CAPITOLO PRIMO. Varie vicende del Colosseo nei secoli XV e XVI — Travertini asportati — I Papi e il Colosseo — Drammi sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa di S. Giacomo — Ospedale — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il Colosseo — Sisto V.

Fra il 1431 ed il 1447 Poggio Fiorentino scriveva il suo trattato De varietate Fortunae. Si narra in esso che a quei tempi il Colosseo vedevasi nella sua maggior parte distrutto; e ciò, Ei dice, a motivo della stoltezza dei Romani: «Atque ob stultitiam Romanorum maiori ex parte ad calcem deletum».

Che all’epoca di quello scrittore (anzi da molto tempo prima) l’Anfiteatro Flavio fosse maiori ex parte ad calcem deletum[664], non ne dubito; ma che la causa di questa parziale distruzione sia stata la stoltezza dei Romani, non posso ammetterlo. La cessazione dei ludi, causa originale dello sfacelo, avvenne forse per la stoltezza dei Romani? I barbari vennero a travagliare ed a impoverire l’Eterna Città per la stoltezza dei Romani? E dei continui terremoti (specialmente di quello del 1349, descritto dal Petrarca) che conquassarono quella mole, ne fu causa la stoltezza dei Romani?

Riteniamo pertanto come positivo il fatto della rovina della maggior parte dell’Anfiteatro al periodo suddetto, ma rigettiamo assolutamente l’accusa lanciata ai Romani da Poggio Fiorentino. È indubitato nondimeno che i Romani (come avrebbero fatto e forse fecero i Fiorentini degli antichi monumenti delle loro contrade; e come facevasi da tutti i popoli di quell’epoca), si servirono dei massi (caduti) del Colosseo. Il fatto è provato da un breve di Eugenio IV, datum Florentiae, e forse motivato dalle lagnanze dello stesso Poggio Fiorentino: lagnanze che riteniamo giuste ma soltanto nel senso dell’asportazione che da parecchi anni andavasi facendo dei massi caduti.

Ridotto l’Anfiteatro Flavio in uno stato tanto deplorevole, le sue rovine addivennero ben presto ricetto di malviventi. Scrive il Vacca[665] che nel 1431 Eugenio IV fece con muri congiungere il Colosseo al monastero di S. Maria Nuova, onde togliere l’occasione del gran male che in quello facevasi.

I monaci Olivetani ne godettero il possesso per molti anni; ma finalmente il Popolo Romano atterrò quei muri, e divise il monumento dal monastero col pretesto che una tale antichità non dovea stare chiusa e nascosta, ma aperta e alla vista di tutti i forestieri[666]. Questo fatto dovette avvenire circa il 1485, come si deduce tanto dalle parole del Vacca (il quale dice che gli Olivetani «dopo la morte di Eugenio», ossia dopo il 1446, lo godettero «per molti anni»), quanto perchè nel 1490[667] s’incominciò a rappresentare nell’Anfiteatro la passione del Gesù Cristo; e quindi era tornato in possesso del Popolo Romano. Dopo i primi crolli della parete esterna del Colosseo, avvenuti (come si disse) con tutta verosimiglianza nel terremoto del Settembre del 1349, le parti adiacenti, come succede sempre negli edifici semidiruti e non opportunamente restaurati, principiarono a sfasciarsi e a gradatamente cadere. Essendo quasi impossibile il ripristinamento, e prevedendosi che i massi di travertino andrebbero a finire, come per il passato, in qualche fornace di calcina; si credè cosa più utile usare i caduti materiali per altre fabbriche. Paolo II (a. 1416-1471) fe’ trasportare una parte di quei travertini, e gli impiegò nella fabbrica del palazzo detto di Venezia, il quale poi addivenne l’abitazione dei Papi. L’Adinolfi[668] dice che in quell’occasione il Pontefice «die’ licenza ad alcuni suoi architetti di poter demolire alquanti archi del Colosseo nella porzione spettante alla Camera, il che die’ motivo alla principale e più grande rovina della fabbrica. Ed in nota aggiunge: «Dico più grande rovina, perchè all’età di Niccolò PP. V alcuni travertini del Colosseo furono adoperati per la fabbrica del palazzo apostolico al Vaticano». Ciò che l’Adinolfi afferma non pare del tutto accettabile. Varî autori, come il Nibby ecc., assicurano che Paolo II approfittò dei travertini caduti; nulla dicono nella demolizione di alquanti archi del Colosseo. Già un secolo circa avanti il pontificato di Paolo II, e molti anni prima del governo di Nicolò V, l’Anfiteatro Flavio trovavasi privo della parte che guarda il Palatino ed il Celio[669]. Il ch. Lanciani, tanto competente in questa materia, sembra essere dello stesso parere, giacchè nel suo pregevole lavoro sulle Iscrizioni dell’Anfiteatro Flavio[670] riporta letteralmente le parole del Marangoni[671], le quali sono del seguente tenore:

✠ S. P. q. R.

«Confermasi ancora che circa la rovina di questi due portici australi del Colosseo, fossero più anticamente di Paolo II atterrati, dal vedersi negli avanzi interiori rimasti in piedi dipinte le armi o stemmi del senato romano e della compagnia nobilissima del SS. Salvatore ad sancta Sanctorum, di rozzissima maniera, e con lettere gotiche espresso il titolo S. P. Q. R. nella targa, e questi, senza dubbio, furono fatti formare circa l’anno 1386, allorchè il Senato medesimo donò la terza parte del Colosseo alla stessa Compagnia.... Che se a quel tempo vi fossero stati i due portici, queste armi sarebbero state dipinte in fronte agli archi esteriori dei medesimi». L’Adinolfi si oppose, come abbiam veduto[672], all’opinione del Marangoni, e ritiene che gli stemmi non siano stati dipinti su gli archi interiori prima del 1418. Io non intendo farmi arbitro di questa questione, ma farò osservare che l’opinione dell’Adinolfi, del resto, non intacca la deduzione del Marangoni; essendochè, dato pure che gli stemmi fossero stati dipinti nel 1418 anzichè nel 1386, resta sempre vero che i due portici australi del Colosseo erano già rovinati anteriormente a Paolo II, e positivamente non meno di quarantasei anni avanti l’elezione di quel Pontefice, la quale avvenne nel 1464. E se anche fosse certo quanto l’Adinolfi afferma[673], io con lui stesso[674], concluderei: «Se molti scrittori incolpano del misfatto il solo Paolo II, io nol discolperò: imperocchè, segue, eglino non avvertono che niuno dei parecchi ARCHITETTI che li servivano osò distorlo, siccome era dovere, di commettere lo sconcio, quando colle loro magistrali ragioni agevolmente avrebbero potuto persuaderlo a desistere di una faccenda assai riprovevole, trattandosi di un bellissimo monumento costruito per giuochi e spettacoli delli quali Paolo era oltremisura compiacente». Mi permetto inoltre aggiungere che se Paolo II avesse realmente data ai suoi architetti quella licenza, potè anche averlo fatto per impedire una rovina maggiore, permettendo di demolire le arcuazioni pericolanti, e lasciando con quel taglio la parete a sperone. Questo pensiero me lo suggerisce il breve di Eugenio IV[675], col quale si proibisce assolutamente «ut et MINIMUS dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deficiatur»; non potendomi persuadere che un Papa il quale governò un trentennio appena dopo quella saggia disposizione, l’abbia potuto derogare senza un ragionevole e plausibile motivo.

Il Cancellieri (p. 311) dice che lo stesso Pontefice Paolo II fe’ abbellire coi travertini del Colosseo anche la chiesa di S. Marco, contigua al palazzo. Il Vasari, nella vita di Giuliano di Majano[676], aggiunge che una gran quantità di travertini fu scavata da lui stesso in certe vigne vicine all’Arco di Costantino, le quali venivano ad essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo.

Nel 1480 il card. Riario approfittò degli stessi caduti travertini per la costruzione della Cancelleria Apostolica; e nel seguente secolo i Farnesi con il materiale dell’Anfiteatro e di altri antichi edifici romani, edificarono pur essi il loro palazzo. Contemporaneamente, nel periodo che corre fra il 1480 ed il 1550, s’abbellirono con quei materiali molti altri edifici romani, non esclusi come si legge nel Ricci[677], i palazzi Senatorio e dei Conservatori di Roma. Più tardi (sec. XVII), furono asportati i travertini di tre archi e mezzo (caduti nel 1644) per l’edificazione del palazzo Barberini[678]. V’ha chi da questi fatti prende pretesto per censurare i Papi; e, travisando la storia, si sforza d’ingannare gli incauti e gli ignoranti, dando loro ad intendere che essi, come tali, fecero abbattere la parte mancante del Colosseo per fabbricar palazzi, ecc. Ciò è assolutamente falso.

