LETTERA INTORNO AL GOVERNO E ALL'AMMINISTRAZIONE DI CARLOMAGNO.
Gli annali dei popoli presentano, a rari intervalli di tempo, certi uomini più che tutt'altri famosi, i quali in sè, a così dire, compendiano la civiltà d'un secolo intero, e lasciano, al loro inabissarsi nei tempi, una lunghissima catena di memorie, d'instituzioni e di gloria. Tal fu Carlomagno. Se non che la società dell'ottavo e del nono secolo ancor non era foggiata alle forme generali d'una regolata amministrazione, ed indarno il figlio di Pipino, capo degli Austrasii, innalzarla volle fino alla sua propria altezza, e fondar un impero commisurato alla vasta sua mente, chè la società ricusò di camminar sì veloce, e di secondare lo smisurato intendimento suo.
L'impero d'Occidente, straordinaria creazione, fuor delle consuetudini così dei Franchi come dei Germani, rimase non più che un accozzamento di popoli, posti insieme così ad un tratto dalla conquista, ond'è ch'esso cadde insiem con la testa possente che lo avea fondato. Colà dove Carlomagno avea stabilita l'unità sorse la dissoluzione: l'impero d'Occidente, nato d'un colpo, d'un colpo anche crollò: portentoso parto d'un sol uomo, che seco ne portò il segreto nel sepolcro suo d'Aquisgrana.
L'impero di Carlomagno è come a dire un ponte sterminato e luminoso gittato fra due epoche barbare. Le sorti del periodo merovingico già erano al tutto compiute, e appena è che se ne trovi qualche menzione nelle leggi e negli atti de' Carolingi; ma quando avverrà che la storia si sollevi a una certa altezza rispetto a' tempi dei Merovei, ella si applicherà più che altro ad un sol punto che spiega e amplifica que' tempi antichi, e troverà che non vi fu cosa più vasta, nè più atta ad incivilire dell'opera dei vescovi dal secolo quinto all'ottavo. In mezzo a quelle sanguinose guerre fra i Barbari, che straziano il cuore, e in cui vedi il perpetuo conflitto delle orde selvagge che si contrastavan fra loro il bottino, in mezzo a quella pittura di passioni e di odii fra tribù e tribù, coll'istinto e la ferocità loro natia, vedi apparire i vescovi, que' grandi municipali dell'epoca merovingica, i quali diventan come i guardiani, i protettori delle città e delle popolazioni. Che mirabili storie non son quelle infatti di Martino di Tours, di Maclovio che incivilì la Bretagna, di Fortunato, dell'un santo Germano d'Auxerre e dell'altro, d'Onorato di Marsiglia, di Remigio di Reims, di Cesario d'Arli, di Vasto d'Arras, di Gregorio, pure di Tours, e di tanti altri di splendida memoria, che si consacrarono alla difesa della città gallica![1] Dir potrebbesi giustamente che la prima razza è dominata da due grandi fatti cristiani: la costituzione dell'episcopato e la vasta fondazione di san Benedetto; e finchè non sia chi, scrivendo intorno a questa istoria, si ponga a considerarla da questo largo prospetto, non verrà mai fatto ad alcuno di comprendere e descrivere l'indole vera della prima schiatta. La Gallia christiana è la più grande spiegazione che aver si possa dei quattro secoli franchi.
All'altro estremo del periodo carolingico, è il principio della terza schiatta, la quale non ha maggior somiglianza che la prima, con l'opera concetta da Carlomagno. Il decimo secolo vede l'origine della feudalità, svolgimento essa di quel sistema, che rappicca le une con le altre terre in una lunga gerarchia: l'allodio, il feudo sovrano, il feudo dipendente; onde avviene un compiuto mutamento nello stato delle persone e delle sostanze. Le instituzioni carolingiche non lasciarono dopo di sè vestigio alcuno; nuovi doveri s'impongono; i beneficii e, quasi direi, gli allodii e le proprietà libere si dileguano; la romana idea del fisco, il sistema penale dei componimenti fra le parti vengono meno, ed appena è che a quando a quando s'incontrino. Son cose dai tempi carolingi disparatissime; mille strani censi e livelli si stabiliscono; la servitù divien generale: tutto legasi e concatenasi, le città, con le pratiche d'uomo ad uomo, di feudo a feudo, pigliano altra sembianza, le instituzioni altro aspetto, talchè i capitolari stessi son caduti in piena dimenticanza.
