VII.
Ero appunto in una convulsione di pianto, quando Marco aperse l'uscio. Singhiozzavo tanto, che non l'avevo udito venire. Non lo aspettavo così presto. M'ero figurata che pranzerebbe prima; ma non aveva pranzato; appena gli avevano detto che stavo troppo male per andare a tavola, era corso a vedermi.
— Maria! — esclamò sorpreso di trovarmi a quel modo.
Tutto il mio discorso mi sfuggì dalla mente come se ogni parola avesse poste le ali. — Capii alla prima che non potrei mai fare una confessione solenne, a periodi ordinati, come l'avevo immaginata. La realtà è tanto diversa dall'immaginazione. Tutte le esclamazioni enfatiche, le scene pittoresche dei drammi sono sogni da poeti. Nella vita reale le cose accadono in tutt'altro modo.
Però, anche rinunciando alla speranza di fare un bel discorso, mi rimase il proposito di confessare ad ogni modo, di uscire da quella ignobile pastoia d'inganni.
— Oh Marco! — singhiozzai. — Senti, ho una cosa da dirti.
— Di' su, cara. — Cosa vuoi? — Mi rispose dolcemente.
— È una cosa enorme, vergognosa — balbettai esitando e coprendomi il volto col fazzoletto.
Non rispose, ma mi prese una mano come per farmi coraggio. Io mi lasciai scivolare pian piano dalla poltrona, e rimasi in ginocchio dinnanzi a lui che mi si era seduto accanto. Ma fu tutt'altro che la genuflessione drammatica che avevo progettata; feci quell'atto senza slancio, come per vezzo; poi nascosi il volto sulle sue ginocchia, e gli dissi:
— Lascia che te lo dica così; se ti guardassi non oserei.
Sentii le sue mani posarsi su' miei capelli, e pensai:
— Ecco l'ultima carezza che mi fa. Fra un momento ritirerà le mani con ribrezzo e mi respingerà. — E tutto il mio coraggio svanì, e tornai a dire:
— Senti, Marco.... — ed intanto pensavo quale piccola mancanza potessi inventare per giustificare quella scena senza dirgli la verità.
— E così? — disse Marco. — Cosa debbo sentire? — Via di'; ti faccio paura? — Poi soggiunse in tuono di scherzo:
— Hai ammazzato qualcuno?
Quella parola mi richiamò vivissimo il mio proposito di suicidarmi; l'orrore d'aver compreso in quel progetto orrendo la vita di mio figlio; e le lettere; le lettere disgraziate che mi avevano condotta a quel punto. — Mi tornò al pensiero la scena di vergogna, tante volte temuta, di vedere quelle lettere, in cui sfogando i miei rimorsi avevo ripetutamente affermata la mia colpa, lette ad una ad una da Marco; e di udirlo dirmi:
— Perchè m'hai ingannato?
No; non potevo, non volevo ingannarlo più.
— Senti Marco, — ripresi con uno sforzo sovrumano — una volta, prima che tu m'avessi mai parlato — sai — quand'ero tanto sola — e tanto triste....
Esitai un momento. La mia voce tremava, ed il cuore mi batteva forte forte, ed avevo un fischio negli orecchi come quando s'ha preso troppo chinino; non avevo la forza di proseguire; avrei voluto che m'incoraggiasse. — Egli mi disse soltanto:
— Ebbene? Quand'eri tanto triste?...
Io pensai di dire alla prima il peggio, d'impegnarmi in modo da non poter più retrocedere, e misi avanti il nome:
— Edmondo — sai, — Edmondo Soldani....
Sentii la mano di Marco passarmi sotto il mento, poi chiudermi la bocca; poi, accanto all'orecchio, la sua voce, quel dolce suono d'amore, mi susurrò:
— Stai zitta, bimba. Io so tutto.
Fu tale lo sbalordimento a quelle parole, che dimenticai la vergogna e alzai il capo per guardarlo in viso. Poi all'incontrare il suo sguardo buono, sentii la vampa del rossore salirmi alla fronte, chinai di nuovo la testa avvilita e scoppiai in un pianto dirotto.
Egli lasciò che mi sfogassi un poco, poi mi disse:
— Via, Maria; calmati. Vedi pure che non sono un giudice tanto terribile....
— Oh ma tu non sai.... singhiozzai senza guardarlo....
— Io so tutto, t'ho detto. — Non ti ricordi che me l'hai scritto tu?
— Ah! tu hai ricevuta quella lettera? — gridai.
— Ma sì, non me l'avevi mandata tu stessa?
— Credevo che non ti fosse giunta.
— Sì, mi è giunta la vigilia delle nozze.
— Ma perchè non m'hai detto nulla?
Egli mi rialzò abbracciandomi; mi fece sedere sulle sue ginocchia, e carezzandomi amorevolmente la fronte ed i capelli, riprese con un accento di clemenza che mi spezzava il cuore:
— Perchè sapevo già tutto, anche prima che tu mi scrivessi quella lettera. Perchè t'avevo domandata in moglie, appunto per toglierti dalla falsa posizione in cui t'avevano posta. Perchè ti compiangevo e ti perdonavo. Perchè in gran parte la colpa non era tua; eri troppo giovane per allontanarti dalla mamma, per viver sola, per saperti condurre da te stessa nelle difficoltà della vita. La gioventù ha bisogno di guida. L'amore è un sentimento naturale, un istinto. Posta nell'occasione è certo che se non oggi, domani, una fanciulla s'innamora. Se è sola, libera, se non ha accanto una tutela che la trattenga a tempo, la passione la domina. Negli animi gentili, il pudore stesso può essere una tutela sufficiente. Ma quando una ragazza s'è avvezza a trattare gli uomini come compagni d'ufficio, a non arrossire dinanzi a loro, il primo pudore istintivo è già vinto, — e la caduta è più facile.
