CAPITOLO VI. PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE.

Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico. — Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni eroiche. — Berta dal gran piè. — La Berta tedesca. — Guerre d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. — Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione. — Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi. — Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche. — Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino.

741 — 768.

Nella famiglia carolingica regna, del pari che in tutte le schiatte germaniche, la massima del dividere, come una eredità comune, il patrimonio regio. Carlo Martello lasciava, come dicemmo, tre figli, l'uno di nome Carlomanno, duca d'Austrasia, l'altro chiamato Pipino, prefetto di Neustria, e il terzo Grifone, erede di alcune signorie. Nelle quali divisioni regolate dal padre, chi si tenea pregiudicato, facea la guerra, chè tale era il diritto, la forza decidendo della eredità. Grifone uscito d'una figlia della Baviera, diede principio a sanguinose ostilità volendo una porzione più abbondante del paterno retaggio, e raccolti d'intorno a sè non pochi fedeli, assaltò Pipino nella sua bella porzione della Neustria, ma per suo peggio, chè respinto e incalzato fin dentro alla città di Laon, fu preso e chiuso in una torre, nell'oscura foresta delle Ardenne, in balía del fratello.

Se non che Grifone giunge a fuggirsi da quella torre in abito da pellegrino, passa il Reno, e va a cercar rifugio tra i Sassoni, e qui è da sapere che tutti i duchi, i conti, i signori, scontenti della schiatta franca, andavano a cercar asilo in Sassonia, certi d'averlo per le molte ragioni di nimistà ch'ivi erano contro Carlo Martello. Curiosa è la vita di questo Grifone, intorno a cui, come ad uno degli eroi loro, si ravvolgono le leggende cavalleresche. Rifuggitosi da esule in Baviera, ei n'è fatto duca, e que' popoli il sollevan sullo scudo[112] in luogo del figlio dell'antico lor capo Odillone; cacciato, indi per opera di Pipino, dalla Baviera, e rotto il vassallaggio del feudo de' dodici contadi che gli eran dati dal fratello[113], attraversa la Germania, e dimanda per ogni dove soccorso, ma invano, che gli Alemanni non osan difenderlo, ond'egli viene a riparare in Aquitania, l'aprico paese dal viver giocondo, ed ivi s'invaghisce di Lionora, moglie di Vaifro, duca del paese, ed altresì ella piglia a ben volere il fuggitivo, onde il vecchio duca dà in tanto furore di gelosia, che lo caccia, e fa inseguire ed uccidere a tradimento nelle Alpi, mentre vassene a cercar fra i Longobardi un altro rifugio. Così finì un dei figliuoli di Carlo Martello, nè Pipino andò esente dal sospetto di aver aiutato Vaifro in questa vendetta.

Nel durar di questi primi anni Carlomanno e Pipino reggono da padroni la nazione dei Franchi, sotto il titolo l'uno di duca d'Austrasia, l'altro di maestro, o prefetto del palazzo di Neustria, poichè Carlo Martello avea lasciato vacare il trono nella famiglia dei Merovingi, a provare se i Franchi si sarebbon lasciati, senza re, governare dai duchi e dai prefetti. Il nome ch'egli erasi acquistato, gli avea consentito di conservare un siffatto interregno, e un duca suo pari ben valea quanto un re di nascita; ma una simil ragione di riverenza più non reggeva pe' figli suoi Pipino e Carlomanno, giovani amendue, non benemeriti ancora per alcun servigio, e tali che in altrui non movevano nè venerazione nè tema. Laonde i signori dicevano: perchè non creare un principe della casa di Meroveo? Giovine l'uno e giovine l'altro meglio valere un re della stirpe sacrata. Fu quindi convocata, secondo l'antica consuetudine, nel Campo di Marzo, una dieta che avesse ad eleggere il re, e fu recato a questo supremo grado, sotto il nome di Childerico III, un fanciullo nobil rampollo de' Merovingi, quasi ostacolo posto dai Franchi all'ambizione dei prefetti del palazzo. Da quel momento in poi Carlomanno e Pipino posero ogni cura a precipitar questo simulacro di re, ed a diffamarlo per la dappocaggine sua, per la sua viltà, tanto che alla fine il chiamavano, e non altrimenti, lo snervato e l'insensato. Così avviene al finire delle dinastie; inesorabili più che mai sono inverso di loro, quelle che ad esse succedono, e i popoli voglion sempre giustificare la violazione d'un diritto.

Dall'esaltazione di Childerico III, Pipino e Carlomanno erano obbligati a cercar sostegno fra i cherici, poco tempo dopo che Carlo Martello avea offeso le chiese e i monasteri col metodo suo di spogliarli delle lor terre, e dividerle fra' suoi soldati. Ma se questi facevano i prefetti del palazzo, i cherici facevano i re, onde appunto perchè i Carolingi molto donarono ai monasteri, le cronache tanto avvilirono i Merovingi a profitto dei lor successori. Carlomanno intanto pigliava l'abito monacale, e noiato del secolo s'avviava verso Roma per ivi ricever l'assoluzione da papa Zaccaria, perocchè, dicevano, avea da rimproverarsi alcuni atti di violenza con Vaifro duca d'Aquitania, e ne portava il segno di maledizione. Avuta indi la tonsura, per mano del pontefice, ritiravasi prima sul monte di Soratte, per ivi vivere alla maniera de' monaci, poi nel devoto convento di Montecassino, dov'egli soggettavasi a' più faticosi uffizii della comunità, servendo in cucina, lavorando l'orto e guardando, soletto, come fu spesso veduto fare sul monte, gli armenti della badia. Il maggior diletto suo era d'ivi coltivare una vigna, che indi appresso cedette ad un altro penitente, il re de' Longobardi, il quale venne ugualmente a dimorar nei monastero di Montecassino[114]. Così per quegli uomini operosi ed armigeri la pace del monastero succedeva alla vita agitata dei campi di battaglia, e dalle sfarzose corti passavano ai modesti refettorii dei cenobiti. Poichè Carlomanno ebbe lasciato il grado di duca d'Austrasia per vestir l'abito monastico, Pipino potè recarsi in mano la prefettura generale dei Franchi, e signoreggiar tutte quelle schiatte all'ombra del vano titolo di Childerico III, intantochè Dragone, figlio di Carlomanno, raso e confinato dovea pure abbracciar lo stesso genere di vita del padre suo, monaco in Montecassino, essendochè i Franchi non amavano i prefetti ancora in fasce, preferivano i gagliardi, e Pipino sapea maneggiar l'armi: era piccolo di statura sì, ma nessuno poteva con lui contender di forza e di vigoria.