Nel capo quarto della Parte II dimostrammo che il Colosseo, sebbene gravemente intronato, rimase sostanzialmente integro fino al terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa coxa o cosa Colisei, era ancora a loro disposizione. «La cosa o coscia dell’Anfiteatro, dice il Lanciani[679], continuò a fornire travertini per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo». Aggiunge che «i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro secoli».

E finalmente: «Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di concessioni o di spese per cauar asproni o teuertini a Culixeo».

Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato (1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione: «Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et totius Orbis excellentiam diminuere».

Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro Flavio d’aver ceduto i suoi massi.

La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «Vixisset, scrisse il Mabillon, Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum nunc haberemus». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto; giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni.

Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme: dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse troncati la morte avvenuta in quello stesso anno.

Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico, che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle edicole della Via Crucis, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera arditissima ed ammirabile.

D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro; Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di quello stupendo monumento.

Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata, difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore, come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino.

Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento.

In uno spazio piano, che trovasi sopra gli archi delle antiche scalinate ristretto con un’ala di muro di forma circolare, si costruì una tribuna a guisa di teatro; ed in essa ogni anno, nel giorno del Venerdì Santo, rappresentavasi la Passione di Cristo.

Scelti i personaggi atti all’uopo, tanti di numero quanti ne ricorda il Vangelo, rappresentavano essi ciò che in questo si legge relativamente alla passione e resurrezione del Salvatore. Sulle scene v’erano effigiati i varî luoghi della Palestina, come Gerusalemme, Betania, il Cenacolo, l’orto di Getsemani, le case di Anna, di Caifa e di Erode, il tempio di Gerusalemme, ecc. Le vette dei monti Oliveto e Calvario, l’albero al quale s’impiccò Giuda, e forse il pinnaculum templi erano rappresentati al naturale. Nella scena del pretorio di Pilato eravi il tribunale, ed un seggio che costò 40 ducati.

Nella parte superiore della tribuna eravi una galleria, la quale, dice l’Adinolfi[681] «facea mostra all’occorrenza delle nuvole con angeli[682], quali nubi venivano ad oscurare nella morte del Redentore».

In quella stessa galleria v’era la musica, il coro dei Profeti, quello delle Sibille, nonchè dei pastori e dei re[683]. I fratelli della Compagnia del Gonfalone offrivano volentieri la loro opera, onde costruire i palchi e provvedere il necessario per il buon esito della rappresentazione; e poichè fra loro v’erano abili pittori, architetti, letterati e mimi, ciascun di essi concorreva col suo lavoro personale: così uno dirigeva la costruzione dei palchi, un altro dipingeva le scene; chi componeva i drammi, e chi li recitava. Fra i pittori si ricordano: Iacobello di Antonazzo, Savo, Antonio da Tivoli e Maestro Francesco. Uno dei più valenti compositori di drammi fu Giuliano Dati, fiorentino; e fra gli attori o coloro che nel 1500 recitarono nel Colosseo i suddetti drammi, si conserva memoria di Gregorio orefice, Mazzagattone, Mercurio, Tommaso cartaro[684], Pietro cartaro, Tommaso libraro, Marcantonio di Caravaggio, Michelangelo linaiuolo, il fattore della Compagnia ser Agnolo, Mariotto a S. Pantaleo, Nardino e Marcello, il quale fece la parte di Erode.

Turba immensa di popolo accorreva in quella circostanza al Colosseo; e Pietro Felino Martire, il Panciroli ed altri scrittori ci asseriscono che la quantità di gente uguagliava la quantità degli spettatori dei ludi profani che vi si celebrarono ai tempi degli Imperatori.

Nella biblioteca domestica del marchese Alessandro Capponi il Marangoni[685] vide due esemplari di un opuscolo il quale aveva per titolo: Rappresentazione della Passione del N. S. Jesu Chiesto, la quale si rappresenta il Venerdì Santo nel Coliseo di Roma, nuovamente colle figure ristampata. Questo opuscolo consisteva in un componimento poetico in ottava rima; lo stile ne era rozzo e volgare; gli atti erano intermezzati da arie, che certamente venivano cantate. In ambedue gli esemplari, posseduti dal marchese Capponi, manca l’indicazione del luogo, dell’anno e della tipografia in cui vennero stampati. Nondimeno, noi, dai tipi, dal frontespizio e dalla figura di un angelo che in questo è effigiato, possiamo ragionevolmente dedurre che siano stati stampati a Firenze verso il 1550.

Altri drammi furono scritti dal lodato Giuliano Dati, da Bernardo di maestro Antonio Romano e da Mariano Particoppe. Nell’archivio della Compagnia del Gonfalone se ne conservano tuttora due copie. La prima incomincia: «Contempla la passion del Salvator, ecc.»; e termina con quest’avvertenza: «Seguita poi la Madonna, colla deposizione della croce, la musica di Joseph e Nicodemo, e la musica delle Marie».

La seconda copia è del 1531, e principia: «Quel glorioso Iddio, ecc.».

Poichè descrivemmo i varî ludi celebrati nell’Anfiteatro Flavio ai tempi dell’Impero, e parlammo della caccia dei tori ivi stesso eseguita nel 1332; ci sia pur lecito di dare una notizia sommaria degli attori e delle attrici, nonchè di fare un sunto del più antico dramma sacro, conservato nell’archivio del Gonfalone; dramma che darà al lettore, ne son certo, un’idea chiara del modo con cui si rappresentava nel Colosseo la Passione di Cristo nei secoli XV e XVI.

I principali attori di questo storico dramma erano:

1. Il Redentore; 2. la Vergine sua Madre; 3. S. Giuseppe; 4. i ss. Padri; 5. gli Apostoli; 6. Simone che invita a cena il Messia; 7. la Maddalena; 8. le tre Marie; 9. la Veronica; 10. Giuda; 11. il Capo de’ Farisei; 12. Caifa; 13. Erode[686]; 14. un Cavaliere con elmo e corazza; 15. i due Ladroni; 16. Lucifero e Satana.

Gli attori secondarî erano:

1. La Vedova di Naim col suo figliuolo difunto; 2. lo Spiritato (sic) condotto da alcuni Pontefici; 3. i Farisei coi loro ministri; 4. un uomo portante un vaso con acqua; 5. gli Angeli; 6. le due ancillae che tentarono Pietro; 7. un individuo rappresentante la Morte, la quale dovrà poi avvicinarsi all’albero donde penderà Giuda; 8. lo storpio; 9. l’adultera; 10. varie Vedove; 11. il Cieco nato; 12. la Cananea; 13. Nicodemo; 14. Giuseppe, amico di Cristo; 15. Beniamino, nemico del Messia; 16. Dottori Ebrei; 17. Farfariello (sic); 18. varî Discepoli; 19. Barabba; 20. il Centurione; 21. il Cirineo; 22. Longino; 23. Giuseppe d’Arimatea.

Non appena gli attori eran pronti per l’esecuzione del dramma, un addetto tirava il tendone, e migliaia di occhi erano fisi allo scenario.

Il dramma che siamo per brevemente riportare, trovasi, come dicemmo, nell’archivio del Gonfalone: esso è intiero, in versi, e consta di sette atti.

Esce per primo il solito nunzio, il quale esordisce ricordando compendiosamente le principali gesta di Cristo, durante gli ultimi tre anni della sua vita mortale. Dopo il prologo incomincia il

ATTO PRIMO

Apparisce l’anima (!) di S. Giuseppe, la quale esorta gli spettatori ad ascoltare attentamente quanto si è per dire nel dramma; e conchiude dicendo che ella in quello stesso momento discende al limbo, onde annunziare ai ss. Padri la venuta del Messia e quindi l’imminente loro redenzione.

Ciò detto, muta scena. Appare il limbo: i ss. Padri se ne stanno tranquillamente aspettando Gesù. Dopo un momento questi viene; ed appena i ss. Padri lo veggono, festosi e giulivi intonano ad alta voce il Te Deum.

