LETTERA SECONDA.
Filadelfia, 10 aprile 1879.
Cara,
Dopo la scoraggiante accoglienza che hai fatta l'anno scorso al povero Tobie Reed, dovrei limitarmi a scriverti il bollettino sanitario della mia famiglia; noi stiamo bene, e così spero anche di te; e non aspirare mai più a suggerirti nessun tipo pe' tuoi racconti.
Ma tutti abbiamo la nostra parte d'amor proprio. Io poi, oltre la mia, debbo avere anche quella di qualchedun altro, perchè quella tua risposta a proposito della mia narrazione: povera di fatti, punto interessante e che finiva male, non la mi è mai andata giù. Ed ora che quel racconto ha avuto un seguito di fatti, ed un'altra fine, provo una specie di soddisfazione personale; mi pare che tutto questo sia avvenuto per dare una riparazione a me e per provarti che la storia ch'io t'avevo suggerita non era poi così poco interessante come tu credevi. Sicuro! Ho scoperto che non finiva là; era soltanto il prologo di un dramma, un vero dramma questo, che si è svolto or ora, sotto i miei occhi. Figurati se voglio rinunciare a narrartelo!
Circa un anno fa, poco prima della morte del Reed, era morta qui una ricchissima vedova senza figli. Aveva dei parenti, che, come al solito, avevano fatto grande assegnamento sulla sua eredità. Ma all'apertura del testamento, si era trovata una clausola stravagante, che diminuiva il patrimonio di più di un terzo. Ella chiamava eredi universali de' suoi beni mobili ed immobili, ecc., i suoi due fratelli Abele e Nathan Blounty; ma faceva un'eccezione riguardo a' suoi gioielli, i quali dovevano essere tutti sepolti con lei, nessuno eccettuato.
Quei gioielli erano qualche cosa di favoloso. Te ne cito uno solo per darti un'idea del loro immenso valore. Ti ricordi la famosa collana di perle che il povero marchese A.... aveva voluto comperare a Parigi per sua moglie, e non potendola pagare sborsò finchè visse trentamila lire all'anno, come interesse del capitale che rappresentava? Devi ricordartela, perchè l'abbiamo veduta insieme molti anni sono alla Scala, ed allora tutta Milano ne parlava.
Ebbene, quella collana — che alla morte del povero marchese A...., completamente rovinato, era tornata al suo proprietario — era poi passata per varie mani, ed aveva finito per capitare a Filadelfia all'epoca dell'ultima esposizione.
Qui era stata comperata dalla vedova Blounty, ed ora faceva parte dello sfarzoso corredo di gioielli destinati ad ornare il suo cadavere pel giorno del Giudizio.
Puoi figurarti con che desolazione i fratelli accompagnarono al cimitero ed affidarono alla terra la salma preziosa.
La cassa in cui l'avevano rinchiusa era addirittura una cassa forte, tutta coperta di ferro, e saldata in giro. Essi avevano, per forza, obbedito al volere della defunta; ma non rinunciavano a custodire gelosamente quelle ricchezze, come se le considerassero sempre di loro proprietà, e sperassero che, per qualche evento imprevedibile, dovessero un giorno o l'altro tornare nelle loro mani.
Pare però che quelle precauzioni non fossero sufficienti. Quel tesoro sepolto doveva naturalmente allettare i ladri.
Infatti, circa quindici giorni sono, nella notte del 27 marzo, furono arrestati nel recinto del cimitero due giovani, un uomo ed una donna, armati di vanghe e di leve.
Il sexton (custode del cimitero) li aveva uditi, ed era corso a chiamare due roundsmen (uomini della polizia che fanno ronda durante la notte). Egli sapeva che a quell'ora avevano l'abitudine di fare una lunga sosta ad una birraria poco lontana, ed infatti aveva avuto la fortuna di trovarli.
I colpevoli erano stati arrestati e frugati. Ma non s'erano trovati addosso a nessuno dei due, nè oggetti funebri, nè oggetti di valore di nessuna specie.
Non spettava ai roundsmen d'interrogarli, nè di fare ispezioni nelle loro case. Si limitarono a condurre i due arrestati alla questura, ed a farvi la loro deposizione.
Al mattino, ed appunto mentre il police sergeant stava ricevendo quella deposizione, si presentò all'ufficio di polizia il sexton per annunciare che la tomba della vedova Blounty sembrava essere stata aperta. La cancellata di ferro che la circondava era intatta; era bassa, ed i ladri potevano averla scavalcata; ma la tavola di marmo che chiudeva l'ingresso del sepolcreto era stata sollevata; o almeno s'era tentato di sollevarla, perchè si vedevano alcune scheggie staccate, al punto in cui era stata introdotta la leva fra le commessure.
Il police sergeant accorse subito sul luogo con due periti, per rilevare se, e con quali mezzi, fosse avvenuta la violazione della tomba. Ed infatti si constatò che la pietra sepolcrale era stata smossa. Ma restava a sapere se i ladri erano riusciti ad introdursi nella capella mortuaria, a forzare quella cassa tanto gelosamente chiusa. Si poteva presumere di no, dacchè nelle perquisizioni fatte all'atto dell'arresto sulla persona dei colpevoli, e nella mattina alle loro case, non s'era trovato nessun gioiello. Tuttavia bisognava procedere all'esame dei luoghi.
Furono chiamati immediatamente gli eredi della Blounty; alle sette essi giunsero in carrozza. Allora fu sollevata la lastra di marmo, e la visita giudiziaria discese nella camera funebre. Ma gli eredi mandarono un grido d'orrore appena la luce delle lampade portate da due policemen rischiarò il sarcofago. Era scoperchiato, ed il coperchio di marmo giaceva in terra.
«. . . . . . Dall'un canto
Dell'avello solitario
Sta il coperchio rovesciato...»
Ma l'avello non era solitario; non era la morta che s'era risvegliata. Anche la cassa di ferro era stata forzata tutt'in giro dov'era saldata. I periti dichiararono che l'operazione doveva essere stata compiuta con uno scalpello tagliente, sul quale s'era picchiato con un martello o con un sasso; e non poteva essere stata fatta in meno d'un'ora, dato che ci avessero lavorato due persone.
Il coperchio di ferro era stato rimesso al suo posto; ma combaciava male. Quando venne sollevato, si vide la morta pallida e composta nella bara, ma spoglia di tutt'i gioielli coi quali era stata sepolta. Sui suoi piedi bianchi giacevano abbandonati uno scalpello ed un grosso martello. I periti riconobbero gli strumenti coi quali era stata forzata la cassa.
Le carni della morta, rimaste sempre ermeticamente chiuse, non si erano scomposte. Ma erano rammollite, e nello sforzo che avevano fatto i ladri per disgiungere le mani, il pollice della sinistra s'era strappato, ed era rimasto chiuso tra il pollice ed il palmo della destra.
Quella mutilazione non indicava nessuna barbarie premeditata nè volontaria; era affatto accidentale, ed il cadavere insensibile non ne aveva sofferto; s'era voluto unicamente togliere qualche braccialetto o qualche anello, che non avrebbe potuto staccarsi senza disgiungere le mani.
Tuttavia quel fatto bastò ad accrescere oltremodo l'indignazione degli astanti, ed appena la notizia si sparse per la città, tutti gli animi furono mal prevenuti contro gli imputati; nessuno metteva in dubbio la loro colpabilità. Soltanto dovevano avere un terzo complice, al quale era riuscito di fuggire coi gioielli della morta.
Il fatto era così evidente, i ladri colti in flagrante erano talmente nella impossibilità di giustificarsi che il processo non ispirò neppure alla prima grande curiosità. Dal nome del complice in fuori, si sapeva già tutto.
Ma appena i giornali recarono i primi resoconti dell'istruttoria, la curiosità e l'interesse furono eccitati al più alto grado, ed alla prima udienza pubblica il pubblico accorse in gran folla al tribunale.
Negli interrogatori era stato esaminato prima l'imputato il quale aveva detto di chiamarsi Seth Reed, d'anni 31, cesellatore. Egli aveva negato assolutamente il furto, e l'intenzione del furto; aveva negato d'avere altri complici oltre la donna che era stata arrestata con lui.
Aveva narrata una storia meravigliosa ed incredibile, secondo la quale sarebbe stato dietro un avviso sopranaturale che avrebbero deciso di introdursi nel cimitero per violare una tomba. Ma non la tomba della vedova Blounty. Di questa dichiarava di non sapere assolutamente nulla; nè la località, nè le ricchezze che conteneva.
Le deposizioni della donna s'erano trovate perfettamente conformi a quelle del suo complice. Ella credeva fermamente d'aver obbedito ad una voce d'oltre tomba, recandosi al cimitero nella notte del 27 marzo. Pareva infervorata nella sua idea; ne parlava con riverenza come di cosa sacra.
Era evidente che volevano farsi credere allucinati; era il loro sistema di difesa.
La comparsa degli imputati ai dibattimenti fu una sorpresa pel pubblico, che s'aspettava di vederli truci ed arditi come due audaci malfattori. Sono invece due figure affatto insignificanti. L'uomo, che fu chiamato prima, ha una corporatura erculea, spalle da atleta, proprio le spalle che si richiedono per aver potuto sollevare il coperchio di marmo del sarcofago. Ma il suo viso è bonario e sciocco. Ripetè quanto aveva detto nelle prime deposizioni, senza contraddirsi mai, ma facendosi strappare le parole con fatica, e rispondendo a monosillabi.
La donna, che fu introdotta dopo, è una biondina che dimostra appena ventidue o ventitre anni, così piccola e delicata, con lineamenti così minuti, da togliere persino alla sua opulenta capigliatura dorata l'appariscenza comune alle figure bionde.
Parla assai meglio dell'uomo, ed è la sua deposizione che ho notata sul mio taccuino per darti la relazione dei fatti.
Quando il Supreme Judge la invitò a rispondere, ella obbedì tenendo il capo chino e gli occhi fissi sulle sue manine minuscole e rozze. Le palpebre abbassate e guarnite di lunghe ciglia incolori nascondevano affatto i suoi occhi. Ma in quell'insieme fragile c'era una sicurezza sorprendente; non era agitata, non tremava; rispondeva senza la menoma esitazione.
Disse di chiamarsi Betty Lawrence, vedova Reed, di ventinove anni, cucitrice.
— Da quanto tempo siete vedova? — domandò il giudice.
— Da quattordici mesi.
— Come avvenne che vi trovaste la notte del 27 marzo nel recinto del cimitero coll'imputato Seth Reed?
— Eravamo saliti in cima al muro con una scala di corda, e l'avevamo scavalcato.
— E vi eravate introdotti nel sepolcreto della famiglia Blounty?
— Nossignore. Ho già dichiarato che non sapevo nulla della vedova Blounty.
— Sapete però che là era sepolta una vedova, mentre io vi ho detto il sepolcreto della famiglia Blounty.
A questa osservazione insidiosa l'imputata alzò per la prima volta il capo in atto di stupore, e fissando in volto al giudice due grandi occhioni d'un grigio scialbo, rispose:
— Non mi ha detto ieri, signore, che eravamo accusati d'aver rubato i gioielli della vedova Blounty? Ecco come so che si tratta di una vedova. Non si ricorda?
— Narrate per qual motivo vi eravate introdotta nel cimitero.
— Per tagliare la testa al mio povero marito.
— Perchè volevate tagliargli la testa?
— Era il suo testamento.
— Ma esiste questo testamento scritto?
— Nossignore, lo disse a voce.
— E c'erano testimoni quando espresse questo desiderio?
— Mi pare di sì. C'erano nella camera il dottor Wintry, che era venuto a visitarlo, ed il clergyman.
— E perchè quell'ultima volontà del defunto non l'avete eseguita a suo tempo?
— Credevo che fosse peccato tagliar la testa ad un morto.
— E l'andarla a tagliare un anno dopo, violando una tomba, non vi sembrava più un peccato?
— Questo, era la sua anima che m'aveva ordinato di farlo. Sapevo che la sua anima era in pena, ed era mio dovere di dargli pace.
— Non sapete fare un'esposizione seguìta dei fatti? Narrate tutto quanto vi è accaduto dalla morte di vostro marito fino al 27 marzo passato.
— Ho già narrato tutto negli altri interrogatori, signore.
— Non importa. Tornatelo a dire.
— Dopo la morte di mio marito, il cugino Seth, che prima veniva di rado, cominciò a farsi vedere più sovente a casa mia, e dopo pochi mesi mi domandò se volevo sposarlo. Ma io volli aspettare a rispondergli finchè fosse passato l'anno del lutto, per rispetto al defunto. Alla festa dei Magi deposi il bruno, ed allora Seth mi disse:
— Ebbene, cugina, ora è tempo di concludere.
Ed io dissi di sì. Ma bisognava lasciar passare i mesi dell'inverno, che sono quelli del maggior lavoro per me e per lui. Si decise di sposarci alla fine di marzo.
La casa di Seth è più grande della mia e più ariosa perchè è fuori della città, ed io dovevo lasciare l'alloggio ed andare a stabilirmi con lui. Ogni giorno quando avevo finito il mio lavoro, preparavo un po' di roba imballata, e la sera, quando Seth se ne andava, la portava a casa. Così si faceva lo sloggio senza spesa.
Una sera aprendo un armadio dove c'erano delle cose vecchie fuori d'uso, mi cadde sott'occhio una cassetta inchiodata, che il mio povero marito aveva portata a casa circa un mese prima della sua morte. Mi venne in mente che allora gli avevo domandato se avesse un tesoro in quella cassa; ed egli mi aveva risposto:
— Che! È roba del teatro. Anzi, tientelo bene a mente, Bess, se io venissi a morire, l'avresti a restituire.
— Ma la cassa è nostra — avevo detto io che la riconoscevo benissimo.
— Terrai la cassa — aveva soggiunto Tobie — e restituirai al Walnut-Theatre quello che c'è dentro.