Intorno a questo tempo, il duca dei Franchi cercò moglie per aver reda, come dicon le cronache di San Dionigi, e gli annali contemporanei aggiungono ch'egli sposò Berta, figliuola di Cariberto, conte di Laone, soprannomata dal gran piè, alla quale le tradizioni cavalleresche danno altra origine facendo della sua vita una leggenda romanzesca. Il romanzo di Berta dal gran piè[115], una delle più graziose composizioni del medio evo, ed un de' più ingegnosi canti de' trovatori racconta: «Che in sull'uscir d'aprile, nella dolce e amena stagione, che l'erbette spuntano, i prati rinverdiscono, e gli alboscelli desiderano d'essere fioriti, un monaco di San Dionigi aveva a lui, gentil trovatore, narrata la storia di Berta e di Pipino». Ora il trovatore si fa in gaia scienza a ripetere questa storia. «Era un re in Francia di gran signoraggio, per nome Carlo Martello, il quale, dopo aver fatto grandi prodezze in guerra et vinto gl'infedeli, morio lasciando duoi figliuoli, uno di nome Carlomanno che si rendè monaco in una badia; l'altro di nome Pipino, assai piccolo (non avea più che cinque piedi di statura), ma forte della persona, sì che sendo un lione fuggito dalla sua gabbia, e correndo come fiera arrabbiata, egli poco men che fanciullo, armatosi d'uno spiedo, andò a quello, e sì lo abbattè d'un colpo nel fianco. La madre sua, tutta lieta, basciandolo, «Bel figliuolo, gli disse, come hai tu avuto animo d'affrontare una fiera sì ridottabile;» ed egli rispuose: «Donna, mai non si dee ridottare». Il giovine si maritò poi in prime nozze, ma la moglie sua, figliuola di Gerberto o di Gerino di Malvoisin, non potè dargli erede, ond'egli in consiglio co' suoi baroni, dimandò loro: «Che donna potrei tôrre?» E allora Engherrando di Moncler, nobile barone, si levò e disse: «Sire, al corpo di sant'Omero, io so una figliuola del re d'Ungheria, che nessuna di più bella persona oltre mare, e chiamasi Berta la Buona». «Se ne vada in cerca,» disse Pipino. Ed ecco una bella cavalcata che si parte in gran pompa, e va e va fino in Ungheria: buona ventura a voi, illustri cavalieri. E vanno a trovare il re d'Ungheria e Biancofiore, la reina, mostrò loro la figliuola sua bianca e vermiglia. Furono apparecchiate le tavole per un grande convito, ed a Berta furon dati cavalli, oro ed argento, e la nobile figliuola prese comiato dal padre suo — Ella sen venne adunque per mezzo Polonia e Lamagna, e in ogni luogo parlavasi la lingua francesca, però che i conti e marchesi di quelle terre, tenevano Franceschi per insegnarla a' loro figliuoli e figliuole, come se fossero nati a San Dionigi. Berta era cortese e semplice, e veniva in groppa d'un palafreno baio di bella razza, e di questo modo giunse ai confini di Francia, e passò il Reno a Sant'Erberto, cavalcando per mezzo le Ardenne sotto la protezione del buon duca Namo di Baviera. Il bel drappello vide l'Hainant e il Vermandois, e giunse lietamente a Parigi, dove le campane suonarono a festa, le case furono coperte di ricchissimi drappi, e le vie giuncate di erbe, volendo ognuno onorare la sposa menata a Pipino; poi furono fatte le nozze grandi e solenni, i menestrelli fecero lor arte, con gran suoni di ghironde, di arpe, di flauti e di trombe, e con balli di dame e damigelle, e così fu compiuto con gioia di tutti, il maritaggio». Oh pur beato il tempo che Berta filava!

Qui comincia la tradizione tedesca, da cui forse ebbe origine e accrescimento l'epopea di Berta dal gran piè. Questa leggenda fu scritta in Franconia, e Pipino conserva ivi tutta l'indole sua germanica: e' pone sua sede nel castello di Veihen-Stephen sul monte, con disegno di combattere i Sassoni, e di mansuefarli sotto il dolce giogo del cristianesimo; ma popoli selvaggi, com'ei sono, ricalcitrano, e non vogliono saper di Gesù nè de' suoi santi. Pipino vedovo e solo in quella rocca, desidera giorno e notte una compagna, quando un re del paese chiamato Curlingo, gli fa profferir la figlia sua gentilissima e leggiadrissima; il ritratto di costei piace a Pipino sì che egli dice al suo maggiordomo: «Va e sappi il vero di questa principessa». Ora il discortese maggiordomo avea una figliuola della medesima età di colei, e dice fra sè: Perchè non la farò io reina in vece sua sposandola a Pipino? Se ne va quindi e cavalca alla corte del re Curlingo, gli chiede la figliuola e gli vien data. Costei ha nome Berta, ed è bella forte; soa madre la confida vestita in gran pompa al maggiordomo, e questo misleale la conduce in un oscuro bosco, dove stava aspettandolo la sua propria figliuola: o servo infedele, non temi tu la punizione del tuo misfatto? Ma non ritenuto da rispetto alcuno, e' toglie di dosso a Berta le sue ricche vesti, l'anello nuziale, e ne adorna la figliuola sua; poscia quel misleale dice a' suoi compagni: «Andate, amici, trascinate Berta nel luogo più segreto del bosco, trafiggetela senza pietà, indi recatemi la sua lingua». Ecco dunque la povera principessa in man de' compagni del maggiordomo. «Bei seri, ella dice, s'io debbo viver cattiva, lasciatemi questo cagnetto levriere, e questo cofanetto pieno d'oro filato e di seta acciò ch'io possa ricamar ciarpe ne' miei giorni di noia». Quei malvagi lasciatisi intenerire dal pianto della principessa, le dicono il fiero comando da essi avuto. «Noi vi lasceremo la vita» ma a patto che mai non ci tradirete. Ma come faremo, nobile damigella, per mostrare al maggiordomo, che il suo crudel comando fu da noi eseguito? Allora la fidanzata donzella si trae in disparte a spogliarsi della gonnella sua di sotto, e della camicia di lino finissimo, ed essi la tingon di sangue a simiglianza della veste di Giuseppe, e a mostrar la lingua della infelice, tagliano al bel levriero la sua, sì che il povero cane non potrà più d'ora innanzi leccare i piedi alla nobile sua signora. Il maggiordomo ingannato indi da queste sanguinose mostre, vide tutto lieto la lingua, e la toccò, e fece le grasse risa, intanto che la figliuola sua giaceva come legittima mogliera con Pipino, il quale ebbe da lei un figliuolo che fu papa Leone III[117]