Lucifero, Satana ed altri spiriti infernali, all’udire il canto di quell’inno, escono precipitosamente dall’inferno..... I primi (Satana e Lucifero) ragionano fra loro, e discutono sul modo migliore d’impedire l’opera redentrice........ La discussione è breve, e tosto credono d’avere trovato il mezzo..... Risolvono di seguir Cristo al deserto..... Vi si portano effettivamente, e, trovatolo orando, lo tentano, gli offrono pane e lo menano sulla sommità del tempio. Coll’infelice esito di tutti gli inutili sforzi infernali, finisce il primo atto[687].

ATTO SECONDO

In quell’atto il Redentore richiama a vita il figlio della vedova di Naim. Il miracolo giunge a cognizione di Simone, il quale si fa un dovere d’invitar Cristo alla sua mensa. Quivi la Maddalena unge i piedi del Messia: e Giuda vien preso da ira e sdegno per il balsamo che quella adopera. I Farisei risanno, a lor volta, la guarigione dell’ossesso fatta da Cristo, e lo tentano colla famosa domanda relativa al tributo di Cesare: il Redentore li confonde con sagge risposte: torna poi dalla sua Madre; e coll’ordine che dà ai suoi discepoli di preparare l’ultima cena si dà fine all’atto secondo.

ATTO TERZO

Torna in iscena Giuda, il quale spiega il suo odio contro Cristo: mette in esecuzione il suo tradimento: va alla casa di Caifa, onde accusare il suo Maestro presso quel Pontefice: un servo ne porge avviso a Caifa. Giuda entra nell’appartamento del Pontefice, e dice:

«Padri coscritti, Scribi e Signori,

So ben che tutti siate di buona mente;

Aver seguito Cristo assai mi duole,

Prestando troppa fede a’ sue parole».

Ciò detto, il traditore contratta col Capo dei Farisei la somma da sborsarsi per la consegna della persona di Cristo: stabilisce la maniera onde portare ad esecuzione il suo tradimento, e col mettersi che egli fa in tasca i trenta danari, si chiude il terzo atto.

ATTO QUARTO

Giuda, seguito dai Farisei, va in traccia di Cristo. Partiti questi, apparisce nuovamente il Redentore coi suoi discepoli; e, dopo un istante, la sua madre Maria. Gesù domanda ad Essa la benedizione, e le soggiunge che «da Lei convien si parta». A queste parole, la Madonna tramortisce dal dolore; e le tre Marie intonano il canto flebile che incomincia:

«Alta Regina del celeste regno»[688].

Finito questo canto, Maria ricupera i sensi; torna a parlare col Figlio, il quale la benedice e se ne parte; e le tre Marie intonan di nuovo l’inno.

In questo punto l’atto cambia scena.

Si presenta la sala del Cenacolo: v’entra Cristo coi suoi discepoli: celebra l’ultima cena, dirigendo la sua parola ora a Pietro ora a Giuda. Poscia lava i piedi agli Apostoli: torna alla mensa: comunica i discepoli; e, dopo aver rese le dovute grazie all’Eterno Padre per la Pasqua celebrata, prende seco Pietro, Giacomo e Giovanni, e si dirige all’orto di Getsemani. Ivi si svolge quanto leggesi nel Vangelo, e l’atto termina colle parole del Maestro:

«Pietro, nella vagina riponi il coltello;

Chè chi di quel ferisce è a Dio rubello».

ATTO QUINTO

Cristo trovasi nella casa del Pontefice Anna, il quale si fa a parlare:

«Rispondi un poco a me, predicatore:

Con qual dottrina al popol hai insegnato?»

Cristo risponde:

«Predicato ho in palese, e ognun ha udito:

E lor ti sapran dir s’io t’ho fallito».

Non appena pronunziate queste parole, un ministro del Pontefice dà uno schiaffo al predicatore della nuova dottrina.

Frattanto Pietro, interrogato dalle ancillae, nega e rinnega di conoscere il suo Maestro: il gallo canta: finalmente Pietro si ravvede, e principia un soliloquio. — Un momento dopo ricambia la scena. Cristo vien condotto da Caifa, dalla casa di Caifa, al Pretorio di Pilato; dal pretorio vien presentato ad Erode, nella cui abitazione si dà principio al

ATTO SESTO

Cristo vien ora accusato e considerato qual seduttore. Il Re gli dirige la parola, ma quegli tace. Allora Erode s’adira; lo fa vestire di bianco, e trattandolo da pazzo, lo rinvia a Pilato. — Vedendo gli Ebrei che quest’ultimo rimaneva perplesso e non avea coraggio di condannarlo, schiamazzando dicono:

«Exaudi Pontio Pilato nostre voci,

Chè costui merta più di mille croci».

A queste parole Pilato si determina di interrogare il popolo se prima della Pasqua vogliono liberare Cristo o Barabba. I Farisei domandano la vita di quest’ultimo. Pilato chiama il Cavaliere, e gli ordina di flagellare Gesù. Il cavaliere compie il mandato; poi s’inginocchia innanzi a Cristo, e gli dice: «O re dei Giudei»: dopo ciò il capo di Gesù vien coronato di spine, e l’afflitto Signore esclama:

«Popolo che di spine m’hai coronato, ecc.»

Dopo ciò viene nuovamente menato innanzi a Pilato, il quale, vedendolo così maltrattato, lo presenta ai Farisei, dice loro: «Perchè volete crucifiggere il vostro re?» I Farisei, maggiormente sdegnati, domandano la morte di Cristo. Pilato si lava le mani, e gli Ebrei gridando dicono:

«Venga, Signor, su’ sangue ed aspri doli

Sopra di noi ed i nostri figliuoli!»

Giuda, dal suo canto, se ne sta triste tra i Farisei: prevede la condanna dell’innocente: proferisce parole di pentimento: restituisce i trenta danari, i quali vengono riposti in corbonam: narra le gesta della sua vita fino a che divenne discepolo di Cristo: chiama la Morte: questa non viene: apparisce invece la Vita, la quale gli favella. Ma Giuda non l’ascolta, dispera e torna a chiamar la Morte. Questa viene, e si dà principio un dialogo fra essa e Giuda: dialogo che si prosegue fino all’impiccagione del traditore. Dopo questo i Farisei dicono a Pilato che se non condanna Gesù sovverte la giustizia. Allora Pilato, vinto dal timore, fa pubblicare la seguente

SENTENZA:

«Noi Pontio Pilato per volontà delli immortali idii e delli romani principi e della senatoria autorità, presidente generale di tutta la Judea costituito, desiderando noi la predicta provincia sotto nostra fede et diligentia assegnata, quella di mali e perversi homini purgare: come allo dovere di un grave judice se conviene: et con ogni forza et industria servendo al suddetto popol romano: et volendo alla perpetua quiete e pace provvedere: essendo menato dinanzi[689] al nostro cospetto Jesu Nazareno e trovandolo uomo seditioso e seduttore, il quale[690] fino al presente confidandosi nella sua temerità: habbia havuto ardire contro il dovere e le imperiali[691] leggi attribuirsi il regnio de’ Judei con denegare il tributo al grande imperatore Cesare Augusto: sedendo adunque per tribunale per questa nostra sententia Jesu Nazareno qui presente come uomo seduttore, factioso[692] et delli buoni[693] costumi et vita e pace insidiatore, giudichiamo[694] et sententiamo esser degno di morte; et acciocchè per suo esempio li altri per avvenire[695] non ardiscano nè presumano far contra le imperiali leggi, et considerando[696] che quelli che vergognosamente[697] et con seditioni et factioni vergognosamente debbano essere puniti: pertanto adunque[698] se ne commette ad voi cavalier di nostra corte che detto Jesu Nazareno come uomo quasi di ladroni et factiosi[699] auctore et principe allo loco solito dello monte calvario menar dobbiate[700] et li tanto in la croce affiso in mezzo a doi ladroni tanto star debba in fin che l’anima dal suo corpo si separi, ad esempio di ogni et qualunque altro seditioso e malfattore contra alle[701] leggi imperiali».

Pubblicata la sentenza, i Farisei ne domandano al Cavaliere l’immediata esecuzione. Cristo vien caricato della croce: intraprende il doloroso viaggio: s’imbatte nella Veronica, la quale gli porge un panno e gli domanda perdono: nel panno resta impressa una figura, che essa mostrandola al popolo, dice essere la figura del volto di Cristo. Giunto al Calvario, il Redentore si rivolge al Padre, e lo prega ad accettare il sacrifizio della sua vita: si distende sulla croce, e così si chiude il sesto atto.