Tutto questo m'era poi uscito di mente; ma al vedere la cassa, mi ricordai, e pensai subito di vuotarla e di restituire al teatro la roba sua.
Voltai la cassa da tutte le parti per vedere quale degli assi mi tornasse più comodo di sollevare; nel capovolgerla sentii un rumore come d'un orologio a sveglia... trrrrrr.....
— È un orologio, pensai. E feci per introdurre lo scalpello. Ma appena il rumore dell'orologio cessò, udii la voce del mio povero marito chiara, ma indebolita come quando aveva parlato l'ultima volta, ripetere le parole del suo testamento:
«Tagliatemi la testa.....»
Io non udii il seguito. Mi prese una paura orrenda; volli gridare, e mi mancò la voce, ed in un momento non vidi, non udii più nulla. Mi parve di morire.
Quando rinvenni, ero seduta in terra, e Seth mi stava accanto. Venendo per la sua solita visita, m'aveva trovata svenuta, e m'aveva soccorsa.
Gli narrai com'era andata la cosa, e gli dissi:
— Senti, Seth, l'anima del povero Tobie è in pena, e non avrà pace finchè non avremo adempiuto alla sua ultima volontà.
Seth non voleva credere, e diceva:
— Come vuoi che il povero Tobie stia in quella cassetta? Ci starebbe appena la sua testa.
Ed io sostenevo che era la sua anima. Fosse il tronco o la testa, che cosa importava? Lo spirito c'era; ed era lo spirito che aveva parlato.
Allora Seth cominciò a dire di aprire la scatola. Io non volli; mi sarei lasciata uccidere piuttosto che permettere una cosa simile; bisogna rispettare i segreti dei morti.
— Lasciamela soltanto osservare — disse Seth. — Se Iddio ha permesso che parlasse una volta, chi sa che lo permetta ancora; ed allora io crederò come te.
Prese la cassa in mano, e la voltò come avevo fatto io, guardandone le commessure. Ma appena l'ebbe capovolta, si udì subito il rumore dell'orologio, trrrrr..... e poi la voce del morto tornò a dire:
«Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'Amleto.»
Questa volta non svenni, ed udii tutto il discorso. Seth era pallido come un morto. Tremavamo tutti e due.
— Sì — disse Seth. — È vero. L'anima del defunto è in pena, e ci comanda di eseguire la sua ultima raccomandazione. Ma come si fa?
— Si va al cimitero, e gli si taglia la testa — dissi io. — Le volontà dei moribondi sono sacre; e noi abbiamo peccato, trascurando di obbedirgli.
Seth non si sentiva il coraggio di tagliare la testa ad un cadavere. Diceva che gli faceva ribrezzo; gli pareva una cosa orribile.
Io invece sentivo che non avrei esitato. Quando me l'aveva detto il moribondo, io pure avevo raccapricciato, e non avevo voluto neppure pensarci; ma ora che lo diceva il morto, non avevo altro desiderio che di obbedire, perchè i morti non parlano senza il volere del Signore.
— Io verrò con te — dissi a Seth. — Non ho paura quando si tratta di fare il mio dovere; ed in una cosa tanto sacra poi! Se ne avessi la forza materiale, come ne ho la forza d'animo, farei tutto io stessa.
Ma Seth non sapeva risolversi. Allora gli suggerii di dare qualche lira al sexton, perchè tagliasse la testa lui.
Egli è avvezzo a maneggiare i morti.
L'indomani al mattino Seth venne a prendermi. Andammo insieme al cimitero, e proponemmo al sexton la cosa. Era vecchio, ma forte; e poteva benissimo fare tutto come avrebbe fatto Seth se ne avesse avuto il coraggio.
Gli offrimmo una lira sterlina, poi due, poi tre; poi tutto il poco denaro che avevamo raggranellato fra tutti e due per le spese di nozze.
Ma fu inutile. Quell'uomo non volle saperne; e non solo ricusò di prestarci aiuto, ma anche di lasciar adempiere a noi quel sacro dovere.
— Diteci a chi dobbiamo ricorrere — domandai — ed otterremo il permesso.
Il sexton si mise a ridere; egli gridava:
— Il permesso di tagliare la testa ad un morto! Ma questa donna è pazza. Nessuno vi darà mai questo permesso.
Seth voleva rinunciare alla cosa. Diceva:
— Vedi bene che non si può.
Ma io avevo la mia risoluzione nel cuore, ed insistetti presso il becchino.
— Non c'è nessun mezzo per far questo? Io sono disposta a dare tutto quello che possiedo, ad espormi a qualunque pericolo. È l'ultima volontà d'un moribondo, il suo testamento. Io ho trascurato di obbedirlo, ed ora la sua anima è in pena, e forse non avrà più pace finchè non avremo eseguito quel comando. Il suo spirito è venuto a ripeterlo dopo un anno; lo abbiamo udito tutti e due. È un ordine del Signore. Aiutateci per carità.
E continuai a pregarlo per un pezzo.
Quell'uomo pareva pensare un modo di accontentarmi; pensava molto, e tratto tratto sorrideva tra sè. Finalmente domandò se fossimo veramente decisi a fare la cosa ad ogni costo; ed io risposi per tutti e due di sì; che eravamo sposi, ma che avevo giurato sulla Bibbia di non rimaritarmi finchè l'anima del povero Tobie non riposasse in pace. Allora egli disse:
— Miei cari, non c'è altro mezzo che scavalcare il muro di notte. Fate quello che credete. Ma io non vi apro, non vi aiuto e non vi consiglio. Io sono il sexton, ed il mio mestiere è di custodire i morti, non di decapitarli.
Quando fummo usciti, Seth mi disse:
— Quell'uomo non ha parlato chiaro perchè è legato dal suo impiego, ma è così che dobbiamo fare; l'ha fatto capire abbastanza; e dacchè l'ha fatto capire, vuol dire che è disposto a far finta di non avvedersi.
Io pensavo a quel progetto; ed ero risoluta ad adottarlo. Seth vedendomi preoccupata credette che esitassi e riprese:
— Però, il meglio sarebbe di rinunciarvi, portare la scatola al teatro e non pensarci più; se non avremo obbedito, non sarà stato per mancanza di buon volere.
Io stavo zitta; ma mi rinforzavo sempre più nel mio proposito; ed intanto Seth s'indeboliva nel suo, e cercava di dissuadermi: tornò a dire:
— D'altra parte quando porteremo quella testa al teatro sapranno tutti che l'avremo tagliata noi; e se è proibito.....
Allora mi sdegnai, e risposi:
— Da quando in qua è proibito eseguire le ultime volontà dei moribondi? Allora a cosa servirebbero i testamenti? Io ho giurato che finchè non avrò dato pace all'anima del mio povero marito, non mi rimariterò più, e nessuno toccherà più quella cassa; ed io stessa non avrò più un'ora di tranquillità, perchè la coscienza mi dice che quello è il mio dovere.
Seth finì per lasciarsi persuadere.
— Ebbene — disse — andiamoci questa notte, e facciamola finita.
Combinammo che io avrei lavorato al magazzeno. Ch'egli sarebbe venuto a prendermi dopo la giornata, avremmo pranzato fuori di città e poi saremmo andati nella notte al cimitero. Io non volevo rientrare in casa sola con quel rimorso sulla coscienza. Quella notte avevo creduto di morire dalla paura. Avevo anche le convulsioni; vedevo il morto, e tutta la stanza risuonava del suo grido:
«Tagliatemi la testa! Tagliatemi la testa!»
Si fece come s'era detto. Ma era una notte nuvolosa e scura; ci volle del tempo a scavalcare il muro; specialmente per me che non ero mai salita sopra una scala di corda, e tremavo tutta dalla paura. C'inoltrammo nei viali bui, per cercare la tomba del povero Tobie. Ma non avemmo il tempo di trovarla. Il sexton ci aveva ingannati, oppure nell'oscurità non riconobbe che eravamo noi, e ci credette due ladri; ci fece arrestare.
— A che ora siete entrati nel cimitero? — domandò il giudice.
— Dovevano essere le undici e mezzo, perchè alle undici ed un quarto eravamo giunti al recinto; e la scalata del muro e la ricerca della tomba ci occuparono un quarto d'ora circa.
— E foste arrestati appunto alle undici e mezzo?
— Sissignore.
— E persistete a dire di non aver adoperato vanga nè leva, e di non aver aperta nessuna tomba?
— Nessuna; non se n'ebbe il tempo, e forse non ci sarebbe neppure riuscito di trovare la tomba in quel buio. Non avevamo pensato a portare una lanterna.
— E non ci sarebbe il caso che, per errore, in causa dell'oscurità, aveste aperta la tomba della vedova Blounty invece dell'altra? — domandò il giudice con ironia.
— Noi non abbiamo aperta nessuna tomba.
— E sapete che in tutte le perquisizioni fatte in casa vostra e nella casa del nominato Seth Reed, non s'è trovato nulla di simile alla cassetta misteriosa che voi pretendete dotata di un linguaggio sovrannaturale?
— Signore, ho già detto che finchè l'ultima volontà del povero Tobie non sia adempiuta, nessuno dovrà toccare quella cassetta. Temevo che a Seth tornasse l'idea di aprirla, e la riposi la sera stessa in luogo sicuro.
— Badate che la serietà della legge non ammette questi prodigi e queste voci dell'altro mondo. Il non trovare la cassetta è una prova che non è mai esistita, e che tutte le vostre deposizioni sono false.
— Quanto ho detto è tutto vero. Quite quite true. La cassetta l'ha veduta ed udita anche Seth.
— Non avete altro testimonio da citare che il vostro complice?
— In tal caso, se non potete produrre la cassetta, la sua testimonianza non conta più della vostra.
— Io ho giurato sulla Bibbia che nessuno dovrà aprire quella cassetta finchè l'anima del povero Tobie non abbia pace; e neppure per giustificarmi non posso mancare ad un giuramento.
Nella seduta del pomeriggio furono interrogati il medico ed il clergyman che s'erano trovati presenti alla morte di Tobie Reed.
Il medico, Augustus Wintry, è un uomo di sessantatrè anni, d'aspetto nobile e buono. Egli crede al testamento del Reed, ma non l'ha udito dalla bocca del moribondo. Lo aveva visitato, ed aveva ordinata una pozione per rianimarlo. Un vicino di casa era corso dal farmacista; ma tardava a tornare, ed il medico s'era accostato alla finestra ed era rimasto a guardare giù nella via aspettando che tornasse l'uomo dalla medicina. La camera di Tobie Reed era stretta e lunga; il letto era dalla parte opposta alla finestra. Ad un tratto il teste aveva udito un rumore di voci; s'era voltato, ed aveva veduto che il ferito s'era rizzato a sedere sul letto ed aveva mormorato qualche parola; ma egli non aveva compreso nulla, e nel minuto che aveva impiegato a traversare la camera per accostarsi al letto, il moribondo era ricaduto sui guanciali ed agonizzava.
La Bess gli aveva detto subito:
— Oh mio Dio! Mio Dio! egli delira!
Più tardi, pochi minuti dopo la morte di Tobie, ella aveva raccontata al medico la raccomandazione del moribondo, e di nuovo aveva detto:
— Ma era un delirio! Non è vero, dottore, che il delirio gli faceva pensare quella mostruosità?
Il teste aveva affermato che infatti poteva essere stato l'effetto d'un momento di vaneggiamento.
Il giudice gli domandò se credeva che realmente il moribondo avesse dette quelle parole strane. Egli rispose con sicurezza:
— Ripeto che non le ho udite. Ma l'imputata era troppo impressionata nel riferire il legato del marito perchè io possa supporre che mentisse. E d'altra parte la morte del Reed avveniva in un modo ed in un momento affatto impreveduti. Come mai quella donna, in un'ora di sorpresa come quella, avrebbe potuto improvvisare a sangue freddo un piano di furto da eseguirsi poi nel cimitero, e pensare a stabilire quel precedente d'un legato supposto e trasgredito, per fornire più tardi una scusa alla difesa nel caso che il furto fosse poi stato scoperto, e ne fosse risultato un processo? Sarebbe attribuirle una fertilità d'immaginazione e una perfidia, di cui non ha mai dato prova.
Il clergyman Jeoffrey Treden, giovane magro ed austero, di trent'anni appena, dichiara egli pure di non aver udite le parole del moribondo. Questi aveva cessato appunto di parlare quando il teste s'era presentato alla soglia della camera per confortarlo negli ultimi momenti. Era giunto al letto del malato nel tempo stesso in cui vi giungeva il medico, ed aveva udita la Bess domandargli se non credeva che quella raccomandazione fosse effetto di delirio. Il teste conferma la dichiarazione del dottor Wintry, circa l'agitazione e l'apparenza di sincerità con cui aveva parlato l'imputata. Non era credibile che mentisse. Più tardi la Bess e Seth Reed, l'avevano preso a parte mentre egli usciva, e gli avevano domandato se credesse che in coscienza fossero obbligati a tagliare la testa al defunto. Egli aveva risposto che sarebbe stata una profanazione. Non credeva che il moribondo fosse stato in possesso delle sue facoltà mentali quando aveva espresso quel desiderio.
— E come spiega lei — domandò il giudice — la dichiarazione degli imputati che il morto stesso, dopo un anno, abbia parlato ripetutamente in una scatola per rinnovare quell'ordine trasgredito?
— Io non lo spiego — rispose severamente il teste. — La cosa è incredibile ed impossibile. La religione stessa ci vieta di prestar fede a queste storie di spiriti.
— Crede dunque che gl'imputati siano allucinati? O, come dice l'onorevole avvocato della difesa, in istato di unsound mind (di mente malferma)?
— Le loro deposizioni lo farebbero supporre. I loro precedenti no. Furono sempre operai onesti, tranquilli e religiosi. L'imputata specialmente è ferventemente religiosa. Ma non ha mai date prove di esaltazioni superstiziose. Del resto questo punto non mi riguarda. È la scienza che potrà deciderlo.
