano modesti ed individuali, portano alla conseguenza che merita la fede invocata.

Io ho già fatto cenno come, non contento di rinchiudere in me le aspirazioni per l'indipendenza d'Italia, mi facessi a propugnare quelle idee anche con scritti; il mio punto di partenza era quello: che l'Italia doveva redimersi da sè. Partendo da simile base, era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già un'impresa arrischiata il combattere la potentissima Austria colle forze unite delle quali potevano disporre i sovrani del Piemonte, della Toscana e delle Due Sicilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente si fosse accesa una guerra civile; cosa inevitabile se si fosse voluto sacrificare due di essi al terzo. D'altronde, dicevo allora, l'Italia non solo ha bisogno di costituirsi, ma di sorger forte e che abbia confidenza in sè stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle altre nazioni.

Ma per arrivare a questo è indispensabile che la propria redenzione le venga, anzitutto, da sè stessa, e non da stranieri; è dessa che deve versare il suo sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde, ove troverà gli uomini per governare se mancheranno le occasioni per svilupparli, per porre in evidenza le sue attitudini militari e politiche? Chi crederà alla solidità di un ordine creato non dalla forza degli Italiani, ma dagli stranieri? Non è egli ovvio che si dubiterà che possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza propria? Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta non avrebbe preferito un'Italia una! Ma come era possibile il farla senza che nessuno l'aiutasse? La questione non era teoretica e di aspirazioni più o meno generose, ma pratica; era la questione che decider si doveva a cannoni e baionette sui campi di battaglia; e per l'Italia la sua prima, la sua questione vitale non era quella dell'unità, sibbene quella dell'indipendenza da ogni dominazione straniera. Si è su quel tema che conveniva portar allora l'attenzione della nazione e calcolare le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi; ed, a mio avviso, lo poteva in determinate condizioni, e lo doveva fare.

Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza, purchè questa fosse tutta opera nostra. Ero nemico dichiarato d'ogni intervento straniero.

Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare in rivista gli ostacoli da vincere, potentissimo, per l'influenza morale mi pareva ch'esser dovesse quello della guerra al principio del poter temporale del Papa; ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo, che i posteri apprezzeranno più assai dei contemporanei, non sapevano concepire quella separazione senza grande perturbazione nelle coscienze, e quindi con una pericolosa reazione anche sulla questione politica dell'Italia. A me pareva diversamente; ma il giudicare in quel modo prima che salisse al trono Pio IX, era cosa di ben piccolo merito, dacchè può dirsi che fosse l'opinione dominante; ed io scriveva precisamente correndo l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI.

Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, perchè in questo caso la data costituisce il perno della questione. La condotta di Pio IX durante il primo anno rovesciò quella credenza generale; capovolse, colla persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal modo che, non solo non si trovò più nel 1846-47 chi sorgesse a predicare contro il potere temporale del Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le conversioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed i consigli al datore della libertà, al primo italiano. Il Gioberti, persona di tanta autorità, aveva sognato un Papa paciere universale. Pio IX parve la realizzazione di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi rimanere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo Papa è facile il concepirlo. Un Papa liberale! I fatti, che si svolgevano sotto i miei occhi, non ammettevano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale a quello ch'egli produsse nel corso di pochi mesi; è vero che quelli prepararono il terreno, ma quell'impulso da lui dato fu di così strana efficacia, che, nell'effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella dottrina dell'incompatibilità del potere temporale del Papa colla libertà ed indipendenza d'Italia, mi chiesi allora?

Per una combinazione, i cui particolari risparmio al lettore, il mio libro, ch'era stato stampato lontano, fuori d'Italia, non comparve che quando già dominava l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il tempo di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di coscienza su quella professione di fede, non arrivai a persuadermi della possibilità che la libertà d'Italia fosse compatibile col dominio temporale del Papa. Pio IX tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale impresa, od è obbligato a cambiar via.

Contento che la data provasse che io non scriveva per oppormi alla corrente, la quale, naturalmente, non si lasciò punto commuovere dall'avviso opposto di uno scrittore che non poteva battezzare nemmeno col suo nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di Pio IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo, già fatto segno alle ire de' più grandi nostri nemici, s'incamminasse su d'una via cotanto difficile per amore dell'Italia. Un Papa liberale voleva dire, nell'opinione dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è considerato come un usufruttuario d'un potere non suo; gli aspiranti alla successione lo considereranno come un depositario infedele. Tutto quel secolare complicato edifizio che si chiama il potere temporale del Papa è basato sul principio d'uno sconfinato assolutismo, così lo prova la storia; e che in egual modo lo giudicassero quanti avversavano la causa italiana, lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorchè viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma, un termometro per un italiano, e nessuno più di me fu contento d'aver torto, poichè, per quanto fossi convinto che quell'individuo non poteva seguitare, non ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse infallibile. Ora quegli anni sono ben lontani, e come Pio IX cambiasse è a tutti noto; non poche furono le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli Italiani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori? Lasciate che io commetta un anacronismo, se volete, ma io non voglio separarmi dal Pio IX del 1847.

Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nell'epoca del suo grand'auge non trovavano abbastanza termini per inalzarlo; più tardi non ve n'erano che bastassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla sanno perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed i cui errori tornarono egualmente utili all'Italia.

Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime, e dico che divide gli errori coi tristi suoi consiglieri. Che lo straniero nulla voglia perdonare a Pio IX lo si comprende, benchè l'atteggiarsi di taluni, come se fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando), sia esso pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno l'obbligo di giudicarlo diversamente dagli stranieri; essi non hanno diritto di ripudiare i primi anni e sottrarre dalla storia gli effetti di quell'eccitamento che diede alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori che nella difficilissima via ha commesso.

Nessuno fu meno sorpreso di me nel vederlo soccombere, ma pochi del pari sentono tanto ribrezzo dei codardi insulti, e giova sperare che, quando saranno spariti tutti coloro che vogliono far dimenticare gli eccessi antichi coi nuovi, si sarà più giusti anche con Pio IX; e voi, storici lontani, se mai la mia voce giungerà fino a voi, lasciate che ripeta: che gli Italiani devono essere ben indulgenti nel giudicare Pio IX.

CAPITOLO DICIASETTESIMO

Conclusione — L'autore entra in alcuni particolari intorno all'andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il rimedio debba venire da una maggiore attività da parte dei cittadini indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita l'esempio dei grandi uomini che contava Milano nella fine del secolo passato — Tocca delle grandi questioni sociali che minacciano la civiltà e chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi occupare un po' più degli affari pubblici.

La narrazione dei fatti da parte mia è ultimata; e, come storico, o, dirò meglio, come cronista, dovrei prendere congedo dal mio lettore; ma ho un'ultima preghiera da fare; ho qualche pagina da aggiungere, che pur vorrei fosse letta. Ripeterò quanto dissi nella prelazione, che l'aver atteso 27 anni a scrivere questi Ricordi mi libera, voglio sperare, dal supposto che un amor proprio spinto sia stato la cagione che mi indusse a narrare le vicende delle quali fui testimonio. Ora vorrei aggiungere che i brevi consigli, che parmi essere in diritto di poter dare in questa conclusione, furono una delle cause, e forse la principale, che mi indussero a scriverli.

Il cammino che ha fatto l'Italia dal 1848 al 1870 ha del portentoso, e vi sarebbe da andarne superbi, se si potesse dire che, almeno nella sua maggior parte, lo si dovesse alla nostra virtù e non all'aiuto straniero; ma, infine, quest'Italia una ed indipendente esiste, e gli Italiani presenti e futuri hanno l'obbligo di renderla forte, onorata e rispettata.

Coloro che caddero in tante lotte hanno diritto di reclamare che il loro sacrificio frutti e non sia sciupato o convertito in preda ignobile di basse vanità personali, fatto sgabello a sovvertitori d'ogni genere, a predicanti di nuove teorie sociali, che avvolgerebbero l'Italia nel caos, per poi finire con la guerra civile.

Dopo aver dato la vita per la patria, dopo aver dato il prezioso cemento all'edifizio delle nazioni, che è il sangue, non solo non devono mai essere dimenticati, ma si devono invocare quelli che lo sparsero, come i genî tutelari, dai loro concittadini, ovunque siano caduti, a qualsiasi paese essi appartennero; i loro nomi devono essere sacri in tutta Italia; ma egli è naturale che la venerazione più speciale, la ricordanza più viva venir debba dal paese natale, e l'appello fatto in loro nome non dovrebbe mai essere fatto invano. Milano ne conta molti, ed ho fatto conoscere, per quanto imperfettamente, in quale famosa circostanza perisse buon numero di essi.

Se ho qualche speranza che il mio lavoro sia bene accolto, si è nel luogo che fu il campo di quegli avvenimenti, e pel quale divennero storia patria nel più stretto senso della parola.

Ai concittadini di que' valentissimi mi rivolgerò di preferenza, ponendomi sotto la tutela de' genî tutelari del loro paese, e parlerò francamente.