Qual è dunque l'epoca carolingica, quale il suo spirito, quale l'indole sua? L'impero di Carlomagno è l'effetto d'uno straordinario sforzo diretto da un genio potente. Il signor feudale austriasiaco toglie un poco dalle mani di tutti; egli dà ordine e centro ad una moltitudine d'instituzioni merovingiche, imprime al suo potere un carattere di energia che signoreggiar gli fa i fatti del suo tempo; alla guisa che sogliono tutti gli uomini di mente sovrana, ei toglie a tutti le loro idee, le loro istituzioni: a Roma, alla Chiesa, ai Merovingi, alle memorie stesse della Germania, e le accomoda e taglia a suo modo; e così facendo egli crea men ch'altri non crede, però che lo spirito della società non cangiasi così dall'oggi al dimani; ma la cosa in che più ei vuole essere ammirato, si è quel lasciar ch'egli fa, nell'immenso suo edificio, ad ogni popolo la sua forma, il costume suo particolare. Egli sotto la sua mano congiunge i Franchi della Neustria con quei dell'Austrasia, ed anzichè por la mano entro i prischi loro costumi, lacerar le leggi loro, sovvertir le antiche loro istituzioni, appena tocca con qualche modificazione la legge salica e la ripária, la rinvigorisce anzi co' suoi proprii capitolari. Non sì tosto egli ha conquistata la Lombardia, e s'è posta in capo la corona di ferro, eccolo confermar la legge dei Longobardi; lascia ai Bavari, agli Alemanni, ai Visigoti le leggi loro; poco o niun fastidio si prende delle private consuetudini o delle civili costumanze di questi o di quelli; solo egli ad essi impone le leggi generali del suo governo e della sua politica, in ciò imitando intieramente i Romani. Tu diresti che il potente genio suo ha indovinato i costumi esser la cosa a cui sono più affezionate le nazioni anche vinte e avvilite; si può cangiar di signoria pur senza avvedersene, ma la casa è tutto: lasciate stare gli Dei Lari, se non volete sollevare i popoli. Così fece Carlomagno nella sua larga costituzione, ei sottomise bensì le nazioni ad alcune forme particolari de' suoi capitolari, ma lasciò ad esse il pieno godimento dei loro diritti civili.
Non v'ebbe mai personaggio storico, che lasciasse orme e memorie più profonde di quelle che lasciò Carlomagno. Nel rovistar le antiche croniche, tu il trovi ad ogni foglio; nelle leggende, nelle canzoni, nelle pergamene, entro i diplomi[2], grande qua, colà santo. Se tu scorri le rive del Reno, le antiche città d'Aquisgrana, di Colonia, di Magonza, le ampie foreste della Turingia e della Vesfalia, in ogni luogo trovi l'orma de' suoi passi, de' suoi monumenti, delle sue leggi. Tu vedi sulle pubbliche piazze la statua di quel grande, con la sua buona spada Gioiosa alla mano, e coll'imperial suo diadema in fronte. Se visiti le città della Lombardia, Monza, Pavia e Ravenna, quivi lo trovi in sembianza di re dalla corona di ferro; le ruine de' suoi monumenti appena si discernono dai rottami dell'impero romano[3]: e le pietre delle sue basiliche si frammischiano alle pietre dei grandi circhi eretti dai consoli e dai Cesari. Ai Pirenei si vanno perpetuando altre tradizioni. Carlomagno v'ha lasciato vestigia per ogni dove: le valli rispondono al nome di Roncisvalle; i mulattieri ripetono ancor quelle gesta nelle loro canzoni, e i lamenti di donna Alda, la esposa de don Roland, e gli inni guerrieri dei Baschi ripetono come le ossa biancheggianti degli uomini del Norte, son venute a rallegrar l'aquila di quegli altissimi gioghi.
Quando uno s'accinge a determinare alcun po' queste tradizioni e ad ordinar questi fatti, egli è compreso da due caratteri essenziali che forman come due periodi distinti: 1.º l'epoca conquistatrice; 2.º l'epoca ordinatrice. Carlomagno passa una buona metà della sua vita a conquistar terre e allargare il suo dominio; nè in ciò egli altro fa che ubbidire allo spirito ardimentoso ed avventuroso della nazione de' Franchi, ed alla propria sua bellicosa natura. Egli è qual furono gli antecessori suoi, Pipino d'Eristal, e Carlo Martello d'Austrasia; si fa guida della gente da guerra e conquista.
La sua guerra di Lombardia, la rapida sua soggiogazione del Milanese, la sua calata in quel paese pei due passi dell'Alpi, fan supporre in lui un sommo accorgimento strategico, attinto senza dubbio questo pur dai Romani; trentatrè anni di guerra da lui governata contro i Sassoni bastano a dimostrar come continuo fosse il bisogno di stare col piè sul collo a que' popoli, e di conquistarli. L'invasione della Spagna, per la via della Navarra e della Catalogna fu il frutto di sagaci disegni, laddove il disastro di Roncisvalle venne da una sorpresa che niun capitano del mondo avrebbe potuto evitar per certo nè antivedere.
Questo periodo adunque della conquista, ch'ebbe a durar bene quarantatrè anni, fu costantemente fortunato; Carlomagno ebbe a combattere contro quasi tutte le popolazioni dell'Europa, e dappertutto trionfò, e le sottomise alle sue leggi. Gli eserciti superarono monti altissimi, varcarono larghissime fiumane; li vedi nella Frisia, in Sassonia, in Pannonia, e vincer gli uni dopo gli altri i Longobardi, i Saraceni, i Greci. Or, da che riconosceva egli mai una sì costante supremità militare? In così lunga serie di guerre, ben facil sarebbe spiegar l'abituatezza delle vittorie, avvicendate con alcune sconfitte; ma quando la vittoria è continua, non si vuol egli attribuirne la causa a condizioni eccezionali? Carlomagno fu un gran capitano, questa è cosa incontrastabile: egli accoppiava una forza gigantea di corpo ad una infaticabile attività; i suoi disegni furono per lo più fortunati, e sagacemente ordinati; ma questi meriti sarebbero pur nondimeno stati insufficienti all'uopo, s'ei non avesse saputo adunar sotto la sua mano strumenti degni di sè, e soccorrere al natural valore dei Franchi con potentissimi mezzi di guerra.
