Lettera di Luigi Torelli.

Milano, 9 marzo 1876.

Pregiatissimo signor Commendatore,

Ho d'uopo di ricorrere alla celebre potenza mnemonica di Vostra Signoria illustrissima per un favore, ed ecco di che si tratta:

Io ho pubblicato un opuscolo intitolato: Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano. Accennando i fatti del 20 marzo, menzionai come io venissi incaricato dall'Anfossi di andare a verificare se era vero che i Tedeschi avessero abbandonato il Duomo. Vi andai e per dare il segnale richiesi ad un gruppo di signore che si trovava su uno dei balconi nel corso, oggi Vittorio Emanuele, una bandiera tricolore, che mi venne tosto gentilmente sporta. Cammin facendo incontrai un giovine che avevo conosciuto alla barricata di san Babila e lo invitai a venir meco, e venne. I Tedeschi avevano realmente abbandonato il Duomo nella notte, benchè molti lo credessero una finta o un agguato e gridassero perfino: badi alla mina. Saliti sulla guglia maggiore vi collocammo la bandiera e poi ritornammo a fare la nostra relazione. Il Comitato di guerra costituitosi nello stesso mattino volle che la notizia venisse tosto divulgata e fece stampare un avviso, che annunciava come il cittadino Luigi Torelli valtellinese e Scipione Bagaggia di Treviso, avessero collocata la prima bandiera tricolore sulla guglia del Duomo.

Più tardi, ma entro la giornata stessa, certo signor Dunant che aveva negozio di profumeria nella galleria De-Cristoforis, sostituì la bandiera da noi collocata con altra assai più grande e fece benissimo, perchè si vedeva assai meglio.

Il 24 marzo ossia due giorni dopo la ritirata dei Tedeschi sortì il primo giornale che vide la luce nella Milano libera, e fu il Pio IX, redatto dal ben noto scrittore Vincenzo de Castro, e nel secondo numero di quel giornale, sotto la data del 25 marzo, è contenuta la notizia intorno alla prima bandiera nel modo stesso che io l'accennai. Per due mesi interi ch'io rimasi a Milano, prima di entrare nell'esercito piemontese, nessuno elevò dubbi su quel fatto che venne riprodotto da tutti i giornali di quell'epoca. Nel giugno successivo trovandomi io al campo piemontese, un mio amico mi spedì un opuscolo di fatti memorabili durante le Cinque Giornate senza nome d'autore, ma solo coll'indicazione generica che que' fatti erano avvalorati da 200 e più testimonî. In quell'opuscolo si narra come il signor Dunant recasse la prima bandiera tricolore sul Duomo in mezzo alla mitraglia dell'inimico. Ei trovò bensì che già vi era un'altra bandiera, ma quella era bicolore; l'amico soggiungeva che si rideva molto intorno a quella mitraglia ed alla trasformazione fatta subire alla mia bandiera. Io non ravvisai però la cosa sotto il solo punto di vista ridicolo; pensai che se i Milanesi avevano gli elementi per giudicare del valore di quelle asserzioni non potevasi dire altrettanto degli altri, ed era poi cosa ben strana che un fatto che non era partito da me, quello dell'annuncio al pubblico, venisse convertito in un aggravio a mio carico, e si potesse sospettare che mi era vantato di cosa non vera e per di più avessi usurpato sul merito altrui. Scrissi quindi alla S. V. in allora Presidente del Comitato centrale di Pubblica Sicurezza, protestando contro quell'asserzione, che la bandiera da me recata fosse una bandiera bicolore. Gli avvenimenti guerreschi che ben presto dovevano succedersi, fecero rivolgere l'attenzione di entrambi a ben altro; tuttavolta io non conservai il silenzio fino ad ora; ma nel 1853, avendo creduto mio dovere, dopo i fatti del febbraio di Milano, di ripubblicare i Pensieri sull'Italia (del 1845), con aggiunte relative agli avvenimenti del 1848, menzionai l'affare della bandiera e lo combattei coi medesimi argomenti che ho ripetuto nel mio ultimo scritto.

Ripeterò che sono ben lungi dal menomare i meriti reali che può aver avuto il signor Dunant per chiedere la cittadinanza che il Governo provvisorio gli accordò, ma davvero se anche venne da lui adotto quello della bandiera, non fu certo per esso che gli venne accordata, perchè questo condurrebbe all'assurdo, cioè, che rimane comprovato che la portò fra la mitraglia dell'inimico, il che costituiva il vero merito, ma invece era cosa impossibile dacchè la mitraglia non sarebbe arrivata al quinto e forse meno ancora della distanza, e d'altronde doveva pur trovarsi questa mitraglia sul tetto del Duomo.

Ora a me pare che se dopo aver dato le prove dirette del mio assunto, vi aggiungo anche le indirette, ossia che nessuno elevò dubbio nei primi tempi e nemmeno il signor Dunant, benchè il Pio IX si stampasse precisamente nella galleria De-Cristoforis, come ebbe ad osservarmi il chiarissimo De Castro, che non titubò a riconfermare ora anche pubblicamente quanto scrisse allora[43]; ed io all'opposto protestai immediatamente, la questione dovrebbesi ritenere esaurita. Or dunque io prego la S. V. a voler attestare se sta il fatto che le scrivessi dal campo in quel senso. Scusi l'interpellanza, ma Ella comprende che ora la cosa non tocca solo l'amor proprio, ma anche l'onor mio e del mio compagno.

Gradisca i miei rispetti.

Devot. Serv.
Luigi Torelli, Senatore.