«Ma, ohimè, e della povera principessa, della sposa legittima e fidanzata che fu? Berta gira e gira per la selva, e va e va, e s'incontra in un nero e lurido carbonaio; impaurita rassicurasi all'umano parlare di colui, sopraffatto dalla sua bellezza, e trova ricetto nella capanna sua; da principessa ella diviene ancella d'un mugnaio, e la notte lavora, e fila con l'oro filato, e la seta, che recò nel cofanetto, perchè Berta sa filare e filare assai bene. Oh i bei lavori che le sue mani san fare! e fatti, il mugnaio va a venderli ad Augusta, la città dei mercatanti e degli ebrei, e a poco a poco arricchisce, e la fama della perizia di lei nel filare, si spande lontano.

«Ora sentite voi questo corno che suona? è Pipino che va alla caccia, e ha già corso cogli anelanti suoi cani tutte le foreste della Svevia; vien la notte, e si smarrisce insiem con l'astrologo o medico suo. «Noi siam due mercanti che abbiamo smarrito la via,» e' dicono ad un uomo tutto nero che incontrano. Costui è il carbonaio del bosco, ed ei li conduce al mulino dove Berta fila e fila pur sempre. Il mugnaio ha due figliuole, e a Pipino piace la maggiore. «O re, gli dice l'astrologo, tu giacerai stanotte con la tua legittima mogliera, e ne nascerà un potentissimo figliuolo. Pipino ottien dunque la figliuola maggiore del mugnaio, e l'astrologo dice: «non è cotesta,» chiama la minore, bella essa pure, ma non è ancor quella, onde Pipino già si adira e alza la mano armata del guanto di ferro, e minaccia, sì che il mugnaio allora fa venir la giovine Berta, che trema, piange e alla fine acconciasi a' voleri del re. «Di costei appunto dee nascere un forte e nerbuto figliuolo, essa è la casta tua mogliera». E Berta racconta la fellonia del maggiordomo, e quanto le avvenne nel bosco. Il re si parte, ma Berta si rimane in casa il mugnaio, dove indi a nove mesi, pone alla luce un figliuolo, che riceve il nome di Carlo, povero fanciullo ignoto fino all'età di dieci anni; poi monta a cavallo, e vassene alla corte di re Pipino; e ivi si mostra valente come Alessandro e sapiente come Salomone, onde Pipino s'induce a svelargli il segreto della sua nascita.» Tale si è l'epopea di Berta dal gran Piè e della puerizia di Carlomagno; essa è un poema che tutto quanto, come quel di Genoveffa del Brabante, ha il nobile intendimento di protegger la debolezza e l'innocenza contro le brutali soperchierie della gente da guerra, e dà a divider come già grande sia il nome di Carlomagno, e come si pensi all'infanzia sua, facendolo nascer robusto in mezzo ad un bosco e nell'abituro d'un mugnaio; e l'eroiche avventure de' suoi primi anni, dimostrano che ogni cosa sua dee accordarsi con quella smisurata riputazione ond'ei domina il medio evo.

Pochi diplomi originali ci restano di Pipino, qual prefetto del palazzo nel tempo di questa prima podestà sua, ma uno di essi che porta la data del 10 gennaio 743 conferma le immunità della chiesa di Metz. A dì 2 marzo dell'anno seguente ei tiene una dieta a Soissons, dove, approvando il concilio di Nicea, ordina ch'esso sia promulgato nella terra dei Franchi. Con un altro diploma concede alla badia di San Dionigi un dominio di alcune mense, antica possessione del fisco, e inoltre certe franchigie di giurisdizione in onore di San Dionigi di Francia il protettore e padrone dei re. Pipino è un liberalissimo donatore di beni alle chiese, anzi con esse li profonde, chè intenzion sua è di acquistarsi così i cherici irritati già da Carlo Martello suo padre, il quale voleva, comechè invano, esser re non altro che per opera de' guerrieri suoi. Ma la dignità regale ha qualcosa di più religioso, di più sublime, di più antico, e Pipino dovrà riconoscere la fondazione della nuova sua dinastia dai papi e dai cherici; ond'è ch'ei gli adesca a sè con moltiplici donazioni, e tien vivissimo carteggio coi papi. Zaccaria, che in que' giorni occupava la sedia di san Pietro, scrive a Pipino prefetto del palazzo, agli abati e ai baroni di Francia sul proposito di vari capitolari, stati decretati in un'adunanza di conti e di vescovi, e sapendo l'antichità della badia di San Dionigi e la venerazione dei Franchi per questo santo, conferma ad essa badia tutte le immunità, quali avute le avea da san Landrisio vescovo di Parigi. Il papa si frammette pure per tornare la pace tra Pipino e Grifone, intantochè Pipino, pur sempre protettore della detta badia, la ricolma di doni, e le concede il primato su tutte le comunità religiose del reame de' Franchi. San Dionigi e San Germano erano i santuarii, dove stavan deposti i reliquiari nazionali, le memorie della patria, le antiche sue cronache, ed a quelli volgea principalmente Pipino la sua venerazione.