I Franchi aveano, anche sotto i Merovingi, conservato una incontrastabile militar preminenza, ma s'erano logorati, versando fiumi di sangue nelle guerre civili. Il merito di Carlomagno fu di far tacere quegli odii intestini, e di raccor sotto la medesima insegna tutte le forze di quelle diverse barbare nazioni. Onde, se ancor ci furono Goti e Borgognoni e Franchi, distinti per costumi e per leggi, più non v'ebbe che un popolo in campo; Carlomagno tutti gli strinse a' suoi disegni, e tutti li fece ugualmente servire alla sua conquista: e si affratellaron, per così dire, sotto la tenda, e la guerra civile fu spenta nella vittoria. Ordinator vigoroso, com'ei fu, delle servitù militari, ei seppe altresì cogli atti suoi, colle sue leggi, co' suoi capitolari, regolarle con inesorabile severità; i possessori dei beneficii e degli allodii dovettero irremissibilmente porsi in campo alla chiamata del feudatario sovrano; l'imperatore prescriveva le armi da guerra, i carri, il numero dei cavalli da battaglia, che dovevano seguirlo alla guerra; egli avea pure i suoi legionarii, i suoi veterani, la rigorosa sua disciplina; l'armature rassomigliavano anch'esse a quelle dei Romani, e l'ordinamento delle schiere de' suoi feudi foggiavasi sulle coorti e sulle legioni romane.
Alle quali cagioni di superiorità, venivasi ad aggiungere l'inferiorità relativa delle popolazioni ch'egli avea da combattere. Gli effeminati Aquitani ed i Goti poterono essi mai tener fronte ai figli dell'antiche foreste della Germania, armati della lor chiaverina? Quand'ei calò addosso ai Longobardi, questi erano omai spossati, e crollante era già il loro impero, poche vittorie bastaron quindi a farlo al tutto cadere. Più vigorosa fu la difesa dei Sassoni, ma Carlomagno seppe con l'usata scaltrezza sua assalirli dalla parte più debole: questi popoli primitivi si distruggevan l'un l'altro con la guerra civile, e formavano come una repubblica militare, in armi sempre; or che fece Carlomagno? divise i capi, smembrò le tribù, e dopo trentatrè anni di fatica venne a capo dell'opera sua. Allorchè poi mosse in Spagna fino all'Ebro, altro più non ebbe incontro a sè che la snervata civiltà dei Saracini, chè già passato era per quei popoli il tempo delle conquiste e delle invasioni.
In mezzo a questi atti di sovranità, una cosa sopra tutte segnalò Carlomagno, e fu l'ordinamento della conquista, con l'unità di cui volle improntar le sue leggi, le comunicazioni per ambascerie che egli crear seppe con Costantinopoli e colla Siria, cogli imperatori bisantini e coi califfi; quel gran codice di leggi ch'egli impor seppe, la vasta creazione dei missi dominici, grande e forte instituzione, che, col dare un voto comune alla podestà centrale, rendea presente in ogni luogo l'autorità dell'imperatore. Questo è principalmente il merito che pose Carlomagno in cima agli ordinarii conquistatori dei popoli; egli ordinava, disciplinava e governava nell'atto che aggiungea nuove terre all'impero suo: egli fondò, solo assunto questo in cui si faccia manifesto il genio del conquistatore.
Noi possiamo valutare di netto, e senza lasciarci traviar dallo spirito troppo assoluto di teoria, il sistema tanto amministrativo quanto politico di Carlomagno. Dividesi esso in due parti principali, dalla troppo frequente confusione delle quali ebbero appunto a risultar di gravissimi errori. I capitolari comprendono il governo pubblico della società e l'amministrazione dei beni privati dell'imperatore, ed è mestieri di costantemente separar l'una dall'altra chi giunger voglia alla giusta valutazione dei diplomi e dei capitolari. L'amministrazion generale poggia innanzi tratto sul sistema permanente dei conti, i quali Carlomagno ebbe a trovar già istituiti, nè sono altrimenti un'invenzione della sua mente, ma sì una instituzione quasi merovingica, e più anticamente romana; solo il possente imperatore diè a quelli forma regolare, compiuta, e assegnò loro distretti meglio determinati; egli assister li fa dai proprietarii eletti, e questo è il concetto sassone del governo rappresentativo. Nulla v'ha qui di distinto, ma tutto si collega per concorrere al medesimo fine: il conte amministra, giudica e riscuote l'entrate del regio patrimonio; egli è il ministro principale intorno al quale s'aggruppano gli assessori, i giurati, tutti quelli che gli debbono dar mano nell'amministrazione e nella giustizia.
