XLIX.
Gentil creatura, te bambina amai,
Per terra e mari sempre meco in cuor
L'immagin tua, la voce tua portai.
Deh, parla, o cara, e per me vivi ancor!
Hemans.
True Flint era stato reverentemente sepolto dal suo vecchio amico Cooper nell'antico cimitero attiguo alla chiesa dove questi teneva l'ufficio di sagrestano: un cimitero da lungo tempo abbandonato, come mostravano le sue pietre ricoperte di musco e in parte rovesciate. Ma prima che il già cadente edifizio dovesse cedere il luogo a una bella chiesa moderna, i venerati resti dello zio True avevano trovato un più sicuro riposo.
Col gusto delicato e il pietoso sentimento che ai nostri giorni fanno eleggere per le sacre dimore dei morti luoghi tra i più ameni, un delizioso boschetto su terreno ondulato, poco lontano dalla villa del signor Graham, era stato adibito a uso di camposanto rurale. E nell'angolo più tranquillo e ridente di quell'asilo di pace, il buon lampionaio dormiva il sonno eterno.
Quella zolla di terra acquistata per affettuosa liberalità di Guglielmo, scelta da Gertrude e da lei abbellita di fragranti rose e d'edera sempre verde, racchiudeva adesso anche le salme del signor Cooper e della signora Sullivan. Su quelle tre tombe la fanciulla educava molti fiori inaffiati dalle sue lacrime. E segnatamente nelle ricorrenze degli anniversari, ella considerava come un pio e caro dovere l'ornarle di fresche ghirlande.
Con questo fine, in un bel pomeriggio circa una settimana dopo il felice evento, ella si dirigeva dalla villa al camposanto. Recava appeso al braccio un paniere contenente la sua offerta, e affrettava il passo, tutta assorta nei suoi pensieri.
Aveva lasciato suo padre con Emilia. Benchè egli le avesse espresso il desiderio di visitare una volta la tomba dello zio True, s'era astenuta dall'invitarlo ad accompagnarla vedendoli discorrere insieme con tale evidente piacere, che le sarebbe parso un peccato disturbarli.
E appunto alla loro calma e serena felicità ella pensava, incominciando la sua passeggiata, e pensava anche ai vincoli d'affetto che la univano ad entrambi, all'amore d'Emilia posto a sì lunghe e dure prove, alla tenerezza che profondeva su lei in mille modi il padre ritrovato, e che, lo sentiva, ella poteva ricambiare appena con la sua devozione per tutta la vita.
Ma poi, ogni poco, in mezzo alle sue riflessioni sulla dolce e fida amicizia tra lei ed Emilia, che gli anni avevano resa sempre più forte, e su quell'affezione paterna e filiale di così recente origine eppure già tanto intima, tanto viva, che il tempo nulla avrebbe potuto aggiungervi, i ricordi d'un altro amore, più antico e non meno tenero, adesso, ahimè, miseramente infranto, le si riaffacciavano a mal suo grado. Ella tentò di bandire dalla sua memoria l'infedeltà di Guglielmo, stimando che sarebbe stata ingratitudine piangere le speranze perdute, dimentica delle sante gioie che le restavano ancora. Tentò di ribadire nell'animo suo la risoluzione ultimamente presa di non pensar mai a ciò ch'era stato il più amaro dolore della sua vita passata, per consacrare tutto il rimanente dei suoi giorni alla felicità di suo padre e d'Emilia.
Non ci riusciva però. Quei ricordi penosi ritornavano in folla, insistenti, soverchianti, ad onta d'ogni suo sforzo per cacciarli, e infine cessando la vana lotta ella s'abbandonò a una profonda e malinconica meditazione.