Nell'atto tuttavia che Pipino si travaglia d'affezionarsi il papa ed i vescovi per ottener la dignità reale, ei non lascia di pensare alla guerra, che egli ben sa come la conquista è il retaggio della nazion dei Franchi, e com'eglino han continuo bisogno di terre a partirsi fra loro, e di ricchi dominii e feudi d'ogni specie, onde muovono le incessanti spedizioni di Pipino contro gli Alemanni, i Bavari, i Sassoni, e principalmente le sue conquiste nelle terre meridionali. Gli Aquitani vivon ivi sotto un bel cielo, ed hanno ricchissime possessioni, fertili terreni da distribuire tra i guerrieri franchi! Il nome di Carlo Martello suonava, dopo la battaglia di Poitiers, in tutte le leggende, e Pipino se ne approfittava per gittar colonie di Franchi in quelle contrade, e nei tre anni che precedettero l'esaltazione di lui alla corona, affaticossi per ridurre a vassallaggio i duchi di Baviera e d'Aquitania, Tassiglione e Vaifro, chè gli occorreva di recarsi in mano le terre del mezzogiorno e di Lamagna per poi liberalmente partirle fra i cherici e gli uomini di guerra, già chiaro manifestandosi il suo disegno di farsi re.

Le cronache della seconda schiatta, quasi tutte scritte sotto l'autorità della nuova famiglia regale, denigrarono i Merovei, però che la sciagura non ha lodatori, e quando una podestà viene a mancare, ognun la opprime, così portando la trista condizione dell'umana natura. Ond'è che in quell'interregno da cui fu preceduta l'esaltazione di Pipino, non si trovano se non rade e sterili notizie intorno agli ultimi Merovingi, e particolarmente intorno a Childerico III, intristito germoglio del sangue de' Merovei. Le cronache di San Dionigi lo chiamano, come dicemmo più sopra, il dappoco e lo stolto, e ben si vede che questi annali della badia, come fossero un giornal uffiziale, copiano quasi parola per parola Eginardo, il fido segretario di Carlomagno. Ma pur si ammetterà questo fatto storico almeno, che il religioso affetto pel sangue di Clodoveo volle esser ben forte, se passaron quattro generazioni d'uomini attivissimi a principiar da Pipino il Vecchio, prima che compier si potesse l'usurpazione della dignità regia. Un secolo e mezzo ci volle a far che Pipino il Breve, conducesse a pieno effetto il disegno concetto dai prefetti del palazzo suoi predecessori.

Nè gli ultimi Merovingi doveano altrimenti essere sì stolti e dappochi, se conservar sapevano la dignità regia incontro a sì potenti prefetti che aveano la forza in mano; e però solo è da credere che costoro adoperasser l'arte loro a ridurre al nulla quegli scettrati ed a tôr loro ogni modo all'operare. La mollezza è cosa dolce ed agevole; attorniavan di riverenza i re coronati, e i prefetti costituivansi, a dir così, loro spada, gli sollevavano dal carico del governo, ed è sì facile l'abbandonarsi all'esercizio d'una dignità che non costa nè travagli nè cure, e ad avvolgersi in una sì morbida porpora! Poi che Childerico III fu bene infiacchito, e poi che i cherici e il papa furono al tutto acquietati al nuovo lignaggio, il passo fu rapido, e Pipino non istando più a pensarvi sopra, mandò a papa Zaccaria quella solenne dimanda riferita dalla Cronaca di San Dionigi. «Chi meritava più d'esser re, se colui che non avea nessuna autorità nel regno e solo era re di nome, o colui che governava il regno, e avea podestà e cura in ogni cosa». Burcardo, arcivescovo di Virzburgo, e Folrado, cappellan di Pipino; s'avviano a Roma per aver su questo la risposta da papa Zaccaria, nè ella si fece molto aspettare, il fatto la vinse sul diritto; la podestà effettiva sulla podestà di nome, e il papa ordinò che Pipino, prefetto del palazzo, fosse riconosciuto e gridato re dei Franchi.

L'elezione fu tumultuosa com'esser dovea in un'adunanza del Campo di Marzo, e i Franchi sollevaron, secondo l'uso, Pipino in sullo scudo, qual capo di un nuovo lignaggio. San Bonifazio, l'uomo dal germanico e franco incivilimento, l'espressione mistica dell'union delle due razze, impartì a Pipino la prima unzione nella basilica di Soissons, delegato a questa pontifical cerimonia da Zaccaria, però che il nuovo re dei Franchi teneva la sua dignità dai cherici e dal papa, e or più non era solo il capo militare, il prefetto del palazzo dei Franchi, ma il re loro consacrato e l'unto del Signore. Indi Childerico fu raso e chiuso come semplice monaco in un chiostro. Quanti principi a que' giorni nei chiostri! Carlomanno in Montecassino; il re dei Longobardi in una celletta, donde lavorava la vigna e il giardino. Di questa maniera spariva, e quasi senza che se ne avesse sentore, dal mondo l'ultimo real rampollo del sangue di Clodoveo. Curioso è veramente, che questo passar dello scettro da una famiglia in l'altra avvenga quasi innosservato: le cronache stesse appena ne serbano memoria; certo perchè il tempo è bene apparecchiato, e questo travasamento avvien di cheto, e quando gli avvenimenti più gravi non lasciano più orma d'impressione.