Ma instituzione effettivamente e veramente carolingica, si è l'ordinamento dei missi dominici. Un dotto d'ingegno e di sapere[4] sostiene che i missi dominici erano già ai tempi della prima schiatta da cui li tolse Carlomagno. Niuno pone in dubbio che non vi fossero tracce a que' tempi di questa istituzione, nè punto era nuovo il trovato di questa delegazione di straordinari inviati a soprintendere all'amministrazione; esso era anzi antico al par di Roma repubblicana e imperiale. E i papi non aveano anch'essi i loro legati? E' potè avvenir dunque che si trovasse anche sotto i Merovingi qualche esempio di delegati o inviati col carico d'esaminar l'amministrazione dei distretti; ma l'instituzione permanente e ampliata dai missi dominici[5] appartiene unicamente a Carlomagno; ei solo concepì il forte pensiero di ridurre ad un sol centro la podestà sopravveduta dai missi dominici; chè ad immaginare una sì mirabil forma d'inspezione era bisogno d'uno sterminato impero, qual fu appunto quello di Carlomagno. Per solito questi commessarii erano due, un conte ed un vescovo; talvolta quattro ancora, se di maggior rilievo era il mandato. Pur valido concorso questo di vigilanza e di forma!
L'amministrazione particolare dei beni o del patrimonio dell'imperatore non avea nulla a che far col governo generale della società, ma ben ci era per essa un'interna e particolare azienda; i capitolari fan menzione d'una serie di uffiziali d'ordine subalterno, i quali attendevano a reggere i vasti e ben coltivati poderi, che componevan le sole rendite dei Carolingi, e questi ufficiali sono ordinariamente chiamati col nome di judices; ordinati com'essi erano nei gradi subalterni, amministravano le ragioni fiscali del dominio, e giudicavano le liti fra gli uomini dell'imperatore. A quel tempo, nulla v'è di distinto negli uffizii; amministrare e giudicare son cose insiem confuse, e questa giurisdizion domestica va tant'oltre, che l'imperatrice medesima presiede un tribunale, il cui distretto giurisdizionale è tutto di pertinenza di lei, e questo tribunale sentenziar dee sopra certi ordini di persone.
Di questo modo ci ha in cotesta carolingica costituzione alcun che di grandioso insieme e di misero; il pensamento è attivo ed operoso, si vede che Carlomagno vuol porre in uso tutti gli ordigni per far camminare innanzi la generazione ch'egli ha d'intorno a sè; si rivolge continuamente verso Roma e Bisanzio; piglia da loro la scienza e le arti. E dove va egli a prendere i primi elementi della sua letteratura? Quali son gli uomini ch'ei chiama vicino a sè per illuminare i popoli, e schiuder gl'intelletti? I papi gli confidano le decretali ed i canoni, sorgenti del morale incivilimento; Costantinopoli gl'invia il codice teodosiano; ai califfi egli va debitore dei primi orologi; agli artefici romani e lombardi degli organi che vengono a sposarsi con la voce dei cantori nelle cattedrali. Quella specie d'areopago ch'ei raccoglie a sè intorno: Alcuino, Teodolfo, Leidrado, Paolo, Varnefrido, non son forse tutti chiamati a dar forte impulso agli studi? Ei gl'incuora, egli studia continuamente con loro, svegliato sì di mente, e sì attivo di corpo, che tu lo vedi a un tratto sull'Elba, sul Reno, a' Pirenei, a Roma, a Saragozza, ad Aquisgrana, consumar le sue vigilie in far trascrivere manoscritti, e riformar la scrittura; ei fa imitare que' bei caratteri greci e romani, e li sostituisce alle lettere gotiche e sassoni; vuol che leggasi Omero e Virgilio; diffonde le Sacre Scritture. Tutto va sotto di lui riformandosi: il registro delle leggi, le formole degli atti della sua cancelleria; nulla sfugge a quel solerte intelletto.
In mezzo a quest'opera d'incivilimento Carlomagno non lascia nè per un solo istante l'indole sua germanica, e resta qual desso è; s'ei toglie da Roma qualche idea, pure ei sempre si piace nelle consuetudini della patria; passa sua vita sulle rive del Reno, della Mosa, nella Svevia e nella Turingia; se ne resta col tipo delle sue foreste, e colla selvaggia grandezza dell'origine sua. Protegge le lettere, ed ei si rimane poco men che illetterato; studia le leggi romane, e promulga barbari codici; fa quant'ei può per dispiccarsi dalla natura sua, ma questa continuo ritorna; simile al fiero corridor della selva, invano la civiltà vorrebbe mettergli un freno, che egli s'impenna, e spezza d'un salto tutti i nodi per tornare alle selvagge sue lande.