Ella aveva ricevuto altre due visite di Guglielmo, dopo la prima. La seconda era stata assai simile a questa, e nell'ultima il loro impaccio era aumentato anzichè scemare. Parecchie volte, invero, il giovane aveva mostrato un'intenzione di rompere il ghiaccio, e ritornare all'usata familiarità di linguaggio e di maniere: ma tosto un rossore, o un'aria di confusione e d'angoscia, della fanciulla, lo facevano desistere da ogni tentativo di dissipare quel riserbo, quella mancanza di confidenza che mettevano tra loro una barriera. Dal canto proprio Gertrude, in tutt'e due le occasioni, s'era proposta d'accoglierlo con la franchezza e la cordialità ch'egli doveva attendersi da lei; al suo presentarsi, infatti, gli aveva sorriso affettuosamente, e porto la mano in atto così fraterno, da incoraggiarlo a trattenerla nella sua e stringerla con calore: ma parendo egli allora in procinto di parlarle a cuore aperto, di liberarsi dal peso d'un grande segreto, ella s'era bruscamente ritratta, e preso su un lavoretto pur che fosse, gli aveva rivolto mentre sembrava applicata a quello, una domanda su cose indifferenti: contegno che sbaragliava le sue idee, e lo sconcertava per tutta la durata della visita.
Ora, ponderando i miseri e penosi risultati di questi loro colloqui, ella quasi desiderava ch'egli cessasse di rinnovarli, perchè credeva che i sentimenti d'entrambi sarebbero meno feriti da una totale separazione, che da incontri in cui divenivano sempre più estranei l'uno all'altra.
Per quanto fosse strano, ella non aveva partecipato a Guglielmo l'evento, tanto importante per lei, della scoperta di suo padre, d'un padre che così caramente amava. Una volta s'era accinta a farlo, ma il solo pensiero di parlare all'amico dei suoi primi anni di ciò che la toccava nell'intimo dell'anima, la turbava a segno, che aveva taciuto per tema d'essere soverchiata dalla commozione, e, perduta la padronanza di sè, trascinata a tradire il suo dolore.
Ma una cosa l'angosciava sopra ogni altra. Nel suo primo vano tentativo di gettare la maschera, Guglielmo aveva chiaramente accennato alla propria infelicità; e prima ch'ella trovasse modo di mutar discorso, e scansare una confidenza alla quale non si sentiva preparata, egli era giunto a manifestarle una malinconica sfiducia nell'avvenire.
Ella non poteva spiegarsi cotesta confessione, se non connettendola col suo fidanzamento: e le destava il sospetto che, abbagliato dalla rara bellezza d'Isabella, egli si fosse impulsivamente avvinto ad una fanciulla che non era capace di renderlo felice. Le piccole scene di cui il caso l'aveva fatta testimone, la confermavano in questa idea, giacchè ogni volta che le era accaduto di vedere insieme i due innamorati e d'udire le loro parole, Guglielmo pareva avere qualche ragione di malcontento.
— Egli l'ama, — pensava Gertrude — e anche l'onore lo impegna; ma già s'avvede della disarmonia tra le loro nature. Povero Guglielmo! È impossibile che sia felice con Isabella! —
E il tenero e pietoso cuore di Gertrude non gemeva sulla propria afflizione più che sul disinganno che doveva soffrire Guglielmo se mai aveva sperato di trovar pace nell'unione con una ragazza così prepotente, stizzosa, irragionevole.
Assorta in queste riflessioni, camminava con una rapidità che quasi non avvertiva, e arrivò presto ai filari di grandi pini che ombreggiavano l'entrata del camposanto: là, sostò un momento per godere la fresca brezzolina alitante fra i rami, poi passò il cancello, volse a destra, nel viale carrozzabile, e cominciò lentamente la salita.
Il luogo, sempre tranquillo, era in quell'era solitario, e come segregato dal mondo: tranne i gorgheggi di qualche uccello, non un suono turbava il silenzio e la quiete. A misura che Gertrude contemplava le bellezze a lei familiari di quel sacro recesso da anni mèta favorita delle sue passeggiate, e procedendo fra le aiuole fiorite respirava l'aria aulente di soavi fragranze, e sentiva l'appello solenne della morte, l'aspirazione dell'anima verso il cielo, tutte le commozioni non armonizzanti con quella scena svanivano, ed ella non provava più se non il senso di dolce e serena malinconia destato dal pensiero di coloro che fruiscono della beata pace.
Dopo un tratto di cammino lasciò la larga via che seguiva e prese per un vialetto laterale, donde poi svoltò nello stretto sentiero conducente all'angolo ombroso e remoto che, parte per la sua lontananza dai viali più frequentati, parte per la sua amenità, era stato da lei preferito.
