III.
— Avevo venticinque anni. Mi sentivo pieno di vita e di speranza. Partivo lasciandomi dietro la dolcezza dell'amore, per andare incontro alla dolcezza della gloria.
— Clelia sembrava rinverdita colla primavera; da qualche tempo stava bene, ed era evidente che quel medico s'era ingannato.
— Ero contento di me, del mondo, di tutti. Quegli otto mesi di amore virtuoso, di vita casalinga, mi avevano ritemprata la salute. Il sangue mi scorreva caldo e robusto nelle vene. La natura mi rifulgeva intorno splendida e giovine come nel giorno della creazione. Ed io pure ero giovine e felice come Adamo. Ma per me pure c'era un frutto proibito; ed io pure trovai l'Eva che me lo porse.
— La incontrai nel breve tragitto di mare tra Genova e Livorno, quella Eva francese col viso dipinto di bianco o di roseo, e gli occhi dipinti di nero, e le labbra dipinte di rosso. Ho sempre avuto un profondo disprezzo per le donne imbellettate. Ma pur troppo vi sono delle ore maledette nella vita, in cui la materia vince l'anima, ed allora si accoglie volentieri una donna che si disprezza, perchè i suoi favori si ottengono facilmente. Quella straniera bionda fece due terzi della strada per avvicinarsi a me. Nelle disposizioni in cui mi trovavo, lo spirito è pronto, ma la carne è debole: ed io non mi feci pregare per fare l'altro terzo.
— Avevo promesso a Clelia di scriverle da Livorno la prima lettera. Ma quando presi la penna per scrivere a lei che stimavo tanto, alla mia sposa, in una camera profanata dalla presenza di quell'avventuriera, sentii una profonda vergogna di me, e per non mentire non scrissi nulla. L'amavo con tutta l'anima ma le ero infedele; cosa avrei potuto dirle in quell'ora che non ripugnasse alla mia coscienza?
— Pensai che quella relazione avventurosa sarebbe presto troncata; che quella donna se ne sarebbe andata, e quando mi fossi sentito ancora degno dell'amore di Clelia, le avrei scritto.
— Il mio quadro piacque, e fu comperato da un signore americano che lo pagò bene. Questa circostanza aumentò visibilmente la tenerezza della signora francese per me, ma diminuí d'altrettanto la mia.
— Alle emozioni nobili dell'arte, era strettamente legata ogni memoria del mio cuore. Mi svegliai da quella specie di delirio, che mi aveva tenuto unito per tre settimane ad una creatura indegna di occupare un'ora della vita d'un galantuomo.
— Pensai con angoscia a Clelia. Povera gioia! Erano tre lunghe settimane che l'avevo lasciata, e non le avevo scritto una parola. Mi rammentai con indicibile spavento la sua estrema sensibilità, la sua salute delicata. «Se l'avessi fatta ammalare? Mio Dio!»
— Forse m'aveva scritto?
— Corsi alla posta. Vi trovai infatti due lettere ferme in posta, perchè non le avevo mandato il mio indirizzo. Una aveva la data di pochi giorni dopo la mia partenza. Clelia era già inquietissima del mio silenzio; mi pregava di scriverle; era tormentata da presentimenti dolorosi e strani. Quelle fibre tanto delicate e nervose, presentono vagamente il male che noi facciamo loro, mentre noi, nature meno squisite, lo comprendiamo appena quando ne vediamo le conseguenze irreparabili.
— L'altra lettera era scritta soltanto da quattro giorni. Erano poche parole. Clelia era ammalata; l'agitazione, l'incertezza in cui l'avevo lasciata, avevano abbattute le sue poche forze. Le era tornata la febbre, e si sentiva debolissima. Ma aveva sempre fede in me. E mi pregava di tornare, di tornar subito, se non volevo che morisse di cruccio.
— Lacrime di vero cordoglio, di rimorso, di vergogna, mi bagnarono gli occhi, mi gonfiarono il cuore.
— La sera stessa lasciai quella donna malaugurata, e partii.
— Ma quella lettera era giunta da quattro giorni. Erano cinque giorni che Clelia l'aveva scritta, ed io giunsi a Milano dopo due altri giorni. Mio Dio! Cosa poteva essere accaduto in quel tempo?