Pipino, fatto re, non lascia per questo d'essere il capo militare dei Franchi, nè volendo egli altro prefetto del palazzo che abbia in sua mano la podestà materiale, confonde le due dignità in una sola, e Austrasio, qual egli è d'origine, regna sui Neustri, e li governa. Nella qual doppia qualità sua gli convien muovere a nuove battaglie contro i Sassoni, popolo indomito, che nel progresso germanico avea respinto la predicazione evangelica, fonte della gerarchia e della civiltà. Pipino arrivò sino al Veser, serbando nelle sue spedizioni un cotal che di erratico; i Franchi predavano, si partivan tra loro le ricchezze, gli armenti predati, poi tornavano ai loro accampamenti sul Reno, e tutte le guerre aveano questo cotal carattere di vagabondità. Pipino, fatto oramai re di corona, comincia nuove pratiche con le civiltà che indirizzavano i popoli. Morto papa Zaccaria, gli succede Stefano, il quale, perseguitato da Astolfo di Lombardia, viene a cercar rifugio in Francia, ed a chieder giustizia al capo dei Franchi, il solo del cui valore e della cui ponderosa mano i Longobardi paventino. Passò il papa le Alpi accompagnato da alcuni vescovi, e fu con amore accolto nel podere di Carisio (Quercy all'Oisa), dove s'eran raccolti ad aspettarlo principi e baroni, ai quali egli si presentò col capo asperso di cenere e le reni cinte di cilicio, e tutto in lagrime a significar le tribolazioni della Chiesa. Fu pronto Pipino a rialzarlo, a fargli omaggio, ed a condurlo, come suo signore e padre, per la briglia del cavallo; intantochè a quella stessa corte plenaria di Carisio, e mentre ivi ancor fumavan sull'altare gl'incensi, si vedea sopravvenir Carlomanno, il monaco cassinense, il proprio fratello di Pipino, per difender la causa d'Astolfo re dei Longobardi; però che egli erasi dato ai principi di questo lignaggio avversi a Roma. Se non che la causa del papa trionfava, e Stefano era coperto dalla protezione del re dei Franchi; onde anch'esso, il papa, grato al benefizio, ungeva Pipino ed i due suoi figli nella basilica di San Dionigi, sede dei martiri della nazione, essendochè quella badia era la Francia stessa, e l'orifiamma sua guidava quelle fiere genti alla battaglia, e all'invocar delle sue reliquie si vedea raggiare in fronte ad ognuno lo spirito della nazione. Insieme col papa penetravano in Francia gli studi romani, e alla consacrazione di san Dionigi s'udiron per la prima volta i cantici e le preci sotto la forma italiana, e si diè ordine al rito nelle chiese. Col porre in capo la corona a Pipino, Stefano confermò la dignità regale nella schiatta carolingica, e usando pure della podestà sua pontificia, scomunicò chiunque a lui ne contendesse la legittima possessione. Rimase il papa tutto l'inverno in Francia, dov'era stato sì bene accolto, dimenticando il bel cielo d'Italia e la basilica di San Giovanni Laterano pel monastero di San Dionigi, dove cadde infermo, e fu da quei padri con tenera sollecitudine curato. Ritornato indi a Roma godeva tornarsi in mente il lungo suo soggiorno colà e la buona ospitalità di quegli abati, e ne tocca nelle sue bolle e nelle sue lettere pastorali: «A quel modo, ivi dice il pontefice, che niuno dee vantare i proprii meriti, così niuno dee passar sotto silenzio, anzi ha obbligo di raccontare pubblicamente, ciò che Dio ha fatto per lui ad intercessione de' suoi santi, e non per merito già delle sue buone opere; ed è uno dei consigli datoci dall'angelo Tobia. Laonde dirò anch'io quanto m'avvenne nel monastero del santo martire Dionigi, vicin di Parigi, dove caddi mortalmente infermo, nel tempo che fui a trovare l'ottimo e cristianissimo re Pipino, servo fedele di san Pietro, affin di sottrarmi alle persecuzioni del disumano e bestemmiatore Astolfo, il cui nome io dovrei qui tacere. Già i medici disperavano della mia guarigione, ed io stava orando nella chiesa del santo martire, quando mi apparvero dinanzi all'altare il buon pastore san Pietro, e san Paolo dottor delle genti, ch'io riconobbi alle loro sembianze, e alla destra di san Pietro il beato Dionigi, più scarno e grande di lui, con un bel viso e capelli bianchi, e vestito d'una bianca dalmatica, guarnita di nastri purpurei, e del suo manto pur esso di porpora e smaltato di stelle d'oro. Essi parlavano compagnevolmente fra loro, quando san Pietro prese a dire: — Ecco là il fratello nostro che prega la sua salute. — A cui san Paolo rispose: — Egli sarà in breve risanato. — Poi, fattosi vicino a san Dionigi, e posatagli piacevolmente la mano sul petto, guardò in volto san Pietro, che disse allo stesso Dionigi: — E sia risanato in grazia tua. — Indi tosto il beato Dionigi, recando la palma[118] e l'incensiere nelle mani, venne a me insieme col prete e col diacono che gli stavano ai fianchi, e mi disse: — La pace sia teco, fratello, non temere che non morrai prima di essere felicemente tornato alla tua sede. Orsù, levati, e sii risanato, e di' una messa per consacrare il presente altare in onor di Dio e de' suoi apostoli Pietro e Paolo. — E sì dicendo, d'intorno a sè diffondeva una luce da non potersi dire, ed un soave odore. Io fui presto guarito per la grazia di Dio, e volendo io fare quanto m'era stato imposto, quei che m'intorniavano dicevan ch'io era fuori di me; ed allora ad essi, al re Pipino ed a' suoi baroni, raccontai l'accadutomi, e feci il comandamento avuto».