Era situato sul pendio d'un poggetto, e da un lato un alto masso lo nascondeva allo sguardo dei passanti, dall'altro una quercia annosa stendeva sopra esso i suoi rami. La semplicissima cancellata di ferro che lo circondava era rivestita dell'edera piantata da Gertrude, che s'abbarbicava in graziosi festoni fin sulla muscosa roccia, una sporgenza della quale offriva un sedile presso la tomba di True Flint. La fanciulla vi sedette come di consueto, e rimasta alcuni minuti in contemplazione, col gomito appoggiato al ginocchio e la fronte reclinata sulla mano, drizzò la snella persona, mandò un sospiro profondo, poi sollevò il coperchio del suo paniere, versò i fiori sull'erba, e con dita agili e destre cominciò a tessere una leggiadra ghirlanda di cui, finita che l'ebbe, ornò la tomba ai suoi piedi. Sparse il resto dei fiori sugli altri due tumuli, e infine, preso un sarchielletto, e infilato un paio di guanti da giardinaggio, lavorò un'ora buona intorno all'aiuola e alle piante rampicanti con cui aveva fatto un pergolato.
Terminato il lavoro sedette di nuovo a piè della roccia, si tolse i guanti, rimosse dalla fronte le fitte bande lisce dei suoi capelli e si riposò, pensosa.
Compivano quel giorno sette anni da che lo zio True era morto; ma Gertrude non aveva cessato di ricordare amorosamente il buon vecchio. Spesso nei suoi sogni vedeva il suo piacente sorriso, udiva le sue confortanti parole, e notte e giorno l'immagine di colui che aveva reso serena e felice la sua infanzia, l'animava ad imitarne la umile e paziente virtù.
Ma mentre ella, con gli occhi fissi sul tumulo erboso che copriva la cara salma, rievocava le liete ore che essi avevano trascorse insieme, un'altra rimembranza veniva ad amareggiare quella tanto soave: la rimembranza di un terzo, la quale non poteva esserne separata, perchè quasi sempre egli partecipava alle gioie del loro focolare domestico; e seguendo il corso delle sue intime riflessioni ella esclamò quasi inconsciamente:
— O zio True, voi ed io non siamo divisi, ma Guglielmo non è più con noi!
— Oh, Gertrude, — disse in tono di rimprovero una voce, vicino a lei — ed è forse di Guglielmo la colpa? —
Ella sussultò, si volse, e vide colui ch'era l'oggetto de' suoi pensieri, fissarla con occhi miti e tristi, cercando di leggerle nel cuore; ma senza rispondere alla sua interrogazione, si nascose la faccia tra le palme.
Egli si gettò in ginocchio dinanzi alla giovanetta e come quando s'erano incontrati la prima volta nella loro fanciullezza, dolcemente le sollevò la testa china, le scostò le mani dal viso, e la costrinse a guardarlo, dicendole con accento supplichevole:
— Ditemi, Gertrude, ditemi, per pietà, che mi esclude dal vostro affetto? —
Ma ancora ella non trovò altra risposta che le lacrime che le scorrevano giù per le gote.
— Voi mi fate soffrire crudelmente, — egli continuò con veemenza. — Che cosa ho fatto, io, perchè m'abbiate tolto così la vostra amicizia? Perchè mi guardate con tale freddezza.... e perfino rifuggite da me? — egli soggiunse, poichè Gertrude, non potendo sostenere il suo sguardo fermo e indagatore, volgeva gli occhi altrove e cercava di liberare le mani dalla sua stretta.
— Io non sono fredda.... non ho mai inteso d'esser fredda verso di voi, — ella mormorò con voce mezzo soffocata dalla commozione.
— Oh, Gertrude, — egli riprese staccandosi da lei — vedo che avete totalmente cessato d'amarmi! Io tremai al primo vedervi, ritrovandovi così bella, così amabile, e amata da tutti, e temetti che qualche fortunato rivale avesse rapito il vostro cuore a quegli che lo possedeva fin da fanciullo. Ma neanche allora pensai che non mi riconoscereste almeno i diritti d'un fratello alla vostra affezione.
