V.

Era una simpatica giovine quella Vittoria; mi sembra di vederla ancora. Vestiva un abito bianco ampio, a lungo strascico, guarnito in giro di una larga striscia color d'arancia.

Aveva i capelli nerissimi, lunghi, folti, annodati con un grosso fiocco di nastro color d'arancia a sommo il capo.

Poche signore sanno vestire capricciosamente senza cadere nell'esagerazione. Vittoria possedeva quest'arte, e specialmente nelle abbigliature di casa, che non erano troppo schiave della moda, metteva un gusto squisitamente artistico.

Accompagnai Gustavo parecchie volte nelle sue visite ad Arona, per poter entrare con Vittoria in quel grado d'intimità necessaria per la missione di cui mi ero incaricato.

Fra persone giovani e schiette l'intimità si stabilisce presto. Una mattina dissi a Gustavo che quel giorno andrei ad Arona solo.

Egli si fece pallido, mi strinse le mani e mi disse:

— Credi che mi perdonerà? Quando penso come ha trattato quell'altro perchè l'aveva ingannata....

— Quell'altro non lo amava, risposi. Via, speriamo.

Ed andai solo ad Arona.

— È solo? mi domandò Vittoria agitata.

— Sono solo. Gustavo verrà più tardi, se vuole.

— Se voglio?

— Sì, se vorrà, quando saprà tutto.

— Quando saprò tutto? Ma cosa sono questi misteri? Gustavo non può avere dei segreti per me che sono stata sempre sincera e fiduciosa con lui.

— Non si affretti ad accusarlo, Vittoria, Gustavo è innamorato. Questa è la sua colpa e la sua scusa. Ma c'è un segreto, c'è una grande disgrazia di mezzo. Gustavo non ha il coraggio di farle questa confessione. L'ha affidata alla mia amicizia. Vuole sentirla da me?

— Dica, dica presto per carità.

Ed era tutta turbata e le scintillavano gli occhi.

Io le narrai tutta la storia disgraziata del mio amico; le dissi le sue trepidazioni passate, le sue angoscie presenti, i suoi rimorsi, i suoi timori, il suo immenso amore per lei. La pregai di perdonargli; mi posi in ginocchio io stesso per Gustavo; evocai, per intenerirla, la memoria della povera Clelia.

Ella mi ascoltò sempre in silenzio. Ma aveva il seno ansimante, e si fece prima pallidissima in viso, poi infiammata. I suoi grandi occhi neri mandarono lampi di sdegno, poi rimasero fissi con un'espressione implacabile.

Quando ebbi detto tutto ella mormorò:

— Disgraziato! Aveva uccisa mia sorella, ed ha accettato il mio amore! Ah non sapevo che si potesse esser perfidi cosí!

Io parlai e pregai ancora lungamente, senza che l'espressione del suo volto si rischiarasse un momento. Rifletteva e pareva che non mi desse retta. Finalmente si rizzò e mi disse seria seria:

— Gli dica che venga.

— Questa sera? domandai.

— No. Giovedì. (Era una domenica).

— Ma gli perdonerà, nevvero, Vittoria? Posso dirgli che gli perdonerà?

— Lo saprà allora.

— Mi dica almeno che gli vuol bene ancora.

— Pur troppo l'amo quel mostro; l'amo con tutta l'anima e vorrei odiarlo.

Pronunciò queste parole con un accento crudele. Ma era un momento terribile per lei. Ed io pensai che, passati quei pochi giorni in cui si calmerebbe l'impressione di quell'ora, sarebbe clemente, e perdonerebbe con tutta la generosità del suo grande amore.

Corsi da Gustavo altero e felice della nuova che gli recavo. E per la prima volta vidi la sua bella fronte farsi veramente serena. Mise un lungo sospiro di sollievo. — Ah!... come se si sentisse alleggerito da un grave peso.

La sera di giovedì lo accompagnai al battello a vapore; era bello e contento, proprio come dev'esserlo un fidanzato che va a ricevere la sposa del suo cuore. Ma quando fu partito, e rimasi solo alla sponda del lago, mi sentii triste, e mi parve d'averlo perduto.

Tutto il giorno, finchè giunsero battelli, stetti al porto guardando ansiosamente tra i viaggiatori che sbarcavano, per rivedere Gustavo e leggergli in volto com'era andata la sua visita. Si leggeva tutto su quel volto là. Ma l'ultimo battello passò, e Gustavo non venne.

— Va bene, pensai. È perdonato e felice. Lo rivedrò domani.

E rientrai in casa e mi coricai. Ma il mio cuore era agitato. Mi addormentai con difficoltà e sognai tristi sogni.

Tuttavia mi risvegliai che il mattino era già inoltrato. Dovevano essere passati due battelli; Gustavo era dunque tornato. Come mai non era venuto subito da me? Mi vestii in fretta e corsi a casa sua. No; non era giunto ancora.

— Via, è una pace completa, dissi. Rimane a colazione con lei.

E cercai di figurarmi la sua felicità. Ma invece mi pareva di vederlo triste, piangente. Finalmente nel pomeriggio non seppi resistere più. Presi il primo vapore che passò; andai ad Arona, e corsi difilato dalla signora Vittoria.