L'Italia è fatta. Se i caduti per essa potessero udir solo quella frase si riterrebbero largamente premiati del loro sacrificio; ma sarebbero ben presto conturbati, se conoscessero anche il modo col quale s'incammina.

Non vi ha dubbio di sorta che quando si pensa agli innumerevoli interessi che si dovettero ledere nel fondere sette Stati in un solo; alle centinaia di leggi diverse che si dovettero coordinare, ai privilegi di diritto e di fatto che si dovettero abolire; si può chiedere se il fatto stesso, che pur si vinsero quelle difficoltà, non parli in favore di quella forza coordinatrice che pur si è trovata, per quanto imperfetto sia ancora l'ordinamento del nuovo Stato. È questo un ragionamento che si fece e si fa molte volte, ed ha del vero; ma esso è di tal natura che ogni giorno perde della sua forza; se alla sconnessione, cotanto naturale e perdonabile de' primi anni, non subentra a poco a poco la solidità delle instituzioni, la regolarità nelle amministrazioni, la fede nell'avvenire, si rimarrà coi danni dei primi tempi, ma non più scusabili.

Da cinque anni[36] è chiuso il periodo che si può chiamare militante, il periodo nel quale si possono perdonare anche molti errori commessi; ma il lasso di cinque anni non è breve; ed anche volendoci pur riferire al 1870, qual punto di partenza, possiamo noi dire che la cosa pubblica, nel suo complesso, siasi atteggiata in modo da riprometterci un avvenire tranquillo e decoroso, quale conviene ad una nazione che è grande per numero d'abitanti, per ampiezza di territorio, ed indipendente di fatto, e deve aspirare ad essere considerata ed apprezzata dalle altre? Se non ci mancano anche motivi di rallegrarci per progressi in qualche ramo speciale, possiamo noi nasconderci i molti mali presenti, che minacciano ogni giorno di divenir più serî, come gli sconcerti finanziari di tanti Comuni, l'abbassamento nel concetto delle popolazioni dell'idea di giustizia per opera della Giurìa, come oggi si chiama e come oggi è organizzata? Forse che piccolo può ancora chiamarsi l'abuso della libertà per parte della stampa? E se taluno volesse asserire il contrario, chi mai illuderebbe desso? Forse qualche lontano che, nutrendo simpatia per il nostro paese, crede volentieri quello che desidera. Incominciamo a non illuderci noi; abbiamo la carità patria illuminata di svelare e scrutare le nostre piaghe, studiare i nostri mali senza esagerarli, ma anche senza volerli diminuire, e l'Italia camminerà.

Ogni epoca, ogni fase, nello svolgimento della vita d'un popolo, richiede il suo speciale genere di coraggio per progredire al meglio. Nel periodo della lotta era indispensabile il coraggio che si riassume nel sacrificare la propria vita, e l'Italia lo trovò; nel periodo della sua organizzazione, nel quale oggi ci troviamo, occorre quello di chiamare le cose pel loro nome; occorre il coraggio della propria opinione; occorre quello di saper combattere la tirannia della piazza, tirannia effimera, ma tirannia essa pure; occorre, all'uopo, il coraggio di saper affrontare la così detta impopolarità, e questo coraggio scarseggia in Italia; eppure è indispensabile. Ei conviene che si trovi, perchè la vita d'una nazione libera ed indipendente, quale si è in oggi l'Italia, è vita di attività e di lotta di principî; nessun cittadino onesto, chiamato dalle leggi ad un'ingerenza per quanto modesta ed umile, deve chiamarsi estraneo; e, se molti si astengono nel fatto, subiscano le conseguenze dell'attività altrui, anche sregolata, anche rivolta a tutt'altro che al pubblico bene. Ma il gran male si è che le tristi conseguenze non solo vengono subìte da quelli che le meritano, ma si fanno subire anche a coloro che non vi hanno alcuna colpa. Nessun cittadino deve rifiutarsi a concorrere all'andamento della cosa pubblica. Questo è il principio fondamentale, sì poco curato in Italia. Quanti cittadini indipendenti ed onestissimi, credono che quando hanno soddisfatto le imposte, il loro cómpito sia finito, e abbiano diritto di starsene tranquilli all'infuori d'ogni questione, non pensando che ai fatti loro? Ebbene, sono in grave errore. La legge, il paese chiede loro il sacrificio di una mezz'ora all'anno per andare a votare per l'elezione di pochi consiglieri comunali (volendo scegliere un esempio riferibile agli ultimi ordigni della macchina sociale, ma che sono indispensabili essi pure); ma quella mezz'ora non si trova, non si dà importanza all'atto, al proprio diritto. Si ha la coscienza che, votando, si voterebbe senza secondi fini; si ha la certezza che non tutti seguono quella massima, eppure si trascura d'esercitare il proprio diritto, di portare un voto coscienzioso, e, se occorre poi, si deplora il risultato delle elezioni.

