IV.
Partimmo soli; andammo a Firenze, a Roma, a Napoli. Si passava di bellezza in bellezza; era una serie d'emozioni, di sorprese, di gioie insperate.
E la più cara era quella di sentirmi in una situazione legittima. Di pensare:
«Quest'uomo a cui mi appoggio è mio marito. Ho diritto di appoggiarmi a lui. Non dobbiamo nasconderci, possiamo darci il braccio in pieno giorno, darci del tu dinanzi a tutti.»
Quando Marco incontrava qualche conoscente e mi presentava dicendo: «la mia signora» il mio cuore sussultava di piacere e d'orgoglio.
Avevo provato l'umiliazione di dover scantonare in fretta in fretta per non incontrare il signor Tale o la signora Talaltra, che conoscevano il giovane a cui davo il braccio. Avevo veduto i garzoni d'albergo sogghignare quando entravo con lui. Ora non sogghignavano più. S'inchinavano seri seri, e mi chiamano rispettosamente la signora.
Quell'altro, — Edmondo, — m'aveva detto parecchie volte che l'amore dev'essere libero per essere vero e bello. Che la poesia sta nelle passioni indipendenti, e la legalità è la prosa della vita. Rideva dei mariti; diceva che il matrimonio è la tomba dell'amore; chiamava il maritarsi fare una fine, o passare nel numero dei più; parlava sempre di dote a proposito di nozze; tutti i luoghi comuni rancidi, che da più d'un secolo tengono luogo di spirito a chi non ne ha.
Io allora avevo cercato di entrare nelle sue idee per riconciliarmi colla mia posizione. Ma ora vedevo, sentivo che tutti quelli erano paradossi. Pel mio carattere serio e giusto, la poesia stava nella legittimità; nel sentirmi d'accordo colle leggi della gente onesta.
Dopo il viaggio si tornò a Milano, e provai la gioia di essere padrona in una casa rispettabile, di occuparmi della mia casa e di mio marito, di far qualche cosa per lui; mi chiamava qualche volta la sua massaia, ed io ne andavo superba.
Ogni giorno, ogni ora, benedivo il caso provvido, che aveva fatto smarrire per via la lettera in cui gli avevo scritta la mia confessione. Più conoscevo Marco, e più raccapricciavo all'idea che avrei potuto con quella rivelazione allontanarlo da me per sempre.
La sua tenerezza dolce, profonda, protettrice, non si smentiva mai. Il suo carattere era sempre sereno; il suo cuore pieno di bontà, di giustizia; e, co' suoi quarant'anni, aveva più poesia, più entusiasmo che non avessi trovato mai in nessun giovinotto.
Non diceva mai una parola scortese; correggeva con indulgenza, approvava con gratitudine. Era un'anima generosa, elevata e buona, ed ero orgogliosa d'appartenergli; l'adoravo.
Passò più d'un anno, rapido come un sogno di gioia; la poesia scritta, gli idilli dell'immaginazione non hanno nulla che agguagli l'incanto di quella pace d'amore.
Pareva che il cielo si compiacesse a versare su noi a piene mani tutte le sue benedizioni. Eravamo ricchi, innamorati, ed avevamo la certezza che fra pochi mesi un bambino, un figlio nostro, il caro vincolo di due braccini fragili e rosati, verrebbe a legarci più strettamente ancora l'uno all'altra.
Quando consideravo l'alta bontà di Marco, pensavo che Dio era giusto: ma rivolgendo l'occhio su me, sul mio passato, avevo paura. — Con che diritto io, che avevo una colpa sulla coscienza, mi associavo alla felicità di quell'uomo leale? E se invece avessi associato lui, — lui nobile, onesto, dignitoso, — alla mia sorte, alla posizione che temevo, alle conseguenze del male? La notte mi svegliavo in sussulto, impaurita da quel pensiero. Era la sola nube che offuscasse il mio bell'orizzonte. Ma una nube grave di tempesta.