Il giudice si rivolse alla Bess.
— Imputata, avete udito? I soli testimoni che avete invocati negano d'aver udita la raccomandazione del moribondo Tobie Reed.
— Credevo che l'avessero udita perchè erano nella camera — rispose la Bess colla tranquillità di chi riconosce di essere caduta in un errore, ma non ci attribuisce importanza.
L'ultimo testimone interrogato fu il custode del cimitero; un uomo sui cinquant'anni circa, robusto, acceso in volto; un atleta con un viso da ipocrita ed un ridere volpino, che alla prima riescì repulsivo. Il nome inglese sexton non dice nulla; ma il nostro beccamorti gli si attaglia a perfezione. L'espressione d'avidità che traspira dal suo sguardo acuto, dal naso adunco, dà proprio l'idea che debba beccarli quei poveri morti per portarseli via.
Interrogato sulla visita che gli avevano fatta gl'imputati, confermò le loro deposizioni poi soggiunse:
— Io non avevo creduto alla storia del testamento e dell'anima che parlava nella cassa chiusa. Sono venti anni che sto a custodire i morti chiusi nelle casse, e so che quando sono là dentro non parlano più; figurarsi poi quando non ci sono! Ho capito che volevano rubare i diamanti della vedova Blounty. Tutti i ladri debbono pensare a quei diamanti, ed io dormo sempre da un occhio solo, dacchè sono là sepolti.
— Gli imputati — osservò il giudice — pretendono che voi stesso abbiate indirettamente suggerito il progetto d'introdursi nel cimitero di notte per mutilare il cadavere.
— È vero. Avevo detto quelle parole appunto per attirarli nell'agguato. Perchè dalle loro chiacchiere avevo capito che erano ladri, ed i ladri è bene metterli al sicuro.
— E come mai, essendo quasi certo che sarebbero venuti quella notte, siete rimasto solo nella vostra casa, ed avete lasciato loro il tempo, che dev'essere stato più d'un ora, per compiere il furto?
— Sapevo di trovare i roundsmen alla birraria vicina, dove li ho trovati infatti. Credevo di poter udire i ladri al primo avvicinarsi, e di farli arrestare prima che potessero far nulla. Ma sono vecchio. Il mio orecchio non è più tanto fino come una volta. Ho udito troppo tardi; debbono essere entrati nel cimitero alle dieci; ma io li ho uditi soltanto alle undici e un quarto. Nel tempo che ho impiegato a chiamare i policemen, non più di sette od otto minuti, pare che il terzo ladro sia fuggito col bottino.
L'avvocato della difesa si alzò per osservare che, se per compiere il furto si era dovuto impiegare più d'un'ora, come avevano dichiarato i periti, e come confermava il sexton, sarebbe bastato provare che un'ora prima dell'arresto gl'imputati non erano al cimitero, per dimostrare che gli autori del furto non erano essi.
Il giudice aderì ad interrogare gl'imputati.
— Dove siete stati dalle nove e mezzo fino alle undici e mezzo circa, quando foste arrestati? Rispondete, imputato Reed.
— Abbiamo fatto una lunga passeggiata perchè la Bess aveva paura a rientrare nella sua casa.
— Potete citare qualcheduno che vi abbia veduti durante quella passeggiata?
— No. Siamo usciti dalla città per non incontrare nessuno, perchè eravamo agitati dal fatto che stavamo per compiere; e di questa stagione non c'è molta gente che passeggi fuori di città.
— Ed avete fatto quella lunga passeggiata portando sempre le vanghe e le leve colle quali foste arrestati?
— No. La mia casa è fuori di città, appunto dalla parte del cimitero. Alle undici andammo a casa a prendere gli stromenti che avevo preparati là. Avevo la chiave e salii io solo.
— E non potete citare un inquilino, che vi abbia udito o veduto?
— Non c'è nella casa che un altro inquilino; è un garzone della birraria, e rientra sempre tardissimo. A quell'ora era fuori.
Pareva che gli imputati lo facessero apposta a sventare tutti gli appigli a cui la difesa si aggrappava.
L'indomani s'aprì la seduta col discorso del People's counsel, il quale, dopo avere brevemente riassunti i fatti, concluse che i due imputati, sorpresi nel cimitero, non avevano trovato altro argomento da addurre in loro difesa, fuorchè una storia affatto improbabile di spiriti e d'anime in pena, a cui la serietà della legge non poteva dare importanza.
Al tempo stesso, e precisamente dopo l'intrusione e l'arresto degli imputati nel recinto del cimitero, una tomba era stata aperta e depredata di immense ricchezze. Questa coincidenza pesava inesorabilmente sugli imputati.
Quando anche essi avessero potuto produrre la scatola misteriosa, e farle ripetere dinanzi al tribunale il suo mostruoso comando, non avrebbero provato ancora la loro innocenza. Come mai, mentre essi affermavano di non aver mirato che alla tomba dell'alienato Tobie Reed, questa era rimasta intatta, e quella violata era un'altra? Dunque dovevano esserci stati altri profanatori di tombe in quella medesima notte nel recinto del cimitero. Eppure gl'imputati affermavano di non aver veduto alcuno, di non essersi accorti in verun modo della presenza di altre persone nel cimitero, finchè non erano risuonate le grida del sexton e dei roundsmen. Era facile, diceva l'oratore, spiegare la cosa. Gli imputati non avevano avvertita la presenza di altri profanatori, perchè il solo che vi fosse era con loro, era il loro complice, fuggito coi gioielli.
La tomba del Reed era rimasta intatta perchè nessuno attentava alla sua povera salma ignuda, e le ricche spoglie della vedova Blounty erano scomparse perchè tutto quel complotto era stato montato per riescire ad impadronirsi di quelle ricchezze. Ed infatti gli imputati non avevano potuto provare di non essersi introdotti nel cimitero un'ora od anche più, prima del tempo che avevano indicato. Secondo le deposizioni, avevano fatto una passeggiata talmente solitaria da non essere veduti da nessuno, erano rientrati a prendere le vanghe e le leve in una casa tanto deserta, da non essere uditi da nessuno. Non era cosa abbastanza strana, e non riesciva più facile supporre che nessuno li avesse veduti, nè uditi dopo le dieci di sera, perchè già a quell'ora, erano occupati nel cimitero a commettere il doppio delitto di profanazione e di furto?
Sebbene nè il dottor Wintry, nè il reverendo Jeoffrey Treden, i soli testimoni citati dall'imputata, non avessero udito il testamento di Tobie Reed, il giudice non voleva supporre che quel testamento fosse stato inventato dai colpevoli un anno prima, in previsione del furto. Ammetteva che il testamento fosse vero; faceva più; ammetteva che alla morte di Tobie Reed la vedova ed il cugino di lui non pensassero ancora a commettere un furto nel cimitero.
Ma più tardi quando avevano combinato quel piano colpevole, avevano pensato di valersi del testamento del povero maniaco, per giustificare la loro presenza nel cimitero in caso d'arresto, e per questo avevano cominciato quattordici mesi dopo, a dare un'importanza postuma a quel legato, che prima avevano considerato come una follia.
Ed infatti, per stabilire meglio che quello era il loro movente e non il furto, erano andati a parlarne con finta ingenuità al sexton; a quel modo credevano di prepararsi un testimonio in loro favore.
Ma violare una tomba era sempre un delitto, qualunque ne fosse il motivo. Ed essi avevano pensato, nella loro superstiziosa ignoranza di declinare la responsabilità di quel fatto, inventando un ordine soprannaturale a cui obbedivano per sentimento religioso.
Sgraziatamente per loro, soggiungeva ironicamente l'oratore, avevano commesso l'imprudenza di collocare l'anima del trapassato che parlava ai superstiti, in una cassetta inchiodata; e la scomparsa della cassetta deponeva contro la loro asserzione. Perchè non lasciarlo libero quello spirito, ora che era sciolto dal suo involucro mortale? Almeno avrebbe potuto perdersi nell'immensità dello spazio, senza che la giustizia umana, indiscreta, gli domandasse conto della cassa che l'aveva ospitato durante i suoi miracolosi responsi.
L'avvocato Thomas Doulton prese la parola in difesa degli imputati. La sua arringa si appoggiò tutta sulla irresponsabilità — unsound mind — dei due colpevoli. Negò il furto. Ricordò ai signori giurati che non si poteva condannarli per furto dacchè non c'erano le prove. La coincidenza di tempo fra il loro arresto e la violazione della tomba Blounty, gli strumenti che essi portavano, non potevano considerarsi come prove del furto. Erano prove dell'intenzione di violare una tomba; e questa gli imputati la confessavano. Ma erano due allucinati. Avevano creduto di udir parlare un morto. La cosa non era nuova. Molti fanatici, molti estatici avevano provati fenomeni simili.
Quella donna alla morte del marito era stata impressionata da quel testamento atroce. Era religiosa fino allo scrupolo. Alla prima, combattuta tra il dovere di obbedire alla volontà di un moribondo, e la paura di commettere un peccato mutilandone il cadavere, aveva finito per cedere alla paura religiosa, e trascurare il legato. Ma più tardi la coscienza aveva cominciato a rimproverarle quell'ommissione. S'era fissata su quel pensiero, e man mano s'era esaltata fino al delirio. Rivedendo un oggetto, che aveva ricevuto in deposito dal marito defunto, l'esaltazione del suo spirito era aumentata fino a credere di udire il morto ripetere l'ordine in quella cassa il comando che lei aveva trasgredito. Sotto l'impressione d'un'allucinazione paurosa era svenuta, e, sorpresa dal fidanzato in quello stato, le era stato facile influenzare quel giovane solitario ed ignorante, il quale aveva partecipato del suo delirio. Questa era la loro storia. Quanto al furto, nulla provava che la tomba della famiglia Blounty fosse stata derubata appunto in quella notte. Forse era stata spogliata molto tempo prima, quando l'impressione prodotta del testamento della ricca vedova era ancora viva, e la popolazione ne parlava, e le cupidigie ne erano eccitate. Il sexton non se ne era accorto prima, ed aveva scoperto il furto quella notte soltanto, messo in sospetto dalla presenza dei due imputati nel cimitero.
La difesa riuscì debole. L'allucinazione sarebbe stata ammissibile, ma la scomparsa della cassa, la coincidenza del furto la rendevano meno credibile; e la perizia medica non trovava nessun segno d'alienazione negli imputati.
D'altra parte il People's counsel, in una controrisposta all'avvocato Doulton, ricordò che gli eredi Blounty andavano quasi giornalmente a visitare la tomba della sorella, ed avevano dichiarato di non aver mai notato il menomo segno che potesse far sospettare una violazione. La deposizione del sexton aveva confermate le stesse cose.
Il pubblico era impressionato dalla evidenza dei fatti, e la fermezza degli imputati invece di interessarlo in loro favore lo irritava. Quando è stato commesso un delitto, ciascun individuo si sente in diritto di esigere la scoperta e la punizione del colpevole. L'istinto della sicurezza personale, l'amore della proprietà lo fanno insorgere contro quel suo simile che è una minaccia continua alla sua pace.
Non c'era da sperare nella risposta negativa d'un giurato. Era quasi certo che il verdetto di colpabilità riuscirebbe coll'unanimità richiesta dalla legge.
Il Supreme Judge prima di proporre i quesiti ai giurati si rivolse agli imputati e domandò:
— Imputati, avete nulla da aggiungere in vostra difesa?
Le risposte furono simultanee, ma diverse. La Bess crollò il capo e disse:
— No. Ho detto tutto, e quello che ho detto è vero; sono innocente del furto.
Seth Reed invece, pallido, agitatissimo, gridò:
— The box! The box! Oh pray; bring the box! La cassa, la cassa; oh, ve ne prego! Portate la cassa!
Questo grido disperato dell'uomo sorprese non solo il pubblico, ma anche l'accusa e la difesa. Era nella convinzione di tutti che la storia della cassa fosse una frottola volgare, inventata dai complici di comune accordo. Ora l'udire che uno di essi ci credeva, e reclamava quella cassa come un ultimo argomento di difesa, indeboliva tutte le supposizioni fatte fin allora.
Lo stesso People's counsel, che non aveva mai dubitato un momento della simulazione dei due colpevoli, fu scosso, e pensò che forse la donna sola aveva ordito tutto l'inganno, ed era riuscita realmente a far credere a quell'uomo ignorante, che uno spirito d'oltre tomba comandava loro d'introdursi di notte nel cimitero. Egli manifestò questo dubbio rivolgendo la parola alla Bess.
— Imputata — le disse — voi udite; il vostro complice invoca che venga prodotta la cassetta misteriosa; egli ci crede; se voi pure ci credeste, potreste esitare a dirci dove si trova? Potreste lasciar condannare voi ed il vostro complice, senza tentare quest'unico mezzo per provare che, in parte almeno, siete stati in buona fede?
— Io credo che la scatola ha parlato — disse la donna. — Lo credo come credo a Dio. Ma ho giurato di non lasciare che alcuno vi porti la mano profana, finchè l'anima del povero Tobie Reed non abbia ricuperata la pace nella sua tomba.
— Sapete che, persistendo in questo silenzio, potreste essere condannata a morte?
La povera creatura, da pallida che era, si fece livida. La colse un tremito convulso; si guardò intorno smarrita, come per invocare soccorso; poi si nascose il volto fra le mani, e singhiozzò disperatamente. Non era un'eroina; non era neppure una donna forte; la morte le faceva una paura orribile.
Il giudice, vedendola in quello stato, le rivolse egli pure la parola:
— Voi avete diritto di trascurare per voi stessa, forse, quell'ultimo argomento di difesa; ma in coscienza non potete ricusare di addurlo per salvare la vita del vostro complice. Foste voi che lo traeste alla colpa; non farete tutto quanto sta in voi per difenderlo?
— Ho giurato — rispose la povera creatura, singhiozzando sempre.