Questo è il gran male, tanto più grande, quanto più generale. Lo si comprende, lo si spiega esso pure senza fatica; la nessuna partecipazione ai pubblici affari per lo addietro, seminò l'inerzia e l'apatia; ma la spiegazione non è una scusa in presenza sopratutto dei mali che genera, e questi non sono meno gravi. Come mai l'Italia, all'indomani della sua rigenerazione, trova già stanchi tanti de' suoi figli, e tanta svogliatezza da rifiutarle il più leggiero soccorso nel nuovo suo cammino? Certo che non è sì facile; ma chi mai avrebbe posto su eguale bilancia le difficoltà di farla camminare franca e risoluta con quelle di redimerla, liberarla da tanti ceppi d'ogni genere, d'ogni natura, antichi e moderni? Quell'ideale che vagheggiarono tanti valent'uomini, pel corso di secoli, apparisce forse deformato, ora che s'incarnò realmente nel fatto, tanto da perdere le sue attrattive? Oh, non si faccia sì grave torto alla verità! Sarebbe un'ingiustizia verso quanti si adoperarono a quel grande risultato, ed una crudeltà verso i posteri. Che importa che l'Italia sia libera ed indipendente se non è capace di rendersi forte e rispettata? Forsechè un'altra nazione, che da secoli è una e indipendente anch'essa, la nazione spagnuola, che pure è fornita di nobilissime doti, non è lì per mostrarci che l'unità ed indipendenza non bastano per costituire la nazione in modo stabile, che permetta lo svolgersi di tutte le sue forze, di tutte le sue attitudini, tanto da rendersi prospera e rispettata? Se reca meraviglia come una sì lunga lotta non abbia esaurite le forze vitali di quella nazione, non si può a meno di considerare, dall'altra parte, cosa sarebbe la Spagna se tutte quelle forze morali e materiali, che si paralizzarono, fossero state impiegate in modo utile. Qual alto luogo non occuperebbe dessa nella stima universale! Quale prosperità non regnerebbe nel suo seno!

Oh! lasciate che l'Italia redenta abbia spavento di venir trascinata sulla via della Spagna. Si faccia pure larga parte alle difficoltà che si dovettero superare, ma, in nome e per amore di coloro che ci fecero vincere, e, colla loro morte diedero la vita a questa gran patria comune, che a noi consegnarono, non abbandoniamola, lasciando che trascini fra stenti la sua esistenza. Ma chi la deve soccorrere? La grande massa, rispondo, degli onesti cittadini, che oggi si chiamano estranei a qualunque ingerenza ne' pubblici affari, per quanto sia modesta. Nella massa de' cittadini indipendenti sta la forza d'una nazione; ma, quando questi cittadini fanno il loro dovere. Questa classe non è piccola in Italia; fate che dessa entri ovunque ha diritto di entrare, e l'Italia camminerà colle sue leggi, colla sua libertà; il buon senso domina, e, ben presto, coll'unione verrà la forza, e con questa il coraggio che occorre in tutte le possibili sfere ed amministrazioni; ed allo sconfortante pensiero di un avvenire che s'intorbida sottentrerà la fede nei destini d'Italia, quella fede che ravviva, che opera miracoli.

Ma... io mi accorgo che ho divagato, che ho battuto, come suol dirsi, la campagna; mille e mille volte furono già dette queste cose; vennero dati simili consigli, e non valsero gran fatto a scuotere l'inerzia e l'apatia. Non per questo mi sgomento, nè cancello ciò che ho scritto, e mi tengo al consiglio, al detto, tanto antico quanto autorevole: Battete, e vi sarà aperto.