— Ma no, ma no, Guglielmo, — ella disse vivamente. — Non v'adirate.... Io sarò sempre per voi una sorella! —
Egli sorrise d'un sorriso doloroso.
— Avevo ragione dunque? Temevate ch'io chiedessi troppo, e per scoraggiarmi stimaste bene non concedermi nulla. Sia pur così. Forse la vostra prudenza è stata per il meglio; ma.... oh, Gertrude, mi avete spezzato il cuore!
— Guglielmo! — ella gridò, turbatissima. — Non sentite quanto stranamente suoni cotesto linguaggio in bocca vostra?
— Perchè stranamente? — replicò egli, quasi offeso. — È forse tanto strano ch'io v'ami? Non ho io per anni alimentato il ricordo del nostro antico affetto, non ho sempre riguardato la nostra riunione come l'unica mia speranza di felicità? Non mi ha quest'amorosa speranza sostenuto e confortato nelle mie fatiche, e fatto pregiare la vita nonostante la perdita de' miei cari? E vorrete, Gertrude, qui in cospetto dei freddi tumuli dove giacciono sepolti quelli che soli, oltre voi, amavo sulla terra, schiacciare e distruggere senza compassione questo solitario, ma pur....
— Guglielmo, — ella lo interruppe, ridivenuta calma, e parlando in tono benevolo, ma serio — vi pare onorevole parlarmi così? Voi dimenticate....
— No, non dimentico nulla! — egli esclamò appassionatamente. — So che non ho diritto di molestarvi, di tormentarvi, e non lo farò più. Ma Gertrude, sorella Gertrude (giacchè il sogno d'un più stretto vincolo tra noi è svanito), non vogliate biasimarmi, nè vi maravigli troppo, se non mi sento ancora capace di fare la mia parte di fratello. Io non posso rimanere vicino a voi, non posso rassegnarmi ad essere pazientemente il testimonio della felicità d'un altro. Ma i miei servigi, il mio tempo, la mia vita sono ai vostri comandi, e nel mio esilio non cesserò mai di pregare Iddio che lo sposo da voi scelto, chiunque egli sia, si mostri degno della mia nobile Gertrude e l'ami, s'è possibile, quanto io l'amo!
— Che follia è cotesta, Guglielmo? — disse la fanciulla. — Io non sono fidanzata a nessuno; ma che debbo pensare del tradimento vostro verso Isabella?
— Isabella? — gridò il giovane, rizzandosi, come afferrato da una nuova idea. — È dunque arrivata fino a voi quella sciocca diceria? E voi avete potuto prestarvi fede, per quanto evidentemente falsa?
— Falsa? — fece Gertrude sollevando le palpebre fino allora abbassate, e gettando a Guglielmo, attraverso le lunghe ciglia umide di pianto, un profondo sguardo scrutatore.
Egli lo sostenne, calmo, a capo eretto, e rispose senza esitare, con un tono di maraviglia e di rimprovero:
— Falsa, sì! È mai possibile che, conoscendo tanto bene me e lei, ne abbiate dubitato pur un momento?
— Ahimè, — ella gridò — devo non credere alla testimonianza de' miei occhi e de' miei orecchi? Se mi fondassi su qualche altra meno sicura, potrei pensare che fui ingannata. Non tentate di nascondermi una verità ch'io sono in grado d'affermare. Trattatemi con franchezza. Oso dirlo, Guglielmo, la merito da voi, la merito!
— Franchezza, Gertrude? Ma siete voi stessa la misteriosa! S'io potessi mostrarvi a nudo l'anima mia, mi sarebbe agevole persuadervi della sua fedeltà, piena ed intera fedeltà, al suo primo amore. Quanto ad Isabella Clinton, se alludete a lei, i vostri occhi ed i vostri orecchi v'hanno ingannata anch'essi, se.... —
Ella l'interruppe:
— Ah, Guglielmo, Guglielmo! Avete così presto scordato la vostra devozione alla bella di Saratoga? La vostra riluttanza a lasciarla allontanarsi da voi per qualche giorno? Il gran dolore che vi cagionava la sola idea del suo pur breve viaggio, e l'amorosa impazienza che vi faceva parere quei pochi giorni un'eternità?