— Ma non pensate che se egli sarà condannato, e se voi credete che quella testimonianza possa avere un valore per attenuare almeno la sentenza, la vostra coscienza vi rimorderà nei vostri ultimi momenti, e, morendo con lui, avrete sulla coscienza, oltre al vostro delitto, anche la sua morte?
— Oh, mio Dio! mio Dio! — gridava la Bess, piangendo. — Chi mi scioglie da quel giuramento?
— A chi avete giurato? — domandò il giudice.
— A Dio. Era quella sera orrenda. Seth era partito. Io ero sola, ed in preda di una paura atroce. Avevo paura della cassa; avevo paura del mio stesso progetto d'andare l'indomani dal sexton per far tagliare la testa al morto. Allora presi la Bibbia, cercai il libro di Tobia; perchè il povero morto si chiamava anch'esso Tobia, e pensai nel mio cuore: «Il primo versetto che mi verrà sott'occhio, aprendo la pagina, mi dirà quello che debbo fare, e lo farò». Apersi la Bibbia colla mente rivolta a Dio, e col proponimento fermo, e lessi subito:
«Ma Tobia, temendo più Dio che il re, involava i corpi dei morti, e li nascondeva in casa sua, e nel mezzo della notte li seppelliva».
Era chiaro; Dio voleva ch'io facessi come Tobia temendo più il suo ordine divino che le leggi umane. Fu allora che mi proposi di fare ad ogni costo quanto mi aveva comandato la voce del morto; ed affinchè nè Seth nè altri potesse persuadermi del contrario, mi obbligai con un giuramento. Posi una mano sulla Bibbia e dissi forte:
«Giuro che lo farò; e, finchè lo spirito mi ha parlato in essa, non abbia trovato la pace eterna nessuno aprirà questa cassa.»
E poi, pensando che Seth avrebbe potuto cercare ancora di aprirla, per evitare ogni controversia, la nascosi in luogo sicuro.
Il giudice ascoltava l'imputata con un'attenzione che tradiva una certa deferenza. Egli cominciava a vedere qualche cosa di ideale in quei due popolani che aveva creduto dapprima due ladri volgari. Forse non era più così profondamente convinto della loro colpabilità, e si insinuava nel suo spirito la persuasione che l'ignoranza, la superstizione, un sentimento religioso esaltato, avevano potuto avere una gran parte nei fatti per cui quei due giovani erano processati.
Come quasi tutti gli Americani, il giudice non aveva una fede molto profonda nella missione divina e nelle facoltà divine dei sacerdoti. Ma gli premeva di indurre la Bess a produrre quella cassa che aveva potuto esercitare un'influenza così grande su lei e sul suo fidanzato, e per questo secondò i suoi scrupoli religiosi.
— In una circostanza tanto grave — le disse — in cui si tratta della vita d'un uomo, io credo fermamente che la Chiesa possa sciogliervi dal giuramento che avete fatto.
— Chi me lo assicura? — domandò la Bess agitatissima, evidentemente combattuta tra il desiderio di giustificarsi e la paura di commettere un peccato enorme, com'era ai suoi occhi quello spergiuro.
— Un sacerdote potrebbe assicurarvene. Non c'è un clergyman in cui abbiate fede?
— Oh sì! Il reverendo Jeoffrey Treden — rispose la Bess. — Ma vorrei essere sola con lui; e che nessuno gli parlasse prima; che nessuno lo influenzasse.
— Se avete fede in lui, non dovete credere che sia possibile influenzarlo. Del resto, la legge non si serve di mezzi che non siano onesti — osservò il giudice severamente.
— Io non ho voluto alludere alla legge — disse l'imputata esitando; ed i suoi occhi si volgevano con diffidenza a Seth.
Era chiaro che non era punto innamorata del suo sposo. Forse gli aveva portato quel tanto di affetto di cui era capace il suo cuore. Ma in lei il sentimento religioso era il solo capace di un grande sviluppo; in quella creatura, apparentemente delicata e fredda, c'era la stoffa di cui si fanno le martiri. Calma ed insignificante nelle circostanze normali, quando nulla si frapponeva fra lei ed i suoi doveri religiosi, aveva dimostrato, davanti ai primi ostacoli, che poteva calpestare ogni sentimento umano, ogni umana legge, quando credeva di doverlo fare per obbedire al Signore. Parlava di mutilare un cadavere, come di leggere un versetto della Bibbia. Non aveva esitato a scalare un muro, di notte, a mettersi in contravvenzione colle leggi, ad affrontare pericoli d'ogni sorta, ed a trascinarvi lo sposo con sè. Lo avrebbe lasciato condannare per non violare un giuramento che considerava sacro; ed ora aderiva a consultare un sacerdote, perchè la spaventava l'idea d'una colpa maggiore, d'un peggiore rimorso, lasciando condannare un innocente. Ma la passione umana, l'amore, non aveva grande influenza sopra di lei. La religione la dominava. Se il sacerdote le avesse detto: «ad ogni costo dovete serbare il giuramento», avrebbe sofferto senza dubbio, avrebbe pianto e pregato per lui, ma avrebbe abbandonato Seth alla giustizia, e sè stessa con lui.
Per buona sorte, il sacerdote era un uomo rigido, che biasimava i giuramenti audaci, e tutto quanto tendeva al fanatismo. Le rimproverò quell'atto che non considerò come religioso; le disse che doveva parlare in omaggio alla verità, se credeva che la sua rivelazione potesse salvare la vita e provare l'innocenza di Seth. Le rimproverò pure la sua ostinazione a credere che uno spirito le avesse parlato; era superstizione ed orgoglio. Come poteva supporsi tanto privilegiata da Dio, perchè s'avesse a rinnovare per lui un miracolo che appena era avvenuto per i più grandi profeti?
Tra la seduta del mattino e quella del pomeriggio, il clergyman s'intrattenne sempre coll'imputata, la quale si lasciò convincere facilmente, perchè non aveva altre idee, nè altri principî fuorchè quello di fare tutto quanto la religione le comandava, e di farlo ad ogni costo.
Dacchè il sacerdote le diceva che era suo dovere produrre la cassa misteriosa davanti al tribunale, ella confessò d'averla sepolta in un angolo del suo cortile, sotto un grosso vaso di fiori, che aveva rimesso a posto per nascondere che il terreno era stato smosso.
Lo stesso clergyman accompagnò i policemen che furono mandati alla casa dell'imputata, ed assistè all'operazione perchè la cassa fosse disotterrata e portata in tribunale senza che le venisse data la menoma scossa.
Quando si riaperse la seduta, alle due del pomeriggio, la cassetta famosa che aveva inspirati tanti dubbi, tante discussioni, era là, chiusa, come l'avevano descritta gl'imputati.
Il giudice li interrogò uno dopo l'altra se riconoscevano la cassetta da cui dichiaravano essere uscita la voce del defunto.
Sì; entrambi la riconoscevano.
— E quale movimento avevate fatto colla cassa quando udiste parlare?
— L'avevo capovolta per vedere da che parte si aprisse; udii subito un rumore come d'un orologio a sveglia; e poi il rumore cessò ed udii la voce del morto.
Questa risposta la diede Seth, che aveva acquistata un po' d'energia dalla presenza di quel testimonio da cui sperava la sua giustificazione. Quanto alla Bess invece era abbattuta. Le lotte interne, le paure della coscienza scrupolosa, avevano paralizzato il suo coraggio. Ella aveva desiderato che, se si avesse ad aprire o maneggiare la cassa, non dovesse farlo altri che il clergyman. Per mano di quella persona sacra, le pareva che la profanazione dovesse riuscire meno grave.
Per non agitarla maggiormente, il giudice e l'avvocato dell'accusa avevano aderito a quella preghiera.
Fu dunque al reverendo Jeoffrey Treden che il giudice si rivolse invitandolo a capovolgere la cassa.
Regnava il più alto silenzio. La curiosità del pubblico era eccitata al sommo grado. Gli imputati erano convulsi; una, pallida, impaurita; l'altro, ansioso, cogli occhi sbarrati ed il volto proteso verso quest'ultima speranza.
Appena il clergyman capovolse la cassa si udì il trrrrr prolungato che aveva descritto la Bess, ed immediatamente seguì la voce fioca, sepolcrale, pronunciando distintamente, come in un singhiozzo da agonizzante, che ne mozzava le consonanti, l'orribile testamento:
«Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'Amleto.»
Un grido, terribile come un urlo, non interruppe la frase, ma sorse a coprirne le ultime parole. Quel grido pauroso era partito dal fondo della sala.
Un uomo era stato colto da terrore, e si dibatteva in un accesso di convulsioni. Fu portato fuori; il silenzio si ristabilì lentamente. Tutti avevano qualche cosa da dire. La parte colta del pubblico aveva riconosciuto la voce di un fonografo.
Il giudice, i giurati sorridevano ironicamente. Tutto si spiegava. Gli imputati avevano messo essi stessi il fonografo nella scatola per accreditare la loro fiaba. Era un inganno volgare e stupido. Il pubblico era offeso, e l'avvocato Doulton si sentiva scoraggiato. Non era più possibile sostenere l'irresponsabilità degli accusati. Essi sapevano cosa c'era nella scatola, essi avevano ordita quella sciocca trama, ed avevano recitata la commedia dell'allucinazione.
Fu aperta la cassa, ed infatti se ne cavò fuori un piccolo fonografo a manubrio.
Sul volto degl'imputati si dipinse il più profondo stupore. Erano due commedianti di prima forza. Udii qualcuno accanto a me che diceva:
— Quel povero Tobie Reed che si disperava di non saper fare la commedia! Se fosse vivo, potrebbe consolarsene facendo recitare sua moglie.
— Conoscete questa macchina, imputata Bess Reed? — domandò il giudice.
— Sì — rispose la Bess — è una macchina da cucire.
— Voi siete cucitrice; di macchine di questo genere dovete intendervi. Saprete dirmi come s'adopera?
— No. È un sistema che non conosco.
Il giudice si rivolse a Seth:
— Imputato, conoscete questa macchina?
— Nossignore.
— Credete che sia una macchina da cucire?
— Può darsi; non me ne intendo.
— Non avete mai veduto un fonografo?
A questa domanda Seth rispose semplicemente di no, come uno che non capisce di cosa gli si parli. Ma la Bess sussultò, ed alzò il capo come ad un improviso ricordarsi; ed impulsivamente, senza essere interrogata, esclamò picchiandosi colla mano la fronte:
— Ah! il fonografo! La macchina che parla!
— Imputata, voi conoscete il fonografo dunque — disse il giudice.
— Sì. Me ne aveva parlato tanto il mio povero marito.
— E vi aveva mostrato questo? E voi l'avete posto in questa cassa?
— Nossignore. Me ne aveva parlato soltanto. Non mi conduceva mai al teatro; non ne avevo mai veduti. Oh mio Dio! Non era uno spirito; era una macchina che parlava!
— E voi ne siete sorpresa? Non lo sapevate? domandò il giudice con ironia.
— Non l'avrei mai pensato. Avevo dimenticato quei discorsi della macchina. Come potevo immaginarmi?......
— E secondo le vostre deposizioni questa macchina apparterrebbe al teatro di Walnut-Street?
— Sì; quando il povero Tobie portò a casa la cassetta chiusa mi disse che quanto conteneva era del teatro, e che avessi a restituirlo alla sua morte.
Il giudice diede un ordine perchè venisse condotto all'udienza il proprietario del Walnut-Theatre. Intanto l'avvocato Doulton prese la parola:
— È evidente che si attribuisce agli imputati l'astuzia d'essersi serviti di un fonografo per dar colore di verità alle loro affermazioni sorprendenti. Ma io vorrei che fosse chiamato il rappresentante del signor Edison, perchè esamini la macchina, e riconosca, se è possibile, da quanto tempo la lastra di stagnola ha ricevute le impressioni. E se non basta, chiunque ha conosciuto da vicino il defunto Tobie Reed potrà giudicare dell'identità della voce. Intanto è facile riconoscere che quella non è la voce di nessuno degl'imputati; ed è cosa molto probabile che il povero maniaco, impressionato dalla scoperta meravigliosa del signor Edison, abbia voluto servirsene per rammentare ai superstiti la sua ultima volontà. È più probabile senza dubbio, di quanto si è mostrato qui di supporre, che due giovani ignoranti, che non s'interessano punto ai trovati della scienza, abbiano potuto farsene argomento d'una mistificazione puerile, che certo non avrebbe potuto ingannare la maestà della giustizia.
Il giudice non ebbe il tempo di rispondere perchè fu introdotto il proprietario del Walnut-Theatre, e quasi subito dopo sopraggiunse il rappresentante della casa Edison.
Informato della scoperta fatta aprendo la cassetta, e delle deposizioni degli imputati, il proprietario del teatro rispose, — che infatti, appunto un mese prima della morte del Reed, al momento di ritirare le sue macchine dopo gli esperimenti, il signor Edison, s'era lagnato della scomparsa di un piccolo fonografo. Forse il povero Tobie, che se ne era appassionato e che passava lunghe ore a contemplare quei prodigi, in un momento di pazzia se ne era impadronito. Il teste non aveva sospettato lui, perchè lo sapeva onestissimo.
Il giudice interrogò il rappresentante della casa Edison:
— Riconoscete questo fonografo?
— Sì; è uno di quelli che avevamo in deposito e che abbiamo trasportati al Walnut-Theatre l'anno scorso all'epoca degli esperimenti. Quando li ritirammo ne mancava uno.
— Potrebbe ella dirci, esaminando il fonografo, da quanto tempo il foglio di stagnola ha ricevuto le impressioni della voce?
L'interrogato crollò il capo in atto di dubbio, e si pose ad osservare la macchina.