Ebbene, verrò anch'io a battere in nome di coloro che caddero, e forse qualcuno mi ascolterà. Anzichè vagare, dissertando in tesi generali, io entrerò in particolarità, e mi rivolgerò alla classe che, a mio giudizio, fornisce gli elementi migliori, a quella de' cittadini indipendenti, che non hanno nulla da chiedere, nulla da temere; quella classe che, laddove fosse penetrata dal sentimento del dovere che hanno tutti i cittadini, di contribuire al rassodamento ed all'onore della patria comune, sarebbe in grado di somministrare il personale necessario in tutti gli uffici amministrativi fondati sul principio elettivo e sul principio delle funzioni gratuite, dal consigliere comunale al deputato al Parlamento; dall'amministratore del patrimonio d'un Luogo Pio, di poche migliaja di lire, a quello di milioni. Non sono cose nè difficili, nè nuove. In Inghilterra, in Germania, una persona, per quanto sia ricca, si propone un fine, una meta alla sua operosità, perchè il far pompa di ricchezze che non giovano che al possessore procura disprezzo anzichè stima; ogni persona che sente dignità sdegna essere un inutile parassita nella grande famiglia alla quale appartiene; se tali sentimenti divenissero popolari anche in Italia, influirebbero ben presto a spingere quella classe di cittadini all'attività pubblica.

Ma, per conseguir questo fine, per arrivare a render popolare queste idee, occorrono fatti, le moltitudini si persuadono solo cogli esempî; poco giovano le teorie. Al merito speciale di servire il proprio paese, in qualunque ufficio o grado, che pur richiedesse anche un piccolo sacrificio, aggiungeranno quello di migliorare, sotto tale rapporto, l'opinione pubblica in Italia sulla ricchezza privata; perchè, se fra noi si rispetterà forse ancora per lungo tempo più di quanto merita il ricco ozioso, si considererà almeno come un ideale il ricco occupato ed utile al paese.

L'Italia ha bisogno della considerazione e della stima delle altre nazioni. Se v'ha questione nella quale l'illudersi e l'incensarsi sarebbe proprio ridicolo, è sicuramente quella relativa alla stima delle altre nazioni. La risposta al quesito: Cosa vale l'Italia? non deve partir da noi, ma sibbene dobbiamo fornir noi gli elementi. L'estero (e chiamo con questo nome chi non è italiano), sa benissimo che una gran parte del successo dell'Italia non si deve agli Italiani, e nell'assegnargli la sua parte, è più severo di noi; e chi lo spinge a quella severità sono le tendenze manifestate da taluni, e non pochi, di voler menomare il soccorso prestato da altre nazioni all'Italia, e sopratutto, parliamoci ben chiaro, il grande servizio che ci venne reso dalla Francia.

Quanto più alta non sarebbe certo la stima per l'Italia se avesse conquistato da sè sola la sua condizione attuale; ma, dacchè ciò non era tampoco fra le cose possibili, non dobbiamo cercare di menomare il merito altrui, perchè, in luogo di far crescere il nostro, lo si diminuirebbe per l'ingrato senso che desta anche nelle nazioni che furono neutrali, ogni idea di ingratitudine. L'Italia conta abbastanza fatti splendidi ed annovera tal numero di vittime per attestare che non fu piccola anche la sua parte nella grande opera, e ne converranno tanto più facilmente anche gli estranei, quanto più noi rispetteremo il merito altrui. Ad ogni modo, la questione è finita; su questo campo non vi sono più allori da cogliere; e quanto al saper conservare, occorrendo, colle armi, la posizione attuale è questione dell'organizzazione del nostro esercito, nella quale non voglio, nè è questo il luogo d'entrare.

Ma se l'Italia, oggigiorno, per via delle armi, non può cambiare quella qualsiasi opinione che essa gode presso gli altri popoli, e solo può prepararsi perchè, all'occasione, le sia dato di mostrarsi vera potenza; ben può misurarsi seco loro e cogliere allori sopra altri campi, quelli delle scienze, delle industrie e delle arti, il che dipende solo da lei. Trent'anni or sono, un uomo, che l'Italia annovera giustamente fra le sue celebrità, il Gioberti, scriveva un'opera sul Primato morale e civile degli Italiani. Io non oserei sottoscrivere a tutti gli elogi; e forse il valent'uomo stimò opportuno eccitare anche in quel modo l'amor proprio degli Italiani per spingerli a propugnar quella causa, che poi trionfò; ma, oggigiorno, si troverebbe mai uno scrittore che ardisse sostenere che gl'Italiani mantengono ancora quel primato morale e civile? Chi oserebbe discendere a sì stolta adulazione?