ATTO SETTIMO

Apparisce l’evangelista Giovanni, il quale, afflitto per la prossima morte del maestro, esclama:

«Ohimè, che gli occhi suoi hanno velato, ecc.»

Sopravviene la Madonna, e di fronte a quello spettacolo si sviene. Il Cavaliere ordina di alzare la croce; ed il popolo riunito nell’Anfiteatro grida: «Misericordia ecc.». Il Capo de’ Farisei dice: «Eccovi crocifisso il malfattore»: le vesti di Cristo vengono sorteggiate: il Crocifisso prega per i suoi crocifissori. Sulla croce si pone il titolo:

«I . N . R . I»

e i Farisei ripetono a Pilato che il loro re è Cesare Augusto, e non Cristo: Pilato risponde:

«Ciò che scrissi voglio che sia scritto,

Nè vo’ tornare indietro il (col) mio ditto».

Torna la Madonna, la quale dice al Cavaliere:

«O saggio cavalier, in cortesia, ecc.»

ma questo, adirato, risponde:

«Donna, se vuoi onor, non ti accostare, ecc.»;

il Cavaliere se ne parte, e Maria rimane a’ piè della Croce.

Incomincia allora il noto colloquio fra i due ladroni; finito il quale le Marie intonano il flebile canto:

«Maestro caro, vedove ci lasci, ecc.»

La Madonna dice al Figlio:

«Ad un ladron non hai prima parlato, ecc.»

Egli risponde:

«Donna, veggiomi già condotto a morte, ecc.»

E S. Giovanni segue:

«Signor, farò quanto m’hai comandato, ecc.»

Il Crocifisso dice: «Sitio Pater». Il Cavaliere gli nega la bevanda: poi muta consiglio e gli porge aceto e fiele. Cristo lo saporeggia e dice: «Consumatum est».

I Farisei lo dileggiano, lo dicono falso e rio, ecc. La Madonna si lagna colle turbe: Cristo ad alta voce esclama: «Eloi eloi lagma sabactani». I Farisei credono che Ei chiami Elia, e seguono a dileggiarlo. Finalmente, giunto il momento di morire, Cristo si fa a dire:

«Altissimo mio Padre, onnipossente, ecc.»

Compariscono gli Angeli, i quali dicono reverentemente:

«Ecce Agnus Dei».

Longino canta:

«O cieca gente, o popolo perverso, ecc.

Misericordia, o sommo Creatore».

Segue la deposizione di Cristo dalla croce «con la musica di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo e delle Marie».


Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente. Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo: «Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal greco teatro aveano nell’arenario le scene fisse ed in pieno, e non dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia, contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio».

Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro Decretorum[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò non si perda la detta devozione».

Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto:

«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione nel Colosseo, attento periculo ob delationem armorum, cum esset difficile sine scandalo transire posse»[704].

A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano i Romani a star continuamente in armi.

(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il rito antico e a fine di placare i demoni avversi!)[705].

Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno Santo si faccia con ogni onorificenza».

Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette «rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde evitare spese gravi»[707].

Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20 ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708].

Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale, malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde perpetuare quella devozione, ne negò il permesso[710].

Leggiamo nel libro Decretorum della Compagnia del Gonfalone: «Anno 1517, che si faccia la cappella nel Colosseo e vi si spendano 30 ducati di oro di Camera»[711]. Questa deliberazione fu presa dietro il consenso di Raffaele De’ Casali e di Luigi De’ Mattuzzi, guardiani dell’Ospedale del Salvatore. Il progetto però non si eseguì che nel 1519. Nello stesso libro Decretorum[712] si legge: «1519, 6 Febbr. Che si faccia la cappella nel Colosseo». Allora i guardiani dell’Ospedale del Salvatore rinnovarono il loro consenso, e permisero alla Compagnia del Salvatore di poter cavare qualche pietra di travertino per fare alcuni cunei e porte della stessa cappella, e questo fu il sacello detto di S. Maria della Pietà.

Come risulta dalle date, la cappella venne fatta quando ancora nel Colosseo si eseguivano le rappresentazioni della Passione del Salvatore; poichè una di queste ve ne fu, come già dicemmo, nel 1519[713], e non cessarono che nel 1540.

Cessati i sacri drammi nell’Anfiteatro, il palco scenico rimase abbandonato, come pure abbandonato dovè rimanere l’intero edificio; giacchè, non molti anni dopo, si giunse a tal eccesso da farlo divenire campo di stregonerie notturne; ed il Cellini racconta nella sua vita che una notte egli stesso vi assistette.

La cappella della Pietà cadde pur essa in oblio, e vi rimase per settanta anni circa: fino a che, nel 1622, l’Arciconfraternita del Gonfalone risolvè ripararla e ridonarla al culto. Vi aggiunse essa alcune stanze per un custode, e nell’alto del piccolo edificio collocò una campana. La chiesuola fu consacrata da Mons. Giulio Sansedonio, già vescovo di Grosseto[714]. A memoria del restauro, si pose la seguente iscrizione:

ARCHICONFRATERNITAS GONFALONIS

SACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVB

INVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATIS

VETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NE

TANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . IN

MELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR-

NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA-

TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIO

Q . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATII

MAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTA

CAMERARIO .

Nell’opera del Fontana[715] sul Colosseo vi è una veduta dell’interno dell’Anfiteatro qual’era agl’inizi del secolo XVIII. In essa si vede la cappella suddetta col suo piccolo campanile e l’abitazione del custode; dinanzi alla porta si scorge eretta una croce.

Questa interessante veduta ci fa conoscere il sito preciso ove sorgeva la cappella di S. Maria della Pietà: essa sorgeva presso la porta libitinense, ricavata nei vani sotto la gradinata del podio, ed ove si dispiegava il palco delle rappresentazioni della Passione, della quale si distinguono gli avanzi. Ma poichè la cappella rappresentata in quella veduta supera il piano del palco scenico, e non potendosi ammettere che quello sconcio sia stato fatto all’epoca delle rappresentazioni, dovrà dedursi che le stanze (delle quali si veggono due finestre sulla porta del sacello) siano state aggiunte nel restauro del 1622, e che prima del restauro la cappella fosse intieramente sotto il palco delle rappresentazioni.

Il ch. Armellini dice che la cappella di S. Maria della Pietà servì anteriormente da guardaroba della Compagnia che rappresentava la passione di N. S. Gesù Cristo. L’Adinolfi opina che il sacello della Pietà fosse la chiesuola di S. Salvatore de Rota Colisaei. A me sembra che ambedue abbiano ragione, e che un’opinione non escluda l’altra. L’Adinolfi fa derivare la denominazione Rota Colisaei dall’arena dell’Anfiteatro; l’Armellini dalla vasca rotonda della Mèta Sudante. Più giusta tuttavia sembra essere l’opinione dell’Adinolfi, poichè presso la Mèta Sudante v’era una chiesa dedicata a Maria SS. detta De Metrio: denominazione che lo stesso Armellini giudica «una corruttela della parola de Meta». Laonde farebbe mestieri ammettere che la Mèta Sudante fosse chiamata contemporaneamente con due nomi: cosa non facile a dimostrarsi. Che per Rota Colisaei s’intendesse invece l’arena, mi pare potersi dedurre da quel che si legge nel Catasto dei beni della Compagnia del Salvatore[716]. Troviamo infatti che nella Ruota del Coliseo, poco lungi dalla chiesa di S. Salvatore, eravi una grotta, detta anche casa, forno e luogo da conservare erbe secche. Ora, attorno all’arena si può assai bene trovare il posto per questa grotta; ma attorno alla vasca della Mèta Sudante no davvero!

Che poi su questa chiesina si fosse potuto stendere il palco scenico, e far divenire essa stessa la guardaroba della Compagnia, si può argomentare dal fatto dell’abbandono in cui cadde il detto sacello nel periodo che córse fra il pontificato di Pio II e quello d’Innocenzo VIII; abbandono reso manifesto dal decreto di Pio II, col quale egli toglieva le rendite alla chiesuola di S. Salvatore de Rota Colisei e le donava a S. Eustachio.