— Basta, basta! — esclamò il giovane, nella cui mente balenava la luce che doveva dissipare il mistero. — Ditemi invece dove avete risaputo coteste cose.
— Sul luogo stesso dove le diceste e le faceste. Il nostro primo incontro non avvenne già nel salotto del signor Graham. A Saratoga in un viale del passeggio, e in riva al lago, ad Albany sul piroscafo, io vi vidi insieme con la signorina Clinton, e vi riconobbi, non riconosciuta da voi. Là, le vostre parole m'accertarono di quel fatto che riferitomi da altri avrei posto in dubbio. —
La luce del sole mattutino non è più serena e ridente di quella della riaccesa speranza che illuminava adesso la faccia di Guglielmo.
— Ascoltatemi, Gertrude, — egli disse con un tono di fervore quasi solenne — e credete che dinanzi alla tomba di mia madre, alla presenza — (e in atto reverente alzava gli occhi al cielo) — del puro spirito che m'insegnò l'amore della verità, parlo con quella sincerità e quel candore che si convengono parlando agli angeli. Io non starò a discutere se abbiate udito proprio esattamente le parole di protesta e di preghiera da me rivolte alla signorina Clinton sul proposito del suo viaggio, e le espressioni della mia impazienza per il suo ritorno. Non m'indugerò nemmeno a ricercare dove fosse l'oggetto dei miei pensieri nel momento in cui, causa i felici mutamenti in esso operati dal tempo, sfuggiva al mio sguardo bramoso. Lasciate ch'io prima mi discolpi dall'imputazione che grava sopra di me; poi avremo agio di venire alle altre spiegazioni.
«È verissimo ch'io mi dolsi forte della improvvisa partenza d'Isabella per Nuova York, sotto un pretesto che non avrebbe dovuto avere alcun peso per lei. È verissimo ch'io tentai di far valere ogni miglior argomento per dissuaderla da quel capriccio, e, riuscita vana la mia eloquenza, cercai in tutte le maniere d'indurla almeno a ritornare il più presto possibile. E ciò non perchè la compagnia di quell'egoista fosse comunque necessaria alla mia felicità (al contrario anzi), ma perchè l'ottimo suo padre, il quale l'adora a segno che nessun sacrificio gli parrebbe eccessivo al fine di procurare un piacere a quell'unica sua figliuola, giaceva ammalato, lottando tra la vita e la morte, in un albergo d'una affollata città d'acque alla moda, dove gli mancavano comodi e quiete, ed era da lei abbandonato, con un'indifferenza che mi disgustava, alle cure d'una infermiera mercenaria e d'un giovanotto di buona volontà ma inesperto, come me.
«Che nell'assenza della figlia ingrata l'eternità potesse mettere un suggello a quella separazione, era un pensiero ch'io, indignatissimo, fui sul punto di manifestare: ma mi repressi, non volendo intromettermi tropp'oltre in una cosa che infine non mi riguardava, nè destare in Isabella apprensioni forse inutili. Se un sentimento egoistico entrava nella mia somma impazienza di vederla ritornata dove il suo dovere la chiamava, era unicamente il desiderio di essere dispensato dall'obbligo di supplirla al letto del mio amico infermo, e poter correre a colei dalla quale speravo un'accoglienza non impari all'ardore del mio affetto.... Figuratevi dunque se quella ch'io ricevetti agghiacciò il mio cuore palpitante....
— Ma adesso comprendete le ragioni della mia freddezza, — disse Gertrude volgendo a lui la faccia inondata di lacrime dove un sorriso di gioia splendeva come un'iride tra la pioggia estiva. — Adesso sapete perchè non osavo lasciar parlare l'anima mia....
— Sicchè, quest'era tutto? — gridò egli giubilante. — Voi siete libera, e posso amarvi sempre?
— Libera da ogni legame, sì, caro Guglielmo, salvo quello con cui m'avete avvinta a voi fin da bambina.... —
E stretti cuore a cuore, si dissero tutto l'amor loro, quell'amore che, nato nell'infanzia, cresciuto nella giovinezza, alimentato e rafforzato nella lontananza, reso perfetto dal dolore, doveva alfine allietare e santificare tutti i giorni futuri della loro vita.