In quella accadde un movimento alla porta. Un signore si affacciò, acceso in volto, affannato. Voleva essere ammesso a parlare al tribunale. I policemen lo trattennero, ed uno di essi venne a dire al giudice che il dottor Wintry aveva una comunicazione importante da fare. Il giudice lo fece venire, e gli accordò la parola. Egli disse, parlando con un'agitazione che alla sua età aveva qualche cosa di solenne:
— La verità si è fatta chiara da sè. Gli imputati sono ignoranti, fanatici, ma sono innocenti del furto. Al principio della seduta, quando il fonografo ripetè il testamento del maniaco Tobie Reed, un uomo mise un grido e cadde in convulsioni atroci laggiù presso la porta. Dacchè durano i dibattimenti avevo sempre osservato quell'individuo dalla fisonomia volpina. Mi era antipatico, e m'inspirava dei sospetti. Quando l'udii mettere quel grido, riconobbi il grido del rimorso, della coscienza colpevole impaurita. Nella mia lunga carriera medica, mi accadde più d'una volta di assistere nelle ultime ore uomini che, integri in faccia al mondo, avevano la coscienza tribolata da rimorsi atroci; le loro paure deliranti, erano ritratte nella convulsione ignobile di quell'uomo. M'affrettai ad assisterlo. Lo feci portare all'ospedale, me gli posi accanto; appena la convulsione gli permise di parlare, balzò a sedere sul letto, e domandò tremando:
— Il morto ha detto tutto?
— Tutto — risposi.
— Ah mio Dio! — urlò il miserabile — mi condanneranno a morte, mi impiccheranno...
La convulsione lo riprendeva violenta a quell'idea paurosa, ma la mente rimaneva libera. Era in grado di parlare, e bisognava indurlo a dire la verità.
— Potreste trovare indulgenza nei vostri giudici — gli dissi — se confessaste la vostra colpa sinceramente, e senza restrizioni.
— Ma non ha detto tutto il morto? — domandò con diffidenza.
— Sì. Ha detto che voi avete rubato i gioielli della vedova Blounty.
— Oh mio Dio! Mio Dio! — esclamò picchiandosi il petto. — È vero! Io non credeva che i morti potessero sorgere dalla tomba per accusarmi.
— Dovete dire se avevate altri complici.
— No; per amor del cielo, ch'io non mi metta altri delitti sulla coscienza. Era un anno che ambivo quel tesoro e non osavo portarci la mano per paura che mi scoprissero. Il primo sospettato sarei stato io. Quando vidi quei due idioti, ed udii la loro stupida storia del morto, pensai di profittare della loro intrusione nel cimitero per farli credere colpevoli del furto. Mi premunii degli strumenti; ero coraggioso e forte e non credevo che i morti parlassero; non credevo in Dio; non credevo nell'altra vita; li avevo sempre visti così insensibili e muti i cadaveri degli uomini....
— E quando essi furono arrestati voi solo apriste la tomba?
— Ci volle una grande fatica. Lavorai fino all'alba; dopo aver spogliato il cadavere e rimesso a posto il marmo esterno, seppellii i gioielli in un'altra fossa perchè non venissero scoperti in casa mia; poi corsi ad avvisare la polizia; e tutto sarebbe passato liscio, e, finito il processo, sarei andato lontano, avrei venduto tutto, avrei vissuto i miei ultimi anni nell'agiatezza. Ah! ma i morti parlano; io non sapevo che i morti potessero sorgere per accusarmi.
— Il suo stato è gravissimo — soggiunse il medico — e difficilmente potrà ricuperarsi. È disposto a dettare la sua deposizione. Ora spetta al tribunale raccoglierla legalmente, e render giustizia agli innocenti. Quell'uomo, quel miserabile, è Dionisius Ramble, il sexton.
Così finì quello strano processo.
I due fidanzati furono severamente ammoniti per il tentativo di violazione di tombe, ma considerata la loro superstiziosa ignoranza, che il prodigio del fonografo aveva esaltata, furono assolti.
Il colpevole non ebbe tempo a subire la sua pena. Poco dopo la confessione la paralisi gli tolse la parola, ed in pochi giorni morì.
Eccoti la Storia, e questa volta finita davvero, mia cara marchesa. Metto qui i miei saluti in fretta perchè sono stanca.
Tua di cuore
Maria T.
RICCARDO CUOR DI LEONE.
Riescivo bene nella composizione, ed i miei compagni del collegio militare erano convinti che sarei diventato un grande scrittore.
Io però della poesia amavo sopra tutto quella epica, e la mia ambizione era d'essere un eroe. Tutte le manifestazioni della forza fisica mi entusiasmavano.
Da piccino m'ero fatto un idolo di Davide per il suo duello con Golia; e poi, a poco a poco, a quell'idolo troppo piccolo se n'era sostituito nell'animo mio uno colossale: Sansone, che atterrava un intero esercito colla mascella d'un asino. A dir vero non mi riesciva d'immaginarmi esattamente che cosa fosse quella mascella; se era l'osso della mandibola, oppure la parte carnosa che lo copre. Ma ad ogni modo era sorprendente che con quell'arma disadatta e difficile a maneggiare, Sansone avesse operato quei portenti di valore.
Col tempo però divenni infedele anche a Sansone; vennero gli eroi d'Omero, Orlando, poi tutti i cavalieri del medio evo, ed i guerrieri moderni, ed i miei idoli si chiamarono legione.
Tutti i miei sogni erano sogni di gloria.
Essere al campo, udire un generale parlare d'un dispaccio importante, d'una missione perigliosa, d'un'esplorazione nel campo nemico e farmi innanzi calmo ed ardito:
E poi partire solo, di notte; essere assalito, combattere e salvare le carte affidate a me, a costo d'ingoiarle; vincere o morire.
Ma il morire era l'ipotesi meno frequente delle mie epopee immaginarie. Tornavo sempre glorioso. Avevo ucciso una quantità di nemici, avevo disperso un intero drappello, avevo salvata la vita a qualche gran personaggio.
Ogni domenica la mamma veniva a vedermi con mia sorella; sedevo accanto a loro e facevamo lunghe conversazioni. La mamma s'informava de' miei studi; la Margherita mi domandava se avevo scritto dei versi, e voleva vederli. Ma io passavo di volo sugli studi e sulla poesia. Le mie facoltà intellettuali mi portavano alla letteratura, ma i miei gusti bellicosi mi facevano disprezzare quella gloria incruenta.
Parlando con quelli della mia famiglia, gli argomenti più graditi per me erano la mia forza muscolare, la mia agilità nella ginnastica, la mia precisione nel tiro al bersaglio, la mia abilità nella scherma.
La mamma era contrariata ed un po' sgomenta; la Margherita sbadigliava e guardava i vestiti delle sorelle e delle mamme degli altri allievi.
Ma io mi ascoltavo, mi esaltavo colle mie stesse parole, mi spronavo, m'infiammavo.
Non c'era pericolo che non fossi pronto a sfidare, e che non mi sembrasse una bazzecola.
Si narrava d'un incendio in cui qualcuno era perito?
— Se ci fossi stato io! Avrei traversate le fiamme; no il fumo non mi avrebbe soffocato. Io so stare sott'acqua venti secondi; sarei stato altrettanto nel fumo. E se si fosse rotta la trave sotto i miei piedi, avrei spiccato un salto, mi sarei aggrappato ad un cornicione, ad un chiodo, alla sporgenza più tenue; ma nessuno sarebbe perito se ci fossi stato io.
Un monte di spavalderie; il mio coraggio immaginario non indietreggiava davanti a nulla. Nessuno aveva mai compiuto le prodezze che io mi sentivo capace di compiere.
— Dà retta, Riccardo. Non essere tanto vanitoso, — mi diceva la mamma. — Bada che altro è parlar di morte altro è morire.
E mia sorella rideva, e mi ripeteva il nomignolo che m'avevano affibbiato i compagni di collegio: Riccardo Cuor-di-leone.
Ma io non me ne offendevo:
— Che ne sapete voi altre donne?
Nutrivo un profondo disprezzo pel sesso debole. Ma un bel giorno il sesso debole si vendicò crudelmente: m'innamorai.
Ecco come andò la cosa: ci mettevamo sempre in parlatorio sul piccolo divano a destra dell'uscio. Una domenica vennero a sedere accanto a noi il babbo d'un mio compagno colla figliola, una giovinetta bionda, bellezza in erba, dicevo io; sebbene la Margherita, colla impertinenza de' suoi quindici anni, protestasse che l'erba aveva avuto tempo di metter le spighe, perchè aveva ventidue anni. Ma questa doveva essere una maldicenza atroce.
Per solito non mi curavo punto di essere o di parere elegante vestendomi; quanto comandava rigorosamente la disciplina, e nulla più.
Ma quella domenica memorabile, traversando il parlatorio dopo la visita, mi alzai un pochino sulla punta dei piedi per vedermi quanto meglio era possibile nello specchio appeso al muro, che riflettè la mia faccia scolorita attraverso la mussolina bianca che lo salvava dalle mosche.
E la domenica seguente, quando scesi in sala, avevo pettinato con grandissima cura i miei capelli ispidi, ed avevo versata mezza boccetta d'acqua di Felsina nella catinella prima di lavarmi. Olezzavo come un barbiere. Avevo le unghie un po' lunghette; le avevo lasciate crescere tutta la settimana e quella mattina le avevo arrotondate e limate amorosamente; e durante la visita avevo sempre tenute le mani distese sulle ginocchia ammirandone l'eleganza insolita.
Questo fu il primo indizio. Il secondo fu una preferenza tutta nuova per le imprese galanti; eroiche sempre ma galanti.
Intanto continuavo a vedere la Fulvia ogni domenica. Quando la vedevo entrare in parlatorio, alta un buon palmo più di me, coi capelli ondulati e biondi come i capelli d'una madonna, intorno ad un viso arguto come quello di certe attrici francesi, colla bocca un po' grande che sorrideva sempre mostrando dei denti un po' grossi ma bianchissimi, tutti i miei nervi trasalivano.
Doveva passare davanti a noi per andare al suo solito posto, ed io mi rizzavo stecchito come se dovessi cominciare l'esercizio, e facevo il saluto militare.
E lei era d'una gentilezza! Mi fissava in volto quei suoi grandi occhioni grigi in cui brillava un raggio di malizia, e sorrideva.
La udivo parlare con suo fratello. Che note vibravano nella sua voce! Era la melodia più soave che avessi ascoltata mai. C'erano dunque uomini a questo mondo che si sentivano dire ti amo, da una voce come quella? Mi pareva che tutto il sangue mi affluisse sul volto, ed abbassavo il capo per nascondere quella debolezza. Ma la Margherita mi gridava con fraterna sincerità:
— Che orrore! Come sei diventato rosso! Sembri una barbabietola.
Alle volte pensavo con isgomento a' suoi ventidue anni ed a' miei poveri tre lustri, e mi pareva di essere il Furio del De Amicis. Ma io non avevo quegli abiti così curiosamente corti e stretti. La mia uniforme mi stava bene.
Furio era matto ad innamorarsi d'una donna di trent'anni, che avrebbe potuto essere sua madre, ed era sua cognata, ed aveva marito. — Questa era giovane; senza dubbio la Margherita esagerava la sua età; non poteva avere più di dicianove anni, ed io era forte e robusto, dimostravo due anni almeno più di quelli che avevo. Chiunque me ne avrebbe dati diciasette; la differenza si riduceva dunque a due anni; a nulla.
Avrei dato l'anima mia per poterle dire quanto l'amavo; ma non le ero stato presentato, non ci conoscevamo. Dovevo contentarmi di guardarla, di divorarla cogli occhi. Tutta la settimana rivedevo la sua manina; mi pareva di spogliarla del guanto che le dava una rigidezza e una levigatura gelida; di sentirla tepida, e liscia; di baciarla; di coprirmene il volto, per susurrarci dentro la mia confessione appassionata, per nasconderci le mie lagrime. Sospiravo un'occasione per poterle parlare, per fare qualche cosa per lei.
Mi figuravo di scontrarla durante la vacanze in una gita a cavallo, e che il suo puledro bisbetico si impennasse minacciosamente sopra una strada ripida all'orlo d'un precipizio; ed io la vedessi sul punto d'essere rovesciata, e sfracellata giù sui sassi del burrone; e mi avventassi per salvarla; e fossi atterrato dal cavallo, pesto, ucciso; ma ancora morendo, tenessi fermo il puledro pel morso finchè lei fosse salva, e spirassi sentendomi mormorare sulle labbra un «grazie» nella dolcezza d'un bacio.
C'era una ballata di Schiller che mi appassionava; la bella ballata intitolata Il guanto.
Descrive un circo. Un leone, una tigre e due pardi, ruggono affamati nell'arena. Ad un tratto la bella Cunegonda lascia cadere dalla loggia un guanto, e dice al cavalier Dalorgia:
— Se è vero che mi amate, andate a raccoglierlo.
Ed il cavaliere scende ardimentoso tra le fiere inferocite, prende il guanto, risale fra il plauso e lo stupore della folla. Ma fattosi incontro alla nobile donzella che gli sorrideva, orgogliosa di quella impresa compiuta per amor suo, invece d'inginocchiarsi a' suoi piedi implorando il premio del suo coraggio, le getta sdegnosamente in faccia il piccolo guanto ricamato, e le dice:
— Io non voglio nulla da voi. — E l'abbandona per sempre.
Avevo tradotta quella ballata, e l'avevo studiata a memoria in tedesco. I miei compagni ammiravano la mia traduzione, ed indovinavano a chi la dedicavo. Io del resto non ero molto circospetto. Sentivo il bisogno di manifestare la mia indignazione contro il cavalier Dalorgia, e di dichiarare che nel caso suo avrei operato meglio di lui.