Nè fa ostacolo la diversità del titolo della cappella, detta prima di S. Salvatore e poi di S. Maria della Pietà, giacchè questa diversità è più apparente che reale.

La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce.

Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto scrisse il Martinelli nella sua Roma ex etnica sacra[717]: «S. Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae. Antiqua Urbis mirabilia referunt hic fuisse imaginem Salvatoris quae dicebatur Pietas».

Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur anche S. Maria de Stara. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti della Basilica Lateranense[718], nel quale è menzionata la chiesuola con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè, «S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto abbreviato «S. Maria de Store» (e forse malamente scritto), abbia potuto originarsi il titolo di S. Maria de Stara.

Comunque sia è certo che l’origine di questo sacello eretto nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore, detta di Sancta Sanctorum (a. 1332), quella cappella già esisteva. È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «De Censibus» di Cencio Camerario: «S. Salvatori de Rota Colisei VI den».

Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo, appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in uno dei fornici del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale, tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro, in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721].

Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore, di poter cavare qualche travertino per far cunei e per le porte.

Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722] vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono di AVVIVARE il ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!»

Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo». Ecco le parole colle quali il Mellini[724] tratta di questo sacello: «Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa di S. Giacomo detta de Colosseo profanata quasi ai nostri giorni. A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Era adorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal Guattani. Fra quelle v’era una figura colossale di S. Giacomo apostolo sedente, col bordone e un libro nelle mani[725].

Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldi de Coliseo, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie:

Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la metà di una casa appartenente a Cola di Cecco di Giovanni Annibaldi. «Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine glie la concedettero».

Nel 1462 la parte della casa che guardava la piazza di S. Giacomo, era diruta; la parte invece che internavasi nel Colosseo, era ancora in buono stato di conservazione[727].

La suddetta chiesa di S. Giacomo de Coliseo profanata e ridotta a fienile, come dice il Mellini e come pur si ricava dal Martinelli[728], il quale scrive: S. Iacobi apud Colosseum erat ibi ubi est foenile cum imagine B. Mariae V. in eius angulo; habebatque hospitale, quod ad Lateranum traslatum est, et nunc dicitur ad Sancta Santorum, venne finalmente abbattuta nel 1815.

Il Marangoni[729] aggiunge che l’amministrazione e la cura di questa chiesa e di questo ospedale l’ebbe l’Arciconfraternita de’ Raccomandati del Ssmo Salvatore ad Sancta Sanctorum fino all’anno 1470. Lo deduce dagli statuti rinnovati in quell’anno e confermati nel 1513, nei quali i guardiani dell’Arciconfraternita s’obbligavano, sub juramento, di visitare una o due volte alla settimana quell’ospedale. Lo stesso autore[730] assicura di aver letto, ma non ricorda dove, che l’ospedale trovavasi negli archi superiori dell’Anfiteatro, già chiusi dai Frangipani. «In effetto, dice, tutti i sei archi chiusi della elevazione esteriore, sono anche murati al di dentro fra i pilastri del secondo portico, sicchè formansi e si dividono due lunghi corridoi quanti portano i sei archi, luogo attissimo per l’ospedale».

Il celebre letterato Francesco Valesio, senza però accennare alle fonti, comunicò ad alcuni suoi amici che nei suddetti archi chiusi del Colosseo vi era anticamente un monastero di monache[731].

Questo stesso asserisce il Bonet. Noi riportiamo la notizia soltanto in ossequio alla ch. memoria del suddetto Valesio, ma siamo affatto incerti della verità di essa.

L’Adinolfi[732] combatte energicamente queste opinioni. «È veramente triviale (dice), e non pertanto meno curiosa l’opinione del Marangoni, che la Società del Salvatore avesse governo non pur di questo tempietto ma eziandio dello spedale che li era ammesso fra gli archi stessi del Colosseo, il quale spedale dopo molti anni fusse trasportato al Laterano ove esiste; e dell’istessa natura è quella di Francesco Valesio quando pretende nell’Anfiteatro Flavio anticamente venisse aperto un monastero di monache. Rincrescendomi d’involgermi in certe quistioni tra perchè la brevità del lavoro le rifiuta, e perchè si concerta con scrittori di molto credito, non posso nondimeno tralasciarle per la loro necessità e pel superchio rispetto all’altrui sentenza, sapendo per prova che tutti gli uomini qualche fiata rimangono in inganno.

«A me dunque, che posi in disamina l’archivio della detta compagnia anche coll’intendimento di veder meglio questa materia, pare la cosa assai diversa e massime per due ragioni. La prima è che nell’archivio suddetto non trovi menzionato alcun luogo dell’Anfiteatro rivolto all’uno e all’altro uso. La seconda che questi pareri discendono dalla falsa congiunzione di due idee, tra loro ben distinte. Nel trovar scritto spedale e monistero del Colisseo s’intesero due fabbriche non già vicine ma entro quella orrevole dell’Anfiteatro Flavio. Ora partendo da un principio stabile e certo dirò che avanti e alquanto dopo il mille come è sconosciuta la chiesa di S. Giacomo, così al pari il suo spedale di donne, l’edificamento del quale non sembra più antico di quello di S. Angelo, ma piuttosto da esso originato, ed a lui assoggettato e dipendente[733]. Per avventura venne aperto dai Raccomandati per maggior comodo degli infermi[734], come meno lontana dalla parte più popolata di Roma, e prova ne sia fra le altre quella, che, ingrandito lo spedale al Laterano non fu chiuso nè quello, nè l’altro assai più picciolo di S. Pietro e Marcellino chiamato lo spedaletto, ma tutti e tre correndo gli anni di Cristo 1383, a benefizio del comune ricettavano malati[735].... Ma siccome lo spedale.... fu aperto principalmente per donne[736], che ebbero bisogno nelle loro malattie di essere servite da altre femmine, queste incominciarono prima a nominarsi offerte, e costrette da necessità a dimorare e convivere in quel luogo, tennero vita a seconda di qualche regola; da queste dunque o da altre povere donne ivi raccolte, o come par meglio, e dalle una e dalle altre, venne a formarsi una di quelle devote unioni ne’ secoli di mezzo appellate case sante.

«Le abitazioni di cotali donne, conchiude l’Adinolfi, erano contigue alla chiesa di S. Giacomo che col suo spedale dispiccato dal Colosseo erano separate affatto da questo edifizio. Conciossiacchè venendo ampliamente dai guardiani Bernardo de’ Ricci e Paluzzo di Giovanni Mattei negli anni cristiani 1472, costoro chiesero licenza ai maestri delle strade di chiudere un luogo intraposto a quella chiesa e ad alcune possessioni dello spedale[737], ed in questa concessione per verun modo si fa ricordanza di quell’edifizio del Colosseo, nel quale secondo Valesio, era contenuto il loro monastero».

***

Oltre alla chiesa di S. Giacomo de Coliseo, erano molto prossime all’Anfiteatro Flavio altre chiese, delle quali oggi non rimane alcun vestigio.

«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro Flavio per lo meno quattro altre chiesette»[738].

Il Lanciani[739] opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre a varie cappelle vi fossero pur’anche sette chiese. L’opinione dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato memoria di almeno otto chiese in quel dintorno.

Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli. Quest’oratorio fu scoperto nel 1812.

Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817; anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini, il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie congetture.

Il De Rossi[741] propose la congettura che qui fosse la casa del marito di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «Alexandri olim domus erat».

Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro. Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita, nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743].

Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori. Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale (che l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio.

Altri opinano finalmente che questo luogo fosse la custodia privata, ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo. Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse, e questo è il Foro di Marte: «Postera namque die, dicono gli atti, Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci», e dopo essa ad uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni Foro ebbe la sua privata custodia, così l’ebbe pur anche il Foro di Marte.

In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura, che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi.

È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei per esser puniti, e che anche i cristiani[744] furono là condotti, e non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a rinnegarla, che per ultimo supplicio[745].

È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un luogo di custodia per i rei destinati a subire il supplicio nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena, non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di carcerieri «Clavicularius carceris».

Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S. Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando, cioè, la plebe gridava: «Christianos ad leones!». Dopo la morte di Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame; la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del momento: «Christianos ad leones!»[748]. Felicita ed i figli furono tra le vittime designate.