— Quando sonai alla porta di Clelia il cuore mi batteva da spezzarmi il petto. La serva mi disse con amarezza:
«Ben presto l'avrà uccisa del tutto, sarà contento.
— Sentii che meritavo quel rimprovero, e la seguii senza risponderle a capo chino, cogli occhi gonfi di lacrime.
— Quando stavo per entrare nella camera di Clelia, Rosa mi disse ancora:
«Ed ora vorrebbe comparirle dinanzi così, come una bomba, per farla morire sul colpo? Il medico ha raccomandato di non darle emozioni.
— Mi fermai, ed essa entrò. Ma un minuto dopo udii una voce piena di dolore, d'amore, di pianto, esclamare:
— Mi precipitai nella camera, caddi in ginocchio accanto alla poltrona di Clelia, mi premetti sul volto le mani che ella mi stendeva in segno di perdono, e piansi, singhiozzai come un disperato. Ed essa, povera gioia, mi copriva il capo di baci e di lacrime, senza un rimprovero, senza un lamento.
— Quando cercai di accusarmi, di domandarle perdono, mi chiuse la bocca colla mano e mi disse:
«Stai zitto, Gustavo. Non parlar del passato. È stato un brutto sogno; dimentichiamolo. Ti perdono tutto, sai. Ora non pensiamo che ad amarci, ed esser felici. Forse potremo esserlo per poco.
— Io piangevo, piangevo, e dal fondo del cuore offrivo a Dio la mia vita in cambio della sua.
— Tuttavia mi sembrava che Clelia si esagerasse il suo male. Era magrissima è vero; ed aveva la voce debole. Ma non era a letto, ed il suo volto animato della gioia non aveva l'aspetto d'un volto di persona gravemente ammalata. Ed io pensavo ancora che l'avrei fatta guarire a forza di cure e d'amore; che l'avrei resa felice, che l'avrei sposata subito, anche il domani, e l'avrei portata a Viareggio, e l'avrei condotta ogni giorno nella pineta. Oh Dio! Si può forse morire quando si ama e si è amati così?
— Passai il resto della giornata accanto a lei. Ogni tanto tossiva, tossiva a lungo da rimanerne quasi soffocata. Ed io soffrivo, avrei dati dei pugni contro il cielo. Ma poi quell'accesso passava; Clelia riprendeva a discorrere del nostro avvenire; era serena, felice. Ed io pensavo che la tosse della tisi è breve, asciutta. Che quella tosse violenta non poteva essere che un'infreddatura. Non conoscevo quella malattia inesorabile se non dai romanzi, e mi facevo illusione.
— La sera quando Clelia mi congedò per coricarsi, la pregai di lasciarmi rientrare più tardi, per vegliarla durante la notte. Ella me lo permise.
— Quando fu a letto, tornai infatti nella sua camera.
«È quasi inutile che tu stia alzato, mi disse. Mi sento bene. Il tuo ritorno mi ha guarita. Ti lascio star qui perchè abbiamo tante cose da dirci, e poi Rosa ha bisogno di dormire, ha tanto vegliato le notti scorse.
— Rosa se ne andò; la udimmo chiudere gli usci, e ritirarsi nella sua stanza. Io rimasi solo accanto al letto di Clelia, più bella, più serena, più amante che mai.
— Io pure non avevo mai sentito d'amarla tanto come quella sera. Comprendevo tutti i miei torti, avevo tanto da farmi perdonare! Ed ella, povero angelo, aveva tanto sofferto, aveva tanto bisogno di conforto...
— Cercammo il perdono, l'obblìo, il conforto nel nostro amore. Quella notte fummo sposi davanti a Dio. Ma la mattina quando mi risvegliai accanto a Clelia, ella non aveva più che un soffio di vita. Il mio disgraziato amore l'aveva uccisa.
................
A questo punto del suo racconto Gustavo aveva la voce commossa, strozzata dal pianto. Agitava furiosamente i sassolini, li prendeva in mano e li respingeva con rabbia, mentre le lacrime gli gonfiavano gli occhi e cadevano sulla tavola di sasso.
Io non cercai di consolarlo. Rispettai il suo dolore, e rimanemmo entrambi in silenzio. Finalmente scosse il capo, si asciugò coraggiosamente le lacrime, come per dire:
«Non me ne vergogno,» e riprese il suo racconto.