Invocavo tutte le belve del giardino zoologico. Avrei voluto vederne gremita l'arena di Milano, udirne i ruggiti minacciosi. E se una fanciulla che amavo ci avesse gettato il suo guanto, sarei corso in mezzo ad esse, e chinando il capo tra le fauci del leone, sotto l'occhio iniettato di sangue della iena, avrei raccolto l'oggetto prezioso. Non mi sarebbe neppure dispiaciuto una buona morsicatura, purchè in un punto che non mi sfigurasse, per poterle mostrare che versavo il mio sangue per lei. Mi pareva di sentirmi sul collo l'alito ardente delle fiere, di udirne l'ansimare affannoso e rauco. Io non l'avrei disprezzata per quella sfida la bella fanciulla. Me ne avesse procurate delle imprese per dimostrarle la mia audacia! Non era per nulla che mi chiamavano Riccardo Cuor-di-leone.
Ma intanto le settimane passavano; io continuavo a vedere la Fulvia in parlatorio ad ogni visita, ad arrossire, a tremare, a sudar freddo, ed anche caldo, perchè ormai s'era nel maggio; — e non era mai capitata la menoma occasione di fare prova del mio coraggio esponendo la vita per lei.
La seconda domenica del mese, il signor Malinverni giunse solo in parlatorio per vedere suo figlio. La Fulvia non era con lui.
Tutto il tempo della visita fui inquieto e distratto. Non udivo che cosa mi dicesse la mamma; mi voltavo ogni volta che s'apriva l'uscio; ero sulle spine. Che fosse già andata in campagna? E non avessi a vederla per tutto l'anno;.... e forse mai più! Suo fratello era maggiore di me; l'anno seguente doveva entrare all'Accademia.
Quella settimana passò lunga e triste. Alla ricreazione m'accostavo al Malinverni per domandargli di sua sorella. Ma poi il nome non voleva uscire dalle labbra. Mi si metteva in gola come il torsolo del pomo d'Adamo e non c'era verso di tirarlo fuori. Mi strozzava. Con tanto ardimento che avevo nel cuore non osavo parlare. Ci volevano fatti per me, non parole. Oh, un'occasione! Chi mi faceva nascere un'occasione per far vedere che non ero timido, che non esitavo, che nelle circostanze ero forte ed audace come il mio amore!
La domenica seguente la Fulvia mancò ancora. Non esitai più. La sera stessa nel cortile, mi accostai al Malinverni e gli dissi risolutamente:
— Senti...
— Che cosa? — mi domandò.
— Che cosa, via! Sbrigati!
— Che fra due settimane ci sarà la distribuzione delle cifre reali.
Mi asciugai la fronte bagnata di sudore. Sempre il torsolo del pomo d'Adamo. M'era rimasto in gola.
Ed intanto la sua lontananza, la paura di non rivederla più, m'infiammavano sempre maggiormente. Tremavo di me stesso, della mia passione calda e pazza. Chi poteva dire a che eccessi di audacia mi avrebbe portato? Mi sentivo il coraggio di rapirla; temevo di non sapermi frenare, di slanciarmele incontro cieco, fremente d'amore, e di stringerla al cuore alla presenza di tutti.
La distribuzione delle cifre reali fu fissata per l'ultima domenica di maggio. Tutti i parenti furonvi invitati; doveva essere una festa solenne.
Oh se la Fulvia fosse venuta! Io non avrei avuto ai fianchi come le altre domeniche la mamma e la Margherita; e dal mio posto in mezzo ai compagni avrei potuto contemplare la mia bella fanciulla, mentre lei mi avrebbe guardato co' suoi grandi occhi chiari. Mi guardava sempre, e mi sorrideva. Oh mio Dio, mio Dio! che cosa sarebbe accaduto? Mi sentivo delle audacie, delle audacie!...
E quel giorno venne senza ch'io l'avessi più riveduta al parlatorio. Quando scesi nel cortile per la cerimonia, ero in uno stato d'esaltazione da non si dire. Se non veniva, era finita; non l'avrei forse veduta più. Era necessario che quel giorno la Fulvia venisse, e che quel giorno sapesse che l'amavo. Avevo passata la mattina a scriverle in ottava rima, le angoscie e le smanie del mio cuore innamorato. Bisognava che ad ogni modo le dessi quel biglietto, anche a costo di far nascere uno scandolo. Che m'importava di suo padre, de' miei parenti, di tutto il mondo? Io lo sfidavo il mondo nella foga del mio amore.
Eravamo tutti schierati. Il generale con un seguito di ufficiali superiori ci passava in rivista. Gli invitati venivano a gruppi; le signore cogli ombrellini aperti, cogli abiti lunghi lunghi, che i signori pestavano un pochino per poi salutarle fino a terra nel dire pardon. Pigliavano i posti con un gran bisbiglio, poi li mutavano per star più comode, e movevano le sedie, e le facevano cadere, e salutavano le nuove venute da lontano, poi volevano avvicinarle, si scambiavano dei segni, s'alzavano in piedi un'altra volta, e ricominciavano ad andare e venire, e conversare.
In quella confusione, per quanto guardassi, non potevo vedere se c'era la Fulvia. Avevo anche il sole che proprio mi dava negli occhi.
Ad un tratto risonò un rullo di tamburo prolungato, s'intonò la musica. Cominciava la distribuzione delle cifre reali. Dovevo essere uno dei primi chiamati.
Quando udii il mio nome uscii fuori. La cifra da darsi a me era stata portata alla mamma. Mi feci innanzi, umile in tanta gloria... Dio degli innamorati! Accanto alla mamma c'era il signor Malinverni, ed accanto a lui la Fulvia, come in parlatorio. Un momento fui sul punto di correre a lei, di gettarmi a' suoi piedi. Ma la mamma era là colle mani stese per darmi la cifra; tutti gli occhi erano su di me; dovetti frenare il mio ardore, e stare ad ascoltare quanto mi diceva la mamma, ed accogliere i complimenti di una quantità di cugini che aveva condotti con sè.
Ma in realtà non ascoltavo nulla. Guardavo la Fulvia, più bella che mai, con un vestito bianco leggero; mettevo tutta l'anima negli occhi, e fissavo i suoi, che mi fissavano anch'essi, e mi sorridevano...
Se il cavallo del generale, in un accesso di pazzia, avesse preso la fuga precipitandosi contro di lei! Mi sarei gettato innanzi a farle scudo del mio corpo, l'avrei sollevata fra le mie braccia, con tutta l'audacia del mio amore e de' miei quindici anni!
«Oh!» — non era il cavallo. Era la Fulvia che facendo per vezzo il mulinello col fazzoletto di trina, mentre mi guardava sorridendo, se l'era lasciato sfuggire di mano.
Era venuto a cadere a due passi da me, e lei continuava a sorridere come per invitarmi a raccoglierlo. Dio, che momento!...
Il cuore si pose a sussultarmi con tanta violenza nel petto, come se volesse uscirmi dalla bocca. Volli spingermi innanzi, precipitarmi. Ma il movimento non mi riusciva. Era come il torsolo del pomo d'Adamo che restava in gola. Rimanevo là inchiodato, guardando con ansia quel piccolo disco di trina.
Oh! se ci fosse stato soltanto un leone, un piccolo leoncino... Ma in quel circo di belle signore che mi guardavano bisbigliando fra loro, che nascondevano dietro il ventaglio il sorriso ironico delle loro labbra, ed intanto ridevano colla fronte, cogli occhi, con tutta la persona... oh! meglio tutti i ruggiti della fossa di Daniele che quel chiacchierìo sommesso e pungente, come il sibilo d'un branco di serpi.
Ed intanto la Fulvia continuava ad invitarmi collo sguardo, e dietro a me i miei compagni urtandosi col gomito susurravano troppo forte:
— Riccardo Cuor-di-leone.
Presi una risoluzione eroica; mi spiccai dal mio posto; mi feci innanzi arditamente contro il fazzoletto... ma nel momento di curvarmi a raccoglierlo sotto il fuoco di tanti sguardi, il cuore mi mancò; — gli diedi una lunga occhiata, un sospiro, — poi mi scansai per non calpestarlo, e tornai al mio posto fra i compagni, che mi accolsero con una salva di fischiate.
STORIA D'UNA VIOLA.
Erano parecchi mesi che stavo sul lago di Como, passando il giorno a ciel sereno fra i semplici piaceri della villeggiatura, e la sera ad ascoltare della buona musica. E quelle armonie belle dell'arte, unite alle armonie della natura, avevano per me tale incanto, che non pensavo più a scrivere; o, se ci pensavo un momento, mi ravvedevo subito, perchè m'accorgevo che le mie parole messe in fila sopra la carta, erano una povera cosa al confronto di quella meraviglia di lago e di monti; e le mie rime appaiate avevano un misero suono al confronto di quelle musiche melodiose.
Ma se queste erano buone ragioni per me di stare in ozio, non persuadevano punto il direttore d'un giornale per cui lavoravo, il quale quando pagava voleva essere servito, — ed anche quando non pagava.
Una bella sera, tra il duetto del Don Carlos e la romanza del Ruy Blas, mi giunse, come una tegola sul capo, una letterona gialla, coi doppi bolli dell'ufficio di posta e dell'ufficio del giornale.
Per me, che non avevo una parola di scritto, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi là alla sponda del lago, tenendo tra le mani l'epistola senza aver il coraggio di leggerla, e pensando con raccapriccio tutte le parole amare che c'erano dentro, mentre dietro a me, nel salotto, risuonavano le note soavi della Dolce voluttà del Marchetti.
Ad un tratto, udendo echeggiare gli applausi, mi lasciai vincere dall'entusiasmo, alzai le mani per applaudire anch'io, e la lettera gialla cadde nel lago.
Che cosa mi diceva? Non lo seppi mai. — Era andata a seppellirsi nelle onde coi suggelli intatti, portando il suo segreto nella tomba, come si dice nei romanzi a tinte scure. Se era in versi l'avranno letta le ondine, se era in prosa gli agoni del lago, che piacciono tanto ai buongustai di Milano.
Questo incidente senza sèguito non produsse nessuna modificazione nell'impiego del mio tempo; sicchè, quando tornai in città, riportai tutta la mia carta candida come il velo d'una sposa, e le mie penne asciutte come la borsa d'uno studente. Colla vita cittadina avevo ritrovato però il proposito del lavoro, e mi affrettai a scrivere al direttore dalle lettere gialle, promettendogli di fare subito qualche cosuccia per lui.
Ma promettere è facile, e mantenere è difficile. Dopo un lungo ozio avevo il cervello ossidato; e non sapevo come cavarmela, quando per buona sorte, mi giunse un'altra lettera del Direttore del giornale, il quale, per ringraziarmi della mia promessa, mi mandava una viola del pensiero.
— Se mi riescisse di far parlare questo fiore! — pensai, — di cavarne un apologo alla vecchia maniera, di quelli che sotto una forma più o meno dilettevole insegnano qualche cosa ai bimbi! Se ne sono fatti già tanti e tanti.... Ma che cosa non s'è fatto a questo mondo? Anzi gli altri sono un precedente per far accettare il mio.
E dopo questa breve discussione tra me e me, domandai alla viola:
— Chi non ha una storia? — mi rispose.
— È di quelle che insegnano qualche cosa ai bimbi?
— No; non è pei bimbi; insegna alle giovinette a non essere incostanti, a non lasciarsi abbagliare dalle qualità apparenti, a tener conto delle virtù serie e degli affetti provati, quando debbono fare una scelta...
— È quello che mi occorre. Me la vorresti narrare?
— Perchè no? Mi resta ancora succo vitale per alcune ore, le impiegherò a fare la mia confessione generale.
Ed ecco quanto mi disse la viola del pensiero:
***
La prima sensazione che provai destandomi alla vita fu un malessere inesprimibile. Un'afa pesante mi avvolgeva. Mi sentivo oppressa. Non c'era un soffio d'aria che mi desse forza di spiegare le foglie.
Mi riescì appena con grande fatica e con grande lentezza di socchiudere in punta i miei petali.
Il mio occhio giallo, dal centro del mio bruno volto, potè ricevere un po' di luce, e prendere cognizione degli oggetti situati in linea retta dinanzi a quella specie di cannocchiale che i petali attorcigliati gli facevano intorno.
Per qualche tempo non potei discernere altro che una luce fosca intercettata da una specie di nebbia; ma a poco a poco, esercitando meglio la vista, mi accorsi che quella che mitigava la luce intorno a me non era punto nebbia; era una parete, che dalla curva che avevo dinanzi, e di cui non vedevo il termine, argomentai essere di forma circolare. Essa non era nè abbastanza trasparente da lasciarmi distinguere gli oggetti esterni, nè abbastanza opaca da privarmi di luce.
Hoffmann, quel bizzarro ingegno che conosce tutte le lingue delle cose che non parlano, ha detto a voi altri uomini che noi fiori non moriamo se non per rinascere poi a nuove vite, nelle quali, come Cagliostro, come il conte di San Germano, serbiamo memoria di tutte le esistenze anteriori.
Io avevo terminato la mia vita precedente frammezzo a due croci nell'occhiello dell'abito d'un uomo di Stato. E là, durante la mia lenta agonia, avevo inteso parlare delle cittadelle di Alessandria, di Fenestrelle, dello Spielberg e dei Piombi.
Ora, al vedermi quella parete intorno, pensai con raccapriccio a quelle prigioni; e feci come i discepoli di Cristo alla vista del paralitico; mi domandai per qual colpa de' miei padri ero stata condannata a quella pena.
A questo punto interruppi la viola per dirle:
— Scusa, mio bel fiorellino. Questa erudizione evangelica l'hai acquistata anch'essa fra le croci dell'uomo di Stato?
— Che! — mi rispose: — Quelle sono croci che non cominciano dalla passione e non vanno al Calvario.... Ma dove ero rimasta? Ho perduto il filo.
— Eri al principio della tua ultima esistenza, con quella specie di muraglia della China intorno...
— Ah! sì... Ora mi rammento. — E continuò:
Non saprei dire precisamente quanto tempo languissi nella penombra di quella prigione. Quando mi sentii mancare, mi posi a gridare invocando soccorso, e narrando le sofferenze che mi procurava quella specie di macchina pneumatica. Allora una voce gentile mi gridò:
— Abbi pazienza, Viola. Io ti vedo e ti sento e penso a liberarti.