Io l'ascoltavo con raccoglimento, e mi ripetevo nel cuore ogni sua parola. — Era lui che mi scusava come avrei voluto scusarmi io stessa se avessi potuto parlare. Come faceva a leggere così nel mio cuore? — Era superiore in tutto. Chissà? Forse avrebbe avuta la clemenza di perdonarmi anche dopo la confessione che stavo per fargli. Dio perdona le più gravi colpe, ed egli era buono e grande come un Dio.
— Ed ora cosa debbo fare, Marco? — gli domandai timidamente.
— Cosa devi fare? — Ma nulla. Devi continuare ad essere una brava donnina, onesta, come sei stata sempre dacchè mi hai sposato....
— Ma io non sono una brava donnina, non sono onesta! — esclamai con uno slancio di lealtà, non potendo tollerare quegli elogi immeritati.
Con un moto istintivo mi allontanò da sè e si rizzò in piedi. Io pure ero rimasta in piedi a capo chino, e piangente. Ma egli riprese subito la sua calma da uomo giusto. Venne a fermarsi dinanzi a me e mi disse:
— Via, spiegati. Alza il volto e guardami.
Io obbedii e fissai timidamente ne' suoi, i miei occhi pieni di lagrime. Marco riprese guardandomi fin nell'anima:
— È vero che la madre di mio figlio non è una moglie onesta? È vero, Maria?
— No, no, no, non è vero! — urlai con un grido disperato, un vero grido di madre.
— Allora siedi qui; calmati e parla.
E, sedendo egli stesso, mi additò una poltrona accanto a lui; era serio, ma senza rigore.
Io gli dissi tutto. Il ritorno d'Edmondo, le sue lettere, il supplizio degli appuntamenti, fino a quel giorno in cui non avevo più avuto il coraggio di sopportare quella tortura, e nella mia stessa debolezza avevo attinta la forza di confessarmi a lui, e di morire.
— Quando dovresti andare? — mi domandò con voce addolorata.
— Domani — susurrai.
— Domani manderà le lettere a me. Le bruceremo senza aprirle, e non ne parleremo mai più.
— E non mi manderai via? — dissi non potendo credere a tanta gioia.
— Perchè dovrei mandarti via, poverina? — Perchè tu dovessi ancora appigliarti ad un impiego insufficiente a farti vivere, ed essere trascinata dalle circostanze e dal bisogno a transigere col tuo decoro?
— È soltanto per non espormi a quel pericolo che non mi scacci? — domandai sentendo gelarmi il cuore al pensiero che di tutto il suo bell'amore non mi fosse rimasta che un po' di compassione.
— È perchè ti voglio bene, e ti perdono; — mi disse abbracciandomi.
E d'allora la pace è tornata nel mio cuore e nella mia casa.
Ma ogni volta che sento declamare sull'emancipazione della donna, sulla produzione sociale a cui ha diritto, deploro queste novità pericolose, che rendono le giovinette indipendenti, e le allontanano dal loro ambiente naturale, che è la famiglia. — Vorrei che gli impieghi pubblici accordati alle donne, fossero dati esclusivamente alle vedove o alle giovani mature, e che avessero un compenso sufficiente, per farle vivere senza stenti; perchè la miseria è una triste consigliera. — Vorrei che le questioni sociali non facessero perder di vista le questioni morali. — Ora che ho fatto una prova dolorosa, e che sono madre anch'io, penso come la mia povera mamma:
— Meglio trecento lire soltanto, ma vivere in famiglia, e lavorare in una scuola ad educare dei bimbi con fatica materna e moralizzatrice, che guadagnare tre volte tanto, sole, giovani, ed inesperte, facendo l'impiegato lontano dai nostri protettori naturali.
I MORTI PARLANO.
Questo racconto fu pubblicato alcuni mesi sono nel Fanfulla. Per non toglierci nulla della sua verità, lo ristampo colla lettera che lo accompagnava al direttore del giornale.
Al Direttore del «FANFULLA» Roma.
Milano, 29 giugno 1879
Caro signor direttore,
Le mando due lettere che ho ricevute dall'America a circa un anno di distanza l'una dall'altra. La seconda è un seguito affatto impreveduto della prima; ed entrambe riusciranno certo più interessanti ai lettori del suo Fanfulla, che non sarebbe riuscita quella tale mia novella che vado promettendo da tanto tempo e non scrivo mai.
Mi si va ossidando l'immaginazione; non so più inventar nulla, e sono ridotta a fare da cronista, mandandole invece d'un romanzo la relazione d'un fatto vero che somiglia ad un romanzo.
Veda se può accontentarsene, ed in tal caso la prego di restituirmi le lettere quando le avrà pubblicate perchè sono d'un'amica lontana che forse non vedrò più, e le tengo preziose.
Devotissima sua
La marchesa Colombi.