In questa pia leggenda papa Stefano lascia trapelar dall'animo il vivo suo desiderio di rivedere l'Italia, e san Dionigi gli promette di tornarlo a quel clima, a quel sole, a quel cielo. Eccolo in fatti a Roma, d'onde in una seconda lettera, indiritta ai monaci di San Dionigi, memore pur sempre della Francia, ad essi concede amplissime e ragguardevolissime immunità. «Figliuoli benedetti, assecondando il pio vostro desiderio, e concedendovi quanto chiedete dalla podestà nostra apostolica, noi vi diamo facoltà ed arbitrio sì a voi come a tutti i vostri successori, abati dei monasteri dei santi martiri Dionigi, Rustico ed Eleuterio, di edificar monasteri in qualunque paese di Francia vi piaccia, nei luoghi che di presente possedete, ed in quelli che possiate acquistare in avvenire, sia per compera, sia per regie concessioni, sia per donazione dei vostri parenti, in somma in qualunque luogo si sia, purchè in voi pervengano di giusta ragione. E poichè Clodoveo, figliuolo del re Dagoberto, ottenne già co' suoi prieghi da Landerigo, vescovo di Parigi aiutato dai consigli de' suoi canonici e degli altri vescovi, che il vostro monastero e tutti i cherici, di qualunque ordine e' sieno, ch'ivi servono, sieno esenti da ogni suggezione verso di lui e successori suoi, noi vogliamo pure concedervi un particolar privilegio, la facoltà, ciò è, di avere un vescovo eletto dai vostri abati o dai fratelli vostri insiem congregati, e consacrato dai vescovi provinciali; il quale invigilar debba sui monasteri che verrete edificando, governarli in nostro nome, e predicare così nel convento vostro, come in tutti gli altri che diverranno di sua giurisdizione. Noi facciamo inoltre divieto ad ogni vescovo o prete d'impadronirsi per cupidigia d'alcuno dei monasteri da voi edificati, o d'avere, per gelosia o per qualsiasi altro motivo, quistioni col vescovo che voi avrete eletto e sagrato; e più ancora vogliamo che tutti i monasteri da voi edificati, a pari del vostro medesimo, da altra autorità non dipendano che dalla sedia apostolica. Tutto questo decretiamo per la podestà di Cristo nostro Signore, del beato Pietro principe degli Apostoli, e per la propria podestà nostra, affinchè si osservi sempre nel modo da noi statuito, e niun vescovo, di qualunque chiesa egli sia, si ardisca di venire a ministrar gli ordini sacri a preti o a diaconi, o di compiere nel vostro convento verun altro uffizio ecclesiastico, senz'esservi invitato dall'abate. A voi sarà pur libero di recar le vostre cause e quelle dei vostri monaci all'udienza nostra apostolica, e recate che ve le abbiate, e mandatici i vostri legati, a nessuno sia più lecito di condannarvi o pigliar possesso dei vostri beni. Chiunque, o re, o vescovo, o altro dei potenti del secolo, operi contro queste ordinazioni, sia tenuto per sacrilego, ed anzichè partecipar del regno di Cristo, anatema sia contro di lui, fino alla venuta del Signore».

Or poichè papa Stefano si facea sì benemerito in Francia per la consacrazione d'un re, e pe' suoi doni e immunità alla badia dei martiri, era giusto che anche Pipino per gratitudine prestasse aiuto al papato contra le oppressioni dei Longobardi. Cavalcava quindi egli, all'aprirsi della stagione, conducendo un grosso esercito, e passando per Digione, varcava i monti, per dilassù calar nelle belle pianure che fan prospetto a Pavia ed a Milano. Indarno i Longobardi si provarono a difendere il passo dell'Alpi, chè nulla resister poteva ai figli dell'Austrasia. Ecco dunque Pipino scorrere i piani di Lombardia con sì numerose squadre di cavalli, che non si potea farne il conto, intantochè il nemico chiudevasi entro le mura di Pavia, la città dalla corona di ferro. Astolfo, re dei Longobardi, indi si sottomise, e quaranta statichi furono da lui dati per pegno ch'egli adempirebbe i patti impostigli verso la città di Roma, e diè giuramento di vassallaggio. Carlomanno, fratello di Pipino, moriva in questa spedizione, asperso di cenere e vestito dell'abito suo monastico, senza poter rivedere la santa badia di Montecassino[119]. Due spedizioni dei Franchi in Lombardia vennero a questo modo in due anni effettuate, carissimi essendo que' bei paesi agli uomini tramontani.

I Longobardi, incostanti e leggieri com'erano, or si sottomettevano, ed ora si ribellavano, finchè la morte di Astolfo, accaduta per esser cascato di cavallo in una caccia, venne a por termine per poco alle conquiste dei Franchi oltre l'Alpi.

Nelle prime spedizioni, sotto i valorosi re loro, i Longobardi s'erano impadroniti della Pentapoli, di Ravenna e delle città che dipendevano dall'esarcato; non già come terre del dominio loro, ma sì come taglia della conquista svelta di mano agli imperatori bisantini; mentre i papi le dimandavano come dipendenze del loro aulico patrimonio, essendo tradizione che Costantino aveva donato al papa l'esarcato di Ravenna. In quei tempi di forza e di violenza, qual era mai possesso che potesse pienamente giustificarsi, e dove torne il titolo certo? Anche la sovranità temporale del papa era una tradizione come tutte le altre di quei giorni, ed erano tutte ammesse alla pari dei fatti. Laonde Pipino conformò con uno special diploma la donazione di quello che chiamavasi dominio o patrimonio di san Pietro; il qual diploma era piuttosto la sanzione del fatto d'una concessione anteriore, che una nuova donazione. Tutte le città dell'esarcato da Roma a Ravenna, e la Pentapoli, divennero il patrimonio dei papi, e in progresso di tempo una specie d'oasi in mezzo alle passioni umane. Quando i potenti e i violenti della terra si proscrivevan l'un l'altro, quando continua era la vicenda dei vincitori e dei vinti, come non doveva esser dolce il trovare una terra neutrale, dove i raminghi e i tapini potesser posare il capo? Or bene, Roma pontificia era questo grande asilo; laddove, fatta lombarda, franca o bisantina, avrebbe patite tutte le passioni degli uomini rotti e sanguinari che si diviser la dominazione del mondo. Roma, sotto i papi, fu un paese sicuro dai governi, in cui vennero a riparare i re e i principi sventurati, e i proscritti dalle opinioni; benefizio questo per tutte le età.

Ogni volta che la nazion dei Franchi calava in Italia, gl'imperadori di Costantinopoli, inquieti ed ombrosi, mandavano ambascerie a quei valorosi capi, dinanzi a cui le Alpi si abbassavano, che ben conoscevano il valore degli Austrasii, degli Alemanni e l'impetuoso coraggio di quei prefetti del palazzo, i quali con le loro masse d'acciaio riduceano in pezzi le corone, e vedevano come giunti sulle terre italiche i Franchi, potean indi per Napoli penetrar fino in Grecia. Al tempo che tornato di Lombardia, Pipino tenne la sua corte plenaria, ei fece venire a sè gl'inviati dell'imperadore Costantino Copronimo, che recavano magnifici presenti, in ricche masserizie e reliquie incastonate; ma quello che più d'ogni altro dono stupir fece Pipino e la sua corte si fu uno strumento composto di ampie e lucenti canne, che mandava suoni maravigliosi, dai signori greci chiamato organo, a motivo della mirabile armonia che se ne traeva; e fu posto nella chiesa di Compiègne, dove' fece di poi bella melodia. I Greci non potendo più vincer coll'armi, studiavano di farsi grandi con le maraviglie d'una splendida civiltà[120].