L'opera di Carlomagno fu grande sì, ma non si dee darne merito a lui solo, chè non sarebbe giustizia; la schiatta carolingica ci offre una serie di menti alte e robuste. Tre uomini segnalati ebb'ella, che si tennero dietro l'un dopo l'altro, e furono: Carlo Martello, mero condottier di guerra, che nulla ordina, nulla prepara per l'avvenire; ha suoi soldati, e li conduce a rintuzzar la nemica invasione, e come tosto i Saracini son vinti nelle pianure di Poitiers, ei distribuisce le terre, anche ecclesiastiche, a tutti coloro che lo accompagnarono al campo. È cosa naturale, egli non pensa al dopo, nè quindi punto si cura di fondare un governo. Ben più accorto è Pipino; egli non ha nè le forme robuste, nè la statura gigantesca dell'altro; ma se quest'ultimo, violenta natura d'uomo, offende il clero, s'impadronisce dei beni della Chiesa, se la sua conquista passa come un torrente, Pipino all'incontro, che vuol fondare una dinastia, sente che la Chiesa è il fondamento di ogni ordine politico, ch'ei non può ottener la corona, se non amicandosi il clero, sente che per abbatter la domestica devozione dei Franchi pe' Merovingi gli è di bisogno far lega col papa, onde le pratiche sue con Roma e la protezione da lui conceduta ai pontefici.
Carlomagno ha ben compresa una tal politica, e la va seguitando; re così come imperatore, non cessa egli mai di tenersi in perfetto accordo coi papi, e trova in buon punto due grandi pontefici fatti a secondarlo: Adriano, espressione del romano patriziato, e Leone destro politico, che concerta con Carlomagno la ricostituzione dell'impero d'Occidente, il quale vien eretto contro la dominazione greca in uno e saracina; ed è una spada che san Pietro mette in mano a Carlomagno, perch'ei difenda la nazione italica minacciata dagl'infedeli d'Africa e di Spagna e dagli imperatori di Bisanzio.
Spesso s'è misurata la grandezza di Carlomagno, nè v'ha forse storico, il quale non abbia gittata qualche frase su questo ampio regno; di speciosissime sentenze si sciorinarono a caratterizzar la politica di quel regnante. Alcuni l'innalzarono a cielo, e per ver dire, chi non conosce e saluta questa mente sublime? Altri all'incontro lo posero intieramente in basso a profitto di Lodovico il Pio, cui rappresentarono, io stimo, come il Cristo, il martire di quell'età; a udir costoro, l'imperator Carlomagno è poco men che un cerretano, un cattivo fabbricator di leggi; le sue conquiste sono cose da nulla, meno ancor sono i suoi capitolari, e le generazioni del medievo si sono ingannate nel conservar ch'esse fecero un'antica e grandiosa impronta di quell'imperatore.
Io per me non ho questo coraggio di sistema; nè mi piace, dopo dieci secoli, costituirmi giudice meglio informato dei contemporanei; io preferisco, per me, venti righe di Eginardo a tutti i simbolismi moderni. Nella storia io amo i fatti, e gli inventario e gli ordino; e pongo tutta la suppellettile d'un'età innanzi ai lettori che possono darle il valor suo così bene come gliel do io stesso, e mi fo tenerissimo custode dei tesori del tempo antico, del sedile di pietra su cui è assiso Carlomagno, della longobardica corona di ferro, di quelle polverose pergamene conservate attraverso dei secoli, di que' suggelli di cera gialla improntati di antichi cammei e d'effigie di re e imperatori, col capo pressochè tutto raso, e con la barba crespa; e novero i rarissimi danari d'argento, e quelle colossali figure da scacchiere, che gli son date dalla tradizione per un presente del califfo Arun-al-Raschild[6]. O degni e buoni canonici di Aquisgrana, mostratemi una volta ancora que' benedetti reliquiarii e tesori di Carlomagno, l'ampia sua mano, e lo smisurato suo cranio incastonato d'oro: fossero anche pie menzogne, io le preferirei non pertanto alle più belle teoriche dell'arte. Chi aver potrebbe tanta temerità da evocar le ossa di Carlomagno per dir loro: «O imperatore, tu altro non sei che un cerretano.» E tuttavia vi fu chi lo disse!
Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determinare il periodo carolingico quello fu di sceverarlo da quei della prima e della terza schiatta, però che la confusione di questi tre periodi era sorgente di molti errori. Io so bene che nella storia i tempi si seguono e si succedono; che nulla v'ha in essa mai d'interamente isolato, che il passato si confonde nel presente e il presente nell'avvenire, che una misteriosa catena congiunge con l'une le altre generazioni, ma pure, il ridico, il periodo di Carlomagno è un qual che di appartato. Ond'è che quando altri spiegar volle il sistema merovingico coi capitolari, e i capitolari con la feudalità, s'inoltrò per un ginepraio. Lo studio de' capitolari è da sè solo un'opera delle più faticose, e l'attenta disamina dell'ampia compilazione che dobbiamo alle cure di Benedetto, diacono di Magonza[7], ben dovette dar a conoscere altrui più d'un fatto importante; se non che erano tempi che si compilava senza metodo, senza critica, e il buon diacono ebbe a framezzar, copiandoli, frammenti del codice teodosiano, e interi titoli dei Concilii ai Capitolari. Gli eruditi anche più sicuri e sodi, qual, per citarne uno, sarebbe il Baluze, non poterono andare esenti da simil confusione, donde venne che alcune instituzioni romane furon prese per creazioni di Carlomagno. Certo è che il grande imperatore molto tolse da Roma, e avea conoscenza del codice teodosiano, e certo è ancora che i papi gli avean fatto dono delle decretali, ma pur mostrerebbe di mal conoscere la particolar sua legislazione chi vi comprendesse tutto che da Benedetto fu attinto nelle decretali e nei codici teodosiano e giustinianeo.