— Grazie, — esclamai. — Ma sollecita, ti prego. Ho esaurito il poco carbonio che c'era qui dentro. Ora l'azoto e l'ossigeno mi asfissiano.
— Non posso affrettarmi quanto vorrei, — mi rispose la stessa voce. — Sono legato anch'io, e prima di muovermi debbo svincolarmi.
— Dimmi almeno il nome di questa carcere che mi rinchiude.
— Si chiama bicchiere.
— Bic....?
— chiere.
— Ma che! Bicchiere è un vaso di cui gli uomini si servono per bere.
— Appunto, Viola. Ti hanno capovolto addosso uno di quei vasi.
— Ma scusa. I bicchieri sono trasparenti; me l'hanno detto le foglie di rosa che erano avvezze a nuotarci dentro sul vino di Falerno; e questo mio carcere non è punto diafano, lo vedi.
— È perchè ha fatto freddo nella notte; la brina vi si è appiccicata per di fuori ed ha appannato il vetro.
— Non ci mancava altro. — Così mi si impedisce anche di vederti. Vorresti dirmi in compenso il tuo nome?
— Tulipano bruno.
— Ah! sei un nobile fiore. Fui una volta in Olanda con un ladro francese fuggito dalla Bastiglia, ed ho udito narrare la storia de' tuoi avi.
— Non sei difficile ad accontentare nella scelta de' tuoi compagni di viaggio, Viola.
Timidissima, come sono, fui mortificata da quel rimprovero, e non osai rispondere.
Intanto il tempo passava ed il Tulipano bruno non parlava più.
La mia situazione diveniva intollerabile; i miei petali ammolliti dall'aria pesante, mi si erano ripiegati sull'occhio; ero ricaduta nell'oscurità; il mio stelo si indeboliva sempre. Floscia, ricurva, sfiorando già col capo la terra aspettavo ad ogni minuto la morte; quando ad un tratto udii uno scricchiolìo, poi il rumore di qualche cosa che si spezza.
Al tempo stesso un corpo non molto pesante, ma spinto con impeto, diede un urto secco alla parete sinistra del bicchiere, che si rovesciò e cadde fuori dagli orli del vaso; lo udii frangersi rumorosamente ad una certa distanza al disotto di me; e, troppo debole per sopportare il contatto immediato dell'aria, caddi, appassita per terra.
***
Mi ridestai al tepore d'un bel raggio di sole. Mi rizzai rinvigorita; aspirai l'aria pura che mi avvolgeva, stesi i petali foschi, ed apparvi in tutto il vigore della bellezza della gioventù.
Nella gioia di quel momento, non pensai che a godere della luce e della vita ricuperate. Mi trovavo sul davanzale d'un'ampia finestra, e guardavo intorno esaminando avidamente i luoghi e le cose.
Ma un olezzo noto mi susurrò:
— Quando n'avrai abbastanza di guardare in giro ti ricorderai pure di me? —
Era il Tulipano bruno. Quattro pezzi di legno stavano sul terreno intorno al mio liberatore. Uno di essi aveva il piede sul vaso del Tulipano, ed era steso in tutta la sua lunghezza traverso il mio.
Un lungo filo rosso e bianco attorcigliato giaceva fra i legni sulla terra mossa da quella rovina. Il Tulipano, libero da quei vincoli che lo tenevano ritto, aveva incurvato il suo lungo stelo, e colla bella testa toccava quasi la mia.
— Quanto ti debbo! — gli dissi: — ti sei privato per me di tutti i tuoi sostegni.
— Dacchè lo riconosci, — mi rispose, — ne sono largamente ricompensato.
— Come non riconoscerlo? — dissi eludendo il complimento. Fu certo questo legno steso dietro a me, che ha rovesciato il bicchiere maledetto.
— Oh mille volte maledetto; perchè era una barriera che ti divideva da me.
Mi sentii imbarazzata. Stetti alquanto in silenzio. Ma i pistilli bianchi del Tulipano mi volgevano sguardi d'amore. Per togliermi a quel fascino cercai di proseguire il discorso; e tornai a dire:
— Sei stato ben generoso a rinunciare per me alla tua nobile posizione verticale.
— Di' che fui egoista piuttosto. Eravamo tanto lontani allora....
— Ed ora, — l'interruppi, — tutto il peso del capo ti gravita sullo stelo, e t'incurva tanto che nessuno ti vede più; non sembri più alto di me; guarda come sono vicine le nostre teste.
— Te ne lagni, Viola? — olezzò lieve lieve.
Lagnarmene! Io! Il suo profumo m'inebbriava; il suo sguardo attraeva il mio; un senso ignoto di dolcezza m'inondava il calice. Avrei voluto possedere la bellezza della camelia, il profumo della vaniglia; mi sentivo umile, bruna, piccina; ed una stilla trasparente bagnò il velluto delle mie foglie. Gli uomini la credettero rugiada, ma il Tulipano vide che era una lagrima. In quel punto passò un soffio di vento. Egli vi si piegò sotto, si lasciò spingere, ed il fulvo de' suoi lunghi petali sfiorò il fulvo de' miei, mentre tornava ad olezzare dolcemente.
— Te ne lagni, Viola?
Ma nel mondo degli uomini, dove l'amore fa tanto chiasso ed è tanto eloquente, il nostro amoruccio di fiori, semplice ed impacciato, deve sembrare ridicolo. Lascia dunque ch'io tenga per me le memorie di quelle espansioni soavi. Ti dirò solo che da quel giorno ed in quel bacio ci giurammo di amarci sempre; e lo zeffiro che ci aveva congiunti, portò a Flora il giuramento, con cui la Viola ed il Tulipano si erano fidanzati.
***
Quella felicità era troppo grande perchè potesse durare. Sopravvenne la fatalità che regnava su di noi sotto la forma d'una bella signora; vide i disastri accaduti, e, per buona sorte, ne incolpò di vento.
Ma tornò a rizzare sullo stelo il mio amico generoso, gli ripose intorno più saldi i bastoncini caduti, e lo rilegò più stretto di prima.
Un momento tremai di veder ricomparire anche il bicchiere; ma grazie al mio aspetto florido, quel supplizio mi fu risparmiato; e potevo vedere ancora, sebbene da lontano, il bel Tulipano il cui bacio mi aveva inebbriata.
È vero che, ritto così sulla sua alta persona, con quella barricata intorno, egli appariva fiero e superbo; e nel segreto del mio calice mi sentivo isolata, e rimpiangevo quella dolce espansione a cui l'avevano condotto un momento la generosità e l'amore.
Tuttavia i suoi pistilli mi guardavano sempre, il suo effluvio era sempre egualmente amorevole; ed io pensavo che gli dovevo la libertà e la vita; pensavo che era generoso e buono, ed ero felice del suo amore.
Così passarono tre ore senza che nulla turbasse la nostra pace; e la prova di quella lunga costanza, e le memorie di quel tempo trascorso insieme, riassodavano il nostro affetto.
In quella calma serena, senza agitazioni, senza tempeste, la vita mi era facile. Ma a poco a poco la noia cominciò ad insinuarsi nello spazio vuoto tra il Tulipano e me.
Per fortuna — allora dissi per fortuna, — una bestiolina verde, un bruco, venne a strisciare sugli orli del mio vaso. Sebbene fosse bruttina, la vista di quella bestiola mi divertì. Mi piaceva la flessibilità delle sue movenze, la facilità con cui si raccoglieva in un gruppo o si stendeva, modificando il portamento a seconda delle esigenze del cammino. Ella mi disse:
— Bella Viola, è un pezzo che vado strisciandoti intorno. Ammiro il tuo volto timido e pensoso. Lascia che mi avvicini a te; coprimi della tua ombra. Ti vorrò bene come una sorella. So che hai innamorato il Tulipano bruno; ma le barriere che ha intorno lo tengono lontano da te. Dammi ospitalità fra le tue foglie, e tu m'insegnerai parole d'amore; ed io andrò da te a lui e gliele recherò. Tu penserai per me, io striscierò per te. —
Lusingata dall'idea d'avere accanto un'amica, protesi fiduciosa le mie povere foglioline e vi raccolsi la bestiuccia strisciante. Ella tornò a dirmi:
— Quanto è bello il Tulipano bruno! Soffre di esserti lontano. Lo sguardo de' suoi pistilli è pieno di tristezza; affidami parole di conforto che io gliele rechi sommesse, e sarà felice.
Ed io gli risposi:
— Non potresti dirgli nessuna cosa che non ci siamo già detta. Non intrometterti fra noi. Il tempo logorerà il filo che lo lega, ed allora saremo ancora uniti.
La bestiolina verde, irritata da quel rifiuto, si diede a suggere l'umore vitale alla mia radice. Mi sentivo indebolire, ma non sapevo il perchè; e tra il sole che mi ardeva, tra l'avidità della mia falsa amica, mi andavo lentamente struggendo. La bella signora che aveva riposto in ceppi il Tulipano, vedendomi in quello stato disse:
— Questa Viola va portata all'ombra. — E mi sollevò col mio vaso.
Allora la bestiolina verde strisciò rapidamente sull'orlo del vaso, e si lasciò cadere sulla finestra, poi si rimise a strisciare sul vaso del Tulipano bruno. Addolorato della mia partenza, coi pistilli rivolti verso di me, egli non si avvide della bestia. Ma io la vedevo avanzarsi lentamente fin presso lo stelo del mio nobile fiore, e mentre mi allontanavo colla signora, pensavo con ingannevole fiducia: «Quella bestiolina verde gli parlerà di me.»
***
La bella signora mi fece attraversare parecchie sale e gabinetti, e finalmente giunta ad un salottino giallo, aperse la finestra e mi pose accanto ad un magnifico Garofano rosso, in tutto il vigore d'una vegetazione ridondante.
Oh lo splendido fiore! I bei petali vivaci! Le belle foglie tese e verdeggianti! Il suo olezzo profumava l'aria tutt'intorno, e mi pareva che la presenza di quel fiore bello e forte, dovesse allietarmi la vita.
Nel nostro linguaggio di profumi, egli diceva cose sorprendenti; ne diceva molte e mi faceva passare di meraviglia in meraviglia. Pensai al linguaggio degli altri fiori, e mi parve triviale, e tornai ad ascoltare il Garofano.
Pensai al Tulipano bruno; ed anche il Tulipano non mi parve più bello.
— Che cosa gli dirà la bestiolina? — dicevo nel mio cuore. — Ed in fondo al calice una voce gelosa mi rispondeva:
— La bestiolina strisciante non gli parlerà per te ma per sè stessa. Si farà amare e tu sarai dimenticata. —
E tornavo a guardare il Garofano, poi rispondevo:
— Oh, che m'importa? . . . . . .
Qui l'olezzo della povera Viola usciva lento ed a sbalzi, come se si vergognasse di quanto diceva. E non aveva torto. Io le dissi:
— Come! Amavi già anche il Garofano, Viola? Scusa, ma non posso farti complimenti sulla tua costanza.
— Te ne ho forse domandati? — ribattè con arroganza scotendo le foglioline, per dissipare l'abbattimento che le avevano cagionato quelle memorie. — Io ti racconto la mia storia al momento di finire questa vita. È un esame severo che faccio a me stessa; non cerco nè lodi nè biasimo. Non so se fra gli uomini sia lo stesso, ma nei fiori il sentimento si impone molte volte alla volontà ed alla ragione. Sentivo di dover tutto il mio cuore al Tulipano; ma mi trovavo sola, perduta in luoghi ignoti; e senza volerlo subivo il fascino di quell'altro fiore, più ardito, più appariscente, più forte.
***
Una volta il Garofano mi disse:
— Tu mi guardi, Viola, ed anch'io ti guardo... Accanto a te sento di star bene; i tuoi petali sono freschi e vellutati, ed il tuo olezzo lieve mi piace. Ma tu, non ami un altro fiore?
Ed io rinnegai il primo amore. Rinnegai l'amico buono e generoso che mi aveva salvata, e rivolsi la faccia al Garofano. — Allora il Garofano mi disse che mi amava, e quella parola, antica come il mondo, mi parve nuova, olezzata da lui. Egli mi avvolse nella sua ombra, ed io dimenticai il mondo dei fiori per lui. Stese verso di me le sue foglie acute con tanto impeto, che ne fui punta. Ma io amai il dolore e pensai:
— Se la bella signora mi ponesse nel suo vaso le nostre radici potrebbero congiungersi.
Egli indovinò il mio pensiero, e ripetè sommesso ed amoroso:
— Se la bella signora ti ponesse nel mio vaso le nostre radici potrebbero congiungersi.
In quella passò il vento, e sibilando mi gridò:
— E il Tulipano bruno! —
Ma io non l'ascoltai, ed il fischio del vento si perdette nello spazio.
***
Si faceva buio ed era vicina la notte. La bella signora venne alla finestra, sollevò col braccio destro il Garofano, prese me coll'altra mano, e ci portò dentro. Dove andavamo? Io non pensai al dove. Che mi importava dacchè partivo con lui?
Fece pochi passi e mi depose sopra una tavola del suo salotto. All'altro capo della tavola vidi il Tulipano bruno. La bella signora collocò lo splendido Garofano nel posto più evidente, ad un angolo del caminetto presso la lampada, poi andò a chiudere la finestra.
Ad un tratto una farfalla dalle ali azzurre si spiccò dalla parete e si pose a svolazzare intorno al lume accanto al Garofano. Era la bestiolina verde che aveva messo le ali. Allora il Garofano esalò verso di lei il suo profumo più acuto, per invitarla a posarsi sulle sue foglie.
A quella vista il mio povero calice si strinse per l'angoscia, e gridai al fiore brillante:
— Perchè non mi guardi più, Garofano? Non ti ricordi che hai detto d'amarmi! E che se la bella signora mi porrà nel tuo vaso le nostre radici si congiungeranno?