«La gente del Reno e della Svevia ama il sole di vivi raggi, e le terre accarezzate da sì soave venticello, che tu il diresti la tepida onda dei bagni d'Aquisgrana». Tali sono le parole del monaco di San Gallo. Carlo Martello avea posto in grido, nell'Aquitania, la prodezza degli uomini settentrionali, e poichè Vaifro duca mostravasi colà cattivo vassallo e riottoso servitore, Pipino deliberossi di ridurlo al dovere. I re poi, e i duchi e conti passavano la vita a questo modo. Si tenevano ogni anno due o tre corti plenarie, convocate dal re; a radunarsi e parlamentare, pigliavasi il tempo delle feste solenni della Chiesa, come a dir Pasqua e Natale. Questi parlamenti si tenevano nei luoghi più vicini alle spedizioni militari, e quasi dappertutto ci eran case reali e dominii, che dipendevano dall'alto signore, dove egli teneva la sua corte. Celebrato Pasqua e Natale, partivano per la spedizione di Sassonia, di Lombardia o d'Aquitania. I diplomi notano che la vernata fu grande, «ed aspra e forte, come dice la cronaca di san Dionigi, e che alla prima nona di maggio, suit ora del mezzodì, fu grande ecclisse di sole».

Re Pipino tenne corte plenaria ad Aix, per far indi una breve correria in Baviera; poi celebrò la Pasqua ad Orleans, disegnando di compiere la sua spedizione in Aquitania, e sen venne dinanzi alla città di Narbona, soggiogò Tolosa, tenendo lungo tutta la via parlamenti di baroni e cavalieri, diede il guasto a tutto il Limosino, al territorio di Agen, di Perigord e d'Angouleme; poi, adiratissimo contra Vaifro, fece appendere a una forca parecchi de' suoi Aquitani, dopo di che avvicinandosi omai l'inverno tornossene alle sue terre. Queste guerre d'Aquitania dieder da fare a Pipino negli ultimi anni della sua vita, nè fu contento finchè non offerse a san Dionigi, in segno di trofeo, gli ornamenti e le pietre preziose, di che lo stesso duca Vaifro fregiavasi nelle feste solenni[121].

Quando i Franchi s'appressavano all'Italia, ad essi venivan le ambascerie di Costantinopoli, e quando Pipino conquistò l'Aquitania, a lui vennero inviati Saracini di Cordova e dalla Sicilia. La nazion franca andava così sempre più facendosi grande; il papa ricorre a Pipino, e in contraccambio della datagli corona, ottiene la sua protezione, l'aiuto della potenza sua materiale, e il dominio di san Pietro; i Longobardi sono domati; i Sassoni non sì tosto s'arrischiano a qualche spedizione sul Reno, Pipino e i Franchi li ributtano fino al Veser; gl'imperadori di Costantinopoli cercano istantemente la confederazione dei Carolingi, e mandano presenti d'oro e altri magnifici doni; Pipino si riman signore dell'Aquitania, nè appena egli n'ha preso il governo, i Saracini, a par dei Greci, dimandano di confederarsi con questa vigorosa e conquistatrice schiatta d'Austrasia. Da un mezzo secolo in qua le cose han mutato faccia: i Saracini avean da prima superati i Pirenei e recato i loro alloggiamenti fino a Tours; ora essi hanno rivarcato que' monti, ed in breve Carlomagno andrà a cercarli fino all'Ebro. Il regno di Pipino fu dunque un gran preludio a quello del glorioso suo figlio, e gliene aperse le vie; tutte le guerre di Carlomagno sono contrassegnate dell'indole stessa delle spedizioni di Pipino il Breve; egli continua l'opera sua, se non che in più ampie misure.

Lo salute intanto del nuovo re, al suo ritorno dalla guerra d'Aquitania, era declinata agli estremi. Arrivato a Perigueux, fu ivi colto da dolorosissima infermità, e non pertanto si fece trasportar fino a Tours, però che un re di Francia dovea morir sotto gli occhi di san Martino e di san Dionigi, protettori della nazione, e ivi fatte sue orazioni all'arche di que' santi, ricuperò forze bastanti per trarsi fino a Parigi. «Ora sappiate che in questo secolo egli trapassò nell'ottava calenda d'ottobre, nell'anno decimo quinto del suo regno, e dell'Incarnazione settecento sessant'otto, e fu messo in sepoltura nella chiesa di messer San Dionigi. Fu corcato dentro a rovescio, con una croce sotto il volto e la nuca verso Oriente, e dicono alcuni ch'ei volesse essere sepolto in questa postura, pel peccato del padre suo, che avea tolto le decime alle chiese[122]».

Questo re Pipino, che voleva essere in tal forma corcato nel sepolcro, non consumò solo la vita in grandi battaglie, ma lasciò pure alcuni capitolari e diplomi, onde fu apparecchiata la più ampia legislazione di Carlomagno suo figlio. Stando nella regia sua villa di Vernone, Pipino, attende a comporre alcuni articoli intorno alla condizione delle persone e alla legislazione ecclesiastica, e son questi: — Ogni città abbia un vescovo sotto la giurisdizione del metropolitano, ed ogni vescovo abbia facoltà di tutto reggere nella sua diocesi. Vi sieno due sinodi all'anno. La costituzione de' monasteri sarà riformata. Nessuna badessa potrà governar due monasteri. Niuna esca dalla clausura, se non a ciò licenziata dal re. I monaci debbono egualmente dedicarsi alla solitudine, e se rompono questa regola, sieno sottoposti a penitenza. Il battesimo sarà amministrato pubblicamente. Il prete sarà soggetto al vescovo. Chi comunicherà cogli scomunicati, sarà colpito dalla stessa scomunica. I monaci non potranno recarsi neppure a Roma senza la permissione del loro vescovo. Essi dovranno, in convento, star sottomessi alla regola e all'abate. Il giorno del Signore sarà feriato, salve qualche eccezione pe' lavori della campagna. Ogni matrimonio sarà pubblicamente celebrato. I pellegrini saranno esenti dalla gabella del telonio. I giudici ascolteranno e giudicheranno, prima d'ogn'altra, le cause delle vedove, degli orfani e della Chiesa. — Da ultimo, con alcuni altri articoli, il principe regola i diritti del fisco e il valore delle monete.