È vero che gli atti tacciano su ciò; ma conviene osservare che questi atti sono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dico forse non ebbe seguito, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore per la loro compagna, matrona anch’essa «Inlustris»; e l’Imperatore M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750] e di Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova. La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (matronarum)», come tutti convengono, ce ne è una conferma. Quel cultrix, numero singolare, non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto; perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà, e riferì quel cultrix ad una qualunque Felicitas, devota della Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «votum solvit», che non gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione, quel cultrix esprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone Romane.

Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso, liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti diversi di Roma. «Leur immolation, scrisse l’Allard[753] parlando dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano, POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furent les martyrs proprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome».

Il De Rossi[754] scrive che il graffito greco, ricordante un Alexandri δόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano pure in graffito: «Achillis vivas» ed altri nomi, come: «Cassidi, Maxi..., Saeculari....»; e sotto: «in de», che il De Rossi lesse: «in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane. E giustamente; poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio cristiano ordinariamente significa oratorio, e le acclamazioni Vivas in Deo sono cristiane.

Conchiudo:

Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S. Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare.

E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti noi troviamo qui una domus Alexandri; ed il vescovo Alessandro, sepolto ad Baccanas, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in sostanza veritieri)[755] esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così, chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristiani damnati ad bestias nel Colosseo?....


Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco. Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la Vergine. Il dipinto è contornato da riquadrature in rosso: sulla fascia inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco. La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al secolo XIII o XIV.

«Nel campo della pittura si leggono i seguenti nomi di visitatori graffiti con una punta:

Il Lanciani, pur dubitando, opina che questi avanzi di oratorio si debbano attribuire alla chiesa di S. Maria de Ferrariis[757]; ma questa chiesa, come vedremo quando di essa si parlerà, per documenti certi conviene collocarla altrove. E poi, essendo la composizione e lo stile del dipinto del secolo XIII o XIV, e non esistendo altri documenti che dimostrino la preesistenza della chiesa (come tale) alle pitture suddette, l’opinante ben fece a dubitare di quella congettura. È dunque per me un incerto oratorio. La pittura è stata trasportata al Museo Nazionale.

Le chiese poi più vicine all’Anfiteatro Flavio, delle quali si ha memoria, sono:

I moderni Bollandisti[758] saltano a piè pari la questione intorno a queste chiese, che, come vedremo, sono certamente esistite nelle vicinanze del Colosseo; come pure tacciono degli oratorî, dei quali parlammo di sopra, benchè quando essi scrissero fossero già scoperti. Rivolgono le loro armi contro S. Salvatore in Ludo od in Tellure, e, contro S. Maria de arcu aureo, che nulla hanno a vedere col Colosseo; e, costretti a parlare della chiesa dei Ss. Abdon e Sennen, e non potendone negare resistenza, conchiudono con un «il est probable» che la lettura degli atti abbia suggerito l’idea di erigere una chiesa in loro onore in questo luogo.

Del resto, la esistenza di queste otto chiese e di questi oratorî attorno al Colosseo serve a dimostrare la venerazione che, da secoli e secoli, prima dell’epoca fissata dai Bollandisti per il culto di questo monumento — secolo XVII — era prestata all’Anfiteatro, benchè le chiese e gli oratorî niuna relazione diretta avessero coi martiri che in esso patirono: giacchè appunto attorno a centri indubitabili di grande venerazione noi vediamo verificarsi il fatto dell’aggruppamento di chiese ed oratorî di vario titolo; come, ad esempio, attorno alle basiliche Lateranense e Vaticana, ed a quella Apostolorum sulla Via Appia. Anzi questo fatto non solo si è verificato attorno a luoghi sacri fin dalla loro origine, ma eziandio attorno a monumenti destinati per loro natura ad uso profano, e divenuti poscia venerabili, presso i cristiani, per qualche motivo speciale. Così attorno al grandioso edifizio delle Terme di Diocleziano, sorsero le chiese di S. Salvatore in Thermis, dei Ss. Papia e Mauro, e l’oratorio cristiano scoperto nel 1876 sul Monte della Giustizia (ove è ora la dogana); e ciò, perchè gli altissimi muri di quella immensa mole erano stati cementati, dirò così, dal venerando sudore di migliaia di confessori della fede.

I. Chiesa dei Ss. Quadraginta Colisaei[759].

Cinque furono in Roma le chiese sacre ai Quaranta Martiri di Sebaste. Presso la chiesa di S. Maria Antiqua, scoperta a’ nostri giorni, v’ha una cappella che il Wilpert considera come faciente parte della chiesa stessa, per essere a questa assai vicina[760]. Nell’abside di questa cappella sono dipinti i Ss. Quaranta Martiri; e la pittura è giudicata dallo stesso ch.º autore[761] non posteriore al secolo VII. Nella stessa cappella Adriano I fece dipingere nel secolo seguente gli stessi Santi in gloria.

Altra chiesa dedicata a questi Martiri fu sull’Esquilino, e propriamente al Castro Pretorio. — Una terza ve n’era a breve distanza dal luogo ove ora è la chiesa delle Stimmate, e si disse Ss. Quadraginta de Calcarario, e poi de Leis. Un’altra ve ne fu, e v’è tuttora, nel Trastevere, e finalmente viene la nostra. Da quest’elenco mi sembra potersi ricavare l’origine e la posizione della nostra chiesa.

I Quaranta Martiri furono soldati, e noi troviamo che le chiese ricordate sono presso le caserme militari. La cappella di S. Maria antiqua fu eretta per la Coorte Palatina; la chiesa dell’Esquilino, per i soldati Pretoriani; quella di Trastevere, nella celebre Urbs Ravennatium, per i marinaî di Ravenna, quella situata a pochi passi dal luogo ove ora sorge la chiesa delle Stimmate, per i militi dei Castra dedicati da Aureliano in Campo Agrippae[762]. La nostra dunque, per i marinai di Miseno. Questo quanto all’origine: quanto alla posizione poi, il quartiere dei marinai di Miseno fu tra S. Clemente ed il Colosseo; ivi dunque dovremmo collocare la chiesa. E così è di fatto.

Il Lonigo la dice posta «lì attorno al Colosseo», fra la chiesa di S. Giacomo e quella di S. Clemente. Dalla bolla di Eugenio IV[763], per la quale questa chiesa e l’altra di S. Maria furono unite all’ospedale di S. Giacomo, risulta, che era prossima a questo ospedale: «Sanctorum Quadraginta.... nec non S. Mariae prope dictum hospitale consistentes». Nel Catasto dei beni dell’ospedale di Sancta Sanctorum del 1462[764] si legge: «Item ecclesia Sanctorum Quadraginta prope dictam ecclesiam (di S. Giacomo) que remansit unita hospitali post cessum et recessum domi Johannis de Cancellariis». Ora il fabbricato della chiesa e dell’ospedale di S. Giacomo si estendeva fino al principio della via di San Giovanni. Qui dunque fu la chiesa dei Ss. Quaranta: vale a dire, di fronte al quartiere dei Misenati.

Questa chiesa alla metà del secolo XV era in istato di totale deperimento, e lo ricavo dalla citata bolla d’Eugenio IV (1433), nella quale, parlandosi delle due chiese, di S. Maria de Ferrariis e dei Ss. Quadraginta, leggiamo: «Etiam ruine deformitati supposite et fere prorsus destructa». Però sotto il Pontificato di Pio IV (1559-1565) esisteva ancora perchè è ricordata nel catalogo delle chiese, redatto sotto questo Pontefice. L’Adinolfi[765] opina che «vivo Sisto IV fosse fatto titolo di Cardinale ed avesselo Pietro Foscari; e Pontefice Alessandro VI il Cardinale Domenico Grimano e mantennesi tale trapassata anche l’età fra li due». Che questa chiesa esistesse, trapassata anche l’età fra li due, è certo; perchè, come ho detto, si trova ricordata nel catalogo di Pio IV; ma che fosse elevata a Titolo ed assegnata ai Cardinali Foscari prima e poi Grimano, non so come l’Adinolfi l’abbia potuto affermare: sappiamo infatti che i due Cardinali suddetti ebbero a titolo S. Nicolò de Colosso o Colisaei, che è lo stesso che S. Nicolo inter imagines[766]. Dalla seconda metà del secolo XVI in poi, non si ha più memoria di questa chiesa[767].

