VI.
Suor Maria vegliava la notte di Natale al letto d'una donna malata.
Nascondeva il volto fra le braccia incrociate, e piangeva sul suo abito grigio, pensando il Natale delle famiglie, le madri puerilmente occupate del segreto delle strenne, i bimbi giulivi intorno alle mense festive.
Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver vinto, aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un impeto di carità per un vecchio moribondo.
Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola fra due letti d'ospedale.
Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla. Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da monaca e s'affrettò dietro la donna.
Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della mezzanotte, avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato all'ospedale.
Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza ch'ella ricomparisse nella corsia.
La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno strano rumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento, ed il cinguettìo d'una voce infantile.
Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed apparecchiata per due.
Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue domande, ingrossando la voce per narrarle il terribile fatto della sua reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano recarsi presto, ad abitare insieme.
Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la suora rabbrividiva.
Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra i rintocchi lenti della campana.
Il bambino alzò il dito, come per accennare quel suono ben noto, che gli richiamava tante storie e promesse serene di viaggi, e susurrò cogli occhi scintillanti e la bocchina aperta al sorriso.
— È il nonno che torna!
— No; è il nonno che parte: rispose gravemente la suora che conosceva la campana.
— Va in quel sito lontano dove lo fanno guarire? disse un po' meno lieto il fanciullo.
— Sì; in quel sito lontano dove starà sempre bene.
— Quando tornerà? domandò Carlo.
— Non tornerà: andremo noi a raggiungerlo.
Il bambino contento di quella promessa, stese le braccia verso la suora che lo prese in grembo; poi ricominciò le sue chiacchierine sconclusionate, con certe note acute, certe risate argentine, che echeggiavano stranamente fra le muraglie nude della cella. E suor Maria, abbracciandolo stretto, benediva il cielo che, per una vita di carità, le aveva concesso un amore; e pensando all'avvenire non si sentiva più sola.
SILENZI D'AMORE.
Lui si chiamava Fausto; aveva poco più di trentacinque anni, ed era artista di canto; tenore.
Lei era una di quelle signore eleganti di cui si dice sempre il casato ed il titolo, e si possono frequentare un mese senza saperne il nome.
Non si conoscevano. Fausto era stato a Pegli, dove un'altra dama di Milano gli aveva dato una lettera di presentazione per la contessa Floralio di Santigliano, che doveva trovare a Recoaro.
— Una donnina elegante, spiritosa, simpatica; una giovine vedova.
Fausto aveva incontrati a Recoaro molti conoscenti: aveva domandato della contessa:
— Aveva realmente le attrattive che gli avevano detto?
— Sì; Ma aveva delle timidezze da provinciale. Non osava stare all'albergo. Aveva preso alloggio da una famiglia ammodo; una mamma grassa e tre giovinette magre che si tirava sempre dietro come un'aureola di onestà.
Fausto rimise nel portafogli la lettera di presentazione.
Colla sua bella e florida gioventù, col suo carattere leale, il suo spirito sereno, il suo gran nome, e la fortuna che gli sorrideva, non aveva che a presentarsi per incontrare delle simpatie, non gli occorrevano lettere.
Da due, tre, dieci persone, la contessa s'intese dire che era arrivato Fausto, il più celebre dei tenori viventi, che cantava una sola stagione dell'anno al Covent-Garden o a Pietroburgo, ed in due mesi di trionfi e di gloria, si faceva una rendita da principe. Tutta Recoaro era agitata dalla speranza di udirlo.
— Canterebbe?
In società no. Era noto che non lo faceva mai. Ma se si fosse combinato il solito concerto a beneficio?...
Poi l'amica di Milano scrisse alla contessa:
«Come aveva trovato il suo raccomandato? Simpatico vero? Si vedevano spesso? Le faceva la corte?»
La contessa si meravigliò che non fosse comparso: se ne meravigliò al casino, se ne meravigliò alla fonte:
— Ma questo signore è un orso!
Fausto lo seppe, e, martire della cortesia, si mise i guanti e fece la visita.
Fu introdotto in uno di quei salotti borghesi che stanno sempre chiusi perchè il sole non abbia a sciupare i mobili, e di cui la serva apre le imposte quando ha fatto entrare un visitatore, lo abbaglia col riflesso del sollione che batte sul muro bianco di facciata, poi si volta, vede che si copre gli occhi colle mani, torna a chiudere un po' più, un po' meno, e lo fa assistere ad una serie d'effetti di luce, pittorici forse, ma punto comodi.
Fausto si guardò intorno, e fece una smorfia. Era un salotto freddo ed inospitale, senza il posto della signora, il suo angolo, la sua nicchia dove un amico può sederle accanto, presso il suo tavolino, e i suoi lavori, i suoi libri, i suoi giornali, i suoi albums e discorrere intimamente, sfogliando di quà, guardando di là, sgomitolando un filo di seta, disegnando un profilo colla matita, leggicchiando un'epigrafe, commentando, saltando di palo in frasca, mentre la signora continua a stare al suo posto a fare quello che stava facendo, senza aver l'aria d'essere là per riceverlo, di perdere il suo tempo per lui.
Era il salotto pretenzioso ed ingenuo delle famiglie che ricevono poco, e, per conseguenza, non sanno ricevere.
Un divano contro una parete, le poltrone in giro ed una tavola in mezzo su cui la vanità del proprietario mette in mostra tutti quegli oggetti, che la sua modestia considera troppo belli per farli servire al loro scopo.
Tazze in cui nessuno ha mai bevuto; servizi da thè e da caffè vergini d'ogni contatto colle bibite suddette; calamai che non conoscono neppur di vista l'inchiostro; e poi, fiori artificiali, uccelli imbalsamati ed i ricami più o meno scoloriti delle signorine di casa; e su tutte le spalliere dei mobili quadrati e dischi all'uncinetto per difendere la stoffa dal contatto dei visitatori.
La contessa entrò, salutò in piedi, sedette a disagio sul divano, colle mani in mano, impacciata di trovarsi là fuor di posto, con quell'aria di ricevimento che sembra misurare il tempo alle visite.
Fausto, che era avvezzo ad essere ricevuto fra gli intimi delle belle signore, rimase stonato anche lui.
Fecero i discorsi di circostanza:
— È da parecchio, che è giunto a Recoaro?
Poi un'occhiatina alla data della lettera che lo presentava, ed un sorriso dissimulato con ostentazione, ma senza osare di parlarne.
— E le acque le fanno bene? Io ne bevo tanti bicchieri, e lei? È poco. È troppo. Quanto tempo si aspetta alla fonte!...
Una conversazione da far dormire in piedi. La contessa cercò di metterci qua e là qualche parola spiritosa. Ma non si sentiva a suo agio, ed a Fausto fecero l'effetto d'una guarnizione di tartufi e d'un bicchiere di bordeaux introdotti improvvisamente nel menu di un pranzo casalingo. Non erano in armonia con tutto il resto, stonavano.
Uscì col fermo proposito di non ripetere la visita che alla vigilia della partenza, nutrendo speranza di non trovare in casa la signora, e di potersela cavare col laconico p. p. c., in margine di una carta da visita.
Ma, per quanto la speranza sia economica a nutrirsi, quella di Fausto non potè vivere a lungo.
Il giorno seguente incontrò la contessa alla fonte.
Era appoggiata colle spalle ad un albero, aspettando il suo turno per andare a bere.
Aveva intorno le solite signorine magre ed alcuni uomini.
Là in piedi, con quell'albero per tutto mobiglio, si trovava assai meno a disagio che nel salotto borghese.
Appena Fausto le si fece incontro, gli stese la mano mettendo un «Buon giorno» tra due virgole del discorso, e continuò a parlare:
— Senza dubbio, ha sapore d'inchiostro, ma mi ci sono avvezza. Non fosse altro, a forza di dirlo; è la quarta volta che lo ripeto stamane.
— Lo ripeta anche a me, disse Fausto.
— Parlava dell'acqua?...
— Sfido! Dell'acqua, del sapore d'inchiostro, della maggiore o minore ripugnanza che ci si ha... Qui si parla a rime obbligate.
— Ma le signore di spirito sapranno introdurvi qualche variante, ribattè Fausto coll'intenzione di fare un complimento.
— È una rima obbligata anche il fare dei madrigali alle signore, disse la contessa.
— Ed il presentarli anche quando non sono riesciti nevvero? soggiunse tutto umiliato il povero Fausto, che avrebbe voluto ritirare il suo.
— Come vede... rispose la contessa accennando a lui.
Ma lo disse ridendo per togliere l'amarezza a quell'ironia. Poi troncò lì quel discorso, presentò Fausto alle signorine Asting, agli altri conoscenti, e s'avviò per cercare il suo bicchiere.
Era davvero elegante, ben fatta; vestita bene; era giovine, allegra, cordialissima, entrava subito in confidenza. Era una di quelle signore, colle quali gli uomini stanno volentieri in compagnia, perchè sanno discorrere, tolgono di mezzo la soggezione senza mai perdere la loro dignità di contegno, e non annoiano mai; una di quelle donne di cui le altre dicono:
— Non si capisce che cosa ci trovino gli uomini di attraente. Non è bella.