Indi, abbandonate le rive del Reno, le tetre Ardenne e la Mosella, trovasi nella foresta di Compiegne, e in una dieta di vescovi e di conti, ordina ancora lo stato dei Franchi, e il matrimonio principalmente, che a que' tempi sì difficil era mondar d'ogni impurità. — I coniugi parenti in quarto grado non sieno separati, bensì il matrimonio è nullo tra quelli in terzo grado, anche se la parentela sia di sola affinità e cognazione. Se una donna prenda il velo senza il consentimento del marito, egli abbia il diritto di riaverla se voglia. S'ella è libera, e sia data contro sua voglia ad un uomo, ella può lasciar questo, e maritarsi con un altro. Interdette le nozze con lo schiavo. Il vassallo può maritarsi a un'altra donna, ma in questo caso egli passa ad un altro signore. — Gli articoli del capitolare di Compiegne sono tutti relativi alla famiglia, alla moglie non casta, ed ai parenti che si congiungono con nodi illegittimi. Questa corruttela dei costumi era la gran piaga della società; la santità e l'unità del matrimonio non erano a que' giorni universalmente riconosciute, e anzi ripugnavano a tutte quelle fiere e violente nature; dal re sino all'ultimo vassallo tutti si facean lecita la pluralità delle mogli, ed indarno i concilii e i capitolari contrastavano con questi erranti costumi di tutta una società.

Fra questi capitolari ci ha un intero diploma, col sigillo di Pipino, in cui egli prende il titolo di re dei Francesi e d'uomo illustre, indirizzato ad un vescovo di nome Pietro Lullo. «Vogliamo che la santità vostra sappia la pietà e la misericordia che usò Dio nel presente anno in questa terra. Egli ci avea mandato gran tribolazione a cagion de' nostri peccati, ma poi dopo la tribolazione, ci concede una maravigliosa consolazione nell'abbondanza dei frutti della terra che di presente abbiamo. Ond'è debito nostro, e per questa e per altre nostre cagioni, di rendergli grazie della misericordia con cui si degnò di consolare i suoi servi. Noi vogliam dunque che ogni vescovo faccia celebrare un digiuno nella sua parrocchia, in onore di Dio che ci ha mandata quest'abbondanza, e che ognuno faccia indi elemosine e ristori di vitto i poveri. Tutti poi, vogliano o non vogliano, così comandando noi, paghin le decime. Salute in Cristo».

Questi antichi diplomi, questi capitolari tutto ci rivelan lo spirito di quel tempo, e pongono in essere le inclinazioni del re e del popolo, della Chiesa e della società. In questa primitiva legislazione, nulla v'è di distinto, i diversi ordini d'idee vi si confondono e si attraversan fra loro; le leggi ecclesiastiche non sono sceverate dalle civili; il re fa capitolari per impor digiuni e levar le decime, intantochè i concilii si applicano a stabilire la società domestica e il governo politico. Invano si vorrebbe ordinare ciò che ivi è misto e confuso: re, vescovi, cherici ed uomini da guerra, si comunicano e prestano a vicenda lo spirito loro; v'ha feudalità nella chiesa e v'ha chiesa nella feudalità; v'eran vescovi che portavano il falco in pugno per la selva delle Ardenne, e v'eran uomini di guerra che portavan la mitra e il pastorale dell'abate in segno della loro giurisdizione. In mezzo a quella società, il regno di Pipino altro non è che una gran riparazione a profitto della Chiesa; i cherici avean serbato memoria degli spogliamenti ordinati da Carlo Martello, nè perdonar sapevano una tale violenza; gli uomini d'armi perseguitar poteano la Chiesa nel vigor della vita, ma i cherici gli aspettavano alla morte; quelli erano i giorni per loro del ricatto, e Pipino redimeva i peccati del padre suo. Ci rimangono diplomi e atti di donazione col sigillo di Pipino, qual prefetto del palazzo; altri diplomi di larghezze e doni più numerosi contrassegnano il tempo in cui egli fu re. San Dionigi va continuamente ricevendo mense di terre e livelli; le chiese di Treveri, di Metz, della Lorena, sono ricolme di doni. Oltracciò Pipino ha cura di ampliar con costante sollecitudine gli altri beni ecclesiastici; onde san Dionigi vede confermarsi le sue fiere; i monasteri di San Martino di Tours e di San Michele hanno donazioni, e le chiese di Nantua e di Figeac, ottengono, per diplomi, privilegi. Egli testimonia in ogni luogo la sua gratitudine ai vescovi che il fecero re, ed ai papi che sancirono la podestà sua. E Roma pur essa serba gran riconoscenza per quanto Pipino fece a pro di Zaccaria e di Stefano, e abbiamo una curiosa epistola del popolo e del senato romano al re de' Franchi, in cui gli rendono grazie della libertà che ei ricuperò loro di man dei Longobardi, ed egli ad essi risponde: «di rimaner fedeli alla Chiesa di Dio e al pontefice».

Monasteri, chiese, pontificato, tali son gli oggetti della protezione del nuovo re dei Franchi; i cherici l'hanno innalzato al trono, i cherici hanno santificato il suo regno, confermatogli il possesso della corona e il capo del nuovo lignaggio fa stima di loro, però che niuno saprà mantenersi in signoria, senz'assecondar la forza che ve l'abbia recato.