— Oh la piccola scimunita, che prende sul serio tutte le parole olezzate al vento! Non vedi ch'io sono grande e bello ed ho più profumo degli altri fiori? Sogni, povera violetta. A me la farfalla, che vive nell'aria, che sorvola alla terra, che domina lo spazio!
— Bada — gli dissi: — quando splendeva il sole, quella farfalla era un bruco, e strisciava sulla terra, strisciava sullo stelo dei fiori, e ne succhiava gli umori, e nella loro morte cercava la vita.
— Che m'importa il passato? Il bruco è scomparso, io amo l'oro e l'azzurro della farfalla.
Io tacqui, chinai la testa pensosa, e tutte le mie foglie stillarono. Ma il Garofano non lo vide. Allora il Tulipano mi disse:
— Viola; piangi perchè il Garofano non t'ama più, o piangi d'averlo amato?
Io scrutai profondamente il mio calice. Pensai al passato; pensai a tutto; guardai ancora una volta il Garofano vanitoso smemorato che folleggiava col bruco alato, e risposi:
— Piango d'averlo amato. —
Il Tulipano riprese:
— Vedi? il mio amore era più calmo, più ragionevole; inebbriava meno; ma era più durevole del suo. La bestiuccia verde strisciò sul mio stelo, salì sino ai miei petali; ma appena passò il vento, io mi agitai con esso e la respinsi, perchè amavo te sola. Il tempo e lo spazio si frapposero tra noi, e t'amai ancora. Mi dimenticasti per il Garofano, e ti amo sempre. Vuoi che ti perdoni? Dimmi che mi ami e ti perdonerò. —
Chinai il capo umiliata e commossa, e raccolta in me stessa, stetti pensando come rispondere a quella voce dolce e tranquilla che mi ripeteva la profferta clemente. Ero delusa del Garofano. Vedevo dov'era la verità, e mi sentivo felice di quel perdono.
Ma sarebbe troppo comoda la vita, se quando l'inganno non ha più seduzione per noi, bastasse tornare ai primi amori, per trovare ancora tutte le gioie dei cuori innocenti.
Mentre meditavo così la mia risposta, un dolore inatteso, acuto, infinito, mi strappò ai sogni della speranza.
Era la bella signora che m'aveva staccata dal ceppo. Ella mi porse ad un giovane in abito nero e guanti grigi, che uscì portandomi via.
Poco dopo egli mi pose in un foglio di carta scritta, la ripiegò, e rimasi qualche tempo nell'oscurità, sbalestrata in ogni senso.
Poi sentii lacerare la carta, spiegarla, e mi trovai qui.
Mi restavano pochi minuti di vita; tu li prolungasti colle tue cure, e muoio ringraziandoti.
— Un momento, Viola! — gridai — non morire ancora. E la morale da mettere in fondo?
— Chiama Tizio e Caio il Garofano ed il Tulipano, chiama la Viola Sempronia, e la morale salta agli occhi di tutti.
— E se a qualcuno non salta agli occhi?
— Vuol dire che è cieco e peggio per lui.
Non ebbe forza di dir altro. Rimase appassita; e così finì la storia della Viola.
UNA PICCOLA VENDETTA.
Nel salotto della contessa Ipsilonne era rimasta una sola visitatrice, quando entrò la signora Icchese tutta accesa in volto.
— Così tardi? — disse la contessa — Non ti aspettavo più.
— Sta zitta; non contavo di venire prima di pranzo, perchè ti ho destinata tutta la sera. Ma sai, al solito; ho dovuto salire per forza.
— Ancora?
— Ma è una persecuzione! — esclamò la contessa. — Poi, accorgendosi che quel discorso misterioso non era di buon genere dinanzi all'altra visitatrice, ripigliò:
— Con questa signora possiamo parlare apertamente; è una mia intima e vecchia amica, sebbene sia giovane. — E presentò: — La signora Icchese, la signora Zeta.
Le due dame s'inchinarono, e si porsero la mano in atto di simpatia.
La signora Zeta era una donnina attraente, senza essere quel che si suol dire una bella donna. Era magra e piccolina; aveva due grandi occhioni intelligenti, una bocca espressiva, una fisonomia aperta, schietta, buona.
Vestiva con molta eleganza ma senza affettazione; portava il suo lusso colla noncuranza d'una gran dama; non era mai preoccupata di rialzare lo strascico per non sciuparlo, nè di assicurarsi colla mano inquieta se non aveva perduto i ciondoli dell'orologio. Sapeva presentarsi in una sala, rimanervi, ed uscirne, come la signora di Genlis d'elegante memoria.
Non faceva consistere il riserbo nel parlare a monosillabi, nel porgere appena la punta delle dita, nel far la preziosa come una provinciale. — Sapeva che nelle case che frequentava non poteva trovarsi con signore equivoche, e trattava tutte con vera cordialità, e non prendeva altra misura per regolare la sua maggiore o minore espansione, che il grado di simpatia da cui si sentiva animata.
La signora Icchese, con una figura affatto differente, alta, bionda, fresca come un fiore, aveva gli stessi modi schietti e signorili, era altrettanto attraente, e più bella. S'erano scontrate parecchie volte in visita nelle stesse case, avevano scambiato qualche parola, e, senza conoscersi altrimenti che di nome, si erano trovate simpatiche a vicenda.
Così la proposta della contessa Ipsilonne di metter a parte la signora Zeta del mistero di cui s'era parlato, piacque ad entrambe le visitatrici, che accostarono le poltroncine in atto d'intimità.
— Figurati, — disse la contessa, — che questa povera signora Icchese è perseguitata da un cavaliere più innamorato che cortese, il quale ha l'indiscrezione di seguirla in istrada come una crestaia.
— Che mascalzone! Così sono educati i nostri giovinotti! — Esclamò con disprezzo la signora Zeta.
— Le pare? — entrò a dire la signora Icchese. — Io ne sono così mortificata, che appena mi accorgo d'essere seguita, salgo nella prima casa d'amici che trovo, per togliermi da quel ridicolo.
— La prego di considerare anche la mia casa come una casa d'amici, — disse graziosamente la piccola bruna. — In queste circostanze le signore debbono aiutarsi fra loro. La farò accompagnare da mio marito, che è serio, ed educato anche; non come questi giovani che hanno soltanto gli abiti da gentiluomo, ma la cortesia la vanno studiando nelle botteghe delle modiste, o fra le quinte del palco scenico.
— Grazie di cuore. Permetterà ch'io venga a ringraziarla a casa sua, anche senza che mi ci costringa quel signore.
Si scambiarono gl'indirizzi, si domandarono a vicenda in che giorno ricevevano, ed entrarono poi nel cordiale rapporto delle visite, recandosi volta a volta i complimenti dei rispettivi mariti, ed il loro desiderio vivissimo di conoscere le amiche delle rispettive mogli. — Complimenti e desiderii improvvisati dalla gentilezza delle dame, e di cui i mariti non avevano il più lontano sospetto.
Un giorno la signora Zeta stava per andare a colazione, quando udì una scampanellata forte, nervosa, sconveniente; — e quasi subito vide entrare la signora Icchese più accesa, più agitata ancora di quando l'aveva scontrata dalla contessa Ipsilonne.
— Oh, cara. A quest'ora? È ancora quell'indiscreto?
— Appunto. Ho dovuto rifugiarmi qui. Mi scusi, sa.
— Che! La ringrazio della fiducia. Ma è incorreggibile quell'uomo!
— Peggio che mai. Si figuri che ha osato accostarsi per parlarmi.
— Un insulto addirittura..... Malcreato! E dire che vi sarà una povera signorina che sposerà un facchino di quella sorta.
— L'avrà magari già sposato.
— Oh Dio, no! «Prendendo moglie si fa giudizio». Ma anche il sapere che ha trattato così da giovanotto, gli fa torto. Pensi se gli toccasse un giorno o l'altro di imparentarsi con una sua amica, ed essere presentato a lei dinanzi alla moglie. Che figura ci farebbe lui. E che scena!
— La moglie non ne saprebbe nulla.
— Che! certe cose non isfuggono. Ma lei è sempre agitata. Posso offrirle un po' di vermouth?... No? Un caffè? Un tè? Allora una goccia d'acqua di tutto cedro?
E tirarono in campo la rosoliera e centellarono il calmante zuccherino; ed intanto una interrogava, e l'altra narrava come fosse uscita a quell'ora del mattino, — era mezzodì, — per fare qualche spesuccia; e come, appena fuori, avesse scontrato quel tale, che le si era posto dietro; — e come lei, trovandosi lì presso, si fosse affrettata verso casa Zeta, e mentre svoltava nella porta lui si fosse accostato togliendosi il cappello come per rivolgerle la parola, e lei via su per le scale...
Ma omai era più di mezz'ora che era salita; l'importuno aveva avuto tempo d'annoiarsi aspettando e d'andarsene; poteva avventurarsi ancora in istrada. Suo marito l'attendeva a colazione.
— In questo caso la lascio andare; ma non sola; mio marito l'accompagnerà.
E la signora Zeta suonò il campanello e domandò alla cameriera:
— È in casa il signore?
— Sissignora, è entrato or ora. È in sala da pranzo. Debbo chiamarlo?
— No, andiamo noi a raggiungerlo.
— Ecco mio marito — disse la signora Zeta entrando nella sala da pranzo, e presentando un giovane piccoletto, biondino, mingherlino ed azzimato. E rivolgendosi a lui proseguì:
— Ti procuro la fortuna d'accompagnare la signora Icchese fino a casa sua. Bada che è un'impresa cavalleresca. Si tratta di proteggerla contro un mascalzone che ha la villania di seguirla in istrada.
Il marito s'inchinò muto e confuso..... a tanto onore. La signora Icchese si fece rossa d'indignazione.
Quel marito, quel cavaliere cortese, quel paladino che doveva difenderla contro il galante malcreato, era lo stesso galante, lo stesso malcreato.
— E stia di buon animo, che con Giorgio è ben raccomandata. — Disse la signora Zeta salutando l'amica.
Fede di moglie!
Il cavaliere non osava parlare; ma la signora non gli si mostrò sdegnata. Anzi, dopo il primo momento di sorpresa, parve mettersi di buon umore. Appiccò discorso sul tempo e sul ballo nuovo della Scala. Non gli fece più il viso serio delle altre volte. Che! gli sorrideva mostrando certi dentini...
— Sarebbe possibile che il sapermi marito di mia moglie l'avesse persuasa... Mi sembra strano! — Pensava il signor Zeta — Eppure sì. Sorride con civetteria; mi guarda furtiva... Oh le donne! Le amicizie delle signore!
— Eccomi giunta, — disse la bella dama bionda fermandosi ad un portone. — Ma, spero, non mi pianterà qui sulla porta. Favorisca, la prego. Potrei trovare il mio persecutore sulla scala.
— La civettuola! Ha paura di non trovarlo, e vuol assicurarselo, — pensava caritatevolmente il marito esemplare. — Ed io che credevo d'aver ad espugnare una fortezza! Ecco l'onestà delle dame.
E, con onestà da cavaliere, salì gongolando come un conquistatore, dall'amica di sua moglie.
La signora traversò l'anticamera, l'antisala, il salotto, e tirava innanzi. Il cavaliere credette conveniente fermarsi; per la prima visita....
— Favorisca, favorisca; la tratto in confidenza, — disse la signora sorridendo sempre.
Il cavaliere leale si slanciò coll'entusiasmo d'un Don Giovanni; ma rimase come la statua del commendatore.
La bella dama lo introdusse nella camera da pranzo, e là gli presentò una specie di colosso sui cinquant'anni, con una di quelle faccie burbere con cui non si fa celia.
— Mio marito, — disse graziosamente. Poi rivolgendosi al marito, — il signor Zeta, che adora il bezigue e desidera di fare con te la tua lunga, lunga partita tra la colazione ed il pranzo. — È un pezzo che mi perseguita... per riuscire a questo.
Gli uomini masticavano dei grazie, ed ho piacere di fare la sua conoscenza, ed il piacere è tutto mio, e s'accomodi, ecc. E la signora proseguiva:
— Ecco il tavolino, le carte. E mentre il signor Zeta si diverte un paio d'ore con te, io vado a pigliare la sua signora per far delle visite insieme..
— Per carità! — susurrò il signor Zeta accostandosi a lei come per aiutarla ad avanzare il tavolino. — Non parli a mia moglie...
— Ma che si crede? — rispose con disprezzo la bella donna; — se i signori non sono più gentiluomini, le signore sono sempre gentildonne. . . . . . . . . . . . .
— Che coraggio! — esclamò la graziosa signora Zeta rivedendo l'amica. — Ha osato uscir sola ancora?
— Ah, ora sono sicura di non trovarmi più tra i piedi quel signore. Ha avuta una lezione ammodo.
— Ed è Stato mio marito a dargliela? Che bravo Giorgio! Mi racconti.
— No; voglio lasciargli il piacere di raccontargliela lui.
Non si sa che gesta eroiche si sia attribuite il marito per cavarsi d'impaccio. Ma la sua bella donnina fu tutta orgogliosa d'aver uno sposo tanto serio e cavalleresco, e quel fatto rialzò di molto la sua ammirazione e la sua fiducia in lui.
Giorgio l'amava tanto, che la indusse quell'anno ad andare in campagna ai primi di aprile perchè non vedeva l'ora di rinnovare in quella solitudine la sua luna di miele.... e di fuggire il supplizio delle partite a bezigue.
NOTA:
[1.] Questo racconto è scritto da più anni. D'allora i regolamenti hanno subite molte modificazioni, e gl'inconvenienti che io deploravo furono in gran parte rimediati.
L'AUTRICE.
Finito di stampare
il giorno XV Febbraio MDCCCLXXX
nella Tipografia Nazionale
in Cesena.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (mania/manìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.