I capitolari vogliono essere chiariti col riscontro delle carte antiche e dei diplomi, col Codex carolinus (codice carolino), di cui conservasi a Vienna il testo originale, e con alcuni sparsi avanzi delle leggi barbare. Questi capitolari son venuti ad uno ad uno, e quindi la raccolta venne compiendosi in lungo spazio di tempo, e si fecero nuove scoperte fino all'ultimo secolo. Aveano i Benedettini trovato un modo di scientifico pellegrinaggio che venne ad ampliar sempre più l'ampia loro raccolta; degni questuanti della scienza eran essi, che se ne andavan con la tonaca indosso di san Benedetto da biblioteca in biblioteca, a Montecassino, a Roma, nel settentrione, nel Belgio, a Vienna, non altro che per fare incetta degli sparsi frammenti dei nostri tempi storici. Il padre Martene e il padre Durand fraternamente si unirono nei loro pellegrinaggi in Italia e in Germania, e il padre Mabillon viaggiò per dieci anni a raccogliere l'Analecta, curiosissimi documenti che servirono di elemento ai nostri annali. Essi trovavano sparsi qua e là, capitolari, patenti, diplomi, cartolari; li ragunavano, e ne facean presente alla nostra Francia, alla nostra Francia cristiana allora e credente[8].
Ed io pure amo questi viaggi di erudizione e di studio; chè le impressioni dei luoghi ti si scolpiscono profondamente nell'animo, e tutti questi fatti e queste epopee del medio evo si schierano dinanzi agli occhi tuoi col corteo dei secoli andati. Argomento di schietta gioia è per l'erudito il ritrovamento di qualche documento della storia nostra, e niun sa come gli batta il cuore alla vista di un diploma che rettifichi un fatto innanzi falsamente riferito; tutte sono allora ricompensate le cure sue, e talvolta dalla polvere di un cartolaro esce bello ed intero un sistema.
Varii sono gli elementi che compongon quest'opera, ma la cronaca n'è per sempre la base: Eginardo cioè, il monaco di San Gallo, e le croniche di San Dionigi in Francia, tutte raccolte nel quinto volume dei Benedettini, che il Pertz[9], quel gran ricoglitore della Germania, ci diede in testi più purgati ed esatti che prima non erano. Di costante amor patrio diè prova questo dotto Tedesco, nel dedicar così la sua vita al solo assunto di cercare tutti i monumenti che si riferiscono agli eroi della Germania: e però che Carlomagno è tutto germanico anch'esso, è un Austrasio che ha caro di vivere sulle rive del Reno, nelle foreste delle Ardenne, nei regali poderi della Mosella, e nelle badie di Fulda e di San Gallo, il Pertz si diè cura di restituire alla Germania l'antico suo imperatore, sdebitandosi con giudiziosa perspicacia di questo carico suo.
Troppo facil sarebbe, ed anche in generale, mal chiara l'opera dell'erudizione, dove avesse solo a guida le cronache, però che in fatti le più di esse sono foggiate alla medesima stampa, e derivando dalla medesima fonte monastica, hanno naturalmente sui fatti uno stesso concetto. Egli è uopo dunque spiegarle con documenti, ardirei così dir, più ufficiali. Il regno di Carlomagno non consta già solo d'avvenimenti interni, nè tutto si consuma in militari spedizioni o in atti di palazzo; chè quel gran feudatario germanico ebbe pratiche coi papi e cogli imperatori di Costantinopoli, e ci restan frammenti del suo carteggio diplomatico e lettere che ci posson dar ad intendere il senso esatto di moltissimi avvenimenti politici; e questi elementi volevan pure essere raccolti e ordinati. Quest'essa è l'epoca pontificia. E' sono i vescovi quelli che danno l'impulso all'incivilimento sotto i Merovei, e al tempo di Carlomagno sono Adriano e Leone papi, quelli che con essolui concorrono a cacciare innanzi le idee della podestà e dell'ingegno; quindi egli è agevole comprendere tutta l'importanza del carteggio pontificio, chè non trattasi già solo dei racconti d'una cronaca, o delle dicerie, con maggiore o minor esattezza riferite da un povero frate, ma sono atti usciti dai medesimi grandi operatori degli avvenimenti. Rare sono le lettere di Carlomagno, ma numerose all'incontro quelle d'Adriano, e spiegano la ragione vera della conquista d'Italia contro i Longobardi, e ci fan penetrar nell'interna politica che guidò alla creazione dell'impero d'Occidente.
Nè questo disegno fu altrimenti effettuato da Adriano, ma sì da papa Leone; chè Adriano, inteso com'era particolarmente ad assicurare la dominazione dei Franchi in Italia, volle, innanzi tutto, strigarsi dei Longobardi. Ad Adriano succedette indi Leone, l'amico, il confidente di Carlomagno, pel quale la creazione più vasta dell'Imperio d'Occidente fu come un potente principio di opposizione contro l'impero d'Oriente. L'Italia era minacciata dai Greci e dai Saracini: or col porre la spada imperiale in mano a Carlomagno, Leone affortificava d'un possente protettore la Chiesa contro i nemici che la minacciavano. In progresso di tempo il concetto pontificale venne ampliandosi, e fu allora che per mezzo d'un imeneo fra Carlomagno ed Irene, il papato congiunger volle i due imperi, per cessare lo scisma, e ricondur l'unità dove innanzi altro non era che discordia e disordine.