II. Chiesa di S. Maria de Ferrariis.

Parlando dell’oratorio scoperto negli scavi del 1895, dissi esservi alcuni i quali opinano, pur dubitando, che la chiesa di S. Maria de Ferrariis fosse situata nel luogo di quel rinvenimento. Non ci è possibile accettare la loro opinione, giacchè la posizione di questa chiesa viene esattamente indicata dall’Ordo Romanus di Cencio Camerario[768], e dalla bolla di Eugenio IV, più volte ricordata. Nel primo si legge: «Et dehinc usque ad S. Nicolaum de Colosseo,.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis». — Nella seconda, come già vedemmo, è scritto: «Nec non S. Marie prope dictum hospitale S. Jacobi consistentis». La chiesa di S. Maria de Ferrariis era dunque situata presso l’ospedale di S. Giacomo, il quale terminava al principio della via attuale di S. Giovanni; era prima della casa della favolosa Papessa Giovanna[769], che trovavasi, per chi va al Laterano, prima di S. Clemente; era a sinistra della via suddetta, perchè ricordata con fabbriche che sono da questa parte: in conclusione la chiesa di S. Maria de Ferrariis era situata al principio della moderna via di S. Giovanni, e a sinistra di chi va al Laterano.

Il Lonigo la pone fra S. Giacomo e S. Clemente.

La chiesa di cui parliamo è ricordata nel Catalogo del Camerario, nel Codice di Torino e nel Catalogo del Signorili; poi scomparisce.

III. Chiesa di S. Giacomo.

Di questa chiesa già s’è parlato abbastanza: solamente qui aggiungerò che negli scavi del 1895 venne a luce il cimitero dipendente da questa chiesa. Ecco le parole che scrisse il ch.º Lanciani all’epoca della scoperta: «Sembra che questo sepolcreto dipendente dalla chiesa ed ospedale di S. Giacomo del Colosseo si estendesse per considerevole spazio, almeno sino al n. 2 in via di S. Giovanni, dinanzi al quale, il giorno 5 aprile, si trovarono altri avelli addossati a muri di bella cortina[770]. Stavano a soli due metri di profondità». In nota poi aggiunge: «Una parte delle fondamenta della chiesa di S. Giacomo è stata troncata dagli odierni scavi: e corrisponde nei particolari architettonici al prezioso disegno dell’anonimo di Stuttgart f. 88, n. 237[771]. Ad essa ed al camposanto si deve la conservazione dei cippi che chiudevano il marciapiede e balteo del Colosseo, largo ben diecisette metri e mezzo».

IV. Chiesa di S. Salvatore de Insula.

Questa chiesa è ricordata dal Camerario col nome di «Salvatoris Insule et Colosei»; nel Codice di Torino è detta: «S. Salvatoris de Insula, habet 1. sacerdotem»; e così pure vien chiamata nel Catalogo del Signorili.

L’Armellini[772] dice che non si trova altra menzione di essa, e la crede addossata all’Anfiteatro: «Tracce infatti (egli scrive) di costruzione del medio evo restano ancora presso uno degli archi del medesimo, dal canto della via che conduce alla basilica Lateranense». Io però non posso convenire col ch.º scrittore: l’aggiunto «Insule» del Camerario, e il «de Insula» del Codice di Torino esclude l’idea di un addossamento della chiesa ad un edifizio. O fu dunque la chiesa medesima per se isolata, e quindi «Insule» o «de Insula»; ovvero fu inchiusa in uno di quei fabbricati, che, per essere affittato a più famiglie nell’antichità, e forse anche nell’età di mezzo, eran detti Insulae.

V. Chiesa di S. Salvatore de Arcu Trasi.

Con tal titolo è ricordata questa chiesa nel Codice di Torino; il Signorili poi la dice: «ad Arcum Trasi». Non può cader dubbio sulla posizione di questa chiesa: essa fu presso l’Arco di Costantino, se non forse a questo addossata. L’anonimo Magliabecchiano[773] dice: «Arcus triumphalis marmoreus qui dicitur de Trasi coram colosso in via per quam itur ad sanctum Gregorium, fuit factus Costantino... et dicitur de Trasi quia in transitu viae est». Nella Mesticanza di Paolo Liello Petnene[774] si legge: «Voglio scrivere la vita di alcuno vostro Romano, a quali si vorria fare un simil arco trionfale, che fu fatto a Costantino... il quale si chiama Arco de Trasi appresso a Coliseo». Poggio Bracciolini, nella sua silloge, scrive: «De arcu Costantini, qui hodie dicitur de Traxo».

L’Armellini, piuttosto che dal transito sotto ai fornici dell’Arco, opina si debba derivare il vocabolo Trasi dalle statue dei Traci che ne adornano l’attico[775].

La memoria di questa chiesa scomparse dopo il secolo XV.

VI. Chiesa di S. Nicolò de Coliseo.

La chiesa di S. Nicolò, scrive l’Adinolfi[776], dicesi da qualche moderno «esser stata demolita ed essere stata nell’aia sulla quale è un locale, forse fabbrica dell’Arciconfraternita di Sancta Sanctorum, lasciando sospesa la curiosità del ricercatore di essa se questo locale stesse a destra o a sinistra della via Maggiore». Però Cencio Camerario, nel ricordare i luoghi ove si facevano gli archi sotto ai quali passava il Papa nella solennità del presbiterio, c’indica il sito ove sorgeva questa chiesa. Dice infatti: «Et dehinc usque ad S. Nicolaum de Colisaeo.... deinde usque ad S. Mariam de Ferrariis.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis»[777]. La chiesa di S. Nicolò stava dunque prima di quella di S. Maria de Ferrariis; ed essendo, per quel che si è detto sopra, noto il posto di quest’ultima chiesa, potremo con facilità stabilire il sito della chiesa di S. Nicolò. Questa fu certamente vicina al Colosseo, da cui tolse il nome; e perciò la collocherei a sinistra della via attuale del Colosseo, dove verso il Laterano ha termine l’edificio dell’Anfiteatro. Qui infatti, negli scavi del 1895, si rinvenne un lungo tratto di strada medievale, la quale, come nota il Gatti, era la via per cui si passava nelle solenni processioni papali, e dove appunto si facevano gli archi ricordati dal Camerario.

In questo luogo stesso e negli stessi scavi praticati nel 1895 si rinvenne un grande masso rettangolare di travertino, sul quale era in parte conservato l’intonaco primitivo dipinto. «Lo stile dell’affresco, scrive il Gatti[778] conviene al secolo VIII in circa. Vi sono rappresentati due santi, in piedi col nimbo circolare attorno al capo, vestiti di lunga tunica adorna di croci quadrilatere, e coperti col pallio. Ambedue tengono la mano destra sollevata all’altezza del petto; e mentre la figura a dritta sostiene una corona, l’altro regge un libro aperto, sul quale è scritto:

INITIV SAPIENTI.......

«Si volle ripetere la sentenza: Initium sapientiae, timor Domini; mancato però lo spazio per le ultime parole, queste furono rappresentate con piccole linee ondulate. La pittura è molto deperita; e verso ambedue i margini laterali della pietra manca quasi la metà delle due figure. In mezzo a queste è dipinta, nascente dal terreno, una pianta con fiori simili a rose».

Questa scoperta mi sembra sia una conferma della mia supposizione: che qui, cioè, fosse la chiesa di S. Nicolò de Colisaeo. Fu chiesa titolare; ed i due Cardinali Foscari e Grimano (i quali furono insigniti di questo titolo) ce ne sono la prova.

L’Armellini[779] afferma che questa chiesa era ancora in piedi sotto S. Pio V.

VII. Chiesa di S. Maria de Metrio.

Il Camerario, il Codice di Torino ed il Signorili ricordano questa chiesa; ma dal secolo XVI in poi non se ne ha più memoria. Il Codice di Torino la chiama «Sellaria de Metrio»; in una bolla di Urbano V è detta S. Maria de Metrio[780]. I topografi non hanno saputo indicare il luogo preciso di questa chiesa, e vi fu chi la collocò lontanissimo dal Colosseo; il Codice di Torino però ce ne dà l’indicazione precisa, e la pone fra S. Salvatore de Arcu Trasi e la chiesa dei Ss. Abdon e Sennen. Ora, conoscendosi il sito preciso della prima — Arco di Costantino — e dell’ultima — Colosso di Nerone, — è chiaro che S. Maria de Metrio fu alla Mèta Sudante o lì presso; e la voce Metrio (corruzione evidente di Mèta) ce ne è la conferma.