Trent'anni è lo spazio di tempo assegnato ad una generazione; quella che l'Italia annoverò fra il 1840 ed il 1870, non seppe mantenere il posto assegnatole dal Gioberti: ma essa non ha da vergognarsi avanti ai posteri; per essa vale in tutta l'estensione del termine la ragione vera e reale che la grande impresa nazionale assorbì tutta la sua attività e deviò le menti da studî severi, salvo lodevolissime eccezioni. Se non ha prodotto scritti immortali, ha fatto l'Italia; non la fece da sè sola, ma la fece. Non è dunque in via di rimprovero che si dice che non si tenne a paro delle altre nazioni nel grande progresso delle scienze; lo si dice per citare un fatto che ha la sua giustificazione, un fatto che ora dovrebbe cessare. Dove ed in qual classe d'uomini si possono riporre le speranze le più fondate, se non in quella classe che non è preoccupata dal bisogno di lavorare per vivere? Milano non ha bisogno di uscire dalle proprie mura per trovare esempî da imitare. Verso la fine dello scorso secolo essa contò un numero non piccolo di uomini, insigni tutti, appartenenti alla classe elevata, indipendente; e taluni sono e rimarranno vere celebrità, come il Beccaria, i due Verri, il Frisi, il Giulini, ed altri.

Quella classe l'abbiamo ancora, nè accennando a lei, si vuol esprimere una minor stima pel concorso che viene dalle altre, delle quali devesi anzi fare maggior conto per le difficoltà che debbono vincere; e quanti non riescono a superarle, quanti uomini d'ingegno non rimangono soffocati in quella lotta col bisogno? Se la classe che non conosce quegli ostacoli studiasse, come pur studiarono i valentissimi che ho citato, non è egli vero che mentre procurerebbe maggior lustro a sè stessa, gioverebbe ai meno fortunati, poichè più facilmente si scoprirebbero e si ajuterebbero i giovani d'ingegno? Di questi fatti ve n'ha pure larga dovizia. I mecenati nel senso più nobile del termine, ossia coloro che accoppiando intelligenza e ricchezza porsero la mano a giovani ricchi d'ingegno, ma poveri di fortuna e li ajutarono a divenir uomini utili e di onore al paese, non furono rari in passato. Più si spande l'intelligenza nelle alte e doviziose classi, più si aumenta la probabilità che si svolgano gli ingegni nelle altre classi. In Inghilterra vi sono ricchi signori che mantengono a loro spese astronomi, chimici, fisici e meccanici. Una scoperta, un passo anche modesto nella scienza, che presero a coltivare od amare e proteggere, è il loro premio, quand'anche non vi abbiano contribuito che indirettamente. Per qual ragione non potrà avvenire che si faccia qualcosa di simile anche in Italia? Non mancano fra noi le fortune colossali, se anche non vi siano in numero così grande come in Inghilterra; ciò che manca è lo spirito che anima l'alta classe, è l'ambizione di dire, voglio esser qualcosa, non per le mie ricchezze, ma per l'uso che ne saprò fare. Io non credo con questo di far una censura, direi, generale a tutta la classe ricca in Italia; certo come vi furono in passato non mancano anche oggi individui che rispondono a quell'ideale di un ricco indipendente che lavora pel bene del suo paese senza secondi fini; ma vorrei far comprendere che se questo fu sempre utile, lo è assai più nelle condizioni nostre e nell'organizzazione della nostra società quale ora si trova colla sua base nella costituzione. Le vie sono aperte a tutti, la parola privilegio ha ormai perduto il suo significato, ma quale spettacolo vede oggi l'Italia? Una ressa, una fretta di voler essere ricchi ed influenti a qualunque costo; quindi caccie a posti in tutte le gradazioni di amministrazioni possibili, di cui molte non vanno bene; gli scandali si fanno frequenti; il pubblico, il grandissimo numero de' cittadini comincia a sfiduciarsi nel vedere che il bene pubblico non è il fine, ma il mezzo per saziar vanità o cupidigie. Dove trovar il rimedio a questo stato di cose? Nella classe côlta ed indipendente, nei cittadini stessi, nel senso di abnegazione di volersi imporre un peso pel bene pubblico, al che ora rifuggono troppi assai di coloro che lo potrebbero fare. Fate che gli uomini disinteressati ed istrutti prendano in mano le redini delle amministrazioni e cammineranno. Le due qualità vogliono essere unite, perchè l'onestà senza il sapere è presto vittima del sapere senza onestà. Quando l'Italia prima del 1848, frastagliata com'era, inceppata in tutti i suoi movimenti produceva qualche scritto, qualche opera d'importanza esclamavasi e dentro e fuori: Che non darebbe l'Italia se fosse libera? Da 15 anni essa è libera nella grandissima sua parte, e da un quinquennio lo è nella totalità; or bene come ha corrisposto a quella speranza? Eppure in Italia come in qualsiasi altro paese, il primo bisogno sarà sempre quello d'aver uomini leali ed istrutti ad un tempo nella maggior copia possibile. Perchè mai nella gioventù della classe indipendente non sorge l'ambizione così giusta, così legittima di voler guidar essa gli affari, spingendo pure lo sguardo sino all'ultima meta ora libera a tutti, quella di rappresentante della nazione? Leggendo un giorno la biografia d'uno dei più grandi uomini politici dell'Inghilterra, appresi che giovine ancora ei vagheggiava l'idea di entrare a suo tempo nel Parlamento; ei si accinse quindi a studiare tutto quel complesso di scienze, che sono indispensabili ad un uomo politico: la storia, le scienze economiche, la legislazione speciale del proprio paese, i grandi oratori che ebbero influenza sui destini dell'Inghilterra, quanto infine può aumentare il tesoro intellettuale di un uomo che si propone di far anch'esso da legislatore. Lunghi anni prima che l'età stessa gli permettesse di entrare in Parlamento si provava a declamare avanti ad uno specchio, volendo educarsi anche nel modo di porgere. Venne il suo giorno, entrò nell'ambìta aula e divenne uno dei più grandi uomini di Stato. Il fatto è certo, quand'anche io non rammento il nome di quel personaggio; ma è ben lungi dall'essere unico e raro esempio; il fatto si sarà ripetuto e si ripetè forse spesso non solo in Inghilterra, ma presso tutte le nazioni, ove le classi agiate e le aristocrazie storiche hanno la nobile ambizione di servire il loro paese, di avere in mano gli alti uffici dello Stato.