— C'è la signora? domandai alla cameriera che venne ad aprirmi.

— Nossignore, è partita.

— Partita! E... col signor Gustavo?

— No; il signore dorme; ho l'ordine di rimaner qui finchè si desti.

Entrai precipitosamente in sala. Gustavo infatti era steso sul divano e stava svegliandosi. Sbarrò gli occhi meravigliati; mi osservò ben bene; si guardò intorno come per assicurarsi del luogo in cui si trovava, poi finalmente disse:

— E Vittoria?

— Ebbene, gli risposi, dov'è andata Vittoria?

— Mi ha perdonato! sclamò con accento di beatitudine.

— Ti ha perdonato, ne ero certo. Ma perchè è partita?

— Partita? gridò balzando in piedi tutto sgomento. Ma che! È impossibile.

Io cominciavo a presentire qualche guaio.

— Via, calmati, dissi, e raccontami un po' com'è andata la tua visita, come ti ha ricevuto, e come s'è fatta la pace.

— Ecco. La trovai triste, sai; ma triste! Il suo sguardo mi faceva male. Tuttavia avevo tanti torti; era giusto che mi tenesse un po' il broncio; non poteva dimenticarli così subito. Io le domandai:

— Siete molto in collera, Vittoria?

Ella invece di rispondermi mi additò la tavola apparecchiata e mi disse:

— Pranziamo.

— No, risposi, non pranzerò se prima non mi avete perdonato.

Ella si alzò, passeggiò un momento per la stanza; batteva i piedi forte, ed era molto agitata. Poi mi si accostò e con un atto quasi furioso mi prese la testa fra le mani e se la strinse sul petto; ed in quell'atto ruppe in un singhiozzo che mi fece piangere. Era Clelia che aveva dinanzi. Ed anch'io pensai a Clelia.

Ah! Sono stato infame; senza volerlo, sono stato infame.

— E poi? domandai con impazienza.

— E poi Vittoria disse ancora:

— Ed ora pranziamo.

Sai che ha delle idee bizzarre alle volte.

Io non volli contrariarla di più. Mi posi a tavola e pranzammo.

Qui Gustavo tacque, e rimase pensieroso come se cercasse nella sua memoria.

— Tira via! gli dissi ansioso di veder la fine di quella scena.

— Non c'è altro. Ho un'idea vaga di essermi addormentato a tavola. Non si parlava quasi; di mangiare puoi figurarti se n'avessi voglia. Bevevo, bevevo, e forse ho passata la misura. Fatto sta che mi sono addormentato. Ma tu mi dicevi che Vittoria è uscita?

— Uscita? È partita, ti dico. L'ha detto la cameriera.

— Ma che! L'avrà detto per non lasciarti entrare.

— Meglio così. Ma allora dov'è la signora Vittoria? Perchè non è con te?

— Aspetta, chiamiamo Caterina. E chiamò.

La cameriera accorse.

— Dov'è la signora? le domandò Gustavo.

— La signora è partita ed ha lasciata questa lettera da dare a lei quando si sveglierebbe.

Gustavo si fece pallido come un morto.

Prese quella lettera colle mani tremanti, e si lasciò ricadere seduto sul divano. Io pure mi sentii gelare il sangue nelle vene. Accennai alla cameriera di andarsene, ed appena fu uscita, corsi a Gustavo, lo abbracciai con tutto il calore del mio cuore d'amico e gli dissi:

— Fa coraggio, via. Volevi che ti perdonasse o ti scacciasse per sempre, purchè finissero i tuoi rimorsi. Forse ti scaccia; sopporta la cosa da uomo. Io ti aiuterò con tutta la mia amicizia.

Egli mi diede la lettera, e si coperse il volto colle mani, con un atto veramente disperato.

Non osavo aprire quella busta. Egli me la riprese e mi disse:

— Leggiamo.

Tutti e due abbracciati ed in silenzio leggemmo:

«Voi avete sedotta la mia povera sorella, l'avete disonorata ed uccisa. Foste egoista, sleale con lei. Poi avete ingannata me, e foste con me pure egoista e sleale. Io vi amavo, e vi amo ancora tanto, che se non fuggissi vi perdonerei. Ma sarebbe una cosa infame, che per appagare una passione mia, sposassi l'uomo che ha sedotta ed uccisa l'unica parente che mi sia rimasta fedele. Quella memoria sarebbe sempre fra noi per farci vergognare l'uno dell'altra. Non voglio che mi cerchiate, non voglio che mi vediate più. Lo ripeto: ho la viltà di amarvi; avrei quella di perdonarvi tutto. È per questo che ho fatto preparare nei giorni della vostra lontananza uno stromento di tatuaggio come ne vidi nell'India; e vi ho fatto dormire con un po' d'oppio nel vino. Ho voluto porvi sulla mano un'immagine tale che v'impedisca di stenderla mai più in cerca di me.»

Ci guardammo l'un l'altro atterriti. Eravamo pallidi come due cadaveri. Non osammo dire una parola. Gustavo alzò lentamente e tremando la mano destra, mise un grido disparato, e gettandosi nelle mie braccia ruppe in un pianto convulso. Su quella mano stava impressa, ancora arrossata e gonfia per l'operazione recente, la figura del quadro di Clelia. Due teste alate.