VIII. Chiesa de’ Ss. Abdon e Sennen.

Questa chiesa fu eretta sul luogo ove furono gettate, dopo il martirio, le salme dei gloriosi Martiri Persiani: vale a dire, ante simulacrum Solis, ossia davanti al famoso Colosso Neroniano. Difatti, tra il basamento del Colosso ed il tempio di Venere e Roma, al cadere del secolo scorso, si trovò una gran quantità di ossa umane, le quali vengono a dimostrarci la presenza di un cimitero svoltosi attorno a questa chiesa. Essa è ricordata dal Camerario, dal Codice di Torino (il quale, come dicemmo, la nomina dopo la chiesa di S. Maria de Metrio), dal catalogo del Signorili e da quello di Pio V, ritrovato dall’Armellini negli archivi secreti del Vaticano. Da questo catalogo egli argomenta, e giustamente, che la nostra chiesa durante il pontificato di Pio V non solo era intatta, ma vi si compievano ancora gli atti di culto; poichè l’estensore del suddetto catalogo nota esattamente lo stato materiale di ciascuna chiesa, e di quella dei Ss. Abdon e Sennen nulla osserva[781]. Lo stesso chiarissimo scrittore la suppone distrutta alla fine del secolo XVI o sugli inizî del XVII secolo.


Ed ora, chiusa questa lunga parentesi, alla quale mi hanno condotto le questioni sulle chiese di S. Salvatore de Rota e S. Giacomo, torniamo all’argomento.

I Pontefici, nel prender possesso della loro suprema dignità colla famosa e solenne cavalcata alla basilica Lateranense, solevano ascendere il Campidoglio; poscia, attraversato il Foro, passavano innanzi il Colosseo, e proseguivano per la via che conduce al Laterano. Gli Ebrei erano in dovere di preparare i soliti apparati e di ornare la strada dall’Arco di Tito fino all’Anfiteatro. S. Pio V, nel possesso che prese il 23 Gennaio 1566, volle, con tutta la cavalcata, passare per entro lo stesso Colosseo, come pure fece nella sua presa di possesso Gregorio XIII[782].

Nel libro dei decreti del 1574 si trova il seguente decreto del Consiglio secreto del 15 Ottobre (f. 548):

«Giovanni Battista Cecchini primo Conservatore propose: Perchè tutte le opere cominciate deuono hauere il suo debito fine, però ce par necessario che mancando ancora molta quantità di Trauertini per finire la restaurazione del Ponte Santa Maria, et per adesso non se ne possono far venire et per questo essendone detto che nel Coliseo ue ne è gran quantità sotto le ruine dò sonno cascati et non sono in opera quali si potrebbero far cauare per questo bisogno. Però l’habbiamo uoluto esporre alle S.S. V.V. acciò possino sopra di ciò fare quelle risoluzioni che gli parrà».

«Decretum extitit omnium Patrum astantium assensu quod capiantur et fodiantur expensis Po. Ro. omnes lapides mormorei et Tiburtini existentes in ruinis amphitheatri Domitiani vulgo detto il Coliseo, diruti et nullo pacto coniuncti et applicati dicto Amphitheatro, sed etiam effodi possint in omnibus aliis locis publicis pro supplemento operis Pontis Sanctae Mariae sine tamen praeiudicio aedificiorum antiquorum pro quibus exequendis curam habere debeat magister Mathaeus architectus. Quoque omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis reperiantur sint ipsius Populi romani».


Il Sommo Pontefice Sisto V, fu uno dei Papi che più ricordi lasciò nell’alma Città. «Costruì più Egli solo in cinque anni di pontificato, dice giustamente il prof. R. Corsetti[783], che in più secoli la maggior parte dei suoi successori» — Poteva dunque l’operosissimo Sisto V trascurare l’Anfiteatro Flavio? Non era possibile: egli pensò ben tosto di far ivi grandiosi lavori, onde conservarlo e renderlo nuovamente, in pari tempo, di pubblica utilità; benchè con non lieve danno dell’integrità archeologica di quelle monumentali reliquie, se tali lavori fossero stati eseguiti.

Ai tempi di Sisto V molti poveri di Roma non avean modo di vivere colle loro fatiche: il lavoro scarseggiava; ed il provvido Pontefice escogitò la maniera di sovvenire agli indigenti ed evitare che andassero mendicando per la Città. Sul finire del secolo XVI, Sisto V dava incarico a Domenico Fontana, perchè riducesse il Colosseo ad abitazione e lanificio; giacchè l’arte di lavorare la lana era allora in Roma molto negletta. Il suddetto architetto fece il disegno dell’edificio restituito nella sua originaria circonferenza: quattro porte od ingressi con altrettante scale immettevano al monumento. Nel mezzo dell’antica arena dovea sorgere una fonte: altre fonti dovean servire per il lavoro; e per le abitazioni degli operai si destinavano i portici esterni, dando a ciascuno di quelli, gratuitamente, due stanze. Gli altri portici dovean adattarsi a stanze e a laboratorî. Già erasi intrapreso il lavoro: i commercianti di lana avevano già ricevuto da Sisto V la somma di 15,000 scudi per la provvista della materia da lavorarsi nel nuovo lanificio; quando la morte del Pontefice venne a troncare l’attuazione di quell’opera[784]. «Se vivea un altr’anno solo, dice il Fontana, il progetto sarebbe stato una realtà, con immensa utilità pubblica e specialmente dei poveri». E il Mabillon[785] aggiunge: «Vixisset Syxtus V et amphitheatrum, stupendum illud opus, integratum nunc haberemus!» — Ma ascoltiamo le parole dello stesso Fontana[786]: «Acciò, iui si facesse l’arte della lana, per utile della città di Roma, volendo che á torno per la parte di dentro al piano di terra vi fossero le loggie couerte, et disopra scouerte, con le botteghe, e stanze per abitatione per li lavoratori di detta arte, e che ogn’vno dovesse hauer vna bottegha con due camere e loggia scouerta avanti à torno tutto il teatro, hauendo già dato ad alcuni mercatanti scudi quindicimila acciò cominciassero ad introdur detta arte, volendoci di più far condurre l’acqua per far fontane per comodità di detta arte et per vso degli habitatori, e di già haueua cominciato a far leuare tutta la terra che ni staua à torno et a spianar la strada che viene da torre de Conti, et và al Coliseo, acciò fosse tutta piana, come hoggi dì si vedono li vestigj di detto cauamento, et vi si lauoraua con sessanta carrette di caualli, et con cento huomini, di modo che se il Pontefice uiueva anco un anno, il Coliseo sarìa stato ridotto in habitatione. La qual opera si faceva principalmente da N. S. acciò tutti li poveri di Roma hauessero hauuto da trauagliare, et da viuere senza andare per le strade mendicando; poi che non aueriano pagato pigione alcuna di casa qual voleva fosse franca, il saria stato di grand’vtile alla pouertà, et anco ai mercatanti di lana, che haueriano smaltita la loro mercatantia in Roma, senza hauerla da mandar fuori della città, con animo di fare che detta città fosse tutta piena di artegiani di tutte le sorti».

Nell’archivio Capitolino[787], negli atti di Girolamo Arconio, notaro dei Conservatori, troviamo: «A dì 21 di marzo 1594 — hauendo (i Conservatori) inteso che certi di questi che lavorano di carniccia per fare la colla ceruona haueuano occupato alcuni archi di sopra del teatro del Colosseo uerso Santo Clemente.... li mandarono a farli mettere imprigioni, quali mostrarono che li Guardiani... della compagnia del Confalone l’aueuano loro data licentia et affittato per una libbra di cera l’anno».

Termineremo questo capitolo col riferire alcune scoperte fatte presso il Colosseo verso l’anno 1594, delle quali ci dà notizia il Vacca[788]: «Accanto il Coliseo, dice quest’autore, verso SS. Gio. e Paolo vi è una vigna, mi ricordo (circa l’anno 1594) vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli Corintii; e quando Pio IV le Terme Diocletiane restaurò, e dedicolle alla Madonna degli Angeli, mancandogli un capitello nella nave principale, che per antichità vi mancava, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca di marmo da 40 palmi longa, et una Fontana molto adorna di marmi, e credetemi, che aueua hauto più fuoco che acqua; et ancora molti condotti di piombo».