— Non era al casino ieri sera? domandò Fausto.
E vedendo che la contessa lo guardava ridendo, soggiunse:
— È anche questa una rima obbligata?
— Ed anche questa è la quarta volta che si ripete, perchè lei è il quarto conoscente che incontro. No, al casino non c'ero. La signora Asting non ci andava, e non mi trova abbastanza vecchia per affidarmi le sue figlie. Non potevo andarci sola.
— Se potessi offrirmi di venire a prenderla io... disse Fausto.
— Sarebbe proprio il caso di dire: meglio sola che male accompagnata.
— Lei almeno non ci pensa affatto a fare dei madrigali.
— Ma li faccio senza pensarci.
— Dicendomi che con me sarebbe male accompagnata?...
— Se fosse vecchio e brutto, non glielo direi.
— Allora vorrei essere vecchio e brutto.
La Contessa lo guardò ridendo, ma non rispose. Si vedeva però che aveva qualche cosa da dire, e Fausto glielo domandò:
— Perchè ride? Pensa qualche cosa di male sul conto mio?
— Sì. Penso che è un po' volubile.
— Può darsi, rispose Fausto.
Poi accorgendosi che aveva detto una fatuità, soggiunse:
— Non voglio contraddirla. Ma da che lo argomenta?
— Fino a ieri s'è tenuto in tasca una lettera a maturar la data, per evitare di vedermi; ed oggi vorrebbe essere vecchio e brutto per accompagnarmi.
— Fino a ieri non la conoscevo.
Fausto sarebbe andato lontano su quella via, ma lei si limitò ad inchinarsi ridendo al suo complimento, e parlò di altro.
Non insisteva mai sui discorsi, quando cominciavano a prendere una piega galante; li lasciava cadere, salvo ad intavolarne altri che seguiva fino allo stesso punto, per piantarli lì daccapo. È un gioco che piace molto alle belle donnine; un gioco pericoloso. È come quella mezza ebbrezza che procura l'oppio, quell'esaltamento lieve che si attinge in un bicchiere di Sciampagna, un'ebbrezza, un esaltamento innocenti, ma terribilmente arrischiati. Un altro bicchiere di Sciampagna, un grano d'oppio di più, possono trascinare all'ubbriachezza e magari alla morte. Vi sono tante esistenze oneste che pericolano a questo gioco.
La sera, Fausto e la Contessa si rividero al passeggio, l'indomani alla fonte, e così via, come accade sempre alle acque ed ai bagni. Si fa vita insieme e si è presto amici.
Erano sempre contenti di ritrovarsi, si mettevano subito in allegria. Ma non erano mai soli. La Contessa giungeva inevitabilmente accompagnata dalle signorine Asting, e la conversazione era generale.
Fausto s'andava ogni giorno innamorando un po' di più della Contessa, e lei sentiva crescere in modo inquietante la sua simpatia per lui.
Ma non si conoscevano abbastanza per abbandonarsi ad una fiducia che poteva essere ingannevole. Stavano in guardia tutti e due.
Fausto insinuava, quando poteva farlo, qualche parola tra scherzosa e seria, che turbava la Contessa: qualche volta era lei che la provocava ed era lui che si turbava.
Ma ogni volta che stava per affermare a sè stesso: «Sì, è innamorata di me» si ricordava le notizie che gli avevano date della Contessa al suo arrivo a Recoaro: — «gentile, cordiale con tutti socievolissima, brillante, ma buona madre di famiglia ed onesta.»
Quanto a lei, vedeva quelle esitazioni, capiva che la sua onestà lo scoraggiava, e ci aveva rabbia.
Avrebbe voluto che fosse stato certo alla prima che non c'era nessuna speranza clandestina da fondare su di lei ma che l'amasse ugualmente. Non era libera? Non erano liberi tutti e due? L'idea che quel sentimento che l'agitava tutta non trovasse altro riscontro nel cuore di lui fuorchè la speranza ignobile d'un'avventura galante, l'offendeva.
Qualche volta si mostrava scettica per strappargli ogni illusione, e pensava:
«Meglio che disperi e non mi ami, che amarmi a quel modo.»
Un giorno che le signorine Asting parlavano di due innamorati da fatto diverso, disse:
— Se avessero preso del chinino, questa catastrofe non sarebbe accaduta. Il chinino è un calmante eccellente pei nervi; e l'amore non è che una malattia nervosa.
Pare che lei ne faccia uso del chinino, disse Fausto. Ne ha studiato molto gli effetti.
Glielo disse a mezza voce perchè gli altri non udissero, irritato da quella negazione fredda che lo scoraggiava.
Ma a lei quella parola sommessa, sussurrata come una confidenza fece l'effetto d'una carezza, malgrado l'insolenza che racchiudeva. S'indispettiva di non risentirsi di quell'insolenza, ma non si risentiva.
Tutto il giorno, tutta la sera, ripensò quella voce bassa, quella frase mormorata per lei sola, quell'atto intimo di parlarle piano. Le pareva che l'indomani e tutti i giorni dovesse sempre parlarle così.
Scrisse una lunga lettera a' suoi due figli; una lettera di madre appassionata:
«Non aveva sulla terra altri affetti che loro due, s'era votata ad una vedovanza perpetua per non defraudarli d'una parte della sua tenerezza.
«Era impaziente di vedere la fine di quel mese, per andarli a prendere al collegio, e portarli con sè in villa, e vivere tutto l'autunno in famiglia. Le era penoso starsene sola a quel modo. Alle acque s'annoiava... s'annoiava...»
Voleva persuaderlo a sè stessa; ma invece alle acque ci aveva un interessamento troppo vivo. Aspettava con impazienza il mattino per andare alla fonte, e se per caso ne tornava senza una parola che l'avesse agitata, era triste.
E le accadeva sovente. Fausto s'annoiava di quella tutela che lei aveva sempre intorno. Gli pareva un'ostentazione di diffidenza, e si metteva in diffidenza anche lui.
La contessa invece avrebbe voluto svincolarsi da quelle soggezioni, ma era timida, non osava più.
Prima era andata parecchie volte alla fonte sola: ma, dacchè conosceva Fausto, le sarebbe sembrato di andare a cercarlo; si sarebbe vergognata di lui più che degli altri; e si circondava più che mai.
Avevano tutti e due uno strano modo di parlare fissandosi gli occhi negli occhi con un'intensità che pareva fatta per accompagnare dei discorsi appassionati. Invece sovente dicevano:
«Guardi quel cappellino. Sa chi è quella signora? Oggi le signore Asting sono più eleganti del solito» e simili sciocchezze.
E poi, in mancanza di parole affettuose da ricordare, ricordavano gli sguardi; quell'occhio largo, intento, profondo, ritornava con insistenza alla loro mente nelle ore solitarie e lente della lontananza, esaltava la fantasia innamorata, che ne riscaldava, coll'intensità del desiderio, la muta eloquenza.
Un giorno qualcuno propose una gita sui somarelli; Fausto mise un grande impegno nel combinarla, se ne entusiasmò addirittura. Gli pareva che la campagna, l'allegria della circostanza, gli avrebbero fornita l'occasione di isolarsi colla contessa un po' a lungo, di parlare con calma, senza soggezione.
Non aveva il proposito di precipitarsi a' suoi piedi come faceva nei melodrammi nella sua qualità di tenore. Anzi, appunto perchè era un cantante, s'impuntiva a non far nulla di melodrammatico, e per evitare ogni atteggiamento teatrale, si mostrava prosaico fino all'affettazione. Ma nella sua anima d'artista sentiva potentemente la poesia della vita.
Quella donna vedova, indipendente che vedeva ogni giorno senza poter mai svincolarla dalle soggezioni da giovinetta di cui s'era circondata, quei discorsi nervosi in cui apparivano lampi di passione, e che, subito dopo, una nota di scetticismo o di puritanismo smentiva, gli avevano messa la febbre nel cuore.
Era risoluto a parlare, ad uscire da quell'incertezza ad ogni costo, a costo di fare una dichiarazione d'amore sul dorso di un asino.
Appunto in quel giorno il seguito della Contessa era al gran completo.
Oltre alla signora Asting, le figlie, i conoscenti soliti, c'era un giovine di Milano arrivato allora, che le portava una grande provvista di novità, e le faceva la corte anche lui.
Fausto non era geloso, e la Contessa neppure. Avevano troppo spirito per questo. Ma tutti i terzi che s'intromettevano fra loro li irritavano; d'altra parte, avevano abbastanza pratica di società per saper pigliare le cose con disinvoltura, e nascondere il loro malcontento.
Ma nascondendolo agli altri, se lo nascondevano anche a vicenda, e ciascuno interpretava come indifferenza la rassegnazione dell'altro, e si scoraggiava, e ci metteva della dignità a dissimulare ed a vincere un sentimento che non credeva più corrisposto.