Tutti i quali ammaestramenti risultano, quanto ad Adriano, dal carteggio dei papi e dal codice carolino, e quanto a Leone, dagli archivii del Vaticano, e ci vengono inoltre da parecchi curiosi frammenti degli storici bisantini, e da Teofane in particolare. Io ne ho riportati i testi greci, però che questi fatti mi parvero sì curiosi e risolutivi, ch'io credetti indispensabil cosa pienamente giustificarli. Un'altra cosa deesi notare ancora, ed è che a questo carattere meramente pontificale del regno di Carlomagno, viene a mescolarsi l'incontrovertibile ingerenza dell'ordine di san Benedetto. Sotto i Merovingi tu vedi i Vescovi risplendere e operar quasi soli; sotto Carlomagno in vece maggioreggiano i pontefici ed i capi degli ordini monastici; i vescovi son posti nella seconda schiera, e tu diresti che se ne ricattano a danno di Lodovico il Pio. Le badie, protette come sono dall'imperator d'Occidente, esprimono un non so che di regale, un carattere di autorità e di potentato: san Dionigi, san Martino di Tours, san Bertino, Corbia, Fontenelle, Ferrieres, l'uno e l'altro san Germano di Parigi, esercitano l'autorità che mai la maggiore sopra la società, e questo procede dall'indole di generalità che van pigliando le istituzioni monastiche; l'autorità del vescovo avea qualcosa di locale, di circoscritto; egli era come dir la podestà della comune, della diocesi. Ma quest'uffizio più non bastava al concetto carolingico, mentre l'impero procedea verso sì alti destini, che già essi abbracciavano l'Occidente; ond'è che a Carlomagno fu forza di entrare in pratiche col papa rappresentante del mondo cattolico, e a quest'uopo si giovò pur degli abati, i quali corrispondendo direttamente coi papi, s'imbevevano del principio di universalità di questi ultimi, testimonio la regola di san Benedetto.
Alle cronache si aggiungan le carte, i diplomi, documenti della vita privata di quella società; chè molte rivelazioni hai nel semplice contratto di vendita d'un bene allodiale e di quel che nella Polyptyca dell'abate Irminone vien chiamato un aripennum[10] di terra, nel testamento d'un militare, o nell'emancipazione d'un servo. A cui non piace veder la società nell'interno suo? Le cronache parlano di fatti generali, i diplomi vi raccontan la vita della famiglia fra le domestiche pareti. Vengon poscia le vite dei santi, le leggende, documenti preziosi intorno alla prima e alla seconda schiatta; nei Bollandisti tu trovi la storia dei costumi; con le vite di sant'Eligio e di santa Genoveffa ricompor tu puoi le costumanze di due secoli. Le leggende furono derise e avute in dispregio assai, come se tutti nosco non portassimo la nostra leggenda: leggenda che ci agita il cuore, che ci fa bollire il cervello, leggenda di fanciullezza o d'amore: e se noi più non n'abbiamo, gli è quando siamo troppo antichi d'età, troppo logori e rifiniti.
Col sussidio appunto di questi particolari documenti ti riesce fattibile lo stabilir le condizioni delle persone e delle sostanze, quistioni rilevantissime dell'età media; se non che lo spirito di sistema s'è impadronito di queste idee, e così accadere dovea. Ai tempi degli usi eleganti e delle costumanze cortigianesche del secolo decimottavo, i Sainte-Palaye, ed i conti di Caylus attendevano ai romanzi di cavalleria, e altro non vedevano che i gran fendenti e le maravigliose prodezze. Veniva indi la scuola degli Enciclopedisti, dei filosofi disputanti, i quali altro non cercarono nei tempi lontani se non armi di scherno per combattere le credenze. Così ora, poichè l'epoca presente si è fatta politica, s'è voluto esaminar più che altro lo stato delle persone e delle instituzioni, e trovar per ogni dove assemblee e rappresentanze nazionali. Un tempo ad altro non si pensava che ai blasoni ed ai titoli di nobiltà; oggidì la borghesia, che governa la società, ha voluto pur essa cercare i suoi titoli, e frugar sin entro le instituzioni della Germania, quindi sognaron la storia del terzo stato, colà dove ancor non appariva indizio di libertà. Le sono smanie coteste che passeranno al pari di tante altre, e tracotanze che pur se n'andranno: la borghesia ha pur essa le vanità sue, e vuole anch'essa i suoi genealogisti che la servano nell'ubbriachezza del suo potere.