Perchè tale sentimento non si diffonderebbe anche in Italia in quelle classi? La stessa prescrizione così assennata dello Statuto che dichiara gratuita la funzione di deputato e di senatore, non è dessa un invito a sì nobile missione?

Se in ogni tempo gli Stati ebbero bisogno di essere governati da uomini istrutti, forse non fu mai sì grande tal necessità quanto oggi che vediamo sorgere sull'orizzonte e farsi giganti questioni inattese, della più alta gravità per l'ordine sociale, questioni che avvolgono non uno o pochi, ma tutti gli Stati che si chiamano civili. Chi mai, or sono trent'anni avrebbe detto che nella capitale d'uno de' popoli più côlti, che a Parigi, i cui titoli di benemerenza pel progresso sono innumerevoli e grandi, doveva dominare per più di due mesi la reazione la più selvaggia contro ogni principio di società, contro la proprietà, la religione, la famiglia? Come non vedere che quel fatto non fu isolato, non fu il parto di fortuite circostanze, ma frutto di una elaborazione di lunga mano che generò tanti elementi sovversivi che si appoggiano alle più brutali passioni dell'uomo; passioni che si trovano ovunque, ed in determinate circostanze possono suscitare i medesimi imbarazzi, trovandosi ovunque apostoli di quelle empie dottrine?

Sono vere e grandi questioni internazionali, che si devono prendere sul serio e non illudersi, credendo che possano vincersi senza lotta morale e fors'anche materiale; sono questioni che non si devono studiar solo in fugaci articoli di giornali, ma nella loro essenza e nelle cause che vi diedero origine e ne prepararono lo svolgimento. Alle molte questioni intricate e speciali d'ogni Stato, d'ogni luogo, or si aggiungono queste minacciose per tutti, ed ogni nazione deve trovar uomini energici che abbiano il coraggio ed il sapere di rintuzzar quel nemico che prepara e vuol far trionfare una barbarie d'un nuovo genere uscita dalla civiltà degenerata. L'Italia non deve star addietro alle altre nazioni in questa coalizione che viene imposta dai sovvertitori d'ogni ordine. I migliori elementi si troveranno ancora nella classe che ha molto da perdere; ma i sacrifici de' singoli sono un nulla in confronto del sovvertimento dell'ordine sociale; epperò la questione non deve rimaner individuale, nè considerarsi in rispetto ai solo interessati, ma deve elevarsi al vero naturale suo livello, cioè d'una delle più gravi che agitar possono la società.