Così non cercarono più di isolarsi.
Lui andò a far la corte alle altre signore, e lei si lasciò far la corte dagli altri giovinotti.
Soltanto tratto tratto si mandavano una parola al volo, si guardavano da lontano, ed erano sempre quelle occhiate profonde, intime, amorose che suscitavano una tempesta nel cuore di tutti e due.
Mentre mangiavano seduti in un prato, Fausto udì la Contessa discorrere col giovine milanese di una sua idea paradossale di andare in Terra Santa colla società della Propaganda Fide.
Era smaniosa di vedere quei luoghi pittoreschi tutti idealizzati dalla poesia del cristianesimo...
«— E non c'era obbligo di far propaganda, nè di associarsi a tutte le preghiere ed ai digiuni.» Ciascuno era libero di agire come gli consigliava la sua coscienza; onestamente, ben inteso. Si pagavano mille lire e si era provveduti di tutto per sei mesi; viaggio, carovane, guide per essere accompagnati nei luoghi pericolosi; era anche un'economia...
— Quando partiamo? disse Fausto.
— Ma che! Lei crede di trovare sul Golgota codeste fette di roast-beef? rispose la Contessa.
Aveva sentita una scossa al cuore a quella parola, colla quale pareva che Fausto volesse dirle che si credeva unito a lei, che le apparteneva già tanto, da associarsi ad ogni suo disegno stravagante ed ineffettuabile, e voleva nascondere la sua commozione.
Lui dovette scusarsi del suo appetito; s'irritò di quella risposta prosaica.
Se l'avesse amato, se avesse desiderato di sapersi amata da lui, avrebbe potuto rispondergli: — Con che diritto, perchè vuol venire con me?
E lui le avrebbe sussurrato: «— Perchè l'amo.»
Invece l'aveva evitata quella parola: non voleva udirla. E più tardi, sola nella sua camera, anche la Contessa rimpiangeva la stessa cosa. Se avesse osato domandargli perchè si associava a quel suo disegno, egli le avrebbe risposto:
«— Perchè l'amo.»
Risentiva nel silenzio della notte quella parola sussurrata da quella voce; ne provava un fremito, una soavità infinita. Sperava che gliela direbbe il domani, e fantasticava la poesia dolce d'una confessione d'amore.
Ma i domani si succedevano tutti ugualmente delusori.
Sempre le stesse soggezioni da cui non osava svincolarsi; sempre la stessa timidezza, le stesse diffidenze; la stessa conversazione, a frizzi, scherzosa, paradossale, di cui avevano presa l'abitudine, e che toglieva ogni valore anche alle espressioni più amorose ed ardite.
Fausto ebbe ancora una speranza, una sera che la Contessa lo invitò a prendere il tè.
Si figurò uno di quei tè intimi, una cuccuma piccina piccina, due sole tazze, due mani che si sfiorano tremando nell'accendere un fiammifero e nel dar fuoco allo spirito, due cuori che battono forte forte, mentre stesi in due poltroncine, col capo abbandonato indietro e la tazza fra le mani, i due amici, uomo e donna, si mandano traverso il fumo del tè delle frasi brevi, un po' nervose, colla voce convulsa, collo sguardo largo e fisso.
Poi posano le tazze, lui prende quell'occasione per alzarsi, per accostarsi a lei, le va dietro pian piano, si appoggia alla spalliera della poltrona, e col capo sul capo di lei, colle labbra che le sfiorano l'orecchio, coll'alito ardente che le brucia il collo le dice:
«— Lo sapete, Maria — lo sapete, Bianca — lo sapete, Teresa, che vi voglio bene?»
Fra le altre miserie Fausto non conosceva il nome della Contessa. Doveva mettere dei puntolini al posto del nome, nel suo sogno d'amore. Ma pazienza; purchè quel sogno si avverasse era anche disposto a chiamarla Contessa per l'ultima volta.
Aspettò quella sera commosso, felice, impaziente. Ci andò troppo presto; ma doveva essere un altro disinganno.
La Contessa era seduta sul divano colla signora Asting e la signorina maggiore. Le altre sorelle sonavano un pezzo a quattro mani!!!!
Se intanto avesse potuto sedere accanto alla Contessa, benedetto il pezzo a quattro mani che gli avrebbe permesso di parlarle piano. Ma i posti erano occupati a destra ed a sinistra. Bisognò sentire, assaporare, lodare il «tremulo» perfettamente eseguito con tanta agilità, tanta forza, un pezzo così difficile...
Poi vennero i discorsi musicali. La Contessa era nervosa; voleva che le opere si musicassero su libretti in prosa. La poesia era una puerilità. Perchè misurare il pensiero sopra un metro, contarci le parole, fissarci le cadenze? Questo era ufficio della musica. Ed anche essa doveva essere semplice, naturale, senz'artificio; un lungo recitativo, filato, drammatico. Lì sui due piedi, ridusse in prosa da parodia, la Celeste Aida ed il Ciel o mar! della Gioconda, e volle che Fausto cantasse le sue arie così.
Lei aveva fatto la sua parte bene, però; e lui fece bene la sua, come faceva bene tutto. Aveva quel dono prezioso. Ci mise dell'umorismo.
Poi la Contessa gli strinse la mano per ringraziarlo, e quella stretta di mano lunga, espressiva, lo fece tremare di gioia.
— Ed ora basta, nevvero, di bandire la poesia? le disse. Ora torniamo poeti.
— Ma no. La poesia è una convulsione dei nervi, insistè la Contessa, che li aveva lei i nervi in convulsione, perchè era malcontenta dalla sua serata.
— Come l'amore allora? disse Fausto.
— Come l'amore.
— E si guarisce anche col chinino?
— Perchè lo domanda? È poeta lei?
— No, sono innamorato, rispose Fausto. Ma lo disse stizzito. Quella scherma di frasi artifiziose, di paradossi, lo irritava.
Tuttavia la Contessa provò un sussulto al cuore a quella confessione. Ma le signorine Asting si mordevano le labbra come per reprimere una voglia di ridere che non avevano, e lei rispose:
— Ah! allora la compiango.
— Perchè? domandò Fausto.
— Perchè è capitato qui dove siamo tutta gente prosaica.
— Non credono all'amore?
— Sì; ci crediamo, come alla febbre; e consigliamo il chinino.
— Io se conoscessi una donna innamorata, le consiglierei le acque di Recoaro, disse Fausto stizzito.
— Per averla vicina?
— No. Non l'avrei vicina perchè parto domani. Per guarirla dell'amore come lei.
— La prego di credere che io non ho avuto bisogno di guarire. Non ne ero malata.
— Mai?
— Mai. Poi ripigliò: Forse, quando mi sono maritata... — Era un modo di troncare il discorso. L'annuncio di quella partenza l'aveva scossa tutta. Perchè partiva?
Quella sera si separarono amareggiati, irritati; si strinsero la mano convulsamente. E nelle lunghe ore d'una notte insonne, la Contessa si tormentò con pensieri sconfortanti:
«Dunque non l'amava, non l'aveva amata mai dacchè se ne andava così, senza rivederla, come un estraneo. Era venuto dopo di lei. Non aveva scritture che lo chiamassero altrove. Se ne andava per andarsene; perchè ne aveva assai, di Recoaro. La sua presenza non contava per nulla, non aveva influenza per trattenerlo. O Dio! E lei che s'era montata la testa!...»
La mattina si alzò dal letto scoraggiata, disillusa, ma calma come una donna ragionevole. Le faceva male di rinunciare a quell'ultima illusione. Era l'ultima. Aveva già creduto di non poter averne più. Poi sul suo orizzonte grigio di madre, di vedova, era apparsa quell'ultima striscia rosea di crepuscolo, quell'ultimo bagliore di luce, quell'ultimo saluto di sole.
S'era sentita ravvivare la fantasia, riscaldare il cuore. Ed ora bisognava rinunciarvi, ritornare al grigio, ritornare alla solitudine fredda, e alla sua età era per sempre!
Voleva pensare ad altro. A' suoi figli; ad Alfredo che aveva bisogno dei bagni di mare: ed al suo villino sul lago di Como a cui si dovevano fare delle riparazioni importanti e costose. Come tutrice de' suoi figli, queste dovevano essere le sue cure. Ed intanto le tornavano insistenti al pensiero due versi d'una romanza moderna che aveva cantata tutto l'inverno senza badarci.
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Si vestì coll'abito da mattina tutto bianco, che la faceva svelta e sottile. Poi andò al balcone irritata dalla penombra grigia che l'avvolgeva, assetata di luce, assetata d'azzurro, e spalancò le gelosie con un impeto nervoso, mormorando sempre
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Ma rimase là, colle braccia alzate, colla frase interrotta, paralizzata, immobile, bianca sul fondo scuro del balcone aperto, come una statua in una nicchia. Aveva ritrovata la poesia rimpianta, aveva ritrovato il suo amore, il suo sogno, la sua fede.