Lo stato delle persone, e delle sostanze sotto la seconda schiatta, poco diversifica da quel ch'era sotto i Merovingi, chè i governi ben possono con rapidità mutarsi; ma gli usi della famiglia e lo stato delle proprietà van soggetti a tardi rivolgimenti. Malagevol sarebbe il distinguere appuntino da che sceverate fossero le differenti classi dei coloni e dei servi al tempo dei Merovei, quando le distinzioni erano piuttosto stabilite dall'origine dei popoli che dalla condizione degli individui: chi era Franco, chi Romano, chi Longobardo, chi Gallo, e la condizione risultava dal valore, dal merito pecuniario di ciascuno. Nè si vede che sotto Carlomagno questa condizion sociale siasi gran fatto mutata: la schiavitù comprende ancora una ragguardevol porzione della società; vi sono servi che appartengono al principe, servi che appartengono alle Chiese, il maggior numero ai conti ed ai feudi; il colono non è ancor divenuto contadino: le città sono riguardevoli, e ritraggono dell'origine gallica e romana; ancor non si veggono torri feudali sorger di villaggio in villaggio, e il titol di conte è un uffizio più che un onore.
La proprietà è rimasa nelle condizioni del beneficio romano e germanico: qual possiede una terra libera o allodio, e quale la terra dell'erario o del fisco; non v'è orma di feudalità disciplinata, non indizio di quella gerarchia che poi costituisce il diritto pubblico della terza schiatta. Col sussidio dei diplomi e dei cartolari seguir tu puoi l'andamento della proprietà carolingica e delle regie tenute; ma chi cerca ivi l'origine della comune, chi fa sì alto salir nella storia i titoli della libertà attuale, troppo è preoccupato dalle idee de' nostri tempi. Lasciate ad ogni età l'indole sua, ad ogni cosa morta il suo sepolcro, ad ogni generazione del passato la sua sembianza: non v'ebbe terzo stato sotto i Carolingi in quella guisa medesima che non v'ebber pari nel regno di Carlomagno.
V'ha pure un altro genere di documenti, di che molto mi sono giovato nel comporre quest'opera, dir voglio le epopee, ovvero le canzoni narrative, notabili poemi che formano argomenti di nuovi e speciali studi. Certo non è da prestar fede intera a siffatti componimenti epici, i quali furono, per la maggior parte, compilati non più su del secolo XIII, ma pure e' ci rivelano il concetto che il mondo erasi formato di Carlomagno, alcune generazioni dopo di lui, e la grandissima impressione che questo genio avea lasciato ne' suoi contemporanei; chè ci sono nella storia alcuni nomi, i quali nel passare d'età in età si fanno più grandi. Quanto alle dette canzoni, io poco le ho discusse, contentandomi di analizzarle. Io mi son tenuto all'uffizio di archivista dei tempi andati e delle generazioni defunte, e ho raccolto le testimonianze dei sepolcri.
Di utili studii si son fatti recentissimamente intorno ai documenti carolini, e oltre la raccolta del Pertz e dei Benedettini, si son pubblicati alcuni cartolari originali, e quello principalmente di Sithieu o di San Bertino; il libro dei censi della badia di San Germano, fu buono anch'esso a dare un giusto concetto della condizion delle proprietà e delle persone ai tempi dei Carolingi. Essendomi stato conceduto di consultar tutte queste raccolte, io ne trassi alcune preziose notizie, che dar potranno a quest'opera un nuovo aspetto. L'edizione dei testi è impresa di maggior merito assai ch'altri non creda, sol mi duole che lo spirito dei tempi abbia spesso framezzato di mondani e frivoli pensieri queste gravi raccolte, patrimonio un tempo dei monasteri.
Ora fatevi tutti meco a queste investigazioni, o antichi cronisti, trovatori, leggendarii, cancellieri e protonotari di Carlo; sedete una volta ancora ai banchetti delle corti plenarie, alle diete del campo di maggio, bevete con le labbra vostre inaridite dalla morte una capace tazza di vin del Reno, e contempliamo insieme le battaglie della Sassonia, della Lombardia e la rotta funesta di Roncisvalle[11]. Io voglio far conoscere Carlomagno tal quale io l'ho inteso, veduto, toccato. Il disegno di quest'opera mi fu suggerito dal visitar ch'io feci in due fiate la basilica d'Aquisgrana[12], e al calcar co' miei piedi la lapide spaziosa che copre il vuoto sepolcro del grande imperatore, mentre mi pendea sul capo l'antico doppiere di cera gialla offerto da Federigo Barbarossa a san Carlomagno. Io toccai con la mia propria mano il sedile di pietra su cui s'assise: io vedeva in ogni luogo il magno imperatore, e gli occhi suoi sì fiso mi guatavano ch'io n'ebbi spavento. A quel modo egli guardar doveva i suoi paladini, quand'ei comandava in campo. La palla ch'ei teneva in mano, quella era del mondo; la spada era la buona Gioiosa. In mezzo a quelle memorie e a quell'ombre io formai il disegno di quest'opera, e sto, quest'anno, compiendolo in Ravenna, la città del greco esarcato, la città del Longobardi. Aquisgrana ti rammenta Carlomagno imperatore, cinto della corona d'Occidente; Pavia e Monza ti rammentano il re di Lombardia cinto della corona di ferro. Di questo modo quel genio straordinario si mostra per ogni dove, e domina su tre civiltà, la franca, la germana e la lombarda.
Ravenna, a dì 25 d'agosto 1841.