— Ma, Gertrudina, — disse Guglielmo, quando, ritornati all'antica confidenza, sedettero l'uno accanto all'altra e presero a discorrere con piena libertà del passato — come hai potuto pensare pur un momento che Isabella Clinton avesse per me un prestigio che le facesse usurpar il tuo posto nel mio affetto? Io, almeno, non t'ho fatto un simile torto: se mi sono creduto soppiantato da un altro, m'immaginavo però ch'egli fosse un eroe di virtù così splendide da essere incomparabili.
— E chi potrebbe compararsi ad Isabella? — domandò Gertrude. — Ti maravigli ch'io dubitassi della tua fedeltà, considerando la sua bellezza, la sua eleganza, la sua cospicua condizione sociale, e l'occasione che tu avevi d'apprezzare tutti questi vantaggi?
— Ma che valore hanno, per chi la conosca come la conosciamo noi due? Un piglio altezzoso e sprezzante non distrugge forse l'effetto della bellezza? Può l'eleganza scusare la scortesia, o la nobiltà della nascita supplire alle deficienze naturali? Quanto al denaro, l'ho io mai bramato se non per provvedere al benessere tuo.... e al loro? — E così dicendo accennava le tombe della madre e del nonno.
— Oh, mio Guglielmo, tu sei tanto disinteressato!
— Non in questo caso. Possedesse Isabella la bellezza di Venere e la sapienza di Minerva, non mi avrebbe fatto dimenticare che poca felicità è da sperarsi con una fanciulla tutta dedita alla ricerca dei piaceri mondani, e dimentica degli affetti e dei doveri più sacri. Potevo io vederla fuggire dalla camera del padre malato per correre a divertirsi tra gli omaggi d'una folla oziosa, o, se condotta riluttante al suo letto, scansare le fatiche delle cure e delle veglie che il suo stato richiedeva, e illudermi che una donna tale fosse atta a divenire la benedizione e l'ornamento del mio focolare domestico? Come non avrei paragonato la sua colpevole negligenza, la sua mal dissimulata petulanza, la leggerezza del suo spirito irriverente, con la dolce e amorosa devozione, la santa pazienza, la profonda e fervida pietà della mia Gertrude? Io avrei tradito me stesso più ancora che te, carissima, se Isabella, col carattere che m'ha mostrato, avesse fatto venir meno la mia ammirazione e il mio amore per colei ch'è un modello di tutte le virtù femminili. E quando guardo la piccola compagna d'un tempo, di cui serbavo un così tenero ricordo, trasformata in una donna avvenente e graziosa le cui dolci attrattive sono coronate da una bellezza quasi inesprimibile, e penso che il suo cuore è sempre mio, oh, la mia felicità mi sembra troppo, troppo grande. Mi fosse concesso di farne partecipi quelli che tanto ci amarono tutt'e due! —
E chi può dire che non ne fossero partecipi? Che lo spirito dello zio True non fosse presente e gioisse dell'adempimento di tutte le sue più rosee profezie? Che il vecchio nonno non assistesse invisibile a quella scena e vedesse come i suoi dubbi e i suoi timori si mutassero in liete certezze? Che l'anima della madre gentile la quale, ancor vivente, aveva presagito quell'incontro in un sogno estatico, non benedicesse la coppia felice? Ella, che coi precetti inculcati al suo figliuolo fin dalla più tenera età, con gli ammonimenti datigli nella giovinezza, e la vigile guida del suo spirito disincarnato lo aveva armato per la lotta contro le tentazioni, sostenuto nelle sue prove, e restituito trionfante alla dolce amica della sua infanzia, per certo aleggiava sui due virtuosi amanti, godendo nella realtà la gioia pregustata in quella mirifica visione ove le era stato così vivamente dipinto il connubio tra il suo Guglielmo strappato dall'amorosa sua cura ai pericoli che lo insidiavano, e la figliuola del suo cuore resasi degna, per la perseveranza nelle vie del bene, d'una così alta e perfetta ricompensa.