Giù nella via, appoggiato al muro di contro al balcone, aveva veduto Fausto, colla faccia alzata verso di lei, che l'aveva aspettata, che la guardava fissa co' suoi grandi occhi innamorati.
Quella dichiarazione tanto aspettata, tanto invocata, che nessuna parola aveva potuto esprimere, che nessuna dimostrazione era valsa ad affermare, ora era detta, chiara, appassionata, irrevocabile. In quel momento ogni dubbio scomparve. Tutta la storia del loro cuore si rivelava in quello sguardo muto. Non si salutarono. Anche il saluto è una convenzione e loro erano fuori di tutte le convenzioni, di tutte le regole. Tra un grande artista e una gran dama, quell'amore dal balcone alla maniera degli studenti, per non essere ridicolo doveva essere solenne e grande come una vera passione.
Da parte di Fausto era un atto disperato.
Irritato con sè stesso di non poter dire quello che aveva nel cuore, irritato colla Contessa che non voleva comprenderlo, irritato più che mai con tutti i terzi e con tutte le soggezioni che si frapponevano tra loro, in un momento di dispetto si era lasciato sfuggire quella parola: «Parto domani.» Non era un proposito, non ci aveva pensato, non aveva risoluto nulla. Ma omai l'aveva detto, e doveva partire per non suscitare commenti pettegoli. E tuttavia non voleva partire con quella spina nel cuore; non poteva tollerare quell'incertezza.
Un momento gli era venuta l'idea di scrivere alla Contessa; ma quando era stato lì per scrivere l'indirizzo di quella signora, di cui non conosceva neppur il nome, aveva esitato.
E se non l'avesse amato? Se fosse stata un'illusione la sua, e lei dovesse ridere di lui e della sua lettera? Se realmente non avesse creduto all'amore come diceva? E ad ogni modo, qualunque emozione le avesse suscitata nell'animo quella confessione scritta, se s'era proposta serbare il suo segreto, la lettera non avrebbe giovato a strapparglielo. E due ore dopo, Fausto l'avrebbe riveduta col solito sorriso sulle labbra, e se c'era stata una tempesta, non ne avrebbe saputo nulla. Ed egli voleva saperlo, voleva sorprenderla quella tempesta che rispondeva in un altro cuore alla tempesta del suo.
Quando mi vedrà, all'alba, fermo in istrada a contemplare la sua finestra, come un innamorato da romanzo, come un pazzo, non potrà pigliarlo per un complimento. Dovrà comprendere che l'amo, e confessare che lo comprende.
E la Contessa non esitò a confessarlo. Rimase affascinata, col cuore palpitante, cogli occhi fissi negli occhi di lui, bevendo a larghi sorsi la felicità, in quel lungo silenzio d'amore. Rimase senza misurare il tempo, senza contare le ore. Dopo la luce rosea dell'alba, venne un soffione che le ardeva il capo, che la avvolgeva tutta in un'aureola d'oro, che le infiammava il volto, che strappava raggi e scintille da' suoi cappelli biondi. E Fausto dimenticava il tempo, la strada, la gente, non vedeva che lei in quella gloria di luce e d'amore.
E quando dovettero ritirarsi, riportarono nel cuore la gioia intensa dalla passione corrisposta. Non diffidavano più: erano certi l'uno dell'altra. La società abusa di tutto, toglie il valore ad ogni cosa. Le più calde proteste sono complimenti; una stretta di mano forte, lunga, amorosa, è un saluto; le assiduità più insistenti, sono cortesie. Ma quella corrispondenza muta di due sguardi, l'eloquente poesia di quel silenzio, non era registrata fra gli atti regolari della vita, non si poteva giustificare con un nome profano.
Era il linguaggio della passione.
Più tardi, quando s'incontrarono alla fonte, la Contessa non era più timida e peritante; colla sicurezza della felicità, si lasciò dietro un tratto la sua inevitabile tutela, e, per la prima volta, lei e Fausto, si trovarono liberi di parlarsi senza testimoni. Ma si erano detto tutto in quel lungo silenzio d'amore, si sentivano d'accordo. Si strinsero la mano; poi Fausto le offerse il braccio, e si avviarono lentamente inebbriati e felici, appoggiati l'una all'altro, come dovevano esserlo per tutta la vita.
UNA VOCAZIONE.
— Cosa volete? È una necessità... disse il signor Cantinelli avviandosi verso l'uscio, con un sorriso un po' forzato, sul viso giallastro. Il Signore m'ha tolta troppo presto la vostra povera mamma... Cosa fare? Cosa fare?
Le due ragazze erano sedute una in faccia all'altra, nel vano della finestra, ai due lati d'un gran telaio sul quale era stesa una stoffa di seta bianca, destinata a diventare, quando il ricamo fosse finito, uno stendardo da portare in processione per la festa della Madonna del rosario.
Non alzarono gli occhi dal lavoro, e non risposero.
Il signor Cantinelli stette un momento esitante tra il parlare ancora e l'andarsene. Aveva detto quanto doveva dire; la nuova ufficiale del suo secondo matrimonio. Ma quel silenzio, quella freddezza delle sue figliole, lo lasciavano scontento. Era buono; avrebbe voluto vedere tutti soddisfatti. E d'altra parte, non poteva nè voleva rinunciare alle seconde nozze. Cercò di strappare una parola d'approvazione alle ragazze dicendo:
— Il Signore ha stabilito così, e sia fatta la sua volontà, nevvero figliuole?
— Tu sai quel che fai babbo... rispose la Bianca in fretta, senza guardarlo.
La Paola non rispose affatto.
Allora il signor Cantinelli insinuò la sua persona piccola, ossuta e magra, traverso l'uscio socchiuso, e, sempre con quel risolino compunto sul largo viso incorniciato dai capelli e dalle basette biondiccie, richiuse l'uscio pian piano, e senza rumore.
Quando fu scomparso, le ragazze affrettarono i punti al ricamo, vergognose di quell'idea che stava fra loro, sentendosi offese nel loro pudore delicato di giovinette, e non osando parlarne.
— Dammi il filo d'oro, disse dopo un tratto la Bianca, questo contorno deve riuscire bellissimo.
E guardava attentamente il ricamo, come se da un pezzo non avesse pensato ad altro, ed il discorso di suo padre non l'avesse menomamente distratta da quel pensiero.
— Il filo d'oro è nell'armadio, della nostra camera, rispose la Paola.
Poi, tirando l'ago in fretta e senza guardare sua sorella soggiunse:
— La nostra povera camera che dobbiamo abbandonare.
Le tremava la voce ed era tutta convulsa.
La Bianca arrossì vivamente, ma non rispose, e non si mosse per andare a prendere il filo d'oro. L'aveva domandato per dir qualche cosa, ma non le occorreva.
Intanto la Paola diventava più agitata. Le tremava la mano, ed il respiro le si faceva corto ed affannoso. Sentiva il bisogno di sfogare l'amarezza che le si accumulava in cuore di minuto in minuto.
Quella nuova inaspettata, impreveduta affatto, l'aveva ferita aspramente nel suo amor proprio di donna di casa, e più che tutto, nel suo pudore verginale.
— È crudele, disse fremendo, essere scacciate dalla nostra camera. E perchè? Da tre anni che dirigo io la casa, ho sempre bastato a tutto, e non ha mai dovuto farmi rimproveri, mi pare.
Parlava di suo padre, ma in quel momento non voleva nominarlo.
— Dobbiamo rassegnarci, rispose la Bianca in tono conciliante, e sempre cogli occhi bassi. Dacchè non c'è un'altra camera abbastanza vasta...
— Ma che bisogno c'era della camera vasta... e del resto? esclamò con impeto la Paola, rizzandosi tutta nervosa, ed andando a parlare ai vetri della finestra. Non si stava bene tra noi? Che bisogno c'era?...
— Forse al babbo riesciva d'imbarazzo l'accompagnarci, il vegliare su noi... Bisogna aver pazienza... suggerì la Bianca, che, sebbene più giovine di sua sorella, era più positiva, e meno facile ad eccitarsi.
— Ma che! Ma che! Io ho ventidue anni, mi so custodire da me, e tu pure; ed usciamo così poco che non può dargli fastidio l'accompagnarci; in casa non vien mai nessuno ...
— Sentiva troppo la perdita della povera mamma, ritornò a dire la Bianca. Aveva bisogno d'una compagna anche lui...
— Stai zitta! Stai zitta! gridò la Paola febbrilmente, turandosi le orecchie. Certe cose mi fanno vergogna. La sua compagna l'ha avuta. Dio gliel'ha tolta; è una disgrazia; ma non ha diritto lui di trovarsene un'altra. L'amore il matrimonio, devono legare per sempre, per questa vita e per l'altra.
— Sai; ciascuno ha il suo modo di sentire... Ora il babbo ha un'altra affezione...
— Oh! alla sua età! Un padre di famiglia... pensa!
E la Paola si pose a ravviare con una fretta convulsa le sete sparse sul telaio; poi se lo caricò sulle spalle per andarlo a riporre borbottando:
— Ah! povera mamma! povera mamma! Chi muor muore, e chi vive si fa core!