L'Italia è libera; ma non lo è da tutte le tirannie. È libera dalla tirannia politica che dava ad un individuo, sotto qualsiasi nome o titolo, l'autorità di comandare a suo talento. Era un gran male e ci vollero nullameno di 22 anni per liberarsene interamente, ma la libertà politica che si ottenne generò forse anche le altre che si attendevano le popolazioni, quella del libero svolgimento di tutte le opinioni, il rispetto all'onore dei cittadini, alle sue convinzioni politiche e religiose? Sarebbe un'amara derisione il voler sostenere in senso affermativo una tesi simile! Tirannuncoli d'ogni specie si impossessarono della libertà ed a forza di intimidazioni fanno violenza e trascinano altri, anche contro le proprie convinzioni, ed impediscono di fatto che usino dei loro diritti. Da che proviene questo? Dalla mancanza di coraggio della propria opinione; il qual coraggio deve essere un elemento indispensabile nella vita d'un popolo libero. Sta nei decreti della Provvidenza che una nazione non solo ha bisogno di trovar uomini coraggiosi per redimersi se non è indipendente, ma che anche dopo redenta non può prosperare se non trova altri cittadini coraggiosi che non si lasciano sopraffare ed indurre ad agire contro le proprie convinzioni. La libertà è per tutti, ed appunto per questo, l'abuso degli uni si rivolge in tirannia contro gli altri. E sono forse poche le parti in Italia nelle quali si esercitano pressioni tiranniche, intimidazioni ed abusi? Si invocano leggi, si grida contro la loro impotenza; ma non vi è legge che non divenga impotente, quando i cittadini volontariamente abdicano alla propria indipendenza e fingono rispettare uomini che disprezzano e rinnegano la loro opinione, per farsi vilmente servi dell'opinione di quelli che temono. L'abuso è grande, si dice, non vi è persona per quanto si chiami aliena dall'ingerirsi in pubblici affari, per quanto cerchi sottrarsi agli sguardi altrui e seppellirsi fra le domestiche pareti, che sia al coperto di insulti gratuiti, di maldicenze d'una stampa che non conosce nè moderazione, nè leggi; or come pretendere che senza avere un gran coraggio si possa esporsi a dover lottare con essa? Ma chi dà influenza, chi mantiene sì baldanzosa questa stampa? È il vostro esagerato timore, e il credere che dipende dal capriccio di chiunque il dare o togliere definitivamente l'onore de' cittadini. Credete voi, per venire ad una prova di fatto, che in Inghilterra dove havvi pure libera la stampa, i cittadini si diano gran fastidio della stampa maledica, che rispondano agli attacchi de' giornali screditati? Essi cominciano anzitutto col non permettergli l'entrata nelle proprie case e tanto meno poi li comprano per non concorrere a mantenerli in vita. Un tal procedere, divenuto comune, obbliga la stampa ad andar guardinga e moralizzarsi anche nel proprio interesse. Avviene precisamente l'opposto di quanto avviene nei paesi, ove per timore si viene a patti coi peggiori giornali, fosse pur solo per averli neutrali; il che ha poi per effetto di incoraggiare i giornali stessi ad esercitare un terrore del quale traggono profitto. Or dubitereste voi che se anche in Italia si imitasse l'esempio dell'Inghilterra, non si avrebbero le stesse conseguenze?

Ma... io sono forse caduto un po' basso nell'opinione del mio lettore! Forse taluno, nel quale aveva destato qualche interesse, come cronista, dirà o penserà che finisco male colla lezione che voglio dare.

Permetta il lettore delle ultime linee che anch'io esprima la speranza, che non tutti, almeno, parteciperanno questo giudizio. Quanto diversamente procederebbe la cosa pubblica in Italia se ognuno avesse il coraggio della propria opinione, se quando è chiamato a dar un voto od esprimere il proprio parere, consultasse non già quale sia l'opinione di quelli che fanno più chiasso e si chiamano o si credono i rappresentanti della pubblica opinione, ma unicamente la propria convinzione! A me pare che potendo persuadere quanto debole sia la forza dei tirannelli, che è basata anzitutto sull'altrui timidezza od incuria, potendosi ottenere un po' di coraggio nella numerosa classe dei cittadini chiamati dalle leggi a cooperare al governo del paese, si vada per via diritta alla radice del male senza chieder nulla alle autorità ed alle leggi. È un rimedio che sta nelle facoltà di ogni singolo individuo e per questo io credo che non si possa abbastanza insistere, perchè lo si raccomandi, lo si diffonda e lo si adoperi. Ma a qual classe mai si potranno rivolgere questi eccitamenti con maggior fiducia, se non a quella dei cittadini indipendenti, in condizione d'aver bisogno di nessuno? Ad essi faccio l'ultimo appello e lo farò nel nome di que' tanti che caddero perchè l'Italia giungesse a quella meta che pur raggiunse, ma che non si manterrà, se ai nemici attivi, oggi più interni che esterni e che lavorano alla sua dissoluzione, non si contrappongono cittadini risoluti a difenderla ed a renderla onorata e rispettata.

AGGIUNTE ALLA SECONDA EDIZIONE