La Bianca le andò dietro nella famosa camera che dovevano abbandonare, e quando il telaio fu appeso al chiodo in fondo ad un grande armadio, abbracciò, per di dietro, le spalle della sua sorella maggiore, e posandole la guancia sulle treccie per non incontrare il suo sguardo durante quel discorso imbarazzante, le susurrò:
— Cerchiamo di prendere la cosa in buona parte, Paola. È il nostro babbo, ed è buono; non tocca a noi di giudicarlo.
— Io non posso a meno di soffrire; farò male, me ne confesserò; non so che farci; c'è qualche cosa dentro di me che s'offende, mi vergogno;... Non so... Al solo pensarci mi vengono le fiamme al viso.
E con un gesto di ripugnanza esclamò:
— Oh! alla loro età!
— Ma via! Sei un'esagerata! Una sensitiva! Lei ha dieci o dodici anni più di te; non è vecchia. Non sarà una matrigna. Saremo tre sorelle invece di due...
— Che! tre sorelle! ribattè la Paola crollando le spalle. Prima di tutto, non è già più giovane se ha dodici anni più di me. E poi... poi... Tu non pensi alle conseguenze...
E non osò dir altro. Arrossirono tutte e due senza guardarsi, come avrebbero fatto dinanzi ad un'immagine troppo nuda.
***
Il signor Cantinelli era molto devoto; frequentava la chiesa ed i sacramenti, mangiava di magro il venerdì ed il sabato, non lavorava mai la domenica nè le altre feste comandate, a costo di morir di noia, ed era in buona fede.
Aveva ereditato da suo padre un patrimonio meschino, ed un'intelligenza, ancor più meschina del patrimonio.
Aveva tentato di studiare per ottenere un grado accademico, ma non era riuscito. S'era voluto avviarlo al commercio; ma aveva manifestato, alle prime prove, un'assoluta incapacità.
S'era dunque accontentato d'un impiego modesto in una banca, dove la sua grande onestà gli faceva perdonare di non avere altri meriti.
Da buon cristiano però egli s'appagava del suo stato; era umile, non aveva ambizioni. Era stato buon marito, ed era buon padre, affettuoso, carezzevole, perfino sdolcinato; incapace del menomo atto violento, e neppure d'alzare la voce.
Badava a fare il suo dovere, come l'intendeva lui, da galantuomo e da buon cristiano, ed era sempre contento.
Non desiderava la roba d'altri, e, finchè aveva avuto la moglie, e finchè gli era durato il dolore d'averla perduta, non aveva mai desiderata neppure la donna d'altri.
Appena rimasto vedovo aveva ritirate le sue figliole dal convento, aveva ceduto a loro la camera nuziale coi due lettini gemelli, ed era andato a dormire nella cameretta, dove stavano le fanciulle quand'erano piccine.
La Paola aveva assunto il governo della casa che disimpegnava benissimo, mettendo in ogni cosa la raffinatezza, l'eleganza, l'idealismo che erano nella sua natura.
E, tra il lavoro, le preghiere, le pratiche religiose e le carezze che prodigava alle figliole, quel buon uomo, tutto tenerume, credeva di poter durare tutta la vita.
Ma aveva poco più di cinquant'anni; era vegeto, tranquillo; ed un bel giorno s'avvide che il desiderio peccaminoso della donna d'altri, o almeno della donna non sua, cominciava a spuntargli nel cuore.
Se fosse stato prete o frate, nella sua grande onestà avrebbe ricorso ai cilici, alle macerazioni, magari alla disciplina, e, di certo non avrebbe trasgredito il suo dovere.
Ma, dacchè non aveva fatto dei voti, e gli era possibile di conciliare i suoi desideri col suo dovere, di farsi anzi un dovere di quanto ora lo turbava come una tentazione, non gli parve vero di mettersi d'accordo colla santa madre chiesa e con sè stesso, aggiungendo un nuovo piacere alla sua vita da cuor contento.
Sicuro della santità delle sue idee, si mise ad adocchiare le donne che incontrava, specialmente all'uscire dalla chiesa, per esser certo d'imbattersi in una sposa timorata di Dio; e non tardò ad accorgersi che una donnetta, belloccia, piccolina e grassa, faceva accelerare le pulsazioni del suo cuore, ogni volta che lo sfiorava col vestito passando, o che fermava a caso gli occhi chiari da bionda, nei suoi.
Le tenne dietro; seppe chi era, e dove abitava, e che era vedova, senza prole. Le espose nei termini più onesti la sua domanda, che venne accettata; e, colla coscienza tranquilla ed il cuore giubilante, andò ad annunciare alle sue figliole la nuova de' suoi serotini amori.
Aveva cominciato la confidenza abbracciandole, accarezzandole, vezzeggiandole, com'era sua abitudine. Ma il rossore, la confusione di loro a quella rivelazione, lo avevano imbarazzato; e se ne era andato via un po' impensierito, non potendo capire come mai un fatto legittimo e santo, come il settimo sacramento, potesse offendere chicchessia.
Non erano coniugi sant'Anna e san Gioachino, san Giuseppe e la Madonna...?
***
Anche la prima moglie del signor Cantinelli era stata allevata religiosamente, e, vivendo con quel divoto convinto, era diventata divota, ed aveva inculcati gli stessi sentimenti alle sue figliole.
Queste non avevano un vero fervore religioso. Avevano accolti sentimenti e credenze, senza discuterli, e come cose indiscutibili. Non provavano gran dolcezza nelle preghiere, nè estasi nella meditazione; non si commovevano alla confessione nè alla comunione; ma avrebbero creduto di commettere un'enormità trascurando quei sacramenti, o perdendo la messa una domenica.
La Bianca, di carattere sereno e calmo come suo padre, di mente ristretta, punto fantastica, metteva d'accordo le pratiche religiose e la vita di famiglia, pensava che un giorno o l'altro la domanderebbero in moglie, si mariterebbe, avrebbe dei figlioli da allevare; ed aspettava tranquillamente quell'avvenire che le sorrideva.
La Paola, invece, aveva un ideale poetico, mezzo uomo e mezzo angelo; pensava all'amore come ad una musica serafica, ad un vincolo misterioso, solenne ed eterno; il matrimonio se lo figurava «il traversare la vita tenendosi per mano». Era per lei il colmo della poesia, un quadro di bellezza, di gioventù, di luce e d'azzurro.
Nessuno le mostrava mai la parte vera e positiva dell'esistenza nel matrimonio. Sua sorella, meno idealista, la vedeva da sè. Ma lei avrebbe avuto bisogno di un correttivo alla mente troppo immaginosa ed alla sua sensibilità eccessiva.
E questo correttivo non lo trovava di certo nell'ambiente in cui viveva. Il riserbo della vita monastica, nel convento, aveva anzi aumentata la sua suscettibilità. La menoma parola meno che pura, o che lei credesse tale, la faceva arrossire. Se stava cucendo una camicia, quando entrava qualcuno, la nascondeva in fretta come una cosa indecente, e per quanto poteva, evitava persino di nominarla.
In casa loro non c'erano quadri nè statue profane. Nell'entrata c'era una nicchia con una statua della Madonna dinanzi alla quale ardeva sempre un lumicino. Nella camera delle ragazze c'era un'altra madonnina di gesso. Un bambino Gesù di cera, che riposava da anni ed anni sotto una campana di vetro nel salotto, era stato pudicamente vestito di una tunichina di seta bianca, che il tempo aveva ingiallita; e le ragazze l'avevano veduto sempre così.
Non erano mai state in una pinacoteca, nè ad una esposizione artistica; e, persino in istrada, il signor Cantinelli studiava dei giri viziosi per non farle passare dinanzi ai monumenti, dove avrebbero potuto vedere qualche figura di donna col petto scoperto o qualche puttino nudo.
Avevano letti i romanzi della contessa di Segur, della signora Fleuriot, del padre Bresciani, ed altri dello stesso genere. Ma questi appunto avevano fomentate le aspirazioni idealiste della Paola, che, nelle coppie di sposi, voleva vedere soltanto dei Malek Hadel e delle Matilde.
In tanta purezza d'azzurro, quel matrimonio d'un uomo vecchio con una donna matura, quel discorso del cambiamento di camera per cedere a loro la camera comune coi due letti gemelli, suscitò tutte le ripugnanze della poetica Paola.
L'amore vecchio, che s'adagiava senza riserbo dov'era passato un altro amore giovine e pieno delle ingenuità e dei rossori dei primi sentimenti, offendeva la sua delicatezza di fanciulla, la metteva nell'imbarazzo, come se avesse commessa lei un'azione sconveniente.
Il signor Cantinelli presentò le sue figlie alla sposa in una visita di cerimonia, nella quale si contenne con un grande riserbo; e poi affrettò le nozze per uscire da quella situazione difficile.
Fece colla sposa un brevissimo viaggio di nozze, perchè i suoi mezzi e l'impiego non gli permettevano di prolungarlo e perchè, come padre affettuoso e compreso del suo dovere, non voleva lasciar lungamente due giovinette sole.
E dopo otto giorni tornò a custodirle, offrendo agli occhi modesti delle due fanciulle, pei quali s'era messa una camicia al bambino Gesù, lo spettacolo della sua luna di miele; certi baci e certe occhiate da fare arrossire la Vergine di gesso nella sua nicchia.
Faceva il suo dovere di sposo cristiano amando la sposa che Dio gli aveva concessa; e, del resto, era carezzevole per natura, baciucchiava la moglie come baciucchiava le figlie; di atti scandalosi non sarebbe stato capace di commetterne; e la sua coscienza non gli rimproverava nulla.
Infatti la Bianca non ci vedeva alcun male.
Quando sua sorella usciva dal salotto tutta rossa ed indignata, spingendosi indietro l'uscio, per isfuggire la vista di quelle carezze, lei la seguiva e le diceva:
— Ma perchè ti agiti a questo modo, Paola? Non vuoi che il babbo voglia bene alla sua sposa? È la religione stessa che comanda agli sposi d'amarsi.
La Paola non rispondeva, come non aveva parlato neppur prima. Non si rendeva ragione della ripugnanza che provava. Non faceva un torto a suo padre della sua tenerezza. Ma sentiva che ognuna di quelle carezze distruggeva una sua illusione; le faceva vedere vecchio, brutto, materiale, l'amore che lei aveva collocato in alto, sulle nuvole, puro e bello come una visione di cielo; profanava il suo idolo.
La Bianca la capiva in parte, ma non poteva ragionarla molto. Era un argomento troppo scabroso per loro. Tutt'al più le diceva:
— Tu hai troppa poesia in testa. Ti figuri che tutti abbiamo le tue delicatezze. Invece il mondo è differente; e bisogna pigliarlo com'è. Se vorrai maritarti, mia cara, ti ci dovrai avvezzare.
— No, è impossibile, diceva la Paola, se il matrimonio è così non ne voglio sapere.
— Ma come vuoi che sia? insisteva la Bianca, vincendo un poco l'usato riserbo del loro parlare, per dare un poco d'ilarità alla sorella troppo ideale. Vuoi che due sposi stiano a guardarsi da lontano come due papi di gesso? Se si fanno qualche carezza, non ci vedo nulla di male.
La Paola crollava le spalle e stava zitta. Infatti non avrebbe potuto dire che ci vedesse del male neppur lei.
Ma non trovava più bello il matrimonio, dacchè lo vedeva così, e si sentiva profondamente delusa, e soffriva della sua delusione, e non sapeva più cosa desiderare nè cosa sperare, dacchè il suo sogno era svanito.
A forza di isolarla in un ambiente di purezza ideale, di parlarle col frasario convenzionale inventato per le ingenue, di accarezzare il suo pudore esagerato e ritroso da sensitiva, l'avevano lasciato esaltare fino alla mania.
Co' suoi ventidue anni e la sua intelligenza, non poteva serbare l'indifferenza e la fede d'un'ingenua; capiva che fin allora s'era ingannata; si sentiva fuori dalla normalità; ma non poteva vincere le sue impressioni, la sua delicatezza nervosa, e soffriva, piangeva, si eccitava.
***
Dopo alcuni mesi la sposa cominciò ad abbandonarsi sulle poltrone in abito discinto, e lo sposo, più tenero verso di lei, parlava tutto ringalluzzito, di «quello che verrà,» della culla, dell'allattamento.
Erano discorsi nuovi in quella casa, dove era molto se, arrossendo e chinando gli occhi, si diceva che «una tale signora aveva comperato un figliolo».
La Paola aveva finito per isolarsi quanto era possibile, nella sua cameretta.
Lavorava e pregava in silenzio, teneva sempre gli occhi bassi, ed a poco a poco, la sua ritrosia sempre allarmata, le aveva dato un aspetto rigido.
Un giorno il signor Cantinelli la prese a parte e le disse:
— Sai, figliola mia, che t'avvicini ai ventitre anni? Non è per dire che invecchi, gioia mia, ma perchè è tempo di darti marito. Sono certo che lo desideri.
— No, no, no! esclamò arrossendo la Paola.
— Via! tutte le ragazze dicono così. Ma quando lo trovano sono contentone. E tu l'hai trovato.
— Non m'importa: Non lo voglio...
— Ma, no, bimba mia. Non far la ritrosa. Credi che io non abbia capito che tu ci pativi a veder me e la Rosa che ci vogliamo bene? Ho visto che avevi spesso gli occhi rossi, specialmente dacchè abbiamo delle speranze... Si sa, una ragazza alla tua età, desidera d'andare a posto anche lei, e la vista della felicità degli altri aumenta la sua impazienza...
— Babbo. Ti giuro che non desidero di maritarmi. Voglio farmi monaca... esclamò la Paola tutta nervosa.
— Non hai mai manifestata questa vocazione, Paola cara. È mio dovere di esortarti a pensarci seriamente. Darsi al Signore è una buona, una santa cosa; ma bisogna averne la vocazione; ed io credo d'aver osservato che tu hai delle altre aspirazioni...
— Nessun'aspirazione. Hai osservato male, interruppe aspramente la Paola. Voglio farmi monaca. È un pezzo che ci penso...
— Ma senti, almeno, quanto volevo dirti. È il nostro fabbriciere della parrocchia che m'ha parlato d'un buon partito per te...
— Oh Dio! No no! Com'è possibile sposare uno che non si conosce? No. Voglio farmi monaca. Digli di no. Nè lui, nè nessuno. Odio questi matrimoni...
— Ebbene, insistè il padre, aspetta ancora. Ne troverai uno ti tuo gusto. Ma intanto questo dovresti vederlo. È un'ottima persona, timorata di Dio, ed un bell'uomo. Un po' maturo, ma ancora vegeto...
Queste ultime parole misero addirittura in convulsione la povera sensitiva, che si nascose il volto gridando di no, che non voleva saperne, che aveva una assoluta ripugnanza pel matrimonio, che si sentiva una gran vocazione per la vita monastica, che voleva cominciare il noviziato, subito, subito...
In un'altra famiglia quella vocazione senza fervore religioso, improvvisa e tenace, avrebbe inspirato delle diffidenze, e spinto il padre ad indagarne il movente.
Ma in casa Cantinelli, si diceva con convinzione che «darsi al Signore è una santa cosa quando si ha la vocazione»; e, dacchè la fanciulla affermava d'averla, il padre devoto avrebbe creduto d'andar contro il volere di Dio, ostinandosi a contrariarla.
Una volta presa quella risoluzione, la Paola affrettò le cose, e riesci ad entrare in convento prima che la sua matrigna partorisse.
L'idea di trovarsi in casa in quel momento le dava i brividi.
La Bianca non poteva consolarsi della lontananza di sua sorella. Tanto più che la Paola, a misura che s'era abbandonata a' suoi scrupoli, s'era andata separando moralmente da lei, come se le facesse un torto d'accettare quello stato di cose che le pareva scandaloso.
Nel suo isolamento la povera Bianca sentiva il bisogno di qualcuno da amare e da proteggere, come aveva fatto colla sua sorella maggiore.
A poco a poco si venne affezionando alla matrigna, che era buona e che aveva bisogno d'assistenza. E quando, due mesi dopo, la sposa la fece chiamare nella sua camera una mattina, e le presentò un visino violaceo di bimbo, tutto contornato di fasce e di trine, con due piccoli pugni stretti che si agitavano inconscientemente fuori dalle fascie, si sentì tutta intenerita, e pianse di commozione baciando quel nuovo fratello.
Il giorno stesso scrisse alla Paola:
«Rinuncia all'idea di abbandonarci per sempre. Torna fra noi. Dio ci ha mandato un fratellino, piccino e bello come il bambino Gesù. Me lo lasciano tenere a battesimo da me. Ma se tu vieni ti cederò questa gioia, e lo chiameremo Paolo, e sarà il tuo fratellino. Quando il Signore ne manderà un altro quello sarà il mio...»
La rigida novizia strappò la lettera, e rispose che era più ferma che mai nel suo proposito di farsi monaca.
Infatti, otto mesi dopo pronunciò i voti.
Col volto pallido, gli occhi sempre bassi, l'aspetto rigido, suora Paola Immacolata è ora la monaca più fredda e severa del convento.
Le educande tremano dinanzi a lei, che aspra, nervosa, eccitabile, aggrava tutte le mancanze e le punisce con un rigore eccessivo ed inesorabile.
Quando il signor Cantinelli va a farle una visita traverso la grata del parlatorio, e la trova gelida, indifferente, completamente staccata da lui, dalla Bianca, e che non parla mai dei nuovi fratellini che non vide neppure, torna a casa dicendo:
— Era una vera vocazione. Il suo cuore era tutto per Dio e per la religione. Non ha altri amori. Era una vera vocazione.
La Bianca è la sola che, nella sua semplice bontà, vede qualche cosa di anormale che non capisce, ma sente, nell'anima di sua sorella; e dice crollando il capo:
— Chissà! Forse se fosse stata allevata diversamente...
RACCONTO
ALLA VECCHIA MANIERA.
La Carmela aveva conosciuto il suo fidanzato alla Sagra di Galliate. C'era andata con una sorella del parroco, e s'era trovata tutta confusa quando arrivando, aveva veduto nel cortile, una folla nera di preti. Non aveva ancora sedici anni, ed era naturale che fosse molto timida. Aveva detto alla sua compagna:
— Ma non ti pare che si dovrà stare in una gran suggezione, noi due sole fra tanti preti?
La compagna, che era maggiore di lei di parecchi anni, le aveva risposto:
— Se avessi creduto di non veder altri che preti non sarei partita da Novara, e non t'avrei invitata, poverina.
Poi aveva soggiunto con un luccicchio giulivo negli occhi:
— Verrà Giusto, e verrà mio fratello Gaudenzio.
Giusto era il suo fidanzato, un giovine medico, che aspettava d'essere nominato medico condotto di Oleggio per isposarla. Ed il fratello Gaudenzio era uno studente che faceva il quarto anno di legge all'università di Torino, e che l'Amalia vagheggiava di vedere innamorato e fidanzato della sua amica.
Infatti poco dopo arrivarono Giusto e Gaudenzio, con una frotta d'amici, tutti studenti che erano a Novara in vacanza, fra i quali Mario Pedrazzi, che aveva ventidue anni, e stava per prendere la laurea da ingegnere.
Era bello, biondo, coi capelli ondulati e rigonfi, cogli occhi d'un grigio chiaro, grandi, un po' infossati, pieni di languidezza e di mistero.
Quegli occhi meravigliosi s'erano subito fissati negli occhioni neri della Carmela, come per magnetizzarla. E l'avevano magnetizzata.
Prima del pranzo c'era stata la presentazione; a pranzo, seduti accanto, avevano fatto conoscenza; dopo pranzo, passeggiando in giardino dietro gli altri due già fidanzati, Mario aveva detto delle cose molto sentimentali, e la Carmela s'era sentito rimescolare il sangue e sussultare il cuore; ai vespri avevano sempre tenuti gli occhi fissi l'uno nell'altro, lasciando che quelle occhiate lunghe e languide dicessero tutto quanto volevano dire; e la sera, andando alla stazione per ripartire, lungo la strada buia, Mario, che dava il braccio alla Carmela, le aveva presa la mano che si appoggiava sulla manica della sua giacchetta, e le aveva sussurrato:
— Cara... cara...
La Carmela non aveva risposto, e lui non aveva aggiunto altro. Ma avevano continuato a camminare colle mani unite, col braccio di lei stretto fortemente fra il petto ed il braccio di lui, ed avevano scambiato ogni sorta di confessioni, di proteste, di promesse in quel lungo silenzio d'amore.
Poi, a Novara, quando lei gli aveva stesa la mano alla stazione, prima d'andarsene col suo babbo che stava ad aspettarla, Mario aveva sussurrato:
— Per sempre...?
E lei aveva chinato il capo con un sì molto sommesso, ma molto chiaro e risoluto.
Ma da quel momento non c'erano più stati ravvicinamenti simili fra loro.
L'Amalia, risentita che la sua amica avesse scelto per l'appunto un altro invece di suo fratello, s'era messa a trattarla con freddezza, a stare a distanza, e poco dopo s'era sposata, ed era partita col marito per Oleggio.
Intanto Mario era partito di nuovo per Torino a compiere gli studi.
Ma appena tornato a Novara colla laurea, s'era messo a passare parecchie volte al giorno sotto le finestre della Carmela, a seguirla in istrada, da lontano, perchè, naturalmente, lei non usciva sola, a fissarla col canocchiale tutta la sera, quando gli accadeva di vederla in teatro.
Parecchie volte s'erano incontrati a qualche festa da ballo di famiglia, ed allora lui aveva ballato quasi esclusivamente con lei, e le aveva detto delle cose molto significative, per lei che, grazie al precedente di Galliate, era in grado di interpretarle: «Che lui aveva sempre avuto una gran preferenza per le donne brune. Che i dintorni di Novara non erano poi tanto privi di bellezze pittoresche come si diceva. Lui trovava che Galliate era un luogo pieno di poesia. Lui vagheggiava un ideale modesto: avviarsi bene nella sua carriera, associare alla sua esistenza una dolce compagna, bruna, e passare la vita tra lo studio e lei, in una bella Casina elegante e piccola...»
Erano i suoi disegni d'avvenire che le comunicava a quel modo; e la Carmela ne era felice.
Due volte il suo babbo le aveva fatte delle proposte di matrimonio. Ma lei, fedele al fidanzato del suo cuore, aveva rifiutato con un pretesto, per non tradire il suo segreto.
Intanto erano passati tre anni. La Carmela ne aveva dicianove. Mario aveva messo uno studio, e faceva buoni affari. Era tempo di chiudere quel romanzo di amore, che tutta la città conosceva, ed al quale ogni mala lingua faceva un'aggiunta, e molti commenti.
La Carmela in quei tre anni s'era cucito tutto il corredo, s'era preparati molti ricami in colore, per le poltrone del suo futuro salotto, aveva imparato a fare delle conserve, a riporre le frutta per l'inverno, a preparare dei liquori casalinghi, per essere una massaia modello.
Ed aspettava fiduciosa e serena d'essere chiamata a mettere in pratica quelle cognizioni preziose, quando ad un tratto, in una casa terza, in un giorno di visita, in mezzo ad un circolo di signore, si sentì gettare brutalmente in faccia la nuova tremenda, che distruggeva tutto il suo avvenire:
«L'ingegnere Pedrazzi è sposo.»
Non svenne, come succede nei romanzi, e non abbreviò neppure la sua visita per non farsi scorgere. E stette a sentire le doti e la dote della sposa; una bella dote, perchè Pedrazzi aveva sempre aspirato a fare un ricco matrimonio; era un giovine serio, badava al sodo, era certo che farebbe una bella carriera...
Appena tornata a casa, la Carmela si rinchiuse nella sua camera, e pianse finchè ebbe lacrime negli occhi.
Dovette fare uno sforzo per andare a tavola; ma aveva il viso stravolto, e non mangiò nulla. Se ci fosse stata una mamma, una parente in casa, si sarebbe avveduta che c'era un guaio. Ma la Carmela viveva sola col suo babbo, vedovo, il quale badava più agli affari che a lei. E potè abbandonarsi alla sua desolazione senza essere interrogata.
Passò la notte intera a ripensarci.
Certo non avrebbe più osato ricomparire in città dopo una simile mortificazione. Avrebbe preferito morire. Ma non si muore quando si vuole.
La Carmela aveva una sorella molto maggiore di lei, maritata già da cinque anni con un ricco possidente di un villaggio presso Santhià.
S'era sposata quando la sorella più giovine era in collegio, e si vedevano una volta all'anno a San Gaudenzio, quando la signora De Lorenzi andava a Novara a passare quel giorno solenne nella casa paterna.
Era naturale che la Carmela pensasse d'andare in quella circostanza da sua sorella.
Ne parlò a suo padre, il quale consentì facilmente, e telegrafò per annunciare la sua partenza. Ma ricevette un telegramma che le diceva di non moversi, ed in seguito una lettera, che spiegava il telegramma.
Nel paese infieriva la difterite, e la signora De Lorenzi assisteva i suoi coloni ammalati, prima per sentimento di carità, poi per conservare la popolarità del marito, che era sindaco, e non disperava di diventare deputato alle prime elezioni.
Ma questo non iscoraggiò la Carmela. La morte, nello stato d'animo in cui si trovava, non le faceva paura. E ad ogni modo non voleva rimanere a Novara a nessun costo.
Disse a suo padre: che lei non aveva più pace al pensiero che sua sorella era sola, esposta al pericolo d'un contagio, che voleva andare ad aiutarla, a dividere la sua sorte, ad assisterla, in caso che si ammalasse, a morire con lei...
E si mostrò, o parve, nel suo eccitamento, animata da tanto affetto fraterno e da tanto sentimento di carità, che suo padre le concesse di partire.
Soltanto, lui non poteva accompagnarla. Era professore in un liceo privato, ed, in coscienza, non poteva correre il rischio di portare il contagio ai suoi allievi.
Fors'anche non gli garbava di pigliarlo neppure per sè. Però conosceva un possidente di Tronzano, presso Santhià, che, di solito, era sempre a Novara, nei giorni di mercato, e disse:
— Vedrò. Se Beltrami è qui, domattina lo pregherò d'accompagnarti.
Beltrami c'era. Accettò cordialmente l'incarico, prese la valigia della Carmela e fece entrare la signorina in un vagone di prima classe, dove rimasero soli.
Era un vecchio signore grasso coi capelli grigi.
La Carmela si rincantucciò in un angolo del vagone, e, col viso contro il vetro del finestrino, stette a guardare i prati verdi ed umidi, le risaie gialle allagate da un'acqua sudicia, tutta quella campagna monotona, il cui piano liscio, sterminato, era appena interrotto da qualche filare di gelsi, da pochi ciriegi selvatici sui quali s'arrampicavano le viti, dalle case coloniche isolate, rozze, povere.
E pensava:
— Ecco; la mia vita omai scorrerà triste, monotona come questa pianura. Arriverò a cinquant'anni, come sono oggi; più vecchia, più brutta, ma senza gioie, dacchè non ho più amore nè speranza... Preferirei pigliare la difterite e morire... sarebbe finita!
Sbirciò un'occhiata al vecchio signore, e vedendo che aveva spiegata la Perseveranza, e leggeva attentamente il bollettino della borsa, ne profittò per piangere liberamente.
Ma il suo compagno non era tanto assorto nel bollettino della borsa da non udire i piccoli singhiozzi che le sfuggivano.
Si volse stupito, stette un tratto a considerarla, poi lasciando la Perseveranza abbandonata sul sedile, le si fece accosto e le disse:
— Come! Piange? Un'eroina?
La Carmela stava in un momento d'eccitazione. Aveva bisogno di sfogo, ed in un impeto di sincerità esclamò:
— No, non dica... Io non sono un'eroina!
— Ma se va a sfidare la morte per curare i contadini difterici...
Il signor Beltrami diceva questo con un'ombra d'ironia. Non amava gli atteggiamenti drammatici, e le ostentazioni d'eroismo inutile.
La Carmela intuì quella disapprovazione per quanto celata, e ne fu punta. Quel vecchio signore aveva un'aria buona ed intelligente nel volto florido, negli occhi scintillanti come quelli d'un giovinotto. Le inspirava fiducia, ed avrebbe voluto che la stimasse; e senza rifletterci molto, tornò a dire:
— Ma io non vado a sfidare la morte. Vado a cercarla, o vado a nascondermi perchè ho un gran dispiacere, e non ho il coraggio di sopportarlo. Ecco che eroina sono!
E ricacciando il volto nella pezzuola, che era già tutta bagnata, riprese a piangere, senza ritegno, un po' sollevata da quella confidenza.
Il vecchio signore lasciò che si sfogasse un poco, ed intanto la guardò fisso con occhio di profonda pietà; poi le disse:
— Via, ora smetta di piangere. Le fa male, e si fa gli occhi gonfi che è un peccato. Mi confidi il suo gran dispiacere. Faccia conto ch'io sia il suo babbo... Ma non tanto severo come lui; un babbo indulgente, pieno di compatimento pei dispiaceri della gioventù, e disposto a ricevere le sue confidenze con cuore da amico... Dica, via. Vuole che siamo amici? Vuol dirmi perchè è afflitta, perchè piange?
Era appunto quanto aveva bisogno quel povero cuore crucciato ed oppresso dal suo cruccio segreto. Un amico a cui confidarlo. Rispose senza scoprirsi il volto, perchè si vergognava:
— Piango perchè il mio amante mi ha abbandonata.
Il vecchio signore fece un balzo sul sedile, ed esclamò meravigliato:
— Il suo amante? Lei aveva un amante? Ma quanti anni ha?
— Ne ho diciannove. Erano già tre anni che ci si voleva bene...
— Ma il suo babbo, che è tanto severo, le permetteva questa relazione?
— Non la sapeva.
— Non avrà saputo in che rapporti erano; ma infine, che lei conosceva quel giovinotto, che veniva in casa sua, doveva pure saperlo...
— Ma no. Non veniva in casa mia...
Il vecchio signore stette un tratto confuso, poi riprese un po' esitante, e colla voce un po' meno dolce:
— Allora era lei... Dove lo vedeva, insomma?
— Lo vedevo dal balcone.
— Ah! esclamò il signor Beltrami; ed i suoi occhi brillarono più che mai, ed il suo volto tornò sereno. Riprese l'interrogatorio coll'indulgenza di prima.
— E, si scrivevano?
— No...
— Ma come avevano fatto per sapere di volersi bene? Avevano pure dovuto dirselo, o scriverlo...
La Carmela era tutta mortificata. Infatti non se l'erano detto nè scritto. Volle narrare la storia di Galliate, ma quel vecchio signore, alla sua età, aveva perduto di vista gli amori giovanili, e rispose quasi ridendo:
— Se non c'è altro, figliola mia, non è un amante che ha perduto, è un sogno che s'è dileguato.
Le prese tutte e due le mani in una delle sue che era grossa e forte, le pose l'altra sulla fronte, e rispingendole il capo indietro per guardarla negli occhi, le disse:
— Lei non sa cosa sia l'amore.
In quella lo sportello fu aperto con impeto, ed i guarda freni passarono gridando:
— Vercelli! Vercelli! Chi scende? Dodici minuti di fermata... Vercelli!...
Il vecchio signore scese, ed andò al caffè a bere una tazza di birra.
La Carmela un po' stupita dal discorso che avevano fatto, dal vuoto che aveva dovuto riconoscere nel suo passato, tenne dietro collo sguardo a quell'uomo attempato, che le aveva inspirata tanta fiducia.
Non era punto grasso, come le era parso alla prima. Era robusto. Teneva il cappello in mano facendosi aria, ed i suoi capelli grigi, ritti sul capo, foltissimi, facevano una bella cornice al volto fresco. Aveva le sopraciglia ed i baffi castani, appena brizzolati di qualche filo d'argento. E camminava leggero, svelto. Da lontano le accennò se volesse bere, ed i suoi occhi neri brillarono come due fiamme.
La Carmela nel suo profondo abbandono, provò un'ombra di gioia al vedere che quel vecchio amico, non le aveva perduta la considerazione, e sembrava volerle bene anche dopo la sua confidenza. Ed era stupefatta d'avergliela fatta quella confidenza, così, subito, conoscendolo appena. Ma le pareva di conoscerlo da un pezzo. Era così ardito, insinuante, ed aveva una voce così calda, e guardava così direttamente negli occhi. Non si poteva mentire con lui.
Del resto cosa le importava? Non lo sapeva tutta Novara il suo segreto?
Il vecchio signore risalì, tornò a sedere al suo posto, e riprese la Perseveranza senza parlare. I guarda freni chiusero i vagoni, il convoglio si mosse, ed i due amici rimasero ancora soli.
Ad un tratto il vecchio signore si alzò, andò a sedere accanto alla Carmela, le prese la mano che lei teneva abbandonata in grembo e le disse, come se continuasse il discorso di poco prima:
— L'amore, figliola mia, il buono, il vero, non si accontenta di quelle lunghe separazioni mute, senza una manifestazione, senza uno sfogo. L'amore non bada alla laurea dell'uomo, alla dote della donna, a nessuna considerazione d'interesse. Un uomo che ama arde tutto, freme, desidera con forza, con passione; va direttamente al suo scopo, e domanda francamente, impaziente alla donna che ama:
«— Vuoi esser mia?»
Nell'enfasi di quel discorso, il vecchio signore aveva attirata a sè la mano che stringeva, e guardava la Carmela negli occhi tanto davvicino, che il suo alito le sfiorava la bocca.
Non era più vecchio. Era un uomo forte, appassionato e bello.
Quelle parole entravano acute, pungenti nel cuore della Carmela, e le faceva sentire amaramente che, infatti, non era stata amata mai, che s'era illusa. Eppure doveva essere una dolce cosa sentirsi amata così. Una dolce cosa, che lei non proverebbe mai...
Ma mentre pensava questo, invasa da una gran voglia di piangere, di piangere, sul petto di quell'amico di un'ora, che le parlava con tanto calore, sentì un braccio forte e tremante stringersi intorno alla sua vita, e quella voce dolce e profonda ripetere:
— Di' vuoi? Voi essere mia moglie, mia compagna nel bene come nel male? Vedi, io ti conosco da un'ora, ti amo da un'ora, forse da meno, ma non aspetto domani a dirtelo.
Poi soggiunse colla disinvoltura d'un uomo avvezzo alle tempeste della vita:
— È vero che ho trent'otto anni, e non ho molto tempo d'aspettare.
E vedendo che la Carmela non parlava, ma tremava tutta e non cercava di sciogliersi dal braccio che la stringeva, riprese:
— Non temere, bambina... So chi sei, e non dimentico che t'hanno affidata a me. Non ti domando che una parola. Di' non ti spaventano i miei capelli grigi?
La Carmela abbandonò il capo sulla spalla di lui, susurrando:
— Oh no! no!
Scendendo alla stazione di Santhià, il vecchio signore si fece incontro alla sorella della Carmela dicendole:
— Le presento la mia sposa. Glie l'affido soltanto per poche ore, e la riconduco subito a Novara, perchè ha una gran paura della difterite.
La signora De Lorenzi osservò:
— T'avevo pur detto, di non venire, Carmela.
E la Carmela, dando uno sguardo al suo compagno, rispose:
— Allora non avevo